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2022-12-05
Chi finanzia la rete dei censori della Rete
iStock
«Al servizio della democrazia»: è commovente la presentazione del Poynter Institute for Media Studies, scuola di giornalismo non profit americana per «la difesa del giornalismo etico e indipendente», nata nel 1975, che nel 2015 ha lanciato l’International Fact-Checking Network. L’Ifcn sta al fact-checking americano come l’Edmo (European Digital Media Observatory) cerca di stare a quello europeo. Queste due strutture sono dichiaratamente «senza scopo di lucro», ma il contrasto alle cosiddette «fake-news», a livello operativo, non vive di aria. Al contrario, quella del fact-checking è un’industria che nella maggior parte dei casi risponde economicamente a gruppi di potere i quali, attraverso la promozione di alcune notizie e la censura su altre, orientano l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi. Non è una novità: l’attività di lobbying è sempre esistita. Sono cambiate però le modalità, perché oggi il target non è più soltanto l’imprenditoria e la politica, ma direttamente l’opinione pubblica. Il successo della figura degli «influencer» nei settori della moda e del lifestyle ha contaminato anche il giornalismo, agevolando la nascita di legioni di «influencer dell’informazione», chiareferragni delle news che, sulla gestione delle notizie, hanno messo in piedi un business estremamente redditizio.
Per quanto riguarda il fact-checking di matrice americana, lo schema che lo governa ricalca quello dei fondi contro i cambiamenti climatici: una «casa madre» negli States, che raccoglie donazioni (esentasse) dai filantropi (indovinate quali) e, come in un sistema di matrioske, riunisce tante strutture medio-piccole collegate all’interno di un network mondiale: in Italia, ad esempio, c’è Open di Enrico Mentana. Il flusso di denaro gestito dal fact-checking europeo, invece, viene dalla Commissione Ue.
Il cliente più importante dell’Ifcn è Meta, cioè Facebook (e Instagram). Tra i vari finanziatori del Poynter nel corso degli ultimi anni troviamo Google, Bill Gates e la Open Society Foundations di George Soros, ma anche il filantropo Craig Newmark, imprenditore «nerd» con un patrimonio di circa 3 miliardi di dollari, la Fondazione Gannett, holding di mass media, la Gill Foundation, impegnata nella difesa dei diritti Lgbtq e la MacArthur Foundation, dodicesima fondazione privata degli Usa. I soldi che provengono da questi munifici donatori sono tutti esentasse perché, come la Bill & Melissa Gates Foundation, anche la galassia Poynter, che comprende Ifcn, PolitiFact e MediaWise, gode delle esenzioni dalle Imposte federali sul reddito concesse alle organizzazioni definite «501(c)». Secondo l’ultimo «State of the fact-checkers», la maggioranza delle organizzazioni di fact-checking «verificate» aderenti all’Ifcn è però a scopo di lucro.
Tra i membri Ifcn c’è Open (G.o.l. Srl), impresa sociale fondata da Enrico Mentana. Open non ha finalità di guadagno e dichiara di ricevere «un contributo» da parte di Facebook, del quale non è specificata l’entità, all’interno del Third-Party Fact-checking Program di Meta. Nessun dettaglio sulle altre fonti di finanziamento che rappresentano il 5% o più delle entrate totali, requisito di idoneità richiesto nel famoso Code of Principles dell’Ifcn, alla voce «Trasparenza».
Il sistema europeo è strutturato in maniera simile per quanto riguarda l’organizzazione piramidale, ma diverso rispetto alla fonte delle sovvenzioni. L’Unione europea ha istituito uno strumento di finanziamento che si chiama CEF, Connecting Europe Facility. Il fondo Cef sostiene lo sviluppo delle reti digitali, e ha una dotazione di 33,7 miliardi di euro. Sono tutti fondi provenienti dalle cosiddette «risorse proprie» Ue, dunque denaro dei contribuenti europei. Nel settore dei servizi digitali, il 1 ottobre 2019 la Commissione Ue ha lanciato una gara d’appalto per istituire Edmo (European Digital Media Observatory), incaricato di monitorare le fonti di disinformazione. Il primo stanziamento è stato di 2,5 milioni di euro: se l’è aggiudicato, nel maggio 2020, un consorzio guidato dall’Istituto universitario europeo di Firenze, che comprende anche l’organizzazione di fact-checking italiana Pagella Politica che, insieme con Facta news, fa parte della società The Fact-Checking Factory (Tfcf) che annovera Meta (Facebook) e TikTok tra i suoi principali finanziatori. Pagella Politica è anche membro Ifcn.
