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2022-12-05
Chi finanzia la rete dei censori della Rete
iStock
«Al servizio della democrazia»: è commovente la presentazione del Poynter Institute for Media Studies, scuola di giornalismo non profit americana per «la difesa del giornalismo etico e indipendente», nata nel 1975, che nel 2015 ha lanciato l’International Fact-Checking Network. L’Ifcn sta al fact-checking americano come l’Edmo (European Digital Media Observatory) cerca di stare a quello europeo. Queste due strutture sono dichiaratamente «senza scopo di lucro», ma il contrasto alle cosiddette «fake-news», a livello operativo, non vive di aria. Al contrario, quella del fact-checking è un’industria che nella maggior parte dei casi risponde economicamente a gruppi di potere i quali, attraverso la promozione di alcune notizie e la censura su altre, orientano l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi. Non è una novità: l’attività di lobbying è sempre esistita. Sono cambiate però le modalità, perché oggi il target non è più soltanto l’imprenditoria e la politica, ma direttamente l’opinione pubblica. Il successo della figura degli «influencer» nei settori della moda e del lifestyle ha contaminato anche il giornalismo, agevolando la nascita di legioni di «influencer dell’informazione», chiareferragni delle news che, sulla gestione delle notizie, hanno messo in piedi un business estremamente redditizio.
Per quanto riguarda il fact-checking di matrice americana, lo schema che lo governa ricalca quello dei fondi contro i cambiamenti climatici: una «casa madre» negli States, che raccoglie donazioni (esentasse) dai filantropi (indovinate quali) e, come in un sistema di matrioske, riunisce tante strutture medio-piccole collegate all’interno di un network mondiale: in Italia, ad esempio, c’è Open di Enrico Mentana. Il flusso di denaro gestito dal fact-checking europeo, invece, viene dalla Commissione Ue.
Il cliente più importante dell’Ifcn è Meta, cioè Facebook (e Instagram). Tra i vari finanziatori del Poynter nel corso degli ultimi anni troviamo Google, Bill Gates e la Open Society Foundations di George Soros, ma anche il filantropo Craig Newmark, imprenditore «nerd» con un patrimonio di circa 3 miliardi di dollari, la Fondazione Gannett, holding di mass media, la Gill Foundation, impegnata nella difesa dei diritti Lgbtq e la MacArthur Foundation, dodicesima fondazione privata degli Usa. I soldi che provengono da questi munifici donatori sono tutti esentasse perché, come la Bill & Melissa Gates Foundation, anche la galassia Poynter, che comprende Ifcn, PolitiFact e MediaWise, gode delle esenzioni dalle Imposte federali sul reddito concesse alle organizzazioni definite «501(c)». Secondo l’ultimo «State of the fact-checkers», la maggioranza delle organizzazioni di fact-checking «verificate» aderenti all’Ifcn è però a scopo di lucro.
Tra i membri Ifcn c’è Open (G.o.l. Srl), impresa sociale fondata da Enrico Mentana. Open non ha finalità di guadagno e dichiara di ricevere «un contributo» da parte di Facebook, del quale non è specificata l’entità, all’interno del Third-Party Fact-checking Program di Meta. Nessun dettaglio sulle altre fonti di finanziamento che rappresentano il 5% o più delle entrate totali, requisito di idoneità richiesto nel famoso Code of Principles dell’Ifcn, alla voce «Trasparenza».
Il sistema europeo è strutturato in maniera simile per quanto riguarda l’organizzazione piramidale, ma diverso rispetto alla fonte delle sovvenzioni. L’Unione europea ha istituito uno strumento di finanziamento che si chiama CEF, Connecting Europe Facility. Il fondo Cef sostiene lo sviluppo delle reti digitali, e ha una dotazione di 33,7 miliardi di euro. Sono tutti fondi provenienti dalle cosiddette «risorse proprie» Ue, dunque denaro dei contribuenti europei. Nel settore dei servizi digitali, il 1 ottobre 2019 la Commissione Ue ha lanciato una gara d’appalto per istituire Edmo (European Digital Media Observatory), incaricato di monitorare le fonti di disinformazione. Il primo stanziamento è stato di 2,5 milioni di euro: se l’è aggiudicato, nel maggio 2020, un consorzio guidato dall’Istituto universitario europeo di Firenze, che comprende anche l’organizzazione di fact-checking italiana Pagella Politica che, insieme con Facta news, fa parte della società The Fact-Checking Factory (Tfcf) che annovera Meta (Facebook) e TikTok tra i suoi principali finanziatori. Pagella Politica è anche membro Ifcn.
