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2022-08-01
Chi spinge le ragazze all’anoressia
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Un buco nero, da cui nessuna stella può tornare a risplendere. Assume questa oscurità il male e il dolore di giovani adolescenti anoressiche che messaggiano su Whatsapp, parlando della propria «ana», l’anoressia. Sono chat intime, in cui ognuna è libera di esprimere se stessa senza il malaugurato giudizio dell’adulto di turno o degli amici preoccupati. Chat che lette con l’occhio del profano assomigliano solo a un mostro che avvelena ragazzine fragili. Il fenomeno è quello dei gruppi pro ana, luoghi virtuali dove ragazzi con disturbi dell’alimentazione si danno appuntamento quotidianamente per scrivere il proprio diario alimentare e spronarsi a non mangiare, cercando di raggiuciò che tanto bramano: le ossa.
Approdano in Italia all’inizio degli anni 2000 e si espandono con il boom dei blog. Attorno ai siti personali di tante ragazzine anoressiche si cominciano a creare piccole comunità unite dall’anoressia e dal desiderio di raggiungere la perfezione. Nei blog si scrive tutto ciò che possa aiutare a finalizzare l’obiettivo. Partono tutti rigorosamente con una lettera ad ana, l’anoressia nervosa, che all’interno dei blog viene personificata e, spesso, anche adorata. «Permettetemi di presentarmi. I medici mi chiamano Anoressia nervosa, tu puoi chiamarmi Ana», così comincia. «Diventeremo amiche, ne sono sicura. […] Ti porterò a mangiare sempre meno e a fare sempre più esercizio. Devi accettarlo, non puoi sfidarmi. Sto iniziando a entrare in te. Non ti lascerò più. Sono con te quando ti svegli al mattino e quando corri alla bilancia. Dipendi dalle sue cifre. Pregherai di pesare meno di ieri, della notte scorsa, di poche ore fa. Guardati allo specchio! Strappa via quel grasso schifoso! Sorridi solo quando vedrai spuntare le ossa».
L’altro elemento formale e fondamentale presente nei siti è dato dai «comandamenti pro ana», nei quali si legge tra gli altri: «Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi lassativi, fai di tutto per sembrare più magra». Oppure: «Essere magra e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e successo».
L’admin del sito racconta giornalmente cosa mangia e cosa fa, confessando i pensieri e aspettando i messaggi di risposta dei lettori. Questo uno dei post su un blog ancora aperto, ma a oggi inutilizzato: «Sono tornata da scuola poco fa e avevo una voglia matta di divorare qualcosa. Non era fame, solo una stupida debolezza, quella vocina nella testa che ti dice: “Ma sì, dai, tanto domani recuperi”. Avevo pure aperto la credenza e allungato il braccio ma all’ultimo secondo mi sono fermata e mi sono detta ad alta voce: “No, no e ancora no!”. Ho chiuso la credenza, aperto l’altra, quella dove ci sono piatti e bicchieri, mi sono presa il bicchierone grande e mi sono bevuta un bel po’ di acqua. Per poco non andava a monte tutto. Ma sono riuscita a controllarmi. Il resto della giornata dovrebbe essere tutta in discesa, il momento più pericoloso è passato ma meglio restare in guardia».
Come ogni fenomeno del Web, quello dei gruppi pro ana è molto dinamico. Cambia in base all’evoluzione di Internet, delle applicazioni e delle mode. Passati di moda i blog, i gruppi pro ana non si sono estinti, sono solo migrati su altre piattaforme, mutando forma e diventando molto più difficili da controllare. Hanno conquistato i social (Instagram, Tiktok) e le applicazioni di messaggistica (Whatsapp, Telegram, Kik). Le nuove realtà in cui sono approdati si prestano alla scrittura, ma molto di più alla fotografia. Per cui i social in particolar modo si sono riempiti di foto e video motivazionali, con hashtag come #thinspiration con in mostra costole, clavicole sporgenti, girovita stretto e soprattutto il «thigh gap», lo spazio che separa le cosce. Instagram e Tik Tok sono stati molto netti con questi tipi di contenuti. Per la stragrande maggioranza sono stati rimossi e se si effettua una ricerca con parole chiave della filosofia pro ana compare un numero di assistenza per chi soffre di disturbi del comportamento alimentare.
