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2018-12-15
Condotte va in malora però paga consulenze al fratello della Boschi
ANSA
Dal Giglio magico alla parcella magica. Lo sfiorire politico del renzismo sembra avere almeno prodotto benefici monetari di non poco conto per alcuni dei suoi interpreti più concreti, come l'avvocato Alberto Bianchi e il giovane legale Emanuele Boschi, fratello di Maria Etruria, che spuntano tra i fortunati consulenti di Condotte, il colosso delle costruzioni generali che lotta per non fallire. Partiti per rottamare, finirono per fatturare.
La Verità ha raccontato fin dal primo numero il provincialismo di un Matteo Renzi che, arrivato a Palazzo Chigi, non ha fatto che contornarsi di fiorentini e, al massimo, di toscani, da piazzare ovunque. E anche quando Renzi ha pescato fuori regione, come con il bresciano Renato Mazzoncini, catapultato alla guida delle Ferrovie dello Stato, l'ha fatto perché questi si era cimentato a Firenze, nel 2012, sul dossier Ataf, la municipalizzata dei trasporti trasferita dal Comune allo Stato attraverso Busitalia. In quell'affare si trovano come professionisti alcuni personaggi poi fondamentali come l'avvocato pistoiese Alberto Bianchi, regista della Fondazione renziana Open e poi premiato con un posto nel cda di Enel, e la giovane avvocatessa Maria Elena Boschi, che rappresentava il Comune di Firenze.
Adesso - come ha scoperto il settimanale L'Espresso in uscita domenica, grazie a una lunga e dettagliata inchiesta di Emiliano Fittipaldi - abbiamo la possibilità di ammirare la parabola finale di quel che resta del sistema Renzi. Perché da qualche settimana, a Piazzale Clodio, la Procura di Roma sta lavorando a un'indagine delicatissima, ancora senza indagati, che nasce dalle segnalazioni dei commissari di Condotte Spa, nominati dal ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. E dalle prime carte emerge il singolare conflitto d'interessi di un intoccabile ulivista come Franco Bassanini, ex socialista, ex presidente della Cassa depositi e prestiti e oggi presidente di Open Fiber (50% Enel e 50% la stessa Cdp), e gli incarichi legali «blindati» assegnati da una Condotte ormai al tracollo proprio a Bianchi e al fratello minore della Boschi.
Per capire le dimensioni della faccenda bisogna ricordare che Condotte è il terzo gruppo italiano di costruzioni, capace in 180 anni di storia di costruire ponti, viadotti, autostrade, dighe e metropolitane in tutto il mondo. Fino a due anni fa, prima di incappare in una crisi di liquidità micidiale, tra commesse estere ferme e pagamenti bloccati da parte delle pubbliche amministrazioni, il gruppo guidato da Isabella Bruno e Duccio Astaldi aveva un fatturato da 1,3 miliardi e un portafoglio di ordini che arrivava a 5,6 miliardi, con 3.000 dipendenti. Ma era arrivato ad avere un debito da quasi 2 miliardi di euro, in gran parte con le banche, e il Tribunale fallimentare, pochi mesi fa, ha provato a mettere in sicurezza l'azienda - e i creditori - con un concordato. E qui ecco la prima, imprevedibile falla in un sistema che di solito sa come tutelare i segreti più inconfessabili. Di Maio, da vero «barbaro», nella scelta dei commissari esce dal solito giro dei professionisti di fiducia di questo o di quel leader politico e procede a un sorteggio dal quale escono i nomi del professore di Tor Vergata Giovanni Bruno e degli avvocati Alberto Dello Strologo e Matteo Uggetti.
In quattro mesi il terzetto studia centinaia di carte e passa al setaccio tutte le consulenze o le transazioni sospette. E le consulenze che i commissari hanno giudicato poco motivate sono state mandate in Procura, perché i pm valutino «se esistano gli estremi per valutare l'azione penale».
