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2023-08-29
Manovra, Euro 5, Tim: è tornato il governo
Giorgia Meloni durante il Cdm del 28 agosto (Ansa)
Dopo il cdm al rientro, il premier ha convocato il Comitato di sicurezza sui migranti. Sì al dpcm su Kkr-Tim. Giorgia Meloni attacca il Superbonus ma promette misure di sostegno ai redditi. Oggi vertice tecnico contro lo stop alle Euro 5. Giancarlo Giorgetti scettico sulla riforma del Patto di stabilità. Soldi per i lavoratori dello spettacolo.
La questione del divieto di circolazione per i veicoli diesel Euro 5, che dovrebbe scattare il prossimo 15 settembre a Torino e in altri 75 Comuni del Piemonte, è stata affrontata ieri per la prima volta in Consiglio dei ministri. È stato il vicepremier Matteo Salvini a sollevare il problema, che sarà approfondito oggi nel corso di una riunione dei tecnici dei ministeri dei Trasporti e delle Infrastrutture (guidato da leader della Lega), dell’Ambiente e degli Affari europei. «Si tratta», ha detto Salvini, «di un dossier seguito anche dai colleghi Pichetto e Fitto. Già domani (oggi, ndr) ci saranno approfondimenti tecnici per evitare di danneggiare centinaia di migliaia di famiglie e lavoratori».
«Il governo», hanno fatto sapere fonti del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, «è impegnato a scongiurare lo stop al divieto di circolazione per i veicoli diesel euro 5 in Piemonte dal prossimo 15 settembre. L’obiettivo è scongiurare un provvedimento ritenuto l’ennesima forzatura europea a proposito di soluzioni green, una scelta che non migliorerà l’ambiente ma causerà grossi problemi a centinaia di migliaia di famiglie e lavoratori». Il provvedimento, adottato dalla giunta regionale del Piemonte, guidata dal presidente Alberto Cirio, cumulato con gli altri divieti già in vigore farebbe salire a 650.000 il totale dei veicoli costretti a restare fermi dalle ore 8 alle 19 dal lunedì al venerdì per quel che riguarda i mezzi adibiti al trasporto di persone e con omologazione fino a Euro 5 compresa e per tutte le 24 ore di tutti i giorni, compresi i festivi, per i motoveicoli con classe d’inquinamento fino a Euro 1.
Una batosta che andrebbe a colpire famiglie e lavoratori, soprattutto le fasce sociali più deboli, che possiedono vetture più vecchie. La decisione della giunta regionale piemontese, a guida centrodestra, è stata per certi aspetti obbligata. Non procedere con lo stop, infatti, esporrebbe gli amministratori regionali al concreto rischio di finire sotto inchiesta. Lo scorso 21 luglio, ricordiamolo, la Procura di Torino ha notificato un avviso di chiusura indagini agli ex sindaci di Torino Chiara Appendino e Piero Fassino, all’ex governatore Sergio Chiamparino, agli ex assessori comunali torinesi Enzo La Volta, Stefania Giannuzzi e Alberto Unia e all’ex assessore regionale Alberto Varmaggia: il reato ipotizzato, per il quale rischiano il rinvio a giudizio, è inquinamento colposo. Secondo l’accusa, i destinatari dell’avviso non avrebbero preso i dovuti provvedimenti in materia di contenimento dell’inquinamento, in particolare dello smog. Gli attuali vertici della Regione Piemonte sono rimasti esclusi dal provvedimento poiché l’inchiesta riguarda un periodo che va dal 2015 al 2019.
Il problema è spinoso, e non sembra convincente come rimedio l’esclusione dal blocco della circolazione delle auto che montano un «Move in», una «scatola nera» che permette di verificare il numero di chilometri percorsi, e che consente così di usufruire di un «bonus» di 9.000 chilometri l’anno per le auto private e di 11.000 per i veicoli commerciali. Mentre il governo studia come poter risolvere il problema c’è il primo sindaco che si «ribella»: si tratta di Silvia Marchionini, primo cittadino di Verbania, esponente del Pd: «Come amministrazione comunale di Verbania», sottolinea la Marchionini, «stante questa situazione, non adotteremo per ora nessuna ordinanza in applicazione di una delibera regionale pasticciata. La misura adottata dalla giunta regionale di centrodestra del Piemonte del presidente Cirio, che prevede il divieto di circolazione dal 15 settembre allargato alle auto diesel euro 5, in molti centri del Piemonte, va sospesa. È intempestiva e a pagarne le conseguenze saranno i lavoratori e i cittadini delle fasce economicamente più deboli».
