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2022-08-01
Chi spinge le ragazze all’anoressia
iStock
Un buco nero, da cui nessuna stella può tornare a risplendere. Assume questa oscurità il male e il dolore di giovani adolescenti anoressiche che messaggiano su Whatsapp, parlando della propria «ana», l’anoressia. Sono chat intime, in cui ognuna è libera di esprimere se stessa senza il malaugurato giudizio dell’adulto di turno o degli amici preoccupati. Chat che lette con l’occhio del profano assomigliano solo a un mostro che avvelena ragazzine fragili. Il fenomeno è quello dei gruppi pro ana, luoghi virtuali dove ragazzi con disturbi dell’alimentazione si danno appuntamento quotidianamente per scrivere il proprio diario alimentare e spronarsi a non mangiare, cercando di raggiuciò che tanto bramano: le ossa.
Approdano in Italia all’inizio degli anni 2000 e si espandono con il boom dei blog. Attorno ai siti personali di tante ragazzine anoressiche si cominciano a creare piccole comunità unite dall’anoressia e dal desiderio di raggiungere la perfezione. Nei blog si scrive tutto ciò che possa aiutare a finalizzare l’obiettivo. Partono tutti rigorosamente con una lettera ad ana, l’anoressia nervosa, che all’interno dei blog viene personificata e, spesso, anche adorata. «Permettetemi di presentarmi. I medici mi chiamano Anoressia nervosa, tu puoi chiamarmi Ana», così comincia. «Diventeremo amiche, ne sono sicura. […] Ti porterò a mangiare sempre meno e a fare sempre più esercizio. Devi accettarlo, non puoi sfidarmi. Sto iniziando a entrare in te. Non ti lascerò più. Sono con te quando ti svegli al mattino e quando corri alla bilancia. Dipendi dalle sue cifre. Pregherai di pesare meno di ieri, della notte scorsa, di poche ore fa. Guardati allo specchio! Strappa via quel grasso schifoso! Sorridi solo quando vedrai spuntare le ossa».
L’altro elemento formale e fondamentale presente nei siti è dato dai «comandamenti pro ana», nei quali si legge tra gli altri: «Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi lassativi, fai di tutto per sembrare più magra». Oppure: «Essere magra e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e successo».
L’admin del sito racconta giornalmente cosa mangia e cosa fa, confessando i pensieri e aspettando i messaggi di risposta dei lettori. Questo uno dei post su un blog ancora aperto, ma a oggi inutilizzato: «Sono tornata da scuola poco fa e avevo una voglia matta di divorare qualcosa. Non era fame, solo una stupida debolezza, quella vocina nella testa che ti dice: “Ma sì, dai, tanto domani recuperi”. Avevo pure aperto la credenza e allungato il braccio ma all’ultimo secondo mi sono fermata e mi sono detta ad alta voce: “No, no e ancora no!”. Ho chiuso la credenza, aperto l’altra, quella dove ci sono piatti e bicchieri, mi sono presa il bicchierone grande e mi sono bevuta un bel po’ di acqua. Per poco non andava a monte tutto. Ma sono riuscita a controllarmi. Il resto della giornata dovrebbe essere tutta in discesa, il momento più pericoloso è passato ma meglio restare in guardia».
Come ogni fenomeno del Web, quello dei gruppi pro ana è molto dinamico. Cambia in base all’evoluzione di Internet, delle applicazioni e delle mode. Passati di moda i blog, i gruppi pro ana non si sono estinti, sono solo migrati su altre piattaforme, mutando forma e diventando molto più difficili da controllare. Hanno conquistato i social (Instagram, Tiktok) e le applicazioni di messaggistica (Whatsapp, Telegram, Kik). Le nuove realtà in cui sono approdati si prestano alla scrittura, ma molto di più alla fotografia. Per cui i social in particolar modo si sono riempiti di foto e video motivazionali, con hashtag come #thinspiration con in mostra costole, clavicole sporgenti, girovita stretto e soprattutto il «thigh gap», lo spazio che separa le cosce. Instagram e Tik Tok sono stati molto netti con questi tipi di contenuti. Per la stragrande maggioranza sono stati rimossi e se si effettua una ricerca con parole chiave della filosofia pro ana compare un numero di assistenza per chi soffre di disturbi del comportamento alimentare.
