2019-05-03
iStock
La svolta ecumenica nella parrocchia di San Giovanni Bosco a Milano. Il sacerdote: «Abbiamo anche animatori islamici».
Entri in oratorio e vedi pregare Allah. No, non si tratta di incubo, né di una profezia di Oriana Fallaci o Michel Houellebecq, bensì di quello che accade a Milano, precisamente nella parrocchia di San Giovanni Bosco, la più popolosa del quartiere di Baggio; tanto che nella stagione estiva ha raccolto la bellezza di 600 iscrizioni di bambini.
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
Continua a leggereRiduci
Jim Hagemann Snabe (Ansa)
Ombre sul danese Jim Hagemann Snabe. Interrogazione per verificare eventuali conflitti di interessi.
È fuoco incrociato sulla nomina del presidente del Consiglio di sorveglianza di Siemens, il danese Jim Hagemann Snabe, come inviato speciale della Commissione Ue per l’Intelligenza artificiale.
In particolare, stando all’annuncio dell’incarico fatto la scorsa settimana, Snabe fornirà consulenza al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e al vicepresidente Henna Virkkunen, fino alla fine di marzo del prossimo anno.
Le critiche, arrivate da più fronti, riguardano soprattutto il fatto che Snabe, pur sospendendo la sua partecipazione in organismi di gestione di altri due colossi americani del digitale, il Comitato consultivo di Google Cloud e il Consiglio di amministrazione di C3.ai, resterà invece nel Consiglio di sorveglianza (Supervisory board) della tedesca Siemens Ag, senza che la Commissione abbia nulla da obiettare.
Quaranta eurodeputati che fanno parte dei Verdi, dei Socialisti e democratici, di Renew e di The Left (quindi anche della maggioranza di Ursula von der Leyen) hanno chiesto alla Commissione maggiori dettagli. L’interrogazione non è stata firmata da nessuno del Ppe. La preoccupazione, come scrive Politico, è di un possibile conflitto di interessi. Nel dettaglio hanno chiesto informazioni sul «mandato, la selezione e la valutazione del conflitto di interessi». Ciò che insospettisce è la pressione esercitata da Siemens contro le misure prese in Europa per regolamentare l’uso dell’Intelligenza artificiale. Ora, come riferito da una nota della Commissione, Snabe «consiglierà il presidente Von der Leyen e il vicepresidente esecutivo per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, Henna Virkkunen, su questioni legate proprio all’Intelligenza artificiale industriale, al fine di massimizzare il potenziale di trasformazione dell’IA in tutta l’Ue».
Quattro organizzazioni anti corruzione, tra cui Transparency international e Lobbycontrol, hanno chiesto la revoca della nomina in una lettera aperta indirizzata alla Commissione. Nella missiva, visionata dalla Deutsche presse-agentur, si legge che la nomina del manager danese rischia di minare la fiducia dell’opinione pubblica nei processi decisionali della Ue. «Anche con le più rigorose misure di salvaguardia, non sarebbe in grado di agire in modo imparziale, indipendente e obiettivo nell’interesse pubblico», si afferma nel documento, sottoscritto anche dalle organizzazioni non profit Corporate Europe observatory e The good lobby. Le Ong vedono criticità nel possesso di azioni di una società di IA. «Chi continua a trarre profitto dal successo dei grandi gruppi tecnologici e industriali attraverso il possesso di azioni non può agire come un architetto indipendente della politica europea in materia di IA», ha dichiarato Felix Duffy di Lobbycontrol.
Anche il vicepresidente del Parlamento Europeo, la tedesca Katarina Barley (Spd), ha criticato la nomina: «La scelta del presidente del Consiglio di sorveglianza di Siemens come consulente speciale per l’IA fa temere che la politica industriale in questo settore venga d’ora in poi dettata principalmente dalle e per le grandi aziende tecnologiche, a scapito della protezione del clima e del bene comune».
Il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, venerdì scorso, rispondendo alla richiesta di chiarimenti, aveva detto che saranno adottate specifiche misure di sicurezza per evitare conflitti di interesse, ma senza fornire ulteriori dettagli.
L’eurodeputato (S&D), Dario Nardella, nonché relatore al Parlamento Ue della legge sull’Intelligenza artificiale, ha denunciato attività di lobbying da parte di Siemens contro il provvedimento legislativo. Su tali accuse la Commissione si è limitata a dire che «oramai la legge è in vigore e il consigliere speciale non sarà coinvolto negli aspetti legislativi o normativi, ma solo nell’innovazione».
Continua a leggereRiduci
I finanzieri del Comando Provinciale di Trento hanno scoperto che una società dell’Alto Garda, attiva nel settore della ristrutturazione e manutenzione di macchinari, ha impiegato irregolarmente 127 lavoratori dipendenti, omettendo il versamento di ritenute fiscali e previdenziali per oltre un milione di euro. Sono state inoltre contestate ulteriori violazioni in materia di imposte sui redditi per oltre 1,8 milioni di euro e di Iva per circa 600mila euro.
A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
Continua a leggereRiduci
Lo studio di Kkr (uno dei più grandi fondi di private equity al mondo) vede l’Europa divisa in due: da una parte Germania, ma anche Francia, in difficoltà, e dall’altra Roma, Spagna e Polonia in crescita. Settori dove fare affari? Difesa e infrastrutture energetiche.
