Catello Maresca (Ansa)
L’ex pm Catello Maresca si schiera con Nordio e riflette sulle cause della sfiducia dei cittadini nella categoria: «È venuta meno la terzietà per via di pregiudizi e ideologie di parte. Anche le forze dell’ordine ci contestano».
Magistrato, ex sostituto procuratore a Napoli
Voterò «Sì» al referendum perché credo nella giustizia e nel valore della magistratura. Troppo spesso si sostiene, in maniera semplicistica, che i giudici applichino solo la legge. Non è stato mai così, non lo è oggi e non lo sarà mai neanche domani. In realtà, la loro funzione è molto più complessa e consiste nel dare (e non fare) giustizia. Eppure, lo sentiamo dire spesso dai detrattori della funzione giudiziaria, per provare a circoscrivere e a limitare il potere esercitato dai giudici; o anche da appartenenti ad ambienti giudiziari, in tal caso prevalentemente per scopi difensivi, quando da una certa norma derivano effetti inattesi o, forse meglio, indesiderati per qualcuno.
Tuttavia, credo che nessuno, quando lo dice, lo pensi veramente e ne sia intimamente convinto. Se così fosse si perderebbe l’essenza stessa della funzione giudiziaria, che è di interpretazione delle norme e, nelle più alte espressioni, di nomofilassi. È un termine brutto di origine greca che significa garanzia di esatta ed uniforme interpretazione della legge, assicurando l’unità del diritto oggettivo nazionale e la certezza del diritto per i cittadini. Non proprio una cosa da poco. Se si associa all’efficienza e, quindi, alla tempestività della risposta giudiziaria, è uno di quegli elementi che consentono a un Paese di fare il salto di qualità, anche in termini di vivibilità, di ricchezza e di prodotto interno lordo. È la Giustizia, con la lettera maiuscola, che è cosa ben diversa dal semplice diritto.
La funzione di una giustizia giusta è collegata, però, all’esistenza di giudici giusti. È, quindi, quella che tende ad assicurare che la legge sia applicata correttamente e rapidamente e che sia interpretata con equità, talvolta con buon senso e, soprattutto, nello stesso modo nei confronti di chicchessia e in tutta Italia. Chi dice il contrario, e pensa di risolvere la pratica come una funzione da algoritmo più o meno standardizzata, probabilmente non ha capito niente, non solo di giustizia, ma proprio della vita.
Semmai dovesse accadere una cosa del genere, se non ci sarà più bisogno di uomini e donne per giudicare, ma basterà un computer, vorrà dire che l’umanità avrà rinunciato a se stessa, avrà smarrito la sua essenza. E avrà perso anche il senso della Giustizia. Ma oggi, fortunatamente, non è quel momento. C’è ancora bisogno, un maledetto bisogno di giudici, bravi, sereni e, come diceva mia nonna, giudiziosi. Non è un caso che in periodi di rivoluzione tecnologica digitale, proprio il campo del diritto sia uno di quelli più ostici anche per l’emergente Intelligenza artificiale.
Questo perché le norme sono generali e astratte, mentre la quotidianità è fatta di singoli casi, quasi sempre diversi tra loro, che vanno inquadrati e disciplinati, interpretando quelle norme generali e «adattandole» all’ipotesi specifica. Si definisce, in gergo giuridichese, un’operazione ermeneutica, che fa non a caso rima con ermetico: difficile da comprendere. L’interpretazione, quindi, in sé è una necessità, non un male, anzi è l’unico modo per rendere concreto ed effettivo il dettato normativo che nasce per disciplinare materie in senso generale e astratto. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di magistrati e di avvocati, non ci sarebbero controversie, né decisioni. Falcone e Calamandrei sarebbero vissuti, avrebbero lavorato e sarebbero morti per nulla. Non avremmo processi e nemmeno tante trasmissioni televisive che sono seguite da milioni di telespettatori che provano a scimmiottarli. A differenza dei programmi tv, però, l’interpretazione, quella vera, quella importante perché decisiva, deve essere libera e non condizionata, né da pregiudizi né da inclinazioni politiche. Il processo è un luogo sacro e tutto quello che tende a smentirlo è sacrilego. Al di là della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che ha un valore fondamentalmente estetico, il vero obiettivo della riforma Nordio è questo.
