True
2022-03-06
I conservatori Usa ripudiano i falchi «Non ripetiamo gli errori dell’Iraq»
Rod Dreher (Getty Images)
Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».
Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher.
«Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra»
Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».
In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».
Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».
«Putin è il perfetto nemico comune»

Franco Cardini (Ansa)
Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni.
«La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga».
I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax?
«Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico».
Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa…
«Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita».
Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio?
«Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova».
La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare?
«Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento».
Come se ne esce?
«Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
Continua a leggereRiduci
Rod Dreher, archiviato il bellicismo post 11 settembre, condanna l’invasione dell’Ucraina ma avverte: «Vanno evitati la terza guerra mondiale o un Afghanistan slavo. Odiare i russi? Ci è permesso perché sono bianchi...».Lo storico Franco Cardini: «Lo zar è lo spauracchio che unisce i conformisti di destra e sinistra. La russofobia è orwellismo squallido che sorvola sulle stragi targate Occidente».Lo speciale contiene due articoli.Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher. «Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra» Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/conservatori-usa-ripudiano-falchi-2656850301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-e-il-perfetto-nemico-comune" data-post-id="2656850301" data-published-at="1646505310" data-use-pagination="False"> «Putin è il perfetto nemico comune» Franco Cardini (Ansa) Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni. «La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga». I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax? «Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico». Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa… «Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita». Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio? «Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova». La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare? «Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento». Come se ne esce? «Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
Continua a leggereRiduci
Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
Continua a leggereRiduci
Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
Continua a leggereRiduci