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2018-12-15
Condotte va in malora però paga consulenze al fratello della Boschi
ANSA
Dal Giglio magico alla parcella magica. Lo sfiorire politico del renzismo sembra avere almeno prodotto benefici monetari di non poco conto per alcuni dei suoi interpreti più concreti, come l'avvocato Alberto Bianchi e il giovane legale Emanuele Boschi, fratello di Maria Etruria, che spuntano tra i fortunati consulenti di Condotte, il colosso delle costruzioni generali che lotta per non fallire. Partiti per rottamare, finirono per fatturare.
La Verità ha raccontato fin dal primo numero il provincialismo di un Matteo Renzi che, arrivato a Palazzo Chigi, non ha fatto che contornarsi di fiorentini e, al massimo, di toscani, da piazzare ovunque. E anche quando Renzi ha pescato fuori regione, come con il bresciano Renato Mazzoncini, catapultato alla guida delle Ferrovie dello Stato, l'ha fatto perché questi si era cimentato a Firenze, nel 2012, sul dossier Ataf, la municipalizzata dei trasporti trasferita dal Comune allo Stato attraverso Busitalia. In quell'affare si trovano come professionisti alcuni personaggi poi fondamentali come l'avvocato pistoiese Alberto Bianchi, regista della Fondazione renziana Open e poi premiato con un posto nel cda di Enel, e la giovane avvocatessa Maria Elena Boschi, che rappresentava il Comune di Firenze.
Adesso - come ha scoperto il settimanale L'Espresso in uscita domenica, grazie a una lunga e dettagliata inchiesta di Emiliano Fittipaldi - abbiamo la possibilità di ammirare la parabola finale di quel che resta del sistema Renzi. Perché da qualche settimana, a Piazzale Clodio, la Procura di Roma sta lavorando a un'indagine delicatissima, ancora senza indagati, che nasce dalle segnalazioni dei commissari di Condotte Spa, nominati dal ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. E dalle prime carte emerge il singolare conflitto d'interessi di un intoccabile ulivista come Franco Bassanini, ex socialista, ex presidente della Cassa depositi e prestiti e oggi presidente di Open Fiber (50% Enel e 50% la stessa Cdp), e gli incarichi legali «blindati» assegnati da una Condotte ormai al tracollo proprio a Bianchi e al fratello minore della Boschi.
Per capire le dimensioni della faccenda bisogna ricordare che Condotte è il terzo gruppo italiano di costruzioni, capace in 180 anni di storia di costruire ponti, viadotti, autostrade, dighe e metropolitane in tutto il mondo. Fino a due anni fa, prima di incappare in una crisi di liquidità micidiale, tra commesse estere ferme e pagamenti bloccati da parte delle pubbliche amministrazioni, il gruppo guidato da Isabella Bruno e Duccio Astaldi aveva un fatturato da 1,3 miliardi e un portafoglio di ordini che arrivava a 5,6 miliardi, con 3.000 dipendenti. Ma era arrivato ad avere un debito da quasi 2 miliardi di euro, in gran parte con le banche, e il Tribunale fallimentare, pochi mesi fa, ha provato a mettere in sicurezza l'azienda - e i creditori - con un concordato. E qui ecco la prima, imprevedibile falla in un sistema che di solito sa come tutelare i segreti più inconfessabili. Di Maio, da vero «barbaro», nella scelta dei commissari esce dal solito giro dei professionisti di fiducia di questo o di quel leader politico e procede a un sorteggio dal quale escono i nomi del professore di Tor Vergata Giovanni Bruno e degli avvocati Alberto Dello Strologo e Matteo Uggetti.
In quattro mesi il terzetto studia centinaia di carte e passa al setaccio tutte le consulenze o le transazioni sospette. E le consulenze che i commissari hanno giudicato poco motivate sono state mandate in Procura, perché i pm valutino «se esistano gli estremi per valutare l'azione penale».