Ho fatto il pubblico ministero per oltre 25 anni e oggi faccio il giudice, e mai, in oltre un quarto di secolo, ho pensato di condizionare o di poter essere condizionato dai miei colleghi in toga. E sono certo che questo accada nella grandissima parte delle volte. Ma è altrettanto innegabile che, invece, in casi sparuti e in alcuni momenti della storia, per effetto di pochi episodi molto rumorosi, questa terzietà della giurisdizione sembra venire meno, almeno agli occhi del cittadino comune. Poi, magari concretamente non è neanche vero, o non lo è completamente. Ma il messaggio che passa è devastante, perché agli occhi della maggioranza dei cittadini la giustizia perde il suo connotato fondamentale: la terzietà e l’equilibrio. Un caso emblematico, che ci dovrebbe far riflettere profondamente, è drammaticamente espresso nella frase «tanto è inutile che li arrestano (o che li arrestiamo) perché i giudici li fanno subito uscire». E quando a dirlo sono anche gli operatori di polizia significa che siano davvero giunti a un punto critico. Si è persa non solo la fiducia nei giudici, ma si stanno sgretolando le fondamenta stesse delle istituzioni statali.
Allora la riforma della giustizia è diventata una esigenza ineludibile e necessaria. Purtroppo, averla trasformata in un terreno di competizione politica è stato da irresponsabili. Si sarebbe dovuto prendere atto della situazione e individuare in maniera condivisa un percorso nell’interesse del Paese per ridare credibilità e affidabilità al sistema giustizia, che, peraltro, resta ancora un baluardo contro le mafie, un’altra non secondaria implicazione che analizzeremo in un’altra occasione. Togliere potere alle correnti in magistratura significa proprio questo: assicurare una giustizia libera da pregiudizi, scevra da condizionamenti legati al governo di turno, non addomesticata o addomesticabile attraverso simpatie ideologiche che pure, purtroppo, in passato sono esistite.
Negare tutto questo e non avere la lungimiranza di andare oltre, nell’interesse dell’Italia, rappresenta un limite pesantissimo che rende il risultato incerto e, comunque vada, la riforma monca. Dai cocci di questa battaglia, si dovrà ripartire per ricostruire Giudici e Giustizia.
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Giuseppe Giangrande
Il maresciallo costretto a vivere su una sedia a rotelle dopo l’attentato del 2013 davanti a Palazzo Chigi: «Ho aderito all’appello della “Verità”. Gli agenti non sono tutelati e le espulsioni non vengono eseguite. Il pacchetto sicurezza del governo ci voleva».
Il prossimo settembre compirà 63 anni il maresciallo in congedo Giuseppe Giangrande. Originario di Monreale (Palermo), inviato di rinforzo a Roma dal Battaglione carabinieri Toscana, la sua vita fu stravolta la mattina del 28 aprile 2013 mentre prestava servizio d’ordine davanti a Palazzo Chigi nel giorno dell’insediamento del governo Letta.
Un suo quasi coetaneo, Luigi Preiti di 49 anni, all’improvviso si mise a sparare contro i carabinieri e il primo a essere colpito, al collo, fu Giangrande; poi l’uomo, arrivato quella stessa mattina dalla Calabria, ferì a una gamba il carabiniere scelto Francesco Negri, allora trentenne e ne sfiorò altri due. Voleva colpire dei politici, «in testa avevo Berlusconi, Bersani o Monti, erano loro i miei obiettivi», disse Preiti che sta terminando di scontare 16 anni di reclusione. Uscirà quest’anno.
