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2023-01-26
Avviso a Consob: «Il calcio non deve andare in Borsa»
Giuseppe Vegas (Ansa)
Nel pieno della bufera sulla Juventus, già penalizzata di 15 punti nella classifica di Serie A per l’inchiesta sulle plusvalenze, l’ex presidente della Consob Giuseppe Vegas prende di mira le società di calcio quotate in Borsa. «Calcio e Borsa sono inconciliabili» sostiene, e anche se «non entro nel merito delle vicende di cui si occuperanno le autorità» nell’eventualità di una quotazione alle società «si richiedono trasparenza e solidità patrimoniale che sono strutturalmente non alla portata dei club», dice il professore di Economia a Milano Finanza.
Le parole arrivano in giorni tormentati per il mondo del calcio. Ma sono anche le stesse che aveva espresso nel 2009 Lamberto Cardia, all’epoca presidente dell’Autorità garante del mercato azionario. «Ritengo che la quotazione delle società calcistiche sia stata e resti un errore». E così, a distanza di 14 anni, mentre la Juventus, quotata ormai dal 2001, deve fare fronte a filoni di inchieste che variano dal bilancio fino ai ritardi negli stipendi, lo scorso mese la Roma Calcio ha completato il delisting dopo lo sbarco a piazza Affari nel 2000. Anche i bianconeri e la Lazio dovrebbero seguire l’esempio dei giallorossi?
Secondo Vegas, in passato, «vi fu una spinta forte per portare i club in Borsa, assecondata da alcuni proprietari alla ricerca di risorse fresche. Si pensava di risolvere, così, un problema sportivo ed economico. Si immaginava di riuscire a portare trasparenza nel mondo del calcio, imbrigliando i club nelle forme e nelle procedure delle società per azioni e della quotazione in borsa».
Invece, sostiene l’ex presidente Consob, «è successo l’opposto: tanta più trasparenza si richiede a chi non è strutturalmente in grado di fornirla, tanto più cresce il rischio di comportamenti non commendevoli». Non nuovo ad attacchi di questo tipo, si pensi a quello verso il governo nel 2020 («Usare il Recovery fund per progetti concreti e non buttare via i quattrini», disse), Vegas rivolge ora la sua attenzione sul mondo del calcio. «Sebbene sia corretto riportare all’attenzione su come l’andamento di titoli sportivi difficilmente si presti alle normali logiche di investimento, pensiamo a come a volte un’azione possa essere venduta dopo la vittoria di un titolo sportivo, oppure a come le valutazioni risultino essere altamente opinabili e soprattutto volatili, il negare l’accesso alla Borsa rischia di creare un precedente, ma soprattutto confusione» puntualizza alla Verità Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Quali sarebbero le basi per definire quali business sarebbero giusti e quali sarebbero vietati? In generale, gli investitori dovrebbero essere maggiormente consapevoli del fatto che le azioni delle società calcistiche possono essere più rischiose rispetto a quelle di altri settori, ma anche molti titoli del Nasdaq possiedono tali etichette».
Era il 1996 quando l’allora vicepresidente del Consiglio con delega allo Sport, Walter Veltroni, varò il decreto legge numero 485, sostenuto dall’ambiente calcistico, sulla possibilità anche per le società di calcio di avere fini di lucro. In precedenza, invece, c’era l’obbligo di reinvestire gli utili nell’attività sportiva.
In questi 27 anni, la quotazione in Borsa delle squadre di calcio ha, di fondo, coltivato il sogno che i tifosi potessero essere azionisti della propria squadra del cuore. Sembrano lontani i tempi di quando Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio e della Cirio, sosteneva che «acquisire azioni delle società di calcio può senza dubbio essere un affare». Eppure, dice adesso Vegas, «i tifosi investono e valutano le società non sulla base dei fondamentali economici ma per spirito di squadra, quindi secondo parametri emotivi. È un problema perché la capitalizzazione del club non cambia al variare del valore degli asset del club e dei suoi risultati economici, come accade nelle normali quotate. Chi si muove, e talvolta con logiche speculative, è invece l’azionista di maggioranza».
Secondo Debach, però, solo in parte il ragionamento è corretto. «Certamente i tifosi rischiano di giudicare in maniere errata le basi di una squadra; tuttavia, anche le meme stock hanno generato lo stesso percorso». Quindi, conclude il market analyst di eToro, «la soluzione, più che vietare le quotazioni, sarebbe una maggiore educazione finanziaria degli investitori, i quali tendono ancora eccessivamente a valutare l’investimento basandosi sul maggior rendimento rispetto a una ponderazione sul rischio. Osservando l’evoluzione delle principali squadre di calcio europee quotate in Borsa, non è certamente delle migliori, soprattutto per le italiane, con la Lazio in calo di oltre il 99% e la Juventus del 6,7% nonostante gli 11, 12 con quello revocato, campionati vinti dal 2001».
Tim, da Cassazione assist a Vivendi
La Consob di Paolo Savona va a sbattere contro la Cassazione sul caso Vivendi-Telecom. E la questione rischia di avere ricadute sul futuro della rete unica a poche ore dal tavolo di governo che si terrà oggi e a una settimana dalle dimissioni, dal consiglio di amministrazione di Tim, dell’amministratore delegato di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine. Del resto, come stabilito dalla sentenza, non avendo il controllo della società di telecomunicazioni, l’azionista francese non ha obblighi sul fronte del consolidamento del debito di quasi 30 miliardi di euro.
De Puyfontaine aveva deciso di farsi da parte «per tenersi le mani libere» ma, come spiegò il ministro per lo Sviluppo economico, Adolfo Urso, le dimissioni dell’azionista dal board non avrebbero di certo «semplificato la trattativa di Cassa depositi e prestiti sulla rete». Ora è arrivata anche la sentenza della Cassazione a ingarbugliare le cose. Con un’ordinanza che risale all’11 ottobre, ha dichiarato «inammissibile» il ricorso della Consob e confermato che Vivendi non ha «il controllo di fatto» su Tim. L’autorità garante del mercato si è vista, così, bocciare il ricorso contro la decisione del Consiglio di Stato che aveva annullato, su ricorso di Tim e Vivendi, sia la deliberazione della Commissione che qualificava il rapporto partecipativo di Vivendi in Telecom Italia in termini di controllo di fatto, sia la decisione del Tar a favore della Consob.
La questione è annosa. Risale all’epoca dell’ingresso dei francesi nella compagnia telefonica, nel giugno del 2015, con una partecipazione iniziale del 6,66%, poi salita fino all’attuale 23,95% circa del capitale. Secondo la Consob, questa quota era sufficiente a determinare il controllo societario di fatto, avallando, dunque, la possibilità in capo a Vivendi della nomina della maggioranza dei consiglieri di amministrazione di Tim il 13 settembre del 2017. Nell’agosto del 2017, la società francese aveva ribadito in una nota, su richiesta dell’autorità, come «la partecipazione detenuta in Telecom Italia» non fosse «sufficiente a determinare alcuno stabile esercizio di una influenza dominante sulle assemblee dei soci di Telecom Italia».
E aveva aggiunto come «a tal proposito, da tutti i dati empirici – ivi inclusa la presenza alle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia a decorrere dal 22 giugno 2015 fino al 4 maggio 2017, la partecipazione detenuta dai presenti e l’esito delle deliberazioni assunte – emerge univocamente che Vivendi non detiene una posizione di controllo nelle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia». Sempre quell’anno, Tim aveva deciso di impugnare la decisione della Consob di fronte al Tar che aveva legittimato l’accertamento dell’autorità.
A questo punto era stato il Consiglio di Stato (il 14 dicembre 2020) a ribaltare la questione, annullando la delibera di Consob. Ora è arrivata la conferma da parte della Cassazione dopo il ricorso della nostra autorità garante. «Dal momento in cui abbiamo insediato il tavolo» sulla rete nazionale, che «riprende domani (oggi, ndr), «il titolo di Tim in Borsa è cresciuto del 27-28%. Nei mesi precedenti, aveva perso quasi la metà del proprio valore», ricordava ieri il ministro Urso durante la sua prima missione a Bruxelles.
«Il che vuol dire», ha aggiunto, «che la Borsa crede nell’azione che il governo ha messo in piedi per realizzare la rete nazionale a controllo pubblico per innervare l’intero Paese e diventare un vantaggio competitivo come noi crediamo che debba essere. Stiamo facendo un percorso comune con tutti gli attori che partecipano: quelli istituzionali, i ministeri ma anche gli attori privati e pubblici e, credo, che qualche risultato lo si abbia già avuto», ha aggiunto Urso.
Sempre secondo il ministro, «il punto fermo è una rete nazionale a controllo pubblico e, quindi, a guida di Cassa depositi e prestiti. Questo non esclude che anche altri attori possano partecipare nel realizzare questo progetto».
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L’ex presidente Giuseppe Vegas: «Le società non hanno solidità e trasparenza». Debach (eToro): «Educhiamo gli investitori».La Corte ha bocciato il ricorso della Commissione e conferma che i francesi non hanno «il controllo di fatto» sull’ex Telecom. Così non sono costretti a consolidare il debito.Lo speciale contiene due articoli. Nel pieno della bufera sulla Juventus, già penalizzata di 15 punti nella classifica di Serie A per l’inchiesta sulle plusvalenze, l’ex presidente della Consob Giuseppe Vegas prende di mira le società di calcio quotate in Borsa. «Calcio e Borsa sono inconciliabili» sostiene, e anche se «non entro nel merito delle vicende di cui si occuperanno le autorità» nell’eventualità di una quotazione alle società «si richiedono trasparenza e solidità patrimoniale che sono strutturalmente non alla portata dei club», dice il professore di Economia a Milano Finanza.Le parole arrivano in giorni tormentati per il mondo del calcio. Ma sono anche le stesse che aveva espresso nel 2009 Lamberto Cardia, all’epoca presidente dell’Autorità garante del mercato azionario. «Ritengo che la quotazione delle società calcistiche sia stata e resti un errore». E così, a distanza di 14 anni, mentre la Juventus, quotata ormai dal 2001, deve fare fronte a filoni di inchieste che variano dal bilancio fino ai ritardi negli stipendi, lo scorso mese la Roma Calcio ha completato il delisting dopo lo sbarco a piazza Affari nel 2000. Anche i bianconeri e la Lazio dovrebbero seguire l’esempio dei giallorossi? Secondo Vegas, in passato, «vi fu una spinta forte per portare i club in Borsa, assecondata da alcuni proprietari alla ricerca di risorse fresche. Si pensava di risolvere, così, un problema sportivo ed economico. Si immaginava di riuscire a portare trasparenza nel mondo del calcio, imbrigliando i club nelle forme e nelle procedure delle società per azioni e della quotazione in borsa».Invece, sostiene l’ex presidente Consob, «è successo l’opposto: tanta più trasparenza si richiede a chi non è strutturalmente in grado di fornirla, tanto più cresce il rischio di comportamenti non commendevoli». Non nuovo ad attacchi di questo tipo, si pensi a quello verso il governo nel 2020 («Usare il Recovery fund per progetti concreti e non buttare via i quattrini», disse), Vegas rivolge ora la sua attenzione sul mondo del calcio. «Sebbene sia corretto riportare all’attenzione su come l’andamento di titoli sportivi difficilmente si presti alle normali logiche di investimento, pensiamo a come a volte un’azione possa essere venduta dopo la vittoria di un titolo sportivo, oppure a come le valutazioni risultino essere altamente opinabili e soprattutto volatili, il negare l’accesso alla Borsa rischia di creare un precedente, ma soprattutto confusione» puntualizza alla Verità Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Quali sarebbero le basi per definire quali business sarebbero giusti e quali sarebbero vietati? In generale, gli investitori dovrebbero essere maggiormente consapevoli del fatto che le azioni delle società calcistiche possono essere più rischiose rispetto a quelle di altri settori, ma anche molti titoli del Nasdaq possiedono tali etichette».Era il 1996 quando l’allora vicepresidente del Consiglio con delega allo Sport, Walter Veltroni, varò il decreto legge numero 485, sostenuto dall’ambiente calcistico, sulla possibilità anche per le società di calcio di avere fini di lucro. In precedenza, invece, c’era l’obbligo di reinvestire gli utili nell’attività sportiva. In questi 27 anni, la quotazione in Borsa delle squadre di calcio ha, di fondo, coltivato il sogno che i tifosi potessero essere azionisti della propria squadra del cuore. Sembrano lontani i tempi di quando Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio e della Cirio, sosteneva che «acquisire azioni delle società di calcio può senza dubbio essere un affare». Eppure, dice adesso Vegas, «i tifosi investono e valutano le società non sulla base dei fondamentali economici ma per spirito di squadra, quindi secondo parametri emotivi. È un problema perché la capitalizzazione del club non cambia al variare del valore degli asset del club e dei suoi risultati economici, come accade nelle normali quotate. Chi si muove, e talvolta con logiche speculative, è invece l’azionista di maggioranza».Secondo Debach, però, solo in parte il ragionamento è corretto. «Certamente i tifosi rischiano di giudicare in maniere errata le basi di una squadra; tuttavia, anche le meme stock hanno generato lo stesso percorso». Quindi, conclude il market analyst di eToro, «la soluzione, più che vietare le quotazioni, sarebbe una maggiore educazione finanziaria degli investitori, i quali tendono ancora eccessivamente a valutare l’investimento basandosi sul maggior rendimento rispetto a una ponderazione sul rischio. Osservando l’evoluzione delle principali squadre di calcio europee quotate in Borsa, non è certamente delle migliori, soprattutto per le italiane, con la Lazio in calo di oltre il 99% e la Juventus del 6,7% nonostante gli 11, 12 con quello revocato, campionati vinti dal 2001».