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2022-12-05
Chi finanzia la rete dei censori della Rete
iStock
«Al servizio della democrazia»: è commovente la presentazione del Poynter Institute for Media Studies, scuola di giornalismo non profit americana per «la difesa del giornalismo etico e indipendente», nata nel 1975, che nel 2015 ha lanciato l’International Fact-Checking Network. L’Ifcn sta al fact-checking americano come l’Edmo (European Digital Media Observatory) cerca di stare a quello europeo. Queste due strutture sono dichiaratamente «senza scopo di lucro», ma il contrasto alle cosiddette «fake-news», a livello operativo, non vive di aria. Al contrario, quella del fact-checking è un’industria che nella maggior parte dei casi risponde economicamente a gruppi di potere i quali, attraverso la promozione di alcune notizie e la censura su altre, orientano l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi. Non è una novità: l’attività di lobbying è sempre esistita. Sono cambiate però le modalità, perché oggi il target non è più soltanto l’imprenditoria e la politica, ma direttamente l’opinione pubblica. Il successo della figura degli «influencer» nei settori della moda e del lifestyle ha contaminato anche il giornalismo, agevolando la nascita di legioni di «influencer dell’informazione», chiareferragni delle news che, sulla gestione delle notizie, hanno messo in piedi un business estremamente redditizio.
Per quanto riguarda il fact-checking di matrice americana, lo schema che lo governa ricalca quello dei fondi contro i cambiamenti climatici: una «casa madre» negli States, che raccoglie donazioni (esentasse) dai filantropi (indovinate quali) e, come in un sistema di matrioske, riunisce tante strutture medio-piccole collegate all’interno di un network mondiale: in Italia, ad esempio, c’è Open di Enrico Mentana. Il flusso di denaro gestito dal fact-checking europeo, invece, viene dalla Commissione Ue.
Il cliente più importante dell’Ifcn è Meta, cioè Facebook (e Instagram). Tra i vari finanziatori del Poynter nel corso degli ultimi anni troviamo Google, Bill Gates e la Open Society Foundations di George Soros, ma anche il filantropo Craig Newmark, imprenditore «nerd» con un patrimonio di circa 3 miliardi di dollari, la Fondazione Gannett, holding di mass media, la Gill Foundation, impegnata nella difesa dei diritti Lgbtq e la MacArthur Foundation, dodicesima fondazione privata degli Usa. I soldi che provengono da questi munifici donatori sono tutti esentasse perché, come la Bill & Melissa Gates Foundation, anche la galassia Poynter, che comprende Ifcn, PolitiFact e MediaWise, gode delle esenzioni dalle Imposte federali sul reddito concesse alle organizzazioni definite «501(c)». Secondo l’ultimo «State of the fact-checkers», la maggioranza delle organizzazioni di fact-checking «verificate» aderenti all’Ifcn è però a scopo di lucro.
Tra i membri Ifcn c’è Open (G.o.l. Srl), impresa sociale fondata da Enrico Mentana. Open non ha finalità di guadagno e dichiara di ricevere «un contributo» da parte di Facebook, del quale non è specificata l’entità, all’interno del Third-Party Fact-checking Program di Meta. Nessun dettaglio sulle altre fonti di finanziamento che rappresentano il 5% o più delle entrate totali, requisito di idoneità richiesto nel famoso Code of Principles dell’Ifcn, alla voce «Trasparenza».
Il sistema europeo è strutturato in maniera simile per quanto riguarda l’organizzazione piramidale, ma diverso rispetto alla fonte delle sovvenzioni. L’Unione europea ha istituito uno strumento di finanziamento che si chiama CEF, Connecting Europe Facility. Il fondo Cef sostiene lo sviluppo delle reti digitali, e ha una dotazione di 33,7 miliardi di euro. Sono tutti fondi provenienti dalle cosiddette «risorse proprie» Ue, dunque denaro dei contribuenti europei. Nel settore dei servizi digitali, il 1 ottobre 2019 la Commissione Ue ha lanciato una gara d’appalto per istituire Edmo (European Digital Media Observatory), incaricato di monitorare le fonti di disinformazione. Il primo stanziamento è stato di 2,5 milioni di euro: se l’è aggiudicato, nel maggio 2020, un consorzio guidato dall’Istituto universitario europeo di Firenze, che comprende anche l’organizzazione di fact-checking italiana Pagella Politica che, insieme con Facta news, fa parte della società The Fact-Checking Factory (Tfcf) che annovera Meta (Facebook) e TikTok tra i suoi principali finanziatori. Pagella Politica è anche membro Ifcn.
