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Il «colpo di Siena» messo a segno da Luigi Lovaglio è un segnale per il mercato, che scommette su altri movimenti. Delfin protagonista per le scelte lungimiranti di Leonardo Maria Del Vecchio che valgono 10 miliardi di plusvalenze.
Comincia un’altra mano del risiko bancario. Ad aprire i giochi il sorprendente finale dell’assemblea di Mps che ha rimesso in sella Luigi Lovaglio. Un fatto senza precedenti. Non si era mai visto un amministratore delegato sfiduciato dal consiglio tornare in pista e vincere. Una vendetta consumata con il vassoio ancora bollente davanti a commensali che si contendono i piatti migliori cercando di non rovesciare il vino. I numeri, come sempre, fanno da colonna sonora.
Banco Bpm negli ultimi cinque giorni ha messo a segno un più 3% che non farà tremare i polsi, ma racconta di un interesse crescente. Montepaschi ha acceso i riflettori con un balzo del 10%, imitato con perfetto tempismo da Mediobanca, anch’essa in progresso del 10%. Generali, è ferma, ma è quella stabilità che sa di attesa, di leone accucciato.
La vittoria di Lovaglio a Siena non è un colpo di teatro. È un segnale. Una linea tracciata nella pietra del sistema bancario.
In questo scenario i vertici di Banco Bpm si sono mossi con disinvoltura. Hanno votato a sorpresa proprio per Lovaglio e hanno contribuito a bocciare la lista del gruppo Francesco Gaetano Caltagirone, che puntava su Fabrizio Palermo come amministratore delegato. Una scelta che Giuseppe Castagna, confermato ieri al vertice operativo di Banco Bpm, ha spiegato con chiarezza. Il voto è servito a rafforzare i legami industriali con Mps, per proteggere gli accordi di distribuzione dei fondi Anima. Ma perché Lovaglio? Perché è meglio un alleato affidabile oggi che una scommessa domani.
E poi c’è Generali. Il vero oggetto del desiderio, il trofeo che tutti guardano anche quando fanno finta di niente. L’amministratore delegato Philippe Donnet oggi è più saldo in sella: la sconfitta del fronte Caltagirone nella partita Mps gli regala un vantaggio politico e strategico non trascurabile. Il Leone di Trieste resta lì, immobile solo in apparenza, mentre attorno si muovono pedine e strategie. Sul tavolo c’è anche un possibile asse con Mps nel campo della bancassurance. Un’ipotesi tutt’altro che peregrina, soprattutto considerando che l’accordo del gruppo toscano con i francesi di Axa è in scadenza l’anno prossimo.
E il governo in tutta questa partita che ruolo ha assunto? È rimasto a guardare. Ha costruito le condizioni per la realizzazione del famoso terzo polo bancario facilitando la privatizzazione di Mps. Poi ha lasciato libero il mercato.
Ma in questo grande affresco, fatto di mosse tattiche e strategie di lungo respiro, c’è una figura che merita un capitolo a parte ed è quella di Leonardo Del Vecchio scomparso quasi quattro anni fa.
Del Vecchio non è stato soltanto l’imprenditore che ha creato Essilux, una delle poche multinazionali italiane partendo da un laboratorio di occhiali in Veneto. È stato un architetto del destino finanziario.
Ha accumulato partecipazioni in Generali, in Monte dei Paschi di Siena, in Mediobanca e in Unicredit non per semplice diversificazione, ma seguendo un disegno. Un disegno fatto di incastri, di equilibri, di possibilità future. Un mosaico dove ogni tessera aveva un senso preciso: rafforzare le radici in Italia per far crescere il sistema a livello internazionale.
Oggi, a distanza di tempo, quel mosaico restituisce tutta la sua forza: la plusvalenza conservata nei bilanci di Delfin la cassaforte di famiglia si aggira intorno ai dieci miliardi. Ma ridurre tutto a una cifra sarebbe un torto. In realtà è frutto della capacità di vedere ciò che altri non vedevano, di scommettere quando altri esitavano.
Così, mentre oggi i protagonisti del risiko bancario si muovono tra assemblee, alleanze e colpi di scena, c’è da sperare che, da qualche parte, il disegno di Del Vecchio continui a fare scuola. Perché certi investimenti non finiscono con chi li ha fatti: continuano a vivere nei risultati, negli equilibri che hanno creato, nella ricchezza che generano. Ma tra i tanti giocatori, c’è da sperare che qualcuno abbia già scritto la parte decisiva della storia.
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Benjamin Netanyahu respinto al telefono dal suo omologo, poi l’accordo. Roma osserva con l’Unifil.
