2023-07-28
Contesta i dogmi sul clima: censurato il Nobel in carica
John F. Clauser (Getty Images)
Prima che la comunità scientifica ufficiale silenziasse, durante la pandemia, gli scienziati non allineati o semplicemente dubbiosi - perfino quelli più autorevoli come Luc Montagnier o John Ioannidis - bisognava risalire al fascismo per ritrovare clamorosi esempi di censura come quello che ha colpito qualche giorno fa il premio Nobel per la Fisica 2022 John F. Clauser. Il fisico americano, che ha ereditato il titolo dell’Accademia di Stoccolma da Giorgio Parisi, doveva presentare un seminario sui modelli climatici al Fondo monetario internazionale (Fmi) proprio oggi, ma il suo discorso è stato bruscamente cancellato. La decisione eclatante è stata comunicata a Clauser giovedì scorso, con un’email inviata dal direttore dell’Ufficio di valutazione indipendente del Fmi: allo zelante Pablo Moreno è bastato leggere la locandina che annunciava l’intervento, via Zoom, del Premio Nobel per annullarlo; tecnicamente, è stato «rimandato» sine die.
Cos’ha detto Clauser di tanto grave? Semplice: ha osato confutare, dati alla mano, la tesi dell’emergenza climatica di origine antropica che i governi occidentali stanno cavalcando, con la complicità dei media, per stravolgere le politiche energetiche perseguite negli ultimi 70 anni e sanzionare i comportamenti non corretti dei cittadini. Lo stesso copione del Covid, per intenderci.
Nella fattispecie, il Nobel 2022 ha categoricamente contestato le tesi di Parisi sul clima e ha criticato l’assegnazione del premio conferito l’anno precedente allo scienziato italiano e ai ricercatori Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per il lavoro nello sviluppo di modelli informatici che prevedono il riscaldamento globale, equiparate a poco più di pronostici da stregoni. «La narrazione popolare sul climate change»; ha dichiarato Clauser , «riflette una pericolosa corruzione della scienza che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. La fuorviante “scienza del clima” si è trasformata in una massiccia pseudoscienza giornalistica choc. A sua volta», ha aggiunto il fisico, «la pseudoscienza è diventata capro espiatorio di un’ampia varietà di altri mali non correlati. È stata promossa da agenti di marketing aziendale altrettanto fuorvianti, da politici, giornalisti, agenzie governative e ambientalisti. I processi chiave sono manipolati e amplificati di almeno 200 volte». Non solo: lo scienziato ha detto al presidente Usa, Joe Biden, di non essere d’accordo con le sue politiche climatiche. La chiosa del discorso di Clauser è molto chiara: «A mio parere», ha azzardato il Nobel, «non c’è una vera crisi climatica. C’è, tuttavia, un problema molto reale nel fornire un tenore di vita dignitoso alla popolazione mondiale nel corso di una crisi energetica associata. Questo problema viene inutilmente esacerbato da quella che è una scienza del clima errata».
Apriti cielo: allo sconosciuto Pablo Moreno non è parso vero di cogliere la palla al balzo per censurare il «negazionista» Clauser. Il Fmi, partner del World economic forum di Klaus Schwab, è un’organizzazione internazionale pubblica che concede prestiti agli Stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti. Il Fondo sottoscrive in toto la narrazione ufficiale sui cambiamenti climatici e persegue la mitigazione della CO2 sollecitando una tassa sul carbonio entro il 2030 per le aziende dei «grandi Paesi che emettono anidride carbonica». Una posizione diametralmente opposta a quella di Clauser, che recentemente è diventato membro del cda della CO2 Coalition, organizzazione che sostiene che le emissioni di biossido di carbonio sono benefiche per la vita sulla Terra.
Secondo il Fmi, guidato dalla bulgara Kristalina Georgieva, i cambiamenti climatici sono «una grave minaccia per la crescita e la prosperità a lungo termine e hanno un impatto diretto sul benessere economico di tutti i Paesi». Cosa rischia chi confuta queste teorie? La stessa feroce punizione che subirono, 90 anni fa, i dodici professori universitari italiani (su 1.225) che non accettarono di firmare il regio decreto n. 1227, che all’articolo 18 obbligava i docenti a giurare devozione «alla Patria e al regime fascista»: censura e licenziamento.
Se non fosse ancora chiaro cosa sta succedendo alla libertà di pensiero nel mondo occidentale, e se non bastassero le grottesche intemerate di Angelo Bonelli e Alfonso Pecoraro Scanio, oltre ai proclami di Maurizio Molinari, basti andare al di là dell’oceano per constatare quanto ormai il dogma climatico faccia proseliti: negli Stati Uniti si stanno compilando le top ten dei cosiddetti «negazionisti del clima», liste di proscrizione non dissimili a quella dei «Putinversteher» ideata da Gianni Riotta, mentre le università organizzano campus estivi sulle fake news climatiche per i ragazzi della «Greta Thunberg generation». Certo, la (ancora) democratica America ha qualche anticorpo in più, rispetto all’Italia, nei confronti della pericolosa censura che ha ormai preso piede. Il presidente Biden, dopo la causa intentata dai procuratori generali del Missouri e della Louisiana insieme con alcuni scienziati come l’epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, è sulla graticola per violazione del Primo Emendamento, attuata censurando sui social gli scienziati che diffondevano evidenze scientifiche diverse da quelle imposte dal governo. Il giudice Doughty ha parlato di «scenario distopico» e ha emesso un’ingiunzione preliminare radicale che d’ora in poi limiterà a numerosi funzionari della Casa Bianca e ad agenzie federali come la Homeland Security, l’Fbi e i Cdc qualsiasi contatto con le piattaforme social che hanno consentito questa censura. E il senatore repubblicano Rand Paul, il cui ufficio nel Kentucky è stato distrutto tre giorni fa da un incendio con danni per 750.000 dollari, ha fatto in tempo a deferire alla giustizia Anthony Fauci, consulente scientifico di Biden, accusandolo di aver mentito davanti al Congresso. È ancora poco, ma il Fondo monetario internazionale è avvisato.
Il bavaglio non è una sorpresa ma i luminari non hanno più paura
Il riscaldamento antropico di globale ha solo la sua natura di essere forse la più colossale balla raccontata negli ultimi 30 anni. Vi chiederete come sia stato possibile farla durare così a lungo.
Nacque come legittima congettura - la CO2 è un gas serra, noi immettiamo CO2 in atmosfera, questa si riscalda. Il metodo scientifico, però, richiede che per dar forza a una congettura essa deve reggere agli attacchi della falsificazione. Personalmente, mi occupai per la prima volta del problema 23 anni fa. Nulla sapevo di clima, però da chimico conoscevo lo spettro di assorbimento in infrarosso della CO2: quanto bastava per farmi concludere che la congettura del riscaldamento globale antropico era falsa. Una volta capita la falsità della congettura, non è stato difficile trovare altri motivi di falsificazione, e posso dire che ve n’è almeno una dozzina.
Tornando alla domanda: come mai la bugia regge ancora? La risposta è: il denaro. Si tratta di trilioni di dollari coi quali, potete ben immaginare, si può comprare tanta gente: politici, giornalisti, scienziati. S’è creata così una faraonica bolla che è difficilissimo sgonfiare: chi di essa si nutre non intende mollare l’osso. Le azioni messe in atto per controllare la situazione sono molteplici, ma le più gettonate sono la macchina del fango e il silenziatore. Ne ho diretta esperienza personale. Scusate se parlo di me, ma quel che segue vale per chiunque altro si trovi nella mia posizione.
Nel 2019 sono stato invitato da Lilli Gruber a dibattere di clima a Otto e mezzo: nel giro di pochi giorni, attivisti specializzati a gettar fango inviarono una lettera alla giornalista lamentandosi che non avrebbe dovuto invitarmi perché io collaborerei con una «lobby del carbone e del petrolio finanziata dalla Exxon Mobil». L’infamante monito deve aver impensierito la Gruber.
