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2022-12-05
Chi finanzia la rete dei censori della Rete
iStock
«Al servizio della democrazia»: è commovente la presentazione del Poynter Institute for Media Studies, scuola di giornalismo non profit americana per «la difesa del giornalismo etico e indipendente», nata nel 1975, che nel 2015 ha lanciato l’International Fact-Checking Network. L’Ifcn sta al fact-checking americano come l’Edmo (European Digital Media Observatory) cerca di stare a quello europeo. Queste due strutture sono dichiaratamente «senza scopo di lucro», ma il contrasto alle cosiddette «fake-news», a livello operativo, non vive di aria. Al contrario, quella del fact-checking è un’industria che nella maggior parte dei casi risponde economicamente a gruppi di potere i quali, attraverso la promozione di alcune notizie e la censura su altre, orientano l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi. Non è una novità: l’attività di lobbying è sempre esistita. Sono cambiate però le modalità, perché oggi il target non è più soltanto l’imprenditoria e la politica, ma direttamente l’opinione pubblica. Il successo della figura degli «influencer» nei settori della moda e del lifestyle ha contaminato anche il giornalismo, agevolando la nascita di legioni di «influencer dell’informazione», chiareferragni delle news che, sulla gestione delle notizie, hanno messo in piedi un business estremamente redditizio.
Per quanto riguarda il fact-checking di matrice americana, lo schema che lo governa ricalca quello dei fondi contro i cambiamenti climatici: una «casa madre» negli States, che raccoglie donazioni (esentasse) dai filantropi (indovinate quali) e, come in un sistema di matrioske, riunisce tante strutture medio-piccole collegate all’interno di un network mondiale: in Italia, ad esempio, c’è Open di Enrico Mentana. Il flusso di denaro gestito dal fact-checking europeo, invece, viene dalla Commissione Ue.
Il cliente più importante dell’Ifcn è Meta, cioè Facebook (e Instagram). Tra i vari finanziatori del Poynter nel corso degli ultimi anni troviamo Google, Bill Gates e la Open Society Foundations di George Soros, ma anche il filantropo Craig Newmark, imprenditore «nerd» con un patrimonio di circa 3 miliardi di dollari, la Fondazione Gannett, holding di mass media, la Gill Foundation, impegnata nella difesa dei diritti Lgbtq e la MacArthur Foundation, dodicesima fondazione privata degli Usa. I soldi che provengono da questi munifici donatori sono tutti esentasse perché, come la Bill & Melissa Gates Foundation, anche la galassia Poynter, che comprende Ifcn, PolitiFact e MediaWise, gode delle esenzioni dalle Imposte federali sul reddito concesse alle organizzazioni definite «501(c)». Secondo l’ultimo «State of the fact-checkers», la maggioranza delle organizzazioni di fact-checking «verificate» aderenti all’Ifcn è però a scopo di lucro.
Tra i membri Ifcn c’è Open (G.o.l. Srl), impresa sociale fondata da Enrico Mentana. Open non ha finalità di guadagno e dichiara di ricevere «un contributo» da parte di Facebook, del quale non è specificata l’entità, all’interno del Third-Party Fact-checking Program di Meta. Nessun dettaglio sulle altre fonti di finanziamento che rappresentano il 5% o più delle entrate totali, requisito di idoneità richiesto nel famoso Code of Principles dell’Ifcn, alla voce «Trasparenza».
Il sistema europeo è strutturato in maniera simile per quanto riguarda l’organizzazione piramidale, ma diverso rispetto alla fonte delle sovvenzioni. L’Unione europea ha istituito uno strumento di finanziamento che si chiama CEF, Connecting Europe Facility. Il fondo Cef sostiene lo sviluppo delle reti digitali, e ha una dotazione di 33,7 miliardi di euro. Sono tutti fondi provenienti dalle cosiddette «risorse proprie» Ue, dunque denaro dei contribuenti europei. Nel settore dei servizi digitali, il 1 ottobre 2019 la Commissione Ue ha lanciato una gara d’appalto per istituire Edmo (European Digital Media Observatory), incaricato di monitorare le fonti di disinformazione. Il primo stanziamento è stato di 2,5 milioni di euro: se l’è aggiudicato, nel maggio 2020, un consorzio guidato dall’Istituto universitario europeo di Firenze, che comprende anche l’organizzazione di fact-checking italiana Pagella Politica che, insieme con Facta news, fa parte della società The Fact-Checking Factory (Tfcf) che annovera Meta (Facebook) e TikTok tra i suoi principali finanziatori. Pagella Politica è anche membro Ifcn.