Allora, secondo i documenti scovati e analizzati dall'Espresso, che sono solo la punta di un iceberg anche solo perché Duccio Astaldi, a marzo di quest'anno, è stato arrestato per presunte tangenti sulle autostrade in Sicilia, nel 2012 la coppia Bruno-Astaldi fa shopping in Toscana e acquista la Inso, un'azienda specializzata nella costruzioni di ospedali. Per i commissari, Inso, costata 80 milioni, è un mezzo bidone già in partenza, ma l'operazione viene coperta per la metà da un finanziamento del Monte dei Paschi, «reso disponibile dietro provvista di Cassa depositi e prestiti e la garanzia di Sace», due società controllate dal ministero dell'Economia. La stranezza è che all'epoca il presidente della Cdp è Franco Bassanini, il quale era contemporaneamente anche presidente del consiglio di sorveglianza di Condotte. E nonostante il consiglio di sorveglianza non sia operativo come quello di gestione, le agende della signora Bruno raccontano di vari incontri (dal 2015 in poi) insieme a Bassanini per conoscere banchieri, manager pubblici e gestori di grandi fondi, oltre all'allora premier Paolo Gentiloni e agli ex ministri Graziano Delrio e Carlo Calenda. Nel 2015, quando Condotte sblocca la commessa per il nodo Tav di Firenze, l'agenda della signora Bruno registra visite alla Boschi, nonostante questa non abbia competenze adeguate, almeno formalmente. Ma la Boschi è grande amica di Bianchi e il legale di Pistoia ottiene un contratto da 240.000 da una controllata di Condotte, seppur insieme allo studio di Leonardo Romagnoli.
Nella primavera di quest'anno, c'è gloria anche per Emanuele Boschi, già all'ufficio legale della mitica Popolare Etruria. Il 9 maggio la Inso si assicura i servigi del trentacinquenne fratello di Maria Elena, al modico prezzo di 150.000 euro «pagabili a vista della fattura» e riportati su un contratto con la carta intestata dello studio che Boschi junior condivide con Federico Lovadina e Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd.
Francesco Bonazzi
Da Gelli a Carboni, fino a Padoan. Quanti intrighi passano da Arezzo
La terra di Licio Gelli, Castiglion Fibocchi e dintorni, è luogo di incroci anche inaspettati. Come conferma l'inchiesta che ha portato all'arresto degli imprenditori Antonio Fioravante Moretti Cuseri e di suo figlio Andrea. Infatti dalle carte emergono nomi che avevamo già letto in altre indagini, da quella Consip a quella per riciclaggio che ha coinvolto i massoni Flavio Carboni e Valeriano Mureddu, ingaggiati nel 2014 come consulenti dall'allora vicepresidente di Banca Etruria, Pier Luigi Boschi. Ieri abbiamo raccontato l'impegno profuso da Moretti senior per l'elezione alla Camera dell'allora ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Una vicenda in cui esponenti del Pd e di Forza Italia hanno remato nella stessa direzione, cercando il sostegno anche di personaggi in odore di massoneria.
Gli stessi brogliacci registrano la trattativa tra Andrea Moretti e l'imprenditore salernitano Angelo Rainone per la vendita di una barca. Il nome di Rainone è legato a quello del faccendiere Carboni, condannato in primo grado a 6 anni e mezzo nella cosiddetta inchiesta sulla P3. Per esempio, nell'indagine aretina su Carboni e Mureddu, i magistrati hanno registrato anche la voce di Rainone, a cui Valeriano parla di «quello di Roma» e gli chiede se lo abbia incontrato. I due intercettati si riferiscono proprio a Carboni, amico di entrambi. In un'ordinanza di custodia cautelare contro il clan camorrista dei Moccia si legge: «Il giorno 11 maggio 2013 Angelo Rainone, dopo aver trascorso una giornata a Roma in compagnia del noto Flavio Carboni, al quale risulta legato, contattava Luigi Moccia per concordare un incontro nei pressi della stazione Termini. L'incontro aveva la durata di pochi minuti e serviva unicamente alla consegna da parte del Rainone di una busta a Luigi Moccia». Quest'ultimo verrà arrestato nel 2016 su richiesta della Procura di Roma.
Un altro nome che ritorna, senza mai essere indagato, è quello dell'ex parlamentare del Pd Marco Donati, già considerato turborenziano e turboboschiano, che nella provincia di Arezzo sono sinonimi.
Il 22 febbraio 2018 Donati si reca nell'azienda dei Moretti per incontrare Antonio Fioravante. Il politico era già stato citato nelle carte dell'inchiesta Consip per un appuntamento con Carlo Russo, l'aspirante lobbista per cui la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di millantato credito. Nell'indagine sui Moretti è stato captato anche un sms inviato da un certo Gianluca L. al broker finanziario Gianni P., per cui la Procura ha chiesto l'archiviazione: «Per l'Arezzo vorrei passare dall'onorevole Donati, ma poi mi devi assicurare almeno il contatto perché poi non posso permettermi di fare una figura non positiva con Marco Donati».
