
A dettare l’agenda della guerra è Donald Trump con i leader europei che paiono comparse sbiadite e che cercano in qualche modo di apparire (Emmanuel Macron è maestro in questo) mentre Israele, a cui è demandato il lavoro sporco, s’incarica d’inverare le posizioni del presidente americano che vuole chiudere in fretta la pratica Iran.
Non esclude neppure l’uso di truppe di terra, è convinto che la capacità di resistenza delle forze armate di Teheran sia al lumicino e rivendica il diritto di essere consultato sulla scelta della nuova «Guida» dell’Iran.
Ieri c’è stato un botta e risposta (assai timida da parte del britannico) tra Trump e Keir Starmer mentre emerge la totale irrilevanza dell’Europa proprio nella «difesa» di Cipro. Oggi a Larnaca è atteso Macron che sta cercando nuovo protagonismo con la difesa dell’isola bersagliata dagli iraniani. È quasi un’opera buffa considerando che un pezzo dell’isola è occupato dalla Turchia da oltre mezzo secolo, senza che l’Ue, di cui ora Cipro è presidente di turno, sia mai riuscita a comporre la crisi. Forse perché Tayyip Recep Erdogan ha il secondo esercito della Nato. Macron, che ieri ha avuto colloqui con il leader egiziano al-Sisi, il quale gli ha espresso preoccupazioni sia per il mercato dell’energia sia per il timore di un allargamento del conflitto nell’area mediorientale sollecitando un’ iniziativa diplomatica per frenare gli attacchi israelo-americani, prova ad accreditare la Francia come prima (e unica) potenza nucleare europea. Ha inviato Fabien Mandon, il capo di Stato maggiore transalpino, a Beirut, e lui oggi vedrà Nikos Christodoulides suo omologo cipriota, e Kyriakos Mitsotakis, il premier greco, per illustrare la solidarietà militante dei Paesi europei verso Cipro.
C’è una cintura navale di protezione a cui partecipano oltre alla Francia, l’Italia con la fregata Martinengo, la Spagna e l’Olanda, ma i primi ad arrivare sono stati i britannici. E proprio sull’impegno tardivo di Londra si appuntano le maggiori critiche di Trump, apparso addirittura sprezzante verso Starmer, che ieri ha fatto un punto ad ampio spettro sul conflitto iraniano. Parlando alla Cbs, The Donald ha scandito: «Stiamo vincendo a livelli mai visti prima e velocemente: è stato incredibile il lavoro che abbiamo fatto. I missili iraniani esplodono in mille pezzi. Ne sono rimasti pochissimi. I droni saltano in aria. Le fabbriche stanno saltando in aria mentre parliamo. La Marina è andata in fondo al mare. L’Aeronautica è andata. Ogni singolo elemento del loro esercito è andato. La loro leadership è andata. Non c’è niente che non sia andato». Poi, sempre riferendosi al teatro operativo, il presidente americano intervenendo ad Abc News ha ribadito: «Tutto è sul tavolo, non escludo l’invio di truppe sul terreno per recuperare l’uranio arricchito: il loro piano era chiaro, volevano attaccare tutto il Medio Oriente, ma ora sono una tigre di carta».
È però sul versante politico e di relazioni internazionali che Trump è stato molto drastico. Per quel che riguarda l’Iran, a seguito dell’annuncio che gli ayatollah avrebbero scelto la nuova Guida suprema, è stato chiarissimo: «Non durerà a lungo se non avrà la nostra approvazione, siamo anche disposti a lavorare con quelli rimasti del vecchio regime, ma ci vogliamo assicurare di non dover tornare qui ogni dieci anni, quando magari non avrete un presidente come me che è disposto a farlo - ha spiegato ad Abc News - non voglio che tra cinque anni si debba tornare a fare la stessa cosa, o peggio ancora lasciare che abbiano un’arma nucleare».
È seguita la «botta» a Starmer. Trump ha pubblicato su Truth un messaggio inequivocabile: «Il Regno Unito, il nostro un tempo grande alleato, sta finalmente considerando di inviare due portaerei in Medio Oriente. Va bene, primo ministro Starmer, non ne abbiamo più bisogno. Ma ce lo ricorderemo. Non abbiamo bisogno di persone che si uniscono alle guerre dopo che abbiamo già vinto». Così ieri l’inquilino di Downing Street è corso ai ripari e ha telefonato al presidente americano a cui ha espresso il suo cordoglio per la morte di sei marine. Con l’intesa di risentirsi presto Starmer ha messo sul tavolo la possibilità dell’uso delle basi della Raf per la difesa comune in Medio Oriente. Insomma, anche Londra s’adegua a Trump. Chi fa un passo avanti, invece, nel conflitto sono gli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti israeliane, smentite però da Abu Dhabi, gli Emirati avrebbero bombardato un impianto di desalinizzazione in Iran. Gli emiratini hanno però accompagnato la smentita con la sottolineatura: «Rivendichiamo il diritto a difenderci» anche perché solo ieri sono stati intercettati 17 missili balistici e 117 droni.
L’Iran per il momento ha continuato gli attacchi verso i paesi del Golfo. Il che fa dire, a Benjamin Netanyahu: «Abbiamo un piano specifico con molteplici opzioni per indebolire il regime iraniano e portare un cambiamento». Come detto il lavoro «sporco» tocca a Israele che è intenzionato a finirlo in fretta.






