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2022-05-29
Champions League: Macron preferisce il caos, piuttosto che inimicarsi le banlieue
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Ansa
A quasi due anni dall’apertura delle Olimpiadi di Parigi e a poco più di uno dall’inizio dei mondiali di rugby, organizzati dalla Francia, la squadra governativa scelta dal presidente rieletto Emmanuel Macron ha fatto una figuraccia in occasione della finale della Champions League. La partita - conclusasi con la vittoria 1-0 del Real Madrid sul Liverpool -, è stata giocata sabato sera allo Stade de France in un clima insurrezionale.
La situazione era già molto tesa prima dell’inizio dell’incontro calcistico perché - a causa del solito sciopero selvaggio alla francese - i tifosi sono riusciti ad arrivare allo stadio stipati nei pochi treni interurbani della rete Rer ancora circolanti. Una volta usciti dai treni, i supporter hanno trovato il percorso che portava allo Stade de France bloccato da transenne disposte in maniera caotica. Un testimone anonimo citato da Le Monde ha spiegato che «la situazione era a un passo dalla catastrofe quando si è formato un blocco della circolazione [delle persone] a causa delle indicazioni di percorso sbagliate, fornite ai supporter all’uscita della Rer D”. Inoltre ci sono stati «problemi di apertura e chiusura delle porte dello stadio». Ma nonostante «la gente aspettasse da ore in modo disciplinato» ad un certo punto si sono «accentuati i movimenti della folla». Per questo, ha ricordato il testimone «alcuni - persino bambini o anziani - hanno ricevuto gas lacrimogeni o sono stati schiacciati contro le transenne». Certo, come mostrano vari video, tra i supporter bloccati da ore fuori dallo stadio, la tensione si faceva sempre più forte mano a mano che ci si avvicinava al calcio d’inizio, ma non ci sono state aggressioni o atti violenti da parte degli inglesi. Semmai qualcuno ha usato parole forti e qualche insulto per denunciare la situazione assurda che stavano vivendo.
Nel frattempo - come hanno provato numerosi video pubblicati sui social dai tifosi presenti all’esterno dello stadio o trasmessi da media sportivi internazionali - gruppi di giovani delle banlieue hanno cercato di introdursi senza biglietto nello stadio. Sfruttando le falle del dispositivo di sicurezza messo in atto dalle forze dell’ordine, i giovani delle periferie hanno agito quasi indisturbati, mentre la sicurezza si accaniva sui tifosi in possesso dei biglietti della partita. Alcuni dei banlieusard - come si definiscono in francese i giovani provenienti dai quartieri difficili - hanno addirittura scavalcato tranquillamente le griglie di protezione che circondano l’arena calcistica. Invece - come ha scritto su Twitter il giornalista dell’agenzia di stampa Associated Press, Rob Harris - «il personale della Uefa è dovuto intervenire per impedire che gli uomini della sicurezza inseguissero i media per evitare di essere filmati mentre lanciavano gas lacrimogeni». Sempre su Twitter, Steve Douglas, un altro giornalista della stessa agenzia di stampa ha denunciato di essere stato portato “sotto un gazebo da un agente di sicurezza”. Qui è stato «forzato a cancellare le sequenze video relative ai problemi della folla» sotto la minaccia di «non essere autorizzato ad entrare» nello stadio.
Il numero di poliziotti e di addetti alla sicurezza dello Stade de France era decisamente insufficiente ma per il ministro dell’interno, Gérald Darmanin, è stata tutta colpa dei tifosi del Liverpool. Con la tracotanza usata spesso dai membri della compagine macronista, il capo del Viminale francese ha pubblicato un tweet surreale. Mentre si trovava nella sala di controllo dello Stade de France, Darmanin ha scritto “migliaia di «supporters » britannici, senza biglietto o con biglietti falsi sono entrati con la forza e, in certi casi, hanno aggredito il personale dello stadio».
Il ministro dell’interno francese stava forse guardando l’inizio di un altro match. In effetti, come ricordava ieri Le Figaro, “la stragrande maggioranza” dei 22 mila tifosi del Liverpool era in possesso di un biglietto. Gli inviati dello stesso quotidiano Baptiste Desprez e Guillaume Loisy, che seguivano il match, hanno confermato che «prima che le forze dell’ordine riuscissero a riprendere il controllo della situazione, tra i fans inglesi sono stati constatati furti di biglietti della partita e di telefoni cellulari». Inoltre, hanno aggiunto i cronisti di Le Figaro, «quasi alle due del mattino, il servizio di sicurezza dello stadio ha persino espulso degli individui che si trovavano presso l’area dei media e che cercavano di rubare del materiale ad alcuni giornalisti».