Il 30 giugno 2020 la Commissione europea ha pubblicato un secondo bando stanziando 11 milioni di euro (provenienti sempre dal programma europeo Cef Digital) destinati a creare in tutta Europa diversi «centri di ricerca» sui media digitali nazionali e multinazionali: in Italia l’hub è Idmo (Italian Digital Media Observatory), coordinato da Gianni Riotta e da Livia De Giovanni. Luiss funge da coordinatore del progetto, il cui partenariato è costituito da 8 enti a livello internazionale tra i quali la Rai, l’Università di Tor Vergata, il Gruppo Gedi (La Repubblica), Pagella Politica e Tim come partner tecnico.
Altri 900.000 euro di fondi europei sono stati stanziati per elaborare il Codice di condotta rafforzato contro la disinformazione nell’Ue, presentato ad agosto 2022; ulteriori fondi sui servizi digitali Ue sono disponibili anche alla voce trasporti del Cef (dotata di un budget di circa 25 miliardi di euro).
E’ importante sottolineare che, nonostante sia stata istituita dall’Unione europea, Edmo dichiara di avere una governance del tutto indipendente dalle autorità pubbliche. Ciò conduce a diverse riflessioni su questa sorta di rapporto di «subappalto»: di fatto, il controllo sulle fake news in Europa è finanziato con fondi pubblici ma è affidato ad agenzie ed enti privati, che autocertificano l’assenza di conflitti d’interesse. Non solo: il Codice di condotta, che ha coinvolto 34 firmatari (tra cui Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft), prevede la «demonetizzazione», ossia la riduzione degli incentivi finanziari per chi, in Europa, diffonde presunta «disinformazione», così che i responsabili non possano beneficiare di introiti pubblicitari. Sono dunque soggetti privati a stabilire se altri privati possano accedere alla pubblicità, fonte primaria di sostentamento per le testate giornalistiche realmente indipendenti: quantomeno curioso. Ha fatto altrettanto scalpore l’appello del colosso non profit Media Matters, attivo sostenitore di Hillary Clinton, che ha scritto una lettera ai più importanti brand americani (Coca Cola, Disney, Apple, Kraft, ecc) diffidandoli dal rinnovare i contratti pubblicitari a Twitter se l’azienda allenterà il fact-check. Elon Musk ha risposto chiedendo di indagare su chi finanzia queste associazioni «non lucrative»: già.
Ad affiancare Ifcn ed Edmo nella «lotta alla disinformazione», c’è inoltre la Google News Initiative, organizzazione europea creata per «sostenere il giornalismo di alta qualità». Google ha sovvenzionato oltre 6.250 testate in 118 paesi mettendo a disposizione 189 milioni di dollari. E lo stesso Fondo Straordinario per l’Editoria italiana destinerà parte dei 140 milioni previsti per il 2023 alla lotta alle fake-news.
Ricapitolando, il business del fact-checking è florido, ma il valore totale degli accordi stipulati tra donatori, «casa madre» e fact-checkers è difficilmente reperibile, così come è impossibile trovare nei siti dei controllori i bilanci, gli stipendi e la rendicontazione in dettaglio di come questi flussi di denaro siano ripartiti e spesi dai singoli aderenti. Con buona pace della «trasparenza» cui dicono di ispirarsi.
Fanno le pulci a chi scrive di vaccini e poi prendono soldi da pubblicità Pfizer
Chi controlla il controllore? Chi certifica che il fact-checking operi realmente «sulla base di rigorosi standard etici» e sia davvero «editorialmente libero e politicamente indipendente»? Chi verifica che le persone che ci lavorano «non ricoprano posizioni di rilievo in partiti politici»? Questi sono i requisiti richiesti dallo «European Code of Standards for Independent Fact-Checking», presentato quest’anno dalla Commissione europea. Il Codice è rivolto alle società aderenti al network Edmo (European Digital Media Observatory) e dovrebbe essere la bibbia dei fact-checkers. Ma i «Twitter Files» di Elon Musk sulla storia di Hunter Biden, sulle pressioni dei Democratici per insabbiarla e su Facts First USA confermano ciò che sappiamo da tempo: fact-checking e indipendenza politica viaggiano su binari diversi.
Il sistema di controllo delle notizie stabilito dall’Ifcn, sancta sanctorum del fact-checking globale, cui aderisce Open di Enrico Mentana, è strutturato sul «Code of Principles» che richiede anche di «non pubblicizzare le proprie opinioni su questioni politiche» (in Italia, ampiamente inascoltato) e «utilizzare le migliori fonti disponibili». Questi criteri, ritenuti ancor più importanti della trasparenza sui finanziamenti, spesso non sono soddisfatti. Se nella lista dei filantropi Usa che sovvenzionano Poynter Institute e IFCN figurano soprattutto gli amici del Partito Democratico, qualche domanda è giusto porsela.
