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2022-01-26
Il centrodestra cala un tris ma l’asso è coperto
Marcello Pera, Letizia Moratti e Carlo Nordio (Ansa)
«Chiudiamoci in una stanza a pane e acqua e buttiamo via la chiave fino a quando non esce un nome», dice Enrico Letta a sera, dopo averli rifiutati tutti e non averne indicato neppure uno. Più che un leader, una principessa sul pisello. Per ora l’unico nome che spacca è Bianca Scheda. Che esisteva veramente, faceva la contadina in Emilia e nel 1992 arrivò a prendere 917 voti. Qui si attesta attorno ai 600, segnale che la ricreazione non è finita. Eppure qualcosa si muove: il centrodestra lancia la sua rosa, il centrosinistra conferma l’abbraccio peloso allo status quo e l’Europa fa sapere che un’Italia politicamente immobile sarebbe l’ideale nel segno della stabilità.
L’unica mossa politica sulla scacchiera è del centrodestra, che propone i «senza tessera» Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. «Non sono nomi né di partito né di bandiera, è una terna che offriamo alla discussione sperando che non ci siano veti», sottolinea Matteo Salvini per bypassare la pretesa del Nazareno di definire super partes solo candidati del Pd. Giorgia Meloni aggiunge un po’ di storia a beneficio della bulimia gauchiste: «Gli ultimi quattro presidenti della Repubblica hanno una provenienza di sinistra; sarebbe giusto nel rispetto del principio di alternanza che il nuovo capo dello Stato possa avere un’appartenenza culturale diversa, tanto più in un Parlamento in cui il centrodestra ha la maggioranza relativa». Il magistrato berluscofobico (Oscar Luigi Scalfaro), il tecnocrate socialista (Carlo Azeglio Ciampi), l’ex leader comunista (Giorgio Napolitano), il mellifluo colonnello del Pd (Sergio Mattarella) non furono certo frutto di condivisione democratica.
La volontà di proporre un candidato unitario è dimostrata dalle assenze partitiche nella lista di centrodestra; mancano Giulio Tremonti, Franco Frattini, Antonio Tajani, Elisabetta Casellati. Su quest’ultima il leader della Lega puntualizza: «Essendo attualmente in carica, ha già per questo la dignità e lo status per una possibile candidatura». Non è stato facile lasciar fuori Tajani, espressamente indicato da Silvio Berlusconi dopo il suo passo di lato, ma sul tema Salvini è lapidario: «Avrebbe i titoli ma non candidiamo dirigenti di partito». Nel transatlantico fibrillato aleggia la domanda: perché è scomparso Pier Ferdinando Casini? «Perché non è di centrodestra».
Tutto perfetto, tutto secondo i patti, tutto inutile. Lo intuisce Andrea Cangini (Forza Italia): «Anche se proponessimo Benedetto Croce verrebbe bocciato». A metà pomeriggio Letta sembra ammorbidirsi: «Quelli proposti dal centrodestra sono nomi di qualità e li valuteremo senza spirito pregiudiziale. Fra poco arriveranno i nostri». Giuseppe Conte è in sintonia: «Non diamo patenti di legittimità. Il centrodestra ha il diritto e il dovere di presentare proposte. Le valuteremo». Poi i leader di sinistra si incontrano e il clima si raffredda. «Non riteniamo che su quei nomi possa svilupparsi quella larga condivisione necessaria in questo momento», è la nota congiunta. Roberto Speranza fa l’intellettuale: «Non serviva fare la guerra delle due rose». Così la coalizione grillodem non riesce a esprimerne mezzo candidato. Lo ritiene superfluo perché l’accoppiata c’è da sempre, ed è quella che vuole Bruxelles: Mattarella-Draghi. In barba alla sovranità, ai numeri, alla politica alta e ai traslochi da operetta. Come riserva c’è sempre l’equivicino Casini.
