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2019-12-03
Conte agita le carte e attacca Salvini. Ue e Lega lo sbugiardano in diretta
Ansa
«Lo ha detto tra parentesi…». Sono la 17 e 30 di ieri, Matteo Salvini ha appena concluso il suo intervento in Senato. Ha fatto a pezzettini il premier col ciuffo, Giuseppe Conte, che aveva in precedenza, prima alla Camera e poi a Palazzo Madama, letto il compitino preparato dai suoi uffici per tentare di respingere il mare di critiche sul suo comportamento in merito alla riforma del Mes. Salvini lo fulmina in chiusura di intervento: «Lo dico tra parentesi: si vergogni».
La sinistra chiede al presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, di censurare la frase di Salvini. «Lo ha detto tra parentesi», dice la Casellati, prima di richiamare il leader della Lega. Si chiude così l'ennesimo giorno più lungo del premier bifronte. Conte si presenta in aula alla Camera, alle 13. Legge il suo discorsetto, attacca le opposizioni, in particolare Salvini: «Se le accuse di tradimento», dice l'ex avvocato del popolo, «sul negoziato con l'Europa sul Mes rivolte dalle opposizioni al presidente del Consiglio non avessero fondamento e anzi fosse dimostrato che chi le ha mosse era ben consapevole della loro falsità, avremmo la prova che chi ora è all'opposizione e si è candidato a governare il Paese con pieni poteri, sta dando prova, e purtroppo non sarebbe la prima volta, di scarsa cultura delle regole e della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni».
«Se questo fosse il caso, infatti», aggiunge Conte, «saremmo di fronte a un comportamento fortemente irresponsabile, perché una falsa accusa di alto tradimento della Costituzione è questione differente dall'accusa di avere commesso errori politici o di avere fatto cattive riforme: è un'accusa che non si limita solo a inquinare il dibattito pubblico e a disorientare i cittadini, è indice della forma più grave di spregiudicatezza perché pur di lucrare un qualche effimero vantaggio finisce per minare alle basi la credibilità delle istituzioni democratiche e la fiducia che i cittadini ripongono in esse».
«Pur di attaccare la mia persona e il governo», dice ancora il premier, «non ci si è fatti scrupolo, e mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui disinvoltura a restituire la verità e la cui resistenza a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni, di diffondere notizie allarmistiche, palesemente false, che hanno destato preoccupazione nei cittadini e, in particolare, nei risparmiatori». La leader di Fdi risponde furiosa: «Lei è un presidente che ci riempie di menzogne».
Ma quali sarebbero le bugie dell'opposizione? Conte prova a elencarle: «È stato detto che sarebbe prevista la confisca dei conti correnti dei risparmiatori e, più in generale, che tutti i nostri risparmi verrebbero posti a rischio; è stato detto che il Mes servirebbe solo a beneficiare le banche altrui e non le nostre. È stato anche detto che il Mes sarebbe stato già firmato, e per giunta di notte. Anche chi è all'opposizione ha compiti di responsabilità».
Conte agita le carte, vuol far vedere che sa il fatto suo. Peccato che, proprio in quei minuti, un'agenzia lo smentisca in diretta: la riforma del trattato sul Mes, dicono fonti dell'Eurogruppo, «è stata già approvata a giugno, stiamo solo discutendo la legislazione secondaria, meglio chiudere ora». È la pietra tombale di tutto il ragionamento del premier e del Pd. Ed è una pezza d'appoggio alle critiche di Salvini grossa come una cosa, giunta per di più dalla fonte meno attesa.
«Li avete sentiti i 5 stelle alla Camera?», tuona Salvini, «han detto che è tutto aperto... delle due l'una. A me risulta che questi qua abbiano già dato la parola e mai nella vita si sognano di tornare indietro... O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio. Non è che ci siano altre ipotesi...».
Dopo gli schiaffi presi dall'Eurogruppo, tuttavia, a Conte arriva anche la bordata leghista su un altro punto chiave della vicenda: la trasparenza. Tutti sapevano tutto, dice il premier. Nessun segreto, nessun mistero.