Ad esempio, il miliardario Craig Newmark, una delle 100 persone più influenti al mondo, è dichiaratamente un Obama-man: ha sostenuto le campagne elettorali di Barack Obama, per poi appoggiare quella di Joe Biden. Anche la filantropica Gill Foundation, che ha foraggiato le casse del Poynter, è apertamente schierata con Biden. Il Presidente ha ricambiato, nominando ambasciatore in Svizzera uno dei quattro membri del board, Scott Miller. Miller a sua volta è il compagno di un altro membro del board, Tim Gill, figura preminente del mondo LGBTQ (ha donato ben 500 milioni di dollari alla causa) e sponsor della vittoria Dem in Colorado.
Un altro grande benefattore del Poynter è la MacArthur Foundation, anch’essa palesemente pro-dem. Kathy Im, Direttrice Media in MacArthur con un portfolio di 25 milioni di dollari l’anno, è stata chiamata da Joe Biden a dirigere la Società per la Radiodiffusione Pubblica CPB. E una delle più attive negazioniste dell’esistenza del computer di Hunter Biden, la giornalista Nina Jankowicz, fu promossa da Biden a capo del lugubre «Ministero della Verità», dipendente dall’Homeland Security americana. Di Bill Gates e George Soros già sappiamo. Ancora stupiti della storia di Hunter Biden su Twitter?
Fronte europeo, le interferenze tra politica, affari & fact-checking sono altrettanto lampanti. Finanziato dall’Ue, EDMO è l’organismo incaricato dell’analisi sulla disinformazione in Europa «con indipendenza e imparzialità». Davvero? Eppure, a capo della Governance EDMO c’è quel Miguel Poiares Maduro che è stato deputato in Portogallo e ministro nel governo del socialdemocratico Pedro Coelho. Un chairman non proprio «libero e indipendente».
Nel Board EDMO c’è anche il britannico Richard Allan, ex lobbista Cisco, deputato laburista e già direttore della campagna elettorale dell’ex vicepremier Nick Clegg, a sua volta assunto in Facebook dal 2018. Testimoniando a un processo, Allan ha ammesso che «le fake news di una persona effettivamente possono essere il discorso politico di un’altra».
Ancora più marcata l’impronta politica della IDMO di Gianni Riotta, derivazione italiana di EDMO, che vigila sulla disinformazione nel nostro Paese. All’interno del progetto c’è il Gruppo Gedi, stakeholder non esattamente super partes. La Repubblica, maggiore quotidiano del gruppo, ad esempio, ha ospitato pubblicità a nove colonne di Pfizer: tutto legittimo, se non fosse che lo stesso giornale decide se ciò che scrivono le altre testate sui prodotti Pfizer sia «vero» o «falso».
Nel concreto, all’interno di queste strutture presuntivamente «indipendenti» passa tutta l’informazione su Covid, guerra, clima e gas. Open, ad esempio, fa parte della Coronavirus Alliance, gruppo di lavoro che nel corso della pandemia ha svolto più di 9.000 fact-checking. E’ grazie a questi «debunker» che alcune evidenze scientifiche dirimenti, ma non allineate alle politiche sanitarie dei governi, non hanno raggiunto il grande pubblico, e son state bollate come «false». Alcuni si sono ribellati: i professori Carl Heneghan e Tom Jefferson dell’Università di Oxford, censurati da Facebook per aver postato uno degli studi più autorevoli sulle mascherine, che ne dimostrava la scarsa efficacia in comunità, hanno portato la questione al Parlamento inglese. Martin Kulldorff, professore ad Harvard, è stato bannato da Twitter per aver scritto che i guariti non devono vaccinarsi. Ormai, si pretende che la parola dei fact-checkers valga di più di quella di scienziati internazionali…ma solo quando questi ultimi «disobbediscono».
La stessa dinamica si è innescata sulla guerra: una settimana dopo l’inizio delle ostilità, Ursula von der Leyen ha deciso che i cittadini Ue non erano in grado di discernere se l’informazione russa era falsa o no, e così, per tagliare la testa al toro, ha chiuso Sputnik e Russia Today. Ciò non ha impedito a gran parte della popolazione Ue di schierarsi, comunque, contro l’invio delle armi: inascoltata. Qualche segno di risveglio c’è: Facebook ha dichiarato che, dato che Trump si è ricandidato, non lo sottoporranno più a fact-check perché «non è nostro ruolo intervenire quando i politici parlano». Il punto di caduta, alla fine, sembra racchiuso in una massima di Confucio: niente è più visibile di ciò che è nascosto.