Però chi ascolta i borbotti dei peones sa che Mario Draghi non scalda a sufficienza i cuori. Se l’elezione avvenisse nelle redazioni sarebbe l’imperatore della galassia, ma in Parlamento servono i voti. E magari un accordo politico sul prossimo governo, ipotesi lunare. In ogni caso Letta continua a tenere in piedi la statuetta del premier («Sono qui per proteggerlo, deve rimanere assolutamente nelle istituzioni del Paese») perché come al solito ce lo chiede l’Europa. La conferma arriva da una dichiarazione del commissario per il Bilancio, Johannes Hahn, che mette il naso nei nostri affari quirinalizi: «L’Europa ha tutto l’interesse affinché la situazione attuale continui perché vediamo che ci sono molte rassicurazioni e fiducia che i soldi del Recovery fund siano ben spesi».
Conte liquida l’ipotesi Draghi al Colle con una metafora nautica: «È il timoniere del governo, non ci sono le condizioni per fermare i motori». In realtà piuttosto che vedere lassù l’uomo che lo sfrattò si butterebbe nel Tevere gelato. Salvini semplicemente chiude la porta: «Lavora bene a Palazzo Chigi». Il trasloco del premier rimane complicato per entrambi i blocchi. Centrodestra: Berlusconi e Meloni sono contrari, Giancarlo Giorgetti e i governatori a favore, Salvini tratta senza voler deludere nessuno. Centrosinistra: Letta e Renzi sì, piddini sparsi e Movimento 5 stelle fedele a Conte assolutamente no. Luigi Di Maio e i suoi 70 fedelissimi sì. E allora avanti con Bianca Scheda, per non uscire matti e prima di buttare via la chiave.
Letta stizzisce i suoi complicando pure il cammino di Draghi
«Il nome del presidente della Repubblica non lo fanno i mercati, ma i rappresentanti del popolo»: quando Matteo Salvini pronuncia questa frase, nel corso dell’ennesima assemblea dei deputati della Lega, manca poco che ci scappi una ovazione. Il tema della giornata di ieri infatti è esattamente questo: il fronte del no all’ascesa al Colle di Mario Draghi è compatto, trasversale, determinato. Lega e Forza Italia (a parte Giancarlo Giorgetti e forse un paio di ministri di Fi) non ne vogliono sapere; Fratelli d’Italia ha come prima opzione votare un presidente di centrodestra; Italia viva accetterebbe Draghi al Colle solo se nascesse il famoso «governo dei leader»; nel Pd e nel M5s a fare i corazzieri di Draghi sono rimasti solo Enrico Letta e Luigi Di Maio; la sinistra non ne vuole sapere; tra i centristi di Coraggio Italia ci sono alcuni draghiani sparsi, ma Giovanni Toti è lapidario: «Nelle prossime ore i partiti devono decidere due cose: se si va su Draghi al Quirinale», dice il presidente della Liguria, «c’è da fare un accordo di governo, se invece si trova un altro nome bisogna che Draghi se ne faccia una ragione e continui a fare il presidente del Consiglio». Se uno come Toti, sempre felpato, suggerisce a Draghi, nel caso di una sua mancata elezione al Quirinale, di «farsene una ragione», e se Matteo Salvini si ribella alle ingerenze dei soliti «mercati» sulla elezione del capo dello Stato, vuol dire che la pressione che Nonno Mario sta esercitando sui partiti è altissima. «Il mio ruolo è proteggere Mario Draghi ed è assolutamente importante averlo nelle istituzioni del Paese», si spinge a dire alla Cnbc Enrico Letta: una frase un po’ paradossale, pronunciata da chi dovrebbe più che altro fare il segretario del Pd: «Letta», dice alla Verità un esponente di primissimo piano dei dem, «ha spiegato che voleva dire che Draghi non va inserito nelle rose per il Colle, ma ci mancherebbe altro! Nel Pd le quotazioni del premier sono in caduta libera. Letta è andato da Draghi a chiedergli, in un eventuale nuovo governo da formare se il premier andasse al Colle, di cambiare la delegazione dei nostri ministri per inserire delle donne, e Draghi si è detto disponibile. Potete immaginare» aggiunge la nostra fonte, «la reazione dei ministri Lorenzo Guerini, Dario Franceschini e Andrea Orlando e di tutti i parlamentari di riferimento, praticamente il 90% della truppa. Tra l’altro l’idea che Draghi se non venisse eletto al Quirinale mollerebbe il governo è completamente infondata». Il fatto che anche Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, potente leader del correntone Base riformista, si sia spostato sul no a Draghi la dice lunga sul clima che si respira in Parlamento. Come andrà a finire? «Dipende da Salvini: se si decide a fare un nome che noi possiamo votare», risponde la nostra fonte dem, «come Casini o Amato, si chiude in mezza giornata».