Le piattaforme di messaggistica, invece, riuniscono in gruppi chiusi i partecipanti e per entrare è necessario una sorta di colloquio con l’admin del gruppo. La Verità è entrata in possesso di una chat di questo genere: la pubblichiamo in queste pagine. Per le autorità è più difficile controllare le attività sui gruppi per problemi di privacy e per il fatto che non esiste una legislazione precisa sul fenomeno. Sulle app di messaggistica c’è spazio sia per foto quotidiane di schiene scheletriche, per incitarsi vicendevolmente, sia per la trascrizione minuziosa di ogni caloria ingerita nell’arco della giornata. «Martedì 4 febbraio, colazione: caffè 0 kcal, 1 biscotto 38 kcal; pranzo: 1 fetta biscottata integrale 34 kcal, 40 grammi fesa di tacchino 43 kcal; merenda: caffè 0 kcal, 1 biscotto 38 kcal; cena: yogurt 30 kcal, insalata 50 grammi 10 kcal; attività fisica: 510 kcal bruciate». Questa sorta di diario alimentare viene aggiornato incessantemente e in maniera ossessiva, ma il gruppo non si ferma qui: servono anche consigli per mantenere la forma desiderata. In primis, vengono elargiti consigli per dimagrire: bevi un bicchiere d’acqua ogni ora (riempie e depura), se sei tentato dal cibo conta fino a 100 e aspetta 20 minuti, mangia molto lentamente… Poi è necessario nascondere ana ai familiari e ai conoscenti; perciò, «non lasciare che le persone notino come sono larghi i tuoi vestiti»; «non parlare mai del tuo peso con nessuno»; «comportati come se tu non sapessi assolutamente niente di diete e peso»; «di’ che sei stato invitato fuori a cena, poi vai a fare una passeggiata».
In Italia i ragazzi con disturbi alimentari sono circa 3 milioni e gli adolescenti in media passano almeno 2,5 ore al cellulare. Il rischio di incappare o ricercare, già consapevoli delle proprie fragilità, contenuti pro ana è alto. Per quanto cerchino di nutrirsi solo del vuoto, sembra di scorgere in questi ragazzi una straripante domanda di pienezza, un anelito da cui escono però distrutti. «Una totalità di cose, una montagna di regali, tutta l’abbondanza possibile dell’avere non fanno l’amore. L’accumulazione e la disponibilità delle merci non sono sufficienti a turare la mancanza a essere del soggetto. Anzi, quando questa illusione viene perseguita secondo una strategia organizzata, essa rafforza, oltre al consumo, proprio il rifiuto del consumo. Che cosa sono in effetti le opere dell’uomo se non sono sostenute dalla fede nell’altro, dall’amore dell’altro?». Così scrive Massimo Recalcati nel saggio sull’anoressia e la bulimia L’ultima cena. Ma chi può fare breccia nei cuori affaticati di questi adolescenti?
«Malattie aggravate dalla pandemia. Pedofili in agguato»
«È un fenomeno che potrebbe legarsi anche alla pedopornografia». Così racconta Cristina Bonucchi, direttore tecnico superiore psicologo della polizia di Stato. «I predatori cercano vittime e se la vittima è più fragile sarà più facile indurla ad accondiscendere a qualsiasi tipo di richiesta».
Quanto è esteso il fenomeno dei gruppi pro ana in Italia e su che piattaforme sono presenti? Qualche anno fa erano presenti i blog, ora?
