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2019-12-03
Conte agita le carte e attacca Salvini. Ue e Lega lo sbugiardano in diretta
Ansa
«Lo ha detto tra parentesi…». Sono la 17 e 30 di ieri, Matteo Salvini ha appena concluso il suo intervento in Senato. Ha fatto a pezzettini il premier col ciuffo, Giuseppe Conte, che aveva in precedenza, prima alla Camera e poi a Palazzo Madama, letto il compitino preparato dai suoi uffici per tentare di respingere il mare di critiche sul suo comportamento in merito alla riforma del Mes. Salvini lo fulmina in chiusura di intervento: «Lo dico tra parentesi: si vergogni».
La sinistra chiede al presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, di censurare la frase di Salvini. «Lo ha detto tra parentesi», dice la Casellati, prima di richiamare il leader della Lega. Si chiude così l'ennesimo giorno più lungo del premier bifronte. Conte si presenta in aula alla Camera, alle 13. Legge il suo discorsetto, attacca le opposizioni, in particolare Salvini: «Se le accuse di tradimento», dice l'ex avvocato del popolo, «sul negoziato con l'Europa sul Mes rivolte dalle opposizioni al presidente del Consiglio non avessero fondamento e anzi fosse dimostrato che chi le ha mosse era ben consapevole della loro falsità, avremmo la prova che chi ora è all'opposizione e si è candidato a governare il Paese con pieni poteri, sta dando prova, e purtroppo non sarebbe la prima volta, di scarsa cultura delle regole e della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni».
«Se questo fosse il caso, infatti», aggiunge Conte, «saremmo di fronte a un comportamento fortemente irresponsabile, perché una falsa accusa di alto tradimento della Costituzione è questione differente dall'accusa di avere commesso errori politici o di avere fatto cattive riforme: è un'accusa che non si limita solo a inquinare il dibattito pubblico e a disorientare i cittadini, è indice della forma più grave di spregiudicatezza perché pur di lucrare un qualche effimero vantaggio finisce per minare alle basi la credibilità delle istituzioni democratiche e la fiducia che i cittadini ripongono in esse».
«Pur di attaccare la mia persona e il governo», dice ancora il premier, «non ci si è fatti scrupolo, e mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui disinvoltura a restituire la verità e la cui resistenza a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni, di diffondere notizie allarmistiche, palesemente false, che hanno destato preoccupazione nei cittadini e, in particolare, nei risparmiatori». La leader di Fdi risponde furiosa: «Lei è un presidente che ci riempie di menzogne».
Ma quali sarebbero le bugie dell'opposizione? Conte prova a elencarle: «È stato detto che sarebbe prevista la confisca dei conti correnti dei risparmiatori e, più in generale, che tutti i nostri risparmi verrebbero posti a rischio; è stato detto che il Mes servirebbe solo a beneficiare le banche altrui e non le nostre. È stato anche detto che il Mes sarebbe stato già firmato, e per giunta di notte. Anche chi è all'opposizione ha compiti di responsabilità».
Conte agita le carte, vuol far vedere che sa il fatto suo. Peccato che, proprio in quei minuti, un'agenzia lo smentisca in diretta: la riforma del trattato sul Mes, dicono fonti dell'Eurogruppo, «è stata già approvata a giugno, stiamo solo discutendo la legislazione secondaria, meglio chiudere ora». È la pietra tombale di tutto il ragionamento del premier e del Pd. Ed è una pezza d'appoggio alle critiche di Salvini grossa come una cosa, giunta per di più dalla fonte meno attesa.
«Li avete sentiti i 5 stelle alla Camera?», tuona Salvini, «han detto che è tutto aperto... delle due l'una. A me risulta che questi qua abbiano già dato la parola e mai nella vita si sognano di tornare indietro... O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio. Non è che ci siano altre ipotesi...».
Dopo gli schiaffi presi dall'Eurogruppo, tuttavia, a Conte arriva anche la bordata leghista su un altro punto chiave della vicenda: la trasparenza. Tutti sapevano tutto, dice il premier. Nessun segreto, nessun mistero.