Ricorda diversamente il senatore leghista Alberto Bagnai, che in Aula ha ricordato un episodio finora non reso noto delle fasi preparatorie del Mes: «Sicuramente», ha tuonato dal banco l'economista del Carroccio, «non può non sapere di quando io, Garavaglia, Castelli e un quidam de populo che non nomino siamo stati rinchiusi in una stanza a Palazzo Chigi il giorno prima dell'Eurogruppo a vedere un testo con parantesi quadre ancora non risolte, con un attonito capo di gabinetto degradato a livello di bidello di scuola materna che doveva controllare che non prendessimo appunti, che non fotografassimo e comunicassimo con l'esterno. Questa è la condivisione che ha avuto con noi». A Bagnai fa eco, su Twitter, l'altro economista della Lega, il deputato Claudio Borghi, che chiosa: «Ecco qui quando è apparso il testo del Mes. Volevo lasciare che fosse Bagnai a rivelarlo. Il 15 giugno, in una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a 4 persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Borghi posta anche la foto di una chat che, assicura, è proprio di quei giorni. Bagnai gli scriveva: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci col memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Chiamiamolo metodo Mes. Che poi è semplicemente il metodo Ue.
Carlo Tarallo
Italia 1 incalza Giuseppi: «Mentì sul concorso all’università?»
Dopo la clamorosa smentita della tesi di Giuseppe Conte, che s'era detto non al corrente di essere un papabile premier quando firmò il parere per Fiber 4.0 (la sera prima di consegnarlo era a un vertice con Matteo Salvini e Luigi Di Maio), si prospetta un'altra grana per la reputazione del presidente del Consiglio. Stavolta, non nelle sue vesti di avvocato del popolo, ma di avvocato privato, per clienti di prestigio, come l'Autorità garante per la protezione dei dati personali.
La vicenda rischia di proiettare ombre inquietanti sul rapporto di Conte con il suo mentore Guido Alpa e sulla legittimità del concorso da professore ordinario, che il premier vinse nel 2002 e nella cui commissione figurava proprio il giurista piemontese.
La storia la racconteranno Antonino Monteleone e Marco Occhipinti questa sera, alle Iene, su Italia 1, alle ore 21.15. E ovviamente andranno a raccogliere anche la versione di Conte. I due già l'anno scorso avevano messo sotto la lente d'ingrandimento la relazione professionale del presidente del Consiglio con il professore, titolare di una cattedra di diritto civile alla Sapienza. Le iene avevano indagato sullo studio legale che lo stesso Giuseppi, nel proprio curriculum, dichiarava di aver aperto con Alpa a Roma, in via Cairoli, zona Esquilino. Secondo le spiegazioni fornite dal premier in una lettera a Repubblica dell'8 ottobre 2018, si trattava in realtà di un appartamento in cui gli inquilini condividevano solamente numero di telefono e segretaria, pagando però due affitti diversi e soprattutto fatturando ciascuno per conto proprio. Alpa era al piano di sotto, Conte al piano di sopra, ma i professionisti lavoravano separatamente.
Sullo sfondo, c'era il concorso del 2002 da professore ordinario per l'università casertana Luigi Vanvitelli, con cui Conte ottenne l'abilitazione e nella cui commissione sedeva anche Alpa. Chiaramente, se fosse provato che i due avvocati erano effettivamente associati, ne deriverebbe che quel concorso era viziato.
Le Iene ritengono di aver raccolto un nuovo indizio che farebbe sospettare che il premier abbia mentito sulla vicenda. Il 29 gennaio del 2002, ovvero sei mesi prima che si concludesse il concorso a Caserta, l'Autorità garante per la protezione dei dati personali invia una lettera d'incarico per la propria difesa nell'ambito di una controversia con la Rai e l'Agenzia delle entrate, aperta al tribunale civile di Roma. La missiva, rilevano Monteleone e Occhipinti, «ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo»: via Sardegna 38, Roma. Destinatari, proprio Guido Alpa e Giuseppe Conte.
