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2020-09-24
I soldi sottratti agli sbancati
finiscono nei paradisi fiscali
Ansa
L'odissea di Francesco Sanvitto inizia nell'autunno del 2005, quando la sua R&P srl (sette soci lavoratori e cinque dipendenti) decide di ristrutturare il suo edificio produttivo nel quartiere Marconi di Roma, davanti al Gasometro, per migliorare la propria attività di gestione di uffici arredati e fornitura di servizi (business center e coworking): 55 uffici e sale riunioni. Ha bisogno di liquidi, quindi si rivolge alla banca di riferimento - la Popolare dell'Etruria - che nei due anni successivi rilascia due mutui, per un totale di circa 2,7 milioni. L'istituto aretino eroga il finanziamento ponendo tre condizioni: una garanzia reale con ipoteca sull'immobile di circa 6 milioni (l'edificio è valutato ristrutturato a circa 9); fideiussioni rilasciate da tutti i sette soci, ognuno per il totale del prestito; l'acquisto con gli stessi soldi del prestito (la società non ha ulteriore liquidità) di circa 110.000 euro di titoli derivati. La R&P paga regolarmente il mutuo sino ad arrivare alla riduzione del capitale prestato a circa la metà del suo valore iniziale, 1,5 milioni.
Nel corso della gestione del coworking, un cliente crea una perdita di circa 250.000 euro, la società trova difficoltà a pagare il mutuo e chiede che vengano utilizzati per pagare la rata i 70.000 euro ancora rimasti dai «titoli derivati». La banca si rifiuta di farlo se non a condizione della restituzione dell'intero capitale residuo. La R&P, nel frattempo, paga saltuariamente le rate (constata anche il totale azzeramento del valore dei derivati per l'acquisto dei quali continua a pagare gli interessi), ma riesce a riprendersi dalla crisi dovuta alle perdite e chiede a Etruria di «ristrutturare» il mutuo allungando di poco i tempi e, di conseguenza, l'importo delle rate, visto che ora il capitale è dimezzato e che esse diventano facilmente pagabili. La banca risponde picche.
Nel frattempo, ad Arezzo scoppia la rivoluzione e si arriva a un passo dal crac: la Pop Etruria viene smembrata in una bad bank e in una good bank che viene poi venduta a Ubi al prezzo simbolico di 1 euro. Nella seconda finiscono il patrimonio immobiliare e i cosiddetti Utp (unlikely to pay), ovvero i crediti di difficile riscossione, anticamera delle sofferenze ma non ancora tali, come nel caso dell'azienda romana, che è comunque in grado di restituire il capitale totale vendendo gli immobili posti a garanzia.
Intanto però cambia l'interlocutore di R&P, che si rivolge al gruppo bresciano-bergamasco chiedendo di nuovo la ristrutturazione del mutuo. «Come risposta riceviamo una informativa per la privacy e in allegato una comunicazione sulla Gazzetta ufficiale dello Stato, che il debito è stato venduto alla Rienza Spv. Ovvero uno special purpose vehicle, un veicolo societario istituito ad hoc, chiamato a emettere delle obbligazioni che colloca presso gli investitori utilizzando il ricavato derivante dal collocamento per acquistare i mutui stessi. Dopo qualche mese riceviamo una lettera da parte del Credito Fondiario che si presenta nella qualità di gestore del credito di Rienza e che pretende il pagamento delle rate arretrate».
Sanvitto vuole vedere dove è andato a finire il suo debito. E inizia a fare ricerche sulla Rienza.
Nel bilancio 2019 depositato in Camera di commercio legge che nel 2017 la società ha acquistato un portafoglio di crediti classificati da cinque banche come «inadempienze probabili» per un prezzo complessivo di 223,26 milioni. Di questi, 91,44 milioni di euro riguardano la Nuova Banca Etruria.