Le piattaforme di messaggistica, invece, riuniscono in gruppi chiusi i partecipanti e per entrare è necessario una sorta di colloquio con l’admin del gruppo. La Verità è entrata in possesso di una chat di questo genere: la pubblichiamo in queste pagine. Per le autorità è più difficile controllare le attività sui gruppi per problemi di privacy e per il fatto che non esiste una legislazione precisa sul fenomeno. Sulle app di messaggistica c’è spazio sia per foto quotidiane di schiene scheletriche, per incitarsi vicendevolmente, sia per la trascrizione minuziosa di ogni caloria ingerita nell’arco della giornata. «Martedì 4 febbraio, colazione: caffè 0 kcal, 1 biscotto 38 kcal; pranzo: 1 fetta biscottata integrale 34 kcal, 40 grammi fesa di tacchino 43 kcal; merenda: caffè 0 kcal, 1 biscotto 38 kcal; cena: yogurt 30 kcal, insalata 50 grammi 10 kcal; attività fisica: 510 kcal bruciate». Questa sorta di diario alimentare viene aggiornato incessantemente e in maniera ossessiva, ma il gruppo non si ferma qui: servono anche consigli per mantenere la forma desiderata. In primis, vengono elargiti consigli per dimagrire: bevi un bicchiere d’acqua ogni ora (riempie e depura), se sei tentato dal cibo conta fino a 100 e aspetta 20 minuti, mangia molto lentamente… Poi è necessario nascondere ana ai familiari e ai conoscenti; perciò, «non lasciare che le persone notino come sono larghi i tuoi vestiti»; «non parlare mai del tuo peso con nessuno»; «comportati come se tu non sapessi assolutamente niente di diete e peso»; «di’ che sei stato invitato fuori a cena, poi vai a fare una passeggiata».
In Italia i ragazzi con disturbi alimentari sono circa 3 milioni e gli adolescenti in media passano almeno 2,5 ore al cellulare. Il rischio di incappare o ricercare, già consapevoli delle proprie fragilità, contenuti pro ana è alto. Per quanto cerchino di nutrirsi solo del vuoto, sembra di scorgere in questi ragazzi una straripante domanda di pienezza, un anelito da cui escono però distrutti. «Una totalità di cose, una montagna di regali, tutta l’abbondanza possibile dell’avere non fanno l’amore. L’accumulazione e la disponibilità delle merci non sono sufficienti a turare la mancanza a essere del soggetto. Anzi, quando questa illusione viene perseguita secondo una strategia organizzata, essa rafforza, oltre al consumo, proprio il rifiuto del consumo. Che cosa sono in effetti le opere dell’uomo se non sono sostenute dalla fede nell’altro, dall’amore dell’altro?». Così scrive Massimo Recalcati nel saggio sull’anoressia e la bulimia L’ultima cena. Ma chi può fare breccia nei cuori affaticati di questi adolescenti?
«Malattie aggravate dalla pandemia. Pedofili in agguato»
«È un fenomeno che potrebbe legarsi anche alla pedopornografia». Così racconta Cristina Bonucchi, direttore tecnico superiore psicologo della polizia di Stato. «I predatori cercano vittime e se la vittima è più fragile sarà più facile indurla ad accondiscendere a qualsiasi tipo di richiesta».
Quanto è esteso il fenomeno dei gruppi pro ana in Italia e su che piattaforme sono presenti? Qualche anno fa erano presenti i blog, ora?
«Quello che abbiamo rilevato è una progressiva migrazione. Sappiamo che è una caratteristica propria di internet. Le persone negli anni cambiano i servizi che preferiscono. Dieci anni fa i social non erano importanti come oggi. Nel tempo la sensibilità sia dei social sia degli spazi online si è modificata. Ci sono stati vari casi in cui il ruolo dei social è diventato importante per i ragazzi per peggiorare, con consigli su come nascondere digiuni e abbuffate o come dimagrire. Il fenomeno è soprattutto legato a chi è nella patologia. Attualmente il fenomeno si è spostato all’interno di gruppi e su tutti quei circuiti nei quali anche la scelta manageriale del servizio è quella di mantenere la riservatezza di chi li utilizza, perciò la dimensione è complessa».
Su Instagram, Facebook, Twitter, Tiktok, le piattaforme sono state molto decise nel rimuovere questi contenuti.
«Non solo. Oggi, in una ricerca tematica con parole chiave che richiamano ad anoressia e bulimia, questi social propongono anche strumenti di supporto. Ma il fenomeno ora comprende gruppi Whatsapp e Telegram, su cui è più difficile la sorveglianza, perché bisogna entrare in merito ai contenuti e a ciò che si dicono le persone, e sappiamo che questo è il massimo livello di privacy. Sarebbe necessaria un’analisi testuale che però potrebbe non andare a buon fine per gli slang e le abbreviazioni utilizzate, che il sistema potrebbe non individuare. È necessario che chi è intorno a ragazzi e ragazze fragili includa gli aspetti online tra quelli che in qualche modo vengono guidati e sorvegliati».
Agiscono sul dark Web o si entra per conoscenza nei gruppi?
«La parte dark io la escluderei, perché parliamo di adolescenti e giovani adulti. C’è sicuramente un passaparola e si parte sempre da quei blog che sono rimasti in piedi dove nel tempo è stata aggiunta l’indicazione di scrivere un messaggio a un certo numero di cellulare per partecipare alle discussioni. Quindi la migrazione è partita dai blog e si è spostata sulla messaggistica, magari con l’indicazione di un numero e da lì a cascata qualcuno ti aggiunge…».
Con il Covid questo fenomeno è cresciuto?
«Leggendo ricerche e interviste fatte da centri specializzati sembrerebbe che ci sia un abbassamento dell’età media della patologia; quindi, si parla sempre più di preadolescenti. In generale quello che abbiamo rilevato come polizia postale è un riversarsi di minori, di fasce di età sempre più basse su Internet, in conseguenza chiaramente della didattica a distanza, del Covid, delle restrizioni, del lockdown… E questo è un processo irreversibile».
Il fenomeno pro ana si può legare alla pedopornografia?
«Potrebbe, non possiamo escluderlo. I predatori cercano vittime e se la vittima è più fragile sarà più facile indurla ad accondiscendere a qualsiasi tipo di richiesta. Il cuore dell’adescamento è questa forma di costruzione di un legame pseudo affettivo per indurre il minore a qualsiasi tipo di richiesta, le leve che possono usare sono le più svariate e tra queste ci può anche essere quella di proporsi con un coach pro anoressia. Non è però così ricorrente, però è un elemento e un rischio in cui si può incorrere. L’aspetto online, per chi soffre di disturbi alimentari, è necessario che venga incluso nella sorveglianza e nell’attenzione che si presta perché possono incorrere in ragazzi come loro che li aiutano e danno suggerimenti in questo percorso di malattia».
Avete dati su quanti sono i gruppi in Italia?
«No, negli anni abbiamo ricevuto le segnalazioni, che erano più frequenti quando il fenomeno era presente sui blog, però è chiaro che è qualche cosa in cui non vi è possibilità di fare sotto copertura. Non c’è il reato di istigazione all’anoressia e alla bulimia; quindi, si deve guardare caso per caso. Resta fondamentale un lavoro per sensibilizzare i giovani e le famiglie perché comprendano quale rischio di amplificazione il Web possa avere in tutte le situazioni di fragilità adolescenziale».
Continua a leggereRiduci
Il Web sta trasformando un disagio personale in sindrome collettiva: siti e blog incoraggiano le adolescenti con disturbi alimentari, spiegano come resistere senza mangiare e svelano i trucchi per nascondere i sintomi a genitori e amiche.La poliziotta Cristina Bonucchi: «L’isolamento ha abbassato l’età. E i predatori cercano vittime fragili che cedono alle richieste più facilmente».Lo speciale contiene due articoliUn buco nero, da cui nessuna stella può tornare a risplendere. Assume questa oscurità il male e il dolore di giovani adolescenti anoressiche che messaggiano su Whatsapp, parlando della propria «ana», l’anoressia. Sono chat intime, in cui ognuna è libera di esprimere se stessa senza il malaugurato giudizio dell’adulto di turno o degli amici preoccupati. Chat che lette con l’occhio del profano assomigliano solo a un mostro che avvelena ragazzine fragili. Il fenomeno è quello dei gruppi pro ana, luoghi virtuali dove ragazzi con disturbi dell’alimentazione si danno appuntamento quotidianamente per scrivere il proprio diario alimentare e spronarsi a non mangiare, cercando di raggiuciò che tanto bramano: le ossa.Approdano in Italia all’inizio degli anni 2000 e si espandono con il boom dei blog. Attorno ai siti personali di tante ragazzine anoressiche si cominciano a creare piccole comunità unite dall’anoressia e dal desiderio di raggiungere la perfezione. Nei blog si scrive tutto ciò che possa aiutare a finalizzare l’obiettivo. Partono tutti rigorosamente con una lettera ad ana, l’anoressia nervosa, che all’interno dei blog viene personificata e, spesso, anche adorata. «Permettetemi di presentarmi. I medici mi chiamano Anoressia nervosa, tu puoi chiamarmi Ana», così comincia. «Diventeremo amiche, ne sono sicura. […] Ti porterò a mangiare sempre meno e a fare sempre più esercizio. Devi accettarlo, non puoi sfidarmi. Sto iniziando a entrare in te. Non ti lascerò più. Sono con te quando ti svegli al mattino e quando corri alla bilancia. Dipendi dalle sue cifre. Pregherai di pesare meno di ieri, della notte scorsa, di poche ore fa. Guardati allo specchio! Strappa via quel grasso schifoso! Sorridi solo quando vedrai spuntare le ossa».L’altro elemento formale e fondamentale presente nei siti è dato dai «comandamenti pro ana», nei quali si legge tra gli altri: «Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi lassativi, fai di tutto per sembrare più magra». Oppure: «Essere magra e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e successo».L’admin del sito racconta giornalmente cosa mangia e cosa fa, confessando i pensieri e aspettando i messaggi di risposta dei lettori. Questo uno dei post su un blog ancora aperto, ma a oggi inutilizzato: «Sono tornata da scuola poco fa e avevo una voglia matta di divorare qualcosa. Non era fame, solo una stupida debolezza, quella vocina nella testa che ti dice: “Ma sì, dai, tanto domani recuperi”. Avevo pure aperto la credenza e allungato il braccio ma all’ultimo secondo mi sono fermata e mi sono detta ad alta voce: “No, no e ancora no!”. Ho chiuso la credenza, aperto l’altra, quella dove ci sono piatti e bicchieri, mi sono presa il bicchierone grande e mi sono bevuta un bel po’ di acqua. Per poco non andava a monte tutto. Ma sono riuscita a controllarmi. Il resto della giornata dovrebbe essere tutta in discesa, il momento più pericoloso è passato ma meglio restare in guardia».Come ogni fenomeno del Web, quello dei gruppi pro ana è molto dinamico. Cambia in base all’evoluzione di Internet, delle applicazioni e delle mode. Passati di moda i blog, i gruppi pro ana non si sono estinti, sono solo migrati su altre piattaforme, mutando forma e diventando molto più difficili da controllare. Hanno conquistato i social (Instagram, Tiktok) e le applicazioni di messaggistica (Whatsapp, Telegram, Kik). Le nuove realtà in cui sono approdati si prestano alla scrittura, ma molto di più alla fotografia. Per cui i social in particolar modo si sono riempiti di foto e video motivazionali, con hashtag come #thinspiration con in mostra costole, clavicole sporgenti, girovita stretto e soprattutto il «thigh gap», lo spazio che separa le cosce. Instagram e Tik Tok sono stati molto netti con questi tipi di contenuti. Per la stragrande maggioranza sono stati rimossi e se si effettua una ricerca con parole chiave della filosofia pro ana compare un numero di assistenza per chi soffre di disturbi del comportamento alimentare.Le piattaforme di messaggistica, invece, riuniscono in gruppi chiusi i partecipanti e per entrare è necessario una sorta di colloquio con l’admin del gruppo. La Verità è entrata in possesso di una chat di questo genere: la pubblichiamo in queste pagine. Per le autorità è più difficile controllare le attività sui gruppi per problemi di privacy e per il fatto che non esiste una legislazione precisa sul fenomeno. Sulle app di messaggistica c’è spazio sia per foto quotidiane di schiene scheletriche, per incitarsi vicendevolmente, sia per la trascrizione minuziosa di ogni caloria ingerita nell’arco della giornata. «Martedì 4 febbraio, colazione: caffè 0 kcal, 1 biscotto 38 kcal; pranzo: 1 fetta biscottata integrale 34 kcal, 40 grammi fesa di tacchino 43 kcal; merenda: caffè 0 kcal, 1 biscotto 38 kcal; cena: yogurt 30 kcal, insalata 50 grammi 10 kcal; attività fisica: 510 kcal bruciate». Questa sorta di diario alimentare viene aggiornato incessantemente e in maniera ossessiva, ma il gruppo non si ferma qui: servono anche consigli per mantenere la forma desiderata. In primis, vengono elargiti consigli per dimagrire: bevi un bicchiere d’acqua ogni ora (riempie e depura), se sei tentato dal cibo conta fino a 100 e aspetta 20 minuti, mangia molto lentamente… Poi è necessario nascondere ana ai familiari e ai conoscenti; perciò, «non lasciare che le persone notino come sono larghi i tuoi vestiti»; «non parlare mai del tuo peso con nessuno»; «comportati come se tu non sapessi assolutamente niente di diete e peso»; «di’ che sei stato invitato fuori a cena, poi vai a fare una passeggiata».In Italia i ragazzi con disturbi alimentari sono circa 3 milioni e gli adolescenti in media passano almeno 2,5 ore al cellulare. Il rischio di incappare o ricercare, già consapevoli delle proprie fragilità, contenuti pro ana è alto. Per quanto cerchino di nutrirsi solo del vuoto, sembra di scorgere in questi ragazzi una straripante domanda di pienezza, un anelito da cui escono però distrutti. «Una totalità di cose, una montagna di regali, tutta l’abbondanza possibile dell’avere non fanno l’amore. L’accumulazione e la disponibilità delle merci non sono sufficienti a turare la mancanza a essere del soggetto. Anzi, quando questa illusione viene perseguita secondo una strategia organizzata, essa rafforza, oltre al consumo, proprio il rifiuto del consumo. Che cosa sono in effetti le opere dell’uomo se non sono sostenute dalla fede nell’altro, dall’amore dell’altro?». Così scrive Massimo Recalcati nel saggio sull’anoressia e la bulimia L’ultima cena. Ma chi può fare breccia nei cuori affaticati di questi adolescenti?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-spinge-le-ragazze-allanoressia-2657781455.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="malattie-aggravate-dalla-pandemia-pedofili-in-agguato" data-post-id="2657781455" data-published-at="1659257792" data-use-pagination="False"> «Malattie aggravate dalla pandemia. Pedofili in agguato» «È un fenomeno che potrebbe legarsi anche alla pedopornografia». Così racconta Cristina Bonucchi, direttore tecnico superiore psicologo della polizia di Stato. «I predatori cercano vittime e se la vittima è più fragile sarà più facile indurla ad accondiscendere a qualsiasi tipo di richiesta». Quanto è esteso il fenomeno dei gruppi pro ana in Italia e su che piattaforme sono presenti? Qualche anno fa erano presenti i blog, ora? «Quello che abbiamo rilevato è una progressiva migrazione. Sappiamo che è una caratteristica propria di internet. Le persone negli anni cambiano i servizi che preferiscono. Dieci anni fa i social non erano importanti come oggi. Nel tempo la sensibilità sia dei social sia degli spazi online si è modificata. Ci sono stati vari casi in cui il ruolo dei social è diventato importante per i ragazzi per peggiorare, con consigli su come nascondere digiuni e abbuffate o come dimagrire. Il fenomeno è soprattutto legato a chi è nella patologia. Attualmente il fenomeno si è spostato all’interno di gruppi e su tutti quei circuiti nei quali anche la scelta manageriale del servizio è quella di mantenere la riservatezza di chi li utilizza, perciò la dimensione è complessa». Su Instagram, Facebook, Twitter, Tiktok, le piattaforme sono state molto decise nel rimuovere questi contenuti. «Non solo. Oggi, in una ricerca tematica con parole chiave che richiamano ad anoressia e bulimia, questi social propongono anche strumenti di supporto. Ma il fenomeno ora comprende gruppi Whatsapp e Telegram, su cui è più difficile la sorveglianza, perché bisogna entrare in merito ai contenuti e a ciò che si dicono le persone, e sappiamo che questo è il massimo livello di privacy. Sarebbe necessaria un’analisi testuale che però potrebbe non andare a buon fine per gli slang e le abbreviazioni utilizzate, che il sistema potrebbe non individuare. È necessario che chi è intorno a ragazzi e ragazze fragili includa gli aspetti online tra quelli che in qualche modo vengono guidati e sorvegliati». Agiscono sul dark Web o si entra per conoscenza nei gruppi? «La parte dark io la escluderei, perché parliamo di adolescenti e giovani adulti. C’è sicuramente un passaparola e si parte sempre da quei blog che sono rimasti in piedi dove nel tempo è stata aggiunta l’indicazione di scrivere un messaggio a un certo numero di cellulare per partecipare alle discussioni. Quindi la migrazione è partita dai blog e si è spostata sulla messaggistica, magari con l’indicazione di un numero e da lì a cascata qualcuno ti aggiunge…». Con il Covid questo fenomeno è cresciuto? «Leggendo ricerche e interviste fatte da centri specializzati sembrerebbe che ci sia un abbassamento dell’età media della patologia; quindi, si parla sempre più di preadolescenti. In generale quello che abbiamo rilevato come polizia postale è un riversarsi di minori, di fasce di età sempre più basse su Internet, in conseguenza chiaramente della didattica a distanza, del Covid, delle restrizioni, del lockdown… E questo è un processo irreversibile». Il fenomeno pro ana si può legare alla pedopornografia? «Potrebbe, non possiamo escluderlo. I predatori cercano vittime e se la vittima è più fragile sarà più facile indurla ad accondiscendere a qualsiasi tipo di richiesta. Il cuore dell’adescamento è questa forma di costruzione di un legame pseudo affettivo per indurre il minore a qualsiasi tipo di richiesta, le leve che possono usare sono le più svariate e tra queste ci può anche essere quella di proporsi con un coach pro anoressia. Non è però così ricorrente, però è un elemento e un rischio in cui si può incorrere. L’aspetto online, per chi soffre di disturbi alimentari, è necessario che venga incluso nella sorveglianza e nell’attenzione che si presta perché possono incorrere in ragazzi come loro che li aiutano e danno suggerimenti in questo percorso di malattia». Avete dati su quanti sono i gruppi in Italia? «No, negli anni abbiamo ricevuto le segnalazioni, che erano più frequenti quando il fenomeno era presente sui blog, però è chiaro che è qualche cosa in cui non vi è possibilità di fare sotto copertura. Non c’è il reato di istigazione all’anoressia e alla bulimia; quindi, si deve guardare caso per caso. Resta fondamentale un lavoro per sensibilizzare i giovani e le famiglie perché comprendano quale rischio di amplificazione il Web possa avere in tutte le situazioni di fragilità adolescenziale».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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