Lo stesso anno l’Accademia dei Lincei aveva organizzato un convegno sul clima al quale i professori Nicola Scafetta e Uberto Crescenti e io avanzammo la richiesta di presentare una relazione. La richiesta fu accolta dal Comitato scientifico del convegno, ma non appena la cosa arrivò alle orecchie della macchina del fango, questa si mise in moto. Repubblica titolò: «I Lincei organizzano un convegno e fanno parlare il negazionista Battaglia». La cosa inorgoglì me, perché non pensavo di essere così importante, ma impaurì alcune cariatidi dell’Accademia, che cancellarono addirittura l’intera conferenza.
Non solo, un senatore M5s, il compianto Franco Ortolani, organizzò in un’auletta del Senato la presentazione di un libro titolato Clima: basta catastrofismi, scritto a più mani da quelli che poi avrebbero costituito il think tank Clintel-Italia. Stavolta la macchina del fango partiva da una nota di Angelo Bonelli, rilanciata dall’Ansa: «Vergogna! Il M5s fa parlare i negazionisti climatici». Non si è mai capito su che basi Bonelli, che è un geometra, poteva contestare Scafetta e Ortolani, entrambi professori all’università di Napoli. Quanto a me, la macchina del fango messa in moto da Bonelli suonava il disco rotto del denaro che qualche multinazionale mi elargirebbe. Alla fine, i dirigenti del M5s bloccarono la presentazione del libro.
L’ultima non riguarda me ma John Clauser, premio Nobel per la Fisica che, studiando a fondo la questione climatica, ha concluso non solo che «non vi è alcuna crisi climatica», ma anche che «una più alta concentrazione atmosferica di CO2 può solo essere di beneficio per l’umanità». Clauser ha affermato: «La narrazione sul cambiamento climatico riflette una pericolosa corruzione nella comunità scientifica, che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. Non esiste alcuna crisi climatica. Esiste, invece, il vero problema di garantire uno standard di vita decente alla numerosa popolazione mondiale. Esiste una crisi energetica, aggravata da una scienza climatica errata». Clauser aveva anche avuto l’occasione di dire al presidente americano Biden di non concordare con la politica climatica di questi. Secondo voi, se non l’ho passata liscia io che sono un nessuno, poteva passarla liscia un premio Nobel per la fisica? Certo che no. In questi giorni, Clauser avrebbe dovuto presentare una conferenza organizzata dal Fondo monetario internazionale (Fmi). E tale Pablo Moreno, responsabile dell’Ufficio di valutazione del Fmi ha pensato bene di cancellare la conferenza. Ufficialmente è stata posposta a data futura. Anche quella del Lincei era stata ufficialmente «posposta».
Clauser non è l’unico Nobel a essersi accorto della balla del clima. Qualche anno fa Ivar Giaever ha strappato la sua tessera di membro della American physics society perché questa aveva dichiarato che «è incontrovertibile che l’uomo cambia il clima», affermazione di cui Giaever si vergognava, tanto è stupida. E Robert Laughlin, altro Nobel per la fisica, dichiarava già nel 1998: «Il clima è fuori dal nostro controllo e non possiamo, né dobbiamo, far nulla per tentare di evitarne il cambiamento». Ma volete mettere tutti costoro, con Greta, Bonelli e Pecoraro Scanio? Non sia mai.
