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2019-07-27
Camisasca rompe il silenzio della Chiesa
Ansa
Hanno parlato psicologi e avvocati, si sono fatti sentire pure alcuni cantanti. Eppure, ancora non si sono sentite voci autorevoli provenire dalla Chiesa cattolica. Da sacerdoti e vescovi - così attivi e impegnati nella difesa dei migranti e nella denuncia della disumanità dell'attuale governo - è giunto appena qualche flebile sussurro. Certo, l'inchiesta «Angeli e demoni» non è ancora conclusa, ma per capire che qualcosa non vada nel sistema di gestione dei minori non c'è bisogno dei reati e delle condanne. È evidente che esistono problemi più profondi che non riguardano solo le aule di giustizia: sono mali che ghermiscono le radici della nostra cultura. Ed è su questi argomenti che, da parte della Chiesa, ci si aspetterebbero parole forti, capaci di indicare una via.
Nelle ultime settimane non possiamo dire di averle udite. Con una sola, radiosa, eccezione. Quella rappresentata dal vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca. In una intervista alla Radio Vaticana, il monsignore è tornato a parlare della Val d'Enza e degli affidi illeciti, e ha pronunciato frasi da cui è difficile sfuggire. «Attraverso i giornali», ha detto, «ho la percezione di un problema serio, che ha al suo cuore i bambini. E quando si tratta di bambini, si tratta evidentemente della realtà più significativa, più preziosa ed importante, oserei dire quasi divina, che abbiamo nella nostra realtà sociali e a cui deve essere prestata una attenzione somma. E mi sembra che in taluni casi, per quello che posso capire dai giornali, questa attenzione somma non solo non ci sia stata, ma ci sia stata anche e addirittura una prevaricazione ideologica». Questo è esattamente il punto cruciale su cui ci si deve misurare. L'aspetto più spaventoso della vicenda bibbianese, infatti, non riguarda soltanto le accuse mosse ai vari Claudio Foti, Federica Anghinolfi eccetera. Il dramma sta nel sistema che costoro hanno contribuito a creare e a portare avanti, sta appunto nell'ideologia che certi psicologi e assistenti sociali professano.
Dice Camisasca che «tutti dobbiamo farci carico di questa situazione grave, una situazione provocata dalle ideologie anti-familistiche che sono il retroterra di tutto ciò che è avvenuto. Sappiamo tutti», prosegue il monsignore, «che la realtà delle famiglie è una realtà fragile ma si è voluto ulteriormente infragilirla, creando le famiglie accanto alla famiglia, e quindi togliendo alla famiglia il sostegno che essa deve avere come realtà umana, e quindi come realtà che può essere percorsa da un'infinità di fragilità ed errori».
Secondo il vescovo reggiano «esistono delle famiglie “bacate", ma anche - grazie a Dio - un numero enorme di famiglie preziose, in cui i bambini vengono alla luce - perché c'è anche un gravissimo problema demografico - e poi sono accolti, anche se sono affetti dalla sindrome di Down o se si trovano in difficoltà, e poi vengono educati e rappresentano una benedizione. In queste famiglie la crescita dei figli è segnata da problemi, difficoltà e delusioni però è una crescita in avanti. Tutto questo, laddove viene messo in discussione, naturalmente, indebolisce il rapporto genitori-figli».
Le ideologie anti-familistiche le abbiamo viste all'opera nella Val d'Enza, dove hanno agito «professionisti» che ancora parlano di «patriarcato» da combattere, di maschilità tossica da eliminare. Persone per cui la famiglia tradizionale è un'istituzione che forse non va eliminata, ma di sicuro va corretta, modificata, anche a costo di commettere forzature. Dopo settimane, finalmente, si sta discutendo di illeciti e di presunti reati. Benissimo: ma si deve affrontare con decisione e in profondità anche il retroterra ideologico che ha prodotto tali storture. Perché mentre ci si scorna su Bibbiano, l'ideologia anti famiglia è tornata a dar prova della sua forza proprio in Emilia Romagna attraverso la legge sull'omotransfobia. Con la scusa dei «diritti» dei bambini sono state distrutte intere famiglie; con la scusa dei «diritti» delle persone Lgbt viene imposta la mordacchia a ogni pensiero difforme e scorretto.
