True
2023-09-01
I Carabinieri e la lotta al «grande brigantaggio»
True
Cattura di un brigante in un'illustrazione della fine dell'Ottocento (Getty Images)
Il 15 agosto 1863 a Torino, allora capitale del neonato Regno d’Italia, fu varata la legge n.1409 atta alla repressione del brigantaggio. Quest’ultima fu meglio nota come «Legge Pica», dal nome del suo promotore il senatore abruzzese Giuseppe Pica. La necessità di una legge restrittiva sul fenomeno in crescita nelle regioni dell’ex Regno delle Due Sicilie fu dovuta anche agli effetti dell’introduzione della leva obbligatoria, che lo stesso Pica aveva criticato temendone le conseguenze sul piano sociale, che puntualmente si verificheranno. Dalle macerie del regno borbonico, il cui governo ombra si era stabilito a Roma sotto la protezione del Vaticano, l’onda di quello che fu chiamato il «grande brigantaggio» degli anni 1860-65 montò rapidamente, assumendo per la prima volta una connotazione politica, tesa al ripristino dello «status quo ante» in contrasto con l’invasore piemontese. Le fila dei «cammorristi» come venivano nominati i briganti meridionali, furono gonfiate da renitenti alla leva, nobili lealisti, contadini fedeli ai re Borboni e mercenari stranieri francesi, spagnoli (fuoriusciti dal fallito alzamiento carlista) e austriaci. Durante i primi due anni dell’Unità d’Italia il fenomeno assunse caratteri preoccupanti per la tenuta delle istituzioni nate dal Risorgimento. Alla crescita della minaccia, il regno sabaudo rispose con un’escalation militare impressionante, che portò alla vigilia della legge Pica ad impiegare oltre due quinti delle Forze armate. Il numero più imponente era rappresentato dai Bersaglieri, ma anche l’Arma dei Carabinieri Reali contribuì in forze al contrasto del fenomeno dilagante, che minava alla base la tenuta del neonato Stato unitario. Nel momento più intenso della lotta nel meridione d’Italia, gli uomini della «Benemerita» (che fu chiamata così a partire da un solenne encomio proprio per il contrasto al brigantaggio) raggiunsero una cifra superiore alle 7.000 unità (quasi la metà degli effettivi).
La legge Pica era una legge marziale. Fortemente contrastata a Torino dai deputati della sinistra storica ma passata in seguito a larga maggioranza, prevedeva la sostituzione della giustizia ordinaria con quella militare. Le pene prevedevano la fucilazione, il carcere a vita, i lavori forzati e per la prima volta il domicilio coatto anche solo di chi fosse sospettato di appartenere o di spalleggiare le bande. Fu la crescita del fenomeno del brigantaggio nel primo anno dell’Unità d’Italia a spingere il nuovo Stato alla repressione, anche per la necessità di mostrare nel Paese e all’estero la tenuta dell’autorità nei territori degli ex regni meridionali. La situazione si mostrava allora molto complicata, perché quel fenomeno endemico caratteristico del Sud aveva assunto i caratteri di una guerriglia eversiva, appoggiata in massima parte dalla popolazione locale, da molti ex funzionari borbonici e da parte del clero. L’azione dei Carabinieri Reali fu da subito divisa in diverse funzioni: controllo e difesa del territorio, informazioni e indagine tra la popolazione, pattugliamento e collegamento con il grosso delle Forze armate della zona. Il raggio d’azione principale fu diviso in tre grandi quadranti tra Gaeta, Caserta e Avellino nell’area di massima virulenza del fenomeno. Dislocati nelle stazioni territoriali, i Carabinieri avevano il compito di tenere il territorio prima che le colonne mobili dell’esercito intervenissero con azioni di rastrellamento e repressione armata. Tuttavia, la strategia di intervento elaborata dal Generale Alfonso Lamarmora presentava non pochi punti di debolezza, che si riveleranno un grave ostacolo all’eradicazione del fenomeno dal Mezzogiorno. Dettata dalla fretta e dalla necessità di garantire l’unità dei territori appena annessi al Regno d’Italia, risultò in una eccessiva frammentazione dei reparti dei Carabinieri, spesso divisi in piccoli nuclei di quattro o cinque militari che spesso si trovarono a fronteggiare gruppi di oltre 20 banditi armati. Inoltre era scarsa la conoscenza del territorio da parte degli uomini dell’Arma, fatto dovuto