Tra le carte depositate dalla Procura c'è anche un articolo della Verità intitolato «Tutti i paradisi fiscali dei renziani», in cui citavamo i Moretti e altri imprenditori vicini al Giglio magico con «una caratteristica in comune: basi in Lussemburgo, Cipro e Panama».
Che Arezzo sia una piccola realtà è, infine, confermato da un'altra coincidenza. La società dell'ormai famoso catering offerto da Antonio Moretti per l'iniziativa elettorale di Padoan è di proprietà dell'ex marito di Manuela C., la quale ha avuto una relazione con Valeriano Mureddu.
Giacomo Amadori
Da Lotti al generale Del Sette chiesti i rinvii a giudizio per Consip
Le memorie difensive e gli interrogatori di alcuni indagati non hanno cambiato le carte in tavola. Per le soffiate sull'inchiesta Consip, la Procura di Roma, che schiera in campo il procuratore Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi, ha confermato le accuse ipotizzate nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari.
E dopo 45 giorni ha depositato al gip la richiesta di rinvio a giudizio per i sette indagati che, quindi, dovranno affrontare l'udienza preliminare. Ha provato lo stesso a guardare il bicchiere mezzo pieno l'ex ministro dello Sport, Luca Lotti, che sui social ha commentato: «Oggi prendo atto con soddisfazione che la Procura ha chiesto l'archiviazione per uno dei due reati, ossia la rivelazione del segreto d'ufficio. Confido che il successivo corso del procedimento consentirà di accertare l'infondatezza anche della residuale ipotesi di reato».
In realtà l'ex ministro renziano avrebbe dovuto apprendere questa notizia già quando gli è stato notificato l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, ossia 45 giorni fa. E qualche consulente avrebbe anche dovuto erudirlo sul reato archiviato: la rivelazione del segreto d'ufficio non era contestabile al ministro in quanto Lotti non era un pubblico ufficiale, e non era neanche titolare del fascicolo da cui sono partite le soffiate. E siccome la Procura di Roma non ha individuato l'ufficiale di polizia giudiziaria infedele che avrebbe riferito all'ex ministro ciò che poi lui ha riportato a Luigi Marroni, l'ex amministratore delegato di Consip che si affrettò a togliere le microspie dopo aver appreso di essere finito sotto la lente del pm Henry John Woodcock, quel reato non può essergli contestato. E per questo motivo non c'era nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari e a maggior ragione nella richiesta di rinvio a giudizio. Per Lotti, che si presentò spontaneamente un anno fa in Procura per farsi ascoltare dai magistrati e che tramite i suoi avvocati sbandierò di sentirsi sereno perché riteneva di aver chiarito tutto, resta in piedi, infatti, solo l'accusa di favoreggiamento. La stessa per la quale la Procura ha chiesto il giudizio dell'ex comandante della Legione carabinieri Toscana, Emanuele Saltalamacchia, perché anche lui, secondo l'accusa, avrebbe invitato Marroni alla «cautela nelle comunicazioni a mezzo telefono».
Favoreggiamento e anche rivelazione del segreto d'ufficio, invece, per l'ex comandante generale dell'Arma, Tullio Del Sette. Parlò con l'ex presidente di Consip, Luigi Ferrara, e gli confermò che c'era un'indagine in corso sull'imprenditore Alfredo Romeo, invitandolo a stare attento nelle comunicazioni. Accusa di favoreggiamento anche per Filippo Vannoni, ex numero uno di Publiacqua, che in più occasioni avrebbe parlato con Marroni di un'indagine della magistratura su Consip.
Gianpaolo Scafarto, all'epoca capitano del Noe (Nucleo operativo ecologico) e attualmente maggiore dei carabinieri e assessore a Sicurezza e legalità del Comune di Castellammare di Stabia, è accusato di tre episodi di falso, due di rivelazione di segreto d'ufficio e uno di depistaggio, quest'ultimo reato in concorso con il suo diretto superiore, il colonnello Alessandro Sessa.