A distanza di due giorni dai primi colloqui diretti tra i funzionari israeliani e libanesi a Washington, è stato raggiunto il cessate il fuoco tra Israele e il Libano. Ad annunciarlo è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, su Truth: «Ho appena avuto delle conversazioni eccellenti con il presidente del Libano, Joseph Aoun, e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
I due leader hanno concordato che per raggiungere la pace tra i loro Paesi inizieranno un cessate il fuoco di dieci giorni». Ha poi aggiunto di aver dato istruzioni «al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato, Marco Rubio, insieme al capo di Stato maggiore congiunto Dan Caine, di lavorare con Israele e con il Libano per raggiungere una pace duratura». E ha invitato i due leader alla Casa Bianca.
La tregua, che sarebbe entrata in vigore nella notte, è stata annunciata nonostante ieri fosse saltato il colloquio telefonico tra Netanyahu e Aoun. Anche in questo caso era stato Trump a comunicare quella che doveva essere l’imminente conversazione tra i due. Da Israele era giunta conferma, ma a confondere le acque erano stati alcuni funzionari libanesi, sostenendo di non essere a conoscenza di alcun colloquio telefonico.
Sta di fatto che Aoun si è tirato indietro. È stato lui stesso a comunicarlo a Rubio, dicendogli che una conversazione con Netanyahu sarebbe stata prematura. A frenare Aoun è stata la spaccatura nel Parlamento libanese, visto che sciiti e drusi non sono favorevoli a contatti diretti con il premier israeliano. A tal proposito, il deputato di Hezbollah, Hussein Hajj Hassan, prima della tregua, ha sostenuto all’Afp che «i negoziati diretti con il nemico sono un grave peccato». Inoltre, se per il Libano il cessate il fuoco era il prerequisito per qualsiasi trattativa, dall’altra parte, il gabinetto di sicurezza israeliano si era riunito mercoledì, senza però prendere una decisione a riguardo.
La svolta è il risultato delle pressioni di Trump su Israele. Peraltro, il tycoon, durante una telefonata nel pomeriggio con Aoun, aveva promesso che si sarebbe impegnato «a soddisfare la richiesta di un cessate il fuoco il prima possibile». Poco dopo è arrivato l’annuncio ufficiale.
Ad accogliere con favore l’esito è stato il primo ministro libanese, Nawaf Salam. E il parlamentare di Hezbollah Ibrahim al-Moussawi ha rivelato all’Afp: «Noi di Hezbollah rispetteremo con cautela il cessate il fuoco a condizione che si tratti di una cessazione completa delle ostilità contro di noi». Tuttavia, Hezbollah ha anche affermato che la tregua non deve permettere a Israele la libertà di movimento sul suolo libanese. Secondo Ynet, però, le Idf manterranno le loro posizioni nel Libano meridionale.
Dall’altra parte, Netanyahu ha riferito di aver accettato la tregua su richiesta della Casa Bianca: «Quando il più grande amico di Israele, il presidente Trump, agisce al nostro fianco in stretto coordinamento, Israele collabora con lui». Tra l’altro, il premier israeliano ha dovuto affrontare la rabbia dei ministri. Il Times of Israel ha svelato che Netanyahu, pochi minuti prima del post di Trump, aveva convocato una teleconferenza urgente con i membri del gabinetto di sicurezza per discutere del cessate il fuoco. I ministri sarebbero stati avvisati con cinque minuti di anticipo e avrebbero appreso dai media la novità.
A congratularsi per il risultato è stato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in una nota. Auspicando che «il cessate il fuoco possa creare le condizioni per il successo dei negoziati tra Israele e Libano portando ad una pace piena e duratura», ha spiegato che «l’Italia continuerà a fare la sua parte contribuendo al mantenimento della pace lungo la Linea Blu attraverso il suo contingente militare in Unifil» e «a sostenere la sovranità libanese anche attraverso il rafforzamento delle forze armate libanesi».
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Federico Vecchioni (Ansa)
Il riconoscimento per aver unito strategia a sostenibilità economica e ambientale.
Federico Vecchioni, presidente esecutivo di Bonifiche Ferraresi, il più importante gruppo agroindustriale italiano quotato in Borsa, ha ricevuto ieri il dottorato di ricerca honoris causa in Mediterranean Studies.
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre lo choc petrolifero e l’inflazione frenano le immatricolazioni in Europa (+1,7%), il Dragone passa da acquirente a concorrente. Il tracollo elettrico spaventa Volkswagen (-80% negli Usa). Male Porsche (-15%).
Il mercato dell’auto in Europa, nel primo trimestre 2026, è il resoconto di una crisi d’identità sistemica che coinvolge domanda, politica industriale e capitale.
Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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