Se Letta piange, Conte non ride: Giuseppi è molto infastidito, per usare un eufemismo, dall’atteggiamento del segretario del Pd, che lavora solo e soltanto per Draghi, soluzione che al leader del M5s non va bene. Conte deve trovare una soluzione che salvaguardi innanzitutto la legislatura, poiché il pattuglione di deputati e senatori del M5s, la stragrande maggioranza dei quali ha la matematica certezza di non ritornare mai più a poggiare le pentastellate terga sulle poltrone vellutate del Parlamento, voterà esclusivamente in funzione di questo nobile e disinteressato obiettivo. Luigi Di Maio, da parte sua, continua a lavorare per Draghi, ma ha lo stesso identico problema: deve convincere i suoi che una ascesa del premier al Colle sia contestuale a un accordo su un nuovo governo. «Conte», confida alla Verità un esponente di peso del fronte giallorosso, «sta facendo circolare la voce della possibilità di un accordo con Salvini per smuovere Letta dalla posizione o Draghi o morte. Certo che se il segretario del Pd si intestardisce, Conte potrebbe convergere su un nome proposto dal centrodestra, ma certamente non su uno della terna».
A proposto del centrodestra: Salvini continua a giocare su due tavoli. Per dare l’ok a Draghi aspetta il sì al ritorno del Viminale alla Lega, ma col passare delle ore questo primo forno sta per spegnersi definitivamente. Resta acceso il secondo: un nome di centrodestra al Colle, per la prima volta nella storia della Repubblica. Non a caso Salvini, Meloni e Tajani hanno escluso dalla rosa di nomi la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Quest’ultima è la carta di riserva da mettere in campo solo se altre votazioni andassero a vuoto. Mettere sul tavolo nel momento sbagliato il nome della Casellati, sulla quale il M5s potrebbe convergere avendola votata presidente del Senato, che ha già l’ok di molti parlamentari di Italia viva e che è apprezzata anche da alcuni senatori del Pd, sarebbe un errore clamoroso.
