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2022-01-26
Il centrodestra cala un tris ma l’asso è coperto
Marcello Pera, Letizia Moratti e Carlo Nordio (Ansa)
«Chiudiamoci in una stanza a pane e acqua e buttiamo via la chiave fino a quando non esce un nome», dice Enrico Letta a sera, dopo averli rifiutati tutti e non averne indicato neppure uno. Più che un leader, una principessa sul pisello. Per ora l’unico nome che spacca è Bianca Scheda. Che esisteva veramente, faceva la contadina in Emilia e nel 1992 arrivò a prendere 917 voti. Qui si attesta attorno ai 600, segnale che la ricreazione non è finita. Eppure qualcosa si muove: il centrodestra lancia la sua rosa, il centrosinistra conferma l’abbraccio peloso allo status quo e l’Europa fa sapere che un’Italia politicamente immobile sarebbe l’ideale nel segno della stabilità.
L’unica mossa politica sulla scacchiera è del centrodestra, che propone i «senza tessera» Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. «Non sono nomi né di partito né di bandiera, è una terna che offriamo alla discussione sperando che non ci siano veti», sottolinea Matteo Salvini per bypassare la pretesa del Nazareno di definire super partes solo candidati del Pd. Giorgia Meloni aggiunge un po’ di storia a beneficio della bulimia gauchiste: «Gli ultimi quattro presidenti della Repubblica hanno una provenienza di sinistra; sarebbe giusto nel rispetto del principio di alternanza che il nuovo capo dello Stato possa avere un’appartenenza culturale diversa, tanto più in un Parlamento in cui il centrodestra ha la maggioranza relativa». Il magistrato berluscofobico (Oscar Luigi Scalfaro), il tecnocrate socialista (Carlo Azeglio Ciampi), l’ex leader comunista (Giorgio Napolitano), il mellifluo colonnello del Pd (Sergio Mattarella) non furono certo frutto di condivisione democratica.
La volontà di proporre un candidato unitario è dimostrata dalle assenze partitiche nella lista di centrodestra; mancano Giulio Tremonti, Franco Frattini, Antonio Tajani, Elisabetta Casellati. Su quest’ultima il leader della Lega puntualizza: «Essendo attualmente in carica, ha già per questo la dignità e lo status per una possibile candidatura». Non è stato facile lasciar fuori Tajani, espressamente indicato da Silvio Berlusconi dopo il suo passo di lato, ma sul tema Salvini è lapidario: «Avrebbe i titoli ma non candidiamo dirigenti di partito». Nel transatlantico fibrillato aleggia la domanda: perché è scomparso Pier Ferdinando Casini? «Perché non è di centrodestra».
Tutto perfetto, tutto secondo i patti, tutto inutile. Lo intuisce Andrea Cangini (Forza Italia): «Anche se proponessimo Benedetto Croce verrebbe bocciato». A metà pomeriggio Letta sembra ammorbidirsi: «Quelli proposti dal centrodestra sono nomi di qualità e li valuteremo senza spirito pregiudiziale. Fra poco arriveranno i nostri». Giuseppe Conte è in sintonia: «Non diamo patenti di legittimità. Il centrodestra ha il diritto e il dovere di presentare proposte. Le valuteremo». Poi i leader di sinistra si incontrano e il clima si raffredda. «Non riteniamo che su quei nomi possa svilupparsi quella larga condivisione necessaria in questo momento», è la nota congiunta. Roberto Speranza fa l’intellettuale: «Non serviva fare la guerra delle due rose». Così la coalizione grillodem non riesce a esprimerne mezzo candidato. Lo ritiene superfluo perché l’accoppiata c’è da sempre, ed è quella che vuole Bruxelles: Mattarella-Draghi. In barba alla sovranità, ai numeri, alla politica alta e ai traslochi da operetta. Come riserva c’è sempre l’equivicino Casini.
Però chi ascolta i borbotti dei peones sa che Mario Draghi non scalda a sufficienza i cuori. Se l’elezione avvenisse nelle redazioni sarebbe l’imperatore della galassia, ma in Parlamento servono i voti. E magari un accordo politico sul prossimo governo, ipotesi lunare. In ogni caso Letta continua a tenere in piedi la statuetta del premier («Sono qui per proteggerlo, deve rimanere assolutamente nelle istituzioni del Paese») perché come al solito ce lo chiede l’Europa. La conferma arriva da una dichiarazione del commissario per il Bilancio, Johannes Hahn, che mette il naso nei nostri affari quirinalizi: «L’Europa ha tutto l’interesse affinché la situazione attuale continui perché vediamo che ci sono molte rassicurazioni e fiducia che i soldi del Recovery fund siano ben spesi».
Conte liquida l’ipotesi Draghi al Colle con una metafora nautica: «È il timoniere del governo, non ci sono le condizioni per fermare i motori». In realtà piuttosto che vedere lassù l’uomo che lo sfrattò si butterebbe nel Tevere gelato. Salvini semplicemente chiude la porta: «Lavora bene a Palazzo Chigi». Il trasloco del premier rimane complicato per entrambi i blocchi. Centrodestra: Berlusconi e Meloni sono contrari, Giancarlo Giorgetti e i governatori a favore, Salvini tratta senza voler deludere nessuno. Centrosinistra: Letta e Renzi sì, piddini sparsi e Movimento 5 stelle fedele a Conte assolutamente no. Luigi Di Maio e i suoi 70 fedelissimi sì. E allora avanti con Bianca Scheda, per non uscire matti e prima di buttare via la chiave.
Letta stizzisce i suoi complicando pure il cammino di Draghi
«Il nome del presidente della Repubblica non lo fanno i mercati, ma i rappresentanti del popolo»: quando Matteo Salvini pronuncia questa frase, nel corso dell’ennesima assemblea dei deputati della Lega, manca poco che ci scappi una ovazione. Il tema della giornata di ieri infatti è esattamente questo: il fronte del no all’ascesa al Colle di Mario Draghi è compatto, trasversale, determinato. Lega e Forza Italia (a parte Giancarlo Giorgetti e forse un paio di ministri di Fi) non ne vogliono sapere; Fratelli d’Italia ha come prima opzione votare un presidente di centrodestra; Italia viva accetterebbe Draghi al Colle solo se nascesse il famoso «governo dei leader»; nel Pd e nel M5s a fare i corazzieri di Draghi sono rimasti solo Enrico Letta e Luigi Di Maio; la sinistra non ne vuole sapere; tra i centristi di Coraggio Italia ci sono alcuni draghiani sparsi, ma Giovanni Toti è lapidario: «Nelle prossime ore i partiti devono decidere due cose: se si va su Draghi al Quirinale», dice il presidente della Liguria, «c’è da fare un accordo di governo, se invece si trova un altro nome bisogna che Draghi se ne faccia una ragione e continui a fare il presidente del Consiglio». Se uno come Toti, sempre felpato, suggerisce a Draghi, nel caso di una sua mancata elezione al Quirinale, di «farsene una ragione», e se Matteo Salvini si ribella alle ingerenze dei soliti «mercati» sulla elezione del capo dello Stato, vuol dire che la pressione che Nonno Mario sta esercitando sui partiti è altissima. «Il mio ruolo è proteggere Mario Draghi ed è assolutamente importante averlo nelle istituzioni del Paese», si spinge a dire alla Cnbc Enrico Letta: una frase un po’ paradossale, pronunciata da chi dovrebbe più che altro fare il segretario del Pd: «Letta», dice alla Verità un esponente di primissimo piano dei dem, «ha spiegato che voleva dire che Draghi non va inserito nelle rose per il Colle, ma ci mancherebbe altro! Nel Pd le quotazioni del premier sono in caduta libera. Letta è andato da Draghi a chiedergli, in un eventuale nuovo governo da formare se il premier andasse al Colle, di cambiare la delegazione dei nostri ministri per inserire delle donne, e Draghi si è detto disponibile. Potete immaginare» aggiunge la nostra fonte, «la reazione dei ministri Lorenzo Guerini, Dario Franceschini e Andrea Orlando e di tutti i parlamentari di riferimento, praticamente il 90% della truppa. Tra l’altro l’idea che Draghi se non venisse eletto al Quirinale mollerebbe il governo è completamente infondata». Il fatto che anche Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, potente leader del correntone Base riformista, si sia spostato sul no a Draghi la dice lunga sul clima che si respira in Parlamento. Come andrà a finire? «Dipende da Salvini: se si decide a fare un nome che noi possiamo votare», risponde la nostra fonte dem, «come Casini o Amato, si chiude in mezza giornata».