Ma allora, se i due avvocati lavoravano e fatturavano indipendentemente, che senso aveva spedire un'unica lettera a entrambi? E soprattutto, perché nel suo curriculum Giuseppi alludeva a uno studio in via Cairoli, se questa lettera d'incarico mostrerebbe che Conte era domiciliato presso lo studio Alpa in via Sardegna, a due passi da via Veneto, a mezz'ora di camminata dall'Esquilino?
D'altra parte, la redazione delle Iene ricorda di aver presentato due richieste di accesso agli atti per verificare che le dichiarazioni del presidente del Consiglio fossero vere. L'Autorità, però, le ha respinte entrambe. E Conte non ha mai mostrato la fattura di questa prestazione legale: se fosse intestata solo a lui, il premier fugherebbe ogni dubbio su un eventuale rapporto professionale con Alpa e, conseguentemente, sulla sua carriera accademica.
L'avvocato del popolo si avvarrà ancora della facoltà di non rispondere al popolo?
Alessandro Rico
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Dura reprimenda del presidente al leader leghista in Senato. «Trattato già firmato? Falso, studia i dossier» Ma l'Eurogruppo: «Riforma approvata». Bagnai: «Vedemmo il testo solo il 15 giugno. E sotto sorveglianza».Il mentore lo promosse alla prova da prof sei mesi dopo un incarico legale comune.Lo speciale contiene due articoli«Lo ha detto tra parentesi…». Sono la 17 e 30 di ieri, Matteo Salvini ha appena concluso il suo intervento in Senato. Ha fatto a pezzettini il premier col ciuffo, Giuseppe Conte, che aveva in precedenza, prima alla Camera e poi a Palazzo Madama, letto il compitino preparato dai suoi uffici per tentare di respingere il mare di critiche sul suo comportamento in merito alla riforma del Mes. Salvini lo fulmina in chiusura di intervento: «Lo dico tra parentesi: si vergogni». La sinistra chiede al presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, di censurare la frase di Salvini. «Lo ha detto tra parentesi», dice la Casellati, prima di richiamare il leader della Lega. Si chiude così l'ennesimo giorno più lungo del premier bifronte. Conte si presenta in aula alla Camera, alle 13. Legge il suo discorsetto, attacca le opposizioni, in particolare Salvini: «Se le accuse di tradimento», dice l'ex avvocato del popolo, «sul negoziato con l'Europa sul Mes rivolte dalle opposizioni al presidente del Consiglio non avessero fondamento e anzi fosse dimostrato che chi le ha mosse era ben consapevole della loro falsità, avremmo la prova che chi ora è all'opposizione e si è candidato a governare il Paese con pieni poteri, sta dando prova, e purtroppo non sarebbe la prima volta, di scarsa cultura delle regole e della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni». «Se questo fosse il caso, infatti», aggiunge Conte, «saremmo di fronte a un comportamento fortemente irresponsabile, perché una falsa accusa di alto tradimento della Costituzione è questione differente dall'accusa di avere commesso errori politici o di avere fatto cattive riforme: è un'accusa che non si limita solo a inquinare il dibattito pubblico e a disorientare i cittadini, è indice della forma più grave di spregiudicatezza perché pur di lucrare un qualche effimero vantaggio finisce per minare alle basi la credibilità delle istituzioni democratiche e la fiducia che i cittadini ripongono in esse». «Pur di attaccare la mia persona e il governo», dice ancora il premier, «non ci si è fatti scrupolo, e mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui disinvoltura a restituire la verità e la cui resistenza a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni, di diffondere notizie allarmistiche, palesemente false, che hanno destato preoccupazione nei cittadini e, in particolare, nei risparmiatori». La leader di Fdi risponde furiosa: «Lei è un presidente che ci riempie di menzogne». Ma quali sarebbero le bugie dell'opposizione? Conte prova a elencarle: «È stato detto che sarebbe prevista la confisca dei conti correnti dei risparmiatori e, più in generale, che tutti i nostri risparmi verrebbero posti a rischio; è stato detto che il Mes servirebbe solo a beneficiare le banche altrui e non le nostre. È stato anche detto che il Mes sarebbe stato già firmato, e per giunta di notte. Anche chi è all'opposizione ha compiti di responsabilità». Conte agita le carte, vuol far vedere che sa il fatto suo. Peccato che, proprio in quei minuti, un'agenzia lo smentisca in diretta: la riforma del trattato sul Mes, dicono fonti dell'Eurogruppo, «è stata già approvata a giugno, stiamo solo discutendo la legislazione secondaria, meglio chiudere ora». È la pietra tombale di tutto il ragionamento del premier e del Pd. Ed è una pezza d'appoggio alle critiche di Salvini grossa come una cosa, giunta per di più dalla fonte meno attesa.«Li avete sentiti i 5 stelle alla Camera?», tuona Salvini, «han detto che è tutto aperto... delle due l'una. A me risulta che questi qua abbiano già dato la parola e mai nella vita si sognano di tornare indietro... O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio. Non è che ci siano altre ipotesi...».Dopo gli schiaffi presi dall'Eurogruppo, tuttavia, a Conte arriva anche la bordata leghista su un altro punto chiave della vicenda: la trasparenza. Tutti sapevano tutto, dice il premier. Nessun segreto, nessun mistero.Ricorda diversamente il senatore leghista Alberto Bagnai, che in Aula ha ricordato un episodio finora non reso noto delle fasi preparatorie del Mes: «Sicuramente», ha tuonato dal banco l'economista del Carroccio, «non può non sapere di quando io, Garavaglia, Castelli e un quidam de populo che non nomino siamo stati rinchiusi in una stanza a Palazzo Chigi il giorno prima dell'Eurogruppo a vedere un testo con parantesi quadre ancora non risolte, con un attonito capo di gabinetto degradato a livello di bidello di scuola materna che doveva controllare che non prendessimo appunti, che non fotografassimo e comunicassimo con l'esterno. Questa è la condivisione che ha avuto con noi». A Bagnai fa eco, su Twitter, l'altro economista della Lega, il deputato Claudio Borghi, che chiosa: «Ecco qui quando è apparso il testo del Mes. Volevo lasciare che fosse Bagnai a rivelarlo. Il 15 giugno, in una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a 4 persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Borghi posta anche la foto di una chat che, assicura, è proprio di quei giorni. Bagnai gli scriveva: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci col memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Chiamiamolo metodo Mes. Che poi è semplicemente il metodo Ue.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-agita-le-carte-e-attacca-salvini-ue-e-lega-lo-sbugiardano-in-diretta-2641498538.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italia-1-incalza-giuseppi-menti-sul-concorso-alluniversita" data-post-id="2641498538" data-published-at="1771497253" data-use-pagination="False"> Italia 1 incalza Giuseppi: «Mentì sul concorso all’università?» Dopo la clamorosa smentita della tesi di Giuseppe Conte, che s'era detto non al corrente di essere un papabile premier quando firmò il parere per Fiber 4.0 (la sera prima di consegnarlo era a un vertice con Matteo Salvini e Luigi Di Maio), si prospetta un'altra grana per la reputazione del presidente del Consiglio. Stavolta, non nelle sue vesti di avvocato del popolo, ma di avvocato privato, per clienti di prestigio, come l'Autorità garante per la protezione dei dati personali. La vicenda rischia di proiettare ombre inquietanti sul rapporto di Conte con il suo mentore Guido Alpa e sulla legittimità del concorso da professore ordinario, che il premier vinse nel 2002 e nella cui commissione figurava proprio il giurista piemontese. La storia la racconteranno Antonino Monteleone e Marco Occhipinti questa sera, alle Iene, su Italia 1, alle ore 21.15. E ovviamente andranno a raccogliere anche la versione di Conte. I due già l'anno scorso avevano messo sotto la lente d'ingrandimento la relazione professionale del presidente del Consiglio con il professore, titolare di una cattedra di diritto civile alla Sapienza. Le iene avevano indagato sullo studio legale che