Ricorda diversamente il senatore leghista Alberto Bagnai, che in Aula ha ricordato un episodio finora non reso noto delle fasi preparatorie del Mes: «Sicuramente», ha tuonato dal banco l'economista del Carroccio, «non può non sapere di quando io, Garavaglia, Castelli e un quidam de populo che non nomino siamo stati rinchiusi in una stanza a Palazzo Chigi il giorno prima dell'Eurogruppo a vedere un testo con parantesi quadre ancora non risolte, con un attonito capo di gabinetto degradato a livello di bidello di scuola materna che doveva controllare che non prendessimo appunti, che non fotografassimo e comunicassimo con l'esterno. Questa è la condivisione che ha avuto con noi». A Bagnai fa eco, su Twitter, l'altro economista della Lega, il deputato Claudio Borghi, che chiosa: «Ecco qui quando è apparso il testo del Mes. Volevo lasciare che fosse Bagnai a rivelarlo. Il 15 giugno, in una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a 4 persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Borghi posta anche la foto di una chat che, assicura, è proprio di quei giorni. Bagnai gli scriveva: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci col memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Chiamiamolo metodo Mes. Che poi è semplicemente il metodo Ue.
Carlo Tarallo
Italia 1 incalza Giuseppi: «Mentì sul concorso all’università?»
Dopo la clamorosa smentita della tesi di Giuseppe Conte, che s'era detto non al corrente di essere un papabile premier quando firmò il parere per Fiber 4.0 (la sera prima di consegnarlo era a un vertice con Matteo Salvini e Luigi Di Maio), si prospetta un'altra grana per la reputazione del presidente del Consiglio. Stavolta, non nelle sue vesti di avvocato del popolo, ma di avvocato privato, per clienti di prestigio, come l'Autorità garante per la protezione dei dati personali.
La vicenda rischia di proiettare ombre inquietanti sul rapporto di Conte con il suo mentore Guido Alpa e sulla legittimità del concorso da professore ordinario, che il premier vinse nel 2002 e nella cui commissione figurava proprio il giurista piemontese.
La storia la racconteranno Antonino Monteleone e Marco Occhipinti questa sera, alle Iene, su Italia 1, alle ore 21.15. E ovviamente andranno a raccogliere anche la versione di Conte. I due già l'anno scorso avevano messo sotto la lente d'ingrandimento la relazione professionale del presidente del Consiglio con il professore, titolare di una cattedra di diritto civile alla Sapienza. Le iene avevano indagato sullo studio legale che lo stesso Giuseppi, nel proprio curriculum, dichiarava di aver aperto con Alpa a Roma, in via Cairoli, zona Esquilino. Secondo le spiegazioni fornite dal premier in una lettera a Repubblica dell'8 ottobre 2018, si trattava in realtà di un appartamento in cui gli inquilini condividevano solamente numero di telefono e segretaria, pagando però due affitti diversi e soprattutto fatturando ciascuno per conto proprio. Alpa era al piano di sotto, Conte al piano di sopra, ma i professionisti lavoravano separatamente.
Sullo sfondo, c'era il concorso del 2002 da professore ordinario per l'università casertana Luigi Vanvitelli, con cui Conte ottenne l'abilitazione e nella cui commissione sedeva anche Alpa. Chiaramente, se fosse provato che i due avvocati erano effettivamente associati, ne deriverebbe che quel concorso era viziato.
Le Iene ritengono di aver raccolto un nuovo indizio che farebbe sospettare che il premier abbia mentito sulla vicenda. Il 29 gennaio del 2002, ovvero sei mesi prima che si concludesse il concorso a Caserta, l'Autorità garante per la protezione dei dati personali invia una lettera d'incarico per la propria difesa nell'ambito di una controversia con la Rai e l'Agenzia delle entrate, aperta al tribunale civile di Roma. La missiva, rilevano Monteleone e Occhipinti, «ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo»: via Sardegna 38, Roma. Destinatari, proprio Guido Alpa e Giuseppe Conte.
Ma allora, se i due avvocati lavoravano e fatturavano indipendentemente, che senso aveva spedire un'unica lettera a entrambi? E soprattutto, perché nel suo curriculum Giuseppi alludeva a uno studio in via Cairoli, se questa lettera d'incarico mostrerebbe che Conte era domiciliato presso lo studio Alpa in via Sardegna, a due passi da via Veneto, a mezz'ora di camminata dall'Esquilino?
D'altra parte, la redazione delle Iene ricorda di aver presentato due richieste di accesso agli atti per verificare che le dichiarazioni del presidente del Consiglio fossero vere. L'Autorità, però, le ha respinte entrambe. E Conte non ha mai mostrato la fattura di questa prestazione legale: se fosse intestata solo a lui, il premier fugherebbe ogni dubbio su un eventuale rapporto professionale con Alpa e, conseguentemente, sulla sua carriera accademica.
