La Cgil ricorre in tribunale contro la lavoratrice disabile eletta in cda

La notizia sarebbe questa: una lavoratrice eletta dai lavoratori entra nel consiglio di amministrazione di una società, in questo caso una ex municipalizzata, per poter contribuire alla crescita della stessa portando la voce di chi vi lavora. E sarebbe una bella notizia. Invece capita che, in una distorsione del mondo, - qualcuno lo definirebbe un mondo al contrario - il più grande sindacato italiano per numero di iscritti impugni l’elezione e faccia causa per cancellare tutto.
È quel che è accaduto a Rieti, dove la signora Carla De Angelis, eletta appunto nel cda della Azienda servizi municipali spa, si ritrova al centro di una disputa per effetto di due cause promosse dalla Cgil e dalla Uil locali davanti ai tribunali di Rieti e di Roma per condotta antisindacale e accuse affini. Assurdo, a maggior ragione se si pensa che in un mondo dove le donne sono spesso sacrificate per ruoli, mansioni e stipendio, la signora Carla, che ha pure una importante disabilità, ha vinto alla stragrande le elezioni interne. Tutto da rifare, dunque? Vedremo che cosa diranno appunto i giudici interessati.
Ma andiamo con ordine, partendo da una breve considerazione generale. Sono anni che il tema della partecipazione dei lavoratori alla governance aziendale è al centro dei dibattiti, anche perché nella Costituzione italiana (quella così elogiata e citata anche recentemente da Maurizio Landini, gran capo della Cgil), all’articolo 46 per l’esattezza, si attribuisce ai lavoratori la titolarità di un diritto soggettivo che i padri costituenti così illuminarono nell’equilibrio delle culture cattolica, liberale e socialista: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».
Dopo diversi decenni, il primo approdo di queste parole avvenne in Rai con l’elezione da parte dei lavoratori di un componente all’interno del Consiglio di amministrazione. Da allora ad oggi, altri timidi tentativi sono stati compiuti in ambiti privati, per esempio ElectroLux-Zanussi e Ducati-Lamborghini. Per la prima volta a Rieti è toccato a un’azienda di servizi, una di quelle società che un tempo avremmo definito municipalizzate, con una modifica dello Statuto precedente persino alla legge approvata dal centrodestra un anno fa circa, la 76 del 2025.
Ebbene, per paradosso, proprio facendo leva sulla legge portata avanti dal presidente della commissione Lavoro Walter Rizzetto (Fdi), la Cgil ha fatto ricorso alla magistratura chiedendo l’annullamento di ogni passaggio che ha portato la lavoratrice Carla De Angelis a sedere nel cda di Asm Rieti spa. A un primo sguardo, l’imprecisione della norma del centrodestra apre il varco in cui si sono infilate Cgil e Uil: peccato che - come si legge nella difesa dell’azienda - lo Statuto che i due sindacati vorrebbero cassare sia antecedente alla legge, e avesse coinvolto nella sua formazione tutti i soggetti sindacali.
Ma - sbaglieremo - la battaglia della Cgil con la Uil ha più il sapore di una istanza di «potere» che di «principio»: «Le scriventi organizzazioni sindacali sono venute a conoscenza per tramite delle proprie categorie dell’invio a queste ultime di un regolamento che disciplina l’elezione del rappresentante dei lavoratori nel cda di Asm», scrivono i segretari regionali dei due sindacati ricorrenti al sindaco di Rieti Sinibaldi e al presidente dell’azienda Regnini. «Nel confermare la nostra contrarietà di tale scelta, rammentiamo le intese intercorse che determinavano un tavolo tecnico permanente…». Così, tra tavoli tecnici e Consigli di vigilanza come punto di intesa, le carte bollate hanno preso il sopravvento a scapito della signora De Angelis, donna lavoratrice che ha superato pregiudizi e pure la propria disabilità, la quale però è sostenuta dall’azienda e dagli altri sindacati che hanno voluto il nuovo statuto: su tutti, Ugl e Cisl.Mi sono letto le carte e ammetto che trovo davvero lunare che una bella storia personale (quella della lavoratrice) e una bella battaglia a favore dei lavoratori sia impigliata ora nei tribunali del lavoro di Rieti e di Roma (tra l’altro non si capisce come mai Roma) perché avrebbe «leso le prerogative sindacali riconosciute proprio dalla citata legge (la 76/2025, ndr), avendo previsto nello Statuto, in modo unilaterale e senza accordo sindacale, la partecipazione di un rappresentante dei lavoratori nell’organo amministrativo e altrettanto unilateralmente previsto un regolamento per l’elezione del suddetto componente».
Ergo il sindacato di Landini e la Uil portano in giudizio l’azienda per chiedere l’accertamento della condotta antisindacale; per revocare e/o annullare la consultazione elettorale, nonché la nomina del rappresentante dei lavoratori nel cda; inibire lo svolgimento di qualsivoglia consultazione elettorale in assenza di un accordo sindacale e altro ancora. Tutte questioni cui l’azienda ha risposto puntualmente soffermandosi - almeno questi sono quelli che qui ritengo importanti nel racconto - su due aspetti: lo Statuto della Asm è antecedente alla legge 76/2025 (a maggior ragione chapeau a chi l’ha voluta!) e l’articolo 46 della Costituzione. Ne aggiungo un terzo, che politicamente è il più importante di tutti e che dovrebbe far tornare Landini e soci sui loro passi: una volta che i lavoratori vincono, che una donna vince, chi si mette di traverso in nome delle regole? La Cgil di Landini, il sindacato che dice di contestare il governo (ma usa una sua legge per fare ricorso) e che si riempie la bocca dei valori costituzionali in difesa dei lavoratori.
Beh, stavolta il mondo al contrario lo hanno scritto Landini, la Cgil e la Uil. Complimenti.