principalmente alla carenza di cartografia disponibile presso i comandi. Questo aspetto diede un notevole vantaggio ai briganti, che padroneggiavano il territorio e sapevano come condurre agguati o come nascondersi nella boscaglia o tra la popolazione che li appoggiava, i cosiddetti «manutengoli», contro i quali si concentrò buona parte dell’azione dei Carabinieri. I mezzi di comunicazione erano pressoché inesistenti, così come le vie di collegamento in un territorio geograficamente ostile alle azioni di rastrellamento. Fu a causa di tali carenze operative che frequentissimi furono gli scontri a fuoco in cui i militari si vennero a trovare in grave inferiorità numerica e patirono molte perdite. A completare il quadro già di per sé complicato contribuirono le gravi malattie endemiche come il tifo e la malaria, che fecero centinaia di vittime tra i militari del Regio esercito e tra i Carabinieri. La guerriglia di fece via via più intensa a partire dal 1861, raggiungendo l’apice nel biennio 1864-65, periodi in cui si alternarono atrocità da entrambe le parti con crocifissioni e mutilazioni di Carabinieri da parte dei briganti e fucilazioni di massa compiute dai militari. Una delle prime e più grandi azioni dei Carabinieri contro una banda organizzata e il suo capo fu quella che si consumò nei pressi di Martina Franca il 18 novembre 1864. Qui operava la banda di Cosimo Mazzeo detto «Pizzichicchio», un ex soldato borbonico che si era reso protagonista di molti delitti ai danni delle forze italiane, tra cui l’omicidio di Antonio Ceneviva, capitano della Guardia Nazionale. Dopo un assedio e uno scontro a fuoco al quale il brigante riuscì a sfuggire per il rotto della cuffia, fu finalmente arrestato dagli uomini del Capitano dei Carabinieri Donato de Felice dopo un lungo scontro in cui fu chiamato a rinforzo una compagnia della Cavalleria, che finì con il trafiggere a sciabolate il grosso della forza di Pizzichicchio, che venne fucilato pochi mesi dopo.
Tra le azioni più famose portate a termine dai Carabinieri negli anni della guerra al brigantaggio occupa un posto di spicco la lunga e sanguinosa lotta al terribile «Ninco Nanco», capobanda di Avigliano (Potenza) che assieme al mentore Carlo Crocco aveva ottenuto grandi successi contro i soldati italiani, come la vittoria schiacciante e brutale ottenuta dal «brigante dei briganti» ad Acinello, nei pressi di Stigliano (Matera). In uno scontro furioso tra decine di briganti e altrettanti soldati, i primi ebbero la meglio grazie alla padronanza del territorio e all’inesperienza dei comandi italiani. Il 10 novembre 1861 assieme al brigante José Borjes, un ex generale carlista fuoriuscito dalla Spagna e fedele ai Borbone, Ninco Nanco tenne in scacco un contingente del 62° Fanteria facendo in seguito scempio dei prigionieri con decapitazioni e mutilazioni, tra cui quella del comandante del contingente, il parmense Icilio Pelizza. Fu in seguito anche grazie all’Arma dei Carabinieri che la potenza incontrastata di Ninco Nanco (al secolo Giuseppe Nicola Summa) cominciò a declinare nei mesi del varo della legge Pica. Grazie agli uomini dell’Arma si evitò una nuova Acinello, fatto che, se fosse avvenuto, avrebbe inferto un duro colpo all’autorità dello Stato al culmine della lotta alla controrivoluzione filoborbonica. Nel febbraio 1864 a Genzano, nei pressi di Acerenza (Basilicata) cinque Carabinieri della locale tenenza furono assaliti da venti uomini del bandito più temuto del Meridione. Pur accerchiati e fatti segno di tiro incrociato, i militari opposero strenua resistenza in attesa di rinforzi rispondendo al fuoco e riuscendo a mettere in fuga gli assalitori. Dei cinque, tre persero la vita (Brigadiere Michele Forloni, Carabinieri Antonio Favatta e Giovanni Battista Ribbi). Ninco Nanco fu catturato appena un mese più tardi nei pressi della sua città, Avigliano, grazie alle indagini di Carabinieri e Guardia Nazionale. Fu ucciso il giorno stesso da un colpo di arma da fuoco (chi abbia sparato rimane un mistero, forse un brigante che non voleva che il bandito venisse interrogato) e il suo cadavere fu fotografato e l’immagine fu divulgata in tutto il Paese, simbolo della forza delle autorità del neonato Stato unitario.