Continua a leggereRiduci
Come moltissimi altri scienziati, il fisico John F. Clauser, insignito l’autunno scorso, non crede che il riscaldamento dipenda dall’uomo e che la CO2 sia dannosa per l’ambiente. Il Fmi cancella il suo intervento con una email.Anche Ivar Giaever e Robert Laughlin si erano ribellati, andando incontro all’emarginazione.Lo speciale contiene due articoli.Prima che la comunità scientifica ufficiale silenziasse, durante la pandemia, gli scienziati non allineati o semplicemente dubbiosi - perfino quelli più autorevoli come Luc Montagnier o John Ioannidis - bisognava risalire al fascismo per ritrovare clamorosi esempi di censura come quello che ha colpito qualche giorno fa il premio Nobel per la Fisica 2022 John F. Clauser. Il fisico americano, che ha ereditato il titolo dell’Accademia di Stoccolma da Giorgio Parisi, doveva presentare un seminario sui modelli climatici al Fondo monetario internazionale (Fmi) proprio oggi, ma il suo discorso è stato bruscamente cancellato. La decisione eclatante è stata comunicata a Clauser giovedì scorso, con un’email inviata dal direttore dell’Ufficio di valutazione indipendente del Fmi: allo zelante Pablo Moreno è bastato leggere la locandina che annunciava l’intervento, via Zoom, del Premio Nobel per annullarlo; tecnicamente, è stato «rimandato» sine die.Cos’ha detto Clauser di tanto grave? Semplice: ha osato confutare, dati alla mano, la tesi dell’emergenza climatica di origine antropica che i governi occidentali stanno cavalcando, con la complicità dei media, per stravolgere le politiche energetiche perseguite negli ultimi 70 anni e sanzionare i comportamenti non corretti dei cittadini. Lo stesso copione del Covid, per intenderci.Nella fattispecie, il Nobel 2022 ha categoricamente contestato le tesi di Parisi sul clima e ha criticato l’assegnazione del premio conferito l’anno precedente allo scienziato italiano e ai ricercatori Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per il lavoro nello sviluppo di modelli informatici che prevedono il riscaldamento globale, equiparate a poco più di pronostici da stregoni. «La narrazione popolare sul climate change»; ha dichiarato Clauser , «riflette una pericolosa corruzione della scienza che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. La fuorviante “scienza del clima” si è trasformata in una massiccia pseudoscienza giornalistica choc. A sua volta», ha aggiunto il fisico, «la pseudoscienza è diventata capro espiatorio di un’ampia varietà di altri mali non correlati. È stata promossa da agenti di marketing aziendale altrettanto fuorvianti, da politici, giornalisti, agenzie governative e ambientalisti. I processi chiave sono manipolati e amplificati di almeno 200 volte». Non solo: lo scienziato ha detto al presidente Usa, Joe Biden, di non essere d’accordo con le sue politiche climatiche. La chiosa del discorso di Clauser è molto chiara: «A mio parere», ha azzardato il Nobel, «non c’è una vera crisi climatica. C’è, tuttavia, un problema molto reale nel fornire un tenore di vita dignitoso alla popolazione mondiale nel corso di una crisi energetica associata. Questo problema viene inutilmente esacerbato da quella che è una scienza del clima errata».Apriti cielo: allo sconosciuto Pablo Moreno non è parso vero di cogliere la palla al balzo per censurare il «negazionista» Clauser. Il Fmi, partner del World economic forum di Klaus Schwab, è un’organizzazione internazionale pubblica che concede prestiti agli Stati membri in caso di squilibrio della bilancia dei pagamenti. Il Fondo sottoscrive in toto la narrazione ufficiale sui cambiamenti climatici e persegue la mitigazione della CO2 sollecitando una tassa sul carbonio entro il 2030 per le aziende dei «grandi Paesi che emettono anidride carbonica». Una posizione diametralmente opposta a quella di Clauser, che recentemente è diventato membro del cda della CO2 Coalition, organizzazione che sostiene che le emissioni di biossido di carbonio sono benefiche per la vita sulla Terra.Secondo il Fmi, guidato dalla bulgara Kristalina Georgieva, i cambiamenti climatici sono «una grave minaccia per la crescita e la prosperità a lungo termine e hanno un impatto diretto sul benessere economico di tutti i Paesi». Cosa rischia chi confuta queste teorie? La stessa feroce punizione che subirono, 90 anni fa, i dodici professori universitari italiani (su 1.225) che non accettarono di firmare il regio decreto n. 1227, che all’articolo 18 obbligava i docenti a giurare devozione «alla Patria e al regime fascista»: censura e licenziamento. Se