Il 30 giugno 2020 la Commissione europea ha pubblicato un secondo bando stanziando 11 milioni di euro (provenienti sempre dal programma europeo Cef Digital) destinati a creare in tutta Europa diversi «centri di ricerca» sui media digitali nazionali e multinazionali: in Italia l’hub è Idmo (Italian Digital Media Observatory), coordinato da Gianni Riotta e da Livia De Giovanni. Luiss funge da coordinatore del progetto, il cui partenariato è costituito da 8 enti a livello internazionale tra i quali la Rai, l’Università di Tor Vergata, il Gruppo Gedi (La Repubblica), Pagella Politica e Tim come partner tecnico.
Altri 900.000 euro di fondi europei sono stati stanziati per elaborare il Codice di condotta rafforzato contro la disinformazione nell’Ue, presentato ad agosto 2022; ulteriori fondi sui servizi digitali Ue sono disponibili anche alla voce trasporti del Cef (dotata di un budget di circa 25 miliardi di euro).
E’ importante sottolineare che, nonostante sia stata istituita dall’Unione europea, Edmo dichiara di avere una governance del tutto indipendente dalle autorità pubbliche. Ciò conduce a diverse riflessioni su questa sorta di rapporto di «subappalto»: di fatto, il controllo sulle fake news in Europa è finanziato con fondi pubblici ma è affidato ad agenzie ed enti privati, che autocertificano l’assenza di conflitti d’interesse. Non solo: il Codice di condotta, che ha coinvolto 34 firmatari (tra cui Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft), prevede la «demonetizzazione», ossia la riduzione degli incentivi finanziari per chi, in Europa, diffonde presunta «disinformazione», così che i responsabili non possano beneficiare di introiti pubblicitari. Sono dunque soggetti privati a stabilire se altri privati possano accedere alla pubblicità, fonte primaria di sostentamento per le testate giornalistiche realmente indipendenti: quantomeno curioso. Ha fatto altrettanto scalpore l’appello del colosso non profit Media Matters, attivo sostenitore di Hillary Clinton, che ha scritto una lettera ai più importanti brand americani (Coca Cola, Disney, Apple, Kraft, ecc) diffidandoli dal rinnovare i contratti pubblicitari a Twitter se l’azienda allenterà il fact-check. Elon Musk ha risposto chiedendo di indagare su chi finanzia queste associazioni «non lucrative»: già.
Ad affiancare Ifcn ed Edmo nella «lotta alla disinformazione», c’è inoltre la Google News Initiative, organizzazione europea creata per «sostenere il giornalismo di alta qualità». Google ha sovvenzionato oltre 6.250 testate in 118 paesi mettendo a disposizione 189 milioni di dollari. E lo stesso Fondo Straordinario per l’Editoria italiana destinerà parte dei 140 milioni previsti per il 2023 alla lotta alle fake-news.
Ricapitolando, il business del fact-checking è florido, ma il valore totale degli accordi stipulati tra donatori, «casa madre» e fact-checkers è difficilmente reperibile, così come è impossibile trovare nei siti dei controllori i bilanci, gli stipendi e la rendicontazione in dettaglio di come questi flussi di denaro siano ripartiti e spesi dai singoli aderenti. Con buona pace della «trasparenza» cui dicono di ispirarsi.
Fanno le pulci a chi scrive di vaccini e poi prendono soldi da pubblicità Pfizer
Chi controlla il controllore? Chi certifica che il fact-checking operi realmente «sulla base di rigorosi standard etici» e sia davvero «editorialmente libero e politicamente indipendente»? Chi verifica che le persone che ci lavorano «non ricoprano posizioni di rilievo in partiti politici»? Questi sono i requisiti richiesti dallo «European Code of Standards for Independent Fact-Checking», presentato quest’anno dalla Commissione europea. Il Codice è rivolto alle società aderenti al network Edmo (European Digital Media Observatory) e dovrebbe essere la bibbia dei fact-checkers. Ma i «Twitter Files» di Elon Musk sulla storia di Hunter Biden, sulle pressioni dei Democratici per insabbiarla e su Facts First USA confermano ciò che sappiamo da tempo: fact-checking e indipendenza politica viaggiano su binari diversi.
Il sistema di controllo delle notizie stabilito dall’Ifcn, sancta sanctorum del fact-checking globale, cui aderisce Open di Enrico Mentana, è strutturato sul «Code of Principles» che richiede anche di «non pubblicizzare le proprie opinioni su questioni politiche» (in Italia, ampiamente inascoltato) e «utilizzare le migliori fonti disponibili». Questi criteri, ritenuti ancor più importanti della trasparenza sui finanziamenti, spesso non sono soddisfatti. Se nella lista dei filantropi Usa che sovvenzionano Poynter Institute e IFCN figurano soprattutto gli amici del Partito Democratico, qualche domanda è giusto porsela.
Ad esempio, il miliardario Craig Newmark, una delle 100 persone più influenti al mondo, è dichiaratamente un Obama-man: ha sostenuto le campagne elettorali di Barack Obama, per poi appoggiare quella di Joe Biden. Anche la filantropica Gill Foundation, che ha foraggiato le casse del Poynter, è apertamente schierata con Biden. Il Presidente ha ricambiato, nominando ambasciatore in Svizzera uno dei quattro membri del board, Scott Miller. Miller a sua volta è il compagno di un altro membro del board, Tim Gill, figura preminente del mondo LGBTQ (ha donato ben 500 milioni di dollari alla causa) e sponsor della vittoria Dem in Colorado.
Un altro grande benefattore del Poynter è la MacArthur Foundation, anch’essa palesemente pro-dem. Kathy Im, Direttrice Media in MacArthur con un portfolio di 25 milioni di dollari l’anno, è stata chiamata da Joe Biden a dirigere la Società per la Radiodiffusione Pubblica CPB. E una delle più attive negazioniste dell’esistenza del computer di Hunter Biden, la giornalista Nina Jankowicz, fu promossa da Biden a capo del lugubre «Ministero della Verità», dipendente dall’Homeland Security americana. Di Bill Gates e George Soros già sappiamo. Ancora stupiti della storia di Hunter Biden su Twitter?
Fronte europeo, le interferenze tra politica, affari & fact-checking sono altrettanto lampanti. Finanziato dall’Ue, EDMO è l’organismo incaricato dell’analisi sulla disinformazione in Europa «con indipendenza e imparzialità». Davvero? Eppure, a capo della Governance EDMO c’è quel Miguel Poiares Maduro che è stato deputato in Portogallo e ministro nel governo del socialdemocratico Pedro Coelho. Un chairman non proprio «libero e indipendente».
Nel Board EDMO c’è anche il britannico Richard Allan, ex lobbista Cisco, deputato laburista e già direttore della campagna elettorale dell’ex vicepremier Nick Clegg, a sua volta assunto in Facebook dal 2018. Testimoniando a un processo, Allan ha ammesso che «le fake news di una persona effettivamente possono essere il discorso politico di un’altra».
Ancora più marcata l’impronta politica della IDMO di Gianni Riotta, derivazione italiana di EDMO, che vigila sulla disinformazione nel nostro Paese. All’interno del progetto c’è il Gruppo Gedi, stakeholder non esattamente super partes. La Repubblica, maggiore quotidiano del gruppo, ad esempio, ha ospitato pubblicità a nove colonne di Pfizer: tutto legittimo, se non fosse che lo stesso giornale decide se ciò che scrivono le altre testate sui prodotti Pfizer sia «vero» o «falso».
Nel concreto, all’interno di queste strutture presuntivamente «indipendenti» passa tutta l’informazione su Covid, guerra, clima e gas. Open, ad esempio, fa parte della Coronavirus Alliance, gruppo di lavoro che nel corso della pandemia ha svolto più di 9.000 fact-checking. E’ grazie a questi «debunker» che alcune evidenze scientifiche dirimenti, ma non allineate alle politiche sanitarie dei governi, non hanno raggiunto il grande pubblico, e son state bollate come «false». Alcuni si sono ribellati: i professori Carl Heneghan e Tom Jefferson dell’Università di Oxford, censurati da Facebook per aver postato uno degli studi più autorevoli sulle mascherine, che ne dimostrava la scarsa efficacia in comunità, hanno portato la questione al Parlamento inglese. Martin Kulldorff, professore ad Harvard, è stato bannato da Twitter per aver scritto che i guariti non devono vaccinarsi. Ormai, si pretende che la parola dei fact-checkers valga di più di quella di scienziati internazionali…ma solo quando questi ultimi «disobbediscono».
La stessa dinamica si è innescata sulla guerra: una settimana dopo l’inizio delle ostilità, Ursula von der Leyen ha deciso che i cittadini Ue non erano in grado di discernere se l’informazione russa era falsa o no, e così, per tagliare la testa al toro, ha chiuso Sputnik e Russia Today. Ciò non ha impedito a gran parte della popolazione Ue di schierarsi, comunque, contro l’invio delle armi: inascoltata. Qualche segno di risveglio c’è: Facebook ha dichiarato che, dato che Trump si è ricandidato, non lo sottoporranno più a fact-check perché «non è nostro ruolo intervenire quando i politici parlano». Il punto di caduta, alla fine, sembra racchiuso in una massima di Confucio: niente è più visibile di ciò che è nascosto.