Allora, secondo i documenti scovati e analizzati dall'Espresso, che sono solo la punta di un iceberg anche solo perché Duccio Astaldi, a marzo di quest'anno, è stato arrestato per presunte tangenti sulle autostrade in Sicilia, nel 2012 la coppia Bruno-Astaldi fa shopping in Toscana e acquista la Inso, un'azienda specializzata nella costruzioni di ospedali. Per i commissari, Inso, costata 80 milioni, è un mezzo bidone già in partenza, ma l'operazione viene coperta per la metà da un finanziamento del Monte dei Paschi, «reso disponibile dietro provvista di Cassa depositi e prestiti e la garanzia di Sace», due società controllate dal ministero dell'Economia. La stranezza è che all'epoca il presidente della Cdp è Franco Bassanini, il quale era contemporaneamente anche presidente del consiglio di sorveglianza di Condotte. E nonostante il consiglio di sorveglianza non sia operativo come quello di gestione, le agende della signora Bruno raccontano di vari incontri (dal 2015 in poi) insieme a Bassanini per conoscere banchieri, manager pubblici e gestori di grandi fondi, oltre all'allora premier Paolo Gentiloni e agli ex ministri Graziano Delrio e Carlo Calenda. Nel 2015, quando Condotte sblocca la commessa per il nodo Tav di Firenze, l'agenda della signora Bruno registra visite alla Boschi, nonostante questa non abbia competenze adeguate, almeno formalmente. Ma la Boschi è grande amica di Bianchi e il legale di Pistoia ottiene un contratto da 240.000 da una controllata di Condotte, seppur insieme allo studio di Leonardo Romagnoli.
Nella primavera di quest'anno, c'è gloria anche per Emanuele Boschi, già all'ufficio legale della mitica Popolare Etruria. Il 9 maggio la Inso si assicura i servigi del trentacinquenne fratello di Maria Elena, al modico prezzo di 150.000 euro «pagabili a vista della fattura» e riportati su un contratto con la carta intestata dello studio che Boschi junior condivide con Federico Lovadina e Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd.
Francesco Bonazzi
Da Gelli a Carboni, fino a Padoan. Quanti intrighi passano da Arezzo
La terra di Licio Gelli, Castiglion Fibocchi e dintorni, è luogo di incroci anche inaspettati. Come conferma l'inchiesta che ha portato all'arresto degli imprenditori Antonio Fioravante Moretti Cuseri e di suo figlio Andrea. Infatti dalle carte emergono nomi che avevamo già letto in altre indagini, da quella Consip a quella per riciclaggio che ha coinvolto i massoni Flavio Carboni e Valeriano Mureddu, ingaggiati nel 2014 come consulenti dall'allora vicepresidente di Banca Etruria, Pier Luigi Boschi. Ieri abbiamo raccontato l'impegno profuso da Moretti senior per l'elezione alla Camera dell'allora ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Una vicenda in cui esponenti del Pd e di Forza Italia hanno remato nella stessa direzione, cercando il sostegno anche di personaggi in odore di massoneria.
Gli stessi brogliacci registrano la trattativa tra Andrea Moretti e l'imprenditore salernitano Angelo Rainone per la vendita di una barca. Il nome di Rainone è legato a quello del faccendiere Carboni, condannato in primo grado a 6 anni e mezzo nella cosiddetta inchiesta sulla P3. Per esempio, nell'indagine aretina su Carboni e Mureddu, i magistrati hanno registrato anche la voce di Rainone, a cui Valeriano parla di «quello di Roma» e gli chiede se lo abbia incontrato. I due intercettati si riferiscono proprio a Carboni, amico di entrambi. In un'ordinanza di custodia cautelare contro il clan camorrista dei Moccia si legge: «Il giorno 11 maggio 2013 Angelo Rainone, dopo aver trascorso una giornata a Roma in compagnia del noto Flavio Carboni, al quale risulta legato, contattava Luigi Moccia per concordare un incontro nei pressi della stazione Termini. L'incontro aveva la durata di pochi minuti e serviva unicamente alla consegna da parte del Rainone di una busta a Luigi Moccia». Quest'ultimo verrà arrestato nel 2016 su richiesta della Procura di Roma.
Un altro nome che ritorna, senza mai essere indagato, è quello dell'ex parlamentare del Pd Marco Donati, già considerato turborenziano e turboboschiano, che nella provincia di Arezzo sono sinonimi.
Il 22 febbraio 2018 Donati si reca nell'azienda dei Moretti per incontrare Antonio Fioravante. Il politico era già stato citato nelle carte dell'inchiesta Consip per un appuntamento con Carlo Russo, l'aspirante lobbista per cui la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di millantato credito. Nell'indagine sui Moretti è stato captato anche un sms inviato da un certo Gianluca L. al broker finanziario Gianni P., per cui la Procura ha chiesto l'archiviazione: «Per l'Arezzo vorrei passare dall'onorevole Donati, ma poi mi devi assicurare almeno il contatto perché poi non posso permettermi di fare una figura non positiva con Marco Donati».
Tra le carte depositate dalla Procura c'è anche un articolo della Verità intitolato «Tutti i paradisi fiscali dei renziani», in cui citavamo i Moretti e altri imprenditori vicini al Giglio magico con «una caratteristica in comune: basi in Lussemburgo, Cipro e Panama».
Che Arezzo sia una piccola realtà è, infine, confermato da un'altra coincidenza. La società dell'ormai famoso catering offerto da Antonio Moretti per l'iniziativa elettorale di Padoan è di proprietà dell'ex marito di Manuela C., la quale ha avuto una relazione con Valeriano Mureddu.
Giacomo Amadori
Da Lotti al generale Del Sette chiesti i rinvii a giudizio per Consip
Le memorie difensive e gli interrogatori di alcuni indagati non hanno cambiato le carte in tavola. Per le soffiate sull'inchiesta Consip, la Procura di Roma, che schiera in campo il procuratore Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi, ha confermato le accuse ipotizzate nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari.
E dopo 45 giorni ha depositato al gip la richiesta di rinvio a giudizio per i sette indagati che, quindi, dovranno affrontare l'udienza preliminare. Ha provato lo stesso a guardare il bicchiere mezzo pieno l'ex ministro dello Sport, Luca Lotti, che sui social ha commentato: «Oggi prendo atto con soddisfazione che la Procura ha chiesto l'archiviazione per uno dei due reati, ossia la rivelazione del segreto d'ufficio. Confido che il successivo corso del procedimento consentirà di accertare l'infondatezza anche della residuale ipotesi di reato».
In realtà l'ex ministro renziano avrebbe dovuto apprendere questa notizia già quando gli è stato notificato l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, ossia 45 giorni fa. E qualche consulente avrebbe anche dovuto erudirlo sul reato archiviato: la rivelazione del segreto d'ufficio non era contestabile al ministro in quanto Lotti non era un pubblico ufficiale, e non era neanche titolare del fascicolo da cui sono partite le soffiate. E siccome la Procura di Roma non ha individuato l'ufficiale di polizia giudiziaria infedele che avrebbe riferito all'ex ministro ciò che poi lui ha riportato a Luigi Marroni, l'ex amministratore delegato di Consip che si affrettò a togliere le microspie dopo aver appreso di essere finito sotto la lente del pm Henry John Woodcock, quel reato non può essergli contestato. E per questo motivo non c'era nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari e a maggior ragione nella richiesta di rinvio a giudizio. Per Lotti, che si presentò spontaneamente un anno fa in Procura per farsi ascoltare dai magistrati e che tramite i suoi avvocati sbandierò di sentirsi sereno perché riteneva di aver chiarito tutto, resta in piedi, infatti, solo l'accusa di favoreggiamento. La stessa per la quale la Procura ha chiesto il giudizio dell'ex comandante della Legione carabinieri Toscana, Emanuele Saltalamacchia, perché anche lui, secondo l'accusa, avrebbe invitato Marroni alla «cautela nelle comunicazioni a mezzo telefono».
Favoreggiamento e anche rivelazione del segreto d'ufficio, invece, per l'ex comandante generale dell'Arma, Tullio Del Sette. Parlò con l'ex presidente di Consip, Luigi Ferrara, e gli confermò che c'era un'indagine in corso sull'imprenditore Alfredo Romeo, invitandolo a stare attento nelle comunicazioni. Accusa di favoreggiamento anche per Filippo Vannoni, ex numero uno di Publiacqua, che in più occasioni avrebbe parlato con Marroni di un'indagine della magistratura su Consip.
Gianpaolo Scafarto, all'epoca capitano del Noe (Nucleo operativo ecologico) e attualmente maggiore dei carabinieri e assessore a Sicurezza e legalità del Comune di Castellammare di Stabia, è accusato di tre episodi di falso, due di rivelazione di segreto d'ufficio e uno di depistaggio, quest'ultimo reato in concorso con il suo diretto superiore, il colonnello Alessandro Sessa.
In particolare, secondo i pm, avrebbe rivelato al Fatto Quotidiano «il contenuto delle dichiarazioni rese, quali persone informate dei fatti, da Luigi Marroni e Luigi Ferrara» nell'ambito dell'inchiesta che, all'epoca, veniva condotta dai magistrati napoletani e l'iscrizione nel registro degli indagati del generale Del Sette, «notizia poi pubblicata il 22 dicembre del 2016». Almeno fino al marzo dell'anno scorso, poi, avrebbe passato a militari transitati dal Noe all'Aise, il servizio segreto estero, «atti coperti del segreto investigativo tra cui intercettazioni, pedinamenti e l'informativa su Consip».
Per quanto riguarda l'accusa di depistaggio, Scafarto, che il 10 maggio 2017 aveva subito il sequestro del proprio cellulare da parte dei pm, «su richiesta e istigazione di Sessa», si legge nelle accuse, «e al fine di non rendere possibile ricostruire le chat Whatsapp, provvedeva a disinstallare sul cellulare di Sessa l'applicazione». Per Carlo Russo - l'ex amico di babbo Tiziano Renzi - invece l'ipotesi è di millantato credito. Secondo i pm si fece promettere da Romeo 100.000 euro come prezzo per la propria mediazione con l'allora direttore generale del patrimonio Inps, Daniela Becchini; con l'ex ad di Grandi stazioni, Silvio Gizzi; con l'ex sindaco di Sesto San Giovanni, esponente del Pd, Monica Chittò, e anche con Marroni. Si tratta della stessa accusa che vedeva indagato babbo Renzi. Per il papà del Rottamatore la Procura, pur scrivendo che nel corso dell'interrogatorio del 7 marzo 2017 Tiziano Renzi fece «affermazioni non credibili», fornendo una «inverosimile ricostruzione dei fatti», siccome «non è dato rinvenire alcun elemento che faccia supporre un accordo illecito con Russo», ha chiesto l'archiviazione.
Fabio Amendolara
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Il gruppo ha debiti per 2 miliardi ma un'inchiesta dell'«Espresso» scova contratti da favola al parente e a un amico dell'ex ministra.L'ex roccaforte renziana è crocevia di interessi politici e inchieste della magistratura.La Procura procede per 7 indagati fra cui l'ex ministro dello Sport. Fra gli uomini dell'Arma anche Alessandro Sessa, Emanuele Saltalamacchia e Giampaolo Scafarto. Nell'elenco figura Carlo Russo, il faccendiere amico del padre di Matteo Renzi.Lo speciale contiene tre articoli. Dal Giglio magico alla parcella magica. Lo sfiorire politico del renzismo sembra avere almeno prodotto benefici monetari di non poco conto per alcuni dei suoi interpreti più concreti, come l'avvocato Alberto Bianchi e il giovane legale Emanuele Boschi, fratello di Maria Etruria, che spuntano tra i fortunati consulenti di Condotte, il colosso delle costruzioni generali che lotta per non fallire. Partiti per rottamare, finirono per fatturare. La Verità ha raccontato fin dal primo numero il provincialismo di un Matteo Renzi che, arrivato a Palazzo Chigi, non ha fatto che contornarsi di fiorentini e, al massimo, di toscani, da piazzare ovunque. E anche quando Renzi ha pescato fuori regione, come con il bresciano Renato Mazzoncini, catapultato alla guida delle Ferrovie dello Stato, l'ha fatto perché questi si era cimentato a Firenze, nel 2012, sul dossier Ataf, la municipalizzata dei trasporti trasferita dal Comune allo Stato attraverso Busitalia. In quell'affare si trovano come professionisti alcuni personaggi poi fondamentali come l'avvocato pistoiese Alberto Bianchi, regista della Fondazione renziana Open e poi premiato con un posto nel cda di Enel, e la giovane avvocatessa Maria Elena Boschi, che rappresentava il Comune di Firenze. Adesso - come ha scoperto il settimanale L'Espresso in uscita domenica, grazie a una lunga e dettagliata inchiesta di Emiliano Fittipaldi - abbiamo la possibilità di ammirare la parabola finale di quel che resta del sistema Renzi. Perché da qualche settimana, a Piazzale Clodio, la Procura di Roma sta lavorando a un'indagine delicatissima, ancora senza indagati, che nasce dalle segnalazioni dei commissari di Condotte Spa, nominati dal ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. E dalle prime carte emerge il singolare conflitto d'interessi di un