Il 30 giugno 2020 la Commissione europea ha pubblicato un secondo bando stanziando 11 milioni di euro (provenienti sempre dal programma europeo Cef Digital) destinati a creare in tutta Europa diversi «centri di ricerca» sui media digitali nazionali e multinazionali: in Italia l’hub è Idmo (Italian Digital Media Observatory), coordinato da Gianni Riotta e da Livia De Giovanni. Luiss funge da coordinatore del progetto, il cui partenariato è costituito da 8 enti a livello internazionale tra i quali la Rai, l’Università di Tor Vergata, il Gruppo Gedi (La Repubblica), Pagella Politica e Tim come partner tecnico.
Altri 900.000 euro di fondi europei sono stati stanziati per elaborare il Codice di condotta rafforzato contro la disinformazione nell’Ue, presentato ad agosto 2022; ulteriori fondi sui servizi digitali Ue sono disponibili anche alla voce trasporti del Cef (dotata di un budget di circa 25 miliardi di euro).
E’ importante sottolineare che, nonostante sia stata istituita dall’Unione europea, Edmo dichiara di avere una governance del tutto indipendente dalle autorità pubbliche. Ciò conduce a diverse riflessioni su questa sorta di rapporto di «subappalto»: di fatto, il controllo sulle fake news in Europa è finanziato con fondi pubblici ma è affidato ad agenzie ed enti privati, che autocertificano l’assenza di conflitti d’interesse. Non solo: il Codice di condotta, che ha coinvolto 34 firmatari (tra cui Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft), prevede la «demonetizzazione», ossia la riduzione degli incentivi finanziari per chi, in Europa, diffonde presunta «disinformazione», così che i responsabili non possano beneficiare di introiti pubblicitari. Sono dunque soggetti privati a stabilire se altri privati possano accedere alla pubblicità, fonte primaria di sostentamento per le testate giornalistiche realmente indipendenti: quantomeno curioso. Ha fatto altrettanto scalpore l’appello del colosso non profit Media Matters, attivo sostenitore di Hillary Clinton, che ha scritto una lettera ai più importanti brand americani (Coca Cola, Disney, Apple, Kraft, ecc) diffidandoli dal rinnovare i contratti pubblicitari a Twitter se l’azienda allenterà il fact-check. Elon Musk ha risposto chiedendo di indagare su chi finanzia queste associazioni «non lucrative»: già.
Ad affiancare Ifcn ed Edmo nella «lotta alla disinformazione», c’è inoltre la Google News Initiative, organizzazione europea creata per «sostenere il giornalismo di alta qualità». Google ha sovvenzionato oltre 6.250 testate in 118 paesi mettendo a disposizione 189 milioni di dollari. E lo stesso Fondo Straordinario per l’Editoria italiana destinerà parte dei 140 milioni previsti per il 2023 alla lotta alle fake-news.
Ricapitolando, il business del fact-checking è florido, ma il valore totale degli accordi stipulati tra donatori, «casa madre» e fact-checkers è difficilmente reperibile, così come è impossibile trovare nei siti dei controllori i bilanci, gli stipendi e la rendicontazione in dettaglio di come questi flussi di denaro siano ripartiti e spesi dai singoli aderenti. Con buona pace della «trasparenza» cui dicono di ispirarsi.
Fanno le pulci a chi scrive di vaccini e poi prendono soldi da pubblicità Pfizer
Chi controlla il controllore? Chi certifica che il fact-checking operi realmente «sulla base di rigorosi standard etici» e sia davvero «editorialmente libero e politicamente indipendente»? Chi verifica che le persone che ci lavorano «non ricoprano posizioni di rilievo in partiti politici»? Questi sono i requisiti richiesti dallo «European Code of Standards for Independent Fact-Checking», presentato quest’anno dalla Commissione europea. Il Codice è rivolto alle società aderenti al network Edmo (European Digital Media Observatory) e dovrebbe essere la bibbia dei fact-checkers. Ma i «Twitter Files» di Elon Musk sulla storia di Hunter Biden, sulle pressioni dei Democratici per insabbiarla e su Facts First USA confermano ciò che sappiamo da tempo: fact-checking e indipendenza politica viaggiano su binari diversi.
Il sistema di controllo delle notizie stabilito dall’Ifcn, sancta sanctorum del fact-checking globale, cui aderisce Open di Enrico Mentana, è strutturato sul «Code of Principles» che richiede anche di «non pubblicizzare le proprie opinioni su questioni politiche» (in Italia, ampiamente inascoltato) e «utilizzare le migliori fonti disponibili». Questi criteri, ritenuti ancor più importanti della trasparenza sui finanziamenti, spesso non sono soddisfatti. Se nella lista dei filantropi Usa che sovvenzionano Poynter Institute e IFCN figurano soprattutto gli amici del Partito Democratico, qualche domanda è giusto porsela.
