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2023-09-01
I Carabinieri e la lotta al «grande brigantaggio»
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Cattura di un brigante in un'illustrazione della fine dell'Ottocento (Getty Images)
Il 15 agosto 1863 a Torino, allora capitale del neonato Regno d’Italia, fu varata la legge n.1409 atta alla repressione del brigantaggio. Quest’ultima fu meglio nota come «Legge Pica», dal nome del suo promotore il senatore abruzzese Giuseppe Pica. La necessità di una legge restrittiva sul fenomeno in crescita nelle regioni dell’ex Regno delle Due Sicilie fu dovuta anche agli effetti dell’introduzione della leva obbligatoria, che lo stesso Pica aveva criticato temendone le conseguenze sul piano sociale, che puntualmente si verificheranno. Dalle macerie del regno borbonico, il cui governo ombra si era stabilito a Roma sotto la protezione del Vaticano, l’onda di quello che fu chiamato il «grande brigantaggio» degli anni 1860-65 montò rapidamente, assumendo per la prima volta una connotazione politica, tesa al ripristino dello «status quo ante» in contrasto con l’invasore piemontese. Le fila dei «cammorristi» come venivano nominati i briganti meridionali, furono gonfiate da renitenti alla leva, nobili lealisti, contadini fedeli ai re Borboni e mercenari stranieri francesi, spagnoli (fuoriusciti dal fallito alzamiento carlista) e austriaci. Durante i primi due anni dell’Unità d’Italia il fenomeno assunse caratteri preoccupanti per la tenuta delle istituzioni nate dal Risorgimento. Alla crescita della minaccia, il regno sabaudo rispose con un’escalation militare impressionante, che portò alla vigilia della legge Pica ad impiegare oltre due quinti delle Forze armate. Il numero più imponente era rappresentato dai Bersaglieri, ma anche l’Arma dei Carabinieri Reali contribuì in forze al contrasto del fenomeno dilagante, che minava alla base la tenuta del neonato Stato unitario. Nel momento più intenso della lotta nel meridione d’Italia, gli uomini della «Benemerita» (che fu chiamata così a partire da un solenne encomio proprio per il contrasto al brigantaggio) raggiunsero una cifra superiore alle 7.000 unità (quasi la metà degli effettivi).
La legge Pica era una legge marziale. Fortemente contrastata a Torino dai deputati della sinistra storica ma passata in seguito a larga maggioranza, prevedeva la sostituzione della giustizia ordinaria con quella militare. Le pene prevedevano la fucilazione, il carcere a vita, i lavori forzati e per la prima volta il domicilio coatto anche solo di chi fosse sospettato di appartenere o di spalleggiare le bande. Fu la crescita del fenomeno del brigantaggio nel primo anno dell’Unità d’Italia a spingere il nuovo Stato alla repressione, anche per la necessità di mostrare nel Paese e all’estero la tenuta dell’autorità nei territori degli ex regni meridionali. La situazione si mostrava allora molto complicata, perché quel fenomeno endemico caratteristico del Sud aveva assunto i caratteri di una guerriglia eversiva, appoggiata in massima parte dalla popolazione locale, da molti ex funzionari borbonici e da parte del clero. L’azione dei Carabinieri Reali fu da subito divisa in diverse funzioni: controllo e difesa del territorio, informazioni e indagine tra la popolazione, pattugliamento e collegamento con il grosso delle Forze armate della zona. Il raggio d’azione principale fu diviso in tre grandi quadranti tra Gaeta, Caserta e Avellino nell’area di massima virulenza del fenomeno. Dislocati nelle stazioni territoriali, i Carabinieri avevano il compito di tenere il territorio prima che le colonne mobili dell’esercito intervenissero con azioni di rastrellamento e repressione armata. Tuttavia, la strategia di intervento elaborata dal Generale Alfonso Lamarmora presentava non pochi punti di debolezza, che si riveleranno un grave ostacolo all’eradicazione del fenomeno dal Mezzogiorno. Dettata dalla fretta e dalla necessità di garantire l’unità dei territori appena annessi al Regno d’Italia, risultò in una eccessiva frammentazione dei reparti dei Carabinieri, spesso divisi in piccoli nuclei di quattro o cinque militari che spesso si trovarono a fronteggiare gruppi di oltre 20 banditi armati. Inoltre era scarsa la conoscenza del territorio