Il 30 giugno 2020 la Commissione europea ha pubblicato un secondo bando stanziando 11 milioni di euro (provenienti sempre dal programma europeo Cef Digital) destinati a creare in tutta Europa diversi «centri di ricerca» sui media digitali nazionali e multinazionali: in Italia l’hub è Idmo (Italian Digital Media Observatory), coordinato da Gianni Riotta e da Livia De Giovanni. Luiss funge da coordinatore del progetto, il cui partenariato è costituito da 8 enti a livello internazionale tra i quali la Rai, l’Università di Tor Vergata, il Gruppo Gedi (La Repubblica), Pagella Politica e Tim come partner tecnico.
Altri 900.000 euro di fondi europei sono stati stanziati per elaborare il Codice di condotta rafforzato contro la disinformazione nell’Ue, presentato ad agosto 2022; ulteriori fondi sui servizi digitali Ue sono disponibili anche alla voce trasporti del Cef (dotata di un budget di circa 25 miliardi di euro).
E’ importante sottolineare che, nonostante sia stata istituita dall’Unione europea, Edmo dichiara di avere una governance del tutto indipendente dalle autorità pubbliche. Ciò conduce a diverse riflessioni su questa sorta di rapporto di «subappalto»: di fatto, il controllo sulle fake news in Europa è finanziato con fondi pubblici ma è affidato ad agenzie ed enti privati, che autocertificano l’assenza di conflitti d’interesse. Non solo: il Codice di condotta, che ha coinvolto 34 firmatari (tra cui Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft), prevede la «demonetizzazione», ossia la riduzione degli incentivi finanziari per chi, in Europa, diffonde presunta «disinformazione», così che i responsabili non possano beneficiare di introiti pubblicitari. Sono dunque soggetti privati a stabilire se altri privati possano accedere alla pubblicità, fonte primaria di sostentamento per le testate giornalistiche realmente indipendenti: quantomeno curioso. Ha fatto altrettanto scalpore l’appello del colosso non profit Media Matters, attivo sostenitore di Hillary Clinton, che ha scritto una lettera ai più importanti brand americani (Coca Cola, Disney, Apple, Kraft, ecc) diffidandoli dal rinnovare i contratti pubblicitari a Twitter se l’azienda allenterà il fact-check. Elon Musk ha risposto chiedendo di indagare su chi finanzia queste associazioni «non lucrative»: già.
Ad affiancare Ifcn ed Edmo nella «lotta alla disinformazione», c’è inoltre la Google News Initiative, organizzazione europea creata per «sostenere il giornalismo di alta qualità». Google ha sovvenzionato oltre 6.250 testate in 118 paesi mettendo a disposizione 189 milioni di dollari. E lo stesso Fondo Straordinario per l’Editoria italiana destinerà parte dei 140 milioni previsti per il 2023 alla lotta alle fake-news.
Ricapitolando, il business del fact-checking è florido, ma il valore totale degli accordi stipulati tra donatori, «casa madre» e fact-checkers è difficilmente reperibile, così come è impossibile trovare nei siti dei controllori i bilanci, gli stipendi e la rendicontazione in dettaglio di come questi flussi di denaro siano ripartiti e spesi dai singoli aderenti. Con buona pace della «trasparenza» cui dicono di ispirarsi.
Fanno le pulci a chi scrive di vaccini e poi prendono soldi da pubblicità Pfizer
Chi controlla il controllore? Chi certifica che il fact-checking operi realmente «sulla base di rigorosi standard etici» e sia davvero «editorialmente libero e politicamente indipendente»? Chi verifica che le persone che ci lavorano «non ricoprano posizioni di rilievo in partiti politici»? Questi sono i requisiti richiesti dallo «European Code of Standards for Independent Fact-Checking», presentato quest’anno dalla Commissione europea. Il Codice è rivolto alle società aderenti al network Edmo (European Digital Media Observatory) e dovrebbe essere la bibbia dei fact-checkers. Ma i «Twitter Files» di Elon Musk sulla storia di Hunter Biden, sulle pressioni dei Democratici per insabbiarla e su Facts First USA confermano ciò che sappiamo da tempo: fact-checking e indipendenza politica viaggiano su binari diversi.
Il sistema di controllo delle notizie stabilito dall’Ifcn, sancta sanctorum del fact-checking globale, cui aderisce Open di Enrico Mentana, è strutturato sul «Code of Principles» che richiede anche di «non pubblicizzare le proprie opinioni su questioni politiche» (in Italia, ampiamente inascoltato) e «utilizzare le migliori fonti disponibili». Questi criteri, ritenuti ancor più importanti della trasparenza sui finanziamenti, spesso non sono soddisfatti. Se nella lista dei filantropi Usa che sovvenzionano Poynter Institute e IFCN figurano soprattutto gli amici del Partito Democratico, qualche domanda è giusto porsela.