«Quello che abbiamo rilevato è una progressiva migrazione. Sappiamo che è una caratteristica propria di internet. Le persone negli anni cambiano i servizi che preferiscono. Dieci anni fa i social non erano importanti come oggi. Nel tempo la sensibilità sia dei social sia degli spazi online si è modificata. Ci sono stati vari casi in cui il ruolo dei social è diventato importante per i ragazzi per peggiorare, con consigli su come nascondere digiuni e abbuffate o come dimagrire. Il fenomeno è soprattutto legato a chi è nella patologia. Attualmente il fenomeno si è spostato all’interno di gruppi e su tutti quei circuiti nei quali anche la scelta manageriale del servizio è quella di mantenere la riservatezza di chi li utilizza, perciò la dimensione è complessa».
Su Instagram, Facebook, Twitter, Tiktok, le piattaforme sono state molto decise nel rimuovere questi contenuti.
«Non solo. Oggi, in una ricerca tematica con parole chiave che richiamano ad anoressia e bulimia, questi social propongono anche strumenti di supporto. Ma il fenomeno ora comprende gruppi Whatsapp e Telegram, su cui è più difficile la sorveglianza, perché bisogna entrare in merito ai contenuti e a ciò che si dicono le persone, e sappiamo che questo è il massimo livello di privacy. Sarebbe necessaria un’analisi testuale che però potrebbe non andare a buon fine per gli slang e le abbreviazioni utilizzate, che il sistema potrebbe non individuare. È necessario che chi è intorno a ragazzi e ragazze fragili includa gli aspetti online tra quelli che in qualche modo vengono guidati e sorvegliati».
Agiscono sul dark Web o si entra per conoscenza nei gruppi?
«La parte dark io la escluderei, perché parliamo di adolescenti e giovani adulti. C’è sicuramente un passaparola e si parte sempre da quei blog che sono rimasti in piedi dove nel tempo è stata aggiunta l’indicazione di scrivere un messaggio a un certo numero di cellulare per partecipare alle discussioni. Quindi la migrazione è partita dai blog e si è spostata sulla messaggistica, magari con l’indicazione di un numero e da lì a cascata qualcuno ti aggiunge…».
Con il Covid questo fenomeno è cresciuto?
«Leggendo ricerche e interviste fatte da centri specializzati sembrerebbe che ci sia un abbassamento dell’età media della patologia; quindi, si parla sempre più di preadolescenti. In generale quello che abbiamo rilevato come polizia postale è un riversarsi di minori, di fasce di età sempre più basse su Internet, in conseguenza chiaramente della didattica a distanza, del Covid, delle restrizioni, del lockdown… E questo è un processo irreversibile».
Il fenomeno pro ana si può legare alla pedopornografia?
«Potrebbe, non possiamo escluderlo. I predatori cercano vittime e se la vittima è più fragile sarà più facile indurla ad accondiscendere a qualsiasi tipo di richiesta. Il cuore dell’adescamento è questa forma di costruzione di un legame pseudo affettivo per indurre il minore a qualsiasi tipo di richiesta, le leve che possono usare sono le più svariate e tra queste ci può anche essere quella di proporsi con un coach pro anoressia. Non è però così ricorrente, però è un elemento e un rischio in cui si può incorrere. L’aspetto online, per chi soffre di disturbi alimentari, è necessario che venga incluso nella sorveglianza e nell’attenzione che si presta perché possono incorrere in ragazzi come loro che li aiutano e danno suggerimenti in questo percorso di malattia».
Avete dati su quanti sono i gruppi in Italia?
«No, negli anni abbiamo ricevuto le segnalazioni, che erano più frequenti quando il fenomeno era presente sui blog, però è chiaro che è qualche cosa in cui non vi è possibilità di fare sotto copertura. Non c’è il reato di istigazione all’anoressia e alla bulimia; quindi, si deve guardare caso per caso. Resta fondamentale un lavoro per sensibilizzare i giovani e le famiglie perché comprendano quale rischio di amplificazione il Web possa avere in tutte le situazioni di fragilità adolescenziale».
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Il Web sta trasformando un disagio personale in sindrome collettiva: siti e blog incoraggiano le adolescenti con disturbi alimentari, spiegano come resistere senza mangiare e svelano i trucchi per nascondere i sintomi a genitori e amiche.La poliziotta Cristina Bonucchi: «L’isolamento ha abbassato l’età. E i predatori cercano vittime fragili che cedono alle richieste più facilmente».Lo speciale contiene due articoliUn buco nero, da cui nessuna stella può tornare a risplendere. Assume questa oscurità il male e il dolore di giovani adolescenti anoressiche che messaggiano su Whatsapp, parlando della propria «ana», l’anoressia. Sono chat intime, in cui ognuna è libera di esprimere se stessa senza il malaugurato giudizio dell’adulto di turno o degli amici preoccupati. Chat che lette con l’occhio del profano assomigliano solo a un mostro che avvelena ragazzine fragili. Il fenomeno è quello dei gruppi pro ana, luoghi virtuali dove ragazzi con disturbi dell’alimentazione si danno appuntamento quotidianamente per scrivere il proprio diario alimentare e spronarsi a non mangiare, cercando di raggiuciò che tanto bramano: le ossa.Approdano in Italia all’inizio degli anni 2000 e si espandono con il boom dei blog. Attorno ai siti personali di tante ragazzine anoressiche si cominciano a creare piccole comunità unite dall’anoressia e dal desiderio di raggiungere la perfezione. Nei blog si scrive tutto ciò che possa aiutare a finalizzare l’obiettivo. Partono tutti rigorosamente con una lettera ad ana, l’anoressia nervosa, che all’interno dei blog viene personificata e, spesso, anche adorata. «Permettetemi di presentarmi. I medici mi chiamano Anoressia nervosa, tu puoi chiamarmi Ana», così comincia. «Diventeremo amiche, ne sono sicura. […] Ti porterò a mangiare sempre meno e a fare sempre più esercizio. Devi accettarlo, non puoi sfidarmi. Sto iniziando a entrare in te. Non ti lascerò più. Sono con te quando ti svegli al mattino e quando corri alla bilancia. Dipendi dalle sue cifre. Pregherai di pesare meno di ieri, della notte scorsa, di poche ore fa. Guardati allo specchio! Strappa via quel grasso schifoso! Sorridi solo quando vedrai spuntare le ossa».L’altro elemento formale e fondamentale presente nei siti è dato dai «comandamenti pro ana», nei quali si legge tra gli altri: «Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi lassativi, fai di tutto per sembrare più magra». Oppure: «Essere magra e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e successo».L’admin del sito racconta giornalmente cosa mangia e cosa fa, confessando i pensieri e aspettando i messaggi di risposta dei lettori. Questo uno dei post su un blog ancora aperto, ma a oggi inutilizzato: «Sono tornata da scuola poco fa e avevo una voglia matta di divorare qualcosa. Non era fame, solo una stupida debolezza, quella vocina nella testa che ti dice: “Ma sì, dai, tanto domani recuperi”. Avevo pure aperto la credenza e allungato il braccio ma all’ultimo secondo mi sono fermata e mi sono detta ad alta voce: “No, no e ancora no!”. Ho chiuso la credenza, aperto l’altra, quella dove ci sono piatti e bicchieri, mi sono presa il bicchierone grande e mi sono bevuta un bel po’ di acqua. Per poco non andava a monte tutto. Ma sono riuscita a controllarmi. Il resto della giornata dovrebbe essere tutta in discesa, il momento più pericoloso è passato ma meglio restare in guardia».Come ogni fenomeno del Web, quello dei gruppi pro ana è molto dinamico. Cambia in base all’evoluzione di Internet, delle applicazioni e delle mode. Passati di moda i blog, i gruppi pro ana non si sono estinti, sono solo migrati su altre piattaforme, mutando forma e diventando molto più difficili da controllare. Hanno conquistato i social (Instagram, Tiktok) e le applicazioni di messaggistica (Whatsapp, Telegram, Kik). Le nuove realtà in cui sono approdati si prestano alla scrittura, ma molto di più alla fotografia. Per cui i social in particolar modo si sono riempiti di foto e video motivazionali, con hashtag come #thinspiration con in mostra costole, clavicole sporgenti, girovita stretto e soprattutto il «thigh gap», lo spazio che separa le cosce. Instagram e Tik Tok sono stati molto netti con questi tipi di contenuti. Per la stragrande maggioranza sono stati rimossi e se si effettua una ricerca con parole chiave della filosofia pro ana compare un numero di assistenza per chi soffre di disturbi del comportamento alimentare.Le piattaforme di messaggistica, invece, riuniscono in gruppi chiusi i partecipanti e per entrare è necessario una sorta di colloquio con l’admin del gruppo. La Verità è entrata in possesso di una chat di questo genere: la pubblichiamo in queste pagine. Per le autorità è più difficile controllare le attività sui gruppi per problemi di privacy e per il fatto che non esiste una legislazione precisa sul fenomeno. Sulle app di messaggistica c’è spazio sia per foto quotidiane di schiene scheletriche, per incitarsi vicendevolmente, sia per la trascrizione minuziosa di ogni caloria ingerita nell’arco della giornata. «Martedì 4 febbraio, colazione: caffè 0 kcal, 1 biscotto 38 kcal; pranzo: 1 fetta biscottata integrale 34 kcal, 40 grammi fesa di tacchino 43 kcal; merenda: caffè 0 kcal, 1 biscotto 38 kcal; cena: yogurt 30 kcal, insalata 50 grammi 10 kcal; attività fisica: 510 kcal bruciate». Questa sorta di diario alimentare viene aggiornato incessantemente e in maniera ossessiva, ma il gruppo non si ferma qui: servono anche consigli per mantenere la forma desiderata. In primis, vengono elargiti consigli per dimagrire: bevi un bicchiere d’acqua ogni ora (riempie e depura), se sei tentato dal cibo conta fino a 100 e aspetta 20 minuti, mangia molto lentamente… Poi è necessario nascondere ana ai familiari e ai conoscenti; perciò, «non lasciare che le persone notino come sono larghi i tuoi vestiti»; «non parlare mai del tuo peso con nessuno»; «comportati come se tu non sapessi assolutamente niente di diete e peso»; «di’ che sei stato invitato fuori a cena, poi vai a fare una passeggiata».In Italia i ragazzi con disturbi alimentari sono circa 3 milioni e gli adolescenti in media passano almeno 2,5 ore al cellulare. Il rischio di incappare o ricercare, già consapevoli delle proprie fragilità, contenuti pro ana è alto. Per quanto cerchino di nutrirsi solo del vuoto, sembra di scorgere in questi ragazzi una straripante domanda di pienezza, un anelito da cui escono però distrutti. «Una totalità di cose, una montagna di regali, tutta l’abbondanza possibile dell’avere non fanno l’amore. L’accumulazione e la disponibilità delle merci non sono sufficienti a turare la mancanza a essere del soggetto. Anzi, quando questa illusione viene perseguita secondo una strategia organizzata, essa rafforza, oltre al consumo, proprio il rifiuto del consumo. Che cosa sono in effetti le opere dell’uomo se non sono sostenute dalla fede nell’altro, dall’amore dell’altro?». Così scrive Massimo Recalcati nel saggio sull’anoressia e la bulimia L’ultima cena. 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Sappiamo che è una caratteristica propria di internet. Le persone negli anni cambiano i servizi che preferiscono. Dieci anni fa i social non erano importanti come oggi. Nel tempo la sensibilità sia dei social sia degli spazi online si è modificata. Ci sono stati vari casi in cui il ruolo dei social è diventato importante per i ragazzi per peggiorare, con consigli su come nascondere digiuni e abbuffate o come dimagrire. Il fenomeno è soprattutto legato a chi è nella patologia. Attualmente il fenomeno si è spostato all’interno di gruppi e su tutti quei circuiti nei quali anche la scelta manageriale del servizio è quella di mantenere la riservatezza di chi li utilizza, perciò la dimensione è complessa». Su Instagram, Facebook, Twitter, Tiktok, le piattaforme sono state molto decise nel rimuovere questi contenuti. «Non solo. Oggi, in una ricerca tematica con parole chiave che richiamano ad anoressia e bulimia, questi social propongono anche strumenti di supporto. Ma il fenomeno ora comprende gruppi Whatsapp e Telegram, su cui è più difficile la sorveglianza, perché bisogna entrare in merito ai contenuti e a ciò che si dicono le persone, e sappiamo che questo è il massimo livello di privacy. Sarebbe necessaria un’analisi testuale che però potrebbe non andare a buon fine per gli slang e le abbreviazioni utilizzate, che il sistema potrebbe non individuare. È necessario che chi è intorno a ragazzi e ragazze fragili includa gli aspetti online tra quelli che in qualche modo vengono guidati e sorvegliati». Agiscono sul dark Web o si entra per conoscenza nei gruppi? «La parte dark io la escluderei, perché parliamo di adolescenti e giovani adulti. C’è sicuramente un passaparola e si parte sempre da quei blog che sono rimasti in piedi dove nel tempo è stata aggiunta l’indicazione di scrivere un messaggio a un certo numero di cellulare per partecipare alle discussioni. Quindi la migrazione è partita dai blog e si è spostata sulla messaggistica, magari con l’indicazione di un numero e da lì a cascata qualcuno ti aggiunge…». Con il Covid questo fenomeno è cresciuto? «Leggendo ricerche e interviste fatte da centri specializzati sembrerebbe che ci sia un abbassamento dell’età media della patologia; quindi, si parla sempre più di preadolescenti. In generale quello che abbiamo rilevato come polizia postale è un riversarsi di minori, di fasce di età sempre più basse su Internet, in conseguenza chiaramente della didattica a distanza, del Covid, delle restrizioni, del lockdown… E questo è un processo irreversibile». Il fenomeno pro ana si può legare alla pedopornografia? «Potrebbe, non possiamo escluderlo. I predatori cercano vittime e se la vittima è più fragile sarà più facile indurla ad accondiscendere a qualsiasi tipo di richiesta. Il cuore dell’adescamento è questa forma di costruzione di un legame pseudo affettivo per indurre il minore a qualsiasi tipo di richiesta, le leve che possono usare sono le più svariate e tra queste ci può anche essere quella di proporsi con un coach pro anoressia. Non è però così ricorrente, però è un elemento e un rischio in cui si può incorrere. L’aspetto online, per chi soffre di disturbi alimentari, è necessario che venga incluso nella sorveglianza e nell’attenzione che si presta perché possono incorrere in ragazzi come loro che li aiutano e danno suggerimenti in questo percorso di malattia». Avete dati su quanti sono i gruppi in Italia? «No, negli anni abbiamo ricevuto le segnalazioni, che erano più frequenti quando il fenomeno era presente sui blog, però è chiaro che è qualche cosa in cui non vi è possibilità di fare sotto copertura. Non c’è il reato di istigazione all’anoressia e alla bulimia; quindi, si deve guardare caso per caso. Resta fondamentale un lavoro per sensibilizzare i giovani e le famiglie perché comprendano quale rischio di amplificazione il Web possa avere in tutte le situazioni di fragilità adolescenziale».
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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