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2022-03-06
I conservatori Usa ripudiano i falchi «Non ripetiamo gli errori dell’Iraq»
Rod Dreher (Getty Images)
Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».
Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher.
«Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra»
Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».
In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».
Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».
«Putin è il perfetto nemico comune»

Franco Cardini (Ansa)
Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni.
«La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga».
I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax?
«Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico».
Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa…
«Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita».
Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio?
«Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova».
La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare?
«Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento».
Come se ne esce?
«Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
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Rod Dreher, archiviato il bellicismo post 11 settembre, condanna l’invasione dell’Ucraina ma avverte: «Vanno evitati la terza guerra mondiale o un Afghanistan slavo. Odiare i russi? Ci è permesso perché sono bianchi...».Lo storico Franco Cardini: «Lo zar è lo spauracchio che unisce i conformisti di destra e sinistra. La russofobia è orwellismo squallido che sorvola sulle stragi targate Occidente».Lo speciale contiene due articoli.Si può essere conservatori, patrioti (e americani, per di più) anche senza appoggiare a tutti costi la guerra. E si può trovare orribile la morte di donne e bambini anche senza invocare l’intervento armi in pugno contro il nuovo Grande Satana. È la lezione che viene da un nutrito e autorevole gruppo di conservatori americani capeggiati da Rod Dreher, animatore di The American Conservative. Uno che non teme di definire l’invio di armi agli ucraini da parte dell’Europa estremamente pericoloso. «Per essere chiari», ci spiega, «condanno l’invasione russa senza riserve. Ma la cosa più importante a cui tutti noi dobbiamo pensare ora è evitare la terza guerra mondiale. È incredibile vedere europei e americani correre verso l’espansione della guerra. È come se pensassero che sia un videogioco. Ero un bambino durante la guerra fredda e ricordo bene cosa si provava a temere la guerra nucleare. Oggi abbiamo dimenticato quelle lezioni. Capisco perfettamente perché i polacchi odiano i russi e perché lo fanno anche gli ucraini», continua l’autore americano. «Ma temo che ci trascineranno tutti in una guerra con i russi, con una grande potenza nucleare. Quando i sovietici invasero l’Afghanistan nel 1979, gli Stati Uniti spedirono armi ai mujaheddin, con l’intenzione di trasformare l’Afghanistan in un pantano per i sovietici. Ci riuscirono. La Nato crede che sia saggio trasformare l’Ucraina in un Afghanistan slavo? La Nato crede che i russi lo tollereranno? Se i russi non lo tollerano, cosa succede allora? Sembra che nessuno ci stia pensando, e se ci pensi ad alta voce, ti condannano come un sostenitore di Putin».Ecco il punto: sono contemplate solo due opzioni. E chi non sceglie di appoggiare la «guerra di resistenza» è bollato come perfido filorusso. Sembra di essere tornati ai tempi dell’attacco all’Iraq. «Ero un giornalista che viveva a New York l’11 settembre», annuisce Dreher. «Come tutti i newyorkesi, sono rimasto traumatizzato da quell’esperienza e il mio trauma ha determinato il modo in cui pensavo a cosa l’America avrebbe dovuto fare in risposta. Ero così arrabbiato con il mondo musulmano che ero disposto a credere a qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti dicesse per giustificare la guerra. Come molti americani, ho permesso alla passione morale di sopraffare l’analisi sobria. Pensavo davvero che l’unico motivo per cui qualcuno si opponeva alla guerra in Iraq fosse perché era uno sciocco o un codardo. Ero persino arrabbiato con Giovanni Paolo II per essersi opposto alla guerra e ho pensato che fosse un sentimentale. Ho imparato a mie spese che ero un pazzo, e anche un codardo: un codardo perché mi mancava il coraggio di riconoscere che il mondo non era un film di Hollywood. Mi mancava il coraggio di