Giuseppi schiera le truppe. L’Europa lo lascia solo

Il premier si fa intervistare e si mostra determinato e al centro della scena. Peccato che la missione in Libia sia nel caos. Intanto Usa, Germania, Gran Bretagna e Francia ci tagliano fuori da tutto.

Quando ieri mattina ho visto la prima pagina di Repubblica, ho pensato: «Finalmente un presidente del Consiglio con le idee chiare». Dal titolo dell’intervista in prima pagina a quello interno sembrava infatti di essere tornati ai bei tempi in cui a Palazzo Chigi c’era Bettino Craxi, il primo capo del governo capace di schierare i carabinieri contro i marines pur di tutelare l’interesse nazionale.

Eh sì, a leggere i virgolettati messi in testa all’articolo del quotidiano romano pareva proprio di trovarsi davanti a uno statista con i fiocchi, pronto anche alla guerra pur di tutelare il Paese. L’intervista esordiva con un perentorio «I nostri soldati restano», un’affermazione senza se e senza ma, a significare che il premier è deciso a non farsi intimidire né dal voto del Parlamento iracheno né dalla situazione che si è venuta a creare in Medioriente dopo l’eliminazione del generale iraniano a capo di tutti gli intrighi nell’area. Giuseppe Conte addirittura lanciava l’idea di una missione europea di interposizione, cioè di una specie di forza cuscinetto necessaria a calmare gli animi. Anche sulla Libia il nostro pareva avere una posizione netta: niente truppe a sostegno dell’una o dell’altra fazione, ma solo una soluzione politica, magari da affidarsi alle Nazione Unite, che – come è noto – sono sempre riuscite a domare le peggiori crisi internazionali.

Sì, ieri a leggere titoli e sommari di Repubblica pareva davvero di trovarsi davanti a un capo di governo autorevole e pugnace, tanto pugnace da farsi ritrarre a tutta pagina con in una mano la cornetta – probabilmente per un colloquio telefonico con qualche grande della terra – e nell’altra un tagliacarte, impugnato però come se fosse un pugnale. Ma il Conte battagliero si fermava ai titoli, perché poi bastava leggere le risposte all’intervista per rendersi conto di aver davanti un presidente del Consiglio dialogante, deciso a partire per la guerra, ma solo a parole, evitando di schierarsi con dichiarazioni impegnative. Presidente, gli chiedeva il giornalista, perché sulla crisi Iran-Usa è stato silente? Risposta: «La cautela è d’obbligo». Seguono frasi tipo: «Bisogna richiamare tutti a moderazione e responsabilità, pur nella comprensione», «evitare un’ulteriore escalation», «serve tutta la nostra attenzione», eccetera eccetera. Ma lei è d’accordo con la pratica dell’omicidio mirato, lo interpellava il cronista. Risposta: «Stiamo parlando di vicende delicate e complesse». Dunque? «Servono informazioni di intelligence per pesare tutti gli elementi». Chiaro, no?

Salvini l’accusa di essere ignorato in politica estera, perché il sottosegretario di Stato americano non l’ha neanche avvisata dell’operazione contro Soleimani? Il presidente pronto ribatteva: «Non replico. Preferisco lavorare con impegno e serietà per favorire una de-escalation». La de-escalation è una new entry nel linguaggio di Giuseppe Conte. Dopo la caducazione della concessione, che sembrava il titolo di un romanzo di Andrea Camilleri, ecco la de-escalation della escalation, che dev’essere il titolo di un libro di fantascienza a fumetti. Nel frattempo, tra un invito alla cautela e un altro alla de-escalation, Angela Merkel (che ieri ha sentito il premier, a cose fatte), Boris Johnson ed Emmanuel Macron hanno deciso di schierarsi con gli Usa senza dirlo a Giuseppi.

Comunque il premier, nell’intervista, non parlava solo di cose internazionali, ma anche di interno e anche sui fatti di casa nostra dimostrava di avere le stesse idee chiare dimostrate in politica estera. Per esempio, dopo un anno e mezzo dal crollo del Ponte Morandi, il presidente del Consiglio annunciava di poter dire che «giunti a questo stadio di analisi è evidente che qualcuno ha sbagliato e ha commesso negligenze gravi e imperdonabili». Ma dai? C’è voluto del tempo, ma alla fine si può dire con certezza che il disastro in cui perirono 43 persone è stato provocato da imperizia e non da un evento soprannaturale.

Tuttavia, la parte migliore dell’intervista è quella in cui Conte spiegava il passaggio da un governo sovranista a uno di sinistra. Alle domande del cronista che voleva capire se il capo del governo si sentisse più vicino ai 5 stelle o al Pd, il presidente del Consiglio non cascava nella trappola, ma rispondeva di «lavorare bene con tutte le forze politiche». Dopo aver scansato la temibile domanda, Conte schivava anche l’insidia populista, accettando la definizione di populista gentile, che è un po’ come quando c’erano i comunisti, ma per non sembrare troppo truci si definivano comunisti dal volto umano.

Abile, sorridente, suadente, il premier aggirava, domanda dopo domanda, ogni ostacolo posto. L’unico attimo in cui è sembrato inalberarsi leggermente è stato quando il giornalista gli ha chiesto se si sentisse un trasformista. Pronta la replica: «La definizione è fuorviante e non pertinente. Io non ho cambiato le mie idee». Come dargli torto: ha cambiato governo, ma la poltrona è rimasta la stessa. E poi, in fondo, anche se guidava un governo con Salvini, lui ha sempre votato a sinistra. Sì, Conte è proprio uno statista con le idee chiare.

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