Di fronte a tutto ciò non si può tacere. E che non si possa star zitti quando si osservano casi come quelli di Bibbiano. Camisasca ha detto anche questo. L'intervistatore di Radio Vaticana gli ha chiesto che cosa pensasse della indignazione popolare sollevata dalla vicenda emiliana. E lui ha risposto: «È molto comprensibile, perché, laddove si toccano i bambini si tocca il bene più prezioso che abbiamo. E quindi la gente è preoccupata, perché non ha punti di riferimento, non sa dove attingere per capire cosa è successo e cosa sta dietro a ciò che è successo. Naturalmente la gente non deve essere strumentalizzata, e questa paura non deve diventare una ragione per sobillare anche una rivolta politica».
Non bisogna strumentalizzare, certo. Ma provare orrore e perfino rabbia è sacrosanto. E chi blatera di «campagne di odio» montate ad arte contro il Pd da parte dell'estrema destra sta semplicemente cercando di coprire un pozzo profondissimo con un tappeto. Ieri Repubblica, in prima pagina, spiegava che il caso di Bibbiano fa parte di una «strategia della distrazione» ideata dal governo. Finora, tuttavia, gli unici a voler «distrarre» la popolazione sono stati proprio politici e giornali i orientamento progressista. Hanno prima cercato di silenziare tutto, ora provano a confondere le acque, a far passare l'idea che sulla Val d'Enza esistano visioni differenti, quasi che si trattasse di un dibattito accademico. Non è così: in gioco, oltre al benessere dei bimbi, c'è molto di più. È anche in Emilia che si decide che tipo di civiltà vogliamo essere, quali siano i nostri valori fondanti.
Ciò di cui dobbiamo preoccuparci, sostiene Camisasca, sono «i trend culturali e i trend ideologici, che naturalmente attraversano anche i partiti, ma che determinano direttamente questa visione sbagliata della famiglia, dei rapporti fra genitori e figli e della necessità di “punire" la famiglia quando invece andrebbe sostenuta, aiutata e appoggiata». La tendenza culturale dominante va contro la famiglia, tenta di sgretolarla colpendo sia i genitori che i figli. E se si resta in silenzio questa tendenza di certo non la combatte.
Francesco Borgonovo
Affidi fantasma per far girare soldi e bambini promessi ai gruppi Lgbt
Affidi sine die. Senza scadenza. Che, una proroga dopo l'altra, diventano adozioni. Federica Anghinolfi, attivista Lgbt e dirigente (...) dei servizi sociali della Val d'Enza, al telefono prometteva questo ai suoi interlocutori: coppie omosessuali interessate ad accogliere bambini. Due intercettazioni, rimaste finora inedite, rivelano l'attivismo della protagonista di «Angeli e demoni». La prima telefonata è con un donna, attivista di un'associazione Lgbt di Palermo. Il «modello Bibbiano», evidentemente, ha già travalicato i confini della Bassa. E l'interlocutrice chiede lumi alla Anghinolfi, dominus del sistema.
Possiamo avere anche noi un bambino? L'assistente sociale rassicura la donna. Già. Ma, nella telefonata, emerge un dubbio. Le coppie omosessuali, per legge, possono ottenere affidi. E poi, come si fa? A questo punto, la dirigente avrebbe chiarito la dinamica: se i genitori continuano a essere ritenuti inadeguati dai servizi sociali, i figli possono rimanere per sempre con la coppia affidataria. Una proroga dopo l'altra. Insomma: un'adozione di fatto. La risposta conforta la donna siciliana. Che ricorda ad Anghinolfi che il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, è da sempre favorevole ad ampliare i diritti omosex. Terreno fertile, quindi.
Ma il caso non è isolato. Anche da Avellino arriva identica richiesta alla dirigente della Val d'Enza. E pure stavolta, confermano gli investigatori reggiani alla Verità, sarebbero state fornite ampie rassicurazioni. Enunciando lo stesso iter: affidamenti che, di volta in volta, si dilatano. Fino ad assicurare una sorta di adozione. Grazie, ovviamente, alle relazioni dei servizi sociali sui minori interessati. Che, come dimostra l'inchiesta di Bibbiano, erano vergate anche nell'interesse di coppie Lgbt.
Il canovaccio di «Angeli e demoni» s'arricchisce ogni giorno. E anche dall'ordinanza di custodia cautelare emergono nuovi e sbalorditivi particolari. Come gli affidi fantasma. Sempre, è l'ipotesi investigativa, nel nome di Anghinolfi. E con risvolti che sarebbero furfanteschi. Una cuoca al servizio dei servizi sociali della Val d'Enza, retribuita con i contributi concessi ai genitori affidatari. Peccato che, però, quei bambini la donna non li abbia mai visti. Eppure nel fascicolo sequestrato dagli inquirenti tutto sembra in regola. Oggetto: «Dichiarazione disponibilità all'affidamento familiare». La firma, appunto, è della Anghinolfi. Il documento spiega che la signora M.I. «ha effettuato nel corso dell'anno 2018 il percorso previsto per l'accoglienza di un bambino in affidamento familiare». Iter concluso a maggio 2018. Con la disponibilità «all'affido sostegno». A cui segue un rimborso.
A questo punto, gli investigatori convocano la cuoca. Candidamente ammette: la pratica è falsa. Anghinolfi, riferisce la signora, «circa un anno e mezzo fa mi propose di fare la cuoca all'App di Montecchio Emilia». Ossia, una struttura dei servizi sociali per ragazzi con difficoltà d'apprendimento. Il lavoro è per tre giorni alla settimana. Compenso: 360 euro mensili. «Federica mi disse che era necessario formalizzare la mia attività attraverso un documento» aggiunge. «Mi fu quindi consegnato un foglio, dove indicava che mi dava in “affido sostegno" tale T.A.».
Una concessione farlocca, secondo i magistrati. Che va avanti per tutto il 2018. Com'era già accaduto nel 2017: «Una ragazza di cui non ricordo neanche il nome» ammette la cuoca. Perché quei due ragazzini non sono mai entrati in casa sua. Anghinolfi però sarebbe andata oltre. Le avrebbe chiesto di far da tramite per il pagamento delle spese di psicoterapia del ragazzo. Da girare poi a Hansel e Gretel, il centro studi guidato da Claudio Foti.
Il 9 gennaio 2019 viene sentita anche la madre del minore. Che conferma l'arcano: «Mio figlio è rimasto sempre in affido solo ed esclusivamente a me, con la supervisione dei servizi sociali». Le mostrano quindi il fascicolo. Il bambino, come risulta dai documenti, è stato dato a un altra donna: la cuoca. «Sono sbalordita» ammette. «Ne ero completamente all'oscuro. Non conosco questa signora. E di certo mio figlio non è in affido».
Insomma: quel documento sarebbe palesemente falso. E diventa, sostiene la Procura di Reggio Emilia, la «pezza d'appoggio» per far ottenere alla cuoca una sorta di retribuzione alla sua attività in cucina nella struttura La Cura. Quella finita al centro dell'indagine. Invece non avrebbe nessun contratto. Né da dipendente. E neppure da collaboratrice: «In assenza di assunzione formale, come dipendente o collaboratrice, viene inserita la relativa voce di spesa nel bilancio dell'Unione dei comuni della Val d'Enza». Come «rimborso spese affido».
Così, la già fitta trama di «Angeli e demoni» si arricchisce di nuovi capitoli. Gli affidi fantasma, serviti a remunerare una placida cuoca. E perfino adozioni di fatto per le coppie Lgbt, a suon di proroghe. Uno scandalo che sembra non avere più fine.
