2021-09-07
I camper del rave party di Viterbo arrivati scortati da Arma e polizia
C'è una nota della prefettura di Viterbo sul tavolo di Bruno Frattasi, capo di gabinetto del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che farà molto discutere. Riguarda la genesi dell'ormai tristemente famoso rave party che si è svolto sulle rive del lago di Mezzano tra il 13 e il 19 agosto. La Procura della città dei Papi, guidata da Paolo Auriemma, è in attesa dell'informativa conclusiva sui fatti stilata dalla Questura. Nel frattempo noi, grazie a fonti ministeriali, abbiamo intercettato la nota prefettizia che svela come quel party, a cui parteciparono migliaia di amanti della musica elettronica e (anche) delle droghe, non sia stato un evento inaspettato e iniziato dal nulla. Anzi era stato monitorato e qualcuno, tra le forze dell'ordine, aveva provato pure a chiedere il blocco dell'afflusso di mezzi che, incolonnati, si stavano dirigendo dalla zona di Orbetello verso il luogo del rave, a cavallo tra Toscana e Lazio. Ma i militari avrebbero ricevuto come risposta che l'indicazione era quella di «monitorare il traffico e non di bloccarlo». Un ordine che, come vedremo, sarebbe arrivato da Roma.
Il fatto che l'emergenza sia scattata nel ponte di Ferragosto non ha aiutato. Infatti sembra che nelle rispettive sedi non ci fossero né i questori (i referenti locali per l'ordine e la sicurezza pubblici) di Grosseto (Matteo Ponziani) e Viterbo (Giancarlo Sant'Elia), né il prefetto di Grosseto, la neonominata (il 9 agosto scorso) Paola Berardino, figlia di Francesco Berardino (ex segretario generale del Cesis ed ex capo segreteria del capo della Polizia) e moglie del prefetto di Roma Matteo Piantedosi. A sostituirli i vicari. L'unico che pare non si fosse allontanato per le ferie era il prefetto di Viterbo Giovanni Bruno, ma anche il suo ufficio sarebbe stato informato a cose ormai compiute.
Veniamo alle carte. Secondo una ricostruzione dei carabinieri, citata nella nota in mano al capo di gabinetto, «il 14 agosto 2021, alle ore 0,20, la Centrale operativa della Compagnia di Orbetello (Grosseto) comunicava a quella della Compagnia di Tuscania (Viterbo) di essere impegnata, unitamente alla polizia stradale, nella scorta di una colonna di circa 40 camper verosimilmente diretti in Puglia, chiedendo la disponibilità a prenderli in carico al confine regionale». Poco dopo i carabinieri di Orbetello avrebbero comunicato ai colleghi di Tuscania che «i mezzi avevano deviato» e che quindi non c'era più «l'esigenza» di occuparsene, mentre gli uomini dell'Arma di Pitigliano (Grosseto) annunciavano che avrebbero preso loro «in carico la colonna».
Alle 0,30, nella nostra storia, compare un sedicente «ex frequentatore di rave party»: inizialmente contatta i carabinieri di Pitigliano e poi viene affidato ai militari di Tuscania. Il giovane fa riferimento a un possibile rave «organizzato in una località dell'Alto Lazio, verosimilmente lago di Mezzano, del quale avrebbe avuto a breve le coordinate». Quindi, in quel momento, è abbastanza chiaro che la carovana non è diretta in Puglia, ma che si fermerà molto prima. La centrale operativa di Tuscania incarica la pattuglia della stazione di Valentano, competente sul territorio del lago, di «verificare la notizia». La fonte, alle 0,59, invia ai carabinieri «le coordinate del luogo del possibile rave» e spiega che il ritardo è dovuto al fatto che «gli organizzatori, prima di condividere la posizione dell'evento» si vogliono assicurare «di aver già posizionato i mezzi pesanti e avviato la musica». Grazie a quelle indicazioni la pattuglia dei carabinieri della stazione di Valentano, dopo 40 minuti di ricerche, riesce «a individuare circa 100 mezzi (con gli impianti già montati e in funzione), in un campo isolato, lontano dalle principali vie di comunicazione, e una colonna di fari che, nel buio, dal Nord», dalla strada provinciale che conduce a Pantano (Grosseto), «si dirige nella zona». I carabinieri di Valentano invocano subito i «rinforzi», suggerendo ai colleghi di Tuscania di «interessare» della questione anche la centrale di Pitigliano, «dal cui territorio provengono i mezzi incolonnati». A quel punto l'Arma di Tuscania dispone «l'invio di altre pattuglie» e chiede a Pitigliano «il blocco degli accessi dal Nord». Un'«esigenza», quella di «bloccare gli accessi dalla Toscana» ribadita in più interlocuzioni anche dal capo servizio della pattuglia di Valentano. Ma, si legge sempre nella nota, «la centrale operativa di Pitigliano rappresentava che aveva indicazione di monitorare il transito e non di bloccarlo».
