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2023-01-26
Avviso a Consob: «Il calcio non deve andare in Borsa»
Giuseppe Vegas (Ansa)
Nel pieno della bufera sulla Juventus, già penalizzata di 15 punti nella classifica di Serie A per l’inchiesta sulle plusvalenze, l’ex presidente della Consob Giuseppe Vegas prende di mira le società di calcio quotate in Borsa. «Calcio e Borsa sono inconciliabili» sostiene, e anche se «non entro nel merito delle vicende di cui si occuperanno le autorità» nell’eventualità di una quotazione alle società «si richiedono trasparenza e solidità patrimoniale che sono strutturalmente non alla portata dei club», dice il professore di Economia a Milano Finanza.
Le parole arrivano in giorni tormentati per il mondo del calcio. Ma sono anche le stesse che aveva espresso nel 2009 Lamberto Cardia, all’epoca presidente dell’Autorità garante del mercato azionario. «Ritengo che la quotazione delle società calcistiche sia stata e resti un errore». E così, a distanza di 14 anni, mentre la Juventus, quotata ormai dal 2001, deve fare fronte a filoni di inchieste che variano dal bilancio fino ai ritardi negli stipendi, lo scorso mese la Roma Calcio ha completato il delisting dopo lo sbarco a piazza Affari nel 2000. Anche i bianconeri e la Lazio dovrebbero seguire l’esempio dei giallorossi?
Secondo Vegas, in passato, «vi fu una spinta forte per portare i club in Borsa, assecondata da alcuni proprietari alla ricerca di risorse fresche. Si pensava di risolvere, così, un problema sportivo ed economico. Si immaginava di riuscire a portare trasparenza nel mondo del calcio, imbrigliando i club nelle forme e nelle procedure delle società per azioni e della quotazione in borsa».
Invece, sostiene l’ex presidente Consob, «è successo l’opposto: tanta più trasparenza si richiede a chi non è strutturalmente in grado di fornirla, tanto più cresce il rischio di comportamenti non commendevoli». Non nuovo ad attacchi di questo tipo, si pensi a quello verso il governo nel 2020 («Usare il Recovery fund per progetti concreti e non buttare via i quattrini», disse), Vegas rivolge ora la sua attenzione sul mondo del calcio. «Sebbene sia corretto riportare all’attenzione su come l’andamento di titoli sportivi difficilmente si presti alle normali logiche di investimento, pensiamo a come a volte un’azione possa essere venduta dopo la vittoria di un titolo sportivo, oppure a come le valutazioni risultino essere altamente opinabili e soprattutto volatili, il negare l’accesso alla Borsa rischia di creare un precedente, ma soprattutto confusione» puntualizza alla Verità Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Quali sarebbero le basi per definire quali business sarebbero giusti e quali sarebbero vietati? In generale, gli investitori dovrebbero essere maggiormente consapevoli del fatto che le azioni delle società calcistiche possono essere più rischiose rispetto a quelle di altri settori, ma anche molti titoli del Nasdaq possiedono tali etichette».
Era il 1996 quando l’allora vicepresidente del Consiglio con delega allo Sport, Walter Veltroni, varò il decreto legge numero 485, sostenuto dall’ambiente calcistico, sulla possibilità anche per le società di calcio di avere fini di lucro. In precedenza, invece, c’era l’obbligo di reinvestire gli utili nell’attività sportiva.
In questi 27 anni, la quotazione in Borsa delle squadre di calcio ha, di fondo, coltivato il sogno che i tifosi potessero essere azionisti della propria squadra del cuore. Sembrano lontani i tempi di quando Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio e della Cirio, sosteneva che «acquisire azioni delle società di calcio può senza dubbio essere un affare». Eppure, dice adesso Vegas, «i tifosi investono e valutano le società non sulla base dei fondamentali economici ma per spirito di squadra, quindi secondo parametri emotivi. È un problema perché la capitalizzazione del club non cambia al variare del valore degli asset del club e dei suoi risultati economici, come accade nelle normali quotate. Chi si muove, e talvolta con logiche speculative, è invece l’azionista di maggioranza».