Mark «mani di forbice» si affida all’algoritmo
Non è facile districarsi nel labirinto delle regole di Facebook, e capire perché la piattaforma di Mark Zuckerberg censuri come «pornografiche» le foto del suggestivo quadro della Scuola di Fontainebleau Gabrielle d’Estrées e sua sorella, che raffigura una donna che tocca il seno di un’altra donna, o rimuova un post che riporta slide e dichiarazioni pubbliche di esponenti Fda perché «incitano alla violenza fisica». Spesso gli utilizzatori di Facebook (2,9 miliardi di utenti attivi) faticano a capire la ratio dei provvedimenti imposti da Zuckerberg, né è chiara la differenza tra la «moderazione dei contenuti» e il «fact checking», che sono due attività diverse, gestite da team diversi e con processi diversi.
Per semplificare, la moderazione dei contenuti è gestita da Facebook sulla base delle proprie linee guida, sottoscritte dall’utente al momento dell’iscrizione. Queste vietano l’incitamento all’odio o alla violenza fisica e la diffusione di contenuti violenti, razzisti e discriminatori. Le «fake news», per intenderci, non sono citate. Buona parte del lavoro di moderazione è fatta dall’algoritmo, perché l’intervento umano non è economicamente sostenibile. Per fare un esempio pratico, se un utente pubblica contenuti pedopornografici o violenti, il contenuto viene rimosso subito dall’algoritmo. Una commissione di sorveglianza esterna, l’Oversight board, valuta comunque i ricorsi contro le rimozioni dei post.
La valutazione sull’attendibilità delle notizie, invece, è esternalizzata all’Ifcn (International fact checking network), organismo che ha stipulato un contratto con Meta gestendo per conto di Zuckerberg il fact checking in tutto il mondo. Il progetto si chiama Third-party fact checking program (controllo delle notizie eseguito da terze parti). In Italia, Facebook ha affidato questo incarico a Open di Enrico Mentana e a Pagella politica.
Chi trova nel feed le notizie «false» e decide di confutarle e/o farle rimuovere? Il protagonista del flow è l’Ifcn che fa la review delle notizie e, attraverso i suoi fact checker, individua la presunta fake news, effettua il cosiddetto «debunking» (ovvero tenta di smontarne l’attendibilità) e la segnala a Facebook. Un altro flow sono le segnalazioni stesse degli altri utenti, che però possono criticare solo la violazione delle linee guida. Alla rimozione delle notizie contribuisce lo stesso algoritmo che, quando intercetta attraverso i tag (le parole chiave) un contenuto già «debunkato» più di una volta, lo classifica in automatico.
Il fact checking di Facebook viene effettuato «in feed», ossia avviene dentro la piattaforma. Se un fact checker rileva una notizia falsa o fuorviante, non può tecnicamente rimuoverla. Il suo lavoro è di segnalarla a Facebook, che inserisce nel post un disclaimer in cui scrive che la notizia è stata esaminata e risulta, appunto, alterata, parzialmente falsa o falsa. A seconda della gravità della violazione, Facebook inserisce il disclaimer mantenendo visibile il post, o limita alcune funzioni all’account, oppure può «punirlo» riducendo la visibilità delle sue notizie nella timeline (e ciò danneggia gli «advertiser» che fanno pubblicità su Facebook).
La rimozione del post è effettuata da Facebook soltanto se, contestualmente, il post vìola anche i famosi Standard della community, che ufficialmente «prescindono dal programma di fact checking». È davvero così? Negli ultimi anni, sono stati rimossi contenuti postati da politici, scienziati e giornalisti per presunte violazioni delle linee guida poco credibili: è davvero difficile immaginare che un resoconto su una riunione Fda «inciti alla violenza fisica». Questo tipo di rimozioni andrebbero contestate, perché a volte Facebook ritorna sui suoi passi.
Il principio che guida Facebook nella decisione di rimuovere o no un contenuto «falso» è ufficialmente legato alla monetizzazione dei contenuti: il business di Facebook è la pubblicità, e le notizie false sul feed allontanano gli advertiser. È con questa scusa che diversi investitori (come ad esempio Pfizer) hanno deciso di sospendere la pubblicità su Twitter dopo che Elon Musk ha annunciato di non voler più censurare le presunte «fake news» sul Covid, e ha fatto rientrare nella piattaforma l’ex presidente Usa Donald Trump.