Mark «mani di forbice» si affida all’algoritmo
Non è facile districarsi nel labirinto delle regole di Facebook, e capire perché la piattaforma di Mark Zuckerberg censuri come «pornografiche» le foto del suggestivo quadro della Scuola di Fontainebleau Gabrielle d’Estrées e sua sorella, che raffigura una donna che tocca il seno di un’altra donna, o rimuova un post che riporta slide e dichiarazioni pubbliche di esponenti Fda perché «incitano alla violenza fisica». Spesso gli utilizzatori di Facebook (2,9 miliardi di utenti attivi) faticano a capire la ratio dei provvedimenti imposti da Zuckerberg, né è chiara la differenza tra la «moderazione dei contenuti» e il «fact checking», che sono due attività diverse, gestite da team diversi e con processi diversi.
Per semplificare, la moderazione dei contenuti è gestita da Facebook sulla base delle proprie linee guida, sottoscritte dall’utente al momento dell’iscrizione. Queste vietano l’incitamento all’odio o alla violenza fisica e la diffusione di contenuti violenti, razzisti e discriminatori. Le «fake news», per intenderci, non sono citate. Buona parte del lavoro di moderazione è fatta dall’algoritmo, perché l’intervento umano non è economicamente sostenibile. Per fare un esempio pratico, se un utente pubblica contenuti pedopornografici o violenti, il contenuto viene rimosso subito dall’algoritmo. Una commissione di sorveglianza esterna, l’Oversight board, valuta comunque i ricorsi contro le rimozioni dei post.
La valutazione sull’attendibilità delle notizie, invece, è esternalizzata all’Ifcn (International fact checking network), organismo che ha stipulato un contratto con Meta gestendo per conto di Zuckerberg il fact checking in tutto il mondo. Il progetto si chiama Third-party fact checking program (controllo delle notizie eseguito da terze parti). In Italia, Facebook ha affidato questo incarico a Open di Enrico Mentana e a Pagella politica.
Chi trova nel feed le notizie «false» e decide di confutarle e/o farle rimuovere? Il protagonista del flow è l’Ifcn che fa la review delle notizie e, attraverso i suoi fact checker, individua la presunta fake news, effettua il cosiddetto «debunking» (ovvero tenta di smontarne l’attendibilità) e la segnala a Facebook. Un altro flow sono le segnalazioni stesse degli altri utenti, che però possono criticare solo la violazione delle linee guida. Alla rimozione delle notizie contribuisce lo stesso algoritmo che, quando intercetta attraverso i tag (le parole chiave) un contenuto già «debunkato» più di una volta, lo classifica in automatico.
Il fact checking di Facebook viene effettuato «in feed», ossia avviene dentro la piattaforma. Se un fact checker rileva una notizia falsa o fuorviante, non può tecnicamente rimuoverla. Il suo lavoro è di segnalarla a Facebook, che inserisce nel post un disclaimer in cui scrive che la notizia è stata esaminata e risulta, appunto, alterata, parzialmente falsa o falsa. A seconda della gravità della violazione, Facebook inserisce il disclaimer mantenendo visibile il post, o limita alcune funzioni all’account, oppure può «punirlo» riducendo la visibilità delle sue notizie nella timeline (e ciò danneggia gli «advertiser» che fanno pubblicità su Facebook).
La rimozione del post è effettuata da Facebook soltanto se, contestualmente, il post vìola anche i famosi Standard della community, che ufficialmente «prescindono dal programma di fact checking». È davvero così? Negli ultimi anni, sono stati rimossi contenuti postati da politici, scienziati e giornalisti per presunte violazioni delle linee guida poco credibili: è davvero difficile immaginare che un resoconto su una riunione Fda «inciti alla violenza fisica». Questo tipo di rimozioni andrebbero contestate, perché a volte Facebook ritorna sui suoi passi.
Il principio che guida Facebook nella decisione di rimuovere o no un contenuto «falso» è ufficialmente legato alla monetizzazione dei contenuti: il business di Facebook è la pubblicità, e le notizie false sul feed allontanano gli advertiser. È con questa scusa che diversi investitori (come ad esempio Pfizer) hanno deciso di sospendere la pubblicità su Twitter dopo che Elon Musk ha annunciato di non voler più censurare le presunte «fake news» sul Covid, e ha fatto rientrare nella piattaforma l’ex presidente Usa Donald Trump.