Ad esempio, il miliardario Craig Newmark, una delle 100 persone più influenti al mondo, è dichiaratamente un Obama-man: ha sostenuto le campagne elettorali di Barack Obama, per poi appoggiare quella di Joe Biden. Anche la filantropica Gill Foundation, che ha foraggiato le casse del Poynter, è apertamente schierata con Biden. Il Presidente ha ricambiato, nominando ambasciatore in Svizzera uno dei quattro membri del board, Scott Miller. Miller a sua volta è il compagno di un altro membro del board, Tim Gill, figura preminente del mondo LGBTQ (ha donato ben 500 milioni di dollari alla causa) e sponsor della vittoria Dem in Colorado.
Un altro grande benefattore del Poynter è la MacArthur Foundation, anch’essa palesemente pro-dem. Kathy Im, Direttrice Media in MacArthur con un portfolio di 25 milioni di dollari l’anno, è stata chiamata da Joe Biden a dirigere la Società per la Radiodiffusione Pubblica CPB. E una delle più attive negazioniste dell’esistenza del computer di Hunter Biden, la giornalista Nina Jankowicz, fu promossa da Biden a capo del lugubre «Ministero della Verità», dipendente dall’Homeland Security americana. Di Bill Gates e George Soros già sappiamo. Ancora stupiti della storia di Hunter Biden su Twitter?
Fronte europeo, le interferenze tra politica, affari & fact-checking sono altrettanto lampanti. Finanziato dall’Ue, EDMO è l’organismo incaricato dell’analisi sulla disinformazione in Europa «con indipendenza e imparzialità». Davvero? Eppure, a capo della Governance EDMO c’è quel Miguel Poiares Maduro che è stato deputato in Portogallo e ministro nel governo del socialdemocratico Pedro Coelho. Un chairman non proprio «libero e indipendente».
Nel Board EDMO c’è anche il britannico Richard Allan, ex lobbista Cisco, deputato laburista e già direttore della campagna elettorale dell’ex vicepremier Nick Clegg, a sua volta assunto in Facebook dal 2018. Testimoniando a un processo, Allan ha ammesso che «le fake news di una persona effettivamente possono essere il discorso politico di un’altra».
Ancora più marcata l’impronta politica della IDMO di Gianni Riotta, derivazione italiana di EDMO, che vigila sulla disinformazione nel nostro Paese. All’interno del progetto c’è il Gruppo Gedi, stakeholder non esattamente super partes. La Repubblica, maggiore quotidiano del gruppo, ad esempio, ha ospitato pubblicità a nove colonne di Pfizer: tutto legittimo, se non fosse che lo stesso giornale decide se ciò che scrivono le altre testate sui prodotti Pfizer sia «vero» o «falso».
Nel concreto, all’interno di queste strutture presuntivamente «indipendenti» passa tutta l’informazione su Covid, guerra, clima e gas. Open, ad esempio, fa parte della Coronavirus Alliance, gruppo di lavoro che nel corso della pandemia ha svolto più di 9.000 fact-checking. E’ grazie a questi «debunker» che alcune evidenze scientifiche dirimenti, ma non allineate alle politiche sanitarie dei governi, non hanno raggiunto il grande pubblico, e son state bollate come «false». Alcuni si sono ribellati: i professori Carl Heneghan e Tom Jefferson dell’Università di Oxford, censurati da Facebook per aver postato uno degli studi più autorevoli sulle mascherine, che ne dimostrava la scarsa efficacia in comunità, hanno portato la questione al Parlamento inglese. Martin Kulldorff, professore ad Harvard, è stato bannato da Twitter per aver scritto che i guariti non devono vaccinarsi. Ormai, si pretende che la parola dei fact-checkers valga di più di quella di scienziati internazionali…ma solo quando questi ultimi «disobbediscono».
La stessa dinamica si è innescata sulla guerra: una settimana dopo l’inizio delle ostilità, Ursula von der Leyen ha deciso che i cittadini Ue non erano in grado di discernere se l’informazione russa era falsa o no, e così, per tagliare la testa al toro, ha chiuso Sputnik e Russia Today. Ciò non ha impedito a gran parte della popolazione Ue di schierarsi, comunque, contro l’invio delle armi: inascoltata. Qualche segno di risveglio c’è: Facebook ha dichiarato che, dato che Trump si è ricandidato, non lo sottoporranno più a fact-check perché «non è nostro ruolo intervenire quando i politici parlano». Il punto di caduta, alla fine, sembra racchiuso in una massima di Confucio: niente è più visibile di ciò che è nascosto.