affrontare il fatto che il cosiddetto “coraggio” di persone come me era facile, perché io, personalmente, non avrei dovuto andare in guerra. Il coraggio di fronte all’assenza di conseguenze per aver sbagliato non è affatto coraggio. Ma questo non mi è stato chiaro se non più tardi, quando era troppo tardi». Ora, invece, a Rod il coraggio non manca, anche quello di ammettere i suoi errori (che sono i nostri). «Quel passato», prosegue, «dovrebbe insegnarci che il potere ha dei limiti e che le nostre buone intenzioni non bastano e, infine, che la vita è tragica. Non possiamo scegliere di agire con perfetta preveggenza, ma quando si parla di guerra, viste le potenziali conseguenze orribili, dobbiamo agire con estrema cura e sobrietà. Qualcuno oggi può dire sinceramente che l’Europa e Usa stiano reagendo con cura e sobrietà a ciò che sta accadendo in Ucraina? È davvero orribile vedere cosa stanno facendo i russi nelle città ucraine. Ma non è la cosa più orribile che può venire da questa guerra» Dreher è favorevole alle sanzioni alla Russia. Ma è spaventato dalla russofobia dilagante, e parla esplicitamente di razzismo contro i russi. «Dopo l’11 settembre, i media e i nostri leader hanno costantemente esortato noi americani a non incolpare tutti i musulmani per l’azione di pochi», dice. «Questo era vero e importante da dire all’epoca, anche se ora ci si spinge troppo oltre, nel tentativo di impedire a chiunque di pensare al legame tra l’islam e il terrorismo. Quando il Covid ha colpito, i media statunitensi hanno ordinato al pubblico di non chiamarlo “virus cinese”, perché era razzista. Il governo cinese è impegnato in un genocidio culturale contro gli uiguri, ma sono poche le aziende, le celebrità e i leader culturali che lo condannano. I sauditi, alleati dell’America, stanno conducendo una guerra estremamente violenta in Yemen, che è diventata la più grande crisi umanitaria del mondo. Ma nessuno in America ne parla, e di certo non condannerebbe tutti i sauditi per questo».In effetti, la doppia morale è evidente. «Pensate all’Europa», continua Dreher. «Sono anni che una costante invasione di immigrati sta cambiando la vita europea in modo reale e concreto. Ma la vostra classe dirigente non vi permette di parlarne apertamente e in modo critico, per paura di essere razzista. Ora, però, è possibile odiare i russi - tutti i russi, non solo Putin e le sue cerchie. Come mai? Perché sono bianchi. Odio pensarlo, ma onestamente non riesco a trovare nessun’altra spiegazione per questa ipocrisia. Negli Usa, i nostri maestri woke negli ultimi anni ci hanno insegnato che i bianchi sono responsabili di tutto il male del mondo. Ci è stato dato il permesso dai media, dalle corporation e dalla classe dirigente di pensare che i bianchi siano intrinsecamente malvagi».Adesso tutto quest’odio alimenta la russofobia e la retorica bellica. E una cosa è certa: non ne verrà niente di buono. «Se fossimo saggi, staremmo pensando a come dare a Putin una via d’uscita da questa crisi», dice Dreher. E ha ragione, perché l’alternativa è favorire l’escalation dell’ennesima Guerra Giusta. «Non possiamo sperare di sconfiggere tutto il male del mondo. Questo è il pensiero utopico che ha portato George W. Bush a guidare l’America nel disastro dell’Iraq. Quindi, se non possiamo porre fine a tutto il male, cosa possiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile per tutti? L’unica virtù che oggi in Occidente non interessa a nessuno è la prudenza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/conservatori-usa-ripudiano-falchi-2656850301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-e-il-perfetto-nemico-comune" data-post-id="2656850301" data-published-at="1646505310" data-use-pagination="False"> «Putin è il perfetto nemico comune» Franco Cardini (Ansa) Franco Cardini, principe degli storici italiani, è uno che non ha mai amato molto il politicamente corretto. E di certo non può gradire la «caccia al russo» di questi giorni. «La “cultura” del politically correct», attacca, «con la sua ossessione per il garantismo generalizzato e totalizzante, sfocia per forza di cose nel suo paradossale, esatto contrario: la sindrome dello scandalo e del sospetto, la negazione e la persecuzione di tutto quel che appare libero e spregiudicato. Orwellismo da manuale, al livello più squallido e inintelligente. È il modo naturale di difendersi del conformista senza idee, che sospetta di tutto e ha paura della libertà. Quando non si