Se Letta piange, Conte non ride: Giuseppi è molto infastidito, per usare un eufemismo, dall’atteggiamento del segretario del Pd, che lavora solo e soltanto per Draghi, soluzione che al leader del M5s non va bene. Conte deve trovare una soluzione che salvaguardi innanzitutto la legislatura, poiché il pattuglione di deputati e senatori del M5s, la stragrande maggioranza dei quali ha la matematica certezza di non ritornare mai più a poggiare le pentastellate terga sulle poltrone vellutate del Parlamento, voterà esclusivamente in funzione di questo nobile e disinteressato obiettivo. Luigi Di Maio, da parte sua, continua a lavorare per Draghi, ma ha lo stesso identico problema: deve convincere i suoi che una ascesa del premier al Colle sia contestuale a un accordo su un nuovo governo. «Conte», confida alla Verità un esponente di peso del fronte giallorosso, «sta facendo circolare la voce della possibilità di un accordo con Salvini per smuovere Letta dalla posizione o Draghi o morte. Certo che se il segretario del Pd si intestardisce, Conte potrebbe convergere su un nome proposto dal centrodestra, ma certamente non su uno della terna».
A proposto del centrodestra: Salvini continua a giocare su due tavoli. Per dare l’ok a Draghi aspetta il sì al ritorno del Viminale alla Lega, ma col passare delle ore questo primo forno sta per spegnersi definitivamente. Resta acceso il secondo: un nome di centrodestra al Colle, per la prima volta nella storia della Repubblica. Non a caso Salvini, Meloni e Tajani hanno escluso dalla rosa di nomi la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Quest’ultima è la carta di riserva da mettere in campo solo se altre votazioni andassero a vuoto. Mettere sul tavolo nel momento sbagliato il nome della Casellati, sulla quale il M5s potrebbe convergere avendola votata presidente del Senato, che ha già l’ok di molti parlamentari di Italia viva e che è apprezzata anche da alcuni senatori del Pd, sarebbe un errore clamoroso.
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Candidati per il Colle Letizia Moratti, Marcello Pera e Carlo Nordio. Pd e M5s: «Nomi di qualità però ve li bocciamo. Incontriamoci». A sinistra perde quota l’ipotesi Mario Draghi. Enrico Letta (e l’Ue) ripropongono il Mattarella bis. Intanto è scheda bianca.Il leader del Pd va dal banchiere e chiede più donne al governo: furiosi i ministri dem. E ora il partito diviso è un ostacolo alle trattative.Lo speciale contiene due articoli.«Chiudiamoci in una stanza a pane e acqua e buttiamo via la chiave fino a quando non esce un nome», dice Enrico Letta a sera, dopo averli rifiutati tutti e non averne indicato neppure uno. Più che un leader, una principessa sul pisello. Per ora l’unico nome che spacca è Bianca Scheda. Che esisteva veramente, faceva la contadina in Emilia e nel 1992 arrivò a prendere 917 voti. Qui si attesta attorno ai 600, segnale che la ricreazione non è finita. Eppure qualcosa si muove: il centrodestra lancia la sua rosa, il centrosinistra conferma l’abbraccio peloso allo status quo e l’Europa fa sapere che un’Italia politicamente immobile sarebbe l’ideale nel segno della stabilità.L’unica mossa politica sulla scacchiera è del centrodestra, che propone i «senza tessera» Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. «Non sono nomi né di partito né di bandiera, è una terna che offriamo alla discussione sperando che non ci siano veti», sottolinea Matteo Salvini per bypassare la pretesa del Nazareno di definire super partes solo candidati del Pd. Giorgia Meloni aggiunge un po’ di storia a beneficio della bulimia gauchiste: «Gli ultimi quattro presidenti della Repubblica hanno una provenienza di sinistra; sarebbe giusto nel rispetto del principio di alternanza che il nuovo capo dello Stato possa avere un’appartenenza culturale diversa, tanto più in un Parlamento in cui il centrodestra ha la maggioranza relativa». Il magistrato berluscofobico (Oscar Luigi Scalfaro), il tecnocrate socialista (Carlo Azeglio Ciampi), l’ex leader comunista (Giorgio Napolitano), il mellifluo colonnello del Pd (Sergio Mattarella) non furono certo frutto di condivisione democratica.La volontà di proporre un candidato unitario è dimostrata dalle assenze partitiche nella lista di centrodestra; mancano Giulio Tremonti, Franco Frattini, Antonio Tajani, Elisabetta Casellati. Su quest’ultima il leader della Lega puntualizza: «Essendo attualmente in carica, ha già per questo la dignità e lo status per una possibile candidatura». Non è stato facile lasciar fuori Tajani, espressamente indicato da Silvio Berlusconi dopo il suo passo di lato, ma sul tema Salvini è lapidario: «Avrebbe i titoli ma non candidiamo dirigenti di partito». Nel transatlantico fibrillato aleggia la domanda: perché è scomparso Pier Ferdinando Casini? «Perché non è di centrodestra».Tutto perfetto, tutto secondo i patti, tutto inutile. Lo intuisce Andrea Cangini (Forza Italia): «Anche se proponessimo Benedetto Croce verrebbe bocciato». A metà pomeriggio Letta sembra ammorbidirsi: «Quelli proposti dal centrodestra sono nomi di qualità e li valuteremo senza spirito pregiudiziale. Fra poco arriveranno i nostri». Giuseppe Conte è in sintonia: «Non diamo patenti di legittimità. Il centrodestra ha il diritto e il dovere di presentare proposte. Le valuteremo». Poi i leader di sinistra si incontrano e il clima si raffredda. «Non riteniamo che su quei nomi possa svilupparsi quella larga condivisione necessaria in questo momento», è la nota congiunta. Roberto Speranza fa l’intellettuale: «Non serviva fare la guerra delle due rose». Così la coalizione grillodem non riesce a esprimerne mezzo candidato. Lo ritiene superfluo perché l’accoppiata c’è da sempre, ed è quella che vuole Bruxelles: Mattarella-Draghi. In barba alla sovranità, ai numeri, alla politica alta e ai traslochi da operetta. Come riserva c’è sempre l’equivicino Casini.Però chi ascolta i borbotti dei peones sa che Mario Draghi non scalda a sufficienza i cuori. Se l’elezione avvenisse nelle redazioni sarebbe l’imperatore della galassia, ma in Parlamento servono i voti. E magari un accordo politico sul prossimo governo, ipotesi lunare. In ogni caso Letta continua a tenere in piedi la statuetta del premier («Sono qui per proteggerlo, deve rimanere assolutamente nelle istituzioni del Paese») perché come al solito ce lo chiede l’Europa. La conferma arriva da una dichiarazione del commissario per il Bilancio, Johannes Hahn, che mette il naso nei nostri affari quirinalizi: «L’Europa ha tutto l’interesse affinché la situazione attuale continui perché vediamo che ci sono molte rassicurazioni e fiducia che i soldi del Recovery fund siano ben spesi». Conte liquida l’ipotesi Draghi al Colle con una metafora nautica: «È il timoniere del governo, non ci sono le condizioni per fermare i motori». In realtà piuttosto che vedere lassù l’uomo che lo sfrattò si butterebbe nel Tevere gelato. Salvini semplicemente chiude la porta: «Lavora bene a Palazzo Chigi». Il trasloco del premier rimane complicato per entrambi i blocchi. Centrodestra: Berlusconi e Meloni sono contrari, Giancarlo Giorgetti e i governatori a favore, Salvini tratta senza voler deludere nessuno. Centrosinistra: Letta e Renzi sì, piddini sparsi e Movimento 5 stelle fedele a Conte assolutamente no. Luigi Di Maio e i suoi 70 fedelissimi sì. 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Lega e Forza Italia (a parte Giancarlo Giorgetti e forse un paio di ministri di Fi) non ne vogliono sapere; Fratelli d’Italia ha come prima opzione votare un presidente di centrodestra; Italia viva accetterebbe Draghi al Colle solo se nascesse il famoso «governo dei leader»; nel Pd e nel M5s a fare i corazzieri di Draghi sono rimasti solo Enrico Letta e Luigi Di Maio; la sinistra non ne vuole sapere; tra i centristi di Coraggio Italia ci sono alcuni draghiani sparsi, ma Giovanni Toti è lapidario: «Nelle prossime ore i partiti devono decidere due cose: se si va su Draghi al Quirinale», dice il