I condizionatori non sono un lusso ma salvano la vita. Draghi non ha contato fino a tre prima di spararla grossa

I condizionatori sono essenziali per alcuni settori, non si possono spegnere
Più che una battuta da presidente del Consiglio in carica, quella fatta da Mario Draghi durante la conferenza stampa del 6 aprile è sembrato un predicozzo da salotto. «Volete la pace o il condizionatore acceso?», ha sibilato il premier di fronte alle domande sulle conseguenze di un boicottaggio del gas russo, mostrando evidente fastidio più che per i quesiti dei giornalisti per l'evidente spaccatura della sua maggioranza sull'irrigidimento delle sanzioni alla Russia di Vladimir Putin.
In difficoltà sugli aspetti politici ed economici che deriverebbero dalla improvvisa interruzione delle forniture, Draghi ha provato a ribaltare la polemica trasformandola in una questione morale. Un evidente errore da parte di qualsiasi uomo politico che ha il compito di spiegare le proprie decisioni, non di fare prediche etiche a chi ne è perplesso. Compito di un capo di governo è assicurare sia la pace che i condizionatori accesi, non porre l'alternativa fra l'una e gli altri con quel tono piccato a sottolineare come stare freschi d'estate sia un lusso se non addirittura un vizio. Se la politica è così lontana da lui, a Draghi non dovrebbero mancare conoscenze economiche. Quindi dovrebbe ben sapere che l'industria che usa il gas per mantenere il freddo non è fra le ultime in Italia, avendo fatturato solo l'anno scorso più di 2 miliardi , un pezzetto di pil nazionale che dovrebbe essere tenuto in particolare conto da chi guida il governo. Potrà anche non essere necessaria l'aria fresca al premier, che quando vuole ha la possibilità di respirarla in qualcuna delle sue spaziose magioni nella campagna umbra, sul litorale laziale o sulla riviera del Brenta. Ma come raccontiamo in queste pagine quel prezioso freddo artificiale reso possibile dal gas non è sfizio per ricchi signori annoiati, ma condizione vitale sia per le attività produttive che per il sistema sanitario nazionale.
Come il presidente del Consiglio italiano molti leader politici internazionali che fino a qualche settimana fa ci spiegavano la necessità della transizione energetica e delle fonti rinnovabili pulite oggi sono alla disperata ricerca di riaprire vecchie centrali a carbone nel timore che sia Vladimir Putin a staccare la spina dopo avere trovato altro mercato per il suo gas. Costretti da un sano realismo quindi a razzolare in modo assai diverso dalle prediche fatte, rivelatesi ora inutili. Vogliamo archiviare ora anche la transizione digitale, seppellendo per sempre il Pnrr, visto che tutto il cloud si regge su quei condizionatori? Mentre rullano tamburi di guerra abbiamo restituito alla sua vera vocazione- il fronte più tradizionale- il generale Francesco Paolo Figliuolo, che imbraccerà armi e non siringhe. Ma il governo attraverso la Ue si è impegnato nell'acquisto di altre milioni di dosi di vaccini da Pfizer, Moderna e Novavax: come si pensa di conservarli senza condizionatori e refrigeratori speciali che funzionano anche grazie al gas di Putin?
Non è con l'aria fresca delle sue battute che Draghi potrà alimentare il sistema sanitario, quello tecnologico e quello produttivo italiano. «Volete la pace o il condizionatore acceso?», è stata solo una sgradevole scivolata, di quelle che non sorprenderebbero dal politico di turno impegnato in slogan e dirette social tutto il giorno, non certo da chi è abituato a prudenza, riflessioni e passi felpati come un ex banchiere centrale. Forse anche a lui serve un po' di quel detto popolare che suggerisce la famosa conta - almeno fino a 3 - prima di spararne una grossa...
nomina il Samir J. Serhan amministratore delegato dal 1° marzo 2026. Marco Arcelli lascia la guida operativa dopo tre anni e resterà come advisor del presidente. Il gruppo conferma la continuità strategica e i piani di crescita nelle rinnovabili, nella desalinizzazione e nell’idrogeno verde.
Cambio al vertice di Acwa Power. Il consiglio di amministrazione ha nominato il Samir J. Serhan nuovo amministratore delegato con effetto dal 1° marzo 2026. Una scelta che arriva al termine di un percorso di successione pianificato e supervisionato dalla commissione per le nomine e la remunerazione, nel solco – viene sottolineato – della continuità strategica del gruppo.
Serhan prende il posto di Marco Arcelli, alla guida della società dal marzo 2023, che resterà come advisor del presidente del consiglio di amministrazione per accompagnare la fase di transizione. Il cambio, spiegano dall’azienda, non modifica la direzione di lungo periodo.
Entrato in Acwa lo scorso anno come presidente per l’Arabia Saudita e il Medio Oriente, Serhan ha lavorato a stretto contatto con il management ed è considerato pronto per il nuovo incarico. In precedenza è stato chief operating officer della statunitense Air Products, con responsabilità globali sulle attività operative e sulla realizzazione dei progetti, oltre a competenze di conto economico nelle Americhe, in Asia, Europa, Africa, Medio Oriente e India.
Nel suo percorso professionale figurano anche ruoli di vertice nella divisione idrogeno di Praxair e incarichi dirigenziali nel gruppo Linde tra Stati Uniti e Germania, fino alla guida di Linde Engineering. Oltre trent’anni di esperienza, maturati in organizzazioni industriali e infrastrutturali complesse e ad alta intensità di capitale, con un focus sulla trasformazione operativa e sulla crescita disciplinata.
Il fondatore e presidente del gruppo, Mohammad Abunayyan, ha ringraziato Arcelli per il lavoro svolto e parlato di una transizione che riflette la solidità della governance e della piattaforma industriale. La rotta, ha assicurato, resta invariata.
Nel suo primo commento da ceo designato, Serhan ha indicato come priorità il rafforzamento della crescita globale nei settori delle rinnovabili, della desalinizzazione e delle soluzioni a idrogeno verde, compreso il progressivo utilizzo dell’idrogeno per la decarbonizzazione delle industrie pesanti. L’obiettivo dichiarato è ampliare l’impatto dell’azienda su scala internazionale.
Arcelli, nel tracciare un bilancio degli ultimi tre anni, ha ricordato che il portafoglio del gruppo è raddoppiato e che l’azienda punta a raddoppiarlo di nuovo entro il 2030. Oggi Acwa produce circa il 25% dell’acqua di mare desalinizzata a livello mondiale ed è presente in nuovi mercati come Azerbaigian, Cina, Kuwait e Senegal.
La società, quotata alla borsa saudita (Tadawul: 2082), è indicata come la più grande realtà privata al mondo nella desalinizzazione dell’acqua e come uno dei protagonisti della transizione energetica e dell’idrogeno verde. Fondata nel 2004 a Riyadh, conta oltre 4.000 dipendenti ed è attiva in 15 Paesi tra Medio Oriente, Africa, Asia centrale e Sud-est asiatico.
Il portafoglio comprende 111 progetti operativi, in costruzione o in fase avanzata di sviluppo, per un valore di investimento pari a 430 miliardi di riyal sauditi (114,8 miliardi di dollari). La capacità complessiva è di 93 gigawatt di energia – di cui 52 da fonti rinnovabili – e 9,3 milioni di metri cubi al giorno di acqua desalinizzata.
Ogni giorno, secondo i dati diffusi dall’azienda, Acwa fornisce acqua potabile a quasi 34 milioni di persone ed energia elettrica a circa 76 milioni, con contratti di lungo termine destinati a utility statali e industrie, attraverso modelli di partenariato pubblico-privato e outsourcing dei servizi di pubblica utilità.
Sotto vari aspetti, gli Epstein files rappresentano la rivincita dei complottisti. E lo fanno anche senza entrare negli aspetti potenzialmente più scabrosi, su cui si spera che il tempo possa portare chiarezza: è sufficiente l’immagine di un potere largamente interconnesso - politico, economico, accademico - che agisce nell’ombra per orientare le decisioni dei governi a proprio favore, che muove denaro, condivide informazioni riservate, corrompe con il sesso e identifica interessi economici dietro eventi tragici. Dalla pubblicazione dei documenti si sono viste cadere più teste in Europa che negli Stati Uniti, tuttavia Oltreoceano si ha meno paura di parlare di complotti. Forse perché, da prima potenza mondiale, ne sanno qualcosa. Guardarsi dai complottismi più assurdi, rischio enorme in questi casi, non significa dimenticare che i complotti, nella storia, ci sono sempre stati.
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
Marshals: A Yellowstone story, spin-off di Yellowstone disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, segue Kayce Dutton nel Montana. Tra pericoli, gang locali e scelte personali, la serie esplora il prezzo psicologico della giustizia e il legame con il passato e il figlio Tate.
Il primo è stato Yellowstone, storia vagamente amarcord di cowboy e ranch in un'America senza confini. Poi, sono venuti gli spin-off, due prequel per addentrarsi in epoche storiche ormai dimenticate, la Grande Depressione, il proibizionismo, l'espansione verso Occidente. Infine, è arrivato Marshals: A Yellowstone story, qualcosa più di uno spin-off.
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.














