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2019-07-27
Mario, marito da un mese e mezzo che a fine turno sfamava i clochard
Ansa
Quella fatale è stata l'ultima, al cuore. Otto coltellate, sferrate con forza bestiale, per uccidere il carabiniere che l'aveva appena fermato chiedendogli i documenti. Poco più in là, un altro militare aggredito e costretto a una colluttazione dal complice dell'omicida che nulla ha potuto per aiutare Mario Cerciello Rega, vicebrigadiere di 35 anni della stazione di piazza Farnese. Assassinato, la notte scorsa, durante un servizio antifurto in una delle strade centrali della Capitale. Cerciello ha perso conoscenza tra le braccia del collega Andrea Varriale, che ha provato inutilmente a tamponare le ferite, ed è spirato in ospedale. «Quando ho sentito Mario urlare ho lasciato quell'uomo e ho provato a salvarlo, perdeva molto sangue», ha detto il compagno d'Arma in preda alla disperazione. La stessa che ha fatto scrivere «bastardi maledetti, vi ammazzo» al cugino della vittima. Mentre la moglie Rosa Maria, rimasta vedova dopo 43 giorni di matrimonio, straziata ha continuato a ripetere «me lo hanno ucciso, me lo hanno portato via» fuori alla camera mortuaria del Santo Spirito a Roma.
Due cittadini statunitensi sono stati fermati e interrogati dai magistrati che conducono l'indagine per omicidio e furto, il procuratore facente funzione Michele Prestipino, l'aggiunto Nunzia D'Elia e il sostituto Maria Sabina Calabretta. Gli inquirenti sospettano fortemente che possano aver avuto un ruolo nella sottrazione del borsello che ha poi portato all'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. I due studenti sono stati sorpresi dai carabinieri ieri mattina presso l'hotel Meridien Visconti, un lussuoso quattro stelle di via Federico Cesi, a pochi passi dal luogo del delitto.
Il proprietario della sacca da viaggio, un italiano di 40 anni, era stato derubato in zona Trastevere e aveva immediatamente sporto denuncia presso la stazione dei carabinieri di Monteverde Nuovo. In quegli stessi attimi, si era creato un contatto con i due ladri che gli avevano proposto un «cavallo di ritorno». In pratica, il pagamento di un riscatto di 100 euro per la restituzione della refurtiva. D'accordo con i carabinieri, il malcapitato aveva finto di accettare e si era presentato all'appuntamento in Via Cossa. Tutt'attorno era stato predisposto un servizio di sicurezza con alcune pattuglie dell'Arma. Mario Cerciello Rega e il collega Varriale - entrambi in abiti civili - avevano il compito di avvicinare la coppia di delinquenti e di fermarli per un controllo. Ma si è scatenato l'inferno.
Gli inquirenti stanno vagliando con grande scrupolo le immagini del circuito di videosorveglianza per assegnare un nome ai soggetti catturati dalle telecamere e per attribuire loro specifiche responsabilità. In alcuni frame si può osservare uno che indossa a tracolla uno zainetto nero. E proprio uno zainetto nero è stato sequestrato ai due studenti fermati e interrogati. Un altro invece porta a mano una bicicletta, mentre un terzo ragazzo appare più defilato, nelle immagini, nel momento in cui si avvicina al borsello incustodito sulla panchina.
Gli investigatori non hanno ancora trovato le prove per collegare gli autori del furto ai killer che hanno materialmente ammazzato il vicebrigadiere anche perché - ragiona un investigatore - la stessa dinamica del «furto» potrebbe essere molto più complessa di quanto finora ipotizzato, e non è detto che chi ha rubato il borsello sia la stessa persona che ha poi pugnalato a morte il militare di Somma Vesuviana, la cittadina del Napoletano dove lunedì prossimo si terranno i funerali. Nell'immediatezza dei fatti, in ambienti investigativi era stata diramata una comunicazione riguardante la descrizione dei due presunti colpevoli. Indicati come extracomunitari di nazionalità magrebina, di un metro e ottanta con indosso «una felpa nera» e un'altra «viola». Uno dei due aveva i capelli «con le meches». I tempi non sono però ancora maturi per poter stabilire una linea chiara nell'inchiesta anche se, da indiscrezioni, sembra che il furto ad opera degli studenti americani potesse servire a recuperare un po' di soldi per acquistare qualche dose di droga nei luoghi della movida romana.