Mark «mani di forbice» si affida all’algoritmo
Non è facile districarsi nel labirinto delle regole di Facebook, e capire perché la piattaforma di Mark Zuckerberg censuri come «pornografiche» le foto del suggestivo quadro della Scuola di Fontainebleau Gabrielle d’Estrées e sua sorella, che raffigura una donna che tocca il seno di un’altra donna, o rimuova un post che riporta slide e dichiarazioni pubbliche di esponenti Fda perché «incitano alla violenza fisica». Spesso gli utilizzatori di Facebook (2,9 miliardi di utenti attivi) faticano a capire la ratio dei provvedimenti imposti da Zuckerberg, né è chiara la differenza tra la «moderazione dei contenuti» e il «fact checking», che sono due attività diverse, gestite da team diversi e con processi diversi.
Per semplificare, la moderazione dei contenuti è gestita da Facebook sulla base delle proprie linee guida, sottoscritte dall’utente al momento dell’iscrizione. Queste vietano l’incitamento all’odio o alla violenza fisica e la diffusione di contenuti violenti, razzisti e discriminatori. Le «fake news», per intenderci, non sono citate. Buona parte del lavoro di moderazione è fatta dall’algoritmo, perché l’intervento umano non è economicamente sostenibile. Per fare un esempio pratico, se un utente pubblica contenuti pedopornografici o violenti, il contenuto viene rimosso subito dall’algoritmo. Una commissione di sorveglianza esterna, l’Oversight board, valuta comunque i ricorsi contro le rimozioni dei post.
La valutazione sull’attendibilità delle notizie, invece, è esternalizzata all’Ifcn (International fact checking network), organismo che ha stipulato un contratto con Meta gestendo per conto di Zuckerberg il fact checking in tutto il mondo. Il progetto si chiama Third-party fact checking program (controllo delle notizie eseguito da terze parti). In Italia, Facebook ha affidato questo incarico a Open di Enrico Mentana e a Pagella politica.
Chi trova nel feed le notizie «false» e decide di confutarle e/o farle rimuovere? Il protagonista del flow è l’Ifcn che fa la review delle notizie e, attraverso i suoi fact checker, individua la presunta fake news, effettua il cosiddetto «debunking» (ovvero tenta di smontarne l’attendibilità) e la segnala a Facebook. Un altro flow sono le segnalazioni stesse degli altri utenti, che però possono criticare solo la violazione delle linee guida. Alla rimozione delle notizie contribuisce lo stesso algoritmo che, quando intercetta attraverso i tag (le parole chiave) un contenuto già «debunkato» più di una volta, lo classifica in automatico.
Il fact checking di Facebook viene effettuato «in feed», ossia avviene dentro la piattaforma. Se un fact checker rileva una notizia falsa o fuorviante, non può tecnicamente rimuoverla. Il suo lavoro è di segnalarla a Facebook, che inserisce nel post un disclaimer in cui scrive che la notizia è stata esaminata e risulta, appunto, alterata, parzialmente falsa o falsa. A seconda della gravità della violazione, Facebook inserisce il disclaimer mantenendo visibile il post, o limita alcune funzioni all’account, oppure può «punirlo» riducendo la visibilità delle sue notizie nella timeline (e ciò danneggia gli «advertiser» che fanno pubblicità su Facebook).
La rimozione del post è effettuata da Facebook soltanto se, contestualmente, il post vìola anche i famosi Standard della community, che ufficialmente «prescindono dal programma di fact checking». È davvero così? Negli ultimi anni, sono stati rimossi contenuti postati da politici, scienziati e giornalisti per presunte violazioni delle linee guida poco credibili: è davvero difficile immaginare che un resoconto su una riunione Fda «inciti alla violenza fisica». Questo tipo di rimozioni andrebbero contestate, perché a volte Facebook ritorna sui suoi passi.
Il principio che guida Facebook nella decisione di rimuovere o no un contenuto «falso» è ufficialmente legato alla monetizzazione dei contenuti: il business di Facebook è la pubblicità, e le notizie false sul feed allontanano gli advertiser. È con questa scusa che diversi investitori (come ad esempio Pfizer) hanno deciso di sospendere la pubblicità su Twitter dopo che Elon Musk ha annunciato di non voler più censurare le presunte «fake news» sul Covid, e ha fatto rientrare nella piattaforma l’ex presidente Usa Donald Trump.
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La lotta alle (presunte) fake news è un’industria legata a gruppi di potere che orientano il pubblico: magnati Usa e Unione Europea. Ecco tutti i nomi e le cifre.I conflitti d’interessi nascosti di chi deve verificare le notizie. Le maggiori lobby sono quelle Lgbt, Facebook e Big Pharma.Nella piattaforma di Mark Zuckerberg una commissione interviene solo per vagliare i ricorsi.Lo speciale contiene tre articoli.«Al servizio della democrazia»: è commovente la presentazione del Poynter Institute for Media Studies, scuola di giornalismo non profit americana per «la difesa del giornalismo etico e indipendente», nata nel 1975, che nel 2015 ha lanciato l’International Fact-Checking Network. L’Ifcn sta al fact-checking americano come l’Edmo (European Digital Media Observatory) cerca di stare a quello europeo. Queste due strutture sono dichiaratamente «senza scopo di lucro», ma il contrasto alle cosiddette «fake-news», a livello operativo, non vive di aria. Al contrario, quella del fact-checking è un’industria che nella maggior parte dei casi risponde economicamente a gruppi di potere i quali, attraverso la promozione di alcune notizie e la censura su altre, orientano l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi. Non è una novità: l’attività di lobbying è sempre esistita. Sono cambiate però le modalità, perché oggi il target non è più soltanto l’imprenditoria e la politica, ma direttamente l’opinione pubblica. Il successo della figura degli «influencer» nei settori della moda e del lifestyle ha contaminato anche il giornalismo, agevolando la nascita di legioni di «influencer dell’informazione», chiareferragni delle news che, sulla gestione delle notizie, hanno messo in piedi un business estremamente redditizio. Per quanto riguarda il fact-checking di matrice americana, lo schema che lo governa ricalca quello dei fondi contro i cambiamenti climatici: una «casa madre» negli States, che raccoglie donazioni (esentasse) dai filantropi (indovinate quali) e, come in un sistema di matrioske, riunisce tante strutture medio-piccole collegate all’interno di un network mondiale: in Italia, ad esempio, c’è Open di Enrico Mentana. Il flusso di denaro gestito dal fact-checking europeo, invece, viene dalla Commissione Ue.Il cliente più importante dell’Ifcn è Meta, cioè Facebook (e Instagram). Tra i vari finanziatori del Poynter nel corso degli ultimi anni troviamo Google, Bill Gates e la Open Society Foundations di George Soros, ma anche il filantropo Craig Newmark, imprenditore «nerd» con un patrimonio di circa 3 miliardi di dollari, la Fondazione Gannett, holding di mass media, la Gill Foundation, impegnata nella difesa dei diritti Lgbtq e la MacArthur Foundation, dodicesima fondazione privata degli Usa. I soldi che provengono da questi munifici donatori sono tutti esentasse perché, come la Bill & Melissa Gates Foundation, anche la galassia Poynter, che comprende Ifcn, PolitiFact e MediaWise, gode delle esenzioni dalle Imposte federali sul reddito concesse alle organizzazioni definite «501(c)». Secondo l’ultimo «State of the fact-checkers», la maggioranza delle organizzazioni di fact-checking «verificate» aderenti all’Ifcn è però a scopo di lucro. Tra i membri Ifcn c’è Open (G.o.l. Srl), impresa sociale fondata da Enrico Mentana. Open non ha finalità di guadagno e dichiara di ricevere «un contributo» da parte di Facebook, del quale non è specificata l’entità, all’interno del Third-Party Fact-checking Program di Meta. Nessun dettaglio sulle altre fonti di finanziamento che rappresentano il 5% o più delle entrate totali, requisito di idoneità richiesto nel famoso Code of Principles dell’Ifcn, alla voce «Trasparenza». Il sistema europeo è strutturato in maniera simile per quanto riguarda l’organizzazione piramidale, ma diverso rispetto alla fonte delle sovvenzioni. L’Unione europea ha istituito uno strumento di finanziamento che si chiama CEF, Connecting Europe Facility. Il fondo Cef sostiene lo sviluppo delle reti digitali, e ha una dotazione di 33,7 miliardi di euro. Sono tutti fondi provenienti dalle cosiddette «risorse proprie» Ue, dunque denaro dei contribuenti europei. Nel settore dei servizi digitali, il 1 ottobre 2019 la Commissione Ue ha lanciato una gara d’appalto per istituire Edmo (European Digital Media Observatory), incaricato di monitorare le fonti di disinformazione. Il primo stanziamento è stato di 2,5 milioni di euro: se l’è aggiudicato, nel maggio 2020, un consorzio guidato dall’Istituto universitario europeo di Firenze, che comprende anche l’organizzazione di fact-checking italiana Pagella Politica che, insieme con Facta news, fa parte della società The Fact-Checking Factory (Tfcf) che annovera Meta (Facebook) e TikTok tra i suoi principali finanziatori. Pagella Politica è anche membro Ifcn. Il 30 giugno 2020 la Commissione europea ha pubblicato un secondo bando stanziando 11 milioni di euro (provenienti sempre dal programma europeo Cef Digital) destinati a creare in tutta Europa diversi «centri di ricerca» sui media digitali nazionali e multinazionali: in Italia l’hub è Idmo (Italian Digital Media Observatory), coordinato da Gianni Riotta e da Livia De Giovanni. Luiss funge da coordinatore del progetto, il cui partenariato è costituito da 8 enti a livello internazionale tra i quali la Rai, l’Università di Tor Vergata, il Gruppo Gedi (La Repubblica), Pagella Politica e Tim come partner tecnico. Altri 900.000 euro di fondi europei sono stati stanziati per elaborare il Codice di condotta rafforzato contro la disinformazione nell’Ue, presentato ad agosto 2022; ulteriori fondi sui servizi digitali Ue sono disponibili anche alla voce trasporti del Cef (dotata di un budget di circa 25 miliardi di euro). E’ importante sottolineare che, nonostante sia stata istituita dall’Unione europea, Edmo dichiara di avere una governance del tutto indipendente dalle autorità pubbliche. Ciò conduce a diverse riflessioni su questa sorta di rapporto di «subappalto»: di fatto, il controllo sulle fake news in Europa è finanziato con fondi pubblici ma è affidato ad agenzie ed enti privati, che autocertificano l’assenza di conflitti d’interesse. Non solo: il Codice di condotta, che ha coinvolto 34 firmatari (tra cui Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft), prevede la «demonetizzazione», ossia la riduzione degli incentivi finanziari per chi, in Europa, diffonde presunta «disinformazione», così che i responsabili non possano beneficiare di introiti pubblicitari. Sono dunque soggetti privati a stabilire se altri privati possano accedere alla pubblicità, fonte primaria di sostentamento per le testate giornalistiche realmente indipendenti: quantomeno curioso. Ha fatto altrettanto scalpore l’appello del colosso non profit Media Matters, attivo sostenitore di Hillary Clinton, che ha scritto una lettera ai più importanti brand americani (Coca Cola, Disney, Apple, Kraft, ecc) diffidandoli dal rinnovare i contratti pubblicitari a Twitter se l’azienda allenterà il fact-check. Elon Musk ha risposto chiedendo di indagare su chi finanzia queste associazioni «non lucrative»: già.Ad affiancare Ifcn ed Edmo nella «lotta alla disinformazione», c’è inoltre la Google News Initiative, organizzazione europea creata per «sostenere il giornalismo di alta qualità». Google ha sovvenzionato oltre 6.250 testate in 118 paesi mettendo a disposizione 189 milioni di dollari. E lo stesso Fondo Straordinario per l’Editoria italiana destinerà parte dei 140 milioni previsti per il 2023 alla lotta alle fake-news.Ricapitolando, il business del fact-checking è florido, ma il valore totale degli accordi stipulati tra donatori, «casa madre» e fact-checkers è difficilmente reperibile, così come è impossibile trovare nei siti dei controllori i bilanci, gli stipendi e la rendicontazione in dettaglio di come questi flussi di denaro siano ripartiti e spesi dai singoli aderenti. 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Il Codice è rivolto alle società aderenti al network Edmo (European Digital Media Observatory) e dovrebbe essere la bibbia dei fact-checkers. Ma i «Twitter Files» di Elon Musk sulla storia di Hunter Biden, sulle pressioni dei Democratici per insabbiarla e su Facts First USA confermano ciò che sappiamo da tempo: fact-checking e indipendenza politica viaggiano su binari diversi. Il sistema di controllo delle notizie stabilito dall’Ifcn, sancta sanctorum del fact-checking globale, cui aderisce Open di Enrico Mentana, è strutturato sul «Code of Principles» che richiede anche di «non pubblicizzare le proprie opinioni su questioni politiche» (in Italia, ampiamente inascoltato) e «utilizzare le migliori fonti disponibili». Questi criteri, ritenuti ancor più importanti della trasparenza sui finanziamenti, spesso non sono soddisfatti. Se nella lista dei filantropi Usa che sovvenzionano Poynter Institute e IFCN figurano soprattutto gli amici del Partito Democratico, qualche domanda è giusto