In Consiglio dei ministri non si è discusso invece dei nuovo decreti sicurezza annunciati da Salvini per contrastare la crescita dell’immigrazione clandestina, ma al termine si è riunito il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica per affrontare la questione: il Cisr resterà operativo in maniera permanente. Approvata infine l’indennità di discontinuità per il lavoratori dello spettacolo: autonomi, co.co.co. e subordinati a tempo determinato, circa 21.000 persone, potranno beneficiare di un’indennità legata alla loro «discontinuità» lavorativa che avrà un valore, in media, di circa 1.500 euro «Lo schema di decreto legislativo varato dal Consiglio dei ministri», ha commentato il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, «ha un’importanza grandissima e rappresenta una norma di giustizia sociale da troppi anni attesa. Siamo riusciti, in tempi rapidissimi, a dare seguito alla nostra promessa di intervenire per tutelare una delle categorie più esposte e che da tempo reclamava un intervento. Abbiamo voluto occuparci delle tante lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che non sono sui palchi», ha aggiunto Sangiuliano, «che non hanno visibilità, ma il cui lavoro oscuro è indispensabile e consente a questi momenti di cultura di realizzarsi».
«Taglieremo il cuneo. Superbonus disastro, truffe da 12 miliardi»
Un cdm con tanta carne al fuoco. La riunione dell’esecutivo di ieri è stata quella che ha sancito il rientro del governo alla piena attività, dopo la pausa estiva, e soprattutto ha consentito al premier Giorgia Meloni di dare la linea. Ovviamente, i temi più caldi sono la legge di bilancio, l’immigrazione illegale e l’emergenza sicurezza. La scadenza più urgente è la manovra. «L’anno scorso», ha detto la Meloni, «abbiamo vissuto un momento di eccezionalità: il governo si è insediato il 25 ottobre e abbiamo dovuto scrivere la legge di bilancio in pochissimo tempo, e sulla base di emergenze che dovevamo affrontare, prima tra tutte quella energetica, che ha assorbito due terzi della manovra. Una scelta che ha consentito di mettere in sicurezza famiglie e imprese, il nostro tessuto produttivo. Questo non ci ha impedito di lanciare alcuni segnali importanti e di tracciare una direzione: penso al taglio del cuneo fiscale o alle risorse che abbiamo scelto di destinare alla famiglia, a partire dall’aumento dell’assegno unico. Misure che hanno tracciato una direzione. Direzione che ora dobbiamo consolidare e rafforzare».
Detto questo, la Meloni non ha mancato di indicare i capisaldi della manovra che dovrà «supportare la crescita, aiutare le fasce più deboli, dare slancio a chi produce e mettere soldi in tasca a famiglie e imprese. Finora abbiamo conseguito risultati molto importanti, superiori a quelli della Germania e della Francia, i mercati hanno premiato le nostre scelte, lo spread è basso, i dati sull’occupazione sono ottimi, il Pil nel primo semestre ha sorpreso tutti gli analisti, l’andamento delle entrate fiscali è positivo. Ma dobbiamo tenere i piedi ben piantati a terra. Tutti gli osservatori ci dicono che la congiuntura si sta facendo più difficile, a partire dal rallentamento dell’economia tedesca che si ripercuote in tutta Europa e sul nostro tessuto industriale. Quindi le risorse disponibili devono essere usate con la massima attenzione». Il premier è poi entrato più nel dettaglio della road map: «La prima scadenza che abbiamo davanti è quella del 27 settembre. Entro quella data dovremo presentare alle Camere la Nadef, la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, il documento di riferimento per lo scenario macroeconomico che ci servirà per indirizzare il nostro lavoro. È un documento importante che descriverà in che modo vogliamo orientare la nostra azione. È un governo che è stato scelto dagli italiani anche per fare scelte di rottura con il passato, per cambiare direzione e rompere quello status quo che abbiamo ereditato». Ovvero, «una manovra incentrata sulle famiglie, sulla lotta alla denatalità e sui sostegni alle fasce deboli. È un lavoro complesso», ha concluso, «me ne rendo conto, ma dobbiamo avere il coraggio di farlo».
A rendere tutto più difficile, l’eredità dei passati governi. «Stiamo pagando in maniera pesante il disastro del Superbonus 110%», ha detto la Meloni, «e invito Giorgetti a illustrarci i numeri di questa tragedia contabile che pesa sulle spalle di tutti gli italiani. Nel complesso dei bonus edilizi introdotti dal governo Conte 2, compreso il bonus facciate, i documenti dell’Agenzia delle entrate ci dicono esserci più di 12 miliardi di irregolarità».