La legge Pica fu abolita nel dicembre 1865 mentre il fenomeno del brigantaggio, pur mai del tutto sconfitto, perdeva la spinta insurrezionale e parte del fondamentale appoggio popolare. Cinque anni più tardi i sogni di restaurazione della dinastia borbonica sfumavano anche a causa della sconfitta pontificia in seguito alla presa di Roma del 1870. Nel frattempo le autorità militari italiane avevano di molto migliorato la situazione della comunicazione (con l’introduzione delle linee telegrafiche e le migliorie nella rete stradale), aspetto che favorì l’efficacia nel controllo del territorio del Mezzogiorno. Il risultato costò molte vite tra i militari italiani (ma anche tra i civili accusati di essere fiancheggiatori dei briganti). L’Arma dei Regi Carabinieri fu insignita di 1 Medaglia d’Oro al Valor Militare e di ben 15 d’Argento e 72 di Bronzo. Un risultato di grande rilevanza, contando che gli uomini dell’Arma rappresentavano solamente una piccolissima parte dell’enorme impiego di soldati in quella che, per le cifre di morti, feriti, giustiziati ed incarcerati fu una vera e propria guerra non troppo distante dalle più importanti battaglie del Risorgimento.
Continua a leggereRiduci
Nell'agosto di 160 anni fa, una legge speciale del Regno d'Italia consegnava ai tribunali militari la repressione di un fenomeno diventato eversivo, cavalcato dai lealisti borbonici e appoggiato a livello popolare. I Carabinieri ebbero un ruolo importante in quella che fu una vera e propria «guerra di guerriglia» che minacciava il neonato Stato unitario.Il 15 agosto 1863 a Torino, allora capitale del neonato Regno d’Italia, fu varata la legge n.1409 atta alla repressione del brigantaggio. Quest’ultima fu meglio nota come «Legge Pica», dal nome del suo promotore il senatore abruzzese Giuseppe Pica. La necessità di una legge restrittiva sul fenomeno in crescita nelle regioni dell’ex Regno delle Due Sicilie fu dovuta anche agli effetti dell’introduzione della leva obbligatoria, che lo stesso Pica aveva criticato temendone le conseguenze sul piano sociale, che puntualmente si verificheranno. Dalle macerie del regno borbonico, il cui governo ombra si era stabilito a Roma sotto la protezione del Vaticano, l’onda di quello che fu chiamato il «grande brigantaggio» degli anni 1860-65 montò rapidamente, assumendo per la prima volta una connotazione politica, tesa al ripristino dello «status quo ante» in contrasto con l’invasore piemontese. Le fila dei «cammorristi» come venivano nominati i briganti meridionali, furono gonfiate da renitenti alla leva, nobili lealisti, contadini fedeli ai re Borboni e mercenari stranieri francesi, spagnoli (fuoriusciti dal fallito alzamiento carlista) e austriaci. Durante i primi due anni dell’Unità d’Italia il fenomeno assunse caratteri preoccupanti per la tenuta delle istituzioni nate dal Risorgimento. Alla crescita della minaccia, il regno sabaudo rispose con un’escalation militare impressionante, che portò alla vigilia della legge Pica ad impiegare oltre due quinti delle Forze armate. Il numero più imponente era rappresentato dai Bersaglieri, ma anche l’Arma dei Carabinieri Reali contribuì in forze al contrasto del fenomeno dilagante, che minava alla base la tenuta del neonato Stato unitario. Nel momento più intenso della lotta nel meridione d’Italia, gli uomini della «Benemerita» (che fu chiamata così a partire da un solenne encomio proprio per il contrasto al brigantaggio) raggiunsero una cifra superiore alle 7.000 unità (quasi la metà degli effettivi). La legge Pica era una legge marziale. Fortemente contrastata a Torino dai deputati della sinistra storica ma passata in seguito a larga maggioranza, prevedeva la sostituzione della giustizia ordinaria con quella militare. Le pene