In particolare, secondo i pm, avrebbe rivelato al Fatto Quotidiano «il contenuto delle dichiarazioni rese, quali persone informate dei fatti, da Luigi Marroni e Luigi Ferrara» nell'ambito dell'inchiesta che, all'epoca, veniva condotta dai magistrati napoletani e l'iscrizione nel registro degli indagati del generale Del Sette, «notizia poi pubblicata il 22 dicembre del 2016». Almeno fino al marzo dell'anno scorso, poi, avrebbe passato a militari transitati dal Noe all'Aise, il servizio segreto estero, «atti coperti del segreto investigativo tra cui intercettazioni, pedinamenti e l'informativa su Consip».
Per quanto riguarda l'accusa di depistaggio, Scafarto, che il 10 maggio 2017 aveva subito il sequestro del proprio cellulare da parte dei pm, «su richiesta e istigazione di Sessa», si legge nelle accuse, «e al fine di non rendere possibile ricostruire le chat Whatsapp, provvedeva a disinstallare sul cellulare di Sessa l'applicazione». Per Carlo Russo - l'ex amico di babbo Tiziano Renzi - invece l'ipotesi è di millantato credito. Secondo i pm si fece promettere da Romeo 100.000 euro come prezzo per la propria mediazione con l'allora direttore generale del patrimonio Inps, Daniela Becchini; con l'ex ad di Grandi stazioni, Silvio Gizzi; con l'ex sindaco di Sesto San Giovanni, esponente del Pd, Monica Chittò, e anche con Marroni. Si tratta della stessa accusa che vedeva indagato babbo Renzi. Per il papà del Rottamatore la Procura, pur scrivendo che nel corso dell'interrogatorio del 7 marzo 2017 Tiziano Renzi fece «affermazioni non credibili», fornendo una «inverosimile ricostruzione dei fatti», siccome «non è dato rinvenire alcun elemento che faccia supporre un accordo illecito con Russo», ha chiesto l'archiviazione.
Fabio Amendolara
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Il gruppo ha debiti per 2 miliardi ma un'inchiesta dell'«Espresso» scova contratti da favola al parente e a un amico dell'ex ministra.L'ex roccaforte renziana è crocevia di interessi politici e inchieste della magistratura.La Procura procede per 7 indagati fra cui l'ex ministro dello Sport. Fra gli uomini dell'Arma anche Alessandro Sessa, Emanuele Saltalamacchia e Giampaolo Scafarto. Nell'elenco figura Carlo Russo, il faccendiere amico del padre di Matteo Renzi.Lo speciale contiene tre articoli. Dal Giglio magico alla parcella magica. Lo sfiorire politico del renzismo sembra avere almeno prodotto benefici monetari di non poco conto per alcuni dei suoi interpreti più concreti, come l'avvocato Alberto Bianchi e il giovane legale Emanuele Boschi, fratello di Maria Etruria, che spuntano tra i fortunati consulenti di Condotte, il colosso delle costruzioni generali che lotta per non fallire. Partiti per rottamare, finirono per fatturare. La Verità ha raccontato fin dal primo numero il provincialismo di un Matteo Renzi che, arrivato a Palazzo Chigi, non ha fatto che contornarsi di fiorentini e, al massimo, di toscani, da piazzare ovunque. E anche quando Renzi ha pescato fuori regione, come con il bresciano Renato Mazzoncini, catapultato alla guida delle Ferrovie dello Stato, l'ha fatto perché questi si era cimentato a Firenze, nel 2012, sul dossier Ataf, la municipalizzata dei trasporti trasferita dal Comune allo Stato attraverso Busitalia. In quell'affare si trovano come professionisti alcuni personaggi poi fondamentali come l'avvocato pistoiese Alberto Bianchi, regista della Fondazione renziana Open e poi premiato con un posto nel cda di Enel, e la giovane avvocatessa Maria Elena Boschi, che rappresentava il Comune di Firenze. Adesso - come ha scoperto il settimanale L'Espresso in uscita domenica, grazie a una lunga e dettagliata inchiesta di Emiliano Fittipaldi - abbiamo la possibilità di ammirare la parabola finale di quel che resta del sistema Renzi. Perché da qualche settimana, a Piazzale Clodio, la Procura di Roma sta lavorando a un'indagine delicatissima, ancora senza indagati, che nasce dalle segnalazioni dei commissari di Condotte Spa, nominati dal ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. E dalle prime carte emerge il singolare conflitto d'interessi di un intoccabile ulivista come Franco Bassanini, ex