Caro Sgarbi, a te le poltrone non servono
Vittorio Sgarbi (Imagoeconomica)

Caro Vittorio Sgarbi, ti scrivo questa cartolina perché ti ho incontrato in tv, nel giorno in cui hai annunciato le dimissioni, e mi sei sembrato improvvisamente sollevato. E allora, adesso che hai «minacciato» di tirarla per le lunghe, dicendo: «Le dimissioni? Le devo ancora negoziare con il governo, sarà una agonia lunga»: ripeto la domanda: «Perché mai sei diventato sottosegretario?».

A parte che già la parola «sottosegretario», oltre a indicare una carica sicuramente troppo limitata per contenere il tuo ego, è orrenda e mal si addice a un cultore della bellezza come te, ma come fai a non renderti conto che il fatto stesso di essere nelle istituzioni è incompatibile con l’essere Sgarbi? Te lo dico con affetto e con stima, anche se in passato tu hai usato per me parole di una violenza inaudita. Abbiamo fatto pace proprio perché tu sei Sgarbi. E da te si accetta anche l’insulto, la parolaccia, la pipì fuori dal vaso, il gesto estremo e/o dannunziano. Lo si accetta in nome della tua cultura, della tua preparazione, del contributo che hai dato e continui a dare alla conoscenza dell’arte e anche, più in generale, al nostro pensiero. Spesso è difficile essere d’accordo con te, ma in quello che dici brilla sempre una luce di spiazzante intelligenza, che è rara nel nostro Paese. E perciò va tutelata come un’oasi Wwf. Che cos’è dunque questa attrazione per le cariche istituzionali? Che bisogno hai del cadreghino con la targhetta del ministero? O della poltroncina di sindaco nei più sperduti paesi? Che cos’è questa bulimia assessorile che ti fa fagocitare qualsiasi ruolo politico e ti fa bramare anche ciò che non puoi avere (come il seggio di consigliere regionale in Lombardia)? Se davvero, come tu dici, il tuo unico intento è quello di contribuire alla cultura del Paese, credimi: è più facile farlo senza i legacci che inevitabilmente una carica istituzionale ti impone.

Perché tu, caro Vittorio, sei Sgarbi. Vivi alla Sgarbi. Parli alla Sgarbi. Ti muovi alla Sgarbi. Qualcuno l’altra sera in tv ti definiva una rockstar. Ma sì: come le rockstar pensi di poter vivere al di sopra delle regole dei comuni mortali, pensi ti sia lecito tutto, insulti al prossimo e patte dei pantaloni abbassate compresi. Però, vedi, se tu insulti qualcuno mentre sei Sgarbi è un conto. Se tu lo fai mentre sei sottosegretario o ministro o presidente dell’Onu è un altro conto. Se hai un incarico pubblico, per dire, hai il dovere di rispondere a giornalisti, che ti fanno delle domande, quali che esse siano. Io non so che cosa ci sia di vero o no nella storia dei quadri rubati e riapparsi, ma non si può impedire a chi fa il nostro mestiere di fare inchieste e chiederne conto a chi è al potere, in qualsiasi momento. E rispondere con gli auguri di morte si può fare (forse) se si è Sgarbi. Non certo se si è sottosegretari. Per questo, credimi, caro Vittorio, meglio così. Meglio le dimissioni. E anzi ti vorrei dare due consigli che forse ti faranno arrabbiare: lascia, subito e senza agonie, non solo questa ma tutte le altre cariche pubbliche che hai e prometti di non accettarne mai più. Così finalmente sarai Sgarbi. Soltanto Sgarbi. Infinitamente Sgarbi. E se vorrai insultarmi per questa cartolina, lo accetterò volentieri.

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