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2022-05-29
Champions League: Macron preferisce il caos, piuttosto che inimicarsi le banlieue
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Ansa
A quasi due anni dall’apertura delle Olimpiadi di Parigi e a poco più di uno dall’inizio dei mondiali di rugby, organizzati dalla Francia, la squadra governativa scelta dal presidente rieletto Emmanuel Macron ha fatto una figuraccia in occasione della finale della Champions League. La partita - conclusasi con la vittoria 1-0 del Real Madrid sul Liverpool -, è stata giocata sabato sera allo Stade de France in un clima insurrezionale.
La situazione era già molto tesa prima dell’inizio dell’incontro calcistico perché - a causa del solito sciopero selvaggio alla francese - i tifosi sono riusciti ad arrivare allo stadio stipati nei pochi treni interurbani della rete Rer ancora circolanti. Una volta usciti dai treni, i supporter hanno trovato il percorso che portava allo Stade de France bloccato da transenne disposte in maniera caotica. Un testimone anonimo citato da Le Monde ha spiegato che «la situazione era a un passo dalla catastrofe quando si è formato un blocco della circolazione [delle persone] a causa delle indicazioni di percorso sbagliate, fornite ai supporter all’uscita della Rer D”. Inoltre ci sono stati «problemi di apertura e chiusura delle porte dello stadio». Ma nonostante «la gente aspettasse da ore in modo disciplinato» ad un certo punto si sono «accentuati i movimenti della folla». Per questo, ha ricordato il testimone «alcuni - persino bambini o anziani - hanno ricevuto gas lacrimogeni o sono stati schiacciati contro le transenne». Certo, come mostrano vari video, tra i supporter bloccati da ore fuori dallo stadio, la tensione si faceva sempre più forte mano a mano che ci si avvicinava al calcio d’inizio, ma non ci sono state aggressioni o atti violenti da parte degli inglesi. Semmai qualcuno ha usato parole forti e qualche insulto per denunciare la situazione assurda che stavano vivendo.
Nel frattempo - come hanno provato numerosi video pubblicati sui social dai tifosi presenti all’esterno dello stadio o trasmessi da media sportivi internazionali - gruppi di giovani delle banlieue hanno cercato di introdursi senza biglietto nello stadio. Sfruttando le falle del dispositivo di sicurezza messo in atto dalle forze dell’ordine, i giovani delle periferie hanno agito quasi indisturbati, mentre la sicurezza si accaniva sui tifosi in possesso dei biglietti della partita. Alcuni dei banlieusard - come si definiscono in francese i giovani provenienti dai quartieri difficili - hanno addirittura scavalcato tranquillamente le griglie di protezione che circondano l’arena calcistica. Invece - come ha scritto su Twitter il giornalista dell’agenzia di stampa Associated Press, Rob Harris - «il personale della Uefa è dovuto intervenire per impedire che gli uomini della sicurezza inseguissero i media per evitare di essere filmati mentre lanciavano gas lacrimogeni». Sempre su Twitter, Steve Douglas, un altro giornalista della stessa agenzia di stampa ha denunciato di essere stato portato “sotto un gazebo da un agente di sicurezza”. Qui è stato «forzato a cancellare le sequenze video relative ai problemi della folla» sotto la minaccia di «non essere autorizzato ad entrare» nello stadio.
Il numero di poliziotti e di addetti alla sicurezza dello Stade de France era decisamente insufficiente ma per il ministro dell’interno, Gérald Darmanin, è stata tutta colpa dei tifosi del Liverpool. Con la tracotanza usata spesso dai membri della compagine macronista, il capo del Viminale francese ha pubblicato un tweet surreale. Mentre si trovava nella sala di controllo dello Stade de France, Darmanin ha scritto “migliaia di «supporters » britannici, senza biglietto o con biglietti falsi sono entrati con la forza e, in certi casi, hanno aggredito il personale dello stadio».
Il ministro dell’interno francese stava forse guardando l’inizio di un altro match. In effetti, come ricordava ieri Le Figaro, “la stragrande maggioranza” dei 22 mila tifosi del Liverpool era in possesso di un biglietto. Gli inviati dello stesso quotidiano Baptiste Desprez e Guillaume Loisy, che seguivano il match, hanno confermato che «prima che le forze dell’ordine riuscissero a riprendere il controllo della situazione, tra i fans inglesi sono stati constatati furti di biglietti della partita e di telefoni cellulari». Inoltre, hanno aggiunto i cronisti di Le Figaro, «quasi alle due del mattino, il servizio di sicurezza dello stadio ha persino espulso degli individui che si trovavano presso l’area dei media e che cercavano di rubare del materiale ad alcuni giornalisti».
