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2022-03-06
I conservatori Usa ripudiano i falchi «Non ripetiamo gli errori dell’Iraq»
Rod Dreher (Getty Images)
Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».
Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher.
«Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra»
Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».
In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».
Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».
«Putin è il perfetto nemico comune»
Franco Cardini (Ansa)
Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni.
«La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga».
I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax?
«Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico».
Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa…
«Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita».
Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio?
«Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova».
La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare?
«Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento».
Come se ne esce?
«Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
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Riduci
Rod Dreher, archiviato il bellicismo post 11 settembre, condanna l’invasione dell’Ucraina ma avverte: «Vanno evitati la terza guerra mondiale o un Afghanistan slavo. Odiare i russi? Ci è permesso perché sono bianchi...».Lo storico Franco Cardini: «Lo zar è lo spauracchio che unisce i conformisti di destra e sinistra. La russofobia è orwellismo squallido che sorvola sulle stragi targate Occidente».Lo speciale contiene due articoli.Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher. «Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra» Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/conservatori-usa-ripudiano-falchi-2656850301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-e-il-perfetto-nemico-comune" data-post-id="2656850301" data-published-at="1646505310" data-use-pagination="False"> «Putin è il perfetto nemico comune» Franco Cardini (Ansa) Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni. «La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga». I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax? «Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico». Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa… «Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita». Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio? «Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova». La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare? «Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento». Come se ne esce? «Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La Bce, pur riconoscendo «alcune novità (nel testo riformulato) che vanno incontro alle osservazioni precedenti», in particolare «il rispetto degli articoli del trattato sulla gestione delle riserve auree dei Paesi», continua ad avere «dubbi sulla finalità della norma». Con la lettera, Giorgetti rassicura che l’emendamento non mira a spianare la strada al trasferimento dell’oro o di altre riserve in valuta fuori del bilancio di Bankitalia e non contiene nessun escamotage per aggirare il divieto per le banche centrali di finanziare il settore pubblico.
Il ministro potrebbe inoltre fornire un ulteriore chiarimento direttamente alla presidente Lagarde, oggi, quando i due si incontreranno per i lavori dell’Eurogruppo. Se la Bce si riterrà soddisfatta delle precisazioni, il ministero dell’Economia darà indicazioni per riformulare l’emendamento.
Una nota informativa di Fdi, smonta i pregiudizi ideologici e le perplessità che sono dietro alla nota della Bce. «L’emendamento proposto da Fratelli d’Italia è volto a specificare un concetto che dovrebbe essere condiviso da tutti: ovvero che le riserve auree sono di proprietà dei popoli che le hanno accumulate negli anni, e quindi», si legge, «si tratta di una previsione che tutti danno per scontata. Eppure non è mai stata codificata nell’ordinamento italiano, a differenza di quanto è avvenuto in altri Stati, anche membri dell’Ue. Affermare che la proprietà delle riserve auree appartenga al popolo non confligge, infatti, in alcun modo con i trattati e i regolamenti europei». Quindi ribadire un principio scontato, e cioè che le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano, non mette in discussione l’indipendenza della Banca d’Italia, né viola i trattati europei. «Già nel 2019 la Bce, allora guidata da Mario Draghi, aveva chiarito che la questione della proprietà legale e delle competenze del Sistema europeo delle banche centrali (Sebc), con riferimento alle riserve auree degli Stati membri, è definita in ultima istanza dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue)». La nota ricorda che «il parere della Bce del 2019, analogamente a quello redatto lo scorso 2 dicembre, evidenziava che il Trattato non determina le competenze del Sebc e della Bce rispetto alle riserve ufficiali, usando il concetto di proprietà. Piuttosto, il Trattato interviene solo sulla dimensione della detenzione e gestione esclusiva delle riserve. Pertanto, dire che la proprietà delle riserve auree sia del popolo italiano non lede in alcun modo la prerogativa della Banca d’Italia di detenere e gestire le riserve».
Altro punto: Fdi spiega che «nel Tfue (Trattato sul funzionamento dell’Ue) si parla di “riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri”, quindi si prevede implicitamente che la proprietà delle riserve sia in capo agli Stati. L’emendamento di Fdi vuole esplicitare nell’ordinamento italiano questa previsione». C’è chi sostiene che affermare che la proprietà delle riserve auree di Bankitalia è del popolo italiano non serva a nulla. Ma Fdi dice che «l’Italia non può correre il rischio che soggetti privati rivendichino diritti sulle riserve auree degli italiani. Per questo c’è bisogno di una norma che faccia chiarezza sulla proprietà».