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La lotta alle (presunte) fake news è un’industria legata a gruppi di potere che orientano il pubblico: magnati Usa e Unione Europea. Ecco tutti i nomi e le cifre.I conflitti d’interessi nascosti di chi deve verificare le notizie. Le maggiori lobby sono quelle Lgbt, Facebook e Big Pharma.Nella piattaforma di Mark Zuckerberg una commissione interviene solo per vagliare i ricorsi.Lo speciale contiene tre articoli.«Al servizio della democrazia»: è commovente la presentazione del Poynter Institute for Media Studies, scuola di giornalismo non profit americana per «la difesa del giornalismo etico e indipendente», nata nel 1975, che nel 2015 ha lanciato l’International Fact-Checking Network. L’Ifcn sta al fact-checking americano come l’Edmo (European Digital Media Observatory) cerca di stare a quello europeo. Queste due strutture sono dichiaratamente «senza scopo di lucro», ma il contrasto alle cosiddette «fake-news», a livello operativo, non vive di aria. Al contrario, quella del fact-checking è un’industria che nella maggior parte dei casi risponde economicamente a gruppi di potere i quali, attraverso la promozione di alcune notizie e la censura su altre, orientano l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi. Non è una novità: l’attività di lobbying è sempre esistita. Sono cambiate però le modalità, perché oggi il target non è più soltanto l’imprenditoria e la politica, ma direttamente l’opinione pubblica. Il successo della figura degli «influencer» nei settori della moda e del lifestyle ha contaminato anche il giornalismo, agevolando la nascita di legioni di «influencer dell’informazione», chiareferragni delle news che, sulla gestione delle notizie, hanno messo in piedi un business estremamente redditizio. Per quanto riguarda il fact-checking di matrice americana, lo schema che lo governa ricalca quello dei fondi contro i cambiamenti climatici: una «casa madre» negli States, che raccoglie donazioni (esentasse) dai filantropi (indovinate quali) e, come in un sistema di matrioske, riunisce tante strutture medio-piccole collegate all’interno di un network mondiale: in Italia, ad esempio, c’è Open di Enrico Mentana. Il flusso di denaro gestito dal fact-checking europeo, invece, viene dalla Commissione Ue.Il cliente più importante dell’Ifcn è Meta, cioè Facebook (e Instagram). Tra i vari finanziatori del Poynter nel corso degli ultimi anni troviamo Google, Bill Gates e la Open Society Foundations di George Soros, ma anche il filantropo Craig Newmark, imprenditore «nerd» con un patrimonio di circa 3 miliardi di dollari, la Fondazione Gannett, holding di mass media, la Gill Foundation, impegnata nella difesa dei diritti Lgbtq e la MacArthur Foundation, dodicesima fondazione privata degli Usa. I soldi che provengono da questi munifici donatori sono tutti esentasse perché, come la Bill & Melissa Gates Foundation, anche la galassia Poynter, che comprende Ifcn, PolitiFact e MediaWise, gode delle esenzioni dalle Imposte federali sul reddito concesse alle organizzazioni definite «501(c)». Secondo l’ultimo «State of the fact-checkers», la maggioranza delle organizzazioni di fact-checking «verificate» aderenti all’Ifcn è però a scopo di lucro. Tra i membri Ifcn c’è Open (G.o.l. Srl), impresa sociale fondata da Enrico Mentana. Open non ha finalità di guadagno e dichiara di ricevere «un contributo» da parte di Facebook, del quale non è specificata l’entità, all’interno del Third-Party Fact-checking Program di Meta. Nessun dettaglio sulle altre fonti di finanziamento che rappresentano il 5% o più delle entrate totali, requisito di idoneità richiesto nel famoso Code of Principles dell’Ifcn, alla voce «Trasparenza». Il sistema europeo è strutturato in maniera simile per quanto riguarda l’organizzazione piramidale, ma diverso rispetto alla fonte delle sovvenzioni. L’Unione europea ha istituito uno strumento di finanziamento che si chiama CEF, Connecting Europe Facility. Il fondo Cef sostiene lo sviluppo delle reti digitali, e ha una dotazione di 33,7 miliardi di euro. Sono tutti fondi provenienti dalle cosiddette «risorse proprie» Ue, dunque denaro dei contribuenti europei. Nel settore dei servizi digitali, il 1 ottobre 2019 la Commissione Ue ha lanciato una gara d’appalto per istituire Edmo (European Digital Media Observatory), incaricato di monitorare le fonti di disinformazione. Il primo stanziamento è stato di 2,5 milioni di euro: se l’è aggiudicato, nel maggio 