In totale, le forze dell’ordine hanno fermato 105 persone e ne hanno arrestate 39. Ma al di là delle cifre, la pessima gestione della finale di Champions da parte delle autorità francesi sembra fornire la conferma di alcune tendenze. La prima è che, i tifosi che decidono di venire in Francia per assistere a grandi eventi sportivi, lo fanno a proprio rischio e pericolo. Basti ricordare che il 13 novembre 2015 - in occasione della partita Francia-Germania - dei terroristi si sono fatti esplodere allo Stade de France, mentre altri loro compagni d’armi ammazzavano centinaia di innocenti al Bataclan e in alcuni bar del centro di Parigi. La seconda è che, anche in questo caso, le forze dell’ordine transalpine hanno preferito prendersela con gente magari arrabbiata, ma in generale pacifica, piuttosto che fermare dei delinquenti. La terza è che i titolari del Viminale francese preferiscono fare figuracce a livello internazionale, piuttosto che suscitare i malumori delle periferie transalpine, dove le leggi dello Stato sono ormai un’opzione e i codici della delinquenza o la sharia, la regola.
Qualcosa di simile lo si era già visto ai tempi dei Gilet Gialli, quando la polizia caricava le proteste, quasi sempre pacifiche, di cittadini comuni, mentre lasciava agire indisturbati black block e delinquenti di banlieue, intenti a sfondare le vetrine di banche, negozi di cellulari o di articoli sportivi, nel centro di Parigi. La quarta è che la Seine-Saint-Denis - la “provincia” francese a nord di Parigi, dove si trova lo Stade de France - è sempre più ingovernabile e pronta ad esplodere. Non si tratta di stigmatizzare un territorio, ma non si può trascurare il fatto che, secondo l’Istat francese, in questo dipartimento i residenti stranieri rappresentano il 24,5% della popolazione (dato del 2018, contro il 7,1% a livello nazionale, ndr). Inoltre in questa zona si registra da anni il più alto tasso di povertà e di disoccupazione di tutta la Francia. Che in questo dipartimento le cose non vadano bene, lo aveva precisato anche Thierry Henry. L’ex campione del mondo francese aveva scatenato una polemica qualche settimana fa,ricordando sul canale americano Cbs Sport, che la città di Saint-Denis (capoluogo dell’omonimo dipartimento, ndr) “non è Parigi”. L’ex calciatore aveva anche avvertito: “credetemi, non vorreste stare a Saint-Denis”.
Chissà se la squadra governativa guidata da Elizabeth Borne e presieduta da Emmanuel Macron, sarà in grado di migliorare la situazione ed assicurare lo svolgimento sereno dei futuri appuntamenti sportivi in programma in Francia.
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La partita, finita con la vittoria 1-0 del Real Madrid sul Liverpool, è stata giocata sabato sera allo Stade de France in un clima insurrezionale. Le forze dell’ordine transalpine hanno preferito prendersela con gente magari arrabbiata, ma in generale pacifica, piuttosto che fermare delinquenti di origine maghrebina.A quasi due anni dall’apertura delle Olimpiadi di Parigi e a poco più di uno dall’inizio dei mondiali di rugby, organizzati dalla Francia, la squadra governativa scelta dal presidente rieletto Emmanuel Macron ha fatto una figuraccia in occasione della finale della Champions League. La partita - conclusasi con la vittoria 1-0 del Real Madrid sul Liverpool -, è stata giocata sabato sera allo Stade de France in un clima insurrezionale.La situazione era già molto tesa prima dell’inizio dell’incontro calcistico perché - a causa del solito sciopero selvaggio alla francese - i tifosi sono riusciti ad arrivare allo stadio stipati nei pochi treni interurbani della rete Rer ancora circolanti. Una volta usciti dai treni, i supporter hanno trovato il percorso che portava allo Stade de France bloccato da transenne disposte in maniera caotica. Un testimone anonimo citato da Le Monde ha spiegato che «la situazione era a un passo dalla catastrofe quando si è formato un blocco della circolazione [delle persone] a causa delle indicazioni di percorso sbagliate, fornite ai supporter all’uscita della Rer D”. Inoltre ci sono stati «problemi di apertura e chiusura delle porte dello stadio». Ma nonostante «la gente aspettasse da ore in modo disciplinato» ad un certo punto si sono «accentuati i movimenti della folla». Per questo, ha ricordato il testimone «alcuni - persino bambini o anziani - hanno ricevuto gas lacrimogeni o sono stati schiacciati contro le transenne». Certo, come mostrano vari video, tra i supporter bloccati da ore fuori dallo stadio, la tensione si faceva sempre più forte mano a mano che ci si avvicinava al calcio d’inizio, ma non ci sono state aggressioni o atti violenti da parte degli inglesi. Semmai qualcuno ha usato parole forti e qualche insulto per denunciare la situazione assurda che stavano vivendo.Nel frattempo - come hanno provato numerosi video pubblicati sui social dai tifosi presenti all’esterno dello stadio o trasmessi da media sportivi internazionali - gruppi di giovani delle banlieue hanno cercato di introdursi senza biglietto nello stadio. Sfruttando