Ad esempio, il miliardario Craig Newmark, una delle 100 persone più influenti al mondo, è dichiaratamente un Obama-man: ha sostenuto le campagne elettorali di Barack Obama, per poi appoggiare quella di Joe Biden. Anche la filantropica Gill Foundation, che ha foraggiato le casse del Poynter, è apertamente schierata con Biden. Il Presidente ha ricambiato, nominando ambasciatore in Svizzera uno dei quattro membri del board, Scott Miller. Miller a sua volta è il compagno di un altro membro del board, Tim Gill, figura preminente del mondo LGBTQ (ha donato ben 500 milioni di dollari alla causa) e sponsor della vittoria Dem in Colorado.
Un altro grande benefattore del Poynter è la MacArthur Foundation, anch’essa palesemente pro-dem. Kathy Im, Direttrice Media in MacArthur con un portfolio di 25 milioni di dollari l’anno, è stata chiamata da Joe Biden a dirigere la Società per la Radiodiffusione Pubblica CPB. E una delle più attive negazioniste dell’esistenza del computer di Hunter Biden, la giornalista Nina Jankowicz, fu promossa da Biden a capo del lugubre «Ministero della Verità», dipendente dall’Homeland Security americana. Di Bill Gates e George Soros già sappiamo. Ancora stupiti della storia di Hunter Biden su Twitter?
Fronte europeo, le interferenze tra politica, affari & fact-checking sono altrettanto lampanti. Finanziato dall’Ue, EDMO è l’organismo incaricato dell’analisi sulla disinformazione in Europa «con indipendenza e imparzialità». Davvero? Eppure, a capo della Governance EDMO c’è quel Miguel Poiares Maduro che è stato deputato in Portogallo e ministro nel governo del socialdemocratico Pedro Coelho. Un chairman non proprio «libero e indipendente».
Nel Board EDMO c’è anche il britannico Richard Allan, ex lobbista Cisco, deputato laburista e già direttore della campagna elettorale dell’ex vicepremier Nick Clegg, a sua volta assunto in Facebook dal 2018. Testimoniando a un processo, Allan ha ammesso che «le fake news di una persona effettivamente possono essere il discorso politico di un’altra».
Ancora più marcata l’impronta politica della IDMO di Gianni Riotta, derivazione italiana di EDMO, che vigila sulla disinformazione nel nostro Paese. All’interno del progetto c’è il Gruppo Gedi, stakeholder non esattamente super partes. La Repubblica, maggiore quotidiano del gruppo, ad esempio, ha ospitato pubblicità a nove colonne di Pfizer: tutto legittimo, se non fosse che lo stesso giornale decide se ciò che scrivono le altre testate sui prodotti Pfizer sia «vero» o «falso».
Nel concreto, all’interno di queste strutture presuntivamente «indipendenti» passa tutta l’informazione su Covid, guerra, clima e gas. Open, ad esempio, fa parte della Coronavirus Alliance, gruppo di lavoro che nel corso della pandemia ha svolto più di 9.000 fact-checking. E’ grazie a questi «debunker» che alcune evidenze scientifiche dirimenti, ma non allineate alle politiche sanitarie dei governi, non hanno raggiunto il grande pubblico, e son state bollate come «false». Alcuni si sono ribellati: i professori Carl Heneghan e Tom Jefferson dell’Università di Oxford, censurati da Facebook per aver postato uno degli studi più autorevoli sulle mascherine, che ne dimostrava la scarsa efficacia in comunità, hanno portato la questione al Parlamento inglese. Martin Kulldorff, professore ad Harvard, è stato bannato da Twitter per aver scritto che i guariti non devono vaccinarsi. Ormai, si pretende che la parola dei fact-checkers valga di più di quella di scienziati internazionali…ma solo quando questi ultimi «disobbediscono».
La stessa dinamica si è innescata sulla guerra: una settimana dopo l’inizio delle ostilità, Ursula von der Leyen ha deciso che i cittadini Ue non erano in grado di discernere se l’informazione russa era falsa o no, e così, per tagliare la testa al toro, ha chiuso Sputnik e Russia Today. Ciò non ha impedito a gran parte della popolazione Ue di schierarsi, comunque, contro l’invio delle armi: inascoltata. Qualche segno di risveglio c’è: Facebook ha dichiarato che, dato che Trump si è ricandidato, non lo sottoporranno più a fact-check perché «non è nostro ruolo intervenire quando i politici parlano». Il punto di caduta, alla fine, sembra racchiuso in una massima di Confucio: niente è più visibile di ciò che è nascosto.