lo stesso Giuseppi, nel proprio curriculum, dichiarava di aver aperto con Alpa a Roma, in via Cairoli, zona Esquilino. Secondo le spiegazioni fornite dal premier in una lettera a Repubblica dell'8 ottobre 2018, si trattava in realtà di un appartamento in cui gli inquilini condividevano solamente numero di telefono e segretaria, pagando però due affitti diversi e soprattutto fatturando ciascuno per conto proprio. Alpa era al piano di sotto, Conte al piano di sopra, ma i professionisti lavoravano separatamente. Sullo sfondo, c'era il concorso del 2002 da professore ordinario per l'università casertana Luigi Vanvitelli, con cui Conte ottenne l'abilitazione e nella cui commissione sedeva anche Alpa. Chiaramente, se fosse provato che i due avvocati erano effettivamente associati, ne deriverebbe che quel concorso era viziato. Le Iene ritengono di aver raccolto un nuovo indizio che farebbe sospettare che il premier abbia mentito sulla vicenda. Il 29 gennaio del 2002, ovvero sei mesi prima che si concludesse il concorso a Caserta, l'Autorità garante per la protezione dei dati personali invia una lettera d'incarico per la propria difesa nell'ambito di una controversia con la Rai e l'Agenzia delle entrate, aperta al tribunale civile di Roma. La missiva, rilevano Monteleone e Occhipinti, «ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo»: via Sardegna 38, Roma. Destinatari, proprio Guido Alpa e Giuseppe Conte. Ma allora, se i due avvocati lavoravano e fatturavano indipendentemente, che senso aveva spedire un'unica lettera a entrambi? E soprattutto, perché nel suo curriculum Giuseppi alludeva a uno studio in via Cairoli, se questa lettera d'incarico mostrerebbe che Conte era domiciliato presso lo studio Alpa in via Sardegna, a due passi da via Veneto, a mezz'ora di camminata dall'Esquilino? D'altra parte, la redazione delle Iene ricorda di aver presentato due richieste di accesso agli atti per verificare che le dichiarazioni del presidente del Consiglio fossero vere. L'Autorità, però, le ha respinte entrambe. E Conte non ha mai mostrato la fattura di questa prestazione legale: se fosse intestata solo a lui, il premier fugherebbe ogni dubbio su un eventuale rapporto professionale con Alpa e, conseguentemente, sulla sua carriera accademica. L'avvocato del popolo si avvarrà ancora della facoltà di non rispondere al popolo? Alessandro Rico
Raphaël Arnault, deputato de La France insoumise (Ansa)
Il cerchio si stringe sempre di più attorno al partito dell’estrema sinistra transalpina, La France insoumise. Ieri sono arrivate altre prove del coinvolgimento a vario titolo di alcuni suoi simpatizzanti legati anche al movimento de La Jeune garde nel linciaggio che ha provocato giovedì scorso la morte del ventitreenne Quentin Deranque. Le indagini hanno portato al fermo di 11 persone, che è stato prolungato di ventiquattro ore. Alcuni di questi sarebbero coinvolti in maniera più importante nel pestaggio di Quentin, altri avrebbero invece avuto ruoli più «logistici». Tra i fermati ci sarebbe, come scritto da Le Parisien, anche un ex stagista di Raphaël Arnault, deputato de La France insoumise (Lfi) e fondatore della Jeune garde. Per Bfm Tv, l’ex stagista si chiamerebbe Adrien B. Tra i fermati ci sarebbe anche Robin C. che, secondo quanto ricostruito dal quotidiano parigino, sarebbe un altro assistente parlamentare di Arnault. Questo collaboratore è stato assunto l’anno scorso usando lo pseudonimo di Robin Michel. L’uomo avrebbe ricoperto incarichi nel collegio elettorale del deputato Lfi e sarebbe legato a movimenti dell’ultrasinistra. Per questo motivo, Robin C. risulterebbe essere fiché S, cioè schedato nel registro degli individui considerati pericolosi per la sicurezza dello Stato. Anche a lui sono stati proibiti gli accessi all’Assemblea nazionale.
Ma il nome che, anche ieri, era sulla bocca di tutti è quello di Jacques-Élie Favrot, il primo degli assistenti parlamentari di Arnault. L’avvocato di Favrot ha riferito a Bfm tv che il suo assistito «riconosce le violenze» ma non «l’omicidio» di Quentin Deranque.