socialista, ex presidente della Cassa depositi e prestiti e oggi presidente di Open Fiber (50% Enel e 50% la stessa Cdp), e gli incarichi legali «blindati» assegnati da una Condotte ormai al tracollo proprio a Bianchi e al fratello minore della Boschi. Per capire le dimensioni della faccenda bisogna ricordare che Condotte è il terzo gruppo italiano di costruzioni, capace in 180 anni di storia di costruire ponti, viadotti, autostrade, dighe e metropolitane in tutto il mondo. Fino a due anni fa, prima di incappare in una crisi di liquidità micidiale, tra commesse estere ferme e pagamenti bloccati da parte delle pubbliche amministrazioni, il gruppo guidato da Isabella Bruno e Duccio Astaldi aveva un fatturato da 1,3 miliardi e un portafoglio di ordini che arrivava a 5,6 miliardi, con 3.000 dipendenti. Ma era arrivato ad avere un debito da quasi 2 miliardi di euro, in gran parte con le banche, e il Tribunale fallimentare, pochi mesi fa, ha provato a mettere in sicurezza l'azienda - e i creditori - con un concordato. E qui ecco la prima, imprevedibile falla in un sistema che di solito sa come tutelare i segreti più inconfessabili. Di Maio, da vero «barbaro», nella scelta dei commissari esce dal solito giro dei professionisti di fiducia di questo o di quel leader politico e procede a un sorteggio dal quale escono i nomi del professore di Tor Vergata Giovanni Bruno e degli avvocati Alberto Dello Strologo e Matteo Uggetti. In quattro mesi il terzetto studia centinaia di carte e passa al setaccio tutte le consulenze o le transazioni sospette. E le consulenze che i commissari hanno giudicato poco motivate sono state mandate in Procura, perché i pm valutino «se esistano gli estremi per valutare l'azione penale». Allora, secondo i documenti scovati e analizzati dall'Espresso, che sono solo la punta di un iceberg anche solo perché Duccio Astaldi, a marzo di quest'anno, è stato arrestato per presunte tangenti sulle autostrade in Sicilia, nel 2012 la coppia Bruno-Astaldi fa shopping in Toscana e acquista la Inso, un'azienda specializzata nella costruzioni di ospedali. Per i commissari, Inso, costata 80 milioni, è un mezzo bidone già in partenza, ma l'operazione viene coperta per la metà da un finanziamento del Monte dei Paschi, «reso disponibile dietro provvista di Cassa depositi e prestiti e la garanzia di Sace», due società controllate dal ministero dell'Economia. La stranezza è che all'epoca il presidente della Cdp è Franco Bassanini, il quale era contemporaneamente anche presidente del consiglio di sorveglianza di Condotte. E nonostante il consiglio di sorveglianza non sia operativo come quello di gestione, le agende della signora Bruno raccontano di vari incontri (dal 2015 in poi) insieme a Bassanini per conoscere banchieri, manager pubblici e gestori di grandi fondi, oltre all'allora premier Paolo Gentiloni e agli ex ministri Graziano Delrio e Carlo Calenda. Nel 2015, quando Condotte sblocca la commessa per il nodo Tav di Firenze, l'agenda della signora Bruno registra visite alla Boschi, nonostante questa non abbia competenze adeguate, almeno formalmente. Ma la Boschi è grande amica di Bianchi e il legale di Pistoia ottiene un contratto da 240.000 da una controllata di Condotte, seppur insieme allo studio di Leonardo Romagnoli. Nella primavera di quest'anno, c'è gloria anche per Emanuele Boschi, già all'ufficio legale della mitica Popolare Etruria. Il 9 maggio la Inso si assicura i servigi del trentacinquenne fratello di Maria Elena, al modico prezzo di 150.000 euro «pagabili a vista della fattura» e riportati su un contratto con la carta intestata dello studio che Boschi junior condivide con Federico Lovadina e Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd. 