Mark «mani di forbice» si affida all’algoritmo
Non è facile districarsi nel labirinto delle regole di Facebook, e capire perché la piattaforma di Mark Zuckerberg censuri come «pornografiche» le foto del suggestivo quadro della Scuola di Fontainebleau Gabrielle d’Estrées e sua sorella, che raffigura una donna che tocca il seno di un’altra donna, o rimuova un post che riporta slide e dichiarazioni pubbliche di esponenti Fda perché «incitano alla violenza fisica». Spesso gli utilizzatori di Facebook (2,9 miliardi di utenti attivi) faticano a capire la ratio dei provvedimenti imposti da Zuckerberg, né è chiara la differenza tra la «moderazione dei contenuti» e il «fact checking», che sono due attività diverse, gestite da team diversi e con processi diversi.
Per semplificare, la moderazione dei contenuti è gestita da Facebook sulla base delle proprie linee guida, sottoscritte dall’utente al momento dell’iscrizione. Queste vietano l’incitamento all’odio o alla violenza fisica e la diffusione di contenuti violenti, razzisti e discriminatori. Le «fake news», per intenderci, non sono citate. Buona parte del lavoro di moderazione è fatta dall’algoritmo, perché l’intervento umano non è economicamente sostenibile. Per fare un esempio pratico, se un utente pubblica contenuti pedopornografici o violenti, il contenuto viene rimosso subito dall’algoritmo. Una commissione di sorveglianza esterna, l’Oversight board, valuta comunque i ricorsi contro le rimozioni dei post.
La valutazione sull’attendibilità delle notizie, invece, è esternalizzata all’Ifcn (International fact checking network), organismo che ha stipulato un contratto con Meta gestendo per conto di Zuckerberg il fact checking in tutto il mondo. Il progetto si chiama Third-party fact checking program (controllo delle notizie eseguito da terze parti). In Italia, Facebook ha affidato questo incarico a Open di Enrico Mentana e a Pagella politica.
Chi trova nel feed le notizie «false» e decide di confutarle e/o farle rimuovere? Il protagonista del flow è l’Ifcn che fa la review delle notizie e, attraverso i suoi fact checker, individua la presunta fake news, effettua il cosiddetto «debunking» (ovvero tenta di smontarne l’attendibilità) e la segnala a Facebook. Un altro flow sono le segnalazioni stesse degli altri utenti, che però possono criticare solo la violazione delle linee guida. Alla rimozione delle notizie contribuisce lo stesso algoritmo che, quando intercetta attraverso i tag (le parole chiave) un contenuto già «debunkato» più di una volta, lo classifica in automatico.
Il fact checking di Facebook viene effettuato «in feed», ossia avviene dentro la piattaforma. Se un fact checker rileva una notizia falsa o fuorviante, non può tecnicamente rimuoverla. Il suo lavoro è di segnalarla a Facebook, che inserisce nel post un disclaimer in cui scrive che la notizia è stata esaminata e risulta, appunto, alterata, parzialmente falsa o falsa. A seconda della gravità della violazione, Facebook inserisce il disclaimer mantenendo visibile il post, o limita alcune funzioni all’account, oppure può «punirlo» riducendo la visibilità delle sue notizie nella timeline (e ciò danneggia gli «advertiser» che fanno pubblicità su Facebook).
La rimozione del post è effettuata da Facebook soltanto se, contestualmente, il post vìola anche i famosi Standard della community, che ufficialmente «prescindono dal programma di fact checking». È davvero così? Negli ultimi anni, sono stati rimossi contenuti postati da politici, scienziati e giornalisti per presunte violazioni delle linee guida poco credibili: è davvero difficile immaginare che un resoconto su una riunione Fda «inciti alla violenza fisica». Questo tipo di rimozioni andrebbero contestate, perché a volte Facebook ritorna sui suoi passi.
Il principio che guida Facebook nella decisione di rimuovere o no un contenuto «falso» è ufficialmente legato alla monetizzazione dei contenuti: il business di Facebook è la pubblicità, e le notizie false sul feed allontanano gli advertiser. È con questa scusa che diversi investitori (come ad esempio Pfizer) hanno deciso di sospendere la pubblicità su Twitter dopo che Elon Musk ha annunciato di non voler più censurare le presunte «fake news» sul Covid, e ha fatto rientrare nella piattaforma l’ex presidente Usa Donald Trump.