non fosse ancora chiaro cosa sta succedendo alla libertà di pensiero nel mondo occidentale, e se non bastassero le grottesche intemerate di Angelo Bonelli e Alfonso Pecoraro Scanio, oltre ai proclami di Maurizio Molinari, basti andare al di là dell’oceano per constatare quanto ormai il dogma climatico faccia proseliti: negli Stati Uniti si stanno compilando le top ten dei cosiddetti «negazionisti del clima», liste di proscrizione non dissimili a quella dei «Putinversteher» ideata da Gianni Riotta, mentre le università organizzano campus estivi sulle fake news climatiche per i ragazzi della «Greta Thunberg generation». Certo, la (ancora) democratica America ha qualche anticorpo in più, rispetto all’Italia, nei confronti della pericolosa censura che ha ormai preso piede. Il presidente Biden, dopo la causa intentata dai procuratori generali del Missouri e della Louisiana insieme con alcuni scienziati come l’epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya, è sulla graticola per violazione del Primo Emendamento, attuata censurando sui social gli scienziati che diffondevano evidenze scientifiche diverse da quelle imposte dal governo. Il giudice Doughty ha parlato di «scenario distopico» e ha emesso un’ingiunzione preliminare radicale che d’ora in poi limiterà a numerosi funzionari della Casa Bianca e ad agenzie federali come la Homeland Security, l’Fbi e i Cdc qualsiasi contatto con le piattaforme social che hanno consentito questa censura. E il senatore repubblicano Rand Paul, il cui ufficio nel Kentucky è stato distrutto tre giorni fa da un incendio con danni per 750.000 dollari, ha fatto in tempo a deferire alla giustizia Anthony Fauci, consulente scientifico di Biden, accusandolo di aver mentito davanti al Congresso. È ancora poco, ma il Fondo monetario internazionale è avvisato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/clauser-fmi-clima-2662502605.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bavaglio-non-e-una-sorpresa-ma-i-luminari-non-hanno-piu-paura" data-post-id="2662502605" data-published-at="1690228072" data-use-pagination="False"> Il bavaglio non è una sorpresa ma i luminari non hanno più paura Il riscaldamento antropico di globale ha solo la sua natura di essere forse la più colossale balla raccontata negli ultimi 30 anni. Vi chiederete come sia stato possibile farla durare così a lungo. Nacque come legittima congettura - la CO2 è un gas serra, noi immettiamo CO2 in atmosfera, questa si riscalda. Il metodo scientifico, però, richiede che per dar forza a una congettura essa deve reggere agli attacchi della falsificazione. Personalmente, mi occupai per la prima volta del problema 23 anni fa. Nulla sapevo di clima, però da chimico conoscevo lo spettro di assorbimento in infrarosso della CO2: quanto bastava per farmi concludere che la congettura del riscaldamento globale antropico era falsa. Una volta capita la falsità della congettura, non è stato difficile trovare altri motivi di falsificazione, e posso dire che ve n’è almeno una dozzina. Tornando alla domanda: come mai la bugia regge ancora? La risposta è: il denaro. Si tratta di trilioni di dollari coi quali, potete ben immaginare, si può comprare tanta gente: politici, giornalisti, scienziati. S’è creata così una faraonica bolla che è difficilissimo sgonfiare: chi di essa si nutre non intende mollare l’osso. Le azioni messe in atto per controllare la situazione sono molteplici, ma le più gettonate sono la macchina del fango e il silenziatore. Ne ho diretta esperienza personale. Scusate se parlo di me, ma quel che segue vale per chiunque altro si trovi nella mia posizione. Nel 2019 sono stato invitato da Lilli Gruber a dibattere di clima a Otto e mezzo: nel giro di pochi giorni, attivisti specializzati a gettar fango inviarono una lettera alla giornalista lamentandosi che non avrebbe dovuto invitarmi perché io collaborerei con una «lobby del carbone e del petrolio finanziata dalla Exxon Mobil». L’infamante monito deve aver impensierito la Gruber. Lo stesso anno l’Accademia dei Lincei aveva organizzato un convegno sul clima al quale i professori Nicola Scafetta e Uberto Crescenti e io avanzammo la richiesta di presentare una relazione. La richiesta fu accolta dal Comitato scientifico del convegno, ma non appena la cosa arrivò alle orecchie della macchina del fango, questa si mise in moto. Repubblica titolò: «I Lincei organizzano un convegno e fanno parlare il negazionista Battaglia». La cosa inorgoglì me, perché non pensavo di essere così importante, ma impaurì alcune cariatidi