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Infatti dalle carte emergono nomi che avevamo già letto in altre indagini, da quella Consip a quella per riciclaggio che ha coinvolto i massoni Flavio Carboni e Valeriano Mureddu, ingaggiati nel 2014 come consulenti dall'allora vicepresidente di Banca Etruria, Pier Luigi Boschi. Ieri abbiamo raccontato l'impegno profuso da Moretti senior per l'elezione alla Camera dell'allora ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Una vicenda in cui esponenti del Pd e di Forza Italia hanno remato nella stessa direzione, cercando il sostegno anche di personaggi in odore di massoneria. Gli stessi brogliacci registrano la trattativa tra Andrea Moretti e l'imprenditore salernitano Angelo Rainone per la vendita di una barca. Il nome di Rainone è legato a quello del faccendiere Carboni, condannato in primo grado a 6 anni e mezzo nella cosiddetta inchiesta sulla P3. Per esempio, nell'indagine aretina su Carboni e Mureddu, i magistrati hanno registrato anche la voce di Rainone, a cui Valeriano parla di «quello di Roma» e gli chiede se lo abbia incontrato. I due intercettati si riferiscono proprio a Carboni, amico di entrambi. In un'ordinanza di custodia cautelare contro il clan camorrista dei Moccia si legge: «Il giorno 11 maggio 2013 Angelo Rainone, dopo aver trascorso una giornata a Roma in compagnia del noto Flavio Carboni, al quale risulta legato, contattava Luigi Moccia per concordare un incontro nei pressi della stazione Termini. L'incontro aveva la durata di pochi minuti e serviva unicamente alla consegna da parte del Rainone di una busta a Luigi Moccia». Quest'ultimo verrà arrestato nel 2016 su richiesta della Procura di Roma. Un altro nome che ritorna, senza mai essere indagato, è quello dell'ex parlamentare del Pd Marco Donati, già considerato turborenziano e turboboschiano, che nella provincia di Arezzo sono sinonimi. Il 22 febbraio 2018 Donati si reca nell'azienda dei Moretti per incontrare Antonio Fioravante. Il politico era già stato citato nelle carte dell'inchiesta Consip per un appuntamento con Carlo Russo, l'aspirante lobbista per cui la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di millantato credito. Nell'indagine sui Moretti è stato captato anche un sms inviato da un certo Gianluca L. al broker finanziario Gianni P., per cui la Procura ha chiesto l'archiviazione: «Per l'Arezzo vorrei passare dall'onorevole Donati, ma poi mi devi assicurare almeno il contatto perché poi non posso permettermi di fare una figura non positiva con Marco Donati». Tra le carte depositate dalla Procura c'è anche un articolo della Verità intitolato «Tutti i paradisi fiscali dei renziani», in cui citavamo i Moretti e altri imprenditori vicini al Giglio magico con «una caratteristica in comune: basi in Lussemburgo, Cipro e Panama». Che Arezzo sia una piccola realtà è, infine, confermato da un'altra coincidenza. La società dell'ormai famoso catering offerto da Antonio Moretti per l'iniziativa elettorale di Padoan è di proprietà dell'ex marito di Manuela C., la quale ha avuto una relazione con Valeriano Mureddu. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/condotte-va-in-malora-pero-paga-consulenze-al-fratello-della-boschi-2623431592.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="da-lotti-al-generale-del-sette-chiesti-i-rinvii-a-giudizio-per-consip" data-post-id="2623431592" data-published-at="1781163012" data-use-pagination="False"> Da Lotti al generale Del Sette chiesti i rinvii a giudizio per Consip Le memorie difensive e gli interrogatori di alcuni indagati non hanno cambiato le carte in tavola. Per le soffiate sull'inchiesta Consip, la Procura di Roma, che schiera in campo il procuratore Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi, ha confermato le accuse ipotizzate nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari. E dopo 45 giorni ha depositato al gip la richiesta di rinvio a giudizio per i sette indagati che, quindi, dovranno affrontare l'udienza preliminare. Ha provato lo stesso a guardare il bicchiere mezzo pieno l'ex ministro dello Sport, Luca Lotti, che sui social ha commentato: «Oggi prendo atto con soddisfazione che la Procura ha chiesto l'archiviazione per uno dei due reati, ossia la rivelazione del segreto d'ufficio. Confido che il successivo corso del procedimento consentirà di accertare l'infondatezza anche della residuale ipotesi di reato». In realtà l'ex ministro renziano avrebbe dovuto apprendere questa notizia già quando gli è stato notificato l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, ossia 45 giorni fa. E qualche consulente