Chi aveva dato questo input? A quanto risulta alla Verità l'ordine sarebbe partito dalla sala operativa del Dipartimento di pubblica sicurezza di Roma. Ovvero dagli uffici centrali della polizia di Stato. Evidentemente qualcuno aveva ritenuto meno rischioso lasciare svolgere l'evento che bloccarlo tout court. E aveva persino ordinato di «scortare» i partecipanti laddove avrebbero occupato e danneggiato una proprietà privata, pensando, evidentemente, che questa soluzione fosse la meno rischiosa per l'ordine pubblico. Alle 2,25 viene bloccata, in località Casone (sul confine tosco-laziale), nel comune di Latera (Viterbo), la strada di accesso all'area del party. Alle 2,30 sono informati di quanto stia accadendo il Comando provinciale dei carabinieri e la Questura di Viterbo. Alle 2,45 il comandante della stazione di Valentano richiede nuovamente a Pitigliano «il blocco delle vie di accesso all'area dal lato toscano», ma dalla Maremma viene «ribadito l'indirizzo già comunicato». Nel frattempo inizia un via vai di uomini delle forze dell'ordine: si recano sul posto una pattuglia del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Tuscania, una gazzella della stazione di Montalto di Castro; alle 3,15 arriva una volante della Polizia e alle 4,30 alcuni uomini della Digos. Carabinieri e Questura, «unitamente», organizzano «il presidio degli accessi di competenza, bloccando tutti i tentativi di accesso (con mezzi) all'area. Il dispositivo viene rinforzato, sin dalle ore 19 del 14 agosto con personale dei reparti mobili». Da quel momento sono state identificate, secondo le cronache, oltre 3.000 persone e 700 tra automobili e camper. Mezzi che, almeno in parte, erano stati accompagnati lì dalle stesse forze dell'ordine che li avrebbero successivamente controllati. Alla fine del rave, gli investigatori hanno proposto all'autorità giudiziaria il sequestro dei tir con le attrezzature, senza ottenere, però, il via libera da parte della Procura. I pm hanno ritenuto, infatti, di non avere bisogno di ulteriori prove (sequestro probatorio) sulla commissione del reato (articolo 633 del codice penale, invasione di terreni o edifici), mentre un sequestro preventivo ai danni di chi stava liberando l'area, non essendo illeciti i mezzi (camion e strumenti sarebbero stati regolarmente noleggiati) con cui era stato realizzato il reato, difficilmente, a giudizio degli inquirenti, sarebbe stato ratificato dal Tribunale del riesame. Adesso i magistrati, con in mano centinaia di foto e video della sei giorni di musica senza freni, dovranno individuare insieme con gli uomini della Digos i soggetti a cui contestare l'«invasione». Le toghe sono anche in attesa dell'esito degli esami tossicologici effettuati dal medico legale su Gianluca Santiago, il ventiquattrenne inglese (ma residente a Reggio Emilia) annegato dentro al lago il 15 agosto in circostanze ancora da chiarire.
Alla chiusura dell'improvvisata gigantesca discoteca a cielo aperto Matteo Salvini aveva dichiarato che l'evento «andava fermato prima», definendo il ministro Lamorgese «inadeguato». Giorgia Meloni aveva aggiunto che «in un governo serio, il ministro dell'Interno sarebbe già stato invitato a dimettersi». Dopo la lettura di questo articolo tale richiesta, ne siamo certi, tornerà a risuonare.
Business, sporcizia e tanta droga. Ecco come funziona un «teknival»
Era la notte a cavallo tra il 13 e 14 agosto quando a Valentano, nelle immediate adiacenze del laghetto di Mezzano (in provincia di Viterbo), circa 30 ettari di terreno adibiti a pascolo sono stati invasi da un'autocolonna di mezzi pesanti. Camion carichi di attrezzature fondamentali per dar vita forse al più grande rave party mai svolto in Italia. Trenta ettari dei circa 700 che fanno parte della proprietà dell'imprenditore Piero Camilli, titolare della Ilco, società tra le più grandi in Europa per la macellazione degli ovini.
Oggi sul posto non è rimasto che il cattivo odore, ricordo dell'evento chiamato: «Teknival Space travel Italia 2K21». La grande macchina coordinatrice del Teknival, che organizza in giro per l'Europa i rave party come quello di Valentano, passa attraverso i canali social come Telegram e Instagram. Il segreto per avere accesso a questo mondo e conoscerne gli spostamenti è racchiuso negli hashtag: #teknival, #raveon, #spacetravel, #spacetravelvol2, #italy, #freeparty, #freetekno, #freepeople, #tekno, #23, #sorrisoni, #machenesannolaltri. Il mondo social offre così la possibilità, a questa grande e variegata comunità, di ritrovarsi ovunque evitando i controlli.
Quando questa comunità di persone amanti della musica tecno, ma anche dello sballo, arriva sul luogo dell'appuntamento trova palchi sui quali si danno il cambio senza sosta dj più o meno famosi, tra luci psichedeliche e casse imponenti che riproducono ininterrottamente musica con un volume spaccatimpani. Gli organizzatori noleggiano attrezzature che costano centinaia di migliaia di euro pagando moltissimo denaro, con tanto di titoli a garanzia di eventuali danni. «Avevano sette generatori con altrettanti impianti per migliaia di euro. Quel materiale andava sequestrato. Sono usciti con i camion. Hanno identificato 3.000 persone, ma per cosa? Gli altri 5.000 sono usciti a piedi, io li vedevo» aveva dichiarato ai giornalisti Camilli. I gruppi elettrogeni a cui fa riferimento l'imprenditore non sono quelli che normalmente si vedono alle feste rionali, ma quelli utilizzati nei grandi concerti, che, per essere spostati, necessitano di carrelli e tir. Alcuni di questi hanno una potenza da 400 volt e consumano mediamente 81 litri di gasolio l'ora. Il serbatoio contiene 1.800 litri di carburante e, a pieno regime, si esaurisce nell'arco di 22/23 ore. Ogni pieno, per dirla in soldoni, costa agli organizzatori circa 2.700 euro. Mettere in campo simili attrezzature deve valere la candela visto che gli appassionati sono disposti a pagare decine di euro, in alcuni casi anche centinaia (200/300 euro a quota) per partecipare a questo genere di eventi.
Ma, come detto, non c'è solo la musica. Molti dei partecipanti al maxi rave, giunti con i camper, avevano un'ampia scorta di cibo e bevande (acqua, birra, vino e super alcolici) per loro o anche da mettere in vendita. Oltre agli stage (si dice che i palchi fossero almeno una decina), c'erano stand che vendevano panini, trattorie militanti e addirittura pizzerie con forno a legna. In una delle foto si scorge la «Pizzeria PaniKo», super attrezzata. Forno a legna per cuocere pizze realizzate anche con farine miste a marijuana. Panini, birre alla spina, vini di scarsa qualità, ma in quantità impressionante e ancora, tavoli, panche e sedie. Mancava solamente il registratore di cassa per gli scontrini fiscali.
In questa grande Woodstock viterbese c'erano anche bancarelle per acquistare diversi tipi di droghe; da quelle sintetiche a quelle definite «naturali». C'era chi distribuiva siringhe e non certo per vaccinarsi. «L'isola della riduzione del danno» al rave nel viterbese organizzato dal gruppo fuoriluogo.it è entrata in contatto (scrivono sul sito) con 1500 persone, con 311 interventi di consulenza, 240 di drug checking e hanno affrontato 116 emergenze.
Dunque non solo palchi dove esibirsi. Non solo musica assordante e droga. L'organizzazione ha pensato anche a momenti più ludici offrendo ai presenti la possibilità di andare in giro per il campo (come avviene nei grandi concerti) e trovare bancarelle dove, in vendita, era possibile trovare di tutto. Unico neo nell'organizzazione: le toilette. Chi aveva il camper non è stato costretto ad andare per campi come gran parte dei partecipanti. Per questi c'era una sorta di grande latrina comune dove il fetore, causa il caldo infernale di quei giorni, era ed è rimasto tutt'ora nauseabondo.
Continua a leggereRiduci
I mezzi che, il 13 agosto, si stavano dirigendo a Valentano furono intercettati dalle forze di polizia. Ma da Roma arrivò l'ordine di «monitorare il traffico e non di bloccarlo».L'organizzazione di queste feste illegali comporta ingenti spese, ripagate poi da vari traffici più o meno leciti. Nell'area persino una pizzeria con forno a legna. E per i bisogni si va nei campi, ancora oggi inavvicinabili.Lo speciale contiene due articoli. C'è una nota della prefettura di Viterbo sul tavolo di Bruno Frattasi, capo di gabinetto del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che farà molto discutere. Riguarda la genesi dell'ormai tristemente famoso rave party che si è svolto sulle rive del lago di Mezzano tra il 13 e il 19 agosto. La Procura della città dei Papi, guidata da Paolo Auriemma, è in attesa dell'informativa conclusiva sui fatti stilata dalla Questura. Nel frattempo noi, grazie a fonti ministeriali, abbiamo intercettato la nota prefettizia che svela come quel party, a cui parteciparono migliaia di amanti della musica elettronica e (anche) delle droghe, non sia stato un evento inaspettato e iniziato dal nulla. Anzi era stato monitorato e qualcuno, tra le forze dell'ordine, aveva provato pure a chiedere il blocco dell'afflusso di mezzi che, incolonnati, si stavano dirigendo dalla zona di Orbetello verso il luogo del rave, a cavallo tra Toscana e Lazio. Ma i militari avrebbero ricevuto come risposta che l'indicazione era quella di «monitorare il traffico e non di bloccarlo». Un ordine che, come vedremo, sarebbe arrivato da Roma. Il fatto che l'emergenza sia scattata nel ponte di Ferragosto non ha aiutato. Infatti sembra che nelle rispettive sedi non ci fossero né i questori (i referenti locali per l'ordine e la sicurezza pubblici) di Grosseto (Matteo Ponziani) e Viterbo (Giancarlo Sant'Elia), né il prefetto di Grosseto, la neonominata (il 9 agosto scorso) Paola Berardino, figlia di Francesco Berardino (ex segretario generale del Cesis ed ex capo segreteria del capo della Polizia) e moglie del prefetto di Roma Matteo Piantedosi. A sostituirli i vicari. L'unico che pare non si fosse allontanato per le ferie era il prefetto di Viterbo Giovanni Bruno, ma anche il suo ufficio sarebbe stato informato a cose ormai compiute. Veniamo alle carte. Secondo una ricostruzione dei carabinieri, citata nella nota in mano al capo di gabinetto, «il 14 agosto 2021, alle ore 0,20, la Centrale operativa della Compagnia di Orbetello (Grosseto) comunicava a quella della Compagnia di Tuscania (Viterbo) di essere impegnata, unitamente alla polizia stradale, nella scorta di una colonna di circa 40 camper verosimilmente diretti in Puglia, chiedendo la disponibilità a prenderli in carico al confine regionale». Poco dopo i carabinieri di Orbetello avrebbero comunicato ai colleghi di Tuscania che «i mezzi avevano deviato» e che quindi non c'era più «l'esigenza» di occuparsene, mentre gli uomini dell'Arma di Pitigliano (Grosseto) annunciavano che avrebbero preso loro «in carico la colonna». Alle 0,30, nella nostra storia, compare un sedicente «ex frequentatore di rave party»: inizialmente contatta i carabinieri di Pitigliano e poi viene affidato ai militari di Tuscania. Il giovane fa riferimento a un possibile rave «organizzato in una località dell'Alto Lazio, verosimilmente lago di Mezzano, del quale avrebbe avuto a breve le coordinate». Quindi, in quel momento, è abbastanza chiaro che la carovana non è diretta in Puglia, ma che si fermerà molto prima. La centrale operativa di Tuscania incarica la pattuglia della stazione di Valentano, competente sul territorio del lago, di «verificare la notizia». La fonte, alle 0,59, invia ai carabinieri «le coordinate del luogo del possibile rave» e spiega che il ritardo è dovuto al fatto che «gli organizzatori, prima di condividere la posizione dell'evento» si vogliono assicurare «di aver già posizionato i mezzi pesanti e avviato la musica». Grazie a quelle indicazioni la pattuglia dei carabinieri della stazione di Valentano, dopo 40 minuti di ricerche, riesce «a individuare circa 100 mezzi (con gli impianti già montati e in funzione), in un campo isolato, lontano dalle principali vie di comunicazione, e una colonna di fari che, nel buio, dal Nord», dalla strada provinciale che conduce a Pantano (Grosseto), «si dirige nella zona». I carabinieri di Valentano invocano subito i «rinforzi», suggerendo ai colleghi di Tuscania di «interessare» della questione anche la centrale di Pitigliano, «dal cui territorio provengono i mezzi incolonnati». A quel punto l'Arma di Tuscania dispone «l'invio di altre pattuglie» e chiede a Pitigliano «il blocco degli accessi dal Nord». Un'«esigenza», quella di «bloccare gli accessi dalla Toscana» ribadita in più interlocuzioni anche dal capo servizio della pattuglia di Valentano. Ma, si legge sempre nella nota, «la centrale operativa di Pitigliano rappresentava che aveva indicazione di monitorare il transito e non di bloccarlo». Chi aveva dato questo input? A quanto risulta alla Verità l'ordine sarebbe partito dalla sala operativa del Dipartimento di pubblica sicurezza di Roma. Ovvero dagli uffici centrali della polizia di Stato. Evidentemente qualcuno aveva ritenuto meno rischioso lasciare svolgere l'evento che bloccarlo tout court. E aveva persino ordinato di «scortare» i partecipanti laddove avrebbero occupato e danneggiato una proprietà privata, pensando, evidentemente, che questa soluzione fosse la meno rischiosa per l'ordine pubblico. Alle 2,25 viene bloccata, in località Casone (sul confine tosco-laziale), nel comune di Latera (Viterbo), la strada di accesso all'area del party. Alle 2,30 sono informati di quanto stia accadendo il Comando provinciale dei carabinieri e la Questura di Viterbo. Alle 2,45 il comandante della stazione di Valentano richiede nuovamente a Pitigliano «il blocco delle vie di accesso all'area dal lato toscano», ma dalla Maremma viene «ribadito l'indirizzo già comunicato». Nel frattempo inizia un via vai di uomini delle forze dell'ordine: si recano sul posto una pattuglia del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Tuscania, una gazzella della stazione di Montalto di Castro; alle 3,15 arriva una volante della Polizia e alle 4,30 alcuni uomini della Digos. Carabinieri e Questura, «unitamente», organizzano «il presidio degli accessi di competenza, bloccando tutti i tentativi di accesso (con mezzi) all'area. Il dispositivo viene rinforzato, sin dalle ore 19 del 14 agosto con personale dei reparti mobili». Da quel momento sono state identificate, secondo le cronache, oltre 3.000 persone e 700 tra automobili e camper. Mezzi che, almeno in parte, erano stati accompagnati lì dalle stesse forze dell'ordine che li avrebbero successivamente controllati. Alla fine del rave, gli investigatori hanno proposto all'autorità giudiziaria il sequestro dei tir con le attrezzature, senza ottenere, però, il via libera da parte della Procura. I pm hanno ritenuto, infatti, di non avere bisogno di ulteriori prove (sequestro probatorio) sulla commissione del reato (articolo 633 del codice penale, invasione di terreni o edifici), mentre un sequestro preventivo ai danni di chi stava liberando l'area, non essendo illeciti i mezzi (camion e strumenti sarebbero stati regolarmente noleggiati) con cui era stato realizzato il reato, difficilmente, a giudizio degli inquirenti, sarebbe stato ratificato dal Tribunale del riesame. Adesso i magistrati, con in mano centinaia di foto e video della sei giorni di musica senza freni, dovranno individuare insieme con gli uomini della Digos i soggetti a cui contestare l'«invasione». Le toghe sono anche in attesa dell'esito degli esami tossicologici effettuati dal medico legale su Gianluca Santiago, il ventiquattrenne inglese (ma residente a Reggio Emilia) annegato dentro al lago il 15 agosto in circostanze ancora da chiarire. Alla chiusura dell'improvvisata gigantesca discoteca a cielo aperto Matteo Salvini aveva dichiarato che l'evento «andava fermato prima», definendo il ministro Lamorgese «inadeguato». Giorgia Meloni aveva aggiunto che «in un governo serio, il ministro dell'Interno sarebbe già stato invitato a dimettersi». Dopo la lettura di questo articolo tale richiesta, ne siamo certi, tornerà a risuonare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/camper-rave-viterbo-arma-polizia-2654920011.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="business-sporcizia-e-tanta-droga-ecco-come-funziona-un-teknival" data-post-id="2654920011" data-published-at="1630960426" data-use-pagination="False"> Business, sporcizia e tanta droga. Ecco come funziona un «teknival» Era la notte a cavallo tra il 13 e 14 agosto quando a Valentano, nelle immediate adiacenze del laghetto di Mezzano (in provincia di Viterbo), circa 30 ettari di terreno adibiti a pascolo sono stati invasi da un'autocolonna di mezzi pesanti. Camion carichi di attrezzature fondamentali per dar vita forse al più grande rave party mai svolto in Italia. Trenta ettari dei circa 700 che fanno parte della proprietà dell'imprenditore Piero Camilli, titolare della Ilco, società tra le più grandi in Europa per la macellazione degli ovini. Oggi sul posto non è rimasto che il cattivo odore, ricordo dell'evento chiamato: «Teknival Space travel Italia 2K21». La grande macchina coordinatrice del Teknival, che organizza in giro per l'Europa i rave party come quello di Valentano, passa attraverso i canali social come Telegram e Instagram. Il segreto per avere accesso a questo mondo e conoscerne gli spostamenti è racchiuso negli hashtag: #teknival, #raveon, #spacetravel, #spacetravelvol2, #italy, #freeparty, #freetekno, #freepeople, #tekno, #23, #sorrisoni, #machenesannolaltri. Il mondo social offre così la possibilità, a questa grande e variegata comunità, di ritrovarsi ovunque evitando i controlli. Quando questa comunità di persone amanti della musica tecno, ma anche dello sballo, arriva sul luogo dell'appuntamento trova palchi sui quali si danno il cambio senza sosta dj più o meno famosi, tra luci psichedeliche e casse imponenti che riproducono ininterrottamente musica con un volume spaccatimpani. Gli organizzatori noleggiano attrezzature che costano centinaia di migliaia di euro pagando moltissimo denaro, con tanto di titoli a garanzia di eventuali danni. «Avevano sette generatori con altrettanti impianti per migliaia di euro. Quel materiale andava sequestrato. Sono usciti con i camion. Hanno identificato 3.000 persone, ma per cosa? Gli altri 5.000 sono usciti a piedi, io li vedevo» aveva dichiarato ai giornalisti Camilli. I gruppi elettrogeni a cui fa riferimento l'imprenditore non sono quelli che normalmente si vedono alle feste rionali, ma quelli utilizzati nei grandi concerti, che, per essere spostati, necessitano di carrelli e tir. Alcuni di questi hanno una potenza da 400 volt e consumano mediamente 81 litri di gasolio l'ora. Il serbatoio contiene 1.800 litri di carburante e, a pieno regime, si esaurisce nell'arco di 22/23 ore. Ogni pieno, per dirla in soldoni, costa agli organizzatori circa 2.700 euro. Mettere in campo simili attrezzature deve valere la candela visto che gli appassionati sono disposti a pagare decine di euro, in alcuni casi anche centinaia (200/300 euro a quota) per partecipare a questo genere di eventi. Ma, come detto, non c'è solo la musica. Molti dei partecipanti al maxi rave, giunti con i camper, avevano un'ampia scorta di cibo e bevande (acqua, birra, vino e super alcolici) per loro o anche da mettere in vendita. Oltre agli stage (si dice che i palchi fossero almeno una decina), c'erano stand che vendevano panini, trattorie militanti e addirittura pizzerie con forno a legna. In una delle foto si scorge la «Pizzeria PaniKo», super attrezzata. Forno a legna per cuocere pizze realizzate anche con farine miste a marijuana. Panini, birre alla spina, vini di scarsa qualità, ma in quantità impressionante e ancora, tavoli, panche e sedie. Mancava solamente il registratore di cassa per gli scontrini fiscali. In questa grande Woodstock viterbese c'erano anche bancarelle per acquistare diversi tipi di droghe; da quelle sintetiche a quelle definite «naturali». C'era chi distribuiva siringhe e non certo per vaccinarsi. «L'isola della riduzione del danno» al rave nel viterbese organizzato dal gruppo fuoriluogo.it è entrata in contatto (scrivono sul sito) con 1500 persone, con 311 interventi di consulenza, 240 di drug checking e hanno affrontato 116 emergenze. Dunque non solo palchi dove esibirsi. Non solo musica assordante e droga. L'organizzazione ha pensato anche a momenti più ludici offrendo ai presenti la possibilità di andare in giro per il campo (come avviene nei grandi concerti) e trovare bancarelle dove, in vendita, era possibile trovare di tutto. Unico neo nell'organizzazione: le toilette. Chi aveva il camper non è stato costretto ad andare per campi come gran parte dei partecipanti. Per questi c'era una sorta di grande latrina comune dove il fetore, causa il caldo infernale di quei giorni, era ed è rimasto tutt'ora nauseabondo.
Un soldato iraniano passa davanti a un enorme cartellone pubblicitario anti-americano che fa riferimento al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e allo Stretto di Hormuz in piazza Valiasr a Teheran (Ansa)
Sul piano diplomatico, l’Iran ha avanzato una nuova proposta agli Stati Uniti, trasmessa attraverso mediatori internazionali. Il piano prevede la riapertura della navigazione nello Stretto, la fine del blocco navale imposto da Washington e il rinvio del dossier nucleare a una fase successiva. Teheran si è detta pronta a riprendere i colloqui già nei prossimi giorni, indicando Islamabad come possibile sede del negoziato, a patto che gli Stati Uniti accettino almeno un alleggerimento delle sanzioni. La risposta americana, tuttavia, resta prudente. Donald Trump ha dichiarato di «non essere soddisfatto» della proposta iraniana, senza chiarire nel dettaglio i punti critici. Ieri Washington ha annunciato vendite di armi d’emergenza per oltre 8,6 miliardi di dollari a Israele, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre alla fornitura di sistemi di difesa aerea a Qatar e Kuwait.
Mentre la diplomazia procede a rilento, cresce la pressione sul piano militare. Secondo fonti statunitensi, il Comando centrale (Centcom) avrebbe predisposto un piano per una serie di attacchi «rapidi e mirati» contro obiettivi iraniani, illustrato al presidente nel corso di un briefing riservato. Nella regione, la presenza militare americana è stata rafforzata, con la portaerei Abraham Lincoln e i suoi assetti operativi impegnati in attività di sorveglianza e deterrenza lungo le principali rotte marittime. Anche sul fronte politico interno emergono posizioni più dure: il senatore repubblicano Lindsey Graham ha invitato apertamente a un intervento più deciso, sostenendo che, per uscire dallo stallo, sia necessario «aprire lo Stretto», anche attraverso un’azione militare diretta. Intanto Washington continua a esercitare una forte pressione economica. Il Dipartimento del Tesoro ha avvertito le compagnie di navigazione che eventuali pagamenti all’Iran per ottenere un passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz potrebbero comportare sanzioni. Teheran avrebbe infatti iniziato a offrire rotte alternative alle navi, spesso dietro compenso, creando un sistema parallelo di transito che gli Stati Uniti considerano illegittimo e contrario al diritto internazionale.
Le conseguenze del blocco sono già evidenti e incidono direttamente sulla capacità produttiva iraniana. Il calo delle esportazioni di petrolio, unito al rapido riempimento dei siti di stoccaggio, ha costretto il Paese a ridurre la produzione. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Teheran ha scelto di intervenire in anticipo, tagliando l’estrazione per evitare di saturare completamente i depositi. Una strategia resa possibile dall’esperienza accumulata negli anni: i tecnici iraniani sono infatti in grado di sospendere l’attività dei pozzi senza danneggiarli e di riattivarli rapidamente quando le condizioni lo consentono. Nonostante queste difficoltà, la Cina continua a rappresentare uno sbocco fondamentale per il petrolio iraniano e ha ribadito di non voler rispettare le sanzioni statunitensi contro alcune raffinerie coinvolte negli acquisti. Sul fronte iraniano, il tono si fa sempre più duro e lascia intravedere il rischio di un ulteriore deterioramento della situazione. «È probabile una ripresa del conflitto tra Stati Uniti e Iran e i fatti hanno dimostrato che gli Usa non rispettano promesse né accordi», ha dichiarato Mohammad Jafar Asadi, ufficiale del comando Khatam al-Anbiya. «Le forze armate iraniane hanno preso in considerazione misure sorprendenti contro la bellicosità del nemico», ha aggiunto. La missione iraniana all’Onu invece accusa gli Usa di violare il Trattato di non proliferazione nucleare, definendo «ipocrita» la loro posizione: Washington, sostiene Teheran, non avrebbe rispettato per decenni gli obblighi di disarmo previsti dal Tnp. L’Iran afferma inoltre che non esistono limiti al livello di arricchimento dell’uranio se questo avviene sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Sul versante opposto, anche Trump ha adottato toni sempre più aggressivi, arrivando a descrivere alcune operazioni come azioni «da pirati», pur rivendicandone l’efficacia. E, provocatoriamente, ha aggiunto: «Finito con l’Iran, prenderò il controllo di Cuba». Nelle ultime ore, una petroliera è stata sequestrata al largo delle coste dello Yemen da uomini armati non identificati, poi diretti verso la Somalia attraverso il Golfo di Aden. Un episodio che conferma il progressivo deterioramento della sicurezza marittima in una delle aree più sensibili.
In serata, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha riferito di aver avuto un colloquio telefonico con l’omologo iraniano, Abbas Araghchi, sottolineando «la forte preoccupazione dell’Italia e la necessità di evitare escalation e di intensificare il lavoro per il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto, anche per scongiurare conseguenze sulla sicurezza e la stabilità in Africa».
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Un gruppo di autonomisti che si era staccato dalla marcia del Primo maggio a Torino ha tentato di forzare il cordone di polizia davanti all'ex edificio Askatasuna occupato in Corso Regina Margherita (Ansa)
È il 22 giugno del 2020 e Giorgio Rossetto, capo carismatico del centro sociale Askatasuna, parla con un altro militante. Stanno discutendo della lotta No Tav e della mobilitazione che si prepara per l’estate. In particolare, in quei giorni i ragionamenti degli antagonisti si concentrano sulla occupazione del presidio dei Mulini, un’area a ridosso del nuovo cantiere Tav. L’obiettivo è chiarissimo: vogliono farsi sgomberare, e se possibile provocare una reazione dura da parte delle forze dell’ordine. Cercano lo scontro, anzi vogliono suscitato, in modo da passare per vittime e scatenare una reazione a livello nazionale contro gli sbirri fascisti.
I militanti sanno benissimo che la polizia non ha alcuna intenzione di usare la forza, lo ripetono più volte. Sono loro a dover spingere sull’acceleratore della violenza. Un metodo noto da tempo agli osservatori più attenti, ma che la gran parte dei media e della politica finge di non conoscere. Ora però non si può più fare finta di niente: i giochini sporchi di Askatasuna che emergono dalla carte (e che Sara Sonnessa di TorinoCronaca ha rivelato per prima) ora sono scoperti e non possono più essere trascurati. Anche perché il centro sociale continua a provocare scompiglio, come si è visto durante le manifestazioni dello scorso inverno e ancora l’altro ieri, quando gli antagonisti hanno deliberatamente cercato di rientrare nello stabile occupato da cui sono stati di recente sgomberati, arrivando all’ennesimo confronto duro con gli agenti.
Nelle conversazioni del 2020 si delinea perfettamente quale sia la strategia delle provocazione del centro sociale. Parlando della occupazione dell’area Mulini e dello sgombero che potrebbe avvenire, gli antagonisti spiegano che si deve assolutamente arrivare alle botte perché è una occasione «troppo ghiotta», che potrebbe consentire addirittura «di far saltare anche il governo». L’obiettivo è appunto quello di far capitare qualche disastro e di far finire la notizia «sui giornali», in modo da costringere i politici a intervenire. «Di Battista inizia a fare un cancan. Di Maio è obbligato a stargli dietro, son tutti obbligati, Renzi dall’altra parte», dicono i militanti. Insomma, bisogna cogliere «le occasioni che la storia ci presenta. [...] Basta... basta... basta un niente. [...] Se poi manchi il momento... poi il momento va a farsi fottere». Sembra che gli antagonisti puntino sul Movimento 5 stelle, cercando di spaccarlo sul tema Tav: «Si romperanno su sti argomenti qua», dicono. «Di Battista e gli altri vorranno andare per la loro strada, mica vogliono fare l’alleanza con il Pd come vuole fare Grillo e Di Maio. [...] Su questo argomento qui salta il governo perché se nasce qualcosa No Tav o Non No Tav di nuovo salta il governo perché poi tutti saranno obbligati a fare i No Tav, anche i più fetenti, quelli che proprio dicono quelli che adesso lavorano sotto banco, sai quelli che dicono alla De Micheli facciamo cosi, facciamo cosà».
Al di là dei discutibili ragionamenti politici, però, il nodo centrale è l’uso strumentale della violenza. Nelle conversazioni, gli attivisti sono consci che potranno ottenere un effetto solo se verranno sgomberati a forza. «Quella roba li funziona se ti tolgono di li in una certa maniera», si dicono. E ancora: «Adesso detto detto tra di noi, che li sgomberino... a noi ci torna solo in tasca un po’ di mobilitazione in valle». Sempre il 22 giugno del 2020 è un altro nome grosso di Askatasuna, Umberto Raviola, a spiegare che se gli agenti «attaccano il presidio mentre noi siamo li, meglio di così non ci può andare». Un altro militante, Andrea Bonadonna, pare dello stesso avviso. Spiega che se la polizia decide che «quel villaggetto lo dobbiamo sgomberare. E allora lì! Allora lì! Lì è un’altra cosa, lì si ragiona su altri livelli, cioè nel senso che lì diventa una roba di dominio nazionale perché bisogna che rimbalzino dappertutto le immagini di questa ennesima prepotenza». Il 23 e 24 giugno, gli antagonisti continuano a discutere dell’argomento. Qualcuno ragiona su come provocare attriti con le forze dell’ordine. «Se facciamo vedere anche che andiamo anche verso il cantiere... eh... eh... è sempre buono, anche perché questi vogliono evitare assolutamente la confrontazione... il benché minimo confrontazione eh...».