dell’Accademia, che cancellarono addirittura l’intera conferenza. Non solo, un senatore M5s, il compianto Franco Ortolani, organizzò in un’auletta del Senato la presentazione di un libro titolato Clima: basta catastrofismi, scritto a più mani da quelli che poi avrebbero costituito il think tank Clintel-Italia. Stavolta la macchina del fango partiva da una nota di Angelo Bonelli, rilanciata dall’Ansa: «Vergogna! Il M5s fa parlare i negazionisti climatici». Non si è mai capito su che basi Bonelli, che è un geometra, poteva contestare Scafetta e Ortolani, entrambi professori all’università di Napoli. Quanto a me, la macchina del fango messa in moto da Bonelli suonava il disco rotto del denaro che qualche multinazionale mi elargirebbe. Alla fine, i dirigenti del M5s bloccarono la presentazione del libro. L’ultima non riguarda me ma John Clauser, premio Nobel per la Fisica che, studiando a fondo la questione climatica, ha concluso non solo che «non vi è alcuna crisi climatica», ma anche che «una più alta concentrazione atmosferica di CO2 può solo essere di beneficio per l’umanità». Clauser ha affermato: «La narrazione sul cambiamento climatico riflette una pericolosa corruzione nella comunità scientifica, che minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone. Non esiste alcuna crisi climatica. Esiste, invece, il vero problema di garantire uno standard di vita decente alla numerosa popolazione mondiale. Esiste una crisi energetica, aggravata da una scienza climatica errata». Clauser aveva anche avuto l’occasione di dire al presidente americano Biden di non concordare con la politica climatica di questi. Secondo voi, se non l’ho passata liscia io che sono un nessuno, poteva passarla liscia un premio Nobel per la fisica? Certo che no. In questi giorni, Clauser avrebbe dovuto presentare una conferenza organizzata dal Fondo monetario internazionale (Fmi). E tale Pablo Moreno, responsabile dell’Ufficio di valutazione del Fmi ha pensato bene di cancellare la conferenza. Ufficialmente è stata posposta a data futura. Anche quella del Lincei era stata ufficialmente «posposta». Clauser non è l’unico Nobel a essersi accorto della balla del clima. Qualche anno fa Ivar Giaever ha strappato la sua tessera di membro della American physics society perché questa aveva dichiarato che «è incontrovertibile che l’uomo cambia il clima», affermazione di cui Giaever si vergognava, tanto è stupida. E Robert Laughlin, altro Nobel per la fisica, dichiarava già nel 1998: «Il clima è fuori dal nostro controllo e non possiamo, né dobbiamo, far nulla per tentare di evitarne il cambiamento». Ma volete mettere tutti costoro, con Greta, Bonelli e Pecoraro Scanio? Non sia mai.
Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
Continua a leggereRiduci
Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 gennaio con Carlo Cambi
iStock
In entrambe le vicende i protagonisti sono degli stranieri e le vittime dei minorenni. E in entrambi i casi, considerati gravi dagli stessi inquirenti, la reazione non appare capace di restituire l’idea di una tutela effettiva delle vittime. Ma per comprendere cosa intreccia le due storie bisogna andare per gradi. E tornare, nel primo caso, alla notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre scorso. Halloween. Lei, dopo i festeggiamenti, è sbronza. Priva di lucidità, si dirige verso la stazione di Pisa barcollando. Si accascia perfino, attirando l’attenzione dei passanti. Lui, nordafricano, 30 anni, 16 più di lei, è il primo ad avvicinarsi. Finge di volerla soccorrere. Poi, però, hanno ricostruito gli investigatori della Squadra mobile della Questura di Grosseto, avrebbe approfittato della condizione della ragazzina tentando contatti fisici. È in questo scarto, tra l’aiuto apparente e l’abuso ipotizzato, che si concentra il procedimento giudiziario. La ragazza appare vulnerabile, incapace di opporsi. La situazione evolve rapidamente. Stando all’accusa, lo straniero avrebbe anche provato a baciarla sul corpo. La situazione si spinge oltre quando tenta di farla salire sulla propria auto. È in quel momento che arriva il padre della ragazza. E interviene. Impedisce che la figlia venga portata via. La mette in salvo. Era in auto con un amico della quattordicenne, proveniente dalla stessa festa. Mentre il nordafricano si allontana, i due, con i loro smartphone, fotografano e filmano l’auto e la targa, ma anche tutte le persone presenti al momento del loro intervento. L’episodio si interrompe così, davanti a chi assiste. Da lì comincia il lavoro degli investigatori.