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Candidati per il Colle Letizia Moratti, Marcello Pera e Carlo Nordio. Pd e M5s: «Nomi di qualità però ve li bocciamo. Incontriamoci». A sinistra perde quota l’ipotesi Mario Draghi. Enrico Letta (e l’Ue) ripropongono il Mattarella bis. Intanto è scheda bianca.Il leader del Pd va dal banchiere e chiede più donne al governo: furiosi i ministri dem. E ora il partito diviso è un ostacolo alle trattative.Lo speciale contiene due articoli.«Chiudiamoci in una stanza a pane e acqua e buttiamo via la chiave fino a quando non esce un nome», dice Enrico Letta a sera, dopo averli rifiutati tutti e non averne indicato neppure uno. Più che un leader, una principessa sul pisello. Per ora l’unico nome che spacca è Bianca Scheda. Che esisteva veramente, faceva la contadina in Emilia e nel 1992 arrivò a prendere 917 voti. Qui si attesta attorno ai 600, segnale che la ricreazione non è finita. Eppure qualcosa si muove: il centrodestra lancia la sua rosa, il centrosinistra conferma l’abbraccio peloso allo status quo e l’Europa fa sapere che un’Italia politicamente immobile sarebbe l’ideale nel segno della stabilità.L’unica mossa politica sulla scacchiera è del centrodestra, che propone i «senza tessera» Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera. «Non sono nomi né di partito né di bandiera, è una terna che offriamo alla discussione sperando che non ci siano veti», sottolinea Matteo Salvini per bypassare la pretesa del Nazareno di definire super partes solo candidati del Pd. Giorgia Meloni aggiunge un po’ di storia a beneficio della bulimia gauchiste: «Gli ultimi quattro presidenti della Repubblica hanno una provenienza di sinistra; sarebbe giusto nel rispetto del principio di alternanza che il nuovo capo dello Stato possa avere un’appartenenza culturale diversa, tanto più in un Parlamento in cui il centrodestra ha la maggioranza relativa». Il magistrato berluscofobico (Oscar Luigi Scalfaro), il tecnocrate socialista (Carlo Azeglio Ciampi), l’ex leader comunista (Giorgio Napolitano), il mellifluo colonnello del Pd (Sergio Mattarella) non furono certo frutto di condivisione democratica.La volontà di proporre un candidato unitario è dimostrata dalle assenze partitiche nella lista di centrodestra; mancano Giulio Tremonti, Franco Frattini, Antonio Tajani, Elisabetta Casellati. Su quest’ultima il leader della Lega puntualizza: «Essendo attualmente in carica, ha già per questo la dignità e lo status per una possibile candidatura». Non è stato facile lasciar fuori Tajani, espressamente indicato da Silvio Berlusconi dopo il suo passo di lato, ma sul tema Salvini è lapidario: «Avrebbe i titoli ma non candidiamo dirigenti di partito». Nel transatlantico fibrillato aleggia la domanda: perché è scomparso Pier Ferdinando Casini? «Perché non è di centrodestra».Tutto perfetto, tutto secondo i patti, tutto inutile. Lo intuisce Andrea Cangini (Forza Italia): «Anche se proponessimo Benedetto Croce verrebbe bocciato». A metà pomeriggio Letta sembra ammorbidirsi: «Quelli proposti dal centrodestra sono nomi di qualità e li valuteremo senza spirito pregiudiziale. Fra poco arriveranno i nostri». Giuseppe Conte è in sintonia: «Non diamo patenti di legittimità. Il centrodestra ha il diritto e il dovere di presentare proposte. Le valuteremo». Poi i leader di sinistra si incontrano e il clima si raffredda. «Non riteniamo che su quei nomi possa svilupparsi quella larga condivisione necessaria in questo momento», è la nota congiunta. Roberto Speranza fa l’intellettuale: «Non serviva fare la guerra delle due rose». Così la coalizione grillodem non riesce a esprimerne mezzo candidato. Lo ritiene superfluo perché l’accoppiata c’è da sempre, ed è quella che vuole Bruxelles: Mattarella-Draghi. In barba alla sovranità, ai numeri, alla politica alta e ai traslochi da operetta. Come riserva c’è sempre l’equivicino Casini.Però chi ascolta i borbotti dei peones sa che Mario Draghi non scalda a sufficienza i cuori. Se l’elezione avvenisse nelle redazioni sarebbe l’imperatore della galassia, ma in Parlamento servono i voti. E magari un accordo politico sul prossimo governo, ipotesi lunare. In ogni caso Letta continua a tenere in piedi