intoccabile ulivista come Franco Bassanini, ex socialista, ex presidente della Cassa depositi e prestiti e oggi presidente di Open Fiber (50% Enel e 50% la stessa Cdp), e gli incarichi legali «blindati» assegnati da una Condotte ormai al tracollo proprio a Bianchi e al fratello minore della Boschi. Per capire le dimensioni della faccenda bisogna ricordare che Condotte è il terzo gruppo italiano di costruzioni, capace in 180 anni di storia di costruire ponti, viadotti, autostrade, dighe e metropolitane in tutto il mondo. Fino a due anni fa, prima di incappare in una crisi di liquidità micidiale, tra commesse estere ferme e pagamenti bloccati da parte delle pubbliche amministrazioni, il gruppo guidato da Isabella Bruno e Duccio Astaldi aveva un fatturato da 1,3 miliardi e un portafoglio di ordini che arrivava a 5,6 miliardi, con 3.000 dipendenti. Ma era arrivato ad avere un debito da quasi 2 miliardi di euro, in gran parte con le banche, e il Tribunale fallimentare, pochi mesi fa, ha provato a mettere in sicurezza l'azienda - e i creditori - con un concordato. E qui ecco la prima, imprevedibile falla in un sistema che di solito sa come tutelare i segreti più inconfessabili. Di Maio, da vero «barbaro», nella scelta dei commissari esce dal solito giro dei professionisti di fiducia di questo o di quel leader politico e procede a un sorteggio dal quale escono i nomi del professore di Tor Vergata Giovanni Bruno e degli avvocati Alberto Dello Strologo e Matteo Uggetti. In quattro mesi il terzetto studia centinaia di carte e passa al setaccio tutte le consulenze o le transazioni sospette. E le consulenze che i commissari hanno giudicato poco motivate sono state mandate in Procura, perché i pm valutino «se esistano gli estremi per valutare l'azione penale». Allora, secondo i documenti scovati e analizzati dall'Espresso, che sono solo la punta di un iceberg anche solo perché Duccio Astaldi, a marzo di quest'anno, è stato arrestato per presunte tangenti sulle autostrade in Sicilia, nel 2012 la coppia Bruno-Astaldi fa shopping in Toscana e acquista la Inso, un'azienda specializzata nella costruzioni di ospedali. Per i commissari, Inso, costata 80 milioni, è un mezzo bidone già in partenza, ma l'operazione viene coperta per la metà da un finanziamento del Monte dei Paschi, «reso disponibile dietro provvista di Cassa depositi e prestiti e la garanzia di Sace», due società controllate dal ministero dell'Economia. La stranezza è che all'epoca il presidente della Cdp è Franco Bassanini, il quale era contemporaneamente anche presidente del consiglio di sorveglianza di Condotte. E nonostante il consiglio di sorveglianza non sia operativo come quello di gestione, le agende della signora Bruno raccontano di vari incontri (dal 2015 in poi) insieme a Bassanini per conoscere banchieri, manager pubblici e gestori di grandi fondi, oltre all'allora premier Paolo Gentiloni e agli ex ministri Graziano Delrio e Carlo Calenda. Nel 2015, quando Condotte sblocca la commessa per il nodo Tav di Firenze, l'agenda della signora Bruno registra visite alla Boschi, nonostante questa non abbia competenze adeguate, almeno formalmente. Ma la Boschi è grande amica di Bianchi e il legale di Pistoia ottiene un contratto da 240.000 da una controllata di Condotte, seppur insieme allo studio di Leonardo Romagnoli. Nella primavera di quest'anno, c'è gloria anche per Emanuele Boschi, già all'ufficio legale della mitica Popolare Etruria. Il 9 maggio la Inso si assicura i servigi del trentacinquenne fratello di Maria Elena, al modico prezzo di 150.000 euro «pagabili a vista della fattura» e riportati su un contratto con la carta intestata dello studio che Boschi junior condivide con Federico Lovadina e Francesco Bonifazi, il tesoriere del Pd. 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Infatti dalle carte emergono nomi che avevamo già letto in altre indagini, da quella Consip a quella per riciclaggio che ha coinvolto i massoni Flavio Carboni e Valeriano Mureddu, ingaggiati nel 2014 come consulenti dall'allora vicepresidente di Banca Etruria, Pier Luigi Boschi. Ieri abbiamo raccontato l'impegno profuso da Moretti senior per l'elezione alla Camera dell'allora ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Una vicenda in cui esponenti del Pd e di Forza Italia hanno remato nella stessa direzione, cercando il sostegno anche di personaggi in odore di massoneria. Gli stessi brogliacci registrano la trattativa tra Andrea Moretti e l'imprenditore salernitano Angelo Rainone per la vendita di una barca. Il nome di Rainone è legato a quello del faccendiere Carboni, condannato in primo grado a 6 anni e mezzo nella cosiddetta inchiesta sulla P3. Per esempio, nell'indagine aretina su Carboni e Mureddu, i magistrati hanno registrato anche la voce di Rainone, a cui Valeriano parla di «quello di Roma» e gli chiede se lo abbia incontrato. I due intercettati si riferiscono proprio a Carboni, amico di entrambi. In un'ordinanza di custodia cautelare contro il clan camorrista dei Moccia si legge: «Il giorno 11 maggio 2013 Angelo Rainone, dopo aver trascorso una giornata a Roma in compagnia del noto Flavio Carboni, al quale risulta legato, contattava Luigi Moccia per concordare un incontro nei pressi della stazione Termini. L'incontro aveva la durata di pochi minuti e serviva unicamente alla consegna da parte del Rainone di una busta a Luigi Moccia». Quest'ultimo verrà arrestato nel 2016 su richiesta della Procura di Roma. Un altro nome che ritorna, senza mai essere indagato, è quello dell'ex parlamentare del Pd Marco Donati, già considerato turborenziano e turboboschiano, che nella provincia di Arezzo sono sinonimi. Il 22 febbraio 2018 Donati si reca nell'azienda dei Moretti per incontrare Antonio Fioravante. Il politico era già stato citato nelle carte dell'inchiesta Consip per un appuntamento con Carlo Russo, l'aspirante lobbista per cui la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di millantato credito. Nell'indagine sui Moretti è stato captato anche un sms inviato da un certo Gianluca L. al broker finanziario Gianni P., per cui la Procura ha chiesto l'archiviazione: «Per l'Arezzo vorrei passare dall'onorevole Donati, ma poi mi devi assicurare almeno il contatto perché poi non posso permettermi di fare una figura non positiva con Marco Donati». Tra le carte depositate dalla Procura c'è anche un articolo della Verità intitolato «Tutti i paradisi fiscali dei renziani», in cui citavamo i Moretti e altri imprenditori vicini al Giglio magico con «una caratteristica in comune: basi in Lussemburgo, Cipro e Panama». Che Arezzo sia una piccola realtà è, infine, confermato da un'altra coincidenza. La società dell'ormai famoso catering offerto da Antonio Moretti per l'iniziativa elettorale di Padoan è di proprietà dell'ex marito di Manuela C., la quale ha avuto una relazione con Valeriano Mureddu. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/condotte-va-in-malora-pero-paga-consulenze-al-fratello-della-boschi-2623431592.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="da-lotti-al-generale-del-sette-chiesti-i-rinvii-a-giudizio-per-consip" data-post-id="2623431592" data-published-at="1781252505" data-use-pagination="False"> Da Lotti al generale Del Sette chiesti i rinvii a giudizio per Consip Le memorie difensive e gli interrogatori di alcuni indagati non hanno cambiato le carte in tavola. Per le soffiate sull'inchiesta Consip, la Procura di Roma, che schiera in campo il procuratore Giuseppe Pignatone, l'aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi, ha confermato le accuse ipotizzate nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari. E dopo 45 giorni ha depositato al gip la richiesta di rinvio a giudizio per i sette indagati che, quindi, dovranno affrontare l'udienza preliminare. Ha provato lo stesso a guardare il bicchiere mezzo pieno l'ex ministro dello Sport, Luca Lotti, che sui social ha commentato: «Oggi prendo atto con soddisfazione che la Procura ha chiesto l'archiviazione per uno dei due reati, ossia la rivelazione del segreto d'ufficio. Confido che il successivo corso del procedimento consentirà di accertare l'infondatezza anche della residuale ipotesi di reato». In realtà l'ex ministro renziano avrebbe dovuto apprendere questa