2020, un consorzio guidato dall’Istituto universitario europeo di Firenze, che comprende anche l’organizzazione di fact-checking italiana Pagella Politica che, insieme con Facta news, fa parte della società The Fact-Checking Factory (Tfcf) che annovera Meta (Facebook) e TikTok tra i suoi principali finanziatori. Pagella Politica è anche membro Ifcn. Il 30 giugno 2020 la Commissione europea ha pubblicato un secondo bando stanziando 11 milioni di euro (provenienti sempre dal programma europeo Cef Digital) destinati a creare in tutta Europa diversi «centri di ricerca» sui media digitali nazionali e multinazionali: in Italia l’hub è Idmo (Italian Digital Media Observatory), coordinato da Gianni Riotta e da Livia De Giovanni. Luiss funge da coordinatore del progetto, il cui partenariato è costituito da 8 enti a livello internazionale tra i quali la Rai, l’Università di Tor Vergata, il Gruppo Gedi (La Repubblica), Pagella Politica e Tim come partner tecnico. Altri 900.000 euro di fondi europei sono stati stanziati per elaborare il Codice di condotta rafforzato contro la disinformazione nell’Ue, presentato ad agosto 2022; ulteriori fondi sui servizi digitali Ue sono disponibili anche alla voce trasporti del Cef (dotata di un budget di circa 25 miliardi di euro). E’ importante sottolineare che, nonostante sia stata istituita dall’Unione europea, Edmo dichiara di avere una governance del tutto indipendente dalle autorità pubbliche. Ciò conduce a diverse riflessioni su questa sorta di rapporto di «subappalto»: di fatto, il controllo sulle fake news in Europa è finanziato con fondi pubblici ma è affidato ad agenzie ed enti privati, che autocertificano l’assenza di conflitti d’interesse. Non solo: il Codice di condotta, che ha coinvolto 34 firmatari (tra cui Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft), prevede la «demonetizzazione», ossia la riduzione degli incentivi finanziari per chi, in Europa, diffonde presunta «disinformazione», così che i responsabili non possano beneficiare di introiti pubblicitari. Sono dunque soggetti privati a stabilire se altri privati possano accedere alla pubblicità, fonte primaria di sostentamento per le testate giornalistiche realmente indipendenti: quantomeno curioso. Ha fatto altrettanto scalpore l’appello del colosso non profit Media Matters, attivo sostenitore di Hillary Clinton, che ha scritto una lettera ai più importanti brand americani (Coca Cola, Disney, Apple, Kraft, ecc) diffidandoli dal rinnovare i contratti pubblicitari a Twitter se l’azienda allenterà il fact-check. Elon Musk ha risposto chiedendo di indagare su chi finanzia queste associazioni «non lucrative»: già.Ad affiancare Ifcn ed Edmo nella «lotta alla disinformazione», c’è inoltre la Google News Initiative, organizzazione europea creata per «sostenere il giornalismo di alta qualità». Google ha sovvenzionato oltre 6.250 testate in 118 paesi mettendo a disposizione 189 milioni di dollari. E lo stesso Fondo Straordinario per l’Editoria italiana destinerà parte dei 140 milioni previsti per il 2023 alla lotta alle fake-news.Ricapitolando, il business del fact-checking è florido, ma il valore totale degli accordi stipulati tra donatori, «casa madre» e fact-checkers è difficilmente reperibile, così come è impossibile trovare nei siti dei controllori i bilanci, gli stipendi e la rendicontazione in dettaglio di come questi flussi di denaro siano ripartiti e spesi dai singoli aderenti. 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Il Codice è rivolto alle società aderenti al network Edmo (European Digital Media Observatory) e dovrebbe essere la bibbia dei fact-checkers. Ma i «Twitter Files» di Elon Musk sulla storia di Hunter Biden, sulle pressioni dei Democratici per insabbiarla e su Facts First USA confermano ciò che sappiamo da tempo: fact-checking e indipendenza politica viaggiano su binari diversi. Il sistema di controllo delle notizie stabilito dall’Ifcn, sancta sanctorum del fact-checking globale, cui aderisce Open di Enrico Mentana, è strutturato sul «Code of Principles» che richiede anche di «non pubblicizzare le proprie opinioni su questioni politiche» (in Italia, ampiamente inascoltato) e «utilizzare le migliori fonti disponibili». Questi criteri, ritenuti ancor più importanti della trasparenza sui finanziamenti, spesso non sono soddisfatti. Se nella lista dei filantropi Usa che sovvenzionano Poynter Institute e IFCN figurano soprattutto gli amici del Partito Democratico, qualche domanda è giusto