Le testimonianze diventano centrali. Quella del padre. Quella dell’amico. E anche le dichiarazioni dei testimoni presenti. Grazie ai filmati dell’auto e alla targa è stato possibile risalire all’indagato con una certa facilità. Il passaggio successivo è stato identificarlo. E a due mesi dalla denuncia sono scattate le accuse di violenza sessuale aggravata e di omissione di soccorso. Ma la misura cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa (e richiesta dalla Procura), nonostante il quadro indiziario è stato definito «grave» dagli stessi inquirenti, è l’obbligo di dimora a Grosseto, dove risiede il maghrebino, che non potrà allontanarsi dal territorio comunale senza prima aver ottenuto un’autorizzazione giudiziaria. È qui che la ricostruzione del primo caso si ferma. Non perché sia conclusa. Ma perché, per ora, si è cristallizzata in questo provvedimento.
Per l’altra vicenda bisogna spostarsi a Bologna, tornare indietro di un anno ed entrare in un appartamento di via Emilio Lepido. Dentro c’è solo un minore (i genitori sono in vacanza all’estero). È lì che compare il gruppo. Sono almeno in tre. Arrivano a volto coperto. Non bussano. Si introducono nell’abitazione da una finestra e in pochi istanti la situazione precipita. Il ragazzo viene immobilizzato. Mani e piedi legati con fascette di plastica. E un uomo che si ferma con lui durante tutta l’operazione. Un sequestro di persona, prima ancora che una rapina. Gli oggetti spariscono uno dopo l’altro: orologi, gioielli, accessori e abiti di lusso, un televisore, elettrodomestici. E soprattutto una cassaforte. Viene forzata con un flex. I rapinatori fuggono con una Fiat Panda Cross che avevano lasciato in sosta davanti all’abitazione. Risulterà rubata pochi giorni prima a San Lazzaro di Savena. L’azione è rapida, violenta, organizzata. Lascia dietro di sé una casa devastata e un minore legato e sotto choc. Che, però, alcune ore dopo riesce a liberarsi e a chiamare i soccorsi. L’indagine viene affidata alla Squadra mobile. Gli investigatori seguono una pista precisa: il traffico telefonico. Un lavoro lungo, meticoloso. Centinaia di migliaia di dati analizzati provenienti dai ripetitori della telefonia cellulare agganciati in quel punto e a quell’ora. A questo si aggiungono le analisi tecniche dei reperti raccolti sulla scena. E quelle scientifiche sulle impronte lasciate dai tre. Non solo. Le telecamere di sicurezza dell’abitazione riprendono due dei tre rapinatori nel piazzale, intenti a ispezionare, con l’aiuto di una torcia, perfino le automobili della famiglia. In un altro video si vedono tutti e tre passare in un vialetto, accanto al giardino, mentre si dirigono verso l’ingresso. Due di loro indossano lo stesso giubbotto con cappuccio con bordo di pelliccia. Eppure, anche con le immagini, il cerchio non si chiude completamente. Dall’incrocio del materiale raccolto emerge un nome. Uno solo. È di un albanese diciannovenne con precedenti specifici per reati predatori. Gli elementi raccolti consentono di identificarlo come il presunto autore della violenta rapina in abitazione con sequestro di persona. Gli agenti della Squadra mobile lo catturano a Bologna. Ora è in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia. E anche qui, come a Pisa, resta la sensazione che non si sia arrivati fino in fondo.
Continua a leggereRiduci