la statuetta del premier («Sono qui per proteggerlo, deve rimanere assolutamente nelle istituzioni del Paese») perché come al solito ce lo chiede l’Europa. La conferma arriva da una dichiarazione del commissario per il Bilancio, Johannes Hahn, che mette il naso nei nostri affari quirinalizi: «L’Europa ha tutto l’interesse affinché la situazione attuale continui perché vediamo che ci sono molte rassicurazioni e fiducia che i soldi del Recovery fund siano ben spesi». Conte liquida l’ipotesi Draghi al Colle con una metafora nautica: «È il timoniere del governo, non ci sono le condizioni per fermare i motori». In realtà piuttosto che vedere lassù l’uomo che lo sfrattò si butterebbe nel Tevere gelato. Salvini semplicemente chiude la porta: «Lavora bene a Palazzo Chigi». Il trasloco del premier rimane complicato per entrambi i blocchi. Centrodestra: Berlusconi e Meloni sono contrari, Giancarlo Giorgetti e i governatori a favore, Salvini tratta senza voler deludere nessuno. Centrosinistra: Letta e Renzi sì, piddini sparsi e Movimento 5 stelle fedele a Conte assolutamente no. Luigi Di Maio e i suoi 70 fedelissimi sì. 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Lega e Forza Italia (a parte Giancarlo Giorgetti e forse un paio di ministri di Fi) non ne vogliono sapere; Fratelli d’Italia ha come prima opzione votare un presidente di centrodestra; Italia viva accetterebbe Draghi al Colle solo se nascesse il famoso «governo dei leader»; nel Pd e nel M5s a fare i corazzieri di Draghi sono rimasti solo Enrico Letta e Luigi Di Maio; la sinistra non ne vuole sapere; tra i centristi di Coraggio Italia ci sono alcuni draghiani sparsi, ma Giovanni Toti è lapidario: «Nelle prossime ore i partiti devono decidere due cose: se si va su Draghi al Quirinale», dice il presidente della Liguria, «c’è da fare un accordo di governo, se invece si trova un altro nome bisogna che Draghi se ne faccia una ragione e continui a fare il presidente del Consiglio». Se uno come Toti, sempre felpato, suggerisce a Draghi, nel caso di una sua mancata elezione al Quirinale, di «farsene una ragione», e se Matteo Salvini si ribella alle ingerenze dei soliti «mercati» sulla elezione del capo dello Stato, vuol dire che la pressione che Nonno Mario sta esercitando sui partiti è altissima. «Il mio ruolo è proteggere Mario Draghi ed è assolutamente importante averlo nelle istituzioni del Paese», si spinge a dire alla Cnbc Enrico Letta: una frase un po’ paradossale, pronunciata da chi dovrebbe più che altro fare il segretario del Pd: «Letta», dice alla Verità un esponente di primissimo piano dei dem, «ha spiegato che voleva dire che Draghi non va inserito nelle rose per il Colle, ma ci mancherebbe altro! Nel Pd le quotazioni del premier sono in caduta libera. Letta è andato da Draghi a chiedergli, in un eventuale nuovo governo da formare se il premier andasse al Colle, di cambiare la delegazione dei nostri ministri per inserire delle donne, e Draghi si è detto disponibile. Potete immaginare» aggiunge la nostra fonte, «la reazione dei ministri Lorenzo Guerini, Dario Franceschini e Andrea Orlando e di tutti i parlamentari di riferimento, praticamente il 90% della truppa. Tra l’altro l’idea che Draghi se non venisse eletto al Quirinale mollerebbe il governo è completamente infondata». Il fatto che anche Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, potente leader del correntone Base riformista, si sia spostato sul no a Draghi la dice lunga sul clima che si respira in Parlamento. Come andrà a finire? «Dipende da Salvini: se si decide a fare un nome che noi possiamo votare», risponde la nostra fonte dem, «come Casini o Amato, si chiude in mezza giornata». Se Letta piange, Conte non ride: Giuseppi è molto infastidito, per usare un eufemismo, dall’atteggiamento del segretario del Pd, che lavora solo e soltanto per Draghi, soluzione che al leader del M5s non va bene. Conte deve trovare una soluzione che salvaguardi innanzitutto la legislatura, poiché il pattuglione di deputati e senatori del M5s, la stragrande maggioranza dei quali ha la matematica certezza di non ritornare mai più a poggiare le pentastellate terga sulle poltrone vellutate del Parlamento, voterà esclusivamente in funzione