porsela. Ad esempio, il miliardario Craig Newmark, una delle 100 persone più influenti al mondo, è dichiaratamente un Obama-man: ha sostenuto le campagne elettorali di Barack Obama, per poi appoggiare quella di Joe Biden. Anche la filantropica Gill Foundation, che ha foraggiato le casse del Poynter, è apertamente schierata con Biden. Il Presidente ha ricambiato, nominando ambasciatore in Svizzera uno dei quattro membri del board, Scott Miller. Miller a sua volta è il compagno di un altro membro del board, Tim Gill, figura preminente del mondo LGBTQ (ha donato ben 500 milioni di dollari alla causa) e sponsor della vittoria Dem in Colorado. Un altro grande benefattore del Poynter è la MacArthur Foundation, anch’essa palesemente pro-dem. Kathy Im, Direttrice Media in MacArthur con un portfolio di 25 milioni di dollari l’anno, è stata chiamata da Joe Biden a dirigere la Società per la Radiodiffusione Pubblica CPB. E una delle più attive negazioniste dell’esistenza del computer di Hunter Biden, la giornalista Nina Jankowicz, fu promossa da Biden a capo del lugubre «Ministero della Verità», dipendente dall’Homeland Security americana. Di Bill Gates e George Soros già sappiamo. Ancora stupiti della storia di Hunter Biden su Twitter? Fronte europeo, le interferenze tra politica, affari & fact-checking sono altrettanto lampanti. Finanziato dall’Ue, EDMO è l’organismo incaricato dell’analisi sulla disinformazione in Europa «con indipendenza e imparzialità». Davvero? Eppure, a capo della Governance EDMO c’è quel Miguel Poiares Maduro che è stato deputato in Portogallo e ministro nel governo del socialdemocratico Pedro Coelho. Un chairman non proprio «libero e indipendente». Nel Board EDMO c’è anche il britannico Richard Allan, ex lobbista Cisco, deputato laburista e già direttore della campagna elettorale dell’ex vicepremier Nick Clegg, a sua volta assunto in Facebook dal 2018. Testimoniando a un processo, Allan ha ammesso che «le fake news di una persona effettivamente possono essere il discorso politico di un’altra». Ancora più marcata l’impronta politica della IDMO di Gianni Riotta, derivazione italiana di EDMO, che vigila sulla disinformazione nel nostro Paese. All’interno del progetto c’è il Gruppo Gedi, stakeholder non esattamente super partes. La Repubblica, maggiore quotidiano del gruppo, ad esempio, ha ospitato pubblicità a nove colonne di Pfizer: tutto legittimo, se non fosse che lo stesso giornale decide se ciò che scrivono le altre testate sui prodotti Pfizer sia «vero» o «falso». Nel concreto, all’interno di queste strutture presuntivamente «indipendenti» passa tutta l’informazione su Covid, guerra, clima e gas. Open, ad esempio, fa parte della Coronavirus Alliance, gruppo di lavoro che nel corso della pandemia ha svolto più di 9.000 fact-checking. E’ grazie a questi «debunker» che alcune evidenze scientifiche dirimenti, ma non allineate alle politiche sanitarie dei governi, non hanno raggiunto il grande pubblico, e son state bollate come «false». Alcuni si sono ribellati: i professori Carl Heneghan e Tom Jefferson dell’Università di Oxford, censurati da Facebook per aver postato uno degli studi più autorevoli sulle mascherine, che ne dimostrava la scarsa efficacia in comunità, hanno portato la questione al Parlamento inglese. Martin Kulldorff, professore ad Harvard, è stato bannato da Twitter per aver scritto che i guariti non devono vaccinarsi. Ormai, si pretende che la parola dei fact-checkers valga di più di quella di scienziati internazionali…ma solo quando questi ultimi «disobbediscono». La stessa dinamica si è innescata sulla guerra: una settimana dopo l’inizio delle ostilità, Ursula von der Leyen ha deciso che i cittadini Ue non erano in grado di discernere se l’informazione russa era falsa o no, e così, per tagliare la testa al toro, ha chiuso Sputnik e Russia Today. Ciò non ha impedito a gran parte della popolazione Ue di schierarsi, comunque, contro l’invio delle armi: inascoltata. Qualche segno di risveglio c’è: Facebook ha dichiarato che, dato che Trump si è ricandidato, non lo sottoporranno più a fact-check perché «non è nostro ruolo intervenire quando i politici parlano». Il punto di caduta, alla fine, sembra racchiuso in una massima di Confucio: niente è più visibile di ciò che è nascosto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-finanzia-rete-censori-rete-2658828636.