Ha ripetuto che non aveva nulla contro i carabinieri, ma Giangrande da quel giorno è rimasto tetraplegico. Per le gravissime lesioni permanenti ha affrontato lunghe cure, è stato parecchio tempo ricoverato. Vive a Prato accudito dalla figlia Martina, 35 anni, e circondato dalla solidarietà di tante persone che lo aiutano ad affrontare i gravi problemi fisici e l’hanno sostenuto pure economicamente.
Maresciallo, ha saputo della sottoscrizione aperta dalla Verità?
«Certo, anch’io ho mandato il mio contributo. I carabinieri sono molto solidali tra di loro. E se c’è tanta generosità è perché i cittadini sono vicini alle forze dell’ordine».
La colpirono «per sbaglio», ma per quel proiettile esploso a breve distanza rimase invalido a 50 anni.
«È il nostro lavoro, sappiamo che è pieno di rischi. Ho solo svolto il mio dovere. Purtroppo abbiamo a che fare con gente priva di scrupoli: persone che sanno che cosa facciamo noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro. Le forze dell’ordine non sono sufficientemente tutelate, chi delinque rimane sul nostro territorio e i decreti di espulsione non vengono eseguiti. La pena deve essere certa e sicura, anche se il governo sta facendo molto con il pacchetto sicurezza, che a oggi mancava».
Lei si è sentito tutelato?
«Dall’Arma sì. E continuo a sentire il sostegno dei cittadini di Prato, così pure di ogni parte d’Italia. Non si sono dimenticati di me, questo dà forza. Anche il vicebrigadiere Emanuele Marroccella non si sentirà solo dopo tanta solidarietà dimostrata. Però carabinieri e poliziotti devono sentirsi tranquilli di operare e intervenire sul territorio nei termini di legge».
Preiti ha chiesto più volte di incontrarla, lei ha detto no.
«Assolutamente no. Nella sua incoscienza ha voluto fare del male, in reazione al suo fallimento economico, sociale, affettivo. Se i militari della mia squadra non fossero intervenuti poteva essere una strage perché quell’uomo aveva altri 50 proiettili nel borsello, oltre a quelli nel caricatore di una pistola comprata al mercato nero, con la matricola abrasa».
Posso chiederle come sta fisicamente?
«Ogni giorno c’è una guerra da combattere, le lesioni che ho riportato, non solo quella più grave alla spina dorsale, mi hanno reso molto fragile. Però reagisco, mi muovo sulla sedia a rotelle, vado nelle scuole dove sono invitato a parlare con i ragazzi di legalità, di come combattere droghe e bullismo».
A darle forza è anche sua figlia Martina, che l’aveva risvegliata dal coma farmacologico. E che ha scelto di restarle accanto.
«Mi sento colpevole nei suoi confronti perché le ho strappato la gioventù. Mia moglie era morta per un infarto due mesi prima che venissi colpito a Roma, Martina continua a vivere con me. Ha il suo lavoro e io sono l’altro suo impegno, svolto con devozione e amore».
«Posso ritenermi fortunata perché mio padre è con noi: parliamo tanto e a volte litighiamo, anche se purtroppo da quel giorno è rimasto tetraplegico», aveva scritto sua figlia a Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore colpito per errore da un proiettile nel 2019.
«Insieme avevamo aggiunto: “Noi abbiamo avuto il supporto dell’Arma che non ci ha mai lasciato soli e ci ha supportato in tutto e per tutto. Ricorda Manuel, potrai fare tutto quello che vorrai, perché le barriere ce le creiamo solamente noi nella nostra testa, ma possiamo fare tutto: basta volerlo ed essere sostenuti dalle persone che ci vogliono bene”».
I suoi colleghi dicono che lei era uno sportivo, sempre in allenamento. Sarà dura guardarsi indietro, inchiodato su una sedia a rotelle e con problemi nei movimenti.
«Quello che mi pesa di più è non aver mantenuto la promessa a mia figlia di portarla a Parigi con me. Non posso prendere un aereo per la lesione provocata anche a un polmone, in auto non se ne parla. Nemmeno questo piccolo gesto ho potuto fare per Martina e questo, sì, è un dolore».
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La villetta di Jonathan Rivolta a Lonate Pozzolo. Nel riquadro, Adamo Massa (Ansa)
Le incredibili parole del cugino dell’uomo pugnalato per legittima difesa fanno capire come per questa gente il crimine sia diventato la normalità. Intanto il giornale dei vescovi attacca il governo che cerca di rimediare.
«Era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». Ovvio. Tutti scassiniamo le porte delle villette e freghiamo l’argenteria mentre i proprietari sono fuori casa. Tutti, una volta beccati mentre stiamo svaligiando l’appartamento, invece di alzare le mani, arrendersi o scappare, reagiamo aggredendo a pugni in faccia chi ci ha sorpresi. Tutti poi abbiamo una fedina penale lunga un metro e ce ne andiamo a spasso con complici che ci scaricano in strada, lasciandoci davanti al pronto soccorso prima di darsela a gambe levate. Sì, Adamo Massa, il rom ucciso durante un tentativo di furto a Lonate Pozzolo, era proprio un tipo normale, che faceva quello che fanno tutti. «Rubare era il suo lavoro», ha spiegato il cugino.
Capisco che i parenti stretti piangano il defunto. Capisco anche che siano addolorati per quei bambini rimasti orfani. Ma sostenere che il sinti ucciso fosse un tipo normale, che si aggirava fra le casette di periferia per lavorare, come fan tutti, mi risulta difficile. I precedenti penali dimostrano piuttosto che non era un rapinatore improvvisato. Secondo i carabinieri faceva parte di un sodalizio criminale strutturato, specializzato in furti e rapine di anziani, colpiti nelle loro abitazioni. Pare che di volta in volta si spacciasse per tecnico del gas, oppure per uomo delle forze dell’ordine. Convinceva le vittime a farlo entrare in casa dove, una volta dentro, svaligiava i poveretti di gioielli e risparmi per poi darsi alla fuga con la refurtiva. Quando nel 2018 i militari dell’Arma lo agguantarono, durante le perquisizioni trovarono mezzi con targhe contraffate, sirene e lampeggianti, radio ricetrasmittenti per ascoltare le comunicazioni della polizia, parrucche, casacche e divise. Ma soprattutto scovarono 25.000 euro in contanti, frutto dell’attività criminale, che era talmente ben avviata da disporre di una specie di garage-camerino, dove la banda preparava i colpi, predisponendo la sceneggiata per raggirare i malcapitati.
Insomma, il suo lavoro – quello rivendicato dal cugino - consisteva nel truffare e derubare le persone. «Perché? Perché me l’hanno ammazzato»,” ha chiesto la madre. La risposta è nella fedina penale del rom. Perché ha provato a svaligiare una villetta pensando che non ci fosse nessuno e invece si è trovato davanti un giovane. Avrebbe potuto arrendersi, oppure scappare, invece ha colpito il padrone di casa con una gragnola di pugni, provocandogli anche una ferita alla testa. E la vittima, invece di soccombere davanti all’aggressione, impugnava un coltello e lo ha usato per difendersi. «Non è giusto», ha detto il cugino di Adamo Massa, quello secondo cui il rapinatore era un tipo normale, che era lì, a Lonate Pozzolo, per lavorare. «Non è giusto essere ammazzati». Certo, siamo d’accordo, ma non è giusto nemmeno rubare e aggredire le vittime che non ci stanno a vedersi svaligiare la casa. E purtroppo, come da tempo cerchiamo di spiegare, è il delinquente che entrando in un’abitazione o in un negozio per saccheggiarli si assume il rischio di una reazione. Non può essere la vittima a salire sul banco degli imputati. È il criminale a mettere in pericolo la vita dei derubati prima ancora che la propria. E se ci scappa il morto la colpa non può che essere unicamente del balordo.