All’inizio della riunione il presidente del Consiglio ha avuto anche occasione di annunciare una sua prossima visita a Caivano, teatro dello stupro di gruppo ai danni di due cugine minorenni, per manifestare la propria sensibilità sul tema della sicurezza.
Nella conferenza stampa che è seguita al Consiglio dei ministri, hanno parlato tra gli altri il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello dell’Interno Matteo Piantedosi. Il primo ha tenuto a sottolineare che «l’ammontare della manovra dipenderà anche da fattori di tipo europeo, a metà mese discuteremo, forse troveremo un accordo forse no, sulle nuove regole di bilancio Ue», per poi aggiungere: «Sul Patto di stabilità è più probabile che non si arrivi all’accordo per fine anno». Invece Piantedosi, che ha presenziato dopo il cdm a una riunione del Cisr (Comitato per la sicurezza della Repubblica, che diventerà permanente) ha parlato dell’emergenza sbarchi, mostrando ottimismo: «Abbiamo avuto nel corso dell’anno un trend che segnava il 300%, oggi la curva si è abbassata: questo segnala un calo della curva di crescita che ci incoraggia». Sulla stessa linea il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha sottolineato: «Dall’inizio dell’anno al 28 agosto si è registrato un aumento del 103% degli arrivi via mare rispetto allo stesso periodo dello scorso anno», ma «la lettura dei numeri - oggettivamente preoccupanti - non può però non far vedere la dinamica degli arrivi stessi che ha conosciuto un picco nel mese di maggio e poi un abbassamento».
Novità, infine, anche sul fronte delle riforme: «Il ministro Casellati», ha annunciato il premier, «è pronta con una proposta che centra i due obiettivi che ci prefiggiamo: dare stabilità ai governi e far decidere ai cittadini chi debba governare. Sarà uno dei primi provvedimenti che vareremo».
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Cdm, Giorgia Meloni dura: «Superbonus disastro da 12 miliardi, ma taglieremo il cuneo fiscale». Oggi vertice contro il blocco dei veicoli. Migranti, convocato il Cisr. Giorgetti scettico sulla riforma del Patto Ue. Dpcm sulla rete.La Meloni indica la linea sulla manovra. Giorgetti: «Difficile che la riforma del Patto di stabilità arrivi entro fine anno».Lo speciale contiene due articoli.Dopo il cdm al rientro, il premier ha convocato il Comitato di sicurezza sui migranti. Sì al dpcm su Kkr-Tim. Giorgia Meloni attacca il Superbonus ma promette misure di sostegno ai redditi. Oggi vertice tecnico contro lo stop alle Euro 5. Giancarlo Giorgetti scettico sulla riforma del Patto di stabilità. Soldi per i lavoratori dello spettacolo.La questione del divieto di circolazione per i veicoli diesel Euro 5, che dovrebbe scattare il prossimo 15 settembre a Torino e in altri 75 Comuni del Piemonte, è stata affrontata ieri per la prima volta in Consiglio dei ministri. È stato il vicepremier Matteo Salvini a sollevare il problema, che sarà approfondito oggi nel corso di una riunione dei tecnici dei ministeri dei Trasporti e delle Infrastrutture (guidato da leader della Lega), dell’Ambiente e degli Affari europei. «Si tratta», ha detto Salvini, «di un dossier seguito anche dai colleghi Pichetto e Fitto. Già domani (oggi, ndr) ci saranno approfondimenti tecnici per evitare di danneggiare centinaia di migliaia di famiglie e lavoratori». «Il governo», hanno fatto sapere fonti del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, «è impegnato a scongiurare lo stop al divieto di circolazione per i veicoli diesel euro 5 in Piemonte dal prossimo 15 settembre. L’obiettivo è scongiurare un provvedimento ritenuto l’ennesima forzatura europea a proposito di soluzioni green, una scelta che non migliorerà l’ambiente ma causerà grossi problemi a centinaia di migliaia di famiglie e lavoratori». Il provvedimento, adottato dalla giunta regionale del Piemonte, guidata dal presidente Alberto Cirio, cumulato con gli altri divieti già in vigore farebbe salire a 650.000 il totale dei veicoli costretti a restare fermi dalle ore 8 alle 19 dal lunedì al venerdì per quel che riguarda i mezzi adibiti al trasporto di persone e con omologazione fino a Euro 5 compresa e per tutte le 24 ore di tutti i giorni, compresi i festivi, per i motoveicoli con classe d’inquinamento fino a Euro 1. Una batosta che andrebbe a colpire famiglie e lavoratori, soprattutto le fasce sociali più deboli, che possiedono vetture più vecchie. La decisione