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La lotta alle (presunte) fake news è un’industria legata a gruppi di potere che orientano il pubblico: magnati Usa e Unione Europea. Ecco tutti i nomi e le cifre.I conflitti d’interessi nascosti di chi deve verificare le notizie. Le maggiori lobby sono quelle Lgbt, Facebook e Big Pharma.Nella piattaforma di Mark Zuckerberg una commissione interviene solo per vagliare i ricorsi.Lo speciale contiene tre articoli.«Al servizio della democrazia»: è commovente la presentazione del Poynter Institute for Media Studies, scuola di giornalismo non profit americana per «la difesa del giornalismo etico e indipendente», nata nel 1975, che nel 2015 ha lanciato l’International Fact-Checking Network. L’Ifcn sta al fact-checking americano come l’Edmo (European Digital Media Observatory) cerca di stare a quello europeo. Queste due strutture sono dichiaratamente «senza scopo di lucro», ma il contrasto alle cosiddette «fake-news», a livello operativo, non vive di aria. Al contrario, quella del fact-checking è un’industria che nella maggior parte dei casi risponde economicamente a gruppi di potere i quali, attraverso la promozione di alcune notizie e la censura su altre, orientano l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi. Non è una novità: l’attività di lobbying è sempre esistita. Sono cambiate però le modalità, perché oggi il target non è più soltanto l’imprenditoria e la politica, ma direttamente l’opinione pubblica. Il successo della figura degli «influencer» nei settori della moda e del lifestyle ha contaminato anche il giornalismo, agevolando la nascita di legioni di «influencer dell’informazione», chiareferragni delle news che, sulla gestione delle notizie, hanno messo in piedi un business estremamente redditizio. Per quanto riguarda il fact-checking di matrice americana, lo schema che lo governa ricalca quello dei fondi contro i cambiamenti climatici: una «casa madre» negli States, che raccoglie donazioni (esentasse) dai filantropi (indovinate quali) e, come in un sistema di matrioske, riunisce tante strutture medio-piccole collegate all’interno di un network mondiale: in Italia, ad esempio, c’è Open di Enrico Mentana. Il flusso di denaro gestito dal fact-checking europeo, invece, viene dalla Commissione Ue.Il cliente più importante dell’Ifcn è Meta, cioè Facebook (e Instagram). Tra i vari finanziatori del Poynter nel corso degli ultimi anni troviamo Google, Bill Gates e la Open Society Foundations di George Soros, ma anche il filantropo Craig Newmark, imprenditore «nerd» con un patrimonio di circa 3 miliardi di dollari, la Fondazione Gannett, holding di mass media, la Gill Foundation, impegnata nella difesa dei diritti Lgbtq e la MacArthur Foundation, dodicesima fondazione privata degli Usa. I soldi che provengono da questi munifici donatori sono tutti esentasse perché, come la Bill & Melissa Gates Foundation, anche la galassia Poynter, che comprende Ifcn, PolitiFact e MediaWise, gode delle esenzioni dalle Imposte federali sul reddito concesse alle organizzazioni definite «501(c)». Secondo l’ultimo «State of the fact-checkers», la maggioranza delle organizzazioni di fact-checking «verificate» aderenti all’Ifcn è però a scopo di lucro. Tra i membri Ifcn c’è Open (G.o.l. Srl), impresa sociale fondata da Enrico Mentana. Open non ha finalità di guadagno e dichiara di ricevere «un contributo» da parte di Facebook, del quale non è specificata l’entità, all’interno del Third-Party Fact-checking Program di Meta. Nessun dettaglio sulle altre fonti di finanziamento che rappresentano il 5% o più delle entrate totali, requisito di idoneità richiesto nel famoso Code of Principles dell’Ifcn, alla voce «Trasparenza». Il sistema europeo è strutturato in maniera simile per quanto riguarda l’organizzazione piramidale, ma diverso rispetto alla fonte delle sovvenzioni. L’Unione europea ha istituito uno strumento di finanziamento che si chiama CEF, Connecting Europe Facility. Il fondo Cef sostiene lo sviluppo delle reti digitali, e ha una dotazione di 33,7 miliardi di euro. Sono tutti fondi provenienti dalle cosiddette «risorse proprie» Ue, dunque denaro dei contribuenti europei. Nel settore dei servizi digitali, il 1 ottobre 2019 la Commissione Ue ha lanciato una gara d’appalto per istituire Edmo (European Digital Media Observatory), incaricato di monitorare le fonti di disinformazione. Il primo stanziamento è stato di 2,5 milioni di euro: se l’è aggiudicato, nel maggio 2020, un consorzio guidato dall’Istituto universitario europeo di Firenze, che comprende anche l’organizzazione di fact-checking italiana Pagella Politica che, insieme con Facta news, fa parte della società The Fact-Checking Factory (Tfcf) che annovera Meta (Facebook) e TikTok tra i suoi principali finanziatori. Pagella Politica è anche membro Ifcn. Il 30 giugno 2020 la Commissione europea ha pubblicato un secondo bando stanziando 11 milioni di euro (provenienti sempre dal programma europeo Cef Digital) destinati a creare in tutta Europa diversi «centri di ricerca» sui media digitali nazionali e multinazionali: in Italia l’hub è Idmo (Italian Digital Media Observatory), coordinato da Gianni Riotta e da Livia De Giovanni. Luiss funge da coordinatore del progetto, il cui partenariato è costituito da 8 enti a livello internazionale tra i quali la Rai, l’Università di Tor Vergata, il Gruppo Gedi (La Repubblica), Pagella Politica e Tim come partner tecnico. Altri 900.000 euro di fondi europei sono stati stanziati per elaborare il Codice di condotta rafforzato contro la disinformazione nell’Ue, presentato ad agosto 2022; ulteriori fondi sui servizi digitali Ue sono disponibili anche alla voce trasporti del Cef (dotata di un budget di circa 25 miliardi di euro). E’ importante sottolineare che, nonostante sia stata istituita dall’Unione europea, Edmo dichiara di avere una governance del tutto indipendente dalle autorità pubbliche. Ciò conduce a diverse riflessioni su questa sorta di rapporto di «subappalto»: di fatto, il controllo sulle fake news in Europa è finanziato con fondi pubblici ma è affidato ad agenzie ed enti privati, che autocertificano l’assenza di conflitti d’interesse. Non solo: il Codice di condotta, che ha coinvolto 34 firmatari (tra cui Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft), prevede la «demonetizzazione», ossia la riduzione degli incentivi finanziari per chi, in Europa, diffonde presunta «disinformazione», così che i responsabili non possano beneficiare di introiti pubblicitari. Sono dunque soggetti privati a stabilire se altri privati possano accedere alla pubblicità, fonte primaria di sostentamento per le testate giornalistiche realmente indipendenti: quantomeno curioso. Ha fatto altrettanto scalpore l’appello del colosso non profit Media Matters, attivo sostenitore di Hillary Clinton, che ha scritto una lettera ai più importanti brand americani (Coca Cola, Disney, Apple, Kraft, ecc) diffidandoli dal rinnovare i contratti pubblicitari a Twitter se l’azienda allenterà il fact-check. Elon Musk ha risposto chiedendo di indagare su chi finanzia queste associazioni «non lucrative»: già.Ad affiancare Ifcn ed Edmo nella «lotta alla disinformazione», c’è inoltre la Google News Initiative, organizzazione europea creata per «sostenere il giornalismo di alta qualità». Google ha sovvenzionato oltre 6.250 testate in 118 paesi mettendo a disposizione 189 milioni di dollari. E lo stesso Fondo Straordinario per l’Editoria italiana destinerà parte dei 140 milioni previsti per il 2023 alla lotta alle fake-news.Ricapitolando, il business del fact-checking è florido, ma il valore totale degli accordi stipulati tra donatori, «casa madre» e fact-checkers è difficilmente reperibile, così come è impossibile trovare nei siti dei controllori i bilanci, gli stipendi e la rendicontazione in dettaglio di come questi flussi di denaro siano ripartiti e spesi dai singoli aderenti. 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Il Codice è rivolto alle società aderenti al network Edmo (European Digital Media Observatory) e dovrebbe essere la bibbia dei fact-checkers. Ma i «Twitter Files» di Elon Musk sulla storia di Hunter Biden, sulle pressioni dei Democratici per insabbiarla e su Facts First USA confermano ciò che sappiamo da tempo: fact-checking e indipendenza politica viaggiano su binari diversi. Il sistema di controllo delle notizie stabilito dall’Ifcn, sancta sanctorum del fact-checking globale, cui aderisce Open di Enrico Mentana, è strutturato sul «Code of Principles» che richiede anche di «non pubblicizzare le proprie opinioni su questioni politiche» (in Italia, ampiamente inascoltato) e «utilizzare le migliori fonti disponibili». Questi criteri, ritenuti ancor più importanti della trasparenza sui finanziamenti, spesso non sono soddisfatti. Se nella lista dei filantropi Usa che sovvenzionano Poynter Institute e IFCN figurano soprattutto gli amici del Partito Democratico, qualche domanda è giusto