da parte degli uomini dell’Arma, fatto dovuto principalmente alla carenza di cartografia disponibile presso i comandi. Questo aspetto diede un notevole vantaggio ai briganti, che padroneggiavano il territorio e sapevano come condurre agguati o come nascondersi nella boscaglia o tra la popolazione che li appoggiava, i cosiddetti «manutengoli», contro i quali si concentrò buona parte dell’azione dei Carabinieri. I mezzi di comunicazione erano pressoché inesistenti, così come le vie di collegamento in un territorio geograficamente ostile alle azioni di rastrellamento. Fu a causa di tali carenze operative che frequentissimi furono gli scontri a fuoco in cui i militari si vennero a trovare in grave inferiorità numerica e patirono molte perdite. A completare il quadro già di per sé complicato contribuirono le gravi malattie endemiche come il tifo e la malaria, che fecero centinaia di vittime tra i militari del Regio esercito e tra i Carabinieri. La guerriglia di fece via via più intensa a partire dal 1861, raggiungendo l’apice nel biennio 1864-65, periodi in cui si alternarono atrocità da entrambe le parti con crocifissioni e mutilazioni di Carabinieri da parte dei briganti e fucilazioni di massa compiute dai militari. Una delle prime e più grandi azioni dei Carabinieri contro una banda organizzata e il suo capo fu quella che si consumò nei pressi di Martina Franca il 18 novembre 1864. Qui operava la banda di Cosimo Mazzeo detto «Pizzichicchio», un ex soldato borbonico che si era reso protagonista di molti delitti ai danni delle forze italiane, tra cui l’omicidio di Antonio Ceneviva, capitano della Guardia Nazionale. Dopo un assedio e uno scontro a fuoco al quale il brigante riuscì a sfuggire per il rotto della cuffia, fu finalmente arrestato dagli uomini del Capitano dei Carabinieri Donato de Felice dopo un lungo scontro in cui fu chiamato a rinforzo una compagnia della Cavalleria, che finì con il trafiggere a sciabolate il grosso della forza di Pizzichicchio, che venne fucilato pochi mesi dopo.
Tra le azioni più famose portate a termine dai Carabinieri negli anni della guerra al brigantaggio occupa un posto di spicco la lunga e sanguinosa lotta al terribile «Ninco Nanco», capobanda di Avigliano (Potenza) che assieme al mentore Carlo Crocco aveva ottenuto grandi successi contro i soldati italiani, come la vittoria schiacciante e brutale ottenuta dal «brigante dei briganti» ad Acinello, nei pressi di Stigliano (Matera). In uno scontro furioso tra decine di briganti e altrettanti soldati, i primi ebbero la meglio grazie alla padronanza del territorio e all’inesperienza dei comandi italiani. Il 10 novembre 1861 assieme al brigante José Borjes, un ex generale carlista fuoriuscito dalla Spagna e fedele ai Borbone, Ninco Nanco tenne in scacco un contingente del 62° Fanteria facendo in seguito scempio dei prigionieri con decapitazioni e mutilazioni, tra cui quella del comandante del contingente, il parmense Icilio Pelizza. Fu in seguito anche grazie all’Arma dei Carabinieri che la potenza incontrastata di Ninco Nanco (al secolo Giuseppe Nicola Summa) cominciò a declinare nei mesi del varo della legge Pica. Grazie agli uomini dell’Arma si evitò una nuova Acinello, fatto che, se fosse avvenuto, avrebbe inferto un duro colpo all’autorità dello Stato al culmine della lotta alla controrivoluzione filoborbonica. Nel febbraio 1864 a Genzano, nei pressi di Acerenza (Basilicata) cinque Carabinieri della locale tenenza furono assaliti da venti uomini del bandito più temuto del Meridione. Pur accerchiati e fatti segno di tiro incrociato, i militari opposero strenua resistenza in attesa di rinforzi rispondendo al fuoco e riuscendo a mettere in fuga gli assalitori. Dei cinque, tre persero la vita (Brigadiere Michele Forloni, Carabinieri Antonio Favatta e Giovanni Battista Ribbi). Ninco Nanco fu catturato appena un mese più tardi nei pressi della sua città, Avigliano, grazie alle indagini di Carabinieri e Guardia Nazionale. Fu ucciso il giorno stesso da un colpo di arma da fuoco (chi abbia sparato rimane un mistero, forse un brigante che non voleva che il bandito venisse interrogato) e il suo cadavere fu fotografato e l’immagine fu divulgata in tutto il Paese, simbolo della forza delle autorità del neonato Stato unitario.
La legge Pica fu abolita nel dicembre 1865 mentre il fenomeno del brigantaggio, pur mai del tutto sconfitto, perdeva la spinta insurrezionale e parte del fondamentale appoggio popolare. Cinque anni più tardi i sogni di restaurazione della dinastia borbonica sfumavano anche a causa della sconfitta pontificia in seguito alla presa di Roma del 1870. Nel frattempo le autorità militari italiane avevano di molto migliorato la situazione della comunicazione (con l’introduzione delle linee telegrafiche e le migliorie nella rete stradale), aspetto che favorì l’efficacia nel controllo del territorio del Mezzogiorno. Il risultato costò molte vite tra i militari italiani (ma anche tra i civili accusati di essere fiancheggiatori dei briganti). L’Arma dei Regi Carabinieri fu insignita di 1 Medaglia d’Oro al Valor Militare e di ben 15 d’Argento e 72 di Bronzo. Un risultato di grande rilevanza, contando che gli uomini dell’Arma rappresentavano solamente una piccolissima parte dell’enorme impiego di soldati in quella che, per le cifre di morti, feriti, giustiziati ed incarcerati fu una vera e propria guerra non troppo distante dalle più importanti battaglie del Risorgimento.
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Nell'agosto di 160 anni fa, una legge speciale del Regno d'Italia consegnava ai tribunali militari la repressione di un fenomeno diventato eversivo, cavalcato dai lealisti borbonici e appoggiato a livello popolare. I Carabinieri ebbero un ruolo importante in quella che fu una vera e propria «guerra di guerriglia» che minacciava il neonato Stato unitario.Il 15 agosto 1863 a Torino, allora capitale del neonato Regno d’Italia, fu varata la legge n.1409 atta alla repressione del brigantaggio. Quest’ultima fu meglio nota come «Legge Pica», dal nome del suo promotore il senatore abruzzese Giuseppe Pica. La necessità di una legge restrittiva sul fenomeno in crescita nelle regioni dell’ex Regno delle Due Sicilie fu dovuta anche agli effetti dell’introduzione della leva obbligatoria, che lo stesso Pica aveva criticato temendone le conseguenze sul piano sociale, che puntualmente si verificheranno. Dalle macerie del regno borbonico, il cui governo ombra si era stabilito a Roma sotto la protezione del Vaticano, l’onda di quello che fu chiamato il «grande brigantaggio» degli anni 1860-65 montò rapidamente, assumendo per la prima volta una connotazione politica, tesa al ripristino dello «status quo ante» in contrasto con l’invasore piemontese. Le fila dei «cammorristi» come venivano nominati i briganti meridionali, furono gonfiate da renitenti alla leva, nobili lealisti, contadini fedeli ai re Borboni e mercenari stranieri francesi, spagnoli (fuoriusciti dal fallito alzamiento carlista) e austriaci. Durante i primi due anni dell’Unità d’Italia il fenomeno assunse caratteri preoccupanti per la tenuta delle istituzioni nate dal Risorgimento. Alla crescita della minaccia, il regno sabaudo rispose con un’escalation militare impressionante, che portò alla vigilia della legge Pica ad impiegare oltre due quinti delle Forze armate. Il numero più imponente era rappresentato dai Bersaglieri, ma anche l’Arma dei Carabinieri Reali contribuì in forze al contrasto del fenomeno dilagante, che minava alla base la tenuta del neonato Stato unitario. Nel momento più intenso della lotta nel meridione d’Italia, gli uomini della «Benemerita» (che fu chiamata così a partire da un solenne encomio proprio per il contrasto al brigantaggio) raggiunsero una cifra superiore alle 7.000 unità (quasi la metà degli effettivi). La legge Pica era una legge marziale. Fortemente contrastata a Torino dai deputati della sinistra storica ma passata in seguito a larga maggioranza, prevedeva la sostituzione della giustizia ordinaria con quella militare. Le pene prevedevano la fucilazione, il carcere a vita, i lavori forzati e per la prima volta il domicilio coatto anche solo di chi fosse sospettato di appartenere o di spalleggiare le bande. Fu la crescita del fenomeno del brigantaggio nel primo anno dell’Unità d’Italia a spingere il nuovo Stato alla repressione, anche per la necessità di mostrare nel Paese e all’estero la tenuta dell’autorità nei territori degli ex regni meridionali. La situazione si mostrava allora molto complicata, perché quel fenomeno endemico caratteristico del Sud aveva assunto i caratteri di una guerriglia eversiva, appoggiata in massima parte dalla popolazione locale, da molti ex funzionari borbonici e da parte del clero. L’azione dei Carabinieri Reali fu da subito divisa in diverse funzioni: controllo e difesa del territorio, informazioni e indagine tra la popolazione, pattugliamento e collegamento con il grosso delle Forze armate della zona. Il raggio d’azione principale fu diviso in tre grandi quadranti tra Gaeta, Caserta e Avellino nell’area di massima virulenza del fenomeno. Dislocati nelle stazioni territoriali, i Carabinieri avevano il compito di tenere il territorio prima che le colonne mobili dell’esercito intervenissero con azioni di rastrellamento e repressione armata. Tuttavia, la strategia di intervento elaborata dal Generale Alfonso Lamarmora presentava non pochi punti di debolezza, che si riveleranno un grave ostacolo all’eradicazione del fenomeno dal Mezzogiorno. Dettata dalla fretta e dalla necessità di garantire l’unità dei territori appena annessi al Regno d’Italia, risultò in una eccessiva frammentazione dei reparti dei Carabinieri, spesso divisi in piccoli nuclei di quattro o cinque militari che spesso si trovarono a fronteggiare gruppi di oltre 20 banditi armati. Inoltre era scarsa la conoscenza del territorio da parte degli uomini dell’Arma, fatto dovuto principalmente alla carenza di cartografia disponibile presso i comandi. Questo aspetto diede un notevole vantaggio ai briganti, che padroneggiavano il territorio e sapevano come condurre agguati o come nascondersi nella boscaglia o tra la popolazione che li appoggiava, i cosiddetti «manutengoli», contro i quali si concentrò buona parte dell’azione dei Carabinieri. I mezzi di comunicazione erano pressoché inesistenti, così come le vie di collegamento in un territorio geograficamente ostile alle azioni di rastrellamento. Fu a causa di tali carenze operative che frequentissimi furono gli scontri a fuoco in cui i militari si vennero a trovare in grave inferiorità numerica e patirono molte perdite. A completare il quadro già di per sé complicato contribuirono le gravi malattie endemiche come il tifo e la malaria, che fecero centinaia di vittime tra i militari del Regio esercito e tra i Carabinieri. La guerriglia di fece via via più intensa a partire dal 1861, raggiungendo l’apice nel biennio 1864-65, periodi in cui si alternarono atrocità da entrambe le parti con crocifissioni e mutilazioni di Carabinieri da parte dei briganti e fucilazioni di massa compiute dai militari. Una delle prime e più grandi azioni dei Carabinieri contro una banda organizzata e il suo capo fu quella che si consumò nei pressi di Martina Franca il 18 novembre 1864. Qui operava la banda di Cosimo Mazzeo detto «Pizzichicchio», un ex soldato borbonico che si era reso protagonista di molti delitti ai danni delle forze italiane, tra cui l’omicidio di Antonio Ceneviva, capitano della Guardia Nazionale. Dopo un assedio e uno scontro a fuoco al quale il brigante riuscì a sfuggire per il rotto della cuffia, fu finalmente arrestato dagli uomini del Capitano dei Carabinieri Donato de Felice dopo un lungo scontro in cui fu chiamato a rinforzo una compagnia della Cavalleria, che finì con il trafiggere a sciabolate il grosso della forza di Pizzichicchio, che venne fucilato pochi mesi dopo. Tra le azioni più famose portate a termine dai Carabinieri negli anni della guerra al brigantaggio occupa un posto di spicco la lunga e sanguinosa lotta al terribile «Ninco Nanco», capobanda di Avigliano (Potenza) che assieme al mentore Carlo Crocco aveva ottenuto grandi successi contro i soldati italiani, come la vittoria schiacciante e brutale ottenuta dal «brigante dei briganti» ad Acinello, nei pressi di Stigliano (Matera). In uno scontro furioso tra decine di briganti e altrettanti soldati, i primi ebbero la meglio grazie alla padronanza del territorio e all’inesperienza dei comandi italiani. Il 10 novembre 1861 assieme al brigante José Borjes, un ex generale carlista fuoriuscito dalla Spagna e fedele ai Borbone, Ninco Nanco tenne in scacco un contingente del 62° Fanteria facendo in seguito scempio dei prigionieri con decapitazioni e mutilazioni, tra cui quella del comandante del contingente, il parmense Icilio Pelizza. Fu in seguito anche grazie all’Arma dei Carabinieri che la potenza incontrastata di Ninco Nanco (al secolo Giuseppe Nicola Summa) cominciò a declinare nei mesi del varo della legge Pica. Grazie agli uomini dell’Arma si evitò una nuova Acinello, fatto che, se fosse avvenuto, avrebbe inferto un duro colpo all’autorità dello Stato al culmine della lotta alla controrivoluzione filoborbonica. Nel febbraio 1864 a Genzano, nei pressi di Acerenza (Basilicata) cinque Carabinieri della locale tenenza furono assaliti da venti uomini del bandito più temuto del Meridione. Pur accerchiati e fatti segno di tiro incrociato, i militari opposero strenua resistenza in attesa di rinforzi rispondendo al fuoco e riuscendo a mettere in fuga gli assalitori. Dei cinque, tre persero la vita (Brigadiere Michele Forloni, Carabinieri Antonio Favatta e Giovanni Battista Ribbi). Ninco Nanco fu catturato appena un mese più tardi nei pressi della sua città, Avigliano, grazie alle indagini di Carabinieri e Guardia Nazionale. Fu ucciso il giorno stesso da un colpo di arma da fuoco (chi abbia sparato rimane un mistero, forse un brigante che non voleva che il bandito venisse interrogato) e il suo cadavere fu fotografato e l’immagine fu divulgata in tutto il Paese, simbolo della forza delle autorità del neonato Stato unitario. La legge Pica fu abolita nel dicembre 1865 mentre il fenomeno del brigantaggio, pur mai del tutto sconfitto, perdeva la spinta insurrezionale e parte del fondamentale appoggio popolare. Cinque anni più tardi i sogni di restaurazione della dinastia borbonica sfumavano anche a causa della sconfitta pontificia in seguito alla presa di Roma del 1870. Nel frattempo le autorità militari italiane avevano di molto migliorato la situazione della comunicazione (con l’introduzione delle linee telegrafiche e le migliorie nella rete stradale), aspetto che favorì l’efficacia nel controllo del territorio del Mezzogiorno. Il risultato costò molte vite tra i militari italiani (ma anche tra i civili accusati di essere fiancheggiatori dei briganti). L’Arma dei Regi Carabinieri fu insignita di 1 Medaglia d’Oro al Valor Militare e di ben 15 d’Argento e 72 di Bronzo. Un risultato di grande rilevanza, contando che gli uomini dell’Arma rappresentavano solamente una piccolissima parte dell’enorme impiego di soldati in quella che, per le cifre di morti, feriti, giustiziati ed incarcerati fu una vera e propria guerra non troppo distante dalle più importanti battaglie del Risorgimento.
Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
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«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.