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2020-09-24
I soldi sottratti agli sbancati
finiscono nei paradisi fiscali
Ansa
L'odissea di Francesco Sanvitto inizia nell'autunno del 2005, quando la sua R&P srl (sette soci lavoratori e cinque dipendenti) decide di ristrutturare il suo edificio produttivo nel quartiere Marconi di Roma, davanti al Gasometro, per migliorare la propria attività di gestione di uffici arredati e fornitura di servizi (business center e coworking): 55 uffici e sale riunioni. Ha bisogno di liquidi, quindi si rivolge alla banca di riferimento - la Popolare dell'Etruria - che nei due anni successivi rilascia due mutui, per un totale di circa 2,7 milioni. L'istituto aretino eroga il finanziamento ponendo tre condizioni: una garanzia reale con ipoteca sull'immobile di circa 6 milioni (l'edificio è valutato ristrutturato a circa 9); fideiussioni rilasciate da tutti i sette soci, ognuno per il totale del prestito; l'acquisto con gli stessi soldi del prestito (la società non ha ulteriore liquidità) di circa 110.000 euro di titoli derivati. La R&P paga regolarmente il mutuo sino ad arrivare alla riduzione del capitale prestato a circa la metà del suo valore iniziale, 1,5 milioni.
Nel corso della gestione del coworking, un cliente crea una perdita di circa 250.000 euro, la società trova difficoltà a pagare il mutuo e chiede che vengano utilizzati per pagare la rata i 70.000 euro ancora rimasti dai «titoli derivati». La banca si rifiuta di farlo se non a condizione della restituzione dell'intero capitale residuo. La R&P, nel frattempo, paga saltuariamente le rate (constata anche il totale azzeramento del valore dei derivati per l'acquisto dei quali continua a pagare gli interessi), ma riesce a riprendersi dalla crisi dovuta alle perdite e chiede a Etruria di «ristrutturare» il mutuo allungando di poco i tempi e, di conseguenza, l'importo delle rate, visto che ora il capitale è dimezzato e che esse diventano facilmente pagabili. La banca risponde picche.
Nel frattempo, ad Arezzo scoppia la rivoluzione e si arriva a un passo dal crac: la Pop Etruria viene smembrata in una bad bank e in una good bank che viene poi venduta a Ubi al prezzo simbolico di 1 euro. Nella seconda finiscono il patrimonio immobiliare e i cosiddetti Utp (unlikely to pay), ovvero i crediti di difficile riscossione, anticamera delle sofferenze ma non ancora tali, come nel caso dell'azienda romana, che è comunque in grado di restituire il capitale totale vendendo gli immobili posti a garanzia.
Intanto però cambia l'interlocutore di R&P, che si rivolge al gruppo bresciano-bergamasco chiedendo di nuovo la ristrutturazione del mutuo. «Come risposta riceviamo una informativa per la privacy e in allegato una comunicazione sulla Gazzetta ufficiale dello Stato, che il debito è stato venduto alla Rienza Spv. Ovvero uno special purpose vehicle, un veicolo societario istituito ad hoc, chiamato a emettere delle obbligazioni che colloca presso gli investitori utilizzando il ricavato derivante dal collocamento per acquistare i mutui stessi. Dopo qualche mese riceviamo una lettera da parte del Credito Fondiario che si presenta nella qualità di gestore del credito di Rienza e che pretende il pagamento delle rate arretrate».
Sanvitto vuole vedere dove è andato a finire il suo debito. E inizia a fare ricerche sulla Rienza.
Nel bilancio 2019 depositato in Camera di commercio legge che nel 2017 la società ha acquistato un portafoglio di crediti classificati da cinque banche come «inadempienze probabili» per un prezzo complessivo di 223,26 milioni. Di questi, 91,44 milioni di euro riguardano la Nuova Banca Etruria.
Dagli atti risulta, inoltre, che la Rienza ha zero dipendenti in organico ma un amministratore unico, il commercialista Andrea Balelli (oltre a essere presidente del collegio sindacale di Ferragamo, è sindaco di Tim e di numerose società, nonché amministratore di altre Spv come Gardenia, Fedaia, Restart) e un unico socio: la Stichting Tuscany. Si tratta di una fondazione anonima di diritto olandese di cui non è possibile conoscere i soci.
Alla Camera di commercio di Amsterdam risulta che la Tuscany è stata registrata nel 2016, ha sede a Amsterdam al 101 di Barbara Strozzilaan (stesso indirizzo di altre Spv e fondazioni) e una società con delega alla gestione dei proventi delle cartolarizzazioni, la Circumference Fs (Netherlands) Bv, con sede ad Amsterdam, Lussemburgo e le Cayman.
«In pratica lo Stato ha pagato i debiti per il fallimento della banca, una banca privata ha ricevuto la parte patrimonialmente e commercialmente in attivo del fallimento e i crediti garantiti ed esigibili verranno incassati in Olanda da una fondazione di cui non si conosceranno mai i proprietari e che non pagheranno tasse allo Stato italiano. Perché dobbiamo pagare loro e non restituire i soldi direttamente ai risparmiatori truffati di Etruria?», si domanda Sanvitto.
Sottolineando che il suo caso è solo una goccia nel mare e lanciando un appello «a tutte quelle aziende che sono nelle nostre condizioni per portare avanti un'azione comune».
Sia chiaro, non c'è nulla di irregolare nell'attività di queste Spv, che operano all'interno di una griglia consentita dalle norme. E il problema sta proprio lì. «Non si è fatto nulla per fare in modo che i clienti potessero tornare in bonis, dando loro anche un diritto di prelazione, riattivando il circolo virtuoso della banca che avrebbe potuto pagare gli sbancati. Immaginate su larga scala quanti soldi. Lo Stato ha permesso che questo debiti finissero all'estero con un sistema di scatole cinesi. Chiudendo un occhio sulla distruzione del nostro Pil», aggiunge l'imprenditore, che ha intentato una causa civile e un procedimento penale per usura.
Il ginepraio degli «spazzini» di Npl
Nel luglio 2017 uno studio di Pwc definiva l'Italia «the place to be», ovvero il posto dove trovarsi. Le banche stavano vendendo quantità enormi di crediti deteriorati a prezzi stracciati. Così su questo mercato si sono fiondati investitori da tutto il mondo: nomi internazionali come Fortress, Pimco, Crc, Bayview, Anacap, Cerberus, Bain Capital, Hoist finance o Varde partners, ma anche le divisioni specializzate di banche d'affari, fino a investitori italiani come Algebris.
Una volta accaparrati più Npl possibile, questi investitori li hanno dati ai cosiddetti servicer per l'attività vera e propria di recupero crediti. Sviluppando un mercato secondario di crediti in sofferenza, dove a vendere non sono più le banche, ma gli stessi fondi che dalle banche hanno comprato.
Si è così creato anche un fitto sottobosco di società veicolo create ad hoc, le cosiddette Spv, che hanno nomi curiosi: alcune di fiumi, come la Tanaro, la Tamigi e la Rienza, altre accattivanti come la Cherry 106, fondata dall'ex ad di Banca Ifis, Giovanni Bossis. Non si tratta di società che producono qualcosa, sono piuttosto un mezzo - un veicolo, appunto - che serve per fare un'operazione. I flussi finanziari originano, dunque, dalle attività che sono state cartolarizzate.
L'elenco di queste società e delle altre Svc (società veicolo di cartolarizzazione) iscritte nel registro di Banca d'Italia è lunghissimo. E non è semplice monitorare le performance di alcuni «spazzini» di Npl che sono controllati da società di diritto estere. Così come non è facile capire i prezzi dei «cartellini» esposti nel gran bazar delle sofferenze. Tanto che a febbraio, anche il governatore Ignazio Visco l'ha annunciato al Forex: Bankitalia sta mettendo sotto la lente le società che si occupano in Italia di gestire e recuperare i crediti problematici e i cosiddetti Utp.