porsela. Ad esempio, il miliardario Craig Newmark, una delle 100 persone più influenti al mondo, è dichiaratamente un Obama-man: ha sostenuto le campagne elettorali di Barack Obama, per poi appoggiare quella di Joe Biden. Anche la filantropica Gill Foundation, che ha foraggiato le casse del Poynter, è apertamente schierata con Biden. Il Presidente ha ricambiato, nominando ambasciatore in Svizzera uno dei quattro membri del board, Scott Miller. Miller a sua volta è il compagno di un altro membro del board, Tim Gill, figura preminente del mondo LGBTQ (ha donato ben 500 milioni di dollari alla causa) e sponsor della vittoria Dem in Colorado. Un altro grande benefattore del Poynter è la MacArthur Foundation, anch’essa palesemente pro-dem. Kathy Im, Direttrice Media in MacArthur con un portfolio di 25 milioni di dollari l’anno, è stata chiamata da Joe Biden a dirigere la Società per la Radiodiffusione Pubblica CPB. E una delle più attive negazioniste dell’esistenza del computer di Hunter Biden, la giornalista Nina Jankowicz, fu promossa da Biden a capo del lugubre «Ministero della Verità», dipendente dall’Homeland Security americana. Di Bill Gates e George Soros già sappiamo. Ancora stupiti della storia di Hunter Biden su Twitter? Fronte europeo, le interferenze tra politica, affari & fact-checking sono altrettanto lampanti. Finanziato dall’Ue, EDMO è l’organismo incaricato dell’analisi sulla disinformazione in Europa «con indipendenza e imparzialità». Davvero? Eppure, a capo della Governance EDMO c’è quel Miguel Poiares Maduro che è stato deputato in Portogallo e ministro nel governo del socialdemocratico Pedro Coelho. Un chairman non proprio «libero e indipendente». Nel Board EDMO c’è anche il britannico Richard Allan, ex lobbista Cisco, deputato laburista e già direttore della campagna elettorale dell’ex vicepremier Nick Clegg, a sua volta assunto in Facebook dal 2018. Testimoniando a un processo, Allan ha ammesso che «le fake news di una persona effettivamente possono essere il discorso politico di un’altra». Ancora più marcata l’impronta politica della IDMO di Gianni Riotta, derivazione italiana di EDMO, che vigila sulla disinformazione nel nostro Paese. All’interno del progetto c’è il Gruppo Gedi, stakeholder non esattamente super partes. La Repubblica, maggiore quotidiano del gruppo, ad esempio, ha ospitato pubblicità a nove colonne di Pfizer: tutto legittimo, se non fosse che lo stesso giornale decide se ciò che scrivono le altre testate sui prodotti Pfizer sia «vero» o «falso». Nel concreto, all’interno di queste strutture presuntivamente «indipendenti» passa tutta l’informazione su Covid, guerra, clima e gas. Open, ad esempio, fa parte della Coronavirus Alliance, gruppo di lavoro che nel corso della pandemia ha svolto più di 9.000 fact-checking. E’ grazie a questi «debunker» che alcune evidenze scientifiche dirimenti, ma non allineate alle politiche sanitarie dei governi, non hanno raggiunto il grande pubblico, e son state bollate come «false». Alcuni si sono ribellati: i professori Carl Heneghan e Tom Jefferson dell’Università di Oxford, censurati da Facebook per aver postato uno degli studi più autorevoli sulle mascherine, che ne dimostrava la scarsa efficacia in comunità, hanno portato la questione al Parlamento inglese. Martin Kulldorff, professore ad Harvard, è stato bannato da Twitter per aver scritto che i guariti non devono vaccinarsi. Ormai, si pretende che la parola dei fact-checkers valga di più di quella di scienziati internazionali…ma solo quando questi ultimi «disobbediscono». La stessa dinamica si è innescata sulla guerra: una settimana dopo l’inizio delle ostilità, Ursula von der Leyen ha deciso che i cittadini Ue non erano in grado di discernere se l’informazione russa era falsa o no, e così, per tagliare la testa al toro, ha chiuso Sputnik e Russia Today. Ciò non ha impedito a gran parte della popolazione Ue di schierarsi, comunque, contro l’invio delle armi: inascoltata. Qualche segno di risveglio c’è: Facebook ha dichiarato che, dato che Trump si è ricandidato, non lo sottoporranno più a fact-check perché «non è nostro ruolo intervenire quando i politici parlano». Il punto di caduta, alla fine, sembra racchiuso in una massima di Confucio: niente è più visibile di ciò che è nascosto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-finanzia-rete-censori-rete-2658828636.