prevedevano la fucilazione, il carcere a vita, i lavori forzati e per la prima volta il domicilio coatto anche solo di chi fosse sospettato di appartenere o di spalleggiare le bande. Fu la crescita del fenomeno del brigantaggio nel primo anno dell’Unità d’Italia a spingere il nuovo Stato alla repressione, anche per la necessità di mostrare nel Paese e all’estero la tenuta dell’autorità nei territori degli ex regni meridionali. La situazione si mostrava allora molto complicata, perché quel fenomeno endemico caratteristico del Sud aveva assunto i caratteri di una guerriglia eversiva, appoggiata in massima parte dalla popolazione locale, da molti ex funzionari borbonici e da parte del clero. L’azione dei Carabinieri Reali fu da subito divisa in diverse funzioni: controllo e difesa del territorio, informazioni e indagine tra la popolazione, pattugliamento e collegamento con il grosso delle Forze armate della zona. Il raggio d’azione principale fu diviso in tre grandi quadranti tra Gaeta, Caserta e Avellino nell’area di massima virulenza del fenomeno. Dislocati nelle stazioni territoriali, i Carabinieri avevano il compito di tenere il territorio prima che le colonne mobili dell’esercito intervenissero con azioni di rastrellamento e repressione armata. Tuttavia, la strategia di intervento elaborata dal Generale Alfonso Lamarmora presentava non pochi punti di debolezza, che si riveleranno un grave ostacolo all’eradicazione del fenomeno dal Mezzogiorno. Dettata dalla fretta e dalla necessità di garantire l’unità dei territori appena annessi al Regno d’Italia, risultò in una eccessiva frammentazione dei reparti dei Carabinieri, spesso divisi in piccoli nuclei di quattro o cinque militari che spesso si trovarono a fronteggiare gruppi di oltre 20 banditi armati. Inoltre era scarsa la conoscenza del territorio da parte degli uomini dell’Arma, fatto dovuto principalmente alla carenza di cartografia disponibile presso i comandi. Questo aspetto diede un notevole vantaggio ai briganti, che padroneggiavano il territorio e sapevano come condurre agguati o come nascondersi nella boscaglia o tra la popolazione che li appoggiava, i cosiddetti «manutengoli», contro i quali si concentrò buona parte dell’azione dei Carabinieri. I mezzi di comunicazione erano pressoché inesistenti, così come le vie di collegamento in un territorio geograficamente ostile alle azioni di rastrellamento. Fu a causa di tali carenze operative che frequentissimi furono gli scontri a fuoco in cui i militari si vennero a trovare in grave inferiorità numerica e patirono molte perdite. A completare il quadro già di per sé complicato contribuirono le gravi malattie endemiche come il tifo e la malaria, che fecero centinaia di vittime tra i militari del Regio esercito e tra i Carabinieri. La guerriglia di fece via via più intensa a partire dal 1861, raggiungendo l’apice nel biennio 1864-65, periodi in cui si alternarono atrocità da entrambe le parti con crocifissioni e mutilazioni di Carabinieri da parte dei briganti e fucilazioni di massa compiute dai militari. Una delle prime e più grandi azioni dei Carabinieri contro una banda organizzata e il suo capo fu quella che si consumò nei pressi di Martina Franca il 18 novembre 1864. Qui operava la banda di Cosimo Mazzeo detto «Pizzichicchio», un ex soldato borbonico che si era reso protagonista di molti delitti ai danni delle forze italiane, tra cui l’omicidio di Antonio Ceneviva, capitano della Guardia Nazionale. Dopo un assedio e uno scontro a fuoco al quale il brigante riuscì a sfuggire per il rotto della cuffia, fu finalmente arrestato dagli uomini del Capitano dei Carabinieri Donato de Felice dopo un lungo scontro in cui fu chiamato a rinforzo una compagnia della Cavalleria, che finì con il trafiggere a sciabolate il grosso della forza di Pizzichicchio, che venne fucilato pochi mesi dopo. Tra le azioni più famose portate a termine dai Carabinieri negli anni della guerra al brigantaggio occupa un posto di spicco la lunga e sanguinosa lotta al terribile «Ninco Nanco», capobanda di Avigliano (Potenza) che assieme al mentore Carlo Crocco aveva ottenuto grandi successi contro i soldati italiani, come la vittoria schiacciante e brutale ottenuta dal «brigante dei briganti» ad Acinello, nei pressi di Stigliano (Matera). In uno scontro furioso tra decine di briganti e altrettanti soldati, i primi ebbero la meglio grazie alla padronanza del territorio e all’inesperienza dei comandi italiani. Il 10 novembre 1861 assieme al brigante José Borjes, un ex generale carlista fuoriuscito dalla Spagna e fedele ai Borbone, Ninco Nanco tenne in scacco un contingente del 62° Fanteria facendo in seguito scempio dei prigionieri con decapitazioni e mutilazioni, tra cui quella del comandante del contingente, il parmense Icilio Pelizza. Fu in seguito anche grazie all’Arma dei Carabinieri che la potenza incontrastata di Ninco Nanco (al secolo Giuseppe Nicola Summa) cominciò a declinare nei mesi del varo della legge Pica. Grazie agli uomini dell’Arma si evitò una nuova Acinello, fatto che, se fosse avvenuto, avrebbe inferto un duro colpo all’autorità dello Stato al culmine della lotta alla controrivoluzione filoborbonica. Nel febbraio 1864 a Genzano, nei pressi di Acerenza (Basilicata) cinque Carabinieri della locale tenenza furono assaliti da venti uomini del bandito più temuto del Meridione. Pur accerchiati e fatti segno di tiro incrociato, i militari opposero strenua resistenza in attesa di rinforzi rispondendo al fuoco e riuscendo a mettere in fuga gli assalitori. Dei cinque, tre persero la vita (Brigadiere Michele Forloni, Carabinieri Antonio Favatta e Giovanni Battista Ribbi). Ninco Nanco fu catturato appena un mese più tardi nei pressi della sua città, Avigliano, grazie alle indagini di Carabinieri e Guardia Nazionale. Fu ucciso il giorno stesso da un colpo di arma da fuoco (chi abbia sparato rimane un mistero, forse un brigante che non voleva che il bandito venisse interrogato) e il suo cadavere fu fotografato e l’immagine fu divulgata in tutto il Paese, simbolo della forza delle autorità del neonato Stato unitario. La legge Pica fu abolita nel dicembre 1865 mentre il fenomeno del brigantaggio, pur mai del tutto sconfitto, perdeva la spinta insurrezionale e parte del fondamentale appoggio popolare. Cinque anni più tardi i sogni di restaurazione della dinastia borbonica sfumavano anche a causa della sconfitta pontificia in seguito alla presa di Roma del 1870. Nel frattempo le autorità militari italiane avevano di molto migliorato la situazione della comunicazione (con l’introduzione delle linee telegrafiche e le migliorie nella rete stradale), aspetto che favorì l’efficacia nel controllo del territorio del Mezzogiorno. Il risultato costò molte vite tra i militari italiani (ma anche tra i civili accusati di essere fiancheggiatori dei briganti). L’Arma dei Regi Carabinieri fu insignita di 1 Medaglia d’Oro al Valor Militare e di ben 15 d’Argento e 72 di Bronzo. Un risultato di grande rilevanza, contando che gli uomini dell’Arma rappresentavano solamente una piccolissima parte dell’enorme impiego di soldati in quella che, per le cifre di morti, feriti, giustiziati ed incarcerati fu una vera e propria guerra non troppo distante dalle più importanti battaglie del Risorgimento.
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
Continua a leggereRiduci
Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
Continua a leggereRiduci
Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
Continua a leggereRiduci