Antonio Rossitto
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Il vescovo di Reggio Emilia affronta il caso su Radio Vaticana: «C'è un'ideologia che vuole punire la famiglia».Nelle carte di «Angeli e demoni» spuntano minori assegnati fittiziamente al fine di incassare i relativi fondi Intercettata, Federica Anghinolfi garantiva inoltre che gli allontanamenti diventassero adozioni di fatto a coppie gay.Lo speciale contiene due articoliHanno parlato psicologi e avvocati, si sono fatti sentire pure alcuni cantanti. Eppure, ancora non si sono sentite voci autorevoli provenire dalla Chiesa cattolica. Da sacerdoti e vescovi - così attivi e impegnati nella difesa dei migranti e nella denuncia della disumanità dell'attuale governo - è giunto appena qualche flebile sussurro. Certo, l'inchiesta «Angeli e demoni» non è ancora conclusa, ma per capire che qualcosa non vada nel sistema di gestione dei minori non c'è bisogno dei reati e delle condanne. È evidente che esistono problemi più profondi che non riguardano solo le aule di giustizia: sono mali che ghermiscono le radici della nostra cultura. Ed è su questi argomenti che, da parte della Chiesa, ci si aspetterebbero parole forti, capaci di indicare una via. Nelle ultime settimane non possiamo dire di averle udite. Con una sola, radiosa, eccezione. Quella rappresentata dal vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca. In una intervista alla Radio Vaticana, il monsignore è tornato a parlare della Val d'Enza e degli affidi illeciti, e ha pronunciato frasi da cui è difficile sfuggire. «Attraverso i giornali», ha detto, «ho la percezione di un problema serio, che ha al suo cuore i bambini. E quando si tratta di bambini, si tratta evidentemente della realtà più significativa, più preziosa ed importante, oserei dire quasi divina, che abbiamo nella nostra realtà sociali e a cui deve essere prestata una attenzione somma. E mi sembra che in taluni casi, per quello che posso capire dai giornali, questa attenzione somma non solo non ci sia stata, ma ci sia stata anche e addirittura una prevaricazione ideologica». Questo è esattamente il punto cruciale su cui ci si deve misurare. L'aspetto più spaventoso della vicenda bibbianese, infatti, non riguarda soltanto le accuse mosse ai vari Claudio Foti, Federica Anghinolfi eccetera. Il dramma sta nel sistema che costoro hanno contribuito a creare e a portare avanti, sta appunto nell'ideologia che certi psicologi e assistenti sociali professano.Dice Camisasca che «tutti dobbiamo farci carico di questa situazione grave, una situazione provocata dalle ideologie anti-familistiche che sono il retroterra di tutto ciò che è avvenuto. Sappiamo tutti», prosegue il monsignore, «che la realtà delle famiglie è una realtà fragile ma si è voluto ulteriormente infragilirla, creando le famiglie accanto alla famiglia, e quindi togliendo alla famiglia il sostegno che essa deve avere come realtà umana, e quindi come realtà che può essere percorsa da un'infinità di fragilità ed errori». Secondo il vescovo reggiano «esistono delle famiglie “bacate", ma anche - grazie a Dio - un numero enorme di famiglie preziose, in cui i bambini vengono alla luce - perché c'è anche un gravissimo problema demografico - e poi sono accolti, anche se sono affetti dalla sindrome di Down o se si trovano in difficoltà, e poi vengono educati e rappresentano una benedizione. In queste famiglie la crescita dei figli è segnata da problemi, difficoltà e delusioni però è una crescita in avanti. Tutto questo, laddove viene messo in discussione, naturalmente, indebolisce il rapporto genitori-figli».Le ideologie anti-familistiche le abbiamo viste all'opera nella Val d'Enza, dove hanno agito «professionisti» che ancora parlano di «patriarcato» da combattere, di maschilità tossica da eliminare. Persone per cui la famiglia tradizionale è un'istituzione che forse non va eliminata, ma di sicuro va corretta, modificata, anche a costo di commettere forzature. Dopo settimane, finalmente, si sta discutendo di illeciti e di presunti