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La lotta alle (presunte) fake news è un’industria legata a gruppi di potere che orientano il pubblico: magnati Usa e Unione Europea. Ecco tutti i nomi e le cifre.I conflitti d’interessi nascosti di chi deve verificare le notizie. Le maggiori lobby sono quelle Lgbt, Facebook e Big Pharma.Nella piattaforma di Mark Zuckerberg una commissione interviene solo per vagliare i ricorsi.Lo speciale contiene tre articoli.«Al servizio della democrazia»: è commovente la presentazione del Poynter Institute for Media Studies, scuola di giornalismo non profit americana per «la difesa del giornalismo etico e indipendente», nata nel 1975, che nel 2015 ha lanciato l’International Fact-Checking Network. L’Ifcn sta al fact-checking americano come l’Edmo (European Digital Media Observatory) cerca di stare a quello europeo. Queste due strutture sono dichiaratamente «senza scopo di lucro», ma il contrasto alle cosiddette «fake-news», a livello operativo, non vive di aria. Al contrario, quella del fact-checking è un’industria che nella maggior parte dei casi risponde economicamente a gruppi di potere i quali, attraverso la promozione di alcune notizie e la censura su altre, orientano l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi. Non è una novità: l’attività di lobbying è sempre esistita. Sono cambiate però le modalità, perché oggi il target non è più soltanto l’imprenditoria e la politica, ma direttamente l’opinione pubblica. Il successo della figura degli «influencer» nei settori della moda e del lifestyle ha contaminato anche il giornalismo, agevolando la nascita di legioni di «influencer dell’informazione», chiareferragni delle news che, sulla gestione delle notizie, hanno messo in piedi un business estremamente redditizio. Per quanto riguarda il fact-checking di matrice americana, lo schema che lo governa ricalca quello dei fondi contro i cambiamenti climatici: una «casa madre» negli States, che raccoglie donazioni (esentasse) dai filantropi (indovinate quali) e, come in un sistema di matrioske, riunisce tante strutture medio-piccole collegate all’interno di un network mondiale: in Italia, ad esempio, c’è Open di Enrico Mentana. Il flusso di denaro gestito dal fact-checking europeo, invece, viene dalla Commissione Ue.Il cliente più importante dell’Ifcn è Meta, cioè Facebook (e Instagram). Tra i vari finanziatori del Poynter nel corso degli ultimi anni troviamo Google, Bill Gates e la Open Society Foundations di George Soros, ma anche il filantropo Craig Newmark, imprenditore «nerd» con un patrimonio di circa 3 miliardi di dollari, la Fondazione Gannett, holding di mass media, la Gill Foundation, impegnata nella difesa dei diritti Lgbtq e la MacArthur Foundation, dodicesima fondazione privata degli Usa. I soldi che provengono da questi munifici donatori sono tutti esentasse perché, come la Bill & Melissa Gates Foundation, anche la galassia Poynter, che comprende Ifcn, PolitiFact e MediaWise, gode delle esenzioni dalle Imposte federali sul reddito concesse alle organizzazioni definite «501(c)». Secondo l’ultimo «State of the fact-checkers», la maggioranza delle organizzazioni di fact-checking «verificate» aderenti all’Ifcn è però a scopo di lucro. Tra i membri Ifcn c’è Open (G.o.l. Srl), impresa sociale fondata da Enrico Mentana. Open non ha finalità di guadagno e dichiara di ricevere «un contributo» da parte di Facebook, del quale non è specificata l’entità, all’interno del Third-Party Fact-checking Program di Meta. Nessun dettaglio sulle altre fonti di finanziamento che rappresentano il 5% o più delle entrate totali, requisito di idoneità richiesto nel famoso Code of Principles dell’Ifcn, alla voce «Trasparenza». Il sistema europeo è strutturato in maniera simile per quanto riguarda l’organizzazione piramidale, ma diverso rispetto alla fonte delle sovvenzioni. L’Unione europea ha istituito uno strumento di finanziamento che si chiama CEF, Connecting Europe Facility. Il fondo Cef sostiene lo sviluppo delle reti digitali, e ha una dotazione di 33,7 miliardi di euro. Sono tutti fondi provenienti dalle cosiddette «risorse proprie» Ue, dunque denaro dei contribuenti europei. Nel settore dei servizi digitali, il 1 ottobre 2019 la Commissione Ue ha lanciato una gara d’appalto per istituire Edmo (European Digital Media Observatory), incaricato di monitorare le fonti di disinformazione. Il primo stanziamento è stato di 2,5 milioni di euro: se l’è aggiudicato, nel maggio 2020, un consorzio guidato dall’Istituto universitario europeo di Firenze, che comprende anche l’organizzazione di fact-checking italiana Pagella Politica che, insieme con Facta news, fa parte della società The Fact-Checking Factory (Tfcf) che annovera Meta (Facebook) e TikTok tra i suoi principali finanziatori. Pagella Politica è anche membro Ifcn. Il 30 giugno 2020 la Commissione europea ha pubblicato un secondo bando stanziando 11 milioni di euro (provenienti sempre dal programma europeo Cef Digital) destinati a creare in tutta Europa diversi «centri di ricerca» sui media digitali nazionali e multinazionali: in Italia l’hub è Idmo (Italian Digital Media Observatory), coordinato da Gianni Riotta e da Livia De Giovanni. Luiss funge da coordinatore del progetto, il cui partenariato è costituito da 8 enti a livello internazionale tra i quali la Rai, l’Università di Tor Vergata, il Gruppo Gedi (La Repubblica), Pagella Politica e Tim come partner tecnico. Altri 900.000 euro di fondi europei sono stati stanziati per elaborare il Codice di condotta rafforzato contro la disinformazione nell’Ue, presentato ad agosto 2022; ulteriori fondi sui servizi digitali Ue sono disponibili anche alla voce trasporti del Cef (dotata di un budget di circa 25 miliardi di euro). E’ importante sottolineare che, nonostante sia stata istituita dall’Unione europea, Edmo dichiara di avere una governance del tutto indipendente dalle autorità pubbliche. Ciò conduce a diverse riflessioni su questa sorta di rapporto di «subappalto»: di fatto, il controllo sulle fake news in Europa è finanziato con fondi pubblici ma è affidato ad agenzie ed enti privati, che autocertificano l’assenza di conflitti d’interesse. Non solo: il Codice di condotta, che ha coinvolto 34 firmatari (tra cui Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft), prevede la «demonetizzazione», ossia la riduzione degli incentivi finanziari per chi, in Europa, diffonde presunta «disinformazione», così che i responsabili non possano beneficiare di introiti pubblicitari. Sono dunque soggetti privati a stabilire se altri privati possano accedere alla pubblicità, fonte primaria di sostentamento per le testate giornalistiche realmente indipendenti: quantomeno curioso. Ha fatto altrettanto scalpore l’appello del colosso non profit Media Matters, attivo sostenitore di Hillary Clinton, che ha scritto una lettera ai più importanti brand americani (Coca Cola, Disney, Apple, Kraft, ecc) diffidandoli dal rinnovare i contratti pubblicitari a Twitter se l’azienda allenterà il fact-check. Elon Musk ha risposto chiedendo di indagare su chi finanzia queste associazioni «non lucrative»: già.Ad affiancare Ifcn ed Edmo nella «lotta alla disinformazione», c’è inoltre la Google News Initiative, organizzazione europea creata per «sostenere il giornalismo di alta qualità». Google ha sovvenzionato oltre 6.250 testate in 118 paesi mettendo a disposizione 189 milioni di dollari. E lo stesso Fondo Straordinario per l’Editoria italiana destinerà parte dei 140 milioni previsti per il 2023 alla lotta alle fake-news.Ricapitolando, il business del fact-checking è florido, ma il valore totale degli accordi stipulati tra donatori, «casa madre» e fact-checkers è difficilmente reperibile, così come è impossibile trovare nei siti dei controllori i bilanci, gli stipendi e la rendicontazione in dettaglio di come questi flussi di denaro siano ripartiti e spesi dai singoli aderenti. 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Il Codice è rivolto alle società aderenti al network Edmo (European Digital Media Observatory) e dovrebbe essere la bibbia dei fact-checkers. Ma i «Twitter Files» di Elon Musk sulla storia di Hunter Biden, sulle pressioni dei Democratici per insabbiarla e su Facts First USA confermano ciò che sappiamo da tempo: fact-checking e indipendenza politica viaggiano su binari diversi. Il sistema di controllo delle notizie stabilito dall’Ifcn, sancta sanctorum del fact-checking globale, cui aderisce Open di Enrico Mentana, è strutturato sul «Code of Principles» che richiede anche di «non pubblicizzare le proprie opinioni su questioni politiche» (in Italia, ampiamente inascoltato) e «utilizzare le migliori fonti disponibili». Questi criteri, ritenuti ancor più importanti della trasparenza sui finanziamenti, spesso non sono soddisfatti. Se nella lista dei filantropi Usa che sovvenzionano Poynter Institute e IFCN figurano soprattutto gli amici del Partito Democratico, qualche domanda è giusto