In totale, le forze dell’ordine hanno fermato 105 persone e ne hanno arrestate 39. Ma al di là delle cifre, la pessima gestione della finale di Champions da parte delle autorità francesi sembra fornire la conferma di alcune tendenze. La prima è che, i tifosi che decidono di venire in Francia per assistere a grandi eventi sportivi, lo fanno a proprio rischio e pericolo. Basti ricordare che il 13 novembre 2015 - in occasione della partita Francia-Germania - dei terroristi si sono fatti esplodere allo Stade de France, mentre altri loro compagni d’armi ammazzavano centinaia di innocenti al Bataclan e in alcuni bar del centro di Parigi. La seconda è che, anche in questo caso, le forze dell’ordine transalpine hanno preferito prendersela con gente magari arrabbiata, ma in generale pacifica, piuttosto che fermare dei delinquenti. La terza è che i titolari del Viminale francese preferiscono fare figuracce a livello internazionale, piuttosto che suscitare i malumori delle periferie transalpine, dove le leggi dello Stato sono ormai un’opzione e i codici della delinquenza o la sharia, la regola.
Qualcosa di simile lo si era già visto ai tempi dei Gilet Gialli, quando la polizia caricava le proteste, quasi sempre pacifiche, di cittadini comuni, mentre lasciava agire indisturbati black block e delinquenti di banlieue, intenti a sfondare le vetrine di banche, negozi di cellulari o di articoli sportivi, nel centro di Parigi. La quarta è che la Seine-Saint-Denis - la “provincia” francese a nord di Parigi, dove si trova lo Stade de France - è sempre più ingovernabile e pronta ad esplodere. Non si tratta di stigmatizzare un territorio, ma non si può trascurare il fatto che, secondo l’Istat francese, in questo dipartimento i residenti stranieri rappresentano il 24,5% della popolazione (dato del 2018, contro il 7,1% a livello nazionale, ndr). Inoltre in questa zona si registra da anni il più alto tasso di povertà e di disoccupazione di tutta la Francia. Che in questo dipartimento le cose non vadano bene, lo aveva precisato anche Thierry Henry. L’ex campione del mondo francese aveva scatenato una polemica qualche settimana fa,ricordando sul canale americano Cbs Sport, che la città di Saint-Denis (capoluogo dell’omonimo dipartimento, ndr) “non è Parigi”. L’ex calciatore aveva anche avvertito: “credetemi, non vorreste stare a Saint-Denis”.
Chissà se la squadra governativa guidata da Elizabeth Borne e presieduta da Emmanuel Macron, sarà in grado di migliorare la situazione ed assicurare lo svolgimento sereno dei futuri appuntamenti sportivi in programma in Francia.
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La partita, finita con la vittoria 1-0 del Real Madrid sul Liverpool, è stata giocata sabato sera allo Stade de France in un clima insurrezionale. Le forze dell’ordine transalpine hanno preferito prendersela con gente magari arrabbiata, ma in generale pacifica, piuttosto che fermare delinquenti di origine maghrebina.A quasi due anni dall’apertura delle Olimpiadi di Parigi e a poco più di uno dall’inizio dei mondiali di rugby, organizzati dalla Francia, la squadra governativa scelta dal presidente rieletto Emmanuel Macron ha fatto una figuraccia in occasione della finale della Champions League. La partita - conclusasi con la vittoria 1-0 del Real Madrid sul Liverpool -, è stata giocata sabato sera allo Stade de France in un clima insurrezionale.La situazione era già molto tesa prima dell’inizio dell’incontro calcistico perché - a causa del solito sciopero selvaggio alla francese - i tifosi sono riusciti ad arrivare allo stadio stipati nei pochi treni interurbani della rete Rer ancora circolanti. Una volta usciti dai treni, i supporter hanno trovato il percorso che portava allo Stade de France bloccato da transenne disposte in maniera caotica. Un testimone anonimo citato da Le Monde ha spiegato che «la situazione era a un passo dalla catastrofe quando si è formato un blocco della circolazione [delle persone] a causa delle indicazioni di percorso sbagliate, fornite ai supporter all’uscita della Rer D”. Inoltre ci sono stati «problemi di apertura e chiusura delle porte dello stadio». Ma nonostante «la gente aspettasse da ore in modo disciplinato» ad un certo punto si sono «accentuati i movimenti della folla». Per questo, ha ricordato il testimone «alcuni - persino bambini o anziani - hanno ricevuto gas lacrimogeni o sono stati schiacciati contro le transenne». Certo, come mostrano vari video, tra i supporter bloccati da ore fuori dallo stadio, la tensione si faceva sempre più forte mano a mano che ci si avvicinava al calcio d’inizio, ma non ci sono state aggressioni o atti violenti da parte degli inglesi. Semmai qualcuno ha usato parole forti e qualche insulto per denunciare la situazione assurda che stavano vivendo.Nel frattempo - come hanno provato numerosi video pubblicati sui social dai tifosi presenti all’esterno dello stadio o trasmessi da media sportivi internazionali - gruppi di giovani delle banlieue hanno cercato di introdursi senza biglietto nello stadio. Sfruttando le falle del dispositivo di sicurezza messo in atto dalle forze dell’ordine, i giovani delle periferie hanno agito quasi indisturbati, mentre la sicurezza si accaniva sui tifosi in possesso dei biglietti della partita. Alcuni dei banlieusard - come si definiscono in francese i giovani provenienti dai quartieri difficili - hanno addirittura scavalcato tranquillamente le griglie di protezione che circondano l’arena calcistica. Invece - come ha scritto su Twitter il giornalista dell’agenzia di stampa Associated Press, Rob Harris - «il personale della Uefa è dovuto intervenire per impedire che gli uomini della sicurezza inseguissero i media per evitare di essere filmati mentre lanciavano gas lacrimogeni». Sempre su Twitter, Steve Douglas, un altro giornalista della stessa agenzia di stampa ha denunciato di essere stato portato “sotto un gazebo da un agente di sicurezza”. Qui è stato «forzato a cancellare le sequenze video relative ai problemi della folla» sotto la minaccia di «non essere autorizzato ad entrare» nello stadio. Il numero di poliziotti e di addetti alla sicurezza dello Stade de France era decisamente insufficiente ma per il ministro dell’interno, Gérald Darmanin, è stata tutta colpa dei tifosi del Liverpool. Con la tracotanza usata spesso dai membri della compagine macronista, il capo del Viminale francese ha pubblicato un tweet surreale. Mentre si trovava nella sala di controllo dello Stade de France, Darmanin ha scritto “migliaia di «supporters » britannici, senza biglietto o con biglietti falsi sono entrati con la forza e, in certi casi, hanno aggredito il personale dello stadio».Il ministro dell’interno francese stava forse guardando l’inizio di un altro match. In effetti, come ricordava ieri Le Figaro, “la stragrande maggioranza” dei 22 mila tifosi del Liverpool era in possesso di un biglietto. Gli inviati dello stesso quotidiano Baptiste Desprez e Guillaume Loisy, che seguivano il match, hanno confermato che «prima che le forze dell’ordine riuscissero a riprendere il controllo della situazione, tra i fans inglesi sono stati constatati furti di biglietti della partita e di telefoni cellulari». Inoltre, hanno aggiunto i cronisti di Le Figaro, «quasi alle due del mattino, il servizio di sicurezza dello stadio ha persino espulso degli individui che si trovavano presso l’area dei media e che cercavano di rubare del materiale ad alcuni giornalisti». In totale, le forze dell’ordine hanno fermato 105 persone e ne hanno arrestate 39. Ma al di là delle cifre, la pessima gestione della finale di Champions da parte delle autorità francesi sembra fornire la conferma di alcune tendenze. La prima è che, i tifosi che decidono di venire in Francia per assistere a grandi eventi sportivi, lo fanno a proprio rischio e pericolo. Basti ricordare che il 13 novembre 2015 - in occasione della partita Francia-Germania - dei terroristi si sono fatti esplodere allo Stade de France, mentre altri loro compagni d’armi ammazzavano centinaia di innocenti al Bataclan e in alcuni bar del centro di Parigi. La seconda è che, anche in questo caso, le forze dell’ordine transalpine hanno preferito prendersela con gente magari arrabbiata, ma in generale pacifica, piuttosto che fermare dei delinquenti. La terza è che i titolari del Viminale francese preferiscono fare figuracce a livello internazionale, piuttosto che suscitare i malumori delle periferie transalpine, dove le leggi dello Stato sono ormai un’opzione e i codici della delinquenza o la sharia, la regola. Qualcosa di simile lo si era già visto ai tempi dei Gilet Gialli, quando la polizia caricava le proteste, quasi sempre pacifiche, di cittadini comuni, mentre lasciava agire indisturbati black block e delinquenti di banlieue, intenti a sfondare le vetrine di banche, negozi di cellulari o di articoli sportivi, nel centro di Parigi. La quarta è che la Seine-Saint-Denis - la “provincia” francese a nord di Parigi, dove si trova lo Stade de France - è sempre più ingovernabile e pronta ad esplodere. Non si tratta di stigmatizzare un territorio, ma non si può trascurare il fatto che, secondo l’Istat francese, in questo dipartimento i residenti stranieri rappresentano il 24,5% della popolazione (dato del 2018, contro il 7,1% a livello nazionale, ndr). Inoltre in questa zona si registra da anni il più alto tasso di povertà e di disoccupazione di tutta la Francia. Che in questo dipartimento le cose non vadano bene, lo aveva precisato anche Thierry Henry. L’ex campione del mondo francese aveva scatenato una polemica qualche settimana fa,ricordando sul canale americano Cbs Sport, che la città di Saint-Denis (capoluogo dell’omonimo dipartimento, ndr) “non è Parigi”. L’ex calciatore aveva anche avvertito: “credetemi, non vorreste stare a Saint-Denis”.Chissà se la squadra governativa guidata da Elizabeth Borne e presieduta da Emmanuel Macron, sarà in grado di migliorare la situazione ed assicurare lo svolgimento sereno dei futuri appuntamenti sportivi in programma in Francia.
Papa Leone XIV (Ansa)
Ha ribadito che la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Egli ha precisato che la democrazia rappresenta «una delle più alte espressioni del potere legittimo» e che essa non deve essere ridotta a una «mera procedura», poiché il suo valore risiede nel riconoscimento della dignità di ogni persona e nella partecipazione attiva di ciascun cittadino al bene della collettività. Tuttavia, ha sottolineato il Papa, la democrazia «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». In assenza di tali fondamenti, essa rischia di degradarsi in «una tirannia della maggioranza o in una maschera del dominio delle élite economiche e tecnologiche». Queste parole confermano come il Papa, e con lui la Chiesa, intervenga nel dibattito politico non come un attore di parte, ma come un’autorità morale che indica la via della giustizia e della virtù, necessarie per evitare che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minacci la pace e la partecipazione dei popoli.
Questa missione di testimonianza morale e spirituale è stata rappresentata anche ieri in Algeria, dove appunto si è aperto il viaggio africano che proseguirà oggi in Camerun. Ieri Leone XIV si è recato ad Annaba, l’antica Ippona, compiendo quello che è stato definito come un ritorno alle origini della sua vocazione. Come «figlio di Sant’Agostino», che fu vescovo di questa città tra il 396 e il 430, il Papa ha visitato il sito archeologico nonostante il forte maltempo. Presso le rovine della Basilica Pacis, dove Agostino esercitò il suo ministero, il Pontefice ha deposto una corona di fiori, accompagnato dai canti in latino, berbero e arabo della corale locale, incentrati sui temi della pace e della fratellanza.
Particolarmente significativo è stato l’incontro privato con le suore agostiniane missionarie a Bab El Oued. In questo popoloso comune di Algeri, il Papa ha reso omaggio alla memoria di suor Esther Paniagua e suor Caridad Álvarez Martín Alonso, martiri uccise nel 1994 durante la guerra civile. Rivolgendosi alle religiose, il Papa ha sottolineato che il martirio e la testimonianza sono dimensioni iscritte nel cuore della vita agostiniana e che la loro presenza in terra algerina è un segno prezioso. Egli ha richiamato l’eredità del Vescovo di Ippona, che ancora oggi insegna come sia «possibile vivere in pace, valorizzando le differenze» e promuovendo il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
Infine, sempre ieri, è stata diffusa la lettera che il Papa ha inviato ai cardinali per convocare il prossimo Concistoro, fissato per il 26-27 giugno 2026. Leone ha tracciato le linee guida del lavoro che li aspetta, ponendo al centro l’esortazione Evangelii gaudium del predecessore Francesco. Il Papa chiede una missione che sia «cristocentrica e kerigmatica», capace di ricentrare l’identità cristiana sull’annuncio del cuore del Vangelo. Tra i principali punti di lavoro figurano la necessità di riformare i percorsi di iniziazione cristiana e l’urgenza di rendere la comunicazione ecclesiale, inclusa quella della Santa Sede, più chiaramente orientata alla missione.
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Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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