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2021-07-08
Complotti gay e donne scomparse: identità di genere e fantascienza
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Ansa
La cosa vale anche per le cosiddette questioni di genere. Si pensi solo a Chaos Walking, il film diretto da Doug Liman, con Daisy Ridley e Tom Holland, appena sbarcato su Prime video dopo una gestazione complicatissima e un naufragio al botteghino statunitense. La trama parla di una colonia umana su un pianeta lontano, la cui atmosfera ha una particolarità: riflette «in chiaro» i pensieri degli uomini, ma non quelli delle donne, che all'inizio vi sono peraltro del tutto assenti. Lo scenario cambierà quando da una navicella sbarcherà una ragazza pronta a spargere cazziatoni ovunque. La segretezza dei pensieri dà infatti alle donne una sicurezza, una profondità e una lucidità sconosciute agli uomini, che invece appaiono come esseri elementari, triviali, guidati in modo sin troppo trasparente da istinti basici. Una sceneggiatura – tratta peraltro da un romanzo di Patrick Ness, omosessuale dichiarato – che ha un'inclinazione ideologica molto leggibile.
Ma non si pensi che la fantascienza si sia occupata di tematiche del genere solo in tempi recenti. Pensiamo, per esempio, a Il mondo senza donne, romanzo di Virgilio Martini apparso in Italia nel 1936. Nel libro, la popolazione femminile del mondo viene sterminata da un nuovo male, la fallopite. Il microbo è stato creato in laboratorio da un gruppo di scienziati omosessuali, odiatori delle donne e intenzionati a rendere gay l'umanità intera. Il romanzo – che il sito cultura gay definisce «ributtante fantasia razzista ed omofoba» – fu più volte censurato, mentre piacque a un intellettuale originale come Jean Baudrillard: «L'idea chiave è quella di uno sterminio della femminilità – allegoria terrificante dello sterminio di ogni alterità, di cui il femminile è la metafora, e forse qualcosa di più. Ciò di cui siamo vittime, e non allegoricamente, è un virus distruttore dell'alterità. [...] Se per il momento questo virus non colpisce la riproduzione biologica della specie, esso colpisce però una funzione più fondamentale ancora, quella della riproduzione simbolica dell'altro, a beneficio di una riproduzione clonata, asessuata dell'individuo senza specie. Infatti, essere privati dell'altro significa essere privati di sesso, ed essere privati di sesso vuol dire essere privati dell'appartenenza simbolica a qualunque specie».
Un mondo (quasi) senza donne è anche quello messo su pellicola in Light of my life, di e con Casey Affleck, una distopia ambientata in un mondo post apocalittico in cui un morbo ha sterminato tutte le donne. Tra le poche sopravvissute c'è la dodicenne figlia del protagonista, che tuttavia è costretta a vestirsi da ragazzino perché, senza presenza femminile, l'uomo è regredito a bestia predatrice. Pensato come parabola femminista, il film in realtà è un elogio della complementarità tra uomo e donna e della diversità sessuale. Oltre che un inconsapevole manifesto anto gender: se la femminilità è davvero solo un costrutto sociale, se basta pensarsi donna per esserlo, perché un mondo senza donne dovrebbe risultare invivibile? L'atmosfera ansiogena e infernale che permea tutta la pellicola è in effetti incomprensibile se ci poniamo nel solco della retorica dominante per cui noi siamo innanzitutto «persone», senza etichette sessuali e senza generi preassegnati. La mancanza fisica delle donne, in senso strettamente biologico, crea invece una mancanza ontologica non compensabile da alcuna identità arbitrariamente scelta.
Politicamente scorretto in modo consapevole è invece Il seme inquieto, romanzo scritto dal britannico Anthony Burgess – che non tutti sanno essere un battagliero conservatore - pochi mesi dopo la sua opera più famosa, Arancia meccanica. Di ritorno dall'India, Burgess aveva ancora in mente le scene della sovrappopolazione del subcontinente ed ebbe quindi l'intuizione: se un giorno ci fosse la necessità di ridurre la popolazione mondiale, i governi potrebbero ricorrere alla omosessualità obbligatoria? Nel romanzo, la Polizia demografica – o Poldemo – del governo britannico prende misure draconiane per incoraggiare l'infertilità. Scrive Burgess, dopo aver descritto la scena di due donne viste passeggiare mano nella mano: «Inclinazioni del genere, al pari d'ogni altro comportamento che dirottasse il sesso dal proprio fine naturale, erano attualmente incoraggiate, e da un capo all'altro del Paese spettacolari manifesti fatti affiggere dal ministero della Infecondità mostravano, in ironici colori da nido d'infanzia, coppie abbracciate dell'uno o dell'altro sesso con la didascalia È sapiens essere Omo. L'Istituto omosessuale teneva anche corsi serali». Qualcuno ha detto ddl Zan?
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A causa della sua capacità di immaginare altri mondi, la fantascienza non si è mai presentata come innocente. Essa, anzi, ha sempre avuto un segreto portato politico, nella misura in cui gli universi immaginati possono gettare una luce critica su quello reale.La cosa vale anche per le cosiddette questioni di genere. Si pensi solo a Chaos Walking, il film diretto da Doug Liman, con Daisy Ridley e Tom Holland, appena sbarcato su Prime video dopo una gestazione complicatissima e un naufragio al botteghino statunitense. La trama parla di una colonia umana su un pianeta lontano, la cui atmosfera ha una particolarità: riflette «in chiaro» i pensieri degli uomini, ma non quelli delle donne, che all'inizio vi sono peraltro del tutto assenti. Lo scenario cambierà quando da una navicella sbarcherà una ragazza pronta a spargere cazziatoni ovunque. La segretezza dei pensieri dà infatti alle donne una sicurezza, una profondità e una lucidità sconosciute agli uomini, che invece appaiono come esseri elementari, triviali, guidati in modo sin troppo trasparente da istinti basici. Una sceneggiatura – tratta peraltro da un romanzo di Patrick Ness, omosessuale dichiarato – che ha un'inclinazione ideologica molto leggibile. Ma non si pensi che la fantascienza si sia occupata di tematiche del genere solo in tempi recenti. Pensiamo, per esempio, a Il mondo senza donne, romanzo di Virgilio Martini apparso in Italia nel 1936. Nel libro, la popolazione femminile del mondo viene sterminata da un nuovo male, la fallopite. Il microbo è stato creato in laboratorio da un gruppo di scienziati omosessuali, odiatori delle donne e intenzionati a rendere gay l'umanità intera. Il romanzo – che il sito cultura gay definisce «ributtante fantasia razzista ed omofoba» – fu più volte censurato, mentre piacque a un intellettuale originale come Jean Baudrillard: «L'idea chiave è quella di uno sterminio della femminilità – allegoria terrificante dello sterminio di ogni alterità, di cui il femminile è la metafora, e forse qualcosa di più. Ciò di cui siamo vittime, e non allegoricamente, è un virus distruttore dell'alterità. [...] Se per il momento questo virus non colpisce la riproduzione biologica della specie, esso colpisce però una funzione più fondamentale ancora, quella della riproduzione simbolica dell'altro, a beneficio di una riproduzione clonata, asessuata dell'individuo senza specie. Infatti, essere privati dell'altro significa essere privati di sesso, ed essere privati di sesso vuol dire essere privati dell'appartenenza simbolica a qualunque specie». Un mondo (quasi) senza donne è anche quello messo su pellicola in Light of my life, di e con Casey Affleck, una distopia ambientata in un mondo post apocalittico in cui un morbo ha sterminato tutte le donne. Tra le poche sopravvissute c'è la dodicenne figlia del protagonista, che tuttavia è costretta a vestirsi da ragazzino perché, senza presenza femminile, l'uomo è regredito a bestia predatrice. Pensato come parabola femminista, il film in realtà è un elogio della complementarità tra uomo e donna e della diversità sessuale. Oltre che un inconsapevole manifesto anto gender: se la femminilità è davvero solo un costrutto sociale, se basta pensarsi donna per esserlo, perché un mondo senza donne dovrebbe risultare invivibile? L'atmosfera ansiogena e infernale che permea tutta la pellicola è in effetti incomprensibile se ci poniamo nel solco della retorica dominante per cui noi siamo innanzitutto «persone», senza etichette sessuali e senza generi preassegnati. La mancanza fisica delle donne, in senso strettamente biologico, crea invece una mancanza ontologica non compensabile da alcuna identità arbitrariamente scelta.Politicamente scorretto in modo consapevole è invece Il seme inquieto, romanzo scritto dal britannico Anthony Burgess – che non tutti sanno essere un battagliero conservatore - pochi mesi dopo la sua opera più famosa, Arancia meccanica. Di ritorno dall'India, Burgess aveva ancora in mente le scene della sovrappopolazione del subcontinente ed ebbe quindi l'intuizione: se un giorno ci fosse la necessità di ridurre la popolazione mondiale, i governi potrebbero ricorrere alla omosessualità obbligatoria? Nel romanzo, la Polizia demografica – o Poldemo – del governo britannico prende misure draconiane per incoraggiare l'infertilità. Scrive Burgess, dopo aver descritto la scena di due donne viste passeggiare mano nella mano: «Inclinazioni del genere, al pari d'ogni altro comportamento che dirottasse il sesso dal proprio fine naturale, erano attualmente incoraggiate, e da un capo all'altro del Paese spettacolari manifesti fatti affiggere dal ministero della Infecondità mostravano, in ironici colori da nido d'infanzia, coppie abbracciate dell'uno o dell'altro sesso con la didascalia È sapiens essere Omo. L'Istituto omosessuale teneva anche corsi serali». Qualcuno ha detto ddl Zan?
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».