2025-05-05
Il «partito gesuita» gioca la carta filo cinese
A sinistra: il cardinale Stephen Chow. A destra: Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong (Ansa)
La Compagnia di Gesù, che in conclave avrà quattro cardinali, trova la quadra. Nella sua rivista americana dà spazio al vescovo di Hong Kong, che caldeggia la prosecuzione della linea pro Pechino. Ma torna in scena Zen, critico storico dell’intesa col regime.Se ne parla raramente in modo esplicito. Tuttavia, il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi continua di fatto a essere al centro delle preoccupazioni dei cardinali in attesa del conclave. Sotto questo aspetto, si sta muovendo soprattutto la Compagnia di Gesù, che sarà rappresentata nella Sistina da quattro porporati: quella stessa Compagnia di Gesù che risulta uno dei gruppi più favorevoli alla distensione tra Cina e Santa Sede. Venerdì, la rivista dei gesuiti americani, America Magazine, ha raccolto alcune dichiarazioni di Stephen Chow: vescovo di Hong Kong e creato cardinale da papa Francesco nel 2023, si tratta di un gesuita che ha contribuito all’avvicinamento tra Vaticano e Cina. Nello stesso 2023, pochi mesi prima di ricevere la berretta, si recò anche in visita a Pechino. Non stupisce quindi che, nelle dichiarazioni rilasciate venerdì, Chow abbia difeso l’accordo sino-vaticano. «Almeno ora, con l’accordo, c’è la necessità formale di incontrarsi regolarmente per discutere dei progressi. Quindi c’è qualcosa che le due parti hanno in serbo per dialogare», ha detto, per poi aggiungere: «Ad alcuni cattolici l’accordo non piace, ma quello che ho imparato è che desiderano che la Chiesa e la Cina abbiano una migliore comprensione, un rapporto migliore. Non è una buona cosa essere antagonisti l’uno con l'altro. Questo vale anche per Hong Kong». «Sappiamo», ha concluso, «che papa Francesco è stato un costruttore di ponti e vorrebbe che questo tipo di costruzione di ponti continuasse».Ma Chow non è l’unico gesuita che in conclave sosterrà l’accordo sino-vaticano. Un altro suo fautore è il cardinale Jean-Claude Hollerich che, nel 2022, biasimò, in modo invero poco elegante, il cardinale Joseph Zen per aver criticato a più riprese l’intesa sino-vaticana. «Le persone in Cina dicono che ogni volta che il cardinale Zen parla, vengono perseguitate», dichiarò. Un altro gesuita che entrerà nella Sistina è Michael Czerny. Feroce critico dell’amministrazione Trump, a febbraio ha attaccato il presidente americano sia per aver avviato lo smantellamento di Usaid sia per la stretta da lui promossa contro l’immigrazione clandestina. Insomma, i porporati gesuiti puntano a una distensione con Pechino e, al contempo, a un raffreddamento nei rapporti con la Casa Bianca. Una linea, d’altronde, in netta continuità con quella del primo papa gesuita della storia. Tuttavia si assiste alla presenza di crepe significative nel «partito filocinese».Mercoledì scorso, sempre la rivista dei gesuiti americani, America Magazine, ha pubblicato un articolo in cui, non senza una certa irritazione, si riportava che, durante le riunioni pre-conclave, il cardinale ultraottantenne Beniamino Stella avrebbe criticato aspramente papa Francesco per aver coinvolto i laici nel governo della Chiesa. Nel medesimo articolo, si metteva curiosamente in risalto, fin dal titolo, il fatto che Stella sarebbe un «sostenitore» della candidatura di Pietro Parolin al soglio pontificio. L’aspetto interessante è che Parolin, da segretario di Stato, è stato uno dei principali artefici dell’accordo sino-vaticano. Sembrerebbe quindi di capire che, al netto delle comuni simpatie filocinesi, tra lo stesso Parolin e la Compagnia di Gesù non corra buon sangue. Senza trascurare la Comunità di Sant’Egidio, che, anch’essa pro Pechino, al conclave punta a giocare una partita in proprio. Il cardinal segretario di Stato è d’altronde maggiormente legato al circuito di Villa Nazareth. Ha, sì, partecipato a vari eventi della Comunità fondata da Andrea Riccardi, ma quest’ultima vanta storicamente dei collegamenti anche con altri papabili, come Matteo Zuppi (e non solo).Nel frattempo, The Pillar ha riferito che, mercoledì, Zen ha preso la parola alle congregazioni. Evidentemente tenendo presente il rischio di ritorsioni a Hong Kong da parte delle autorità cinesi, il porporato novantatreenne non ha direttamente affrontato la questione dell’accordo sino-vaticano, esprimendo invece delle perplessità sul sinodo sulla sinodalità e mettendo in guardia da presunte riforme che «minano gli elementi essenziali della Chiesa fondata da Gesù». Nel suo discorso, il cardinale ha comunque ricordato di essere stato arrestato tre anni fa a Hong Kong e ha precisato: «Prego tutti di scusarmi se non posso parlare di certe cose». D’altronde, pur non potendo essere menzionate esplicitamente, le critiche di Zen all’accordo sino-vaticano sono note ai porporati. E non è escluso che la sua sola presenza, carica di simbolismo, alle congregazioni possa avere un impatto su questo dossier all’interno del conclave.Del resto, nei giorni scorsi, critiche all’intesa cinese sono arrivate anche dal cardinale Gerhard Müller. E, nel 2021, preoccupazioni su di essa erano state altresì espresse dal collega Timothy Dolan. Quel Dolan che, oltre a essere il punto di riferimento dei porporati americani al conclave, ieri si è augurato che il prossimo pontefice sia una «miscela» degli ultimi tre papi. Tradotto: ha auspicato una certa discontinuità rispetto a Francesco. Sempre ieri, commentando il controverso fotomontaggio di Donald Trump in abiti papali, Dolan ha detto che il presidente americano ha fatto una «brutta figura». «Non è stato bello», ha aggiunto. Tuttavia, al di là della caduta di stile di Trump, il tema è geopolitico. La Casa Bianca teme l’eccessivo spostamento della Santa Sede verso la Cina. E questo sarà un tema dirimente nella Sistina, anche perché Pechino continua a violare l’intesa sulla nomina dei vescovi, mentre la situazione dei cattolici cinesi non è affatto migliorata.
Lockheed F-35 «Lightning II» in costruzione a Fort Worth, Texas (Ansa)
Roberto Cingolani, ad e direttore generale di Leonardo (Imagoeconomica)
Ecco #DimmiLaVerità del 20 novembre 2025. Con la nostra Flaminia Camilletti riflettiamo sul fatto che Francesco Saverio Garofani dovrebbe dimettersi dopo lo scandalo del Quirinale.