porsela. Ad esempio, il miliardario Craig Newmark, una delle 100 persone più influenti al mondo, è dichiaratamente un Obama-man: ha sostenuto le campagne elettorali di Barack Obama, per poi appoggiare quella di Joe Biden. Anche la filantropica Gill Foundation, che ha foraggiato le casse del Poynter, è apertamente schierata con Biden. Il Presidente ha ricambiato, nominando ambasciatore in Svizzera uno dei quattro membri del board, Scott Miller. Miller a sua volta è il compagno di un altro membro del board, Tim Gill, figura preminente del mondo LGBTQ (ha donato ben 500 milioni di dollari alla causa) e sponsor della vittoria Dem in Colorado. Un altro grande benefattore del Poynter è la MacArthur Foundation, anch’essa palesemente pro-dem. Kathy Im, Direttrice Media in MacArthur con un portfolio di 25 milioni di dollari l’anno, è stata chiamata da Joe Biden a dirigere la Società per la Radiodiffusione Pubblica CPB. E una delle più attive negazioniste dell’esistenza del computer di Hunter Biden, la giornalista Nina Jankowicz, fu promossa da Biden a capo del lugubre «Ministero della Verità», dipendente dall’Homeland Security americana. Di Bill Gates e George Soros già sappiamo. Ancora stupiti della storia di Hunter Biden su Twitter? Fronte europeo, le interferenze tra politica, affari & fact-checking sono altrettanto lampanti. Finanziato dall’Ue, EDMO è l’organismo incaricato dell’analisi sulla disinformazione in Europa «con indipendenza e imparzialità». Davvero? Eppure, a capo della Governance EDMO c’è quel Miguel Poiares Maduro che è stato deputato in Portogallo e ministro nel governo del socialdemocratico Pedro Coelho. Un chairman non proprio «libero e indipendente». Nel Board EDMO c’è anche il britannico Richard Allan, ex lobbista Cisco, deputato laburista e già direttore della campagna elettorale dell’ex vicepremier Nick Clegg, a sua volta assunto in Facebook dal 2018. Testimoniando a un processo, Allan ha ammesso che «le fake news di una persona effettivamente possono essere il discorso politico di un’altra». Ancora più marcata l’impronta politica della IDMO di Gianni Riotta, derivazione italiana di EDMO, che vigila sulla disinformazione nel nostro Paese. All’interno del progetto c’è il Gruppo Gedi, stakeholder non esattamente super partes. La Repubblica, maggiore quotidiano del gruppo, ad esempio, ha ospitato pubblicità a nove colonne di Pfizer: tutto legittimo, se non fosse che lo stesso giornale decide se ciò che scrivono le altre testate sui prodotti Pfizer sia «vero» o «falso». Nel concreto, all’interno di queste strutture presuntivamente «indipendenti» passa tutta l’informazione su Covid, guerra, clima e gas. Open, ad esempio, fa parte della Coronavirus Alliance, gruppo di lavoro che nel corso della pandemia ha svolto più di 9.000 fact-checking. E’ grazie a questi «debunker» che alcune evidenze scientifiche dirimenti, ma non allineate alle politiche sanitarie dei governi, non hanno raggiunto il grande pubblico, e son state bollate come «false». Alcuni si sono ribellati: i professori Carl Heneghan e Tom Jefferson dell’Università di Oxford, censurati da Facebook per aver postato uno degli studi più autorevoli sulle mascherine, che ne dimostrava la scarsa efficacia in comunità, hanno portato la questione al Parlamento inglese. Martin Kulldorff, professore ad Harvard, è stato bannato da Twitter per aver scritto che i guariti non devono vaccinarsi. Ormai, si pretende che la parola dei fact-checkers valga di più di quella di scienziati internazionali…ma solo quando questi ultimi «disobbediscono». La stessa dinamica si è innescata sulla guerra: una settimana dopo l’inizio delle ostilità, Ursula von der Leyen ha deciso che i cittadini Ue non erano in grado di discernere se l’informazione russa era falsa o no, e così, per tagliare la testa al toro, ha chiuso Sputnik e Russia Today. Ciò non ha impedito a gran parte della popolazione Ue di schierarsi, comunque, contro l’invio delle armi: inascoltata. Qualche segno di risveglio c’è: Facebook ha dichiarato che, dato che Trump si è ricandidato, non lo sottoporranno più a fact-check perché «non è nostro ruolo intervenire quando i politici parlano». Il punto di caduta, alla fine, sembra racchiuso in una massima di Confucio: niente è più visibile di ciò che è nascosto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-finanzia-rete-censori-rete-2658828636.