Il delitto ha scosso l'opinione pubblica e la politica nazionale. Decine di attestati di solidarietà all'Arma e alla famiglia sono arrivati dall'intero arco parlamentare. «Con la pistola elettrica probabilmente si sarebbe potuta salvare una vita», è stato il commento del vicepremier Matteo Salvini. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti parla di «crimine orribile» mentre il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha espresso «commossa partecipazione al dolore» dei familiari. Il presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni si augura invece che i responsabili possano presto «marcire in galera». Il video delle volanti della polizia giunte a sirene spiegate davanti alla Comando generale dei Carabinieri per solidarietà nei confronti dell'Arma è diventato immediatamente virale sul web. Domenico Pianese, invece, segretario generale del sindacato di polizia Coisp ricorda che, giusto qualche giorno fa, a «Tor Bella Monaca, solo per miracolo il nostro collega è riuscito a salvarsi da una coltellata». Commozione anche nel Napoletano con l'ex assessore regionale Severino Nappi che propone di «introdurre il carcere a vita per chi uccide un rappresentante delle forze dell'ordine». Posizione condivisa dall'Associazione vittime del dovere che chiede di «inasprire il trattamento sanzionatorio sia in termini di pena sia in termini di detenzione» per chi colpisce uomini e donne in divisa.
Era appena tornato dal viaggio di nozze. Gli amici «aiutava chiunque»
La vita non era stata generosa con Mario Cerciello Rega. Eppure lui l'aveva arricchita con l'altruismo e con un «cuore d'oro», piangono oggi i familiari e gli amici. Il carabiniere, ucciso con otto coltellate a Roma, aveva perso per una ischemia cerebrale il papà Antonio, fabbro molto noto a Somma Vesuviana, quando aveva poco più di 18 anni. Mario seppe di essere diventato effettivo nell'Arma due giorni dopo i funerali. Il legame tra i due non si era mai spezzato, in tutti questi anni, tant'è che Mario aveva voluto portare all'altare Rosa Maria il 13 giugno di quest'anno, giorno dell'onomastico del papà. Lunedì scorso era tornato dal viaggio di nozze in Madagascar e non aveva ancora disfatto i bagagli. A Roma gli sposini avevano una casa in affitto, e lei dava una mano al menage familiare lavorando in una farmacia. Il sogno di Mario era però tornare a Somma Vesuviana per stare più vicino alla mamma Silvia, cui era legatissimo, e al fratello Paolo (31 anni) e alla sorella Silvia (19).
«Non si può morire per 1.400 euro al mese, ma chi fa questo mestiere sa che può succedere di non tornare più a casa», dice oggi tra le lacrime il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, amico personale del povero carabiniere e a sua volta arruolato nella Guardia di finanza. «Mario era un ragazzo solare, bello dentro e fuori. Un ragazzo umile, che sin da giovane ha dovuto affrontare mille difficoltà». Il giorno del matrimonio, il primo cittadino aveva dato una mano agli sposi con l'organizzazione delle sistemazioni per gli ospiti. E Cerciello gli aveva inviato messaggi di ringraziamento. «Grazie per aver trovato le camere», scriveva Mario, «ti aspetto dopo, stasera riparto per Roma», scorre i testi il sindaco. «Per il suo matrimonio», ricorda Di Sarno, «mi chiese se potevamo aiutarlo a prenotare qualche camera d'albergo per gli amici di Roma che sarebbero venuti a Somma Vesuviana. Abbiamo partecipato alla sua festa, ci siamo divertiti, e ora dobbiamo pensare al funerale». Il giorno delle esequie sarà proclamato il lutto cittadino, ed è probabile che il sindaco farà chiudere un intero quartiere per consentire l'arrivo del feretro e dei parenti senza alcuna difficoltà. Quando non lavorava, Mario curava l'orto e faceva volontariato: era barelliere per l'Ordine di Malta, ma accompagnava anche i malati a Lourdes e a Loreto. Il martedì sera invece era dedicato ai senza fissa dimora che vivono nei pressi della Stazione Termini. È a loro che, dopo aver dismesso i panni da carabiniere, portava da mangiare. Donava i suoi abiti a chi ne aveva bisogno e se vedeva qualcuno in difficoltà lo aiutava, senza dirlo a nessuno. Aveva ricevuto anche un encomio per aver aiutato una mamma a trasferire d'urgenza la figlia, in preda a un fortissimo attacco di febbre, all'ospedale, ed era rimasto in corsia tutta la notte per attendere l'esito degli esami.
Agli amici aveva confidato che gli sarebbe piaciuto andare allo stadio per seguire le prime partite della nuova stagione del Napoli, di cui era tifosissimo. Tra i ricordi più cari conservava una maglia autografata di Lorenzo Insigne.