porsela. Ad esempio, il miliardario Craig Newmark, una delle 100 persone più influenti al mondo, è dichiaratamente un Obama-man: ha sostenuto le campagne elettorali di Barack Obama, per poi appoggiare quella di Joe Biden. Anche la filantropica Gill Foundation, che ha foraggiato le casse del Poynter, è apertamente schierata con Biden. Il Presidente ha ricambiato, nominando ambasciatore in Svizzera uno dei quattro membri del board, Scott Miller. Miller a sua volta è il compagno di un altro membro del board, Tim Gill, figura preminente del mondo LGBTQ (ha donato ben 500 milioni di dollari alla causa) e sponsor della vittoria Dem in Colorado. Un altro grande benefattore del Poynter è la MacArthur Foundation, anch’essa palesemente pro-dem. Kathy Im, Direttrice Media in MacArthur con un portfolio di 25 milioni di dollari l’anno, è stata chiamata da Joe Biden a dirigere la Società per la Radiodiffusione Pubblica CPB. E una delle più attive negazioniste dell’esistenza del computer di Hunter Biden, la giornalista Nina Jankowicz, fu promossa da Biden a capo del lugubre «Ministero della Verità», dipendente dall’Homeland Security americana. Di Bill Gates e George Soros già sappiamo. Ancora stupiti della storia di Hunter Biden su Twitter? Fronte europeo, le interferenze tra politica, affari & fact-checking sono altrettanto lampanti. Finanziato dall’Ue, EDMO è l’organismo incaricato dell’analisi sulla disinformazione in Europa «con indipendenza e imparzialità». Davvero? Eppure, a capo della Governance EDMO c’è quel Miguel Poiares Maduro che è stato deputato in Portogallo e ministro nel governo del socialdemocratico Pedro Coelho. Un chairman non proprio «libero e indipendente». Nel Board EDMO c’è anche il britannico Richard Allan, ex lobbista Cisco, deputato laburista e già direttore della campagna elettorale dell’ex vicepremier Nick Clegg, a sua volta assunto in Facebook dal 2018. Testimoniando a un processo, Allan ha ammesso che «le fake news di una persona effettivamente possono essere il discorso politico di un’altra». Ancora più marcata l’impronta politica della IDMO di Gianni Riotta, derivazione italiana di EDMO, che vigila sulla disinformazione nel nostro Paese. All’interno del progetto c’è il Gruppo Gedi, stakeholder non esattamente super partes. La Repubblica, maggiore quotidiano del gruppo, ad esempio, ha ospitato pubblicità a nove colonne di Pfizer: tutto legittimo, se non fosse che lo stesso giornale decide se ciò che scrivono le altre testate sui prodotti Pfizer sia «vero» o «falso». Nel concreto, all’interno di queste strutture presuntivamente «indipendenti» passa tutta l’informazione su Covid, guerra, clima e gas. Open, ad esempio, fa parte della Coronavirus Alliance, gruppo di lavoro che nel corso della pandemia ha svolto più di 9.000 fact-checking. E’ grazie a questi «debunker» che alcune evidenze scientifiche dirimenti, ma non allineate alle politiche sanitarie dei governi, non hanno raggiunto il grande pubblico, e son state bollate come «false». Alcuni si sono ribellati: i professori Carl Heneghan e Tom Jefferson dell’Università di Oxford, censurati da Facebook per aver postato uno degli studi più autorevoli sulle mascherine, che ne dimostrava la scarsa efficacia in comunità, hanno portato la questione al Parlamento inglese. Martin Kulldorff, professore ad Harvard, è stato bannato da Twitter per aver scritto che i guariti non devono vaccinarsi. Ormai, si pretende che la parola dei fact-checkers valga di più di quella di scienziati internazionali…ma solo quando questi ultimi «disobbediscono». La stessa dinamica si è innescata sulla guerra: una settimana dopo l’inizio delle ostilità, Ursula von der Leyen ha deciso che i cittadini Ue non erano in grado di discernere se l’informazione russa era falsa o no, e così, per tagliare la testa al toro, ha chiuso Sputnik e Russia Today. Ciò non ha impedito a gran parte della popolazione Ue di schierarsi, comunque, contro l’invio delle armi: inascoltata. Qualche segno di risveglio c’è: Facebook ha dichiarato che, dato che Trump si è ricandidato, non lo sottoporranno più a fact-check perché «non è nostro ruolo intervenire quando i politici parlano». Il punto di caduta, alla fine, sembra racchiuso in una massima di Confucio: niente è più visibile di ciò che è nascosto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-finanzia-rete-censori-rete-2658828636.