Di certo, dietro agli Npl ci sono 1,2 milioni di persone. Per questo, incardinato al Senato, c'è un disegno di legge portato avanti da Fratelli d'Italia, nella persona del senatore Adolfo Urso, che punta a consentire il riscatto delle sofferenze bancarie direttamente ai debitori. L'obiettivo è infatti quello di «agevolare le prospettive di recupero dei crediti in sofferenza e favorire il ritorno in bonis del debitore ceduto, al fine di contribuire allo sviluppo e alla competitività del sistema economico produttivo nazionale», si legge nel primo articolo.
In pratica, se il testo di Urso diventasse legge, si creerebbe un canale privilegiato per i debitori, che avrebbero la possibilità, tramite un diritto di opzione, di ricomprarsi il credito deteriorato o direttamente l'incaglio, aggiungendo al prezzo con cui la banca l'ha ceduto una percentuale compresa tra il 20 e il 40%. Si tratta di cancellare l'onta del debito per dare scarpe nuove a chi può tornare a correre. Non a caso l'ultimo comma del testo prevede che chi si ricompra il proprio debito venga tolto dalla centrale rischi.
Anche perché, nel frattempo, potrebbe scattare di nuovo l'allarme rosso. Soprattutto per le imprese in difficoltà finanziarie, ma ancora salvabili, che non hanno potuto usufruire delle garanzie statali per ottenere credito durante i mesi del Covid. «Una bomba atomica», l'ha definita nelle scorse settimane l'ad di Mediobanca, Alberto Nagel, contestando le nuove norme della Bce, che impongono la progressiva svalutazione degli Npl fino al 100%. Una «norma sbagliata», secondo Nagel, perché trattare un credito semivivo come un credito morto pesa come il piombo anche nei bilanci delle banche. E può segnare il destino di un'azienda.
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La denuncia di un imprenditore scoperchia un sistema: i crediti di Etruria in mano a società con sedi in Olanda o alle Cayman. Anziché rimborsare i risparmiatori truffati, si lascia lucrare chi elude l'erario.Sul mercato dei crediti deteriorati si sono fiondate imprese ardue da monitorare, su cui Bankitalia sta vigilando. Fdi propone una legge per favorire il rientro dalle esposizioni.Lo speciale contiene due articoliL'odissea di Francesco Sanvitto inizia nell'autunno del 2005, quando la sua R&P srl (sette soci lavoratori e cinque dipendenti) decide di ristrutturare il suo edificio produttivo nel quartiere Marconi di Roma, davanti al Gasometro, per migliorare la propria attività di gestione di uffici arredati e fornitura di servizi (business center e coworking): 55 uffici e sale riunioni. Ha bisogno di liquidi, quindi si rivolge alla banca di riferimento - la Popolare dell'Etruria - che nei due anni successivi rilascia due mutui, per un totale di circa 2,7 milioni. L'istituto aretino eroga il finanziamento ponendo tre condizioni: una garanzia reale con ipoteca sull'immobile di circa 6 milioni (l'edificio è valutato ristrutturato a circa 9); fideiussioni rilasciate da tutti i sette soci, ognuno per il totale del prestito; l'acquisto con gli stessi soldi del prestito (la società non ha ulteriore liquidità) di circa 110.000 euro di titoli derivati. La R&P paga regolarmente il mutuo sino ad arrivare alla riduzione del capitale prestato a circa la metà del suo valore iniziale, 1,5 milioni.Nel corso della gestione del coworking, un cliente crea una perdita di circa 250.000 euro, la società trova difficoltà a pagare il mutuo e chiede che vengano utilizzati per pagare la rata i 70.000 euro ancora rimasti dai «titoli derivati». La banca si rifiuta di farlo se non a condizione della restituzione dell'intero capitale residuo. La R&P, nel frattempo, paga saltuariamente le rate (constata anche il totale azzeramento del valore dei derivati per l'acquisto dei quali continua a pagare gli interessi), ma riesce a riprendersi dalla crisi dovuta alle perdite e chiede a Etruria di «ristrutturare» il mutuo allungando di poco i tempi e, di conseguenza, l'importo delle rate, visto che ora il capitale è dimezzato e che esse diventano facilmente pagabili. La banca risponde picche. Nel frattempo, ad Arezzo scoppia la rivoluzione e si arriva a un passo dal crac: la Pop Etruria viene smembrata in una bad bank e in una good bank che viene poi venduta a Ubi al prezzo simbolico di 1 euro. Nella seconda finiscono il patrimonio immobiliare e i cosiddetti Utp (unlikely to pay), ovvero i crediti di difficile riscossione, anticamera delle sofferenze ma non ancora tali, come nel caso dell'azienda romana, che è comunque in grado di restituire il capitale totale vendendo gli immobili posti a garanzia.Intanto però cambia l'interlocutore di R&P, che si rivolge al gruppo bresciano-bergamasco chiedendo di nuovo la ristrutturazione del mutuo. «Come risposta riceviamo una informativa per la privacy e in allegato una comunicazione sulla Gazzetta ufficiale dello Stato, che il debito è stato venduto alla Rienza Spv. Ovvero uno special purpose vehicle, un veicolo societario istituito ad hoc, chiamato a emettere delle obbligazioni che colloca presso gli investitori utilizzando il ricavato derivante dal collocamento per acquistare i mutui stessi. Dopo qualche mese riceviamo una lettera da parte del Credito Fondiario che si presenta nella qualità di gestore del credito di Rienza e che pretende il pagamento delle rate arretrate».Sanvitto vuole vedere dove è andato a finire il suo debito. E inizia a fare ricerche sulla Rienza. Nel bilancio 2019 depositato in Camera di commercio legge che nel 2017 la società ha acquistato un portafoglio di crediti classificati da cinque banche come «inadempienze probabili» per un prezzo complessivo di 223,26 milioni. Di questi, 91,44 milioni di euro riguardano la Nuova Banca Etruria. Dagli atti risulta, inoltre, che la Rienza ha zero dipendenti in organico ma un amministratore unico, il commercialista Andrea Balelli (oltre a essere presidente del collegio sindacale di Ferragamo, è sindaco di Tim e di numerose società, nonché amministratore di altre Spv come Gardenia, Fedaia, Restart) e un unico socio: la Stichting Tuscany. Si tratta di una fondazione anonima di diritto olandese di cui non è possibile conoscere i soci. Alla Camera di commercio di Amsterdam risulta che la Tuscany è stata registrata nel 2016, ha sede a Amsterdam al 101 di Barbara Strozzilaan (stesso indirizzo di altre Spv e fondazioni) e una società con delega alla gestione dei proventi delle cartolarizzazioni, la Circumference Fs (Netherlands) Bv, con sede ad Amsterdam, Lussemburgo e le Cayman.«In pratica lo Stato ha pagato i debiti per il fallimento della banca, una banca privata ha ricevuto la parte patrimonialmente e commercialmente in attivo del fallimento e i crediti garantiti ed esigibili verranno incassati in Olanda da una fondazione di cui non si conosceranno mai i proprietari e che non pagheranno tasse allo Stato italiano. Perché dobbiamo pagare loro e non restituire i soldi direttamente ai risparmiatori truffati di Etruria?», si domanda Sanvitto. Sottolineando che il suo caso è solo una goccia nel mare e lanciando un appello «a tutte quelle aziende che sono nelle nostre condizioni per portare avanti un'azione comune».Sia chiaro, non c'è nulla di irregolare nell'attività di queste Spv, che operano all'interno di una griglia consentita dalle norme. E il problema sta proprio lì. «Non si è fatto nulla per fare in modo che i clienti potessero tornare in bonis, dando loro anche un diritto di prelazione, riattivando il circolo virtuoso della banca che avrebbe potuto pagare gli sbancati. Immaginate su larga scala quanti soldi. Lo Stato ha permesso che questo debiti finissero all'estero con un sistema di scatole cinesi. Chiudendo un occhio sulla distruzione del nostro Pil», aggiunge l'imprenditore, che ha intentato una causa civile e un procedimento penale per usura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-debiti-finiti-nei-paradisi-fiscali-si-potevano-risarcire-gli-sbancati-2647782987.