hanno né princìpi né argomenti, s’invoca la condanna per chiunque invece ne disponga». I virulenti attacchi ai sospetti «filorussi» non le ricordano quelli contro i no vax? «Il brodo di coltura è il medesimo. Il vecchio Brecht direbbe che “il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido”. Lo sarà per sempre, finché non avremo imparato a informarci serenamente e onestamente sulla realtà, studiando i dati ed esaminandoli con senso critico». Putin, al di là di errori e colpe reali, in qualche modo è il nemico perfetto. Identitario, deciso oppositore dell’ideologia arcobaleno, sostenitore del patriottismo e della Chiesa ortodossa… «Già: ma il paradossale e al tempo stesso divertente è che la sua “ideologia”, così come lei l’ha descritta, potrebbe (dovrebbe?) sembrare paradigmatica proprio per quanti sono alla ricerca di “identità” e di “radicamento”: un modello, ad esempio, per “sovranisti” e per “patrioti”. Il punto è che l’ideologia occidentale (con il suo individualismo spinto ai limiti estremi, col suo culto del primato di economia, finanza e tecnologia rispetto a politica e a religione, con il suo utilitarismo, con la sua “fede” nel profitto e anche nello sfruttamento), è pur sempre appunto l’ideologia seguendo la quale l’Occidente liberal-liberista ha conquistato il mondo. Per il conformista che viene da sinistra, questo è il progresso: anche nei suoi risvolti forcaioli. Per il conformista che viene da destra, right or wrong, West is my country. Ecco perché Putin li unisce tutti: è il perfetto nemico comune. Ha detto tutto Luciano Canfora: non c’è peggior totalitarismo di quello dei cosiddetti “liberali” (nel senso dell’inglese liberal). Ognuno ha le streghe - e gli inquisitori - che si merita». Sembra affermarsi una visione gnostica della politica. Una élite di illuminati indica la via e che non si adegua non può salvarsi. Vale per il Covid come per la questione ucraina. Sbaglio? «Purtroppo no. Con l’aggravante che i grandi sacerdoti di questa gnosi sono gli attuali padroni del mondo, i Signori delle lobbies multinazionali di Davos, che hanno i loro Ceo nei politici - ormai divenuti davvero, almeno ai livelli più alti, dei “comitati d’affari” funzionali al potere, come diceva il vecchio Marx - e la loro bassa manovalanza nei professionisti dei media degradati a organizzatori del consenso e a piccoli delatori. È un ben orchestrato sistema totalitario che non ha bisogno degli orpelli dei totalitarismi arcaici: ma al bisogno sa essere perfino più crudele. O, quanto meno, ci prova». La sensazione è che in questi anni l’identità ucraina si sia molto rafforzata in opposizione a quella russa. Non si rischia di creare uno scontro destinato a durare? «Gli ucraini più preparati sanno bene che il nucleo storico della Santa Russia sta proprio tutto lì, nei granprincipati di Kiev e di Novgorod che nel X-XI secolo avevano scelto coscientemente il cristianesimo ortodosso e ai capi dei quali il basileus di Costantinopoli attribuiva il titolo onorifico di czar (da Caesar, “viceimperatore” secondo la riforma dioclezianea). Al tempo stesso, quello ucraino è stato un nazionalismo molto potente - si pensi al movimento di Bandera e al pervicace antisovietismo che condusse tanti ucraini, nel 1942, a combattere sotto le bandiere del III Reich - che adesso si alimenta della russofobia circolante in tutto il mondo europeo, tanto orientale quanto occidentale. La russofobia s’impose e crebbe essenzialmente durante la rivoluzione francese, allorché “russo” divenne sinonimo di iper-reazionario, e venne potentemente propagandata dalla cultura liberale inglese e francese al tempo della guerra di Crimea a metà Ottocento». Come se ne esce? «Il mondo occidentale, che sembra convinto di essere profondamente democratico e sinceramente tollerante, è in realtà preda di una mostruosa forma di etnocentrismo-cronocentrismo: questo è il migliore dei mondi possibili, i crimini li commettono sempre e solo gli altri. Scuotersi da questa specie di sonno incantato è difficilissimo. Ecco perché, inorridendo davanti ai bombardamenti di Kiev in cui muoiono vecchi e bambini, nessun occidentale bennato si sorprende mai a riflettere che a Dresda, a Hiroshima, a Belgrado, a Gaza, a Baghdad, a Kabul è stato peggio: ed era un peggio causato da “noi”. Soluzioni? Beh, io sono cattolico e faccio lo storico. Come cattolico, confido nella Divina Provvidenza. Come storico, so che la storia ha sempre più fantasia del migliore fantastorico».