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/calcio-borsa-consob-2659310422.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tim-da-cassazione-assist-a-vivendi" data-post-id="2659310422" data-published-at="1674680999" data-use-pagination="False"> Tim, da Cassazione assist a Vivendi La Consob di Paolo Savona va a sbattere contro la Cassazione sul caso Vivendi-Telecom. E la questione rischia di avere ricadute sul futuro della rete unica a poche ore dal tavolo di governo che si terrà oggi e a una settimana dalle dimissioni, dal consiglio di amministrazione di Tim, dell’amministratore delegato di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine. Del resto, come stabilito dalla sentenza, non avendo il controllo della società di telecomunicazioni, l’azionista francese non ha obblighi sul fronte del consolidamento del debito di quasi 30 miliardi di euro. De Puyfontaine aveva deciso di farsi da parte «per tenersi le mani libere» ma, come spiegò il ministro per lo Sviluppo economico, Adolfo Urso, le dimissioni dell’azionista dal board non avrebbero di certo «semplificato la trattativa di Cassa depositi e prestiti sulla rete». Ora è arrivata anche la sentenza della Cassazione a ingarbugliare le cose. Con un’ordinanza che risale all’11 ottobre, ha dichiarato «inammissibile» il ricorso della Consob e confermato che Vivendi non ha «il controllo di fatto» su Tim. L’autorità garante del mercato si è vista, così, bocciare il ricorso contro la decisione del Consiglio di Stato che aveva annullato, su ricorso di Tim e Vivendi, sia la deliberazione della Commissione che qualificava il rapporto partecipativo di Vivendi in Telecom Italia in termini di controllo di fatto, sia la decisione del Tar a favore della Consob. La questione è annosa. Risale all’epoca dell’ingresso dei francesi nella compagnia telefonica, nel giugno del 2015, con una partecipazione iniziale del 6,66%, poi salita fino all’attuale 23,95% circa del capitale. Secondo la Consob, questa quota era sufficiente a determinare il controllo societario di fatto, avallando, dunque, la possibilità in capo a Vivendi della nomina della maggioranza dei consiglieri di amministrazione di Tim il 13 settembre del 2017. Nell’agosto del 2017, la società francese aveva ribadito in una nota, su richiesta dell’autorità, come «la partecipazione detenuta in Telecom Italia» non fosse «sufficiente a determinare alcuno stabile esercizio di una influenza dominante sulle assemblee dei soci di Telecom Italia». E aveva aggiunto come «a tal proposito, da tutti i dati empirici – ivi inclusa la presenza alle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia a decorrere dal 22 giugno 2015 fino al 4 maggio 2017, la partecipazione detenuta dai presenti e l’esito delle deliberazioni assunte – emerge univocamente che Vivendi non detiene una posizione di controllo nelle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia». Sempre quell’anno, Tim aveva deciso di impugnare la decisione della Consob di fronte al Tar che aveva legittimato l’accertamento dell’autorità. A questo punto era stato il Consiglio di Stato (il 14 dicembre 2020) a ribaltare la questione, annullando la delibera di Consob. Ora è arrivata la conferma da parte della Cassazione dopo il ricorso della nostra autorità garante. «Dal momento in cui abbiamo insediato il tavolo» sulla rete nazionale, che «riprende domani (oggi, ndr), «il titolo di Tim in Borsa è cresciuto del 27-28%. Nei mesi precedenti, aveva perso quasi la metà del proprio valore», ricordava ieri il ministro Urso durante la sua prima missione a Bruxelles. «Il che vuol dire», ha aggiunto, «che la Borsa crede nell’azione che il governo ha messo in piedi per realizzare la rete nazionale a controllo pubblico per innervare l’intero Paese e diventare un vantaggio competitivo come noi crediamo che debba essere. Stiamo facendo un percorso comune con tutti gli attori che partecipano: quelli istituzionali, i ministeri ma anche gli attori privati e pubblici e, credo, che qualche risultato lo si abbia già avuto», ha aggiunto Urso. Sempre secondo il ministro, «il punto fermo è una rete nazionale a controllo pubblico e, quindi, a guida di Cassa depositi e prestiti. Questo non esclude che anche altri attori possano partecipare nel realizzare questo progetto».
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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