di questo nobile e disinteressato obiettivo. Luigi Di Maio, da parte sua, continua a lavorare per Draghi, ma ha lo stesso identico problema: deve convincere i suoi che una ascesa del premier al Colle sia contestuale a un accordo su un nuovo governo. «Conte», confida alla Verità un esponente di peso del fronte giallorosso, «sta facendo circolare la voce della possibilità di un accordo con Salvini per smuovere Letta dalla posizione o Draghi o morte. Certo che se il segretario del Pd si intestardisce, Conte potrebbe convergere su un nome proposto dal centrodestra, ma certamente non su uno della terna». A proposto del centrodestra: Salvini continua a giocare su due tavoli. Per dare l’ok a Draghi aspetta il sì al ritorno del Viminale alla Lega, ma col passare delle ore questo primo forno sta per spegnersi definitivamente. Resta acceso il secondo: un nome di centrodestra al Colle, per la prima volta nella storia della Repubblica. Non a caso Salvini, Meloni e Tajani hanno escluso dalla rosa di nomi la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Quest’ultima è la carta di riserva da mettere in campo solo se altre votazioni andassero a vuoto. Mettere sul tavolo nel momento sbagliato il nome della Casellati, sulla quale il M5s potrebbe convergere avendola votata presidente del Senato, che ha già l’ok di molti parlamentari di Italia viva e che è apprezzata anche da alcuni senatori del Pd, sarebbe un errore clamoroso.
L'ingresso del locale Le Constellation di Crans-Montana (Ansa)
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.
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(Esercito Italiano)
La cerimonia ha rappresentato un momento significativo nel percorso di ammodernamento della componente terrestre, sviluppato presso il CEPOLISPE, centro di riferimento per la sperimentazione e la validazione dei mezzi e dei sistemi d’arma di interesse dell’Esercito.
Il Lynx costituirà la base del «sistema di sistemi» A2CS (Army Armoured Combat System), imperniato su una flotta di Armored Infantry Fighting Vehicle (AIFV) e su piattaforme derivate. Il sistema è concepito per operare nei moderni scenari operativi e per implementare il concetto di cooperative combat, grazie a soluzioni tecnologiche di nuova generazione, elevata interoperabilità e piena integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2).
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato: «La consegna del veicolo corazzato Lynx, frutto della collaborazione industriale italo-tedesca, rappresenta un passo concreto nel rafforzamento delle capacità terrestri dell’Esercito. Il CEPOLISPE svolge un ruolo centrale nel garantire che i nuovi sistemi rispondano pienamente ai requisiti operativi».
Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha sottolineato: «L’avvio delle consegne segna una tappa fondamentale del programma e conferma l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall come punto di riferimento per il rafforzamento della difesa nazionale e della base industriale europea».
In merito alla prima consegna, l’Amministratore Delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha evidenziato: «Il Lynx stabilisce nuovi standard in termini di protezione, versatilità e scalabilità, rafforzando al contempo la cooperazione europea nel settore della difesa».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, ha infine aggiunto: «Con l’introduzione di questo mezzo inizia concretamente il percorso di meccanizzazione dell’Esercito. La disponibilità di tecnologie avanzate è fondamentale per affrontare le sfide operative future».
La Joint Venture LRMV ha inoltre presentato le principali caratteristiche del nuovo veicolo da combattimento, che costituirà la base tecnologica per oltre 1.000 piattaforme, articolate in diverse varianti e ruoli operativi.
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Kiro Attia, cugino di Aba, parla con onestà e lucidità dell’omicidio del ragazzo, dell’integrazione e della violenza tra i giovani. Nato in Egitto e cresciuto in Italia, ribadisce che essere italiano significa rispettare leggi e valori condivisi, denuncia un sistema giuridico troppo permissivo e invita a distinguere tra immigrazione regolare e criminalità.