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mark-mani-di-forbice-si-affida-allalgoritmo" data-post-id="2658828636" data-published-at="1670174594" data-use-pagination="False"> Mark «mani di forbice» si affida all’algoritmo Non è facile districarsi nel labirinto delle regole di Facebook, e capire perché la piattaforma di Mark Zuckerberg censuri come «pornografiche» le foto del suggestivo quadro della Scuola di Fontainebleau Gabrielle d’Estrées e sua sorella, che raffigura una donna che tocca il seno di un’altra donna, o rimuova un post che riporta slide e dichiarazioni pubbliche di esponenti Fda perché «incitano alla violenza fisica». Spesso gli utilizzatori di Facebook (2,9 miliardi di utenti attivi) faticano a capire la ratio dei provvedimenti imposti da Zuckerberg, né è chiara la differenza tra la «moderazione dei contenuti» e il «fact checking», che sono due attività diverse, gestite da team diversi e con processi diversi. Per semplificare, la moderazione dei contenuti è gestita da Facebook sulla base delle proprie linee guida, sottoscritte dall’utente al momento dell’iscrizione. Queste vietano l’incitamento all’odio o alla violenza fisica e la diffusione di contenuti violenti, razzisti e discriminatori. Le «fake news», per intenderci, non sono citate. Buona parte del lavoro di moderazione è fatta dall’algoritmo, perché l’intervento umano non è economicamente sostenibile. Per fare un esempio pratico, se un utente pubblica contenuti pedopornografici o violenti, il contenuto viene rimosso subito dall’algoritmo. Una commissione di sorveglianza esterna, l’Oversight board, valuta comunque i ricorsi contro le rimozioni dei post. La valutazione sull’attendibilità delle notizie, invece, è esternalizzata all’Ifcn (International fact checking network), organismo che ha stipulato un contratto con Meta gestendo per conto di Zuckerberg il fact checking in tutto il mondo. Il progetto si chiama Third-party fact checking program (controllo delle notizie eseguito da terze parti). In Italia, Facebook ha affidato questo incarico a Open di Enrico Mentana e a Pagella politica. Chi trova nel feed le notizie «false» e decide di confutarle e/o farle rimuovere? Il protagonista del flow è l’Ifcn che fa la review delle notizie e, attraverso i suoi fact checker, individua la presunta fake news, effettua il cosiddetto «debunking» (ovvero tenta di smontarne l’attendibilità) e la segnala a Facebook. Un altro flow sono le segnalazioni stesse degli altri utenti, che però possono criticare solo la violazione delle linee guida. Alla rimozione delle notizie contribuisce lo stesso algoritmo che, quando intercetta attraverso i tag (le parole chiave) un contenuto già «debunkato» più di una volta, lo classifica in automatico. Il fact checking di Facebook viene effettuato «in feed», ossia avviene dentro la piattaforma. Se un fact checker rileva una notizia falsa o fuorviante, non può tecnicamente rimuoverla. Il suo lavoro è di segnalarla a Facebook, che inserisce nel post un disclaimer in cui scrive che la notizia è stata esaminata e risulta, appunto, alterata, parzialmente falsa o falsa. A seconda della gravità della violazione, Facebook inserisce il disclaimer mantenendo visibile il post, o limita alcune funzioni all’account, oppure può «punirlo» riducendo la visibilità delle sue notizie nella timeline (e ciò danneggia gli «advertiser» che fanno pubblicità su Facebook). La rimozione del post è effettuata da Facebook soltanto se, contestualmente, il post vìola anche i famosi Standard della community, che ufficialmente «prescindono dal programma di fact checking». È davvero così? Negli ultimi anni, sono stati rimossi contenuti postati da politici, scienziati e giornalisti per presunte violazioni delle linee guida poco credibili: è davvero difficile immaginare che un resoconto su una riunione Fda «inciti alla violenza fisica». Questo tipo di rimozioni andrebbero contestate, perché a volte Facebook ritorna sui suoi passi. Il principio che guida Facebook nella decisione di rimuovere o no un contenuto «falso» è ufficialmente legato alla monetizzazione dei contenuti: il business di Facebook è la pubblicità, e le notizie false sul feed allontanano gli advertiser. È con questa scusa che diversi investitori (come ad esempio Pfizer) hanno deciso di sospendere la pubblicità su Twitter dopo che Elon Musk ha annunciato di non voler più censurare le presunte «fake news» sul Covid, e ha fatto rientrare nella piattaforma l’ex presidente Usa Donald Trump.
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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