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ginepraio-degli-spazzini-di-npl" data-post-id="2647782987" data-published-at="1600899224" data-use-pagination="False"> Il ginepraio degli «spazzini» di Npl Nel luglio 2017 uno studio di Pwc definiva l'Italia «the place to be», ovvero il posto dove trovarsi. Le banche stavano vendendo quantità enormi di crediti deteriorati a prezzi stracciati. Così su questo mercato si sono fiondati investitori da tutto il mondo: nomi internazionali come Fortress, Pimco, Crc, Bayview, Anacap, Cerberus, Bain Capital, Hoist finance o Varde partners, ma anche le divisioni specializzate di banche d'affari, fino a investitori italiani come Algebris. Una volta accaparrati più Npl possibile, questi investitori li hanno dati ai cosiddetti servicer per l'attività vera e propria di recupero crediti. Sviluppando un mercato secondario di crediti in sofferenza, dove a vendere non sono più le banche, ma gli stessi fondi che dalle banche hanno comprato. Si è così creato anche un fitto sottobosco di società veicolo create ad hoc, le cosiddette Spv, che hanno nomi curiosi: alcune di fiumi, come la Tanaro, la Tamigi e la Rienza, altre accattivanti come la Cherry 106, fondata dall'ex ad di Banca Ifis, Giovanni Bossis. Non si tratta di società che producono qualcosa, sono piuttosto un mezzo - un veicolo, appunto - che serve per fare un'operazione. I flussi finanziari originano, dunque, dalle attività che sono state cartolarizzate. L'elenco di queste società e delle altre Svc (società veicolo di cartolarizzazione) iscritte nel registro di Banca d'Italia è lunghissimo. E non è semplice monitorare le performance di alcuni «spazzini» di Npl che sono controllati da società di diritto estere. Così come non è facile capire i prezzi dei «cartellini» esposti nel gran bazar delle sofferenze. Tanto che a febbraio, anche il governatore Ignazio Visco l'ha annunciato al Forex: Bankitalia sta mettendo sotto la lente le società che si occupano in Italia di gestire e recuperare i crediti problematici e i cosiddetti Utp. Di certo, dietro agli Npl ci sono 1,2 milioni di persone. Per questo, incardinato al Senato, c'è un disegno di legge portato avanti da Fratelli d'Italia, nella persona del senatore Adolfo Urso, che punta a consentire il riscatto delle sofferenze bancarie direttamente ai debitori. L'obiettivo è infatti quello di «agevolare le prospettive di recupero dei crediti in sofferenza e favorire il ritorno in bonis del debitore ceduto, al fine di contribuire allo sviluppo e alla competitività del sistema economico produttivo nazionale», si legge nel primo articolo. In pratica, se il testo di Urso diventasse legge, si creerebbe un canale privilegiato per i debitori, che avrebbero la possibilità, tramite un diritto di opzione, di ricomprarsi il credito deteriorato o direttamente l'incaglio, aggiungendo al prezzo con cui la banca l'ha ceduto una percentuale compresa tra il 20 e il 40%. Si tratta di cancellare l'onta del debito per dare scarpe nuove a chi può tornare a correre. Non a caso l'ultimo comma del testo prevede che chi si ricompra il proprio debito venga tolto dalla centrale rischi. Anche perché, nel frattempo, potrebbe scattare di nuovo l'allarme rosso. Soprattutto per le imprese in difficoltà finanziarie, ma ancora salvabili, che non hanno potuto usufruire delle garanzie statali per ottenere credito durante i mesi del Covid. «Una bomba atomica», l'ha definita nelle scorse settimane l'ad di Mediobanca, Alberto Nagel, contestando le nuove norme della Bce, che impongono la progressiva svalutazione degli Npl fino al 100%. Una «norma sbagliata», secondo Nagel, perché trattare un credito semivivo come un credito morto pesa come il piombo anche nei bilanci delle banche. E può segnare il destino di un'azienda.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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