Secondo Debach, però, solo in parte il ragionamento è corretto. «Certamente i tifosi rischiano di giudicare in maniere errata le basi di una squadra; tuttavia, anche le meme stock hanno generato lo stesso percorso». Quindi, conclude il market analyst di eToro, «la soluzione, più che vietare le quotazioni, sarebbe una maggiore educazione finanziaria degli investitori, i quali tendono ancora eccessivamente a valutare l’investimento basandosi sul maggior rendimento rispetto a una ponderazione sul rischio. Osservando l’evoluzione delle principali squadre di calcio europee quotate in Borsa, non è certamente delle migliori, soprattutto per le italiane, con la Lazio in calo di oltre il 99% e la Juventus del 6,7% nonostante gli 11, 12 con quello revocato, campionati vinti dal 2001».
Tim, da Cassazione assist a Vivendi
La Consob di Paolo Savona va a sbattere contro la Cassazione sul caso Vivendi-Telecom. E la questione rischia di avere ricadute sul futuro della rete unica a poche ore dal tavolo di governo che si terrà oggi e a una settimana dalle dimissioni, dal consiglio di amministrazione di Tim, dell’amministratore delegato di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine. Del resto, come stabilito dalla sentenza, non avendo il controllo della società di telecomunicazioni, l’azionista francese non ha obblighi sul fronte del consolidamento del debito di quasi 30 miliardi di euro.
De Puyfontaine aveva deciso di farsi da parte «per tenersi le mani libere» ma, come spiegò il ministro per lo Sviluppo economico, Adolfo Urso, le dimissioni dell’azionista dal board non avrebbero di certo «semplificato la trattativa di Cassa depositi e prestiti sulla rete». Ora è arrivata anche la sentenza della Cassazione a ingarbugliare le cose. Con un’ordinanza che risale all’11 ottobre, ha dichiarato «inammissibile» il ricorso della Consob e confermato che Vivendi non ha «il controllo di fatto» su Tim. L’autorità garante del mercato si è vista, così, bocciare il ricorso contro la decisione del Consiglio di Stato che aveva annullato, su ricorso di Tim e Vivendi, sia la deliberazione della Commissione che qualificava il rapporto partecipativo di Vivendi in Telecom Italia in termini di controllo di fatto, sia la decisione del Tar a favore della Consob.
La questione è annosa. Risale all’epoca dell’ingresso dei francesi nella compagnia telefonica, nel giugno del 2015, con una partecipazione iniziale del 6,66%, poi salita fino all’attuale 23,95% circa del capitale. Secondo la Consob, questa quota era sufficiente a determinare il controllo societario di fatto, avallando, dunque, la possibilità in capo a Vivendi della nomina della maggioranza dei consiglieri di amministrazione di Tim il 13 settembre del 2017. Nell’agosto del 2017, la società francese aveva ribadito in una nota, su richiesta dell’autorità, come «la partecipazione detenuta in Telecom Italia» non fosse «sufficiente a determinare alcuno stabile esercizio di una influenza dominante sulle assemblee dei soci di Telecom Italia».
E aveva aggiunto come «a tal proposito, da tutti i dati empirici – ivi inclusa la presenza alle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia a decorrere dal 22 giugno 2015 fino al 4 maggio 2017, la partecipazione detenuta dai presenti e l’esito delle deliberazioni assunte – emerge univocamente che Vivendi non detiene una posizione di controllo nelle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia». Sempre quell’anno, Tim aveva deciso di impugnare la decisione della Consob di fronte al Tar che aveva legittimato l’accertamento dell’autorità.
A questo punto era stato il Consiglio di Stato (il 14 dicembre 2020) a ribaltare la questione, annullando la delibera di Consob. Ora è arrivata la conferma da parte della Cassazione dopo il ricorso della nostra autorità garante. «Dal momento in cui abbiamo insediato il tavolo» sulla rete nazionale, che «riprende domani (oggi, ndr), «il titolo di Tim in Borsa è cresciuto del 27-28%. Nei mesi precedenti, aveva perso quasi la metà del proprio valore», ricordava ieri il ministro Urso durante la sua prima missione a Bruxelles.
«Il che vuol dire», ha aggiunto, «che la Borsa crede nell’azione che il governo ha messo in piedi per realizzare la rete nazionale a controllo pubblico per innervare l’intero Paese e diventare un vantaggio competitivo come noi crediamo che debba essere. Stiamo facendo un percorso comune con tutti gli attori che partecipano: quelli istituzionali, i ministeri ma anche gli attori privati e pubblici e, credo, che qualche risultato lo si abbia già avuto», ha aggiunto Urso.
Sempre secondo il ministro, «il punto fermo è una rete nazionale a controllo pubblico e, quindi, a guida di Cassa depositi e prestiti. Questo non esclude che anche altri attori possano partecipare nel realizzare questo progetto».
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L’ex presidente Giuseppe Vegas: «Le società non hanno solidità e trasparenza». Debach (eToro): «Educhiamo gli investitori».La Corte ha bocciato il ricorso della Commissione e conferma che i francesi non hanno «il controllo di fatto» sull’ex Telecom. Così non sono costretti a consolidare il debito.Lo speciale contiene due articoli. Nel pieno della bufera sulla Juventus, già penalizzata di 15 punti nella classifica di Serie A per l’inchiesta sulle plusvalenze, l’ex presidente della Consob Giuseppe Vegas prende di mira le società di calcio quotate in Borsa. «Calcio e Borsa sono inconciliabili» sostiene, e anche se «non entro nel merito delle vicende di cui si occuperanno le autorità» nell’eventualità di una quotazione alle società «si richiedono trasparenza e solidità patrimoniale che sono strutturalmente non alla portata dei club», dice il professore di Economia a Milano Finanza.Le parole arrivano in giorni tormentati per il mondo del calcio. Ma sono anche le stesse che aveva espresso nel 2009 Lamberto Cardia, all’epoca presidente dell’Autorità garante del mercato azionario. «Ritengo che la quotazione delle società calcistiche sia stata e resti un errore». E così, a distanza di 14 anni, mentre la Juventus, quotata ormai dal 2001, deve fare fronte a filoni di inchieste che variano dal bilancio fino ai ritardi negli stipendi, lo scorso mese la Roma Calcio ha completato il delisting dopo lo sbarco a piazza Affari nel 2000. Anche i bianconeri e la Lazio dovrebbero seguire l’esempio dei giallorossi? Secondo Vegas, in passato, «vi fu una spinta forte per portare i club in Borsa, assecondata da alcuni proprietari alla ricerca di risorse fresche. Si pensava di risolvere, così, un problema sportivo ed economico. Si immaginava di riuscire a portare trasparenza nel mondo del calcio, imbrigliando i club nelle forme e nelle procedure delle società per azioni e della quotazione in borsa».Invece, sostiene l’ex presidente Consob, «è successo l’opposto: tanta più trasparenza si richiede a chi non è strutturalmente in grado di fornirla, tanto più cresce il rischio di comportamenti non commendevoli». Non nuovo ad attacchi di questo tipo, si pensi a quello verso il governo nel 2020 («Usare il Recovery fund per progetti concreti e non buttare via i quattrini», disse), Vegas rivolge ora la sua attenzione sul mondo del calcio. «Sebbene sia corretto riportare all’attenzione su come l’andamento di titoli sportivi difficilmente si presti alle normali logiche di investimento, pensiamo a come a volte un’azione possa essere venduta dopo la vittoria di un titolo sportivo, oppure a come le valutazioni risultino essere altamente opinabili e soprattutto volatili, il negare l’accesso alla Borsa rischia di creare un precedente, ma soprattutto confusione» puntualizza alla Verità Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Quali sarebbero le basi per definire quali business sarebbero giusti e quali sarebbero vietati? In generale, gli investitori dovrebbero essere maggiormente consapevoli del fatto che le azioni delle società calcistiche possono essere più rischiose rispetto a quelle di altri settori, ma anche molti titoli del Nasdaq possiedono tali etichette».Era il 1996 quando l’allora vicepresidente del Consiglio con delega allo Sport, Walter Veltroni, varò il decreto legge numero 485, sostenuto dall’ambiente calcistico, sulla possibilità anche per le società di calcio di avere fini di lucro. In precedenza, invece, c’era l’obbligo di reinvestire gli utili nell’attività sportiva. In questi 27 anni, la quotazione in Borsa delle squadre di calcio ha, di fondo, coltivato il sogno che i tifosi potessero essere azionisti della propria squadra del cuore. Sembrano lontani i tempi di quando Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio e della Cirio, sosteneva che «acquisire azioni delle società di calcio può senza dubbio essere un affare». Eppure, dice adesso Vegas, «i tifosi investono e valutano le società non sulla base dei fondamentali economici ma per spirito di squadra, quindi secondo parametri emotivi. È un problema perché la capitalizzazione del club non cambia al variare del valore degli asset del club e dei suoi risultati economici, come accade nelle normali quotate. Chi si muove, e talvolta con logiche speculative, è invece l’azionista di maggioranza».Secondo Debach, però, solo in parte il ragionamento è corretto. «Certamente i tifosi rischiano di giudicare in maniere errata le basi di una squadra; tuttavia, anche le meme stock hanno generato lo stesso percorso». Quindi, conclude il market analyst di eToro, «la soluzione, più che vietare le quotazioni, sarebbe una maggiore educazione finanziaria degli investitori, i quali tendono ancora eccessivamente a valutare l’investimento basandosi sul maggior rendimento rispetto a una ponderazione sul rischio. Osservando l’evoluzione delle principali squadre di calcio europee quotate in Borsa, non è certamente delle migliori, soprattutto per le italiane, con la Lazio in calo di oltre il 99% e la Juventus del 6,7% nonostante gli 11, 12 con quello revocato, campionati vinti dal 2001».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/calcio-borsa-consob-2659310422.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tim-da-cassazione-assist-a-vivendi" data-post-id="2659310422" data-published-at="1674680999" data-use-pagination="False"> Tim, da Cassazione assist a Vivendi La Consob di Paolo Savona va a sbattere contro la Cassazione sul caso Vivendi-Telecom. E la questione rischia di avere ricadute sul futuro della rete unica a poche ore dal tavolo di governo che si terrà oggi e a una settimana dalle dimissioni, dal consiglio di amministrazione di Tim, dell’amministratore delegato di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine. Del resto, come stabilito dalla sentenza, non avendo il controllo della società di telecomunicazioni, l’azionista francese non ha obblighi sul fronte del consolidamento del debito di quasi 30 miliardi di euro. De Puyfontaine aveva deciso di farsi da parte «per tenersi le mani libere» ma, come spiegò il ministro per lo Sviluppo economico, Adolfo Urso, le dimissioni dell’azionista dal board non avrebbero di certo «semplificato la trattativa di Cassa depositi e prestiti sulla rete». Ora è arrivata anche la sentenza della Cassazione a ingarbugliare le cose. Con un’ordinanza che risale all’11 ottobre, ha dichiarato «inammissibile» il ricorso della Consob e confermato che Vivendi non ha «il controllo di fatto» su Tim. L’autorità garante del mercato si è vista, così, bocciare il ricorso contro la decisione del Consiglio di Stato che aveva annullato, su ricorso di Tim e Vivendi, sia la deliberazione della Commissione che qualificava il rapporto partecipativo di Vivendi in Telecom Italia in termini di controllo di fatto, sia la decisione del Tar a favore della Consob. La questione è annosa. Risale all’epoca dell’ingresso dei francesi nella compagnia telefonica, nel giugno del 2015, con una partecipazione iniziale del 6,66%, poi salita fino all’attuale 23,95% circa del capitale. Secondo la Consob, questa quota era sufficiente a determinare il controllo societario di fatto, avallando, dunque, la possibilità in capo a Vivendi della nomina della maggioranza dei consiglieri di amministrazione di Tim il 13 settembre del 2017. Nell’agosto del 2017, la società francese aveva ribadito in una nota, su richiesta dell’autorità, come «la partecipazione detenuta in Telecom Italia» non fosse «sufficiente a determinare alcuno stabile esercizio di una influenza dominante sulle assemblee dei soci di Telecom Italia». E aveva aggiunto come «a tal proposito, da tutti i dati empirici – ivi inclusa la presenza alle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia a decorrere dal 22 giugno 2015 fino al 4 maggio 2017, la partecipazione detenuta dai presenti e l’esito delle deliberazioni assunte – emerge univocamente che Vivendi non detiene una posizione di controllo nelle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia». Sempre quell’anno, Tim aveva deciso di impugnare la decisione della Consob di fronte al Tar che aveva legittimato l’accertamento dell’autorità. A questo punto era stato il Consiglio di Stato (il 14 dicembre 2020) a ribaltare la questione, annullando la delibera di Consob. Ora è arrivata la conferma da parte della Cassazione dopo il ricorso della nostra autorità garante. «Dal momento in cui abbiamo insediato il tavolo» sulla rete nazionale, che «riprende domani (oggi, ndr), «il titolo di Tim in Borsa è cresciuto del 27-28%. Nei mesi precedenti, aveva perso quasi la metà del proprio valore», ricordava ieri il ministro Urso durante la sua prima missione a Bruxelles. «Il che vuol dire», ha aggiunto, «che la Borsa crede nell’azione che il governo ha messo in piedi per realizzare la rete nazionale a controllo pubblico per innervare l’intero Paese e diventare un vantaggio competitivo come noi crediamo che debba essere. Stiamo facendo un percorso comune con tutti gli attori che partecipano: quelli istituzionali, i ministeri ma anche gli attori privati e pubblici e, credo, che qualche risultato lo si abbia già avuto», ha aggiunto Urso. Sempre secondo il ministro, «il punto fermo è una rete nazionale a controllo pubblico e, quindi, a guida di Cassa depositi e prestiti. Questo non esclude che anche altri attori possano partecipare nel realizzare questo progetto».
La storica «società» di appassionati di Verdi che conserva la memoria del «Cigno di Busseto» nel racconto del suo presidente. I riti, i ritrovi, la promozione dell'opera nelle scuole e le visite nel «covo» verdiano dei più grandi musicisti del mondo.
Christine Lagarde (Ansa)
Carney ha insistito sulla convinzione che il mondo stia vivendo una «frattura» nell’ordine globale, sollecitando le potenze di media dimensione ad agire in modo coordinato per non essere marginalizzate nelle dinamiche di grande potenza. Trump non ha gradito quelle critiche e il ritiro dell’invito è la naturale conseguenza dei rapporti già deteriorati tra Washington e Ottawa a seguito delle tensioni commerciali e geopolitiche. Il presidente Usa aveva già condannato il Canada per non aver mostrato sufficiente riconoscenza verso il ruolo statunitense nel sostegno storico alla nazione, ma Carney aveva ribattuto che il Canada ha raggiunto i suoi successi indipendentemente dagli Stati Uniti.
Contrasti che hanno provocato la reazione del presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, la quale, preoccupata dagli attriti all’interno dell’Unione europea con alleati storici (come gli Usa), ha affermato di essere «a un punto in cui dobbiamo guardare al “piano B” o ai “piani B”, ma anche con questi non sono certa che dobbiamo parlare di rottura, piuttosto di alternativa. Nutro una grande fiducia e un grande affetto per il popolo americano e so che, alla fine, i valori profondamente radicati prevarranno».
«Dobbiamo identificare molto meglio del passato le debolezze e le dipendenze», come garantire «l’autonomia, ma ovviamente dal punto di vista economico delle politiche dipendiamo gli uni dagli altri», ha continuato Lagarde, «penso che tutte le direzioni debbano essere esplorate, cercando di distinguere i segnali dal rumore di fondo e credo che questa settimana ci sia stato molto rumore».
Il riferimento a Trump è palese, che aveva parlato di una crescita Usa che «sta esplodendo» con una stima per il quarto trimestre del 5,4%. «Si tratta di dati nominali», ha specificato la numero uno della Bce.
I dissidi tra Lagarde e Trump si erano visti già qualche giorno prima, quando la signora di Francoforte aveva abbandonato una cena in disaccordo con le parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, il quale si era lanciato in una serie di osservazioni sprezzanti e provocatorie nei confronti dell’Europa. Lagarde, in un’intervista alla Cnn, aveva criticato l’atteggiamento dell’amministrazione Trump che «crea incertezza per le imprese e un fardello per la crescita economica». Aggiungendo «la chiamata a svegliarsi per l’Europa, a emanciparsi dagli Usa e a proteggersi dalle ingerenze con le riforme». Parole che non sono piaciute a Lutnick il quale, vendicandosi, aveva definito l’Europa un’economia in declino di competitività. E la Lagarde se n’era andata.
A Davos si è parlato anche di Intelligenza artificiale. Il direttore, del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha tracciato uno scenario sconfortante: «In futuro il 60% dei lavori saranno trasformati o eliminati dall’Intelligenza artificiale». E ha paragonato l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro a uno «tsunami» che metterà «l’innovazione sotto steroidi» e comporterà il rischio di «un ulteriore allargamento delle disparità». Lagarde ha aggiunto che «dobbiamo prestare molta attenzione alla distribuzione della ricchezza e alle disuguaglianze, che stanno diventando sempre più profonde e ampie. Se non ce ne occupiamo seriamente, ci avviamo verso problemi molto gravi». Per Lagarde «l’Intelligenza artificiale prospererà ma se non collaboriamo e definiamo le nuove regole del gioco, ci saranno meno capitale e meno dati da condividere. Bisogna evitare di ripetere gli errori già osservati con i social media, dove l’uso incontrollato ha avuto impatti negativi sui giovani».
Il termometro di Davos segna febbre alta per quanto riguarda i rapporti fra Europa e Usa. Trump è stato il vero protagonista di questo Forum e, a causa delle sue sortite choc, si è preso tutta la scena. Anche il direttore del World trade organization, Ngozi Okonjo-Iweala, fa riferimento a lui dicendo che «il sistema del commercio globale è stato minato, ma si è mostrato forte davanti allo choc della politica di dazi dell’amministrazione Trump».
Lo slogan del Forum di quest’anno era «Spirito del dialogo». Come ha detto Elon Musk, «è meglio essere ottimisti e sbagliarsi che pessimisti e avere ragione».
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Il vertice ad Abu Dhabi (Ansa)
Alla riunione hanno partecipato, per la delegazione statunitense, anche il consigliere senior della Casa Bianca Josh Greenbaum, mentre per la parte russa erano presenti il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, rappresentante speciale per la cooperazione economica e gli investimenti internazionali.
Al termine dell’incontro, Ushakov ha definito il confronto «positivo sotto ogni profilo», precisando che il presidente russo ha ribadito alla delegazione americana come, in assenza di una soluzione sulla questione territoriale, non vi siano margini concreti per porre fine alla guerra contro l’Ucraina. Mosca, ha spiegato il consigliere del Cremlino, continua a dichiararsi favorevole a un esito politico e diplomatico del conflitto, ma fino a quando tale prospettiva non si materializzerà, la Russia proseguirà nel perseguimento degli obiettivi militari sul campo. Secondo Ushakov, Putin ha inoltre riaffermato «l’impossibilità di raggiungere un accordo che non si basi sulla cosiddetta «formula di Anchorage», emersa durante il vertice Putin-Trump dell’agosto 2025. In vista di quell’incontro, il Cremlino aveva chiesto a Kiev il ritiro delle proprie forze dalle aree degli oblast di Donetsk e Luhansk non interamente sotto controllo russo. Concetto ribadito da Dmitry Peskov: «Per porre fine al conflitto, le forze armate ucraine dovrebbero ritirarsi dal Donbass». La dichiarazione del portavoce del Cremlino è stata riportata dai media russi.
Il tema del controllo territoriale nell’Ucraina orientale resta oggi il principale nodo negoziale. Proprio su questo fronte, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’inizio ufficiale dei negoziati formali ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. A confermarlo è stato Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e capo della diplomazia emiratina, secondo cui i colloqui sono iniziati ieri e proseguiranno per due giorni, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere il dialogo e a individuare una soluzione politica alla crisi. L’annuncio è stato ripreso dai principali media internazionali. Ai colloqui partecipano delegazioni di alto livello.
Per gli Stati Uniti, oltre a Witkoff e Kushner, sono presenti anche il segretario dell’esercito Dan Driscoll e lo stesso Greenbaum. La delegazione ucraina include il ministro della Difesa Rustem Umerov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, il consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia e il capo di stato maggiore Andrii Hnatov. Per Mosca, accanto a Dmitriev, è presente anche l’ammiraglio Igor Kostyukov.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che il controllo del Donbass rappresenta il fulcro dei colloqui in corso. In un briefing online, Zelensky ha spiegato di aver consultato l’intero team negoziale prima dell’avvio delle discussioni formali, sottolineando che la delegazione dispone di piena autonomia nella scelta dei formati più adatti in un contesto definito senza precedenti. Poi il presidente ucraino ha scritto su Telegram che «è ancora prematuro trarre conclusioni sul contenuto dei negoziati di oggi negli Emirati Arabi. Vedremo come si svilupperanno i colloqui di domani e quali risultati produrranno».
Dal canto suo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando a bordo dell’Air Force One durante il rientro dal vertice di Davos, ha dichiarato: «Sarebbe bello mettere fine alla guerra che, comunque, non ci costa nulla. Ma non è per i soldi, è per i soldati che vengono uccisi». A chi gli ha chiesto quali concessioni dovesse fare Putin, Trump ha risposto: «A questo punto, farà delle concessioni. Tutti faranno delle concessioni per far sì che ci sia un accordo. L’Europa sarà coinvolta. Lo faccio più per l’Europa che per me: noi abbiamo un oceano che ci separa ma io ho la capacità di trovare intese, vedremo se riesco». Oggi (forse), ne sapremo di più.
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Friedrich Merz e Giorgia Meloni a Roma (Ansa)
Dopo il vertice, Meloni ha risposto a chi le domandava se potesse diventare il primo partner del cancelliere tedesco sostituendo Emmanuel Macron: «Al di là degli scherzi, non leggo mai la politica in questo modo. L’Italia in Europa rappresenta una nazione fondamentale, sta dimostrando sullo scacchiere internazionale e in Europa la sua stabilità, forza e concretezza. Con coraggio pone questioni per il futuro del continente anche quando porle può sembrare scomodo, e così stiamo guadagnando maggiore rispetto dagli interlocutori e cerco di fare la mia parte. Non mi interessa sostituire nessuno, ma che le grandi nazioni d’Europa riescano a dialogare». Poi ha precisato: «Noi non siamo in un’epoca storica in cui possiamo permetterci infantilismi nella lettura della politica estera. La fase è delicata, complessa, per certi versi grave, ha bisogno di risposte adeguate. Per farlo bisogna occuparsi di questioni serie e profonde, non di semplificazioni». Per la premier è giunto il momento che l’Europa «scelga se restare padrona del proprio destino o se subirlo».
In questo quadro Merz ha fatto sapere di aver invitato gli ex presidenti del Consiglio Mario Draghi ed Enrico Letta al vertice Ue del 12 febbraio sulla competitività. «Li abbiamo invitati per riflettere ulteriormente sulle loro proposte, che non devono rimanere negli armadi della Commissione europea. Abbiamo bisogno di una verifica sistematica di tutte le normative europee per vedere se si possono semplificare». Meloni poi è stata interrogata su Donald Trump, sulla sua affidabilità e sulla possibilità che possa rappresentare una minaccia per la sicurezza mondiale. «Non mi pare un modo serio per affrontare la politica internazionale. Trump è il presidente eletto degli Stati Uniti, gli stessi discorsi li ho sentiti su Biden e addirittura su di me quando mi sono dovuta assentare cinque giorni perché non stavo bene. Bisogna fare i conti con la democrazia», ha spiegato aggiungendo: «Spero che un giorno potremo dargli il Nobel per la pace», nel caso in cui dovesse trovare soluzioni durature per Ucraina e Gaza («per noi ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale, occorre andare incontro alle necessità non solo dell'Italia ma anche di altri Paesi europee»).
Merz sorridendo ha sottolineato: «Non avrei potuto rispondere meglio di quanto ha fatto Giorgia Meloni». Il cancelliere, rispondendo a una domanda sui controdazi, ha chiarito: «Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili. I Paesi di tutto il mondo sappiano che noi siamo pronti a difenderci. Dobbiamo essere uniti e reagire in tempo reale. Meloni e io siamo due premier fermamente convinti di fare tutto il possibile per l’Unione europea». Mentre Merz ha detto: «Non bisogna solo fare di più per difenderci, dobbiamo innanzitutto semplificare i nostri sistemi, sono troppi e paralleli. Noi costruiamo in maniera troppo complessa e abbiamo troppi sistemi che sono stati sviluppati parallelamente uno all’altro; di conseguenza abbiamo bisogno oggi più che mai di supporto reciproco». L’obiettivo deve essere una «industria della difesa efficace e efficiente, grazie a contributi comuni». E poi, rispondendo ad una domanda sui rapporti tra europei e Stati Uniti, ha detto: «Le minacce vengono dall’esterno della Nato e non dall’interno».
Italia e Germania nella dichiarazione congiunta di fine vertice «riconfermano l’importanza fondamentale di un forte legame transatlantico tra Europa e Stati Uniti, basato su valori comuni e interessi condivisi e si impegnano a rispettare il diritto internazionale, compresi i principi di integrità territoriale e sovranità», si legge nel documento siglato dalla premier italiana e dal cancelliere tedesco al vertice intergovernativo Italia-Germania. I due governi, inoltre, condividono «la responsabilità, in quanto Stati fondatori dell’Unione europea, di adoperarsi per promuovere l’integrazione europea, consentendo all’Ue di agire efficacemente per proteggere i valori e gli interessi europei». Oltre alle sette intese settoriali, sono stati firmati anche diversi accordi. Meloni e Merz hanno siglato una dichiarazione sull’Accordo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, difesa e resilienza e un Protocollo sul Piano d’azione per la cooperazione strategica bilaterale e dell’Ue. Il Piano sulla difesa mira a intensificare il coordinamento su sicurezza euro-atlantica, industria della difesa, gestione delle crisi, spazio, minacce ibride, cybersecurity e sostegno all’Ucraina. Il testo prevede, tra l’altro, un rafforzamento del dialogo «2+2» tra Esteri e Difesa, una maggiore integrazione industriale anche attraverso progetti comuni e acquisti congiunti e una cooperazione strutturata su domini emergenti come spazio, cyber e sistemi senza equipaggio. Il Protocollo è un documento quadro che fissa obiettivi e strumenti per coordinare le posizioni italiane e tedesche sui grandi dossier europei: competitività e politica industriale, semplificazione normativa, energia e clima, digitale e intelligenza artificiale, trasporti, agricoltura, migrazioni, partenariati con l’Africa e politica estera e di sicurezza comune. Il Piano, definito «documento vivo», sarà periodicamente aggiornato e monitorato attraverso vertici governativi regolari e consultazioni tra le amministrazioni competenti.
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