True
2022-03-06
I conservatori Usa ripudiano i falchi «Non ripetiamo gli errori dell’Iraq»
Rod Dreher (Getty Images)
Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».
Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher.
«Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra»
Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».
In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».
Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».
«Putin è il perfetto nemico comune»

Franco Cardini (Ansa)
Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni.
«La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga».
I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax?
«Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico».
Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa…
«Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita».
Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio?
«Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova».
La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare?
«Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento».
Come se ne esce?
«Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
Continua a leggereRiduci
Rod Dreher, archiviato il bellicismo post 11 settembre, condanna l’invasione dell’Ucraina ma avverte: «Vanno evitati la terza guerra mondiale o un Afghanistan slavo. Odiare i russi? Ci è permesso perché sono bianchi...».Lo storico Franco Cardini: «Lo zar è lo spauracchio che unisce i conformisti di destra e sinistra. La russofobia è orwellismo squallido che sorvola sulle stragi targate Occidente».Lo speciale contiene due articoli.Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher. «Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra» Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/conservatori-usa-ripudiano-falchi-2656850301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-e-il-perfetto-nemico-comune" data-post-id="2656850301" data-published-at="1646505310" data-use-pagination="False"> «Putin è il perfetto nemico comune» Franco Cardini (Ansa) Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni. «La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga». I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax? «Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico». Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa… «Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita». Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio? «Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova». La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare? «Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento». Come se ne esce? «Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
Continua a leggereRiduci
Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
Continua a leggereRiduci
Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
Continua a leggereRiduci
«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
Continua a leggereRiduci