Le giustificazioni dei parenti di Massa, tuttavia, mettono in luce un aspetto che non si può e non si deve sottovalutare. Nei campi rom c’è chi pensa che rubare sia un lavoro. E che la reazione, anche violenta, a una rapina non sia contemplata: la vittima deve subire, non certo reagire. Ed è altrettanto evidente che troppo spesso i campi rom sono centri di illegalità, luoghi dove la legge non esiste e dove i malviventi godono dell’impunità. A loro di sicuro non tolgono i bambini perché non hanno il bagno in casa. Nelle loro baracche possono nascondere ogni cosa e nessuno ne chiede conto. Di recente, un turista straniero a cui avevano rubato la valigia, grazie a un Gps ha individuato l’accampamento in cui era finita, ma i vigili non hanno potuto recuperarla, come se il campo godesse del privilegio dell’extraterritorialità. Sì, è tutto incredibile, come solo in questo Paese può accadere. Rubare è rivendicato, nel silenzio generale, come un lavoro. Le baracche dei rom sono inviolabili. Le donne possono borseggiare a piacimento senza finire in galera, i figli vengono cresciuti nell’illegalità. E quando il governo, per garantire la sicurezza dei cittadini, vara un pacchetto di misure per combattere la criminalità, il giornale dei vescovi vi si mette contro. I titoli di Avvenire ieri sembravano quelli del Manifesto, con accuse di incostituzionalità e di criminalizzazione del dissenso. Poi uno si domanda perché le chiese si svuotino e perché gli elettori si buttino a destra.
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(IStock)
Questa truffa sulle liste di attesa serve solo per far raggiungere alle Asl gli obiettivi previsti e ai manager i relativi bonus. C’è materiale perché i pm indaghino: come mai non lo fanno?
Come se non bastassero le liste di attesa, ci sono anche le truffe sulle liste di attesa. Di che si tratta? In molte Asl si fissano esami, che sono molto urgenti, a distanza di mesi o anni, ma sulla prenotazione, per pararsi le terga, si scrive che il paziente ha rifiutato una data precedente. Ebbene, con questo escamotage i manager incassano i premi ma il paziente, in realtà, quella proposta non l’ha mai ricevuta. È qui che i manager incassano perché in questo modo si aggira la legge da una parte e dall’altra si taroccano le statistiche. In altri termini funziona così: «Io ti avevo proposto una data precedente ma, avendola tu rifiutata, ho dovuto dartene una molto più lontana».
Questa fogna è stata scoperta da Mario Giordano, e dalla trasmissione Fuori dal Coro, che l’ha brevemente illustrato ieri su questo giornale. Ha raccontato della signora Marisa che vive a Ischia e ha un figlio di 19 anni di nome Riccardo, con un grave problema agli occhi, che dovrà fare un trapianto di cornea e che, rivoltosi all’Asl il 12 dicembre 2025, gli è stato fissato l’esame il 7 gennaio 2027. Sul foglio di prenotazione c’è scritto: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per giovedì 26 marzo 2026» ma, come scrive Giordano, «con un piccolo particolare: Marisa e Riccardo non hanno mai rinunciato a quella visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. Li hanno presi in giro».
Di questi casi Giordano ne ha trovati, insieme alla sua brillante redazione, decine e nell’articolo si è rivolto al ministro della Sanità per chiedere conto di tutto questo. Io mi voglio rivolgere a un altro interlocutore che, con tutto questo materiale potrebbe intervenire e aprire un’indagine: il pubblico ministero, il cosiddetto pm. È successo altre volte e, dunque, ci sono precedenti di inchieste giornalistiche, divulgate dalla stampa o sulla televisione, che abbiano costituito materiale sufficiente perché i pm aprissero un fascicolo, iniziassero un’indagine che, tra l’altro, spesso, ha portato all’incriminazione dei soggetti indicati da chi aveva svolto l’inchiesta giornalistica; come si dice in gergo, «il precedente non manca».
In Italia, infatti, a nome del Codice di procedura penale e secondo il diritto processuale penale, a norma dell’articolo 335, appena ricevuta una notizia di reato (in gergo detta notitia criminis), cioè un’informazione che il pm riceve su fatti e circostanze che potrebbero costituire un reato, avvia le indagini preliminari e, magari, l’azione penale. Questa avviene dopo una denuncia, un referto o un’informativa della polizia giudiziaria e viene iscritta in un apposito registro. A mio modesto avviso, questi servizi potrebbero essere acquisiti dal pm attraverso la polizia giudiziaria per dare inizio, dopo le adeguate verifiche, alle indagini vere e proprie. In Italia esiste anche l’«obbligatorietà dell’azione penale» imposta al pm dall’articolo 112 della Costituzione. Esso impone al pm il dovere di avviare le indagini una volta che riceve una notitia criminis. Si è dibattuto molto in Italia su questo articolo-principio, soprattutto per i criteri di priorità e per la mancanza di risorse per le quali i pm non possono dare corso a tutte le notizie di reato ma, in questo caso specifico, si tratta di casi urgenti nei quali vi è in gioco la perdita di funzioni vitali e cognitive del corpo umano, quindi, non c’è dubbio che la priorità sia assolutamente assodata. Proprio per questo è utile citare l’articolo 112 della Costituzione che recita: «Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale». È vero che il pm non può avviare le indagini se non viene a conoscenza di un fatto che potrebbe costituire reato - ovviamente -, ma nel caso in cui ne venisse a conoscenza, può avviare l’azione penale anche senza attendere una denuncia. Quest’azione non è discrezionale salvo, ovviamente, ciò che è stato oggetto di dibattito e cioè la priorità di alcune azioni su altre e le risorse a disposizione perché il pm possa occuparsene.
Ci pare che, nel caso descritto, la polizia giudiziaria possa acquisire questo materiale come notitia criminis da consegnare al pm stesso. È pur vero che il ministero della Salute ha poteri ispettivi e talora anche commissariali, cioè può inviare un commissario là dove, detto in termini semplici, c’è puzza di bruciato. In questo caso non c’è puzza di bruciato, c’è un incendio in cui vengono bruciati i diritti alla salute dei cittadini italiani per scopi ignobili e cioè di riscossione, da parte dei manager pubblici, di premi per l’efficienza delle strutture da loro gestite.
Peccato che, in questo caso, l’efficienza sia falsa o, meglio, falsata. In questo frangente ci preoccupa di più la possibilità che cittadini italiani siano privati del diritto alla salute con gravi conseguenze, come la perdita della vista nel caso che abbiamo citato all’inizio della signora Marisa e di suo figlio Riccardo di 19 anni, che una vera e propria truffa. Ovviamente attendiamo l’indagine della magistratura per confermare questa asserzione, per confermare la presenza di un reato molto grave.
Chi ripagherà questo ragazzo di 19 anni che rischia di perdere la vista? Chi ripagherà Liliana, che vive a Reggio Calabria, cardiopatica invalida che ha bisogno urgente di una visita pneumologica e che si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025 vedendosi concedere solo il 24 marzo 2026 la visita stessa? Anche in questo caso, come scritto da Giordano, «sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: l’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025. Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha proposta». Non c’è materiale a sufficienza perché qualcuno si sbrighi a denunciare questi fatti in modo che il pm possa procedere contro - se tutto verrà confermato dalle indagini stesse e dal rinvio a giudizio che ne seguirà - questi farabutti?
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