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Riduci
Con Giuseppe Trizzino fondatore e Amministratore Unico di Praesidium International, società italiana di riferimento nella sicurezza marittima e nella gestione dei rischi in aree ad alta criticità e Stefano Rákos Manager del dipartimento di intelligence di Praesidium International e del progetto M.A.R.E.™.
Christine Lagarde (Ansa)
Come accade, ad esempio, in quel carrozzone chiamato Unione europea dove tutti, a partire dalla lìder maxima, Ursula von der Leyen, non dimenticano mai di inserire nella lista delle priorità l’aumento del proprio stipendio. Ne ha parlato la Bild, il giornale più letto e venduto d’Europa, raccontando come la presidente della Commissione europea abbia aumentato il suo stipendio, e quello degli euroburocrati, due volte l’anno. E chiunque non sia allergico alla meritocrazia così come alle regole non scritte dell’accountability (l’onere morale di rispondere del proprio operato) non potrà non scandalizzarsi pensando che donna Ursula, dopo aver trasformato l’Ue in un nano economico, ammazzando l’industria europea con il folle progetto del Green deal, percepisca per questo capolavoro gestionale ben 35.800 euro al mese, contro i 6.700 netti che, ad esempio, guadagna il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni.
Allo stesso modo funzionano le altre istituzioni dell’Unione europea. L’Ue impiega circa 60.000 persone all’interno delle sue varie istituzioni e organi, distribuiti tra Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo (la Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio europeo, la Corte di giustizia dell’Unione europea e il Comitato economico e sociale). La funzione pubblica europea ha tre categorie di agenti: gli amministratori, gli assistenti e gli assistenti segretari. L’Ue contrattualizza inoltre molti agenti contrattuali. Secondo i dati della Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 2019, questi funzionari comunitari guadagnano tra 4.883 euro e 18.994 euro mensili (gradi da 5 a 16 del livello 1).
Il «vizietto» di alzarsi lo stipendio ha fatto scuola anche presso la Banca centrale europea (Bce), che ha sede a Francoforte, in Germania, ed è presieduta dalla francese, Christine Lagarde. Secondo quanto riassunto nel bilancio della Bce, lo stipendio base annuale della presidente è aumentato del 4,7 per cento, arrivando a 466.092 euro rispetto ai 444.984 euro percepiti nel 2023 (cui si aggiungono specifiche indennità e detrazioni fiscali comunitarie, diverse da quelle nazionali), ergo 38.841 euro al mese. Il vicepresidente Luis de Guindos, spagnolo, percepisce circa 400.000 euro (valore stimato in base ai rapporti precedenti, di solito corrispondente all’85-90% dello stipendio della presidente). Gli altri membri del comitato esecutivo guadagnano invece circa 330.000-340.000 euro ciascuno. Ai membri spettano anche le indennità di residenza (15% dello stipendio base), di rappresentanza e per figli a carico, che aumentano il netto effettivo. Il costo totale annuale del personale della Bce è di 844 milioni di euro, valore che include stipendi, indennità, contributi previdenziali e costi per le pensioni di tutti i dipendenti della banca. Il dato incredibile è che questa voce è aumentata di quasi 200 milioni in due anni: nel 2023, infatti, il costo totale annuale del personale era di 676 milioni di euro. Secondo una nota ufficiale della Bce, l’incremento del 2024 è dovuto principalmente a modifiche nelle regole dei piani pensionistici e ai benefici post impiego, oltre ai normali adeguamenti salariali legati all’inflazione, cresciuta del 2,4 per cento a dicembre dello scorso anno. La morale è chiara ed è la stessa riassunta ieri dal direttore, Maurizio Belpietro: per la Bce l’inflazione va combattuta in tutti i modi, ma se si tratta dello stipendio dei funzionari Ue, il discorso non vale.
Stessa solfa alla Corte di Giustizia che ha sede a Lussemburgo: gli stipendi variano notevolmente a seconda della posizione (avvocato, cancelliere, giudice, personale amministrativo), ma sono generalmente elevati, con giuristi principianti che possono guadagnare da 2.000 a 5.000 euro al mese e stipendi più alti per i magistrati, anche se cifre precise per i giudici non sono facilmente disponibili pubblicamente. Gli stipendi si basano sulle griglie della funzione pubblica europea e aumentano con l’anzianità, passando da 2.600 euro per il personale esecutivo a oltre 18.000 euro per alcuni alti funzionari.
Il problema, va precisato, non risiede nel fatto che le persone competenti siano pagate bene, com’è giusto che sia, ma che svolgano bene il proprio lavoro e soprattutto che ci sia trasparenza sui salari. Dei risultati delle politiche di Von der Leyen e Lagarde i giudici non sono esattamente entusiastici, ma il conto lo pagano, come al solito, i cittadini europei.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 dicembre con Carlo Cambi