reati. Benissimo: ma si deve affrontare con decisione e in profondità anche il retroterra ideologico che ha prodotto tali storture. Perché mentre ci si scorna su Bibbiano, l'ideologia anti famiglia è tornata a dar prova della sua forza proprio in Emilia Romagna attraverso la legge sull'omotransfobia. Con la scusa dei «diritti» dei bambini sono state distrutte intere famiglie; con la scusa dei «diritti» delle persone Lgbt viene imposta la mordacchia a ogni pensiero difforme e scorretto. Di fronte a tutto ciò non si può tacere. E che non si possa star zitti quando si osservano casi come quelli di Bibbiano. Camisasca ha detto anche questo. L'intervistatore di Radio Vaticana gli ha chiesto che cosa pensasse della indignazione popolare sollevata dalla vicenda emiliana. E lui ha risposto: «È molto comprensibile, perché, laddove si toccano i bambini si tocca il bene più prezioso che abbiamo. E quindi la gente è preoccupata, perché non ha punti di riferimento, non sa dove attingere per capire cosa è successo e cosa sta dietro a ciò che è successo. Naturalmente la gente non deve essere strumentalizzata, e questa paura non deve diventare una ragione per sobillare anche una rivolta politica». Non bisogna strumentalizzare, certo. Ma provare orrore e perfino rabbia è sacrosanto. E chi blatera di «campagne di odio» montate ad arte contro il Pd da parte dell'estrema destra sta semplicemente cercando di coprire un pozzo profondissimo con un tappeto. Ieri Repubblica, in prima pagina, spiegava che il caso di Bibbiano fa parte di una «strategia della distrazione» ideata dal governo. Finora, tuttavia, gli unici a voler «distrarre» la popolazione sono stati proprio politici e giornali i orientamento progressista. Hanno prima cercato di silenziare tutto, ora provano a confondere le acque, a far passare l'idea che sulla Val d'Enza esistano visioni differenti, quasi che si trattasse di un dibattito accademico. Non è così: in gioco, oltre al benessere dei bimbi, c'è molto di più. È anche in Emilia che si decide che tipo di civiltà vogliamo essere, quali siano i nostri valori fondanti. Ciò di cui dobbiamo preoccuparci, sostiene Camisasca, sono «i trend culturali e i trend ideologici, che naturalmente attraversano anche i partiti, ma che determinano direttamente questa visione sbagliata della famiglia, dei rapporti fra genitori e figli e della necessità di “punire" la famiglia quando invece andrebbe sostenuta, aiutata e appoggiata». La tendenza culturale dominante va contro la famiglia, tenta di sgretolarla colpendo sia i genitori che i figli. E se si resta in silenzio questa tendenza di certo non la combatte. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/camisasca-rompe-il-silenzio-della-chiesa-2639375781.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="affidi-fantasma-per-far-girare-soldi-e-bambini-promessi-ai-gruppi-lgbt" data-post-id="2639375781" data-published-at="1778614058" data-use-pagination="False"> Affidi fantasma per far girare soldi e bambini promessi ai gruppi Lgbt Affidi sine die. Senza scadenza. Che, una proroga dopo l'altra, diventano adozioni. Federica Anghinolfi, attivista Lgbt e dirigente (...) dei servizi sociali della Val d'Enza, al telefono prometteva questo ai suoi interlocutori: coppie omosessuali interessate ad accogliere bambini. Due intercettazioni, rimaste finora inedite, rivelano l'attivismo della protagonista di «Angeli e demoni». La prima telefonata è con un donna, attivista di un'associazione Lgbt di Palermo. Il «modello Bibbiano», evidentemente, ha già travalicato i confini della Bassa. E l'interlocutrice chiede lumi alla Anghinolfi, dominus del sistema. Possiamo avere anche noi un bambino? L'assistente sociale rassicura la donna. Già. Ma, nella telefonata, emerge un dubbio. Le coppie omosessuali, per legge, possono ottenere affidi. E poi, come si fa? A questo punto, la dirigente avrebbe chiarito la dinamica: se i genitori continuano a essere ritenuti inadeguati dai servizi sociali, i figli possono rimanere per sempre con la coppia affidataria. Una