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2022-03-06
I conservatori Usa ripudiano i falchi «Non ripetiamo gli errori dell’Iraq»
Rod Dreher (Getty Images)
Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».
Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher.
«Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra»
Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».
In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».
Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».
«Putin è il perfetto nemico comune»

Franco Cardini (Ansa)
Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni.
«La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga».
I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax?
«Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico».
Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa…
«Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita».
Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio?
«Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova».
La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare?
«Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento».
Come se ne esce?
«Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
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Rod Dreher, archiviato il bellicismo post 11 settembre, condanna l’invasione dell’Ucraina ma avverte: «Vanno evitati la terza guerra mondiale o un Afghanistan slavo. Odiare i russi? Ci è permesso perché sono bianchi...».Lo storico Franco Cardini: «Lo zar è lo spauracchio che unisce i conformisti di destra e sinistra. La russofobia è orwellismo squallido che sorvola sulle stragi targate Occidente».Lo speciale contiene due articoli.Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher. «Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra» Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/conservatori-usa-ripudiano-falchi-2656850301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-e-il-perfetto-nemico-comune" data-post-id="2656850301" data-published-at="1646505310" data-use-pagination="False"> «Putin è il perfetto nemico comune» Franco Cardini (Ansa) Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni. «La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga». I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax? «Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico». Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa… «Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita». Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio? «Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova». La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare? «Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento». Come se ne esce? «Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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