le falle del dispositivo di sicurezza messo in atto dalle forze dell’ordine, i giovani delle periferie hanno agito quasi indisturbati, mentre la sicurezza si accaniva sui tifosi in possesso dei biglietti della partita. Alcuni dei banlieusard - come si definiscono in francese i giovani provenienti dai quartieri difficili - hanno addirittura scavalcato tranquillamente le griglie di protezione che circondano l’arena calcistica. Invece - come ha scritto su Twitter il giornalista dell’agenzia di stampa Associated Press, Rob Harris - «il personale della Uefa è dovuto intervenire per impedire che gli uomini della sicurezza inseguissero i media per evitare di essere filmati mentre lanciavano gas lacrimogeni». Sempre su Twitter, Steve Douglas, un altro giornalista della stessa agenzia di stampa ha denunciato di essere stato portato “sotto un gazebo da un agente di sicurezza”. Qui è stato «forzato a cancellare le sequenze video relative ai problemi della folla» sotto la minaccia di «non essere autorizzato ad entrare» nello stadio. Il numero di poliziotti e di addetti alla sicurezza dello Stade de France era decisamente insufficiente ma per il ministro dell’interno, Gérald Darmanin, è stata tutta colpa dei tifosi del Liverpool. Con la tracotanza usata spesso dai membri della compagine macronista, il capo del Viminale francese ha pubblicato un tweet surreale. Mentre si trovava nella sala di controllo dello Stade de France, Darmanin ha scritto “migliaia di «supporters » britannici, senza biglietto o con biglietti falsi sono entrati con la forza e, in certi casi, hanno aggredito il personale dello stadio».Il ministro dell’interno francese stava forse guardando l’inizio di un altro match. In effetti, come ricordava ieri Le Figaro, “la stragrande maggioranza” dei 22 mila tifosi del Liverpool era in possesso di un biglietto. Gli inviati dello stesso quotidiano Baptiste Desprez e Guillaume Loisy, che seguivano il match, hanno confermato che «prima che le forze dell’ordine riuscissero a riprendere il controllo della situazione, tra i fans inglesi sono stati constatati furti di biglietti della partita e di telefoni cellulari». Inoltre, hanno aggiunto i cronisti di Le Figaro, «quasi alle due del mattino, il servizio di sicurezza dello stadio ha persino espulso degli individui che si trovavano presso l’area dei media e che cercavano di rubare del materiale ad alcuni giornalisti». In totale, le forze dell’ordine hanno fermato 105 persone e ne hanno arrestate 39. Ma al di là delle cifre, la pessima gestione della finale di Champions da parte delle autorità francesi sembra fornire la conferma di alcune tendenze. La prima è che, i tifosi che decidono di venire in Francia per assistere a grandi eventi sportivi, lo fanno a proprio rischio e pericolo. Basti ricordare che il 13 novembre 2015 - in occasione della partita Francia-Germania - dei terroristi si sono fatti esplodere allo Stade de France, mentre altri loro compagni d’armi ammazzavano centinaia di innocenti al Bataclan e in alcuni bar del centro di Parigi. La seconda è che, anche in questo caso, le forze dell’ordine transalpine hanno preferito prendersela con gente magari arrabbiata, ma in generale pacifica, piuttosto che fermare dei delinquenti. La terza è che i titolari del Viminale francese preferiscono fare figuracce a livello internazionale, piuttosto che suscitare i malumori delle periferie transalpine, dove le leggi dello Stato sono ormai un’opzione e i codici della delinquenza o la sharia, la regola. Qualcosa di simile lo si era già visto ai tempi dei Gilet Gialli, quando la polizia caricava le proteste, quasi sempre pacifiche, di cittadini comuni, mentre lasciava agire indisturbati black block e delinquenti di banlieue, intenti a sfondare le vetrine di banche, negozi di cellulari o di articoli sportivi, nel centro di Parigi. La quarta è che la Seine-Saint-Denis - la “provincia” francese a nord di Parigi, dove si trova lo Stade de France - è sempre più ingovernabile e pronta ad esplodere. Non si tratta di stigmatizzare un territorio, ma non si può trascurare il fatto che, secondo l’Istat francese, in questo dipartimento i residenti stranieri rappresentano il 24,5% della popolazione (dato del 2018, contro il 7,1% a livello nazionale, ndr). Inoltre in questa zona si registra da anni il più alto tasso di povertà e di disoccupazione di tutta la Francia. Che in questo dipartimento le cose non vadano bene, lo aveva precisato anche Thierry Henry. L’ex campione del mondo francese aveva scatenato una polemica qualche settimana fa,ricordando sul canale americano Cbs Sport, che la città di Saint-Denis (capoluogo dell’omonimo dipartimento, ndr) “non è Parigi”. L’ex calciatore aveva anche avvertito: “credetemi, non vorreste stare a Saint-Denis”.Chissà se la squadra governativa guidata da Elizabeth Borne e presieduta da Emmanuel Macron, sarà in grado di migliorare la situazione ed assicurare lo svolgimento sereno dei futuri appuntamenti sportivi in programma in Francia.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara