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2019-09-29
Per i suoi 100 anni Champion debutta nello streetstyle
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Champion celebra i suoi 100 anni con un nuovo store nel cuore di Milano. Uno spazio polifunzionale situato in via Cordusio, a pochi passi dall'appena inaugurato Uniqlo, dove il marchio lancia la sua ultima sfida, quella allo «sport style». Non più solo abbigliamento sportivo, Champion entra ufficialmente nel mondo dello streetstyle con capi che possono essere indossati dentro e fuori dalla palestra. Un cambio di rotta già preannunciato dalle collaborazioni esclusive degli ultimi anni con Vetements, Supreme e Off White che mira alla conquista di una clientela più giovane. Joseph Monahan, CEO di Champion EMEA, parla del negozio meneghino come di un punto di partenza per le prossime aperture - previste in Francia, Gran Bretagna, Spagna e Germania - che ne riprenderanno il concept basato su «barre luminose nei colori del brand», una fascia nera specchiata che comunica la storia del brand e, soprattutto, l'utilizzo di alluminio riciclabile. «Siamo pronti a rafforzare il nostro legame coi consumatori attraverso eventi, prodotti esclusivi e personalizzazioni prodotto on-site» ha spiegato Monahan durante l'inaugurazione. Questo cambio di strategia parte anche dalla comunicazione, che punta specialmente sui social anche grazie alla collaborazione di influencer italiani. Obiettivo principale è quello di «elevare l'esperienza di acquisto» e portare a un'ulteriore crescita del fatturato. Champion prevede infatti di chiudere il 2019 con un fatturato pari a 1.8 miliardi (+28,5%). Abbiamo fatto qualche domanda a Monahan in occasione dell'inaugurazione del Premium Store.
State celebrando un anniversario importante. Com'è cambiata Champion dal 1919?
«Abbiamo raggiunto un traguardo che poche aziende raggiungono e ne siamo molto orgogliosi. Champion continua a mantenere il suo dna e nel nuovo negozio omaggiamo la sua storia come marchio di abbigliamento sportivo, ma negli ultimi anni stiamo via via rafforzando la nostra credibilità nel contesto dello streetwear».
Perché avete scelto Milano per aprire il terzo Premium Store in Europa?
«Milano ha una duplice valenza. Il nostro quartier generale è a Carpi ed è importante per noi avere un'altra presenza in Italia. Inoltre la città è vicino ai nostri centri di sviluppo e di business e poter disporre di questo store a Milano è un grande benefit per noi».
Siete passati dall'essere un marchio di sportwear a uno di streetstyle. Come mai?
«Non siamo veramente cambiati, ci siamo solo accorti del fatto che i nostri prodotti premium sono più ispirati all'abbigliamento di tutti i giorni e abbiamo seguito questa nuova intuizione anche a livello comunicativo. Champion offre ancora capi per lo sport, ma è anche molto di più».
Qual è lo stato attuale di Champion come business?
«Stiamo andando molto bene, a livello globale. Per il 2019 stimiamo di raggiungere un turnover di 1.8 miliardi di dollari, un incremento rispetto allo scorso anno. Sicuramente l'apertura di questi nuovi punti vendita ci aiuterà sul lungo periodo».
In che modo?
«Con i Premium Store offriamo uno spazio dove i nostri clienti storici, che ci hanno seguito negli anni, possano partecipare a eventi, acquistare prodotti esclusivi e fare personalizzazioni on-site. Ma non solo, con il negozio di Milano speriamo di far scoprire anche ai giovani questo marchio che ha fatto davvero la storia (Champion ha inventato la felpa col cappuccio, ndr) attraverso una shopping experience unica e straordinaria».
«La mia tuta dorata rende perfette sia in palestra sia alle feste di gala»
Si chiama The Jumpsuit ed è una tuta. Tra tanti capi d'abbigliamento, Cristina Ferrari ne ha scelto uno non facile. Ma lei, come sempre, precorre i tempi. «Perché è stato il mio primo amore. E questa, per me, è una rinascita, riparto da lì, da una tuta come quando debuttai nel beachwear. Ho sempre prediletto i capi tra l'active e lo sport».
La stilista si racconta e lo fa dall'inizio. Da quei costumi da bagno firmati Fisico nati con lei, mentre ora il marchio è nelle buone e saldi mani di altri. Ma la passione per la moda, per la designer nata a San Donà di Piave, torinese d'adozione e definitivamente milanese, non è mai passata e quindi cominciare di nuovo per lei è stato normale. «Ho debuttato 25 anni fa, ho avuto una folgorazione per i costumi da bagno nata a Rio de Janeiro, durante un viaggio in Brasile, Paese che mi aveva affascinato per la terra, il sole, la fisicità delle persone. E l'impossibilità di trovare in Italia capi da mare all'altezza». L'inizio è con costumi in microfibra con la particolarità di essere double face diventati, in un attimo, dei veri e propri must. L'estate non era estate senza i bikini di Cristina Ferrari, inconfondibili e indossati da celebrità di tutto il mondo.
Le prime clienti le trovò sulle spiagge più chic del mondo?
«Sì, principalmente in vacanza. Aprii un corner a Panarea, un mercato piccolo ma d'élite e i primi modelli avevano i nomi di quelle isole: Alicudi, Filicudi, Lipari, Salina, Stromboli, Panarea, Vulcano».
Poi il giro s'allargò.
«Donne d'affari, manager, vip ne sono andate subito pazze. Marta Marzotto, Afef Jnifen, Arianna Marchetti furono le mie testimonial nella campagna firmata da un grande fotografo come Toni Thorimbert, che metteva in evidenza le tre età della donna. Poi, tra Sardegna, Capri, Saint-Tropez, Miami arrivò lo star system e i nomi famosi come Drew Barrymore, Mariah Carey, Gwyneth Paltrow e Paris Hilton. Il bikini più prezioso fu venduto negli Stati Uniti: 3.000 euro, acquistato da una cliente americana».
Lei è stata la regina del costume da bagno inventando quello d'alta moda.
«Sono stata una delle prime a sfilare a Milano collezioni con una linea di costumi da bagno couture, potevo calcare le passerelle ed è stato così che l'abbigliamento da mare ha ottenuto una ben altra visibilità e popolarità, affrancandosi dalle linee di intimo».
Cosa avevano i suoi capi di diverso?
«Erano adattabili al corpo, confortevoli, in tessuti tecnici e preziosi, eleganti. Sono stata la prima ad applicare i crystal mesh, cristalli che rendevano ogni pezzo un gioiello. Si usavano nei party, sulla spiaggia, alle feste nelle ville, sugli yacht. Gli abbinamenti erano a 360 gradi perché attorno ai costumi costruivo delle vere e proprie collezioni. La stessa cosa che voglio fare adesso con queste tute che rappresentano il modo di vivere di oggi».
Tenta di ripetere un tale successo?
«Sono convinta che il mondo dell'athleisure, del movimento, dello sportswear unito a luxury e glamour sia vincente. Rimetto a disposizione la conoscenza del corpo femminile e la capacità di valorizzarne le forme. Da lì è nata The Jumpsuit, la capsule di tute one piece dalla perfetta vestibilità, capi per lo sport dal tocco glam declinati in molteplici versioni per adattarsi alle diverse silhouette. Per le donne abbracciare il mondo dello sport non significa solo usare gli attrezzi, fare pilates o yoga. È vita quotidiana. Esco dalla palestra e ho la borsa firmata, la scarpa giusta, la sneaker griffata. È un modo diverso di usare un certo tipo di abbigliamento».
Quanti modelli di tuta ci sono?
«Dieci. Ho iniziato con il nero perché tutti mi chiedono il nero e ho inserito l'oro perché è la mia rinascita, ma ci sono diverse nuance. La modella esplode nella sua solarità. Il marchio è un brillante con tante sfaccettature in cristalli Swarovski. Dalla tuta per tutti i giorni a quella gold per la sera. Da mettersi sia con le sneaker sia con il tacco alto. Dall'icona di stile Brigitte Bardot arriva il tocco anni Settanta per il modello a zampa, fino alla versione panta-palazzo sofisticato o al tank shirt con scollo rotondo stretch per un effetto seconda pelle, o il taglio polo collo alto con zip oppure wrap con incrocio che valorizzano il décolleté. E poi ancora maniche larghe o a tre quarti per permettere a ognuna di scegliere il modello perfetto per sé. Oltre alle tute ci sono felpe, giacchini, fuseaux, pantaloni leggings. Altissima la qualità dei tessuti grazie all'utilizzo di prodotti made in Italy: dal micro elastan performante per l'estate, alla calda viscosa elasticizzata per la stagione più fredda e al tessuto shape che toglie una taglia».
Se c'è una cosa che dà fastidio in una tuta è la difficoltà di toglierla in certi momenti.
«Verissimo. Per questo ho studiato un sistema ingegnoso, la zip revolution, che diventa il must della collezione per coniugare utilità e design. Si tratta di una zip invisibile lunga 55 centimetri, cucita da interno coscia a interno coscia. Fondamentale».
Il fitness glam è accontentato.
Paillette dalle cozze e air bag trasformati in gonne
Ridurre le emissioni è il nuovo diktat della moda. La tendenza green è fortissima e va da Gucci a Dior, dalle sfilate milanesi a quelle parigine. Eliminare le pellicce non basta più. Bisogna fare di più. E gli stilisti hanno già iniziato.
Tiziano Guardini nel 2017 ha vinto il Green carpet challange award, Franca Sozzani Gcc award for best emerging Designer, con un abito in seta cruelty free con ricamo in paillette create da gusci di cozze e cd riciclati con soprabito in tessuto 100% riciclato dalla plastica raccolta nel Mediterraneo e dalle reti da pesca recuperate in Corea. Per la nuova collezione ha usato la Peace silk che sfrutta i bozzoli abbandonati dalle crisalidi.
Guarda alla desertificazione dilagante Gilberto Calzolari, che ha vinto lo stesso di premio di Guardini nel 2018. Ha recuperato dalla Volvo air bag e cinture di sicurezza trasformandoli in gonne e accessori. Il canvas biodegradabile (va nell'umido) per giacchini, il sughero toscano per gli abiti, il poliestere riciclato e riciclabile diventano vestiti fantasia.
Cividini ha sempre usato materie di altissima qualità. Nella capsule Wow fonde arte, artigianato, sostenibilità e made in Italy. Un capo iconico come la T-shirt viene dipinto a mano da artigiani e diventa un pezzo da collezione.
Le sete cinesi sostenibili di Suzhou sono state le protagoniste di Sgm art mouse Ji, collezioni realizzate dagli studenti del Suzhou art & design technology institute. Il governo ha messo sotto tutela laboratori e antichi telai e la produzione non supera mai gli 85 centimetri di seta al giorno. Dalla Cina arriva anche Zhao Huizhou, signora della moda che protegge e promuove il patrimonio culturale delle minoranze etniche e le tecnologie artigiane della cultura cinese. Il suo marchio, Hui, spicca per i ricami ispirati a quelli imperiali, che finiscono in abiti e borse di altissima fattura.
Sara Cavazza Facchini, stilista di Genny, ha previsto una capsule in denim ecosostenibile in collaborazione con Puredenim, che permette di tingere la tela di jeans sfruttando l'energia al posto degli agenti chimici, riducendo il consumo di acqua e garantendo colorazioni durature.
Sono i tessuti più esclusivi, icona indiscussa di Agnona, quelli usati dal direttore creativo Simon Holloway: vera seta dupioni (due bachi da seta che girano insieme un bozzolo) filata con uno dei quattro antichi telai presenti al lanificio Agnona, pattern a scacchi dagli archivi tessili del brand, jersey di seta e cashmere double. Un'eccellenza che non conosce confronti.
E anche nella moda l'unione fa la forza. Sono una coppia di ferro nella vita e nel lavoro Diego Mazzi e Manuela Bortolameolli che insieme hanno fondato il marchio Diego M, specializzato nel fashionable outerwear. Capi in pelle, giacchini corti con zip e capispalla sofisticati in tweed, curati a mano in ogni dettaglio. Il mix dei materiali nello stesso capo contraddistingue un brand di notevole fattura e che dimostra il saper fare made in Italy.
Le Piacentini è il nuovo marchio delle sorelle Alessandra e Francesca Piacentini, che va ad affiancarsi a Miss Bikini. La collezione punta sulla luminosità che si sviluppa in una serie di giacche, pantaloni e gonne in paillette impreziosite da ricami con fili d'argento e perline glam rock.
Le gemelle Francesca e Veronica Feleppa, fondatrici dell'omonimo brand, hanno fatto il loro debutto sulle passerelle della settimana della moda milanese con una sfilata dove le protagoniste erano ballerine professioniste che hanno raccontato una bellezza eterogenea e reale.
Tra le novità, si segnalano gli occhiali Neubau eyewear, brand del gruppo austriaco Silhouette, che utilizza il polimero sostenibile Naturalpx ottenuto per il 65% da olio di semi di ricino, un materiale completamente riciclabile.
Continua a leggereRiduci
Il noto marchio di abbigliamento sportivo presenta nel nuovo negozio di Milano capi che possono essere indossati sia dentro che fuori la palestra. Joseph Mohan, amministratore delegato del brand: «Siamo pronti a rafforzare il nostro legame coi consumatori attraverso eventi, prodotti esclusivi e personalizzazioni prodotto on-site». «La mia tuta dorata rende perfette sia in palestra sia alle feste di gala». Cristina Ferrari, la creatrice del marchio Fisico, che ha inventato i costumi da bagno glamour, ora lancia il nuovo brand The Jumpsuit: «Questa collezione made in Italy sdoganerà l'abbigliamento sportivo per la sera». Paillette dalle cozze e air bag trasformati in gonne. Gli stilisti sperimentano con materiali inediti: Neubau eyewear realizza occhiali riciclabili a base di olio di semi di ricino. Lo speciale contiene tre articoli articoli.Champion celebra i suoi 100 anni con un nuovo store nel cuore di Milano. Uno spazio polifunzionale situato in via Cordusio, a pochi passi dall'appena inaugurato Uniqlo, dove il marchio lancia la sua ultima sfida, quella allo «sport style». Non più solo abbigliamento sportivo, Champion entra ufficialmente nel mondo dello streetstyle con capi che possono essere indossati dentro e fuori dalla palestra. Un cambio di rotta già preannunciato dalle collaborazioni esclusive degli ultimi anni con Vetements, Supreme e Off White che mira alla conquista di una clientela più giovane. Joseph Monahan, CEO di Champion EMEA, parla del negozio meneghino come di un punto di partenza per le prossime aperture - previste in Francia, Gran Bretagna, Spagna e Germania - che ne riprenderanno il concept basato su «barre luminose nei colori del brand», una fascia nera specchiata che comunica la storia del brand e, soprattutto, l'utilizzo di alluminio riciclabile. «Siamo pronti a rafforzare il nostro legame coi consumatori attraverso eventi, prodotti esclusivi e personalizzazioni prodotto on-site» ha spiegato Monahan durante l'inaugurazione. Questo cambio di strategia parte anche dalla comunicazione, che punta specialmente sui social anche grazie alla collaborazione di influencer italiani. Obiettivo principale è quello di «elevare l'esperienza di acquisto» e portare a un'ulteriore crescita del fatturato. Champion prevede infatti di chiudere il 2019 con un fatturato pari a 1.8 miliardi (+28,5%). Abbiamo fatto qualche domanda a Monahan in occasione dell'inaugurazione del Premium Store.State celebrando un anniversario importante. Com'è cambiata Champion dal 1919?