presidente della Liguria, «c’è da fare un accordo di governo, se invece si trova un altro nome bisogna che Draghi se ne faccia una ragione e continui a fare il presidente del Consiglio». Se uno come Toti, sempre felpato, suggerisce a Draghi, nel caso di una sua mancata elezione al Quirinale, di «farsene una ragione», e se Matteo Salvini si ribella alle ingerenze dei soliti «mercati» sulla elezione del capo dello Stato, vuol dire che la pressione che Nonno Mario sta esercitando sui partiti è altissima. «Il mio ruolo è proteggere Mario Draghi ed è assolutamente importante averlo nelle istituzioni del Paese», si spinge a dire alla Cnbc Enrico Letta: una frase un po’ paradossale, pronunciata da chi dovrebbe più che altro fare il segretario del Pd: «Letta», dice alla Verità un esponente di primissimo piano dei dem, «ha spiegato che voleva dire che Draghi non va inserito nelle rose per il Colle, ma ci mancherebbe altro! Nel Pd le quotazioni del premier sono in caduta libera. Letta è andato da Draghi a chiedergli, in un eventuale nuovo governo da formare se il premier andasse al Colle, di cambiare la delegazione dei nostri ministri per inserire delle donne, e Draghi si è detto disponibile. Potete immaginare» aggiunge la nostra fonte, «la reazione dei ministri Lorenzo Guerini, Dario Franceschini e Andrea Orlando e di tutti i parlamentari di riferimento, praticamente il 90% della truppa. Tra l’altro l’idea che Draghi se non venisse eletto al Quirinale mollerebbe il governo è completamente infondata». Il fatto che anche Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, potente leader del correntone Base riformista, si sia spostato sul no a Draghi la dice lunga sul clima che si respira in Parlamento. Come andrà a finire? «Dipende da Salvini: se si decide a fare un nome che noi possiamo votare», risponde la nostra fonte dem, «come Casini o Amato, si chiude in mezza giornata». Se Letta piange, Conte non ride: Giuseppi è molto infastidito, per usare un eufemismo, dall’atteggiamento del segretario del Pd, che lavora solo e soltanto per Draghi, soluzione che al leader del M5s non va bene. Conte deve trovare una soluzione che salvaguardi innanzitutto la legislatura, poiché il pattuglione di deputati e senatori del M5s, la stragrande maggioranza dei quali ha la matematica certezza di non ritornare mai più a poggiare le pentastellate terga sulle poltrone vellutate del Parlamento, voterà esclusivamente in funzione di questo nobile e disinteressato obiettivo. Luigi Di Maio, da parte sua, continua a lavorare per Draghi, ma ha lo stesso identico problema: deve convincere i suoi che una ascesa del premier al Colle sia contestuale a un accordo su un nuovo governo. «Conte», confida alla Verità un esponente di peso del fronte giallorosso, «sta facendo circolare la voce della possibilità di un accordo con Salvini per smuovere Letta dalla posizione o Draghi o morte. Certo che se il segretario del Pd si intestardisce, Conte potrebbe convergere su un nome proposto dal centrodestra, ma certamente non su uno della terna». A proposto del centrodestra: Salvini continua a giocare su due tavoli. Per dare l’ok a Draghi aspetta il sì al ritorno del Viminale alla Lega, ma col passare delle ore questo primo forno sta per spegnersi definitivamente. Resta acceso il secondo: un nome di centrodestra al Colle, per la prima volta nella storia della Repubblica. Non a caso Salvini, Meloni e Tajani hanno escluso dalla rosa di nomi la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Quest’ultima è la carta di riserva da mettere in campo solo se altre votazioni andassero a vuoto. Mettere sul tavolo nel momento sbagliato il nome della Casellati, sulla quale il M5s potrebbe convergere avendola votata presidente del Senato, che ha già l’ok di molti parlamentari di Italia viva e che è apprezzata anche da alcuni senatori del Pd, sarebbe un errore clamoroso.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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