Per capire la portata dello studio di cui andremo a parlare, bisogna intendersi sull’attività dei grandi fondi di private equity. Qual è la strategia che sta dietro alle scelte di Kkr, Apollo, Elliott, ma anche di BlackRock o Blackstone? In che modo questi soggetti che hanno enormi disponibilità finanziarie scelgono dove investire?
Semplificando. Prima si individuano i Paesi con un humus giudiziario e di mercato non ostile, quindi si scovano i settori e le società che hanno i maggiori margini di crescita e infine si fanno delle offerte adeguate di acquisizione. Ed è la prima fase, che se tutto va bene si chiude con la felice conclusione dell’operazione. Poi arriva il difficile. L’Individuazione dei manager giusti per la gestione, il risanamento e infine, dopo un processo che di solito non dura meno di 4-5 anni, la vendita con un margine di guadagno.
In un mondo perfetto siamo di fronte e un win-win, se tutto va come deve andare portano il risultato a casa sia la società che è stata ristrutturata (e quindi i suoi lavoratori) che il fondo. Ma visto che il mondo non è perfetto, non sempre va così.
Ma non è questo il punto che qui vogliamo sottolineare. La novità infatti sta nel recente studio che uno dei maggiori fondi di private equity al mondo, Kkr può contare su 758 miliardi di dollari di masse gestite, ha realizzato sulle prospettive economiche anche dell’Europa. E quindi sui Paesi dove più conviene investire. Il titolo, «Il dilemma delle divergenze», dice molto. Svolgimento macro? L’Eurozona è in rallentamento, ma la periferia tiene e l’Italia è citata tra i mercati che sovraperformano. In buona sostanza, Kkr ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona allo 0,7% nel 2026 e all’1,3% nel 2027, per effetto dello choc energetico e della pressione competitiva cinese sull’industria europea. Ma non tutto il Vecchio continente piange. La Germania, con la sua manifattura pesante, è uno dei Paesi più sotto pressione. Anche la Francia non se la passa benissimo. Mentre Spagna, Italia e Polonia stanno beneficiando di una domanda interna più solida, di un turismo dinamico e di uno slancio negli investimenti fino a oggi sconosciuto. Non solo. Perché agli stessi Paesi di cui sopra (Italia, Spagna e Polonia) è destinata una quota molto importante di spesa pubblica europea in sicurezza energetica, difesa e modernizzazione delle reti. Che nel linguaggio del fondo vuol dire: tanti affari in arrivo.
Kkr parla di inflazione europea in rialzo (3% nel 2026 e al 2,2% nel 2027), con la Bce che nel 2026 dovrebbe decidere due rialzi dei tassi di interesse (il primo c’è stato ieri) e poi si focalizza sui settori. Difesa e sicurezza nazionale, innanzitutto. Spiegando che ci troviamo dinanzi a un tema strutturale, non ciclico. I numeri dicono che la spesa militare globale ha raggiunto il record di 2.630 miliardi di dollari nel 2025, circa 500 miliardi in più rispetto ai livelli pre-Ucraina del 2021, ma Kkr legge questa crescita come duratura, sostenuta da conflitti attivi, ammodernamento di arsenali e investimenti in nuove tecnologie per IA, droni, cyber e spazio. Il rapporto segnala che i governi da soli faranno fatica a finanziare l’intero ciclo di modernizzazione, aprendo spazio crescente al capitale privato. Anche perché l’impegno Nato al 5% include infrastrutture, resilienza, cybersecurity e capacità industriale, non solo sistemi d’arma tradizionali.
Ma non si vive di sola difesa e sicurezza. Perché il riarmo chiama un altro grande driver d’investimento: il rinnovamento delle infrastrutture energetiche. E qui Kkr parla esplicitamente opportunità di lungo periodo, anche per l’Italia.
Del resto, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha colpito fino al 20% dei flussi petroliferi globali e quote ancora più elevate di fertilizzanti e altre materie prime. Per l’Europa, che importa circa il 60% del proprio fabbisogno energetico, questo accelera la necessità di investire in stoccaggio, GNL e reti. manco a dirlo, pure qui Kkr vede un grande filone di opportunità per fare affari.
E a ben vedere, un segnale che il fondo americano avesse delle «sensazioni» positive sull’Italia è arrivato nelle scorse settimane con l’annuncio dell’apertura della prima sede del fondo nel Belpaese. A Milano, ovviamente. Il comunicato ripercorre la storia e gli investimenti di kkr in Italia e spiega perché quel trend è visto in crescita.
«Da oltre vent’anni», si legge, «l’Italia è un mercato molto importante per Kkr, con oltre 10 miliardi di euro di capitale investito dal 2005 nei settori del private equity, infrastrutture, real estate e del credito. I più recenti investimenti della società includono FiberCop, la prima rete in fibra ottica “open access” in Europa, Enilive, protagonista nella transizione energetica italiana, e Cmc, leader nel packaging sostenibile ed innovativo attraverso soluzioni di robotica. Investimenti che riflettono un approccio orientato alla collaborazione con aziende di settori strategici e alla valorizzazione di un ruolo centrale dell’Italia nell’economia Ue». Il report ci dice che questa collaborazione è destinata a crescere più che in Francia o in Germania.
Continua a leggereRiduci






