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2019-07-27
Mario, marito da un mese e mezzo che a fine turno sfamava i clochard
Ansa
Quella fatale è stata l'ultima, al cuore. Otto coltellate, sferrate con forza bestiale, per uccidere il carabiniere che l'aveva appena fermato chiedendogli i documenti. Poco più in là, un altro militare aggredito e costretto a una colluttazione dal complice dell'omicida che nulla ha potuto per aiutare Mario Cerciello Rega, vicebrigadiere di 35 anni della stazione di piazza Farnese. Assassinato, la notte scorsa, durante un servizio antifurto in una delle strade centrali della Capitale. Cerciello ha perso conoscenza tra le braccia del collega Andrea Varriale, che ha provato inutilmente a tamponare le ferite, ed è spirato in ospedale. «Quando ho sentito Mario urlare ho lasciato quell'uomo e ho provato a salvarlo, perdeva molto sangue», ha detto il compagno d'Arma in preda alla disperazione. La stessa che ha fatto scrivere «bastardi maledetti, vi ammazzo» al cugino della vittima. Mentre la moglie Rosa Maria, rimasta vedova dopo 43 giorni di matrimonio, straziata ha continuato a ripetere «me lo hanno ucciso, me lo hanno portato via» fuori alla camera mortuaria del Santo Spirito a Roma.
Due cittadini statunitensi sono stati fermati e interrogati dai magistrati che conducono l'indagine per omicidio e furto, il procuratore facente funzione Michele Prestipino, l'aggiunto Nunzia D'Elia e il sostituto Maria Sabina Calabretta. Gli inquirenti sospettano fortemente che possano aver avuto un ruolo nella sottrazione del borsello che ha poi portato all'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. I due studenti sono stati sorpresi dai carabinieri ieri mattina presso l'hotel Meridien Visconti, un lussuoso quattro stelle di via Federico Cesi, a pochi passi dal luogo del delitto.
Il proprietario della sacca da viaggio, un italiano di 40 anni, era stato derubato in zona Trastevere e aveva immediatamente sporto denuncia presso la stazione dei carabinieri di Monteverde Nuovo. In quegli stessi attimi, si era creato un contatto con i due ladri che gli avevano proposto un «cavallo di ritorno». In pratica, il pagamento di un riscatto di 100 euro per la restituzione della refurtiva. D'accordo con i carabinieri, il malcapitato aveva finto di accettare e si era presentato all'appuntamento in Via Cossa. Tutt'attorno era stato predisposto un servizio di sicurezza con alcune pattuglie dell'Arma. Mario Cerciello Rega e il collega Varriale - entrambi in abiti civili - avevano il compito di avvicinare la coppia di delinquenti e di fermarli per un controllo. Ma si è scatenato l'inferno.
Gli inquirenti stanno vagliando con grande scrupolo le immagini del circuito di videosorveglianza per assegnare un nome ai soggetti catturati dalle telecamere e per attribuire loro specifiche responsabilità. In alcuni frame si può osservare uno che indossa a tracolla uno zainetto nero. E proprio uno zainetto nero è stato sequestrato ai due studenti fermati e interrogati. Un altro invece porta a mano una bicicletta, mentre un terzo ragazzo appare più defilato, nelle immagini, nel momento in cui si avvicina al borsello incustodito sulla panchina.
Gli investigatori non hanno ancora trovato le prove per collegare gli autori del furto ai killer che hanno materialmente ammazzato il vicebrigadiere anche perché - ragiona un investigatore - la stessa dinamica del «furto» potrebbe essere molto più complessa di quanto finora ipotizzato, e non è detto che chi ha rubato il borsello sia la stessa persona che ha poi pugnalato a morte il militare di Somma Vesuviana, la cittadina del Napoletano dove lunedì prossimo si terranno i funerali. Nell'immediatezza dei fatti, in ambienti investigativi era stata diramata una comunicazione riguardante la descrizione dei due presunti colpevoli. Indicati come extracomunitari di nazionalità magrebina, di un metro e ottanta con indosso «una felpa nera» e un'altra «viola». Uno dei due aveva i capelli «con le meches». I tempi non sono però ancora maturi per poter stabilire una linea chiara nell'inchiesta anche se, da indiscrezioni, sembra che il furto ad opera degli studenti americani potesse servire a recuperare un po' di soldi per acquistare qualche dose di droga nei luoghi della movida romana.
Il delitto ha scosso l'opinione pubblica e la politica nazionale. Decine di attestati di solidarietà all'Arma e alla famiglia sono arrivati dall'intero arco parlamentare. «Con la pistola elettrica probabilmente si sarebbe potuta salvare una vita», è stato il commento del vicepremier Matteo Salvini. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti parla di «crimine orribile» mentre il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha espresso «commossa partecipazione al dolore» dei familiari. Il presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni si augura invece che i responsabili possano presto «marcire in galera». Il video delle volanti della polizia giunte a sirene spiegate davanti alla Comando generale dei Carabinieri per solidarietà nei confronti dell'Arma è diventato immediatamente virale sul web. Domenico Pianese, invece, segretario generale del sindacato di polizia Coisp ricorda che, giusto qualche giorno fa, a «Tor Bella Monaca, solo per miracolo il nostro collega è riuscito a salvarsi da una coltellata». Commozione anche nel Napoletano con l'ex assessore regionale Severino Nappi che propone di «introdurre il carcere a vita per chi uccide un rappresentante delle forze dell'ordine». Posizione condivisa dall'Associazione vittime del dovere che chiede di «inasprire il trattamento sanzionatorio sia in termini di pena sia in termini di detenzione» per chi colpisce uomini e donne in divisa.
Era appena tornato dal viaggio di nozze. Gli amici «aiutava chiunque»
La vita non era stata generosa con Mario Cerciello Rega. Eppure lui l'aveva arricchita con l'altruismo e con un «cuore d'oro», piangono oggi i familiari e gli amici. Il carabiniere, ucciso con otto coltellate a Roma, aveva perso per una ischemia cerebrale il papà Antonio, fabbro molto noto a Somma Vesuviana, quando aveva poco più di 18 anni. Mario seppe di essere diventato effettivo nell'Arma due giorni dopo i funerali. Il legame tra i due non si era mai spezzato, in tutti questi anni, tant'è che Mario aveva voluto portare all'altare Rosa Maria il 13 giugno di quest'anno, giorno dell'onomastico del papà. Lunedì scorso era tornato dal viaggio di nozze in Madagascar e non aveva ancora disfatto i bagagli. A Roma gli sposini avevano una casa in affitto, e lei dava una mano al menage familiare lavorando in una farmacia. Il sogno di Mario era però tornare a Somma Vesuviana per stare più vicino alla mamma Silvia, cui era legatissimo, e al fratello Paolo (31 anni) e alla sorella Silvia (19).
«Non si può morire per 1.400 euro al mese, ma chi fa questo mestiere sa che può succedere di non tornare più a casa», dice oggi tra le lacrime il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, amico personale del povero carabiniere e a sua volta arruolato nella Guardia di finanza. «Mario era un ragazzo solare, bello dentro e fuori. Un ragazzo umile, che sin da giovane ha dovuto affrontare mille difficoltà». Il giorno del matrimonio, il primo cittadino aveva dato una mano agli sposi con l'organizzazione delle sistemazioni per gli ospiti. E Cerciello gli aveva inviato messaggi di ringraziamento. «Grazie per aver trovato le camere», scriveva Mario, «ti aspetto dopo, stasera riparto per Roma», scorre i testi il sindaco. «Per il suo matrimonio», ricorda Di Sarno, «mi chiese se potevamo aiutarlo a prenotare qualche camera d'albergo per gli amici di Roma che sarebbero venuti a Somma Vesuviana. Abbiamo partecipato alla sua festa, ci siamo divertiti, e ora dobbiamo pensare al funerale». Il giorno delle esequie sarà proclamato il lutto cittadino, ed è probabile che il sindaco farà chiudere un intero quartiere per consentire l'arrivo del feretro e dei parenti senza alcuna difficoltà. Quando non lavorava, Mario curava l'orto e faceva volontariato: era barelliere per l'Ordine di Malta, ma accompagnava anche i malati a Lourdes e a Loreto. Il martedì sera invece era dedicato ai senza fissa dimora che vivono nei pressi della Stazione Termini. È a loro che, dopo aver dismesso i panni da carabiniere, portava da mangiare. Donava i suoi abiti a chi ne aveva bisogno e se vedeva qualcuno in difficoltà lo aiutava, senza dirlo a nessuno. Aveva ricevuto anche un encomio per aver aiutato una mamma a trasferire d'urgenza la figlia, in preda a un fortissimo attacco di febbre, all'ospedale, ed era rimasto in corsia tutta la notte per attendere l'esito degli esami.
Agli amici aveva confidato che gli sarebbe piaciuto andare allo stadio per seguire le prime partite della nuova stagione del Napoli, di cui era tifosissimo. Tra i ricordi più cari conservava una maglia autografata di Lorenzo Insigne.
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Il militare aveva bloccato due soggetti, che volevano 100 euro da un uomo per ridargli lo zaino rubato. Fermata coppia di studenti degli Usa, autori del furto ma non del delitto. Era appena tornato dal viaggio di nozze. Gli amici: «Cuore d'oro, aiutava chiunque». Lo speciale comprende due articoli. Quella fatale è stata l'ultima, al cuore. Otto coltellate, sferrate con forza bestiale, per uccidere il carabiniere che l'aveva appena fermato chiedendogli i documenti. Poco più in là, un altro militare aggredito e costretto a una colluttazione dal complice dell'omicida che nulla ha potuto per aiutare Mario Cerciello Rega, vicebrigadiere di 35 anni della stazione di piazza Farnese. Assassinato, la notte scorsa, durante un servizio antifurto in una delle strade centrali della Capitale. Cerciello ha perso conoscenza tra le braccia del collega Andrea Varriale, che ha provato inutilmente a tamponare le ferite, ed è spirato in ospedale. «Quando ho sentito Mario urlare ho lasciato quell'uomo e ho provato a salvarlo, perdeva molto sangue», ha detto il compagno d'Arma in preda alla disperazione. La stessa che ha fatto scrivere «bastardi maledetti, vi ammazzo» al cugino della vittima. Mentre la moglie Rosa Maria, rimasta vedova dopo 43 giorni di matrimonio, straziata ha continuato a ripetere «me lo hanno ucciso, me lo hanno portato via» fuori alla camera mortuaria del Santo Spirito a Roma. Due cittadini statunitensi sono stati fermati e interrogati dai magistrati che conducono l'indagine per omicidio e furto, il procuratore facente funzione Michele Prestipino, l'aggiunto Nunzia D'Elia e il sostituto Maria Sabina Calabretta. Gli inquirenti sospettano fortemente che possano aver avuto un ruolo nella sottrazione del borsello che ha poi portato all'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. I due studenti sono stati sorpresi dai carabinieri ieri mattina presso l'hotel Meridien Visconti, un lussuoso quattro stelle di via Federico Cesi, a pochi passi dal luogo del delitto. Il proprietario della sacca da viaggio, un italiano di 40 anni, era stato derubato in zona Trastevere e aveva immediatamente sporto denuncia presso la stazione dei carabinieri di Monteverde Nuovo. In quegli stessi attimi, si era creato un contatto con i due ladri che gli avevano proposto un «cavallo di ritorno». In pratica, il pagamento di un riscatto di 100 euro per la restituzione della refurtiva. D'accordo con i carabinieri, il malcapitato aveva finto di accettare e si era presentato all'appuntamento in Via Cossa. Tutt'attorno era stato predisposto un servizio di sicurezza con alcune pattuglie dell'Arma. Mario Cerciello Rega e il collega Varriale - entrambi in abiti civili - avevano il compito di avvicinare la coppia di delinquenti e di fermarli per un controllo. Ma si è scatenato l'inferno. Gli inquirenti stanno vagliando con grande scrupolo le immagini del circuito di videosorveglianza per assegnare un nome ai soggetti catturati dalle telecamere e per attribuire loro specifiche responsabilità. In alcuni frame si può osservare uno che indossa a tracolla uno zainetto nero. E proprio uno zainetto nero è stato sequestrato ai due studenti fermati e interrogati. Un altro invece porta a mano una bicicletta, mentre un terzo ragazzo appare più defilato, nelle immagini, nel momento in cui si avvicina al borsello incustodito sulla panchina. Gli investigatori non hanno ancora trovato le prove per collegare gli autori del furto ai killer che hanno materialmente ammazzato il vicebrigadiere anche perché - ragiona un investigatore - la stessa dinamica del «furto» potrebbe essere molto più complessa di quanto finora ipotizzato, e non è detto che chi ha rubato il borsello sia la stessa persona che ha poi pugnalato a morte il militare di Somma Vesuviana, la cittadina del Napoletano dove lunedì prossimo si terranno i funerali. Nell'immediatezza dei fatti, in ambienti investigativi era stata diramata una comunicazione riguardante la descrizione dei due presunti colpevoli. Indicati come extracomunitari di nazionalità magrebina, di un metro e ottanta con indosso «una felpa nera» e un'altra «viola». Uno dei due aveva i capelli «con le meches». I tempi non sono però ancora maturi per poter stabilire una linea chiara nell'inchiesta anche se, da indiscrezioni, sembra che il furto ad opera degli studenti americani potesse servire a recuperare un po' di soldi per acquistare qualche dose di droga nei luoghi della movida romana. Il delitto ha scosso l'opinione pubblica e la politica nazionale. Decine di attestati di solidarietà all'Arma e alla famiglia sono arrivati dall'intero arco parlamentare. «Con la pistola elettrica probabilmente si sarebbe potuta salvare una vita», è stato il commento del vicepremier Matteo Salvini. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti parla di «crimine orribile» mentre il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha espresso «commossa partecipazione al dolore» dei familiari. Il presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni si augura invece che i responsabili possano presto «marcire in galera». Il video delle volanti della polizia giunte a sirene spiegate davanti alla Comando generale dei Carabinieri per solidarietà nei confronti dell'Arma è diventato immediatamente virale sul web. Domenico Pianese, invece, segretario generale del sindacato di polizia Coisp ricorda che, giusto qualche giorno fa, a «Tor Bella Monaca, solo per miracolo il nostro collega è riuscito a salvarsi da una coltellata». Commozione anche nel Napoletano con l'ex assessore regionale Severino Nappi che propone di «introdurre il carcere a vita per chi uccide un rappresentante delle forze dell'ordine». Posizione condivisa dall'Associazione vittime del dovere che chiede di «inasprire il trattamento sanzionatorio sia in termini di pena sia in termini di detenzione» per chi colpisce uomini e donne in divisa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carabiniere-ucciso-a-roma-con-otto-coltellate-mentre-arresta-scippatore-2639369343.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="era-appena-tornato-dal-viaggio-di-nozze-gli-amici-aiutava-chiunque" data-post-id="2639369343" data-published-at="1777617490" data-use-pagination="False"> Era appena tornato dal viaggio di nozze. Gli amici «aiutava chiunque» La vita non era stata generosa con Mario Cerciello Rega. Eppure lui l'aveva arricchita con l'altruismo e con un «cuore d'oro», piangono oggi i familiari e gli amici. Il carabiniere, ucciso con otto coltellate a Roma, aveva perso per una ischemia cerebrale il papà Antonio, fabbro molto noto a Somma Vesuviana, quando aveva poco più di 18 anni. Mario seppe di essere diventato effettivo nell'Arma due giorni dopo i funerali. Il legame tra i due non si era mai spezzato, in tutti questi anni, tant'è che Mario aveva voluto portare all'altare Rosa Maria il 13 giugno di quest'anno, giorno dell'onomastico del papà. Lunedì scorso era tornato dal viaggio di nozze in Madagascar e non aveva ancora disfatto i bagagli. A Roma gli sposini avevano una casa in affitto, e lei dava una mano al menage familiare lavorando in una farmacia. Il sogno di Mario era però tornare a Somma Vesuviana per stare più vicino alla mamma Silvia, cui era legatissimo, e al fratello Paolo (31 anni) e alla sorella Silvia (19). «Non si può morire per 1.400 euro al mese, ma chi fa questo mestiere sa che può succedere di non tornare più a casa», dice oggi tra le lacrime il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, amico personale del povero carabiniere e a sua volta arruolato nella Guardia di finanza. «Mario era un ragazzo solare, bello dentro e fuori. Un ragazzo umile, che sin da giovane ha dovuto affrontare mille difficoltà». Il giorno del matrimonio, il primo cittadino aveva dato una mano agli sposi con l'organizzazione delle sistemazioni per gli ospiti. E Cerciello gli aveva inviato messaggi di ringraziamento. «Grazie per aver trovato le camere», scriveva Mario, «ti aspetto dopo, stasera riparto per Roma», scorre i testi il sindaco. «Per il suo matrimonio», ricorda Di Sarno, «mi chiese se potevamo aiutarlo a prenotare qualche camera d'albergo per gli amici di Roma che sarebbero venuti a Somma Vesuviana. Abbiamo partecipato alla sua festa, ci siamo divertiti, e ora dobbiamo pensare al funerale». Il giorno delle esequie sarà proclamato il lutto cittadino, ed è probabile che il sindaco farà chiudere un intero quartiere per consentire l'arrivo del feretro e dei parenti senza alcuna difficoltà. Quando non lavorava, Mario curava l'orto e faceva volontariato: era barelliere per l'Ordine di Malta, ma accompagnava anche i malati a Lourdes e a Loreto. Il martedì sera invece era dedicato ai senza fissa dimora che vivono nei pressi della Stazione Termini. È a loro che, dopo aver dismesso i panni da carabiniere, portava da mangiare. Donava i suoi abiti a chi ne aveva bisogno e se vedeva qualcuno in difficoltà lo aiutava, senza dirlo a nessuno. Aveva ricevuto anche un encomio per aver aiutato una mamma a trasferire d'urgenza la figlia, in preda a un fortissimo attacco di febbre, all'ospedale, ed era rimasto in corsia tutta la notte per attendere l'esito degli esami. Agli amici aveva confidato che gli sarebbe piaciuto andare allo stadio per seguire le prime partite della nuova stagione del Napoli, di cui era tifosissimo. Tra i ricordi più cari conservava una maglia autografata di Lorenzo Insigne.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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