Una fonte anonima citata da Le Figaro, ha definito Favrot come «uno dei grossi obiettivi» degli arresti compiuti martedì sera e che non poteva essere considerato come «un sospetto accessorio o secondario» nel pestaggio di Lione. Lo stesso quotidiano ha ricordato che Favrot era già noto alla polizia per «furto», «detenzione di un’arma» e «colpi e ferite». Dopo la conferma del fermo del suo assistente parlamentare, Arnault ha reso noto di aver avviato «le procedure per porre fine al suo contratto» all’Assemblea nazionale.
L’annuncio del licenziamento di Favrot non è bastato però a spegnere l’incendio che divampa tra le file de La France insoumise. Per gli esponenti di vari partiti, chi dovrebbe dimettersi è Raphäel Arnault. Altri politici chiedono invece a Lfi di espellere il deputato che, va ricordato, non è coinvolto nei tragici fatti di Lione che hanno provocato la morte del giovane Deranque. A favore dell’esclusione, almeno temporanea, di Arnault dal suo partito si è espressa ieri Maud Bregeon, la portavoce del governo, per la quale serve un «chiarimento, per dire no alla violenza». La risposta del coordinatore nazionale Lfi, Manuel Bompard, non si è fatta attendere : «La portavoce di un governo illegittimo pretende ormai di decidere l’organizzazione dei gruppi politici dell’opposizione», per lui «Arnault non ha alcuna responsabilità nel dramma accaduto a Lione [...] l’inchiesta in corso non lo riguarda assolutamente». Un altro onorevole Lfi, Eric Coquerel, ha invitato Bregeon a «rispettare la separazione dei poteri» e ha rivelato di aver ricevuto minacce di morte. Il presidente del Rassemblement national, Jordan Bardella, ha dichiarato che «Arnault è fuori posto all’Assemblea» e chiesto la creazione di un cordone sanitario attorno a La France insoumise.
A sinistra, anche ieri, vari esponenti hanno cercato di relativizzare la loro prossimità a Lfi. L’ex presidente francese, il socialista François Hollande ha dichiarato ai microfoni di radio Rmc che «non può esserci un’alleanza tra il Ps e Lfi». Il segretario socialista Olivier Faure pur invitando Lfi a fare un «esame di coscienza», è riuscito a lamentarsi per l’«insopportabile inversione» secondo la quale «l’antifascismo sarebbe il nuovo fascismo». La deputata di sinistra (ex Lfi) Clémentine Autain ha criticato una cultura politica francese «intrisa di virilismo». La leader dei Verdi, Marine Tondellier, ha espresso la propria emozione per la morte di Quentin ma ha anche protestato perché riceve «solo domande su La France insoumise» invece «non sento la gente di destra ricevere domane sull’ultradestra, anch’essa estremamente violenta».
La morte di Quentin Deranque ha assunto anche una dimensione internazionale. Ai media francesi non è sfuggito il post su Instagram di Giorgia Meloni. Il presidente del Consiglio ha scritto che «la morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse nazioni, è una ferita per l’intera Europa». Per Meloni «nessuna idea politica, nessuna contrapposizione ideologica può giustificare la violenza o trasformare il confronto in aggressione fisica. Quando l’odio e la violenza prendono il posto del dialogo, a perdere è sempre la democrazia». Sempre all’estero, la deputata Ue dei Républcains, Cécile Imart ha reso noto di aver presentato una risoluzione volta alla creazione di una «lista nera» dei movimenti ultra violenti.
E proprio per evitare violenze, il prefetto della Loira Atlantica ha vietato lo svolgimento di una manifestazione in memoria di Quentin, che avrebbe dovuto tenersi a Nantes. Invece, il sindacato del personale de l'École Normale Supérieure di Paris-Saclay ha annullato l’invito che aveva rivolto alla parlamentare europea Lfi, Rima Hassan.
