La dibattutissima separazione delle carriere.
«Serve una distinzione più netta, come avviene in quasi tutti i Paesi europei o anglosassoni».
E il sorteggio?
«Non è la soluzione ideale, ma resta preferibile allo strapotere delle correnti. Adesso si decide in base all’appartenenza».
Il Pd rilancia l’accusa dell’Anm, stampata persino sui manifesti per il referendum: con le nuove norme, le toghe sarebbero controllate dal governo.
«Ho molto rispetto per i magistrati. E, ovviamente, nei confronti del partito che ho contribuito a fondare. All’epoca della sua nascita, ero presidente della Margherita. Sono stato uno dei quattro firmatari dell’atto costitutivo assieme a Rutelli, Fassino e Veltroni».
Però?
«Stento a immaginare che tutti lo pensino».
Non ci credono neanche loro, insomma?
«Tanti, in buona fede, ci sono. Ma stanno consapevolmente esagerando. Se si fermassero un attimo, contando fino a tre, molti magari supererebbero questa convinzione».
Invece?
«È un argomento facile da raccontare e difficile da riscontrare. Al posto dei leader del Pd, più che criticare la riforma, avrei però fatto delle controproposte. Questa contrarietà rischia di apparire, davanti all’opinione pubblica, come una strenua difesa dell’esistente».
In aula, l’opposizione ha rifiutato ogni confronto.
«Si potevano trovare soluzioni comuni, almeno per correggere le distorsioni che colpiscono i cittadini: ad esempio, l’inaccettabile condanna preventiva da semplici indagati. Spesso si viene assolti anni dopo, ma la reputazione è distrutta per sempre».
La riforma era già prevista ai tempi della bicamerale di D’Alema. Lei, allora, stava per entrare al Viminale.
«Sono diventato ministro, per la prima volta, alla fine del 1999. La giustizia era uno dei temi su cui si dibatteva di più, con un’impostazione non troppo lontana da quella attuale».
Alcuni favorevoli di allora, adesso sono contrari.
«Mi dispiacerebbe fare i nomi di persone che stimo».
A tanti manca il coraggio?
«La disciplina di partito conta anche per la rielezione: i candidati sono scelti dalle segreterie».
Temono le ire del Nazareno?
«Probabilmente, la determinazione e la nettezza di Elly Schlein suscitano preoccupazione. Io, però, inviterei ad ascoltare pure i riformisti del Pd. Con qualche sforzo reciproco, forse si riuscirebbe ad avere una linea comune».
Assieme ad altri impavidi ex deputati dem, lei è intervenuto al convegno «La sinistra che dice sì». C’erano Ceccanti, Morando, Concia…
«Chi appartiene a quella tradizione talvolta si sente il dito puntato addosso, da parte di qualcuno che ha posizioni più radicali. Sapere che siamo in tanti ci rinfranca».
Non è stata solo una piacevole rimpatriata tra amici?
«Spero che si possano unire le forze per fare sentire la nostra voce, sempre con il massimo rispetto verso Schlein».
Non vi ascolta?
«Potrebbe farlo un po’ di più, magari riunendo con maggiore frequenza gli organi del Pd, sia a livello nazionale che locale. Purtroppo, questi sono difetti di un partito governato da correnti».
La segretaria, appena eletta, aveva annunciato battaglia a «cacicchi» e «capibastone».
«Esattamente».
Oltre a riconsiderare questa riforma, cosa suggerite?
«Più europeismo in politica estera. E maggiore pragmatismo sui temi economici».
Anche sul federalismo, però, la chiusura sembra totale.
«Non bisogna commettere lo stesso errore, limitandosi soltanto alla critica».
E i diritti civili?
«Un altro tema che sentiamo molto. Va gestito con equilibrio».
Temete la deriva massimalista, all’inseguimento di Conte e Landini?
«Fa parte della nostra storia, ma andrebbe bilanciata. Ci sono pure gli eredi della tradizione riformista, come noi. Questa è una ricchezza, non un limite. Evitiamo l’organizzazione per correnti, per cui il capo della sinistra si sceglie i suoi candidati».
Dovrebbe essere Elly Schlein a sfidare Giorgia Meloni?