Dagli atti risulta, inoltre, che la Rienza ha zero dipendenti in organico ma un amministratore unico, il commercialista Andrea Balelli (oltre a essere presidente del collegio sindacale di Ferragamo, è sindaco di Tim e di numerose società, nonché amministratore di altre Spv come Gardenia, Fedaia, Restart) e un unico socio: la Stichting Tuscany. Si tratta di una fondazione anonima di diritto olandese di cui non è possibile conoscere i soci.
Alla Camera di commercio di Amsterdam risulta che la Tuscany è stata registrata nel 2016, ha sede a Amsterdam al 101 di Barbara Strozzilaan (stesso indirizzo di altre Spv e fondazioni) e una società con delega alla gestione dei proventi delle cartolarizzazioni, la Circumference Fs (Netherlands) Bv, con sede ad Amsterdam, Lussemburgo e le Cayman.
«In pratica lo Stato ha pagato i debiti per il fallimento della banca, una banca privata ha ricevuto la parte patrimonialmente e commercialmente in attivo del fallimento e i crediti garantiti ed esigibili verranno incassati in Olanda da una fondazione di cui non si conosceranno mai i proprietari e che non pagheranno tasse allo Stato italiano. Perché dobbiamo pagare loro e non restituire i soldi direttamente ai risparmiatori truffati di Etruria?», si domanda Sanvitto.
Sottolineando che il suo caso è solo una goccia nel mare e lanciando un appello «a tutte quelle aziende che sono nelle nostre condizioni per portare avanti un'azione comune».
Sia chiaro, non c'è nulla di irregolare nell'attività di queste Spv, che operano all'interno di una griglia consentita dalle norme. E il problema sta proprio lì. «Non si è fatto nulla per fare in modo che i clienti potessero tornare in bonis, dando loro anche un diritto di prelazione, riattivando il circolo virtuoso della banca che avrebbe potuto pagare gli sbancati. Immaginate su larga scala quanti soldi. Lo Stato ha permesso che questo debiti finissero all'estero con un sistema di scatole cinesi. Chiudendo un occhio sulla distruzione del nostro Pil», aggiunge l'imprenditore, che ha intentato una causa civile e un procedimento penale per usura.
Il ginepraio degli «spazzini» di Npl
Nel luglio 2017 uno studio di Pwc definiva l'Italia «the place to be», ovvero il posto dove trovarsi. Le banche stavano vendendo quantità enormi di crediti deteriorati a prezzi stracciati. Così su questo mercato si sono fiondati investitori da tutto il mondo: nomi internazionali come Fortress, Pimco, Crc, Bayview, Anacap, Cerberus, Bain Capital, Hoist finance o Varde partners, ma anche le divisioni specializzate di banche d'affari, fino a investitori italiani come Algebris.
Una volta accaparrati più Npl possibile, questi investitori li hanno dati ai cosiddetti servicer per l'attività vera e propria di recupero crediti. Sviluppando un mercato secondario di crediti in sofferenza, dove a vendere non sono più le banche, ma gli stessi fondi che dalle banche hanno comprato.
Si è così creato anche un fitto sottobosco di società veicolo create ad hoc, le cosiddette Spv, che hanno nomi curiosi: alcune di fiumi, come la Tanaro, la Tamigi e la Rienza, altre accattivanti come la Cherry 106, fondata dall'ex ad di Banca Ifis, Giovanni Bossis. Non si tratta di società che producono qualcosa, sono piuttosto un mezzo - un veicolo, appunto - che serve per fare un'operazione. I flussi finanziari originano, dunque, dalle attività che sono state cartolarizzate.
L'elenco di queste società e delle altre Svc (società veicolo di cartolarizzazione) iscritte nel registro di Banca d'Italia è lunghissimo. E non è semplice monitorare le performance di alcuni «spazzini» di Npl che sono controllati da società di diritto estere. Così come non è facile capire i prezzi dei «cartellini» esposti nel gran bazar delle sofferenze. Tanto che a febbraio, anche il governatore Ignazio Visco l'ha annunciato al Forex: Bankitalia sta mettendo sotto la lente le società che si occupano in Italia di gestire e recuperare i crediti problematici e i cosiddetti Utp.
Di certo, dietro agli Npl ci sono 1,2 milioni di persone. Per questo, incardinato al Senato, c'è un disegno di legge portato avanti da Fratelli d'Italia, nella persona del senatore Adolfo Urso, che punta a consentire il riscatto delle sofferenze bancarie direttamente ai debitori. L'obiettivo è infatti quello di «agevolare le prospettive di recupero dei crediti in sofferenza e favorire il ritorno in bonis del debitore ceduto, al fine di contribuire allo sviluppo e alla competitività del sistema economico produttivo nazionale», si legge nel primo articolo.
In pratica, se il testo di Urso diventasse legge, si creerebbe un canale privilegiato per i debitori, che avrebbero la possibilità, tramite un diritto di opzione, di ricomprarsi il credito deteriorato o direttamente l'incaglio, aggiungendo al prezzo con cui la banca l'ha ceduto una percentuale compresa tra il 20 e il 40%. Si tratta di cancellare l'onta del debito per dare scarpe nuove a chi può tornare a correre. Non a caso l'ultimo comma del testo prevede che chi si ricompra il proprio debito venga tolto dalla centrale rischi.
Anche perché, nel frattempo, potrebbe scattare di nuovo l'allarme rosso. Soprattutto per le imprese in difficoltà finanziarie, ma ancora salvabili, che non hanno potuto usufruire delle garanzie statali per ottenere credito durante i mesi del Covid. «Una bomba atomica», l'ha definita nelle scorse settimane l'ad di Mediobanca, Alberto Nagel, contestando le nuove norme della Bce, che impongono la progressiva svalutazione degli Npl fino al 100%. Una «norma sbagliata», secondo Nagel, perché trattare un credito semivivo come un credito morto pesa come il piombo anche nei bilanci delle banche. E può segnare il destino di un'azienda.
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La denuncia di un imprenditore scoperchia un sistema: i crediti di Etruria in mano a società con sedi in Olanda o alle Cayman. Anziché rimborsare i risparmiatori truffati, si lascia lucrare chi elude l'erario.Sul mercato dei crediti deteriorati si sono fiondate imprese ardue da monitorare, su cui Bankitalia sta vigilando. Fdi propone una legge per favorire il rientro dalle esposizioni.Lo speciale contiene due articoliL'odissea di Francesco Sanvitto inizia nell'autunno del 2005, quando la sua R&P srl (sette soci lavoratori e cinque dipendenti) decide di ristrutturare il suo edificio produttivo nel quartiere Marconi di Roma, davanti al Gasometro, per migliorare la propria attività di gestione di uffici arredati e fornitura di servizi (business center e coworking): 55 uffici e sale riunioni. Ha bisogno di liquidi, quindi si rivolge alla banca di riferimento - la Popolare dell'Etruria - che nei due anni successivi rilascia due mutui, per un totale di circa 2,7 milioni. L'istituto aretino eroga il finanziamento ponendo tre condizioni: una garanzia reale con ipoteca sull'immobile di circa 6 milioni (l'edificio è valutato ristrutturato a circa 9); fideiussioni rilasciate da tutti i sette soci, ognuno per il totale del prestito; l'acquisto con gli stessi soldi del prestito (la società non ha ulteriore liquidità) di circa 110.000 euro di titoli derivati. La R&P paga regolarmente il mutuo sino ad arrivare alla riduzione del capitale prestato a circa la metà del suo valore iniziale, 1,5 milioni.Nel corso della gestione del coworking, un cliente crea una perdita di circa 250.000 euro, la società trova difficoltà a pagare il mutuo e chiede che vengano utilizzati per pagare la rata i 70.000 euro ancora rimasti dai «titoli derivati». La banca si rifiuta di farlo se non a condizione della restituzione dell'intero capitale residuo. La R&P, nel frattempo, paga saltuariamente le rate (constata anche il totale azzeramento del valore dei derivati per l'acquisto dei quali continua a pagare gli interessi), ma riesce a riprendersi dalla crisi dovuta alle perdite e chiede a Etruria di «ristrutturare» il mutuo allungando di poco i tempi e, di conseguenza, l'importo delle rate, visto che ora il capitale è dimezzato e che esse diventano facilmente pagabili. La banca risponde picche. Nel frattempo, ad Arezzo scoppia la rivoluzione e si arriva a un passo dal crac: la Pop Etruria viene smembrata in una bad bank e in una good bank che viene poi venduta a Ubi al prezzo simbolico di 1 euro. Nella seconda finiscono il patrimonio immobiliare e i cosiddetti Utp (unlikely to pay), ovvero i crediti di difficile riscossione, anticamera delle sofferenze ma non ancora tali, come nel caso dell'azienda romana, che è comunque in grado di restituire il capitale totale vendendo gli immobili posti a garanzia.Intanto però cambia l'interlocutore di R&P, che si rivolge al gruppo bresciano-bergamasco chiedendo di nuovo la ristrutturazione del mutuo. «Come risposta riceviamo una informativa per la privacy e in allegato una comunicazione sulla Gazzetta ufficiale dello Stato, che il debito è stato venduto alla Rienza Spv. Ovvero uno special purpose vehicle, un veicolo societario istituito ad hoc, chiamato a emettere delle obbligazioni che colloca presso gli investitori utilizzando il ricavato derivante dal collocamento per acquistare i mutui stessi. Dopo qualche mese riceviamo una lettera da parte del Credito Fondiario che si presenta nella qualità di gestore del credito di Rienza e che pretende il pagamento delle rate arretrate».Sanvitto vuole vedere dove è andato a finire il suo debito. E inizia a fare ricerche sulla Rienza. Nel bilancio 2019 depositato in Camera di commercio legge che nel 2017 la società ha acquistato un portafoglio di crediti classificati da cinque banche come «inadempienze probabili» per un prezzo complessivo di 223,26 milioni. Di questi, 91,44 milioni di euro riguardano la Nuova Banca Etruria. Dagli atti risulta, inoltre, che la Rienza ha zero dipendenti in organico ma un amministratore unico, il commercialista Andrea Balelli (oltre a essere presidente del collegio sindacale di Ferragamo, è sindaco di Tim e di numerose società, nonché amministratore di altre Spv come Gardenia, Fedaia, Restart) e un unico socio: la Stichting Tuscany. Si tratta di una fondazione anonima di diritto olandese di cui non è possibile conoscere i soci. Alla Camera di commercio di Amsterdam risulta che la Tuscany è stata registrata nel 2016, ha sede a Amsterdam al 101 di Barbara Strozzilaan (stesso indirizzo di altre Spv e fondazioni) e una società con delega alla gestione dei proventi delle cartolarizzazioni, la Circumference Fs (Netherlands) Bv, con sede ad Amsterdam, Lussemburgo e le Cayman.«In pratica lo Stato ha pagato i debiti per il fallimento della banca, una banca privata ha ricevuto la parte patrimonialmente e commercialmente in attivo del fallimento e i crediti garantiti ed esigibili verranno incassati in Olanda da una fondazione di cui non si conosceranno mai i proprietari e che non pagheranno tasse allo Stato italiano. Perché dobbiamo pagare loro e non restituire i soldi direttamente ai risparmiatori truffati di Etruria?», si domanda Sanvitto. Sottolineando che il suo caso è solo una goccia nel mare e lanciando un appello «a tutte quelle aziende che sono nelle nostre condizioni per portare avanti un'azione comune».Sia chiaro, non c'è nulla di irregolare nell'attività di queste Spv, che operano all'interno di una griglia consentita dalle norme. E il problema sta proprio lì. «Non si è fatto nulla per fare in modo che i clienti potessero tornare in bonis, dando loro anche un diritto di prelazione, riattivando il circolo virtuoso della banca che avrebbe potuto pagare gli sbancati. Immaginate su larga scala quanti soldi. Lo Stato ha permesso che questo debiti finissero all'estero con un sistema di scatole cinesi. Chiudendo un occhio sulla distruzione del nostro Pil», aggiunge l'imprenditore, che ha intentato una causa civile e un procedimento penale per usura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-debiti-finiti-nei-paradisi-fiscali-si-potevano-risarcire-gli-sbancati-2647782987.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ginepraio-degli-spazzini-di-npl" data-post-id="2647782987" data-published-at="1600899224" data-use-pagination="False"> Il ginepraio degli «spazzini» di Npl Nel luglio 2017 uno studio di Pwc definiva l'Italia «the place to be», ovvero il posto dove trovarsi. Le banche stavano vendendo quantità enormi di crediti deteriorati a prezzi stracciati. Così su questo mercato si sono fiondati investitori da tutto il mondo: nomi internazionali come Fortress, Pimco, Crc, Bayview, Anacap, Cerberus, Bain Capital, Hoist finance o Varde partners, ma anche le divisioni specializzate di banche d'affari, fino a investitori italiani come Algebris. Una volta accaparrati più Npl possibile, questi investitori li hanno dati ai cosiddetti servicer per l'attività vera e propria di recupero crediti. Sviluppando un mercato secondario di crediti in sofferenza, dove a vendere non sono più le banche, ma gli stessi fondi che dalle banche hanno comprato. Si è così creato anche un fitto sottobosco di società veicolo create ad hoc, le cosiddette Spv, che hanno nomi curiosi: alcune di fiumi, come la Tanaro, la Tamigi e la Rienza, altre accattivanti come la Cherry 106, fondata dall'ex ad di Banca Ifis, Giovanni Bossis. Non si tratta di società che producono qualcosa, sono piuttosto un mezzo - un veicolo, appunto - che serve per fare un'operazione. I flussi finanziari originano, dunque, dalle attività che sono state cartolarizzate. L'elenco di queste società e delle altre Svc (società veicolo di cartolarizzazione) iscritte nel registro di Banca d'Italia è lunghissimo. E non è semplice monitorare le performance di alcuni «spazzini» di Npl che sono controllati da società di diritto estere. Così come non è facile capire i prezzi dei «cartellini» esposti nel gran bazar delle sofferenze. Tanto che a febbraio, anche il governatore Ignazio Visco l'ha annunciato al Forex: Bankitalia sta mettendo sotto la lente le società che si occupano in Italia di gestire e recuperare i crediti problematici e i cosiddetti Utp. Di certo, dietro agli Npl ci sono 1,2 milioni di persone. Per questo, incardinato al Senato, c'è un disegno di legge portato avanti da Fratelli d'Italia, nella persona del senatore Adolfo Urso, che punta a consentire il riscatto delle sofferenze bancarie direttamente ai debitori. L'obiettivo è infatti quello di «agevolare le prospettive di recupero dei crediti in sofferenza e favorire il ritorno in bonis del debitore ceduto, al fine di contribuire allo sviluppo e alla competitività del sistema economico produttivo nazionale», si legge nel primo articolo. In pratica, se il testo di Urso diventasse legge, si creerebbe un canale privilegiato per i debitori, che avrebbero la possibilità, tramite un diritto di opzione, di ricomprarsi il credito deteriorato o direttamente l'incaglio, aggiungendo al prezzo con cui la banca l'ha ceduto una percentuale compresa tra il 20 e il 40%. Si tratta di cancellare l'onta del debito per dare scarpe nuove a chi può tornare a correre. Non a caso l'ultimo comma del testo prevede che chi si ricompra il proprio debito venga tolto dalla centrale rischi. Anche perché, nel frattempo, potrebbe scattare di nuovo l'allarme rosso. Soprattutto per le imprese in difficoltà finanziarie, ma ancora salvabili, che non hanno potuto usufruire delle garanzie statali per ottenere credito durante i mesi del Covid. «Una bomba atomica», l'ha definita nelle scorse settimane l'ad di Mediobanca, Alberto Nagel, contestando le nuove norme della Bce, che impongono la progressiva svalutazione degli Npl fino al 100%. Una «norma sbagliata», secondo Nagel, perché trattare un credito semivivo come un credito morto pesa come il piombo anche nei bilanci delle banche. E può segnare il destino di un'azienda.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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