L'avvocato del popolo si avvarrà ancora della facoltà di non rispondere al popolo?
Alessandro Rico
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Dura reprimenda del presidente al leader leghista in Senato. «Trattato già firmato? Falso, studia i dossier» Ma l'Eurogruppo: «Riforma approvata». Bagnai: «Vedemmo il testo solo il 15 giugno. E sotto sorveglianza».Il mentore lo promosse alla prova da prof sei mesi dopo un incarico legale comune.Lo speciale contiene due articoli«Lo ha detto tra parentesi…». Sono la 17 e 30 di ieri, Matteo Salvini ha appena concluso il suo intervento in Senato. Ha fatto a pezzettini il premier col ciuffo, Giuseppe Conte, che aveva in precedenza, prima alla Camera e poi a Palazzo Madama, letto il compitino preparato dai suoi uffici per tentare di respingere il mare di critiche sul suo comportamento in merito alla riforma del Mes. Salvini lo fulmina in chiusura di intervento: «Lo dico tra parentesi: si vergogni». La sinistra chiede al presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, di censurare la frase di Salvini. «Lo ha detto tra parentesi», dice la Casellati, prima di richiamare il leader della Lega. Si chiude così l'ennesimo giorno più lungo del premier bifronte. Conte si presenta in aula alla Camera, alle 13. Legge il suo discorsetto, attacca le opposizioni, in particolare Salvini: «Se le accuse di tradimento», dice l'ex avvocato del popolo, «sul negoziato con l'Europa sul Mes rivolte dalle opposizioni al presidente del Consiglio non avessero fondamento e anzi fosse dimostrato che chi le ha mosse era ben consapevole della loro falsità, avremmo la prova che chi ora è all'opposizione e si è candidato a governare il Paese con pieni poteri, sta dando prova, e purtroppo non sarebbe la prima volta, di scarsa cultura delle regole e della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni». «Se questo fosse il caso, infatti», aggiunge Conte, «saremmo di fronte a un comportamento fortemente irresponsabile, perché una falsa accusa di alto tradimento della Costituzione è questione differente dall'accusa di avere commesso errori politici o di avere fatto cattive riforme: è un'accusa che non si limita solo a inquinare il dibattito pubblico e a disorientare i cittadini, è indice della forma più grave di spregiudicatezza perché pur di lucrare un qualche effimero vantaggio finisce per minare alle basi la credibilità delle istituzioni democratiche e la fiducia che i cittadini ripongono in esse». «Pur di attaccare la mia persona e il governo», dice ancora il premier, «non ci si è fatti scrupolo, e mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui disinvoltura a restituire la verità e la cui resistenza a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni, di diffondere notizie allarmistiche, palesemente false, che hanno destato preoccupazione nei cittadini e, in particolare, nei risparmiatori». La leader di Fdi risponde furiosa: «Lei è un presidente che ci riempie di menzogne». Ma quali sarebbero le bugie dell'opposizione? Conte prova a elencarle: «È stato detto che sarebbe prevista la confisca dei conti correnti dei risparmiatori e, più in generale, che tutti i nostri risparmi verrebbero posti a rischio; è stato detto che il Mes servirebbe solo a beneficiare le banche altrui e non le nostre. È stato anche detto che il Mes sarebbe stato già firmato, e per giunta di notte. Anche chi è all'opposizione ha compiti di responsabilità». Conte agita le carte, vuol far vedere che sa il fatto suo. Peccato che, proprio in quei minuti, un'agenzia lo smentisca in diretta: la riforma del trattato sul Mes, dicono fonti dell'Eurogruppo, «è stata già approvata a giugno, stiamo solo discutendo la legislazione secondaria, meglio chiudere ora». È la pietra tombale di tutto il ragionamento del premier e del Pd. Ed è una pezza d'appoggio alle critiche di Salvini grossa come una cosa, giunta per di più dalla fonte meno attesa.«Li avete sentiti i 5 stelle alla Camera?», tuona Salvini, «han detto che è tutto aperto... delle due l'una. A me risulta che questi qua abbiano già dato la parola e mai nella vita si sognano di tornare indietro... O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio. Non è che ci siano altre ipotesi...».Dopo gli schiaffi presi dall'Eurogruppo, tuttavia, a Conte arriva anche la bordata leghista su un altro punto chiave della vicenda: la trasparenza. Tutti sapevano tutto, dice il premier. Nessun segreto, nessun mistero.Ricorda diversamente il senatore leghista Alberto Bagnai, che in Aula ha ricordato un episodio finora non reso noto delle fasi preparatorie del Mes: «Sicuramente», ha tuonato dal banco l'economista del Carroccio, «non può non sapere di quando io, Garavaglia, Castelli e un quidam de populo che non nomino siamo stati rinchiusi in una stanza a Palazzo Chigi il giorno prima dell'Eurogruppo a vedere un testo con parantesi quadre ancora non risolte, con un attonito capo di gabinetto degradato a livello di bidello di scuola materna che doveva controllare che non prendessimo appunti, che non fotografassimo e comunicassimo con l'esterno. Questa è la condivisione che ha avuto con noi». A Bagnai fa eco, su Twitter, l'altro economista della Lega, il deputato Claudio Borghi, che chiosa: «Ecco qui quando è apparso il testo del Mes. Volevo lasciare che fosse Bagnai a rivelarlo. Il 15 giugno, in una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a 4 persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Borghi posta anche la foto di una chat che, assicura, è proprio di quei giorni. Bagnai gli scriveva: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci col memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Chiamiamolo metodo Mes. 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Stavolta, non nelle sue vesti di avvocato del popolo, ma di avvocato privato, per clienti di prestigio, come l'Autorità garante per la protezione dei dati personali. La vicenda rischia di proiettare ombre inquietanti sul rapporto di Conte con il suo mentore Guido Alpa e sulla legittimità del concorso da professore ordinario, che il premier vinse nel 2002 e nella cui commissione figurava proprio il giurista piemontese. La storia la racconteranno Antonino Monteleone e Marco Occhipinti questa sera, alle Iene, su Italia 1, alle ore 21.15. E ovviamente andranno a raccogliere anche la versione di Conte. I due già l'anno scorso avevano messo sotto la lente d'ingrandimento la relazione professionale del presidente del Consiglio con il professore, titolare di una cattedra di diritto civile alla Sapienza. Le iene avevano indagato sullo studio legale che lo stesso Giuseppi, nel proprio curriculum, dichiarava di aver aperto con Alpa a Roma, in via Cairoli, zona Esquilino. Secondo le spiegazioni fornite dal premier in una lettera a Repubblica dell'8 ottobre 2018, si trattava in realtà di un appartamento in cui gli inquilini condividevano solamente numero di telefono e segretaria, pagando però due affitti diversi e soprattutto fatturando ciascuno per conto proprio. Alpa era al piano di sotto, Conte al piano di sopra, ma i professionisti lavoravano separatamente. Sullo sfondo, c'era il concorso del 2002 da professore ordinario per l'università casertana Luigi Vanvitelli, con cui Conte ottenne l'abilitazione e nella cui commissione sedeva anche Alpa. Chiaramente, se fosse provato che i due avvocati erano effettivamente associati, ne deriverebbe che quel concorso era viziato. Le Iene ritengono di aver raccolto un nuovo indizio che farebbe sospettare che il premier abbia mentito sulla vicenda. Il 29 gennaio del 2002, ovvero sei mesi prima che si concludesse il concorso a Caserta, l'Autorità garante per la protezione dei dati personali invia una lettera d'incarico per la propria difesa nell'ambito di una controversia con la Rai e l'Agenzia delle entrate, aperta al tribunale civile di Roma. La missiva, rilevano Monteleone e Occhipinti, «ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo»: via Sardegna 38, Roma. Destinatari, proprio Guido Alpa e Giuseppe Conte. Ma allora, se i due avvocati lavoravano e fatturavano indipendentemente, che senso aveva spedire un'unica lettera a entrambi? E soprattutto, perché nel suo curriculum Giuseppi alludeva a uno studio in via Cairoli, se questa lettera d'incarico mostrerebbe che Conte era domiciliato presso lo studio Alpa in via Sardegna, a due passi da via Veneto, a mezz'ora di camminata dall'Esquilino? D'altra parte, la redazione delle Iene ricorda di aver presentato due richieste di accesso agli atti per verificare che le dichiarazioni del presidente del Consiglio fossero vere. L'Autorità, però, le ha respinte entrambe. E Conte non ha mai mostrato la fattura di questa prestazione legale: se fosse intestata solo a lui, il premier fugherebbe ogni dubbio su un eventuale rapporto professionale con Alpa e, conseguentemente, sulla sua carriera accademica. L'avvocato del popolo si avvarrà ancora della facoltà di non rispondere al popolo? Alessandro Rico
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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