Conte si mangerà la Schlein. Ve lo dice uno che sa come intrallazza Giuseppi

Fantapolitica? Quando c’è di mezzo Giuseppe Conte è meglio non porre limiti ai giochi di potere, pertanto se fossi nella Schlein comincerei a prendere le misure all’uomo cambiando schema di gioco. Perché una cosa è certa: Giuseppi non guarda in faccia a nessuno e non è nato per perdere.
Ieri Maurizio Belpietro ricordava la gestazione del Conte 1, io oggi vi posso raccontare il personaggio aggiungendo quel che ho visto da vicino nella passata vita di senatore, eletto coi 5 stelle ed espulso proprio per non aver votato il Conte 2 con il centrosinistra. Per capire Giuseppi è bene vedere bene cosa sta facendo oggi, rispetto ai passi di ieri. Se il Pd vuole far valere il proprio peso nel campo largo (o come diavolo lo vorranno chiamare), è bene che non pratichi la strada delle primarie perché si divide, come suo solito. Il Movimento 5 stelle no, non si dividerà: è compattamente unito sul nome di Conte. Lui dice cosa fare e loro fanno. Del resto, quando Conte decise di seminare zizzania nel Pd (anche per vendicarsi per il mancato appoggio al Conte ter e ci torneremo) invitando a votare la Schlein alle primarie, accadde che sotto i gazebo arrivarono così tanti voti da esterni simpatizzanti che fu ribaltato il voto dei militanti tesserati, i quali nelle sezioni di partito avevano espresso un maggior gradimento per Stefano Bonaccini. E così il Pd passò alla storia per essersi fatto scegliere un segretario non iscritto da gente che arrivava da fuori.
«Non ci hanno visti arrivare», esultava allora la Schlein forse non del tutto consapevole dell’operazione orchestrata da Conte. Il quale da buon professore universitario ha sempre avuto chiaro il reale peso dell’attuale segretaria, tant’è che adesso chiede di andare alla pesa, cioè alle primarie. Solo che stavolta Conte dirà ai suoi di votare graniticamente per lui, lasciando così al Pd la gestione della specialità della casa, ossia le divisioni interne. La Schlein potrebbe chiedere ad Avs di sostituirsi e replicare quel che Conte fece illo tempore, ma pure in Avs non mancano le primedonne.
Quindi… Quindi Conte è in vantaggio e si è messo lì a ripassare la grammatica di Palazzo Chigi, smussando gli angoli più spigolosi. E visto che c’è approfitterà del suo libro, appena uscito, per andare in tv e ricordare l’avvenuta politica, da Carneade a Giuseppi, da avvocato del popolo a premier europeista, da populista a progressista. Perché Conte è fatto così: è un camaleonte mannaro.
Lo sta capendo la Schlein così come lo ha capito il vecchio Beppe Grillo, che ieri ha annunciato una nuova battaglia legale. Le agenzie battono infatti la notizia che «l’associazione Movimento 5 stelle di Genova (di cui Grillo è presidente del consiglio direttivo) ha notificato l’atto di citazione davanti al tribunale di Roma. La prima udienza sarà a fine luglio. La vertenza servirà a chiarire la titolarità di nome e logo del Movimento e, soprattutto, chi potrà utilizzarlo». «Massima tranquillità, lo sapevamo», commentano nell’entourage di Conte. Il quale sa che sono lontani i tempi in cui sul filo del diritto si decidevano le sorti di liste griffate 5 stelle e quel che «l’associazione Movimento 5 stelle di Genova» riuscì a ottenere da un giudice diversi anni fa, oggi conta poco. Grillo dovrà far pace con quel che Giuseppe Conte è oggi: il padrone dei 5 stelle. Un padrone elegante, camaleontico e cinico. Capace di nascondersi dietro una umiltà apparente quando Di Maio e Conte lo prendevano in considerazione per Palazzo Chigi: loro pensavano a Conte come un sarcofago dentro cui infilarsi; lui aveva già chiaro come papparseli. Divenne premier con la Lega alleata e gli piaceva essere di volta in volta avvocato del popolo e premier populista di un governo populista; padre sia dei decreti sicurezza che del reddito di cittadinanza. Per non dire di quando metteva fuori il petto contro i parametri di Bruxelles parlando di una manovra al 2,4%, salvo ritirarsi in zona cesarini e andar dietro a Rocco Casalino che si inventava una manovra al 2,04% deficit/Pil, «così salviamo la comunicazione». Le virgole, i puntini, le precisazioni: Conte ha steso tutti uccidendoli con la noia dei cavilli e delle noticine. Poi accadde che Salvini al Viminale saliva di gradimento fermando le navi (grazie ai consigli e ai provvedimenti di Piantedosi che era il suo capo di gabinetto) mentre Di Maio (che sciaguratamente si prese i ministeri dello Sviluppo e del Lavoro scontentando entrambi in una botta sola…) cadeva lentamente nei voti e nei sondaggi. Conte capì l’antifona e cominciò a parlare con Mattarella, a lavorare per la mutazione genetica. Che avvenne quando il Capitano commise l’errore di far cadere il governo e credere che saremmo andati al voto dopo appena un anno e mezzo di legislatura. Figurarsi se dopo un anno anno e mezzo i grillini volevano andare a casa; avrebbero fatto il governo pure con Marilyn Manson. Nacque così il Conte 2 col Pd, con Renzi e con tutti gli altri. Una sciagura che ben ricordiamo, tra autocertificazioni, lockdown, obblighi vaccinali e quant’altro. Cadde e tentò di fare il Conte ter ripenscando tra i disperati del Senato disponibili a un posticino di fine stagione. Venne a bussare a tutte le porte pur di avere la maggioranza una fiducia parlamentare. Quel terzo governo non gli riuscì perché la palla passò a Draghi e a quell’ammucchiata con tutti dentro, dal Pd alla Lega, dai 5 estelle a Forza Italia e compagnia cantante, che rivotarono green pass e obblighi vaccinali, Superbonus e decreti per armare l’Ucraina. Ora che Draghi si è tolto di mezzo, Conte sa che potrebbe… ricominciare dal tre. (E questo ci basta per tenerci la Meloni nonostante Urso, Schillaci, la Calderone, Giuli…)





