Un po’ mediatrice, un po’ incendiaria. La Cina lucra sulla pace come sul caos

Al tavolo di Islamabad c’è un convitato di pietra. Ha gli occhi a mandorla e un asso nella manica: gli armamenti che sarebbe in procinto di fornire all’Iran per neutralizzare gli attacchi statunitensi.
Le pressioni della Cina sono state fondamentali per convincere gli ayatollah a negoziare con gli americani. Pechino fa parte della cerchia di «amici» ai quali Teheran è disposta a concedere il transito nello Stretto di Hormuz. E circa il 38% dei barili di greggio che passano per quel braccio di mare è destinato al Paese di Xi Jinping. L’introduzione dei pedaggi potrebbe persino consolidare l’attuale ascesa dello yuan quale valuta di riserva, se fossero pagati in quella valuta piuttosto che in cripto. Il disordine geopolitico, comunque, non fa quasi mai aggio al Dragone, già primo acquirente di petrolio venezuelano, dal quale deriva il 4% del suo fabbisogno totale; ragion per cui, al Politburo, non avranno festeggiato la destituzione di Nicolás Maduro.
Dopodiché, il regime comunista sa come ritorcere contro l’Occidente la strategia del caos, che magari Donald Trump sperava di sfruttare. A marzo, ad esempio, per reagire alla crisi e prevenire l’inflazione interna, i cinesi hanno iniziato a ridurre le esportazioni di fertilizzanti e di carburanti raffinati, la cui vendita all’estero resterà ancora bloccata nel mese di aprile. E ora, la Cnn svela che Xi ha a disposizione un’ulteriore leva: quella bellica. Citando «fonti a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence», l’emittente Usa ha riferito che, nelle prossime settimane, attraverso una serie di triangolazioni, la Cina consegnerà alla Repubblica islamica dei sistemi di difesa aerea. In particolare, delle piattaforme portatili, i Manpads, corrispettivo di quegli Stinger con cui Washington aveva riempito gli arsenali di Kiev e che gli ucraini hanno usato con profitto, per contrastare l’invasione russa. Sono mezzi utili a colpire i velivoli nemici a bassa quota; può essere stata la combinazione tra questi lanciamissili e i radar a infrarossi a facilitare l’abbattimento di un F-35 e dell’F-15 caduto qualche giorno fa.
Il punto è che la fiducia nel sostegno di Pechino, ancorché seccamente smentito dall’ambasciata del Dragone a Washington, potrebbe indurre gli sciiti a bluffare in Pakistan. E a prendere tempo per riorganizzarsi, in vista di una ripresa delle ostilità che, secondo quanto hanno riferito organi di stampa iraniani, i pasdaran sarebbero in grado di reggere per almeno altri sei mesi. Per un mondo che è già sull’orlo dell’abisso economico dopo una quarantina di giorni di bombardamenti, sarebbe un’eternità.
La vera domanda, allora, è: a che gioco gioca la Cina? Lavora per la pace, oppure trama per il pantano? La verità è che Xi può guadagnare a prescindere da come andrà a finire.
Se JD Vance e Mohammad Bagher Ghalifab si mettessero d’accordo sul serio, egli potrebbe rivendicare il ruolo di discreto mediatore. Un gol a porta vuota, nella partita per consolidare la reputazione di potenza benevola, una fama che illustri politologi cinesi, a cominciare da Yan Xuetong, considerando essenziale assicurarsi. In più, un progressivo ritorno alla normalità faciliterebbe i flussi commerciali, consentendo a Pechino di continuare a piegare ai propri interessi i meccanismi della globalizzazione: giusto l’altro ieri, Eurostat comunicava che il deficit dell’Ue verso la Cina è salito dai 312,2 miliardi del 2024 ai 359,8 del 2025. Intanto, le tensioni con gli Usa, cavalcate dal governo di sinistra di Pedro Sánchez, stanno accelerando la trasformazione della Spagna in un proxy del regime rosso nel Vecchio continente. I rafforzati legami verranno senza dubbio capitalizzati anche a calma ripristinata, in un contesto di rapporti che, tra le due sponde dell’Atlantico, sarà mutato profondamente, sebbene non compromesso.
E se le trattative fallissero? Il Dragone potrebbe indurre il suo avversario a impantanarsi; l’invio di contraeree rientrerebbe in tale strategia. È quello che hanno fatto gli americani con i russi nel Donbass. Ed è probabilmente il modo in cui le grandi potenze nucleari si combatteranno di qui in avanti. Non sarebbe una novità totale: è un copione già visto, durante la guerra fredda, in Corea, in Vietnam e in Afghanistan. Sarebbe coerente con la dottrina di Sun Tzu, il Clausewitz cinese: «L’arte della guerra è sottomettere il nemico senza combattere».
Due piccioni con una fava: la tattica contribuirebbe a tenere l’America lontana dall’Indo-Pacifico e da Taiwan. Xi, reduce da un incontro con la leader dell’opposizione di Taipei, ha ribadito che l’isola non potrà mai essere indipendente. E se gli Usa si rivelassero inabili a difenderla, l’intero equilibrio asiatico ne uscirebbe sconvolto, con risvolti pesanti per Tokyo e Seul. Allora sì che al Politburo stapperebbero champagne.