della giunta regionale piemontese, a guida centrodestra, è stata per certi aspetti obbligata. Non procedere con lo stop, infatti, esporrebbe gli amministratori regionali al concreto rischio di finire sotto inchiesta. Lo scorso 21 luglio, ricordiamolo, la Procura di Torino ha notificato un avviso di chiusura indagini agli ex sindaci di Torino Chiara Appendino e Piero Fassino, all’ex governatore Sergio Chiamparino, agli ex assessori comunali torinesi Enzo La Volta, Stefania Giannuzzi e Alberto Unia e all’ex assessore regionale Alberto Varmaggia: il reato ipotizzato, per il quale rischiano il rinvio a giudizio, è inquinamento colposo. Secondo l’accusa, i destinatari dell’avviso non avrebbero preso i dovuti provvedimenti in materia di contenimento dell’inquinamento, in particolare dello smog. Gli attuali vertici della Regione Piemonte sono rimasti esclusi dal provvedimento poiché l’inchiesta riguarda un periodo che va dal 2015 al 2019. Il problema è spinoso, e non sembra convincente come rimedio l’esclusione dal blocco della circolazione delle auto che montano un «Move in», una «scatola nera» che permette di verificare il numero di chilometri percorsi, e che consente così di usufruire di un «bonus» di 9.000 chilometri l’anno per le auto private e di 11.000 per i veicoli commerciali. Mentre il governo studia come poter risolvere il problema c’è il primo sindaco che si «ribella»: si tratta di Silvia Marchionini, primo cittadino di Verbania, esponente del Pd: «Come amministrazione comunale di Verbania», sottolinea la Marchionini, «stante questa situazione, non adotteremo per ora nessuna ordinanza in applicazione di una delibera regionale pasticciata. La misura adottata dalla giunta regionale di centrodestra del Piemonte del presidente Cirio, che prevede il divieto di circolazione dal 15 settembre allargato alle auto diesel euro 5, in molti centri del Piemonte, va sospesa. È intempestiva e a pagarne le conseguenze saranno i lavoratori e i cittadini delle fasce economicamente più deboli». In Consiglio dei ministri non si è discusso invece dei nuovo decreti sicurezza annunciati da Salvini per contrastare la crescita dell’immigrazione clandestina, ma al termine si è riunito il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica per affrontare la questione: il Cisr resterà operativo in maniera permanente. Approvata infine l’indennità di discontinuità per il lavoratori dello spettacolo: autonomi, co.co.co. e subordinati a tempo determinato, circa 21.000 persone, potranno beneficiare di un’indennità legata alla loro «discontinuità» lavorativa che avrà un valore, in media, di circa 1.500 euro «Lo schema di decreto legislativo varato dal Consiglio dei ministri», ha commentato il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, «ha un’importanza grandissima e rappresenta una norma di giustizia sociale da troppi anni attesa. Siamo riusciti, in tempi rapidissimi, a dare seguito alla nostra promessa di intervenire per tutelare una delle categorie più esposte e che da tempo reclamava un intervento. Abbiamo voluto occuparci delle tante lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che non sono sui palchi», ha aggiunto Sangiuliano, «che non hanno visibilità, ma il cui lavoro oscuro è indispensabile e consente a questi momenti di cultura di realizzarsi».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cdm-meloni-manovra-2664587570.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="taglieremo-il-cuneo-superbonus-disastro-truffe-da-12-miliardi" data-post-id="2664587570" data-published-at="1693304456" data-use-pagination="False"> «Taglieremo il cuneo. Superbonus disastro, truffe da 12 miliardi» Un cdm con tanta carne al fuoco. La riunione dell’esecutivo di ieri è stata quella che ha sancito il rientro del governo alla piena attività, dopo la pausa estiva, e soprattutto ha consentito al premier Giorgia Meloni di dare la linea. Ovviamente, i temi più caldi sono la legge di bilancio, l’immigrazione illegale e l’emergenza sicurezza. La scadenza più urgente è la manovra. «L’anno scorso», ha detto la Meloni, «abbiamo vissuto un momento di eccezionalità: il governo si è insediato il 25 ottobre e abbiamo dovuto scrivere la legge di bilancio in pochissimo tempo, e sulla base di emergenze che dovevamo affrontare, prima tra tutte quella energetica, che ha assorbito due terzi della manovra. Una scelta che ha consentito di mettere in sicurezza famiglie e