«Abbiamo raggiunto un traguardo che poche aziende raggiungono e ne siamo molto orgogliosi. Champion continua a mantenere il suo dna e nel nuovo negozio omaggiamo la sua storia come marchio di abbigliamento sportivo, ma negli ultimi anni stiamo via via rafforzando la nostra credibilità nel contesto dello streetwear».Perché avete scelto Milano per aprire il terzo Premium Store in Europa?«Milano ha una duplice valenza. Il nostro quartier generale è a Carpi ed è importante per noi avere un'altra presenza in Italia. Inoltre la città è vicino ai nostri centri di sviluppo e di business e poter disporre di questo store a Milano è un grande benefit per noi».Siete passati dall'essere un marchio di sportwear a uno di streetstyle. Come mai?«Non siamo veramente cambiati, ci siamo solo accorti del fatto che i nostri prodotti premium sono più ispirati all'abbigliamento di tutti i giorni e abbiamo seguito questa nuova intuizione anche a livello comunicativo. Champion offre ancora capi per lo sport, ma è anche molto di più».Qual è lo stato attuale di Champion come business?«Stiamo andando molto bene, a livello globale. Per il 2019 stimiamo di raggiungere un turnover di 1.8 miliardi di dollari, un incremento rispetto allo scorso anno. Sicuramente l'apertura di questi nuovi punti vendita ci aiuterà sul lungo periodo». In che modo?«Con i Premium Store offriamo uno spazio dove i nostri clienti storici, che ci hanno seguito negli anni, possano partecipare a eventi, acquistare prodotti esclusivi e fare personalizzazioni on-site. Ma non solo, con il negozio di Milano speriamo di far scoprire anche ai giovani questo marchio che ha fatto davvero la storia (Champion ha inventato la felpa col cappuccio, ndr) attraverso una shopping experience unica e straordinaria». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/champion-2640722596.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-mia-tuta-dorata-rende-perfette-sia-in-palestra-sia-alle-feste-di-gala" data-post-id="2640722596" data-published-at="1773444174" data-use-pagination="False"> «La mia tuta dorata rende perfette sia in palestra sia alle feste di gala» Si chiama The Jumpsuit ed è una tuta. Tra tanti capi d'abbigliamento, Cristina Ferrari ne ha scelto uno non facile. Ma lei, come sempre, precorre i tempi. «Perché è stato il mio primo amore. E questa, per me, è una rinascita, riparto da lì, da una tuta come quando debuttai nel beachwear. Ho sempre prediletto i capi tra l'active e lo sport». La stilista si racconta e lo fa dall'inizio. Da quei costumi da bagno firmati Fisico nati con lei, mentre ora il marchio è nelle buone e saldi mani di altri. Ma la passione per la moda, per la designer nata a San Donà di Piave, torinese d'adozione e definitivamente milanese, non è mai passata e quindi cominciare di nuovo per lei è stato normale. «Ho debuttato 25 anni fa, ho avuto una folgorazione per i costumi da bagno nata a Rio de Janeiro, durante un viaggio in Brasile, Paese che mi aveva affascinato per la terra, il sole, la fisicità delle persone. E l'impossibilità di trovare in Italia capi da mare all'altezza». L'inizio è con costumi in microfibra con la particolarità di essere double face diventati, in un attimo, dei veri e propri must. L'estate non era estate senza i bikini di Cristina Ferrari, inconfondibili e indossati da celebrità di tutto il mondo. Le prime clienti le trovò sulle spiagge più chic del mondo? «Sì, principalmente in vacanza. Aprii un corner a Panarea, un mercato piccolo ma d'élite e i primi modelli avevano i nomi di quelle isole: Alicudi, Filicudi, Lipari, Salina, Stromboli, Panarea, Vulcano». Poi il giro s'allargò. «Donne d'affari, manager, vip ne sono andate subito pazze. Marta Marzotto, Afef Jnifen, Arianna Marchetti furono le mie testimonial nella campagna firmata da un grande fotografo come Toni Thorimbert, che metteva in evidenza le tre età della donna. Poi, tra Sardegna, Capri, Saint-Tropez, Miami arrivò lo star system e i nomi famosi come Drew Barrymore, Mariah Carey, Gwyneth Paltrow e Paris Hilton. Il bikini più prezioso fu venduto negli Stati Uniti: 3.000 euro, acquistato da una cliente americana». Lei è stata la regina del costume da bagno inventando quello d'alta moda. «Sono stata una delle prime a sfilare a Milano collezioni con una linea di costumi da bagno couture, potevo calcare le passerelle ed è stato così che l'abbigliamento da mare ha ottenuto una ben altra visibilità e popolarità, affrancandosi dalle linee di intimo». Cosa avevano i suoi capi di diverso? «Erano adattabili al corpo, confortevoli, in tessuti tecnici e preziosi, eleganti. Sono stata la prima ad applicare i crystal mesh, cristalli che rendevano ogni pezzo un gioiello. Si usavano nei party, sulla spiaggia, alle feste nelle ville, sugli yacht. Gli abbinamenti erano a 360 gradi perché attorno ai costumi costruivo delle vere e proprie collezioni. La stessa cosa che voglio fare adesso con queste tute che rappresentano il modo di vivere di oggi». Tenta di ripetere un tale successo? «Sono convinta che il mondo dell'athleisure, del movimento, dello sportswear unito a luxury e glamour sia vincente. Rimetto a disposizione la conoscenza del corpo femminile e la capacità di valorizzarne le forme. Da lì è nata The Jumpsuit, la capsule di tute one piece dalla perfetta vestibilità, capi per lo sport dal tocco glam declinati in molteplici versioni per adattarsi alle diverse silhouette. Per le donne abbracciare il mondo dello sport non significa solo usare gli attrezzi, fare pilates o yoga. È vita quotidiana. Esco dalla palestra e ho la borsa firmata, la scarpa giusta, la sneaker griffata. È un modo diverso di usare un certo tipo di abbigliamento». Quanti modelli di tuta ci sono? «Dieci. Ho iniziato con il nero perché tutti mi chiedono il nero e ho inserito l'oro perché è la mia rinascita, ma ci sono diverse nuance. La modella esplode nella sua solarità. Il marchio è un brillante con tante sfaccettature in cristalli Swarovski. Dalla tuta per tutti i giorni a quella gold per la sera. Da mettersi sia con le sneaker sia con il tacco alto. Dall'icona di stile Brigitte Bardot arriva il tocco anni Settanta per il modello a zampa, fino alla versione panta-palazzo sofisticato o al tank shirt con scollo rotondo stretch per un effetto seconda pelle, o il taglio polo collo alto con zip oppure wrap con incrocio che valorizzano il décolleté. E poi ancora maniche larghe o a tre quarti per permettere a ognuna di scegliere il modello perfetto per sé. Oltre alle tute ci sono felpe, giacchini, fuseaux, pantaloni leggings. Altissima la qualità dei tessuti grazie all'utilizzo di prodotti made in Italy: dal micro elastan performante per l'estate, alla calda viscosa elasticizzata per la stagione più fredda e al tessuto shape che toglie una taglia». Se c'è una cosa che dà fastidio in una tuta è la difficoltà di toglierla in certi momenti. «Verissimo. Per questo ho studiato un sistema ingegnoso, la zip revolution, che diventa il must della collezione per coniugare utilità e design. Si tratta di una zip invisibile lunga 55 centimetri, cucita da interno coscia a interno coscia. Fondamentale». Il fitness glam è accontentato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/champion-2640722596.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="paillette-dalle-cozze-e-air-bag-trasformati-in-gonne" data-post-id="2640722596" data-published-at="1773444174" data-use-pagination="False"> Paillette dalle cozze e air bag trasformati in gonne Ridurre le emissioni è il nuovo diktat della moda. La tendenza green è fortissima e va da Gucci a Dior, dalle sfilate milanesi a quelle parigine. Eliminare le pellicce non basta più. Bisogna fare di più. E gli stilisti hanno già iniziato. Tiziano Guardini nel 2017 ha vinto il Green carpet challange award, Franca Sozzani Gcc award for best emerging Designer, con un abito in seta cruelty free con ricamo in paillette create da gusci di cozze e cd riciclati con soprabito in tessuto 100% riciclato dalla plastica raccolta nel Mediterraneo e dalle reti da pesca recuperate in Corea. Per la nuova collezione ha usato la Peace silk che sfrutta i bozzoli abbandonati dalle crisalidi. Guarda alla desertificazione dilagante Gilberto Calzolari, che ha vinto lo stesso di premio di Guardini nel 2018. Ha recuperato dalla Volvo air bag e cinture di sicurezza trasformandoli in gonne e accessori. Il canvas biodegradabile (va nell'umido) per giacchini, il sughero toscano per gli abiti, il poliestere riciclato e riciclabile diventano vestiti fantasia. Cividini ha sempre usato materie di altissima qualità. Nella capsule Wow fonde arte, artigianato, sostenibilità e made in Italy. Un capo iconico come la T-shirt viene dipinto a mano da artigiani e diventa un pezzo da collezione. Le sete cinesi sostenibili di Suzhou sono state le protagoniste di Sgm art mouse Ji, collezioni realizzate dagli studenti del Suzhou art & design technology institute. Il governo ha messo sotto tutela laboratori e antichi telai e la produzione non supera mai gli 85 centimetri di seta al giorno. Dalla Cina arriva anche Zhao Huizhou, signora della moda che protegge e promuove il patrimonio culturale delle minoranze etniche e le tecnologie artigiane della cultura cinese. Il suo marchio, Hui, spicca per i ricami ispirati a quelli imperiali, che finiscono in abiti e borse di altissima fattura. Sara Cavazza Facchini, stilista di Genny, ha previsto una capsule in denim ecosostenibile in collaborazione con Puredenim, che permette di tingere la tela di jeans sfruttando l'energia al posto degli agenti chimici, riducendo il consumo di acqua e garantendo colorazioni durature. Sono i tessuti più esclusivi, icona indiscussa di Agnona, quelli usati dal direttore creativo Simon Holloway: vera seta dupioni (due bachi da seta che girano insieme un bozzolo) filata con uno dei quattro antichi telai presenti al lanificio Agnona, pattern a scacchi dagli archivi tessili del brand, jersey di seta e cashmere double. Un'eccellenza che non conosce confronti. E anche nella moda l'unione fa la forza. Sono una coppia di ferro nella vita e nel lavoro Diego Mazzi e Manuela Bortolameolli che insieme hanno fondato il marchio Diego M, specializzato nel fashionable outerwear. Capi in pelle, giacchini corti con zip e capispalla sofisticati in tweed, curati a mano in ogni dettaglio. Il mix dei materiali nello stesso capo contraddistingue un brand di notevole fattura e che dimostra il saper fare made in Italy. Le Piacentini è il nuovo marchio delle sorelle Alessandra e Francesca Piacentini, che va ad affiancarsi a Miss Bikini. La collezione punta sulla luminosità che si sviluppa in una serie di giacche, pantaloni e gonne in paillette impreziosite da ricami con fili d'argento e perline glam rock. Le gemelle Francesca e Veronica Feleppa, fondatrici dell'omonimo brand, hanno fatto il loro debutto sulle passerelle della settimana della moda milanese con una sfilata dove le protagoniste erano ballerine professioniste che hanno raccontato una bellezza eterogenea e reale. Tra le novità, si segnalano gli occhiali Neubau eyewear, brand del gruppo austriaco Silhouette, che utilizza il polimero sostenibile Naturalpx ottenuto per il 65% da olio di semi di ricino, un materiale completamente riciclabile.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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