notizia già quando gli è stato notificato l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, ossia 45 giorni fa. E qualche consulente avrebbe anche dovuto erudirlo sul reato archiviato: la rivelazione del segreto d'ufficio non era contestabile al ministro in quanto Lotti non era un pubblico ufficiale, e non era neanche titolare del fascicolo da cui sono partite le soffiate. E siccome la Procura di Roma non ha individuato l'ufficiale di polizia giudiziaria infedele che avrebbe riferito all'ex ministro ciò che poi lui ha riportato a Luigi Marroni, l'ex amministratore delegato di Consip che si affrettò a togliere le microspie dopo aver appreso di essere finito sotto la lente del pm Henry John Woodcock, quel reato non può essergli contestato. E per questo motivo non c'era nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari e a maggior ragione nella richiesta di rinvio a giudizio. Per Lotti, che si presentò spontaneamente un anno fa in Procura per farsi ascoltare dai magistrati e che tramite i suoi avvocati sbandierò di sentirsi sereno perché riteneva di aver chiarito tutto, resta in piedi, infatti, solo l'accusa di favoreggiamento. La stessa per la quale la Procura ha chiesto il giudizio dell'ex comandante della Legione carabinieri Toscana, Emanuele Saltalamacchia, perché anche lui, secondo l'accusa, avrebbe invitato Marroni alla «cautela nelle comunicazioni a mezzo telefono». Favoreggiamento e anche rivelazione del segreto d'ufficio, invece, per l'ex comandante generale dell'Arma, Tullio Del Sette. Parlò con l'ex presidente di Consip, Luigi Ferrara, e gli confermò che c'era un'indagine in corso sull'imprenditore Alfredo Romeo, invitandolo a stare attento nelle comunicazioni. Accusa di favoreggiamento anche per Filippo Vannoni, ex numero uno di Publiacqua, che in più occasioni avrebbe parlato con Marroni di un'indagine della magistratura su Consip. Gianpaolo Scafarto, all'epoca capitano del Noe (Nucleo operativo ecologico) e attualmente maggiore dei carabinieri e assessore a Sicurezza e legalità del Comune di Castellammare di Stabia, è accusato di tre episodi di falso, due di rivelazione di segreto d'ufficio e uno di depistaggio, quest'ultimo reato in concorso con il suo diretto superiore, il colonnello Alessandro Sessa. In particolare, secondo i pm, avrebbe rivelato al Fatto Quotidiano «il contenuto delle dichiarazioni rese, quali persone informate dei fatti, da Luigi Marroni e Luigi Ferrara» nell'ambito dell'inchiesta che, all'epoca, veniva condotta dai magistrati napoletani e l'iscrizione nel registro degli indagati del generale Del Sette, «notizia poi pubblicata il 22 dicembre del 2016». Almeno fino al marzo dell'anno scorso, poi, avrebbe passato a militari transitati dal Noe all'Aise, il servizio segreto estero, «atti coperti del segreto investigativo tra cui intercettazioni, pedinamenti e l'informativa su Consip». Per quanto riguarda l'accusa di depistaggio, Scafarto, che il 10 maggio 2017 aveva subito il sequestro del proprio cellulare da parte dei pm, «su richiesta e istigazione di Sessa», si legge nelle accuse, «e al fine di non rendere possibile ricostruire le chat Whatsapp, provvedeva a disinstallare sul cellulare di Sessa l'applicazione». Per Carlo Russo - l'ex amico di babbo Tiziano Renzi - invece l'ipotesi è di millantato credito. Secondo i pm si fece promettere da Romeo 100.000 euro come prezzo per la propria mediazione con l'allora direttore generale del patrimonio Inps, Daniela Becchini; con l'ex ad di Grandi stazioni, Silvio Gizzi; con l'ex sindaco di Sesto San Giovanni, esponente del Pd, Monica Chittò, e anche con Marroni. Si tratta della stessa accusa che vedeva indagato babbo Renzi. Per il papà del Rottamatore la Procura, pur scrivendo che nel corso dell'interrogatorio del 7 marzo 2017 Tiziano Renzi fece «affermazioni non credibili», fornendo una «inverosimile ricostruzione dei fatti», siccome «non è dato rinvenire alcun elemento che faccia supporre un accordo illecito con Russo», ha chiesto l'archiviazione. Fabio Amendolara
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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