Guardie della Rivoluzione (Ansa)
La discussione sulla designazione dei pasdaran come organizzazione terroristica «è in corso», ma il quadro resta frammentato. «Ci sono Paesi favorevoli, altri che hanno riserve e altri contrari. Non c’è consenso», ha spiegato un alto diplomatico europeo citato dall’Ansa, chiarendo che alla riunione dei ministri degli Esteri non sono attese decisioni su questo punto. La scelta richiederebbe infatti l’unanimità dei 27, una soglia politica che al momento appare irraggiungibile. In assenza di una decisione netta, Bruxelles si prepara ad annunciare nuove sanzioni contro Teheran, legate alle violazioni dei diritti umani e destinate a colpire anche esponenti delle Guardie della Rivoluzione.
Misure che rischiano però di avere un impatto limitato. I pasdaran sono già sottoposti a sanzioni europee e, come ammettono fonti diplomatiche, un’eventuale designazione come organizzazione terroristica avrebbe soprattutto «una natura simbolica». «Etichettare un apparato statale come terrorista non è qualcosa che si fa ogni giorno», spiegano a Bruxelles, sottolineando come una decisione del genere non possa essere presa «alla leggera». Dietro questa cautela emergono una serie di timori: le possibili ripercussioni sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e l’impatto sui delicati dossier diplomatici, a partire dal programma nucleare iraniano. Una prudenza che nei fatti si traduce in immobilismo, mentre il regime continua a reprimere nel sangue le proteste interne.
Sul fronte Usa-Iran, ieri Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran dell’invio di una «massiccia “armada”»: «Ci auguriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo dei negoziati e accetti un accordo equo (niente armi nucleari) un’intesa che vada a beneficio di tutti. Il tempo sta per scadere. L’ho detto all’Iran già una volta: fate un accordo. Non l’hanno fatto, e c’è stata l’Operazione Midnight Hammer, con distruzioni massive. Il prossimo attacco sarebbe molto peggiore». Eppure, sul piano giuridico, le obiezioni tradizionali sembrano indebolirsi. L’Iran ha risposto che reagirà «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
Un’analisi del servizio giuridico del Consiglio Ue individua come possibile base legale una sentenza del 2023 della Corte d’appello di Düsseldorf, che ha accertato il coinvolgimento di un ente statale iraniano in un tentato attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. Un precedente che supera la linea finora sostenuta dalle istituzioni europee, secondo cui l’inserimento di apparati del regime iraniano nella lista nera non fosse possibile senza una decisione di un tribunale nazionale.
La resistenza politica resta forte. Sotto osservazione c’è in particolare la posizione della Germania, impegnata nel tentativo di costruire un consenso europeo. Da parte sua, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «il regime iraniano ha i giorni contati». Altri Paesi continuano a esprimere riserve, pur senza escludere formalmente alcuna opzione. Alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri, il portavoce del governo francese Maud Bregeon ha parlato di una «riflessione in corso» sulla designazione dei pasdaran, denunciando una repressione in Iran «di una violenza senza eguali». Anche la Spagna si è pronunciata a favore dell’inclusione delle Guardie della Rivoluzione nella lista nera, allineandosi alla proposta italiana.
Una posizione che ha irritato Teheran, arrivata a definire «irresponsabile» l’iniziativa e a convocare l’ambasciatrice italiana. Resta però il paradosso europeo: l’obiettivo dichiarato di inviare a Teheran «un messaggio di fermezza», ma l’incapacità di tradurlo in una scelta politica coerente.
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La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
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In questa puntata di «Tutta la Verità» il direttore Maurizio Belpietro commenta l'episodio accaduto a Milano al Boschetto di Rogoredo, in cui un agente ha ucciso un irregolare armato di pistola che lo stava aggredendo durante un'operazione, e confronta quello che accade in Italia con i tumulti a Minneapolis.