Ovviamente, il piano di provocazione deve rimanere una «strategia occulta», altrimenti la polizia se ne accorgerà. Dopo tutto, dice un attivista, «la polizia non ha voglia di fare niente tanto meno di picchiare dei vecchietti nei boschi». Il 27 giugno 2020 altri due militanti si parlano in maniera ancora più esplicita. Uno spiega a una compagna che, indipendentemente dalle modalità con cui verranno sgomberati i Mulini - «in maniera soft o in maniera dura» - l’atteggiamento antagonista dovrà essere identico: «La tua resistenza dovrà essere solo soft... noi ce la giochiamo soft... dobbiamo solo riprendere... nel momento in cui gli sbirri entrano... la loro funzione non è di fare resistenza... da lì filmi... chi è sugli alberi... c’è la manifestazione sui tetti... ci sarà chi filma... magari qualche celerino che quando scalcia un po’, si dimena un po’, una manganellata nello stomaco la dà. [...] Funzionano così ste robe e tu hai la gente sui tetti che riprende un... compagno portato via braccia e gambe con uno che gli dà una manganellata sullo stomaco [...]. Ti trovi cinquemila, diecimila persone in due settimane».
Lo stesso militante, in un momento di grande sincerità, spiega alla compagna come stiano davvero le cose: «Tu non lo puoi dire ma lo vogliamo dire quale sarebbe lo scenario migliore? Che entrano e spezzano delle gambe e che spezzano delle gambe magari anche a dei vecchi». Ecco il punto. Basta filmare tutto, filmare sempre e fare arrivare le immagini ai media. Magari spingere, provocando, per un intervento ruvido degli agenti, così da farli passare per macellai. La violenza è ricercata, si spera nello scontro e in un po’ di sangue. Bisogna, dice a un certo punto un militante, fare capire «a quelli del movimento che non c’è da fare tanti giri, basta passare 5 metri sotto di loro non intervengono, loro non intervengono, quindi che cazzo... tu devi solo fare... fai 100, 200 metri... 50 metri che ti vedono, non vengono, anzi se incontrano 50 persone nel sentiero se ne vanno loro, arretrano di brutto, solo l’idea di spingere per terra gli viene... perché poi rischiano il licenziamento oramai c’è anche sto terrore qui da parte dei poliziotti, perché basta una foto una ripresa ti sospendono dal lavoro e poi rischi il licenziamento».
Capito? Gli antagonisti sanno benissimo che la polizia ormai ha timore di intervenire, e bisogna sfruttare la situazione. Il quadro è cristallino: occorre provocare prima e dopo le manifestazioni, fare crescere la tensione, apparire più agguerriti per evitare che gli agenti si presentino in modo «soft» come già accaduto in occasione di altre manifestazioni in piazza Castello a Torino. Una volta sul posto, vicino al cantiere Tav, si deve operare per esasperare gli animi. E in ogni caso basta riprendere un piccolo atto più duro della polizia e far arrivare tutto ai media o sui social, così che sembri siano avvenute gravi violenze e anche la politica sia costretta a intervenire. Questa - spiegata in maniera molto netta - è la strategia della provocazione del centro sociale. Ricordatelo, la prossima volta che sentirete parlare di violenze di piazza e scontri.
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Piero Pelù (Ansa)
Ci sarebbero due guerre, la crisi economica, la violenza strisciante, le preoccupazioni delle famiglie. Ma occupazione, precariato e schiavitù di ritorno dei corrieri della pizza cominciano e finiscono nel titolo di testa: «Lavoro dignitoso». Poi, sventolata la doverosa coda di paglia, ecco stagliarsi il profilo di M declinato in tutte le salse anche senza Antonio Scurati nei paraggi. Il leader dei Litfiba la prende larga: «In fondo Mussolini è anche un morto sul lavoro, ma è un morto sanguinario e traditore». Poi è costretto a spiegare: «Con i suoi alleati sanguinari provocò una guerra con 80 milioni di morti (il numero è liquido come quello dei partecipanti alla kermesse, ndr). Fece anche qualcosa di buono? Di sicuro no, le leggi razziali».
Giusto ricordarle ai suoi fans dei centri sociali e dell’Anpi che una settimana fa hanno scacciato gli ebrei dai cortei del 25 aprile e hanno riaperto con orgoglio, da sinistra, la piaga dell’antisemitismo. Bisognerebbe approfondire ma Pelù segue il suo spartito mussoliniano: «Mentre scappava travestito da soldato tedesco fu scoperto dai partigiani e fucilato». Poiché la logica traballa e il popolo non balla, nella rivisitazione storica da terza elementare si inserisce Tomaso Montanari, l’Alessandro Barbero dei leonka, trasferito via Amazon dagli studios de La7 direttamente a Taranto, per l’altro concertone, che attualizza il tutto mostrando un collage con Giorgia Meloni e Benito.
«Fra loro c’è un lungo filo diretto, un lungo filo nero, si chiama fascismo. L’uno è la fonte d’ispirazione dell’altro. La storia ci insegna che quando il potere rappresenta se stesso mente sempre. Questo ritratto dobbiamo contestarlo, smontarlo, ne dobbiamo svelare la vera natura. Dobbiamo dire la verità su questo potere che si presenta bello, forte, cristiano, materno, italiano». Giovanni Donzelli (Fdi) liquida così il delirio senza neppure l’alibi dell’alcol: «È ossessionato, vede fascismo ovunque, se non rappresentasse un’istituzione accademica (la sfortunata Università di Pisa, ndr), ci sarebbe solo da ridere». Montanari non butta via niente: altro collage, altro premio. Le ultime banalità le riserva a Matteo Salvini: «Il volto pubblico del capo della Lega è una costruzione studiata, fatta di selfie a 32 denti, alternati a esibizioni di rosari, bagni di Nutella. Ma se lo guardiamo da vicino, ecco anche 400 fotografie che ritraggono altri corpi, quelli dei migranti respinti in mare».
Puro marketing per happy few, la prova generale delle feste de l’Unità che si perde fra gli sbadigli. Povero Concertone, è così moscio da far sentire la mancanza di Fedez. Non lo rianima Big Mama con il bacio gay, non Fra Quintale ricordandoci che «viviamo tempi bui», non Serena Brancale che omaggia il Che, non Madame che invita i giovani a divanarsi sempre più nel segno del reddito di cittadinanza («non sentitevi inutili se non siete produttivi»). C’è un sussulto con Geolier che ricorda i ragazzi «uccisi da un colpo di pistola». È il momento dell’eccitazione, mentre quello della depressione tocca ancora a Pelù, il nonno dei fiori, che teme il ritorno del nucleare e ricorda Chernobyl per ammonire il potere. Effettivamente senza energia elettrica si spegnerebbe anche il suo microfono, unico motivo per tifare il luddismo di ritorno.
Tutto procede secondo copione fra canne, lattine e slogan pro Pal, anche se qui il «dal fiume al mare» significa dal Tevere a Ostia lido. Viene voglia di fare un tuffo nella fontana di Trevi, ma sul palco si appalesa Levante con una curiosa maglietta: è pericolosamente nera però reca - con il font dei Metallica - il nome Mattarella. E allora anche noi borghesi insensibili capiamo tutto: da X Factor al Fattore M per approdare al Fattore Q. Come Quirinale. Per Re Sergio solo delikatessen da parte dei finti rivoluzionari da garage, con il refrain: «Servono persone oneste».
Qui un aggancio forte con la realtà ci sarebbe: perché il carissimo presidente ha dato la grazia a Nicole Minetti? Vogliamo chiederglielo dal palco con un ruggito? Niente. Tramontata la possibilità di intestare la faccenda a Carlo Nordio il tema si è inabissato. Quota periscopio, massima prudenza, silenzio assoluto. L’opposizione rockettara si fa melassa, diventa mosca cocchiera del potere più intoccabile. E recita il rosario preferito dal partito di riferimento che ascolta dalle finestre del Nazareno. «Questa è una festa, dobbiamo ballare». Ma stia zitto Fulminacci che continua a fare rima con Bombacci.
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Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
La scelta di invitare i russi non è stata condivisa anche da buona parte dell’esecutivo italiano, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli che si è opposto con durezza da un lato, mentre dall’altro, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni pur non condividendo l’idea ha rivendicato l’autonomia del presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco. È proprio a lui che ieri è arrivata una lettera con l’elenco degli artisti detenuti o morti in carcere in Russia, con la richiesta di non ridurre il dissenso a un cocktail, «di non continuare a ridurre il dialogo a una performance superficiale», come lo si accusa di voler fare con l’iniziativa «Il dissenso e la pace» che prevede l’intervento del regista Aleksandr Sokurov, organizzata in risposta alle critiche per il ritorno della Russia all’Esposizione d’arte internazionale, in programma a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre. Una lettera firmata da alcuni intellettuali che evidentemente pretendono di decidere quali debbano essere gli artisti invitati alla Biennale. A firmare il documento accademici, attivisti e artisti italiani e russi, fra cui Nadia Tolokonnikova, fra le fondatrici delle Pussy Riot ed ex detenuta politica, il filmmaker premio Oscar con Mr Nobody Against Putin, Pavel Talankin, la presidente di Memorial Italia Giulia De Florio, il vicepresidente dell’organizzazione, Andrea Gullotta, la traduttrice e scrittrice Elena Kostyoukovitch e l’artista e attivista Katia Margolis. «La sollecitiamo ad aprire questa iniziativa a coloro che sono realmente perseguiti per il loro dissenso e a onorare il lascito del 1977 (l’anno in cui si era tenuta la Biennale del Dissenso, ndr) come spazio di confronto, non della sua simulazione» si legge nella lettera. E poi: «Ha spesso insistito nel dire che la Biennale deve essere aperta a tutte le voci. Le chiediamo di essere coerente con le sue dichiarazioni. “Il dissenso e la pace” onori e dia voce al dissenso reale non al suo simulacro». Eloquente la risposta che arriva indiretta dai social di Buttafuoco. Il presidente della Biennale ha pubblicato una lunga intervista-ritratto firmata dalla scrittrice Lila Azam Zanganeh sulla rivista New Voyager, e simbolicamente intitolata «A Free Man», cioè «un uomo libero».
«Ci si aspettava che l’intellettuale conservatore Pietrangelo Buttafuoco portasse la sua visione politica alla Biennale di Venezia. Si è rivelato molto più eccentrico - e più libero - di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare», si legge nel catenaccio dell’articolo al cui interno si aggiunge: Buttafuoco ha fatto a Venezia scelte completamente in controtendenza rispetto al nativismo e all’ortodossia di destra europei contemporanei». E poi: «Buttafuoco si erge, per così dire, su un’altra sponda. È un uomo quasi estraneo al conformismo di questo momento culturale. L’Europa del dopoguerra ha in gran parte aderito al vangelo liberale, mentre Buttafuoco vive con una visione narrativa anticonformista e fondamentalmente libertaria, nella sfera pubblica, nella vita privata e nella sua narrativa». Intanto a Venezia fervono i lavori per la messa a punto dei dettagli di «In Minor Keys», che martedì prossimo vedrà l’apertura dei cancelli per la stampa selezionata. A documentarlo sono i video postati sui social dell’istituzione culturale, che stanno ottenendo un boom di visualizzazioni.
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