imprese, il nostro tessuto produttivo. Questo non ci ha impedito di lanciare alcuni segnali importanti e di tracciare una direzione: penso al taglio del cuneo fiscale o alle risorse che abbiamo scelto di destinare alla famiglia, a partire dall’aumento dell’assegno unico. Misure che hanno tracciato una direzione. Direzione che ora dobbiamo consolidare e rafforzare». Detto questo, la Meloni non ha mancato di indicare i capisaldi della manovra che dovrà «supportare la crescita, aiutare le fasce più deboli, dare slancio a chi produce e mettere soldi in tasca a famiglie e imprese. Finora abbiamo conseguito risultati molto importanti, superiori a quelli della Germania e della Francia, i mercati hanno premiato le nostre scelte, lo spread è basso, i dati sull’occupazione sono ottimi, il Pil nel primo semestre ha sorpreso tutti gli analisti, l’andamento delle entrate fiscali è positivo. Ma dobbiamo tenere i piedi ben piantati a terra. Tutti gli osservatori ci dicono che la congiuntura si sta facendo più difficile, a partire dal rallentamento dell’economia tedesca che si ripercuote in tutta Europa e sul nostro tessuto industriale. Quindi le risorse disponibili devono essere usate con la massima attenzione». Il premier è poi entrato più nel dettaglio della road map: «La prima scadenza che abbiamo davanti è quella del 27 settembre. Entro quella data dovremo presentare alle Camere la Nadef, la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, il documento di riferimento per lo scenario macroeconomico che ci servirà per indirizzare il nostro lavoro. È un documento importante che descriverà in che modo vogliamo orientare la nostra azione. È un governo che è stato scelto dagli italiani anche per fare scelte di rottura con il passato, per cambiare direzione e rompere quello status quo che abbiamo ereditato». Ovvero, «una manovra incentrata sulle famiglie, sulla lotta alla denatalità e sui sostegni alle fasce deboli. È un lavoro complesso», ha concluso, «me ne rendo conto, ma dobbiamo avere il coraggio di farlo». A rendere tutto più difficile, l’eredità dei passati governi. «Stiamo pagando in maniera pesante il disastro del Superbonus 110%», ha detto la Meloni, «e invito Giorgetti a illustrarci i numeri di questa tragedia contabile che pesa sulle spalle di tutti gli italiani. Nel complesso dei bonus edilizi introdotti dal governo Conte 2, compreso il bonus facciate, i documenti dell’Agenzia delle entrate ci dicono esserci più di 12 miliardi di irregolarità». All’inizio della riunione il presidente del Consiglio ha avuto anche occasione di annunciare una sua prossima visita a Caivano, teatro dello stupro di gruppo ai danni di due cugine minorenni, per manifestare la propria sensibilità sul tema della sicurezza. Nella conferenza stampa che è seguita al Consiglio dei ministri, hanno parlato tra gli altri il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello dell’Interno Matteo Piantedosi. Il primo ha tenuto a sottolineare che «l’ammontare della manovra dipenderà anche da fattori di tipo europeo, a metà mese discuteremo, forse troveremo un accordo forse no, sulle nuove regole di bilancio Ue», per poi aggiungere: «Sul Patto di stabilità è più probabile che non si arrivi all’accordo per fine anno». Invece Piantedosi, che ha presenziato dopo il cdm a una riunione del Cisr (Comitato per la sicurezza della Repubblica, che diventerà permanente) ha parlato dell’emergenza sbarchi, mostrando ottimismo: «Abbiamo avuto nel corso dell’anno un trend che segnava il 300%, oggi la curva si è abbassata: questo segnala un calo della curva di crescita che ci incoraggia». Sulla stessa linea il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha sottolineato: «Dall’inizio dell’anno al 28 agosto si è registrato un aumento del 103% degli arrivi via mare rispetto allo stesso periodo dello scorso anno», ma «la lettura dei numeri - oggettivamente preoccupanti - non può però non far vedere la dinamica degli arrivi stessi che ha conosciuto un picco nel mese di maggio e poi un abbassamento». Novità, infine, anche sul fronte delle riforme: «Il ministro Casellati», ha annunciato il premier, «è pronta con una proposta che centra i due obiettivi che ci prefiggiamo: dare stabilità ai governi e far decidere ai cittadini chi debba governare. Sarà uno dei primi provvedimenti che vareremo».
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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