«Ho qualche dubbio che sia la candidata migliore, ma è ancora presto per decidere. Una scelta importante come questa va lungamente meditata. Comunque, dovremmo cercare una personalità che valorizzi di più anche la componente cattolica e liberal democratica».
L’emergente Ruffini o il navigato Gentiloni, allora?
«Gentiloni ha tutte le caratteristiche per essere il leader di un grande partito riformatore, oltre che un premier autorevole e apprezzato».
Quattro volte in Parlamento. E altre quattro sindaco di Catania. Tre anni fa voleva riprovarci. La Corte dei conti l’ha dichiarata incandidabile, per il dissesto finanziario del Comune.
«È stato un obbrobrio giuridico, peraltro appreso da un comunicato stampa. Due giorni dopo, avrei dovuto presentare la mia lista. I sondaggi mi davano in testa. Un tempismo sospetto».
Com’è finita?
«La decisione è stata annullata dalle Sezioni riunite della Corte di cassazione. Fu un attacco ingiustificato e fazioso».
Ora pregusta freddamente la vendetta?
«Cerco di separare le vicende personali dalle posizioni politiche. Però, di questi casi ne accadono tanti».
Ha fatto anche il ministro dell’Interno. Oggi si discute di un nuovo pacchetto di sicurezza. Per il Pd, è inutile repressione.
«Qualcuno si preoccupa della possibile restrizione delle libertà. Tutto naturale e legittimo, per carità. Ma quando ci sono rischi gravi e motivazioni serie, servirebbero ulteriori riflessioni».
Come giudica Piantedosi, suo successore al Viminale?
«È stato un ottimo prefetto, difatti ha un approccio molto tecnico. L’ho visto all’opera: non urla, è rispettoso, sa ascoltare. Non sempre sono d’accordo con lui, ma lo considero una persona di valore».
A differenza del suo partito, lei è favorevole persino al ponte sullo Stretto.
«Ero ministro quando il governo Amato decise di farlo. Anche in questo caso, non ho cambiato idea».
Perché lo considera necessario?
«Voglio chiarirlo: non serve tanto al trasporto automobilistico, ma a portare l’alta velocità ferroviaria in Sicilia».
Da Catania a Roma, in quattro ore e mezza.
«Allora avremmo davvero un'Italia unita. E la Sicilia diventerebbe, per le merci, la porta d’accesso al Mediterraneo. Cambieremmo il mondo».
Tocca di nuovo citare la segretaria del Pd, ancora ferocemente avversa. Dice che è «un ecomostro irrealizzabile», nonché «un progetto arrogante».
«Lo spieghi ai siciliani, che ora ci mettono nove ore per arrivare nella capitale. In alternativa, sono costretti a pagare 300 euro per comprare un biglietto aereo. Il Ponte migliorerebbe la vita a milioni di persone».
Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, l’ha elogiata: «Conferma che l’opera non è di destra o di sinistra, ma è un’infrastruttura fondamentale per la Sicilia, la Calabria e tutto il Paese».
«Lo apprendo da lei. Non ne sapevo nulla, ma è vero: uno dei primi ministri dei Lavori pubblici ad appoggiare il progetto fu Nerio Nesi, che era un esponente dei Comunisti italiani».
Lei apre un varco.
«Al di fuori delle letture un po’ faziose e superficiali, anche tra i nostri elettori ci sono tanti favorevoli. Se venissero spiegate bene le ragioni, sarebbero la stragrande maggioranza».
Enzo Bianco, padre nobile e fondatore, non teme lo spariglio.
«Questo però si inserisce nella tradizione del Partito democratico. Non ci sono posizioni eretiche. Piuttosto, fatico a comprendere chi è pregiudizialmente contrario alla separazione delle carriere solo per schieramento politico. Rivolgo un caloroso invito a tutti».
Quale?
«Riflettiamo e valutiamo nel merito, per cortesia. Resta una buona riforma della giustizia, anche se è stata fatta da un governo di cui siamo e resteremo fieramente avversari. Comunque, si può e si deve migliorare».
Solo le vecchie glorie possono salvare il Pd?
«L’eta non conta. Tra qualche giorno, compirò 75 anni. E ho ancora voglia di combattere».