avrebbe anche dovuto erudirlo sul reato archiviato: la rivelazione del segreto d'ufficio non era contestabile al ministro in quanto Lotti non era un pubblico ufficiale, e non era neanche titolare del fascicolo da cui sono partite le soffiate. E siccome la Procura di Roma non ha individuato l'ufficiale di polizia giudiziaria infedele che avrebbe riferito all'ex ministro ciò che poi lui ha riportato a Luigi Marroni, l'ex amministratore delegato di Consip che si affrettò a togliere le microspie dopo aver appreso di essere finito sotto la lente del pm Henry John Woodcock, quel reato non può essergli contestato. E per questo motivo non c'era nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari e a maggior ragione nella richiesta di rinvio a giudizio. Per Lotti, che si presentò spontaneamente un anno fa in Procura per farsi ascoltare dai magistrati e che tramite i suoi avvocati sbandierò di sentirsi sereno perché riteneva di aver chiarito tutto, resta in piedi, infatti, solo l'accusa di favoreggiamento. La stessa per la quale la Procura ha chiesto il giudizio dell'ex comandante della Legione carabinieri Toscana, Emanuele Saltalamacchia, perché anche lui, secondo l'accusa, avrebbe invitato Marroni alla «cautela nelle comunicazioni a mezzo telefono». Favoreggiamento e anche rivelazione del segreto d'ufficio, invece, per l'ex comandante generale dell'Arma, Tullio Del Sette. Parlò con l'ex presidente di Consip, Luigi Ferrara, e gli confermò che c'era un'indagine in corso sull'imprenditore Alfredo Romeo, invitandolo a stare attento nelle comunicazioni. Accusa di favoreggiamento anche per Filippo Vannoni, ex numero uno di Publiacqua, che in più occasioni avrebbe parlato con Marroni di un'indagine della magistratura su Consip. Gianpaolo Scafarto, all'epoca capitano del Noe (Nucleo operativo ecologico) e attualmente maggiore dei carabinieri e assessore a Sicurezza e legalità del Comune di Castellammare di Stabia, è accusato di tre episodi di falso, due di rivelazione di segreto d'ufficio e uno di depistaggio, quest'ultimo reato in concorso con il suo diretto superiore, il colonnello Alessandro Sessa. In particolare, secondo i pm, avrebbe rivelato al Fatto Quotidiano «il contenuto delle dichiarazioni rese, quali persone informate dei fatti, da Luigi Marroni e Luigi Ferrara» nell'ambito dell'inchiesta che, all'epoca, veniva condotta dai magistrati napoletani e l'iscrizione nel registro degli indagati del generale Del Sette, «notizia poi pubblicata il 22 dicembre del 2016». Almeno fino al marzo dell'anno scorso, poi, avrebbe passato a militari transitati dal Noe all'Aise, il servizio segreto estero, «atti coperti del segreto investigativo tra cui intercettazioni, pedinamenti e l'informativa su Consip». Per quanto riguarda l'accusa di depistaggio, Scafarto, che il 10 maggio 2017 aveva subito il sequestro del proprio cellulare da parte dei pm, «su richiesta e istigazione di Sessa», si legge nelle accuse, «e al fine di non rendere possibile ricostruire le chat Whatsapp, provvedeva a disinstallare sul cellulare di Sessa l'applicazione». Per Carlo Russo - l'ex amico di babbo Tiziano Renzi - invece l'ipotesi è di millantato credito. Secondo i pm si fece promettere da Romeo 100.000 euro come prezzo per la propria mediazione con l'allora direttore generale del patrimonio Inps, Daniela Becchini; con l'ex ad di Grandi stazioni, Silvio Gizzi; con l'ex sindaco di Sesto San Giovanni, esponente del Pd, Monica Chittò, e anche con Marroni. Si tratta della stessa accusa che vedeva indagato babbo Renzi. Per il papà del Rottamatore la Procura, pur scrivendo che nel corso dell'interrogatorio del 7 marzo 2017 Tiziano Renzi fece «affermazioni non credibili», fornendo una «inverosimile ricostruzione dei fatti», siccome «non è dato rinvenire alcun elemento che faccia supporre un accordo illecito con Russo», ha chiesto l'archiviazione. Fabio Amendolara
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 giugno con Carlo Cambi
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
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Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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