proroga dopo l'altra. Insomma: un'adozione di fatto. La risposta conforta la donna siciliana. Che ricorda ad Anghinolfi che il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, è da sempre favorevole ad ampliare i diritti omosex. Terreno fertile, quindi. Ma il caso non è isolato. Anche da Avellino arriva identica richiesta alla dirigente della Val d'Enza. E pure stavolta, confermano gli investigatori reggiani alla Verità, sarebbero state fornite ampie rassicurazioni. Enunciando lo stesso iter: affidamenti che, di volta in volta, si dilatano. Fino ad assicurare una sorta di adozione. Grazie, ovviamente, alle relazioni dei servizi sociali sui minori interessati. Che, come dimostra l'inchiesta di Bibbiano, erano vergate anche nell'interesse di coppie Lgbt. Il canovaccio di «Angeli e demoni» s'arricchisce ogni giorno. E anche dall'ordinanza di custodia cautelare emergono nuovi e sbalorditivi particolari. Come gli affidi fantasma. Sempre, è l'ipotesi investigativa, nel nome di Anghinolfi. E con risvolti che sarebbero furfanteschi. Una cuoca al servizio dei servizi sociali della Val d'Enza, retribuita con i contributi concessi ai genitori affidatari. Peccato che, però, quei bambini la donna non li abbia mai visti. Eppure nel fascicolo sequestrato dagli inquirenti tutto sembra in regola. Oggetto: «Dichiarazione disponibilità all'affidamento familiare». La firma, appunto, è della Anghinolfi. Il documento spiega che la signora M.I. «ha effettuato nel corso dell'anno 2018 il percorso previsto per l'accoglienza di un bambino in affidamento familiare». Iter concluso a maggio 2018. Con la disponibilità «all'affido sostegno». A cui segue un rimborso. A questo punto, gli investigatori convocano la cuoca. Candidamente ammette: la pratica è falsa. Anghinolfi, riferisce la signora, «circa un anno e mezzo fa mi propose di fare la cuoca all'App di Montecchio Emilia». Ossia, una struttura dei servizi sociali per ragazzi con difficoltà d'apprendimento. Il lavoro è per tre giorni alla settimana. Compenso: 360 euro mensili. «Federica mi disse che era necessario formalizzare la mia attività attraverso un documento» aggiunge. «Mi fu quindi consegnato un foglio, dove indicava che mi dava in “affido sostegno" tale T.A.». Una concessione farlocca, secondo i magistrati. Che va avanti per tutto il 2018. Com'era già accaduto nel 2017: «Una ragazza di cui non ricordo neanche il nome» ammette la cuoca. Perché quei due ragazzini non sono mai entrati in casa sua. Anghinolfi però sarebbe andata oltre. Le avrebbe chiesto di far da tramite per il pagamento delle spese di psicoterapia del ragazzo. Da girare poi a Hansel e Gretel, il centro studi guidato da Claudio Foti. Il 9 gennaio 2019 viene sentita anche la madre del minore. Che conferma l'arcano: «Mio figlio è rimasto sempre in affido solo ed esclusivamente a me, con la supervisione dei servizi sociali». Le mostrano quindi il fascicolo. Il bambino, come risulta dai documenti, è stato dato a un altra donna: la cuoca. «Sono sbalordita» ammette. «Ne ero completamente all'oscuro. Non conosco questa signora. E di certo mio figlio non è in affido». Insomma: quel documento sarebbe palesemente falso. E diventa, sostiene la Procura di Reggio Emilia, la «pezza d'appoggio» per far ottenere alla cuoca una sorta di retribuzione alla sua attività in cucina nella struttura La Cura. Quella finita al centro dell'indagine. Invece non avrebbe nessun contratto. Né da dipendente. E neppure da collaboratrice: «In assenza di assunzione formale, come dipendente o collaboratrice, viene inserita la relativa voce di spesa nel bilancio dell'Unione dei comuni della Val d'Enza». Come «rimborso spese affido». Così, la già fitta trama di «Angeli e demoni» si arricchisce di nuovi capitoli. Gli affidi fantasma, serviti a remunerare una placida cuoca. E perfino adozioni di fatto per le coppie Lgbt, a suon di proroghe. Uno scandalo che sembra non avere più fine. Antonio Rossitto
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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