Allarme bomba da Mélenchon Che prova a passare da vittima
Un allarme (politicamente) provvidenziale. Nel momento più buio per La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’evacuazione della sede per il falso annuncio di una bomba permette al partito di estrema sinistra di rifiatare. La pressione di questi giorni, dopo l’uccisione del giovane Quentin Deranque, per la quale sono stati arrestati diversi giovani organici al gruppo parlamentare mélenchonista, si può così allentare per mezza giornata. «La sede nazionale de La France insoumise è stata evacuata in seguito alla minaccia di una bomba. La polizia è sul posto», ha postato ieri sui social il coordinatore del movimento, Manuel Bompard. L’ispezione dei locali da parte delle forze dell’ordine ha dato esito negativo: nessun ordigno. Si è trattato di una intimidazione o di una bravata.
Il movimento non ha comunque perso tempo, prendendo la palla al balzo per uscire dall’angolo e passare da complice dei carnefici a vittima: «Un limite è stato superato. Chi sfrutta la tragedia e la morte di un giovane per attaccare La France insoumise deve cessare le sue spregevoli manovre», ha dichiarato Clémence Guetté, vicepresidente del partito all’Assemblea nazionale. Un altro parlamentare, Paul Vannier, ha tuonato: «Tutti coloro che, attraverso spregevoli manovre politiche, stanno indirizzando le loro calunnie contro Lfi - Lecornu, Darmanin, Hollande, Bardella e Le Pen - sono responsabili dell’ondata di violenza di cui siamo vittime». Un’ottima strategia diversiva, per un partito duramente attaccato dalla portavoce del governo, Maud Bregeon, che aveva apertamente parlato di «responsabilità morale» dei mélenchonisti dopo l’assassinio di Quentin. Nelle scorse ore anche l’ex presidente François Hollande aveva contribuito a porre un cordone sanitario attorno al movimento: «Non ci può essere, per le prossime elezioni, alcuna alleanza fra i socialisti e La France insoumise».
Nel frattempo, parte della stampa francese di estrema sinistra sta provando ad applicare il protocollo «Primavalle». Il riferimento è a Primavalle, incendio a porte chiuse, il libello con cui, dopo l’omicidio dei fratelli Mattei, parte dell’estrema sinistra provò a caldeggiare la tesi della faida interna nell’estrema destra, mentre i veri responsabili della strage pasteggiavano a champagne con intellettuali e giornalisti di grido. Se negli anni Settanta i missini romani potevano morire per autocombustione, nella Lione del 2026 gli identitari possono evidentemente linciarsi da soli.
La presunta prova chiave delle «controinchieste» (in Italia ripresa da Dinamo Press) è un nuovo video, diffuso dal sito della testata Le Progrès, in cui, pochi minuti prima che Deranque venisse colpito a morte, si vedono due gruppi fronteggiarsi in strada, a una cinquantina di metri da dove poi verrà trovato il corpo del ventitreenne. Un filmato da cui è comunque impossibile capire la dinamica dei fatti: come si sono incrociati i due gruppi? Chi stava aspettando chi? Il video non spiega nulla. Che si sia trattato di un agguato da parte dell’estrema sinistra è stato affermato con nettezza dalle autorità. E comunque la morte di Quentin è sopraggiunta dopo un bestiale accanimento sul suo corpo già disteso a terra, cosa documentata dal primo video uscito dopo i fatti. La Jeune garde antifasciste, movimento disciolto a cui sono legati diversi dei fermati, ha del resto una lunga tradizione di violenza per nulla dissimulata. Nei giorni scorsi abbiamo già ricordato le pagine Instagram in cui il gruppo si vantava degli assalti, spesso in sovrannumero e infierendo su persone a terra. Un vero marchio di fabbrica.
In tutto questo, è comunque Repubblica a far presente la vera tragedia in questa vicenda: «La morte di Deranque complica la sfida delle sinistre ai lepeniani», titolava ieri il quotidiano. Dannati identitari, le trovano tutte pur di indebolire il fronte repubblicano, Persino farsi ammazzare.
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In molti, compreso Massimo Gramellini, hanno discusso il complesso tema delle consegne a domicilio. Ma al di là degli slogan, una soluzione c'è