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Il militare aveva bloccato due soggetti, che volevano 100 euro da un uomo per ridargli lo zaino rubato. Fermata coppia di studenti degli Usa, autori del furto ma non del delitto. Era appena tornato dal viaggio di nozze. Gli amici: «Cuore d'oro, aiutava chiunque». Lo speciale comprende due articoli. Quella fatale è stata l'ultima, al cuore. Otto coltellate, sferrate con forza bestiale, per uccidere il carabiniere che l'aveva appena fermato chiedendogli i documenti. Poco più in là, un altro militare aggredito e costretto a una colluttazione dal complice dell'omicida che nulla ha potuto per aiutare Mario Cerciello Rega, vicebrigadiere di 35 anni della stazione di piazza Farnese. Assassinato, la notte scorsa, durante un servizio antifurto in una delle strade centrali della Capitale. Cerciello ha perso conoscenza tra le braccia del collega Andrea Varriale, che ha provato inutilmente a tamponare le ferite, ed è spirato in ospedale. «Quando ho sentito Mario urlare ho lasciato quell'uomo e ho provato a salvarlo, perdeva molto sangue», ha detto il compagno d'Arma in preda alla disperazione. La stessa che ha fatto scrivere «bastardi maledetti, vi ammazzo» al cugino della vittima. Mentre la moglie Rosa Maria, rimasta vedova dopo 43 giorni di matrimonio, straziata ha continuato a ripetere «me lo hanno ucciso, me lo hanno portato via» fuori alla camera mortuaria del Santo Spirito a Roma. Due cittadini statunitensi sono stati fermati e interrogati dai magistrati che conducono l'indagine per omicidio e furto, il procuratore facente funzione Michele Prestipino, l'aggiunto Nunzia D'Elia e il sostituto Maria Sabina Calabretta. Gli inquirenti sospettano fortemente che possano aver avuto un ruolo nella sottrazione del borsello che ha poi portato all'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. I due studenti sono stati sorpresi dai carabinieri ieri mattina presso l'hotel Meridien Visconti, un lussuoso quattro stelle di via Federico Cesi, a pochi passi dal luogo del delitto. Il proprietario della sacca da viaggio, un italiano di 40 anni, era stato derubato in zona Trastevere e aveva immediatamente sporto denuncia presso la stazione dei carabinieri di Monteverde Nuovo. In quegli stessi attimi, si era creato un contatto con i due ladri che gli avevano proposto un «cavallo di ritorno». In pratica, il pagamento di un riscatto di 100 euro per la restituzione della refurtiva. D'accordo con i carabinieri, il malcapitato aveva finto di accettare e si era presentato all'appuntamento in Via Cossa. Tutt'attorno era stato predisposto un servizio di sicurezza con alcune pattuglie dell'Arma. Mario Cerciello Rega e il collega Varriale - entrambi in abiti civili - avevano il compito di avvicinare la coppia di delinquenti e di fermarli per un controllo. Ma si è scatenato l'inferno. Gli inquirenti stanno vagliando con grande scrupolo le immagini del circuito di videosorveglianza per assegnare un nome ai soggetti catturati dalle telecamere e per attribuire loro specifiche responsabilità. In alcuni frame si può osservare uno che indossa a tracolla uno zainetto nero. E proprio uno zainetto nero è stato sequestrato ai due studenti fermati e interrogati. Un altro invece porta a mano una bicicletta, mentre un terzo ragazzo appare più defilato, nelle immagini, nel momento in cui si avvicina al borsello incustodito sulla panchina. Gli investigatori non hanno ancora trovato le prove per collegare gli autori del furto ai killer che hanno materialmente ammazzato il vicebrigadiere anche perché - ragiona un investigatore - la stessa dinamica del «furto» potrebbe essere molto più complessa di quanto finora ipotizzato, e non è detto che chi ha rubato il borsello sia la stessa persona che ha poi pugnalato a morte il militare di Somma Vesuviana, la cittadina del Napoletano dove lunedì prossimo si terranno i funerali. Nell'immediatezza dei fatti, in ambienti investigativi era stata diramata una comunicazione riguardante la descrizione dei due presunti colpevoli. Indicati come extracomunitari di nazionalità magrebina, di un metro e ottanta con indosso «una felpa nera» e un'altra «viola». Uno dei due aveva i capelli «con le meches». I tempi non sono però ancora maturi per poter stabilire una linea chiara nell'inchiesta anche se, da indiscrezioni, sembra che il furto ad opera degli studenti americani potesse servire a recuperare un po' di soldi per acquistare qualche dose di droga nei luoghi della movida romana. Il delitto ha scosso l'opinione pubblica e la politica nazionale. Decine di attestati di solidarietà all'Arma e alla famiglia sono arrivati dall'intero arco parlamentare. «Con la pistola elettrica probabilmente si sarebbe potuta salvare una vita», è stato il commento del vicepremier Matteo Salvini. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti parla di «crimine orribile» mentre il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha espresso «commossa partecipazione al dolore» dei familiari. Il presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni si augura invece che i responsabili possano presto «marcire in galera». Il video delle volanti della polizia giunte a sirene spiegate davanti alla Comando generale dei Carabinieri per solidarietà nei confronti dell'Arma è diventato immediatamente virale sul web. Domenico Pianese, invece, segretario generale del sindacato di polizia Coisp ricorda che, giusto qualche giorno fa, a «Tor Bella Monaca, solo per miracolo il nostro collega è riuscito a salvarsi da una coltellata». Commozione anche nel Napoletano con l'ex assessore regionale Severino Nappi che propone di «introdurre il carcere a vita per chi uccide un rappresentante delle forze dell'ordine». Posizione condivisa dall'Associazione vittime del dovere che chiede di «inasprire il trattamento sanzionatorio sia in termini di pena sia in termini di detenzione» per chi colpisce uomini e donne in divisa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carabiniere-ucciso-a-roma-con-otto-coltellate-mentre-arresta-scippatore-2639369343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="era-appena-tornato-dal-viaggio-di-nozze-gli-amici-aiutava-chiunque" data-post-id="2639369343" data-published-at="1782082875" data-use-pagination="False"> Era appena tornato dal viaggio di nozze. Gli amici «aiutava chiunque» La vita non era stata generosa con Mario Cerciello Rega. Eppure lui l'aveva arricchita con l'altruismo e con un «cuore d'oro», piangono oggi i familiari e gli amici. Il carabiniere, ucciso con otto coltellate a Roma, aveva perso per una ischemia cerebrale il papà Antonio, fabbro molto noto a Somma Vesuviana, quando aveva poco più di 18 anni. Mario seppe di essere diventato effettivo nell'Arma due giorni dopo i funerali. Il legame tra i due non si era mai spezzato, in tutti questi anni, tant'è che Mario aveva voluto portare all'altare Rosa Maria il 13 giugno di quest'anno, giorno dell'onomastico del papà. Lunedì scorso era tornato dal viaggio di nozze in Madagascar e non aveva ancora disfatto i bagagli. A Roma gli sposini avevano una casa in affitto, e lei dava una mano al menage familiare lavorando in una farmacia. Il sogno di Mario era però tornare a Somma Vesuviana per stare più vicino alla mamma Silvia, cui era legatissimo, e al fratello Paolo (31 anni) e alla sorella Silvia (19). «Non si può morire per 1.400 euro al mese, ma chi fa questo mestiere sa che può succedere di non tornare più a casa», dice oggi tra le lacrime il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, amico personale del povero carabiniere e a sua volta arruolato nella Guardia di finanza. «Mario era un ragazzo solare, bello dentro e fuori. Un ragazzo umile, che sin da giovane ha dovuto affrontare mille difficoltà». Il giorno del matrimonio, il primo cittadino aveva dato una mano agli sposi con l'organizzazione delle sistemazioni per gli ospiti. E Cerciello gli aveva inviato messaggi di ringraziamento. «Grazie per aver trovato le camere», scriveva Mario, «ti aspetto dopo, stasera riparto per Roma», scorre i testi il sindaco. «Per il suo matrimonio», ricorda Di Sarno, «mi chiese se potevamo aiutarlo a prenotare qualche camera d'albergo per gli amici di Roma che sarebbero venuti a Somma Vesuviana. Abbiamo partecipato alla sua festa, ci siamo divertiti, e ora dobbiamo pensare al funerale». Il giorno delle esequie sarà proclamato il lutto cittadino, ed è probabile che il sindaco farà chiudere un intero quartiere per consentire l'arrivo del feretro e dei parenti senza alcuna difficoltà. Quando non lavorava, Mario curava l'orto e faceva volontariato: era barelliere per l'Ordine di Malta, ma accompagnava anche i malati a Lourdes e a Loreto. Il martedì sera invece era dedicato ai senza fissa dimora che vivono nei pressi della Stazione Termini. È a loro che, dopo aver dismesso i panni da carabiniere, portava da mangiare. Donava i suoi abiti a chi ne aveva bisogno e se vedeva qualcuno in difficoltà lo aiutava, senza dirlo a nessuno. Aveva ricevuto anche un encomio per aver aiutato una mamma a trasferire d'urgenza la figlia, in preda a un fortissimo attacco di febbre, all'ospedale, ed era rimasto in corsia tutta la notte per attendere l'esito degli esami. Agli amici aveva confidato che gli sarebbe piaciuto andare allo stadio per seguire le prime partite della nuova stagione del Napoli, di cui era tifosissimo. Tra i ricordi più cari conservava una maglia autografata di Lorenzo Insigne.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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