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mark-mani-di-forbice-si-affida-allalgoritmo" data-post-id="2658828636" data-published-at="1670174594" data-use-pagination="False"> Mark «mani di forbice» si affida all’algoritmo Non è facile districarsi nel labirinto delle regole di Facebook, e capire perché la piattaforma di Mark Zuckerberg censuri come «pornografiche» le foto del suggestivo quadro della Scuola di Fontainebleau Gabrielle d’Estrées e sua sorella, che raffigura una donna che tocca il seno di un’altra donna, o rimuova un post che riporta slide e dichiarazioni pubbliche di esponenti Fda perché «incitano alla violenza fisica». Spesso gli utilizzatori di Facebook (2,9 miliardi di utenti attivi) faticano a capire la ratio dei provvedimenti imposti da Zuckerberg, né è chiara la differenza tra la «moderazione dei contenuti» e il «fact checking», che sono due attività diverse, gestite da team diversi e con processi diversi. Per semplificare, la moderazione dei contenuti è gestita da Facebook sulla base delle proprie linee guida, sottoscritte dall’utente al momento dell’iscrizione. Queste vietano l’incitamento all’odio o alla violenza fisica e la diffusione di contenuti violenti, razzisti e discriminatori. Le «fake news», per intenderci, non sono citate. Buona parte del lavoro di moderazione è fatta dall’algoritmo, perché l’intervento umano non è economicamente sostenibile. Per fare un esempio pratico, se un utente pubblica contenuti pedopornografici o violenti, il contenuto viene rimosso subito dall’algoritmo. Una commissione di sorveglianza esterna, l’Oversight board, valuta comunque i ricorsi contro le rimozioni dei post. La valutazione sull’attendibilità delle notizie, invece, è esternalizzata all’Ifcn (International fact checking network), organismo che ha stipulato un contratto con Meta gestendo per conto di Zuckerberg il fact checking in tutto il mondo. Il progetto si chiama Third-party fact checking program (controllo delle notizie eseguito da terze parti). In Italia, Facebook ha affidato questo incarico a Open di Enrico Mentana e a Pagella politica. Chi trova nel feed le notizie «false» e decide di confutarle e/o farle rimuovere? Il protagonista del flow è l’Ifcn che fa la review delle notizie e, attraverso i suoi fact checker, individua la presunta fake news, effettua il cosiddetto «debunking» (ovvero tenta di smontarne l’attendibilità) e la segnala a Facebook. Un altro flow sono le segnalazioni stesse degli altri utenti, che però possono criticare solo la violazione delle linee guida. Alla rimozione delle notizie contribuisce lo stesso algoritmo che, quando intercetta attraverso i tag (le parole chiave) un contenuto già «debunkato» più di una volta, lo classifica in automatico. Il fact checking di Facebook viene effettuato «in feed», ossia avviene dentro la piattaforma. Se un fact checker rileva una notizia falsa o fuorviante, non può tecnicamente rimuoverla. Il suo lavoro è di segnalarla a Facebook, che inserisce nel post un disclaimer in cui scrive che la notizia è stata esaminata e risulta, appunto, alterata, parzialmente falsa o falsa. A seconda della gravità della violazione, Facebook inserisce il disclaimer mantenendo visibile il post, o limita alcune funzioni all’account, oppure può «punirlo» riducendo la visibilità delle sue notizie nella timeline (e ciò danneggia gli «advertiser» che fanno pubblicità su Facebook). La rimozione del post è effettuata da Facebook soltanto se, contestualmente, il post vìola anche i famosi Standard della community, che ufficialmente «prescindono dal programma di fact checking». È davvero così? Negli ultimi anni, sono stati rimossi contenuti postati da politici, scienziati e giornalisti per presunte violazioni delle linee guida poco credibili: è davvero difficile immaginare che un resoconto su una riunione Fda «inciti alla violenza fisica». Questo tipo di rimozioni andrebbero contestate, perché a volte Facebook ritorna sui suoi passi. Il principio che guida Facebook nella decisione di rimuovere o no un contenuto «falso» è ufficialmente legato alla monetizzazione dei contenuti: il business di Facebook è la pubblicità, e le notizie false sul feed allontanano gli advertiser. È con questa scusa che diversi investitori (come ad esempio Pfizer) hanno deciso di sospendere la pubblicità su Twitter dopo che Elon Musk ha annunciato di non voler più censurare le presunte «fake news» sul Covid, e ha fatto rientrare nella piattaforma l’ex presidente Usa Donald Trump.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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