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2023-01-26
Avviso a Consob: «Il calcio non deve andare in Borsa»
Giuseppe Vegas (Ansa)
Nel pieno della bufera sulla Juventus, già penalizzata di 15 punti nella classifica di Serie A per l’inchiesta sulle plusvalenze, l’ex presidente della Consob Giuseppe Vegas prende di mira le società di calcio quotate in Borsa. «Calcio e Borsa sono inconciliabili» sostiene, e anche se «non entro nel merito delle vicende di cui si occuperanno le autorità» nell’eventualità di una quotazione alle società «si richiedono trasparenza e solidità patrimoniale che sