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2020-09-24
I soldi sottratti agli sbancati
finiscono nei paradisi fiscali
Ansa
L'odissea di Francesco Sanvitto inizia nell'autunno del 2005, quando la sua R&P srl (sette soci lavoratori e cinque dipendenti) decide di ristrutturare il suo edificio produttivo nel quartiere Marconi di Roma, davanti al Gasometro, per migliorare la propria attività di gestione di uffici arredati e fornitura di servizi (business center e coworking): 55 uffici e sale riunioni. Ha bisogno di liquidi, quindi si rivolge alla banca di riferimento - la Popolare dell'Etruria - che nei due anni successivi rilascia due mutui, per un totale di circa 2,7 milioni. L'istituto aretino eroga il finanziamento ponendo tre condizioni: una garanzia reale con ipoteca sull'immobile di circa 6 milioni (l'edificio è valutato ristrutturato a circa 9); fideiussioni rilasciate da tutti i sette soci, ognuno per il totale del prestito; l'acquisto con gli stessi soldi del prestito (la società non ha ulteriore liquidità) di circa 110.000 euro di titoli derivati. La R&P paga regolarmente il mutuo sino ad arrivare alla riduzione del capitale prestato a circa la metà del suo valore iniziale, 1,5 milioni.
Nel corso della gestione del coworking, un cliente crea una perdita di circa 250.000 euro, la società trova difficoltà a pagare il mutuo e chiede che vengano utilizzati per pagare la rata i 70.000 euro ancora rimasti dai «titoli derivati». La banca si rifiuta di farlo se non a condizione della restituzione dell'intero capitale residuo. La R&P, nel frattempo, paga saltuariamente le rate (constata anche il totale azzeramento del valore dei derivati per l'acquisto dei quali continua a pagare gli interessi), ma riesce a riprendersi dalla crisi dovuta alle perdite e chiede a Etruria di «ristrutturare» il mutuo allungando di poco i tempi e, di conseguenza, l'importo delle rate, visto che ora il capitale è dimezzato e che esse diventano facilmente pagabili. La banca risponde picche.
Nel frattempo, ad Arezzo scoppia la rivoluzione e si arriva a un passo dal crac: la Pop Etruria viene smembrata in una bad bank e in una good bank che viene poi venduta a Ubi al prezzo simbolico di 1 euro. Nella seconda finiscono il patrimonio immobiliare e i cosiddetti Utp (unlikely to pay), ovvero i crediti di difficile riscossione, anticamera delle sofferenze ma non ancora tali, come nel caso dell'azienda romana, che è comunque in grado di restituire il capitale totale vendendo gli immobili posti a garanzia.
Intanto però cambia l'interlocutore di R&P, che si rivolge al gruppo bresciano-bergamasco chiedendo di nuovo la ristrutturazione del mutuo. «Come risposta riceviamo una informativa per la privacy e in allegato una comunicazione sulla Gazzetta ufficiale dello Stato, che il debito è stato venduto alla Rienza Spv. Ovvero uno special purpose vehicle, un veicolo societario istituito ad hoc, chiamato a emettere delle obbligazioni che colloca presso gli investitori utilizzando il ricavato derivante dal collocamento per acquistare i mutui stessi. Dopo qualche mese riceviamo una lettera da parte del Credito Fondiario che si presenta nella qualità di gestore del credito di Rienza e che pretende il pagamento delle rate arretrate».
Sanvitto vuole vedere dove è andato a finire il suo debito. E inizia a fare ricerche sulla Rienza.
Nel bilancio 2019 depositato in Camera di commercio legge che nel 2017 la società ha acquistato un portafoglio di crediti classificati da cinque banche come «inadempienze probabili» per un prezzo complessivo di 223,26 milioni. Di questi, 91,44 milioni di euro riguardano la Nuova Banca Etruria.
Dagli atti risulta, inoltre, che la Rienza ha zero dipendenti in organico ma un amministratore unico, il commercialista Andrea Balelli (oltre a essere presidente del collegio sindacale di Ferragamo, è sindaco di Tim e di numerose società, nonché amministratore di altre Spv come Gardenia, Fedaia, Restart) e un unico socio: la Stichting Tuscany. Si tratta di una fondazione anonima di diritto olandese di cui non è possibile conoscere i soci.
Alla Camera di commercio di Amsterdam risulta che la Tuscany è stata registrata nel 2016, ha sede a Amsterdam al 101 di Barbara Strozzilaan (stesso indirizzo di altre Spv e fondazioni) e una società con delega alla gestione dei proventi delle cartolarizzazioni, la Circumference Fs (Netherlands) Bv, con sede ad Amsterdam, Lussemburgo e le Cayman.
«In pratica lo Stato ha pagato i debiti per il fallimento della banca, una banca privata ha ricevuto la parte patrimonialmente e commercialmente in attivo del fallimento e i crediti garantiti ed esigibili verranno incassati in Olanda da una fondazione di cui non si conosceranno mai i proprietari e che non pagheranno tasse allo Stato italiano. Perché dobbiamo pagare loro e non restituire i soldi direttamente ai risparmiatori truffati di Etruria?», si domanda Sanvitto.
Sottolineando che il suo caso è solo una goccia nel mare e lanciando un appello «a tutte quelle aziende che sono nelle nostre condizioni per portare avanti un'azione comune».
Sia chiaro, non c'è nulla di irregolare nell'attività di queste Spv, che operano all'interno di una griglia consentita dalle norme. E il problema sta proprio lì. «Non si è fatto nulla per fare in modo che i clienti potessero tornare in bonis, dando loro anche un diritto di prelazione, riattivando il circolo virtuoso della banca che avrebbe potuto pagare gli sbancati. Immaginate su larga scala quanti soldi. Lo Stato ha permesso che questo debiti finissero all'estero con un sistema di scatole cinesi. Chiudendo un occhio sulla distruzione del nostro Pil», aggiunge l'imprenditore, che ha intentato una causa civile e un procedimento penale per usura.
Il ginepraio degli «spazzini» di Npl
Nel luglio 2017 uno studio di Pwc definiva l'Italia «the place to be», ovvero il posto dove trovarsi. Le banche stavano vendendo quantità enormi di crediti deteriorati a prezzi stracciati. Così su questo mercato si sono fiondati investitori da tutto il mondo: nomi internazionali come Fortress, Pimco, Crc, Bayview, Anacap, Cerberus, Bain Capital, Hoist finance o Varde partners, ma anche le divisioni specializzate di banche d'affari, fino a investitori italiani come Algebris.
Una volta accaparrati più Npl possibile, questi investitori li hanno dati ai cosiddetti servicer per l'attività vera e propria di recupero crediti. Sviluppando un mercato secondario di crediti in sofferenza, dove a vendere non sono più le banche, ma gli stessi fondi che dalle banche hanno comprato.
Si è così creato anche un fitto sottobosco di società veicolo create ad hoc, le cosiddette Spv, che hanno nomi curiosi: alcune di fiumi, come la Tanaro, la Tamigi e la Rienza, altre accattivanti come la Cherry 106, fondata dall'ex ad di Banca Ifis, Giovanni Bossis. Non si tratta di società che producono qualcosa, sono piuttosto un mezzo - un veicolo, appunto - che serve per fare un'operazione. I flussi finanziari originano, dunque, dalle attività che sono state cartolarizzate.
L'elenco di queste società e delle altre Svc (società veicolo di cartolarizzazione) iscritte nel registro di Banca d'Italia è lunghissimo. E non è semplice monitorare le performance di alcuni «spazzini» di Npl che sono controllati da società di diritto estere. Così come non è facile capire i prezzi dei «cartellini» esposti nel gran bazar delle sofferenze. Tanto che a febbraio, anche il governatore Ignazio Visco l'ha annunciato al Forex: Bankitalia sta mettendo sotto la lente le società che si occupano in Italia di gestire e recuperare i crediti problematici e i cosiddetti Utp.
Di certo, dietro agli Npl ci sono 1,2 milioni di persone. Per questo, incardinato al Senato, c'è un disegno di legge portato avanti da Fratelli d'Italia, nella persona del senatore Adolfo Urso, che punta a consentire il riscatto delle sofferenze bancarie direttamente ai debitori. L'obiettivo è infatti quello di «agevolare le prospettive di recupero dei crediti in sofferenza e favorire il ritorno in bonis del debitore ceduto, al fine di contribuire allo sviluppo e alla competitività del sistema economico produttivo nazionale», si legge nel primo articolo.
In pratica, se il testo di Urso diventasse legge, si creerebbe un canale privilegiato per i debitori, che avrebbero la possibilità, tramite un diritto di opzione, di ricomprarsi il credito deteriorato o direttamente l'incaglio, aggiungendo al prezzo con cui la banca l'ha ceduto una percentuale compresa tra il 20 e il 40%. Si tratta di cancellare l'onta del debito per dare scarpe nuove a chi può tornare a correre. Non a caso l'ultimo comma del testo prevede che chi si ricompra il proprio debito venga tolto dalla centrale rischi.
Anche perché, nel frattempo, potrebbe scattare di nuovo l'allarme rosso. Soprattutto per le imprese in difficoltà finanziarie, ma ancora salvabili, che non hanno potuto usufruire delle garanzie statali per ottenere credito durante i mesi del Covid. «Una bomba atomica», l'ha definita nelle scorse settimane l'ad di Mediobanca, Alberto Nagel, contestando le nuove norme della Bce, che impongono la progressiva svalutazione degli Npl fino al 100%. Una «norma sbagliata», secondo Nagel, perché trattare un credito semivivo come un credito morto pesa come il piombo anche nei bilanci delle banche. E può segnare il destino di un'azienda.
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La denuncia di un imprenditore scoperchia un sistema: i crediti di Etruria in mano a società con sedi in Olanda o alle Cayman. Anziché rimborsare i risparmiatori truffati, si lascia lucrare chi elude l'erario.Sul mercato dei crediti deteriorati si sono fiondate imprese ardue da monitorare, su cui Bankitalia sta vigilando. Fdi propone una legge per favorire il rientro dalle esposizioni.Lo speciale contiene due articoliL'odissea di Francesco Sanvitto inizia nell'autunno del 2005, quando la sua R&P srl (sette soci lavoratori e cinque dipendenti) decide di ristrutturare il suo edificio produttivo nel quartiere Marconi di Roma, davanti al Gasometro, per migliorare la propria attività di gestione di uffici arredati e fornitura di servizi (business center e coworking): 55 uffici e sale riunioni. Ha bisogno di liquidi, quindi si rivolge alla banca di riferimento - la Popolare dell'Etruria - che nei due anni successivi rilascia due mutui, per un totale di circa 2,7 milioni. L'istituto aretino eroga il finanziamento ponendo tre condizioni: una garanzia reale con ipoteca sull'immobile di circa 6 milioni (l'edificio è valutato ristrutturato a circa 9); fideiussioni rilasciate da tutti i sette soci, ognuno per il totale del prestito; l'acquisto con gli stessi soldi del prestito (la società non ha ulteriore liquidità) di circa 110.000 euro di titoli derivati. La R&P paga regolarmente il mutuo sino ad arrivare alla riduzione del capitale prestato a circa la metà del suo valore iniziale, 1,5 milioni.Nel corso della gestione del coworking, un cliente crea una perdita di circa 250.000 euro, la società trova difficoltà a pagare il mutuo e chiede che vengano utilizzati per pagare la rata i 70.000 euro ancora rimasti dai «titoli derivati». La banca si rifiuta di farlo se non a condizione della restituzione dell'intero capitale residuo. La R&P, nel frattempo, paga saltuariamente le rate (constata anche il totale azzeramento del valore dei derivati per l'acquisto dei quali continua a pagare gli interessi), ma riesce a riprendersi dalla crisi dovuta alle perdite e chiede a Etruria di «ristrutturare» il mutuo allungando di poco i tempi e, di conseguenza, l'importo delle rate, visto che ora il capitale è dimezzato e che esse diventano facilmente pagabili. La banca risponde picche. Nel frattempo, ad Arezzo scoppia la rivoluzione e si arriva a un passo dal crac: la Pop Etruria viene smembrata in una bad bank e in una good bank che viene poi venduta a Ubi al prezzo simbolico di 1 euro. Nella seconda finiscono il patrimonio immobiliare e i cosiddetti Utp (unlikely to pay), ovvero i crediti di difficile riscossione, anticamera delle sofferenze ma non ancora tali, come nel caso dell'azienda romana, che è comunque in grado di restituire il capitale totale vendendo gli immobili posti a garanzia.Intanto però cambia l'interlocutore di R&P, che si rivolge al gruppo bresciano-bergamasco chiedendo di nuovo la ristrutturazione del mutuo. «Come risposta riceviamo una informativa per la privacy e in allegato una comunicazione sulla Gazzetta ufficiale dello Stato, che il debito è stato venduto alla Rienza Spv. Ovvero uno special purpose vehicle, un veicolo societario istituito ad hoc, chiamato a emettere delle obbligazioni che colloca presso gli investitori utilizzando il ricavato derivante dal collocamento per acquistare i mutui stessi. Dopo qualche mese riceviamo una lettera da parte del Credito Fondiario che si presenta nella qualità di gestore del credito di Rienza e che pretende il pagamento delle rate arretrate».Sanvitto vuole vedere dove è andato a finire il suo debito. E inizia a fare ricerche sulla Rienza. Nel bilancio 2019 depositato in Camera di commercio legge che nel 2017 la società ha acquistato un portafoglio di crediti classificati da cinque banche come «inadempienze probabili» per un prezzo complessivo di 223,26 milioni. Di questi, 91,44 milioni di euro riguardano la Nuova Banca Etruria. Dagli atti risulta, inoltre, che la Rienza ha zero dipendenti in organico ma un amministratore unico, il commercialista Andrea Balelli (oltre a essere presidente del collegio sindacale di Ferragamo, è sindaco di Tim e di numerose società, nonché amministratore di altre Spv come Gardenia, Fedaia, Restart) e un unico socio: la Stichting Tuscany. Si tratta di una fondazione anonima di diritto olandese di cui non è possibile conoscere i soci. Alla Camera di commercio di Amsterdam risulta che la Tuscany è stata registrata nel 2016, ha sede a Amsterdam al 101 di Barbara Strozzilaan (stesso indirizzo di altre Spv e fondazioni) e una società con delega alla gestione dei proventi delle cartolarizzazioni, la Circumference Fs (Netherlands) Bv, con sede ad Amsterdam, Lussemburgo e le Cayman.«In pratica lo Stato ha pagato i debiti per il fallimento della banca, una banca privata ha ricevuto la parte patrimonialmente e commercialmente in attivo del fallimento e i crediti garantiti ed esigibili verranno incassati in Olanda da una fondazione di cui non si conosceranno mai i proprietari e che non pagheranno tasse allo Stato italiano. Perché dobbiamo pagare loro e non restituire i soldi direttamente ai risparmiatori truffati di Etruria?», si domanda Sanvitto. Sottolineando che il suo caso è solo una goccia nel mare e lanciando un appello «a tutte quelle aziende che sono nelle nostre condizioni per portare avanti un'azione comune».Sia chiaro, non c'è nulla di irregolare nell'attività di queste Spv, che operano all'interno di una griglia consentita dalle norme. E il problema sta proprio lì. «Non si è fatto nulla per fare in modo che i clienti potessero tornare in bonis, dando loro anche un diritto di prelazione, riattivando il circolo virtuoso della banca che avrebbe potuto pagare gli sbancati. Immaginate su larga scala quanti soldi. Lo Stato ha permesso che questo debiti finissero all'estero con un sistema di scatole cinesi. Chiudendo un occhio sulla distruzione del nostro Pil», aggiunge l'imprenditore, che ha intentato una causa civile e un procedimento penale per usura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-debiti-finiti-nei-paradisi-fiscali-si-potevano-risarcire-gli-sbancati-2647782987.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ginepraio-degli-spazzini-di-npl" data-post-id="2647782987" data-published-at="1600899224" data-use-pagination="False"> Il ginepraio degli «spazzini» di Npl Nel luglio 2017 uno studio di Pwc definiva l'Italia «the place to be», ovvero il posto dove trovarsi. Le banche stavano vendendo quantità enormi di crediti deteriorati a prezzi stracciati. Così su questo mercato si sono fiondati investitori da tutto il mondo: nomi internazionali come Fortress, Pimco, Crc, Bayview, Anacap, Cerberus, Bain Capital, Hoist finance o Varde partners, ma anche le divisioni specializzate di banche d'affari, fino a investitori italiani come Algebris. Una volta accaparrati più Npl possibile, questi investitori li hanno dati ai cosiddetti servicer per l'attività vera e propria di recupero crediti. Sviluppando un mercato secondario di crediti in sofferenza, dove a vendere non sono più le banche, ma gli stessi fondi che dalle banche hanno comprato. Si è così creato anche un fitto sottobosco di società veicolo create ad hoc, le cosiddette Spv, che hanno nomi curiosi: alcune di fiumi, come la Tanaro, la Tamigi e la Rienza, altre accattivanti come la Cherry 106, fondata dall'ex ad di Banca Ifis, Giovanni Bossis. Non si tratta di società che producono qualcosa, sono piuttosto un mezzo - un veicolo, appunto - che serve per fare un'operazione. I flussi finanziari originano, dunque, dalle attività che sono state cartolarizzate. L'elenco di queste società e delle altre Svc (società veicolo di cartolarizzazione) iscritte nel registro di Banca d'Italia è lunghissimo. E non è semplice monitorare le performance di alcuni «spazzini» di Npl che sono controllati da società di diritto estere. Così come non è facile capire i prezzi dei «cartellini» esposti nel gran bazar delle sofferenze. Tanto che a febbraio, anche il governatore Ignazio Visco l'ha annunciato al Forex: Bankitalia sta mettendo sotto la lente le società che si occupano in Italia di gestire e recuperare i crediti problematici e i cosiddetti Utp. Di certo, dietro agli Npl ci sono 1,2 milioni di persone. Per questo, incardinato al Senato, c'è un disegno di legge portato avanti da Fratelli d'Italia, nella persona del senatore Adolfo Urso, che punta a consentire il riscatto delle sofferenze bancarie direttamente ai debitori. L'obiettivo è infatti quello di «agevolare le prospettive di recupero dei crediti in sofferenza e favorire il ritorno in bonis del debitore ceduto, al fine di contribuire allo sviluppo e alla competitività del sistema economico produttivo nazionale», si legge nel primo articolo. In pratica, se il testo di Urso diventasse legge, si creerebbe un canale privilegiato per i debitori, che avrebbero la possibilità, tramite un diritto di opzione, di ricomprarsi il credito deteriorato o direttamente l'incaglio, aggiungendo al prezzo con cui la banca l'ha ceduto una percentuale compresa tra il 20 e il 40%. Si tratta di cancellare l'onta del debito per dare scarpe nuove a chi può tornare a correre. Non a caso l'ultimo comma del testo prevede che chi si ricompra il proprio debito venga tolto dalla centrale rischi. Anche perché, nel frattempo, potrebbe scattare di nuovo l'allarme rosso. Soprattutto per le imprese in difficoltà finanziarie, ma ancora salvabili, che non hanno potuto usufruire delle garanzie statali per ottenere credito durante i mesi del Covid. «Una bomba atomica», l'ha definita nelle scorse settimane l'ad di Mediobanca, Alberto Nagel, contestando le nuove norme della Bce, che impongono la progressiva svalutazione degli Npl fino al 100%. Una «norma sbagliata», secondo Nagel, perché trattare un credito semivivo come un credito morto pesa come il piombo anche nei bilanci delle banche. E può segnare il destino di un'azienda.
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Sono il 7,4% delle imprese ma generano oltre 102 miliardi di ricavi e quasi un quarto dell’Ebitda. L’Osservatorio Nomisma evidenzia il divario crescente tra aziende capaci di creare valore e un sistema che fatica a trasformare la crescita in marginalità.
C’è una parte della manifattura italiana che non solo regge l’urto delle difficoltà economiche, ma continua a crescere e a produrre valore. È quella delle cosiddette imprese «Controvento», una minoranza sempre più rilevante del tessuto produttivo nazionale.
Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio realizzato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, queste aziende rappresentano oggi il 7,4% del totale del comparto manifatturiero. Una quota limitata, ma capace di concentrare il 10% dei ricavi complessivi, pari a 102,6 miliardi di euro, oltre a quasi un quarto dell’Ebitda e al 16% del valore aggiunto dell’intero settore.
Il dato più significativo è che non si tratta di un fenomeno temporaneo. Negli anni, infatti, si è consolidata una vera e propria frattura tra modelli produttivi: da un lato imprese in grado di trasformare la crescita in marginalità e solidità, dall’altro aziende che faticano a generare valore nonostante l’aumento dei volumi. Le imprese Controvento si distinguono per performance nettamente superiori alla media. Tra il 2019 e il 2024 il loro margine operativo lordo è passato dal 17% al 24,9%, mentre quello delle altre realtà è rimasto sostanzialmente fermo attorno all’8%. Un divario che in cinque anni è quasi raddoppiato, passando da 9 a 17 punti percentuali.
La distanza emerge con ancora più evidenza sul fronte della produttività: 171 mila euro per addetto nelle imprese Controvento contro meno di 89 mila nelle altre. Un gap che ribalta anche le gerarchie dimensionali: una piccola impresa Controvento risulta mediamente più produttiva di una grande azienda che non rientra nel cluster. Dal punto di vista geografico, la Lombardia si conferma la regione con il maggior volume di ricavi, oltre 33 miliardi di euro. Ma è l’Emilia-Romagna a far registrare la crescita più sostenuta, superando i 20 miliardi e accorciando le distanze. Segnali di dinamismo arrivano anche dal Mezzogiorno, dove aumenta la presenza di realtà capaci di distinguersi.
A trainare questo gruppo di imprese sono soprattutto alcune filiere chiave del made in Italy: automotive, farmaceutica, packaging e nautica. Settori che mostrano una maggiore capacità di mantenere nel tempo livelli elevati di competitività. Un elemento distintivo riguarda anche la solidità complessiva. Le imprese Controvento presentano infatti livelli di rischio più contenuti e una maggiore propensione all’innovazione e all’adozione delle tecnologie digitali. Caratteristiche che si traducono in resilienza, capacità di adattamento e un orientamento competitivo più marcato.
L’Osservatorio evidenzia inoltre come la continuità nel tempo faccia la differenza. Le aziende presenti da più edizioni nel cluster – le cosiddette «Super-Veterane» e «Star» – registrano risultati migliori rispetto a quelle entrate più recentemente. Non si tratta solo di stabilità, ma della capacità di consolidare nel tempo crescita e organizzazione. Le imprese al debutto, che rappresentano comunque la quota più ampia del gruppo, mostrano performance inferiori rispetto alle più consolidate, ma restano nettamente sopra la media del sistema manifatturiero. Un segnale della selettività dei criteri utilizzati. Anche sul piano territoriale emerge una geografia precisa: le regioni con una tradizione industriale più radicata concentrano la maggior parte delle aziende con maggiore continuità, con l’Emilia-Romagna che si distingue per equilibrio tra stabilità e capacità di creare valore.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo sempre più polarizzato. Da una parte un nucleo ristretto ma in crescita di imprese capaci di affrontare anche i contesti più complessi, dall’altra una fascia più ampia che fatica a tenere il passo.
Una trasformazione che, più che legata al ciclo economico, sembra riflettere un cambiamento strutturale nei modelli competitivi, dove innovazione, solidità finanziaria e capacità di adattamento diventano fattori decisivi per restare sul mercato.
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JD Vance insieme a Benjamin Netanyahu (Ansa)
Stando ad Axios, il vicepresidente americano assumerà infatti un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui che si terranno tra Washington e Teheran. D’altronde, il numero due della Casa Bianca ha già avuto vari contatti con Benjamin Netanyahu e ieri si è anche incontrato con il primo ministro del Qatar, Abdulrahman bin Jassim Al Thani. Il ritorno in auge di Vance è significativo, soprattutto alla luce del fatto che, durante le prime settimane di conflitto, il diretto interessato era fondamentalmente sparito dai radar. Non è del resto un mistero che il vicepresidente fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Il fatto che Trump stia puntando su di lui per gli eventuali negoziati offre quindi alcuni interessanti spunti di analisi.
In primis, il presidente americano vuole (parzialmente) marginalizzare Steve Witkoff e Jared Kushner, che finora non hanno fatto grossi progressi sul dossier iraniano. Inoltre, Trump, secondo cui la guerra «sta andando alla grande», vuole far leva su Vance per portare Netanyahu ad allinearsi alla strategia di Washington. Senza dubbio il premier israeliano e il presidente americano sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’atomica sia di continuare a sviluppare il proprio programma missilistico. Entrambi auspicano inoltre che il regime cessi di foraggiare i suoi pericolosi proxy regionali. Tra i due leader sono tuttavia emerse divergenze sulla durata del conflitto e sul futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Secondo il New York Times, il premier israeliano temerebbe che un cessate il fuoco troppo rapido impedisca allo Stato ebraico di debellare l’intera industria militare iraniana. Inoltre, Netanyahu propende per un regime change a Teheran, laddove Trump auspica una soluzione venezuelana: punta, cioè, a interloquire con un pezzo del vecchio regime, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Una linea, questa, con cui l’inquilino della Casa Bianca spera di conseguire due obiettivi: evitare di restare invischiato in costosi processi di nation building e avviare in futuro una cooperazione con l’Iran nel settore petrolifero. Di contro, Netanyahu teme che la soluzione venezuelana, evitando di smantellare totalmente il khomeinismo, non sia in grado di risolvere alla radice i problemi di sicurezza dello Stato ebraico.
Ebbene, schierando Vance, Trump mira a spingere il premier israeliano ad accettare la linea di Washington. Già a ottobre era emerso come, all’interno dell’amministrazione americana, il vicepresidente fosse la figura meno conciliante nei confronti di Netanyahu. Tra l’altro, proprio ieri, Axios ha riferito che, all’inizio di questa settimana, i due avrebbero avuto una telefonata piuttosto tesa, in cui Vance avrebbe rimproverato il premier israeliano per le sue previsioni troppo ottimistiche sull’esito della guerra all’Iran. In particolare, il vice di Trump si sarebbe riferito all’eventualità, ventilata da Netanyahu, di riuscire a fomentare una rivolta popolare contro il regime khomeinista. Non solo. Axios ha anche riferito che «i funzionari dell’amministrazione sospettano che agenti stranieri stiano diffondendo la notizia che l’Iran vuole negoziare con Vance». Infine, il vicepresidente, secondo cui la guerra durerà comunque ancora alcune settimane, è politicamente assai vicino ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale che si è rivelata decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca nel 2024. Vance è quindi anche utile al presidente per tendere una mano a quella parte di base elettorale che si è mostrata fredda verso l’intervento militare contro l’Iran. Una dinamica, questa, che avrà delle ripercussioni anche sulle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Marco Rubio si era notevolmente rafforzato dopo la cattura di Nicolas Maduro. Adesso, Vance spera di usare la diplomazia iraniana per riacquisire peso e tornare in pista. E proprio Rubio ieri, dal G7 in Francia, ha detto di attendersi che il conflitto terminerà «entro poche settimane, non mesi», per poi auspicare che i Paesi del G7 stesso svolgano un ruolo a Hormuz dopo la fine della guerra. Oltre a ipotizzare di dirottare armi destinate a Kiev alle esigenze belliche in Iran, il segretario di Stato ha anche sottolineato che gli Usa contano di raggiungere i loro obiettivi «senza truppe di terra». Attenzione: Vance non è un isolazionista puro né Rubio, per quanto fautore di una politica estera più proattiva, un neocon esaltato (contrariamente a quanto spesso si è detto, secondo Politico, anche lui non era convinto di un attacco su vasta scala). I due collaborano (e sotto sotto competono) per intestarsi un ruolo nella conclusione del conflitto. Come detto, la posizione di Vance sta tornando a rafforzarsi. Ma Rubio farà prevedibilmente leva sul suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale ad interim per continuare ad avere un ascendente su Trump.
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Volodymyr Zelensky con Mohammad bin Salman Al Sa'ud (Ansa)
Si tratta di un segnale negativo per Vladimir Putin, che negli ultimi anni aveva coltivato relazioni strette con il principe ereditario Mohammed bin Salman. La nuova apertura verso Kiev viene osservata con attenzione anche da altri Paesi del Golfo, interessati alle tecnologie ucraine e alla diversificazione delle partnership strategiche. Allo stesso tempo emergono indicazioni secondo cui la Cina avrebbe fornito all’Iran componenti elettronici e tecnologie sensibili. Questo elemento amplia il quadro, perché suggerisce che Pechino non si limita a sostenere indirettamente Mosca, ma contribuisce anche al rafforzamento industriale e militare di Teheran. Una simile sovrapposizione rende più complesso per Donald Trump ottenere risultati rapidi su uno dei due fronti. La pressione sull’Iran non è più isolata, ma inserita in una rete di supporto tecnologico e politico in cui la Cina gioca un ruolo centrale. La guerra in Ucraina continua a essere influenzata da questa dinamica, poiché la moltiplicazione delle crisi riduce la capacità occidentale di concentrare risorse su un solo teatro. Ne deriva una progressiva fusione geopolitica dei conflitti.
L’Ucraina non rappresenta più esclusivamente un fronte europeo e la crisi iraniana non è più confinata al Medio Oriente. Entrambe diventano parti di una competizione sistemica tra Washington e Pechino. In questo contesto ogni tentativo di chiudere rapidamente il conflitto ucraino si scontra con un ostacolo strutturale: mentre si negozia su Kiev, si apre un fronte tecnologico e militare legato all’Iran sostenuto dalla Cina, interessata a mantenere gli Stati Uniti impegnati su più scenari. Tenere Washington coinvolta contemporaneamente in Europa orientale e in Medio Oriente consente inoltre alla Cina di guadagnare tempo sul dossier indo-pacifico e, in prospettiva, su Taiwan. Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale fornitore per la Russia di beni a duplice uso, ovvero prodotti civili impiegabili anche in ambito militare.
Non si tratta di armi, ma di microchip, macchinari industriali avanzati, componenti elettronici e materie prime strategiche che consentono all’industria russa di sostenere lo sforzo bellico nonostante le sanzioni. Le stime indicano che nel 2024 il valore di queste forniture abbia superato i quattro miliardi di dollari. Ancora più significativa è la quota: circa il 90% delle importazioni russe di tecnologie sensibili proverrebbe da aziende cinesi, con una dipendenza quasi totale in alcuni settori come la microelettronica. Il contributo riguarda soprattutto macchine utensili e sistemi a controllo numerico indispensabili per produrre missili, droni e mezzi militari. Tra il 2023 e il 2024 una quota compresa tra l’80% e il 90% di questi macchinari acquistati da Mosca sarebbe di origine cinese.
A ciò si aggiungono esportazioni di minerali critici come gallio e germanio, fondamentali per semiconduttori, radar e tecnologie avanzate. Pur non configurandosi come aiuti militari diretti, queste forniture hanno un peso strategico rilevante. Senza tali componenti la capacità produttiva russa sarebbe fortemente ridotta, mentre la rete commerciale con Pechino permette di sostituire i fornitori occidentali e mantenere attiva l’industria della Difesa. Questo intreccio rende il quadro estremamente complesso. Non si tratta più di gestire crisi regionali separate, ma di affrontare un equilibrio globale. Se la Cina continua a sostenere l’Iran e mantiene contemporaneamente il proprio ruolo nel dossier russo, qualsiasi soluzione in Ucraina rischia di rivelarsi fragile. I due conflitti tendono così a diventare parti dello stesso confronto strategico. Ulteriori tensioni emergono dalle accuse secondo cui la società cinese Smic, principale produttore nazionale di semiconduttori, avrebbe fornito strumenti per la fabbricazione di chip al complesso militare iraniano. Due funzionari dell’amministrazione Trump sostengono che la cooperazione sarebbe iniziata circa un anno fa e comprenderebbe anche supporto tecnico.
Le dichiarazioni, rilasciate in forma anonima, non chiariscono l’origine delle apparecchiature né eventuali violazioni delle sanzioni. Smic, l’ambasciata cinese a Washington e la missione iraniana all’Onu non hanno commentato, mentre Pechino ribadisce di mantenere normali relazioni commerciali con Teheran. Le rivelazioni si inseriscono in un quadro già teso. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato al dialogo, ma le accuse rischiano di aggravare le tensioni tra Washington e Pechino. In precedenza era emersa anche la possibilità di un accordo tra Iran e Cina per missili antinave, mentre gli Stati Uniti rafforzavano la presenza navale nella regione. Washington ha inoltre intensificato le restrizioni contro Smic e altri produttori cinesi per limitare l’accesso alle tecnologie occidentali per i semiconduttori avanzati. Questi elementi confermano che i conflitti in Ucraina e Medio Oriente non sono più separati, ma parti di una competizione globale in cui tecnologia, energia e alleanze regionali si intrecciano, rendendo sempre più difficile una soluzione rapida.
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