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mark-mani-di-forbice-si-affida-allalgoritmo" data-post-id="2658828636" data-published-at="1670174594" data-use-pagination="False"> Mark «mani di forbice» si affida all’algoritmo Non è facile districarsi nel labirinto delle regole di Facebook, e capire perché la piattaforma di Mark Zuckerberg censuri come «pornografiche» le foto del suggestivo quadro della Scuola di Fontainebleau Gabrielle d’Estrées e sua sorella, che raffigura una donna che tocca il seno di un’altra donna, o rimuova un post che riporta slide e dichiarazioni pubbliche di esponenti Fda perché «incitano alla violenza fisica». Spesso gli utilizzatori di Facebook (2,9 miliardi di utenti attivi) faticano a capire la ratio dei provvedimenti imposti da Zuckerberg, né è chiara la differenza tra la «moderazione dei contenuti» e il «fact checking», che sono due attività diverse, gestite da team diversi e con processi diversi. Per semplificare, la moderazione dei contenuti è gestita da Facebook sulla base delle proprie linee guida, sottoscritte dall’utente al momento dell’iscrizione. Queste vietano l’incitamento all’odio o alla violenza fisica e la diffusione di contenuti violenti, razzisti e discriminatori. Le «fake news», per intenderci, non sono citate. Buona parte del lavoro di moderazione è fatta dall’algoritmo, perché l’intervento umano non è economicamente sostenibile. Per fare un esempio pratico, se un utente pubblica contenuti pedopornografici o violenti, il contenuto viene rimosso subito dall’algoritmo. Una commissione di sorveglianza esterna, l’Oversight board, valuta comunque i ricorsi contro le rimozioni dei post. La valutazione sull’attendibilità delle notizie, invece, è esternalizzata all’Ifcn (International fact checking network), organismo che ha stipulato un contratto con Meta gestendo per conto di Zuckerberg il fact checking in tutto il mondo. Il progetto si chiama Third-party fact checking program (controllo delle notizie eseguito da terze parti). In Italia, Facebook ha affidato questo incarico a Open di Enrico Mentana e a Pagella politica. Chi trova nel feed le notizie «false» e decide di confutarle e/o farle rimuovere? Il protagonista del flow è l’Ifcn che fa la review delle notizie e, attraverso i suoi fact checker, individua la presunta fake news, effettua il cosiddetto «debunking» (ovvero tenta di smontarne l’attendibilità) e la segnala a Facebook. Un altro flow sono le segnalazioni stesse degli altri utenti, che però possono criticare solo la violazione delle linee guida. Alla rimozione delle notizie contribuisce lo stesso algoritmo che, quando intercetta attraverso i tag (le parole chiave) un contenuto già «debunkato» più di una volta, lo classifica in automatico. Il fact checking di Facebook viene effettuato «in feed», ossia avviene dentro la piattaforma. Se un fact checker rileva una notizia falsa o fuorviante, non può tecnicamente rimuoverla. Il suo lavoro è di segnalarla a Facebook, che inserisce nel post un disclaimer in cui scrive che la notizia è stata esaminata e risulta, appunto, alterata, parzialmente falsa o falsa. A seconda della gravità della violazione, Facebook inserisce il disclaimer mantenendo visibile il post, o limita alcune funzioni all’account, oppure può «punirlo» riducendo la visibilità delle sue notizie nella timeline (e ciò danneggia gli «advertiser» che fanno pubblicità su Facebook). La rimozione del post è effettuata da Facebook soltanto se, contestualmente, il post vìola anche i famosi Standard della community, che ufficialmente «prescindono dal programma di fact checking». È davvero così? Negli ultimi anni, sono stati rimossi contenuti postati da politici, scienziati e giornalisti per presunte violazioni delle linee guida poco credibili: è davvero difficile immaginare che un resoconto su una riunione Fda «inciti alla violenza fisica». Questo tipo di rimozioni andrebbero contestate, perché a volte Facebook ritorna sui suoi passi. Il principio che guida Facebook nella decisione di rimuovere o no un contenuto «falso» è ufficialmente legato alla monetizzazione dei contenuti: il business di Facebook è la pubblicità, e le notizie false sul feed allontanano gli advertiser. È con questa scusa che diversi investitori (come ad esempio Pfizer) hanno deciso di sospendere la pubblicità su Twitter dopo che Elon Musk ha annunciato di non voler più censurare le presunte «fake news» sul Covid, e ha fatto rientrare nella piattaforma l’ex presidente Usa Donald Trump.
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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