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mark-mani-di-forbice-si-affida-allalgoritmo" data-post-id="2658828636" data-published-at="1670174594" data-use-pagination="False"> Mark «mani di forbice» si affida all’algoritmo Non è facile districarsi nel labirinto delle regole di Facebook, e capire perché la piattaforma di Mark Zuckerberg censuri come «pornografiche» le foto del suggestivo quadro della Scuola di Fontainebleau Gabrielle d’Estrées e sua sorella, che raffigura una donna che tocca il seno di un’altra donna, o rimuova un post che riporta slide e dichiarazioni pubbliche di esponenti Fda perché «incitano alla violenza fisica». Spesso gli utilizzatori di Facebook (2,9 miliardi di utenti attivi) faticano a capire la ratio dei provvedimenti imposti da Zuckerberg, né è chiara la differenza tra la «moderazione dei contenuti» e il «fact checking», che sono due attività diverse, gestite da team diversi e con processi diversi. Per semplificare, la moderazione dei contenuti è gestita da Facebook sulla base delle proprie linee guida, sottoscritte dall’utente al momento dell’iscrizione. Queste vietano l’incitamento all’odio o alla violenza fisica e la diffusione di contenuti violenti, razzisti e discriminatori. Le «fake news», per intenderci, non sono citate. Buona parte del lavoro di moderazione è fatta dall’algoritmo, perché l’intervento umano non è economicamente sostenibile. Per fare un esempio pratico, se un utente pubblica contenuti pedopornografici o violenti, il contenuto viene rimosso subito dall’algoritmo. Una commissione di sorveglianza esterna, l’Oversight board, valuta comunque i ricorsi contro le rimozioni dei post. La valutazione sull’attendibilità delle notizie, invece, è esternalizzata all’Ifcn (International fact checking network), organismo che ha stipulato un contratto con Meta gestendo per conto di Zuckerberg il fact checking in tutto il mondo. Il progetto si chiama Third-party fact checking program (controllo delle notizie eseguito da terze parti). In Italia, Facebook ha affidato questo incarico a Open di Enrico Mentana e a Pagella politica. Chi trova nel feed le notizie «false» e decide di confutarle e/o farle rimuovere? Il protagonista del flow è l’Ifcn che fa la review delle notizie e, attraverso i suoi fact checker, individua la presunta fake news, effettua il cosiddetto «debunking» (ovvero tenta di smontarne l’attendibilità) e la segnala a Facebook. Un altro flow sono le segnalazioni stesse degli altri utenti, che però possono criticare solo la violazione delle linee guida. Alla rimozione delle notizie contribuisce lo stesso algoritmo che, quando intercetta attraverso i tag (le parole chiave) un contenuto già «debunkato» più di una volta, lo classifica in automatico. Il fact checking di Facebook viene effettuato «in feed», ossia avviene dentro la piattaforma. Se un fact checker rileva una notizia falsa o fuorviante, non può tecnicamente rimuoverla. Il suo lavoro è di segnalarla a Facebook, che inserisce nel post un disclaimer in cui scrive che la notizia è stata esaminata e risulta, appunto, alterata, parzialmente falsa o falsa. A seconda della gravità della violazione, Facebook inserisce il disclaimer mantenendo visibile il post, o limita alcune funzioni all’account, oppure può «punirlo» riducendo la visibilità delle sue notizie nella timeline (e ciò danneggia gli «advertiser» che fanno pubblicità su Facebook). La rimozione del post è effettuata da Facebook soltanto se, contestualmente, il post vìola anche i famosi Standard della community, che ufficialmente «prescindono dal programma di fact checking». È davvero così? Negli ultimi anni, sono stati rimossi contenuti postati da politici, scienziati e giornalisti per presunte violazioni delle linee guida poco credibili: è davvero difficile immaginare che un resoconto su una riunione Fda «inciti alla violenza fisica». Questo tipo di rimozioni andrebbero contestate, perché a volte Facebook ritorna sui suoi passi. Il principio che guida Facebook nella decisione di rimuovere o no un contenuto «falso» è ufficialmente legato alla monetizzazione dei contenuti: il business di Facebook è la pubblicità, e le notizie false sul feed allontanano gli advertiser. È con questa scusa che diversi investitori (come ad esempio Pfizer) hanno deciso di sospendere la pubblicità su Twitter dopo che Elon Musk ha annunciato di non voler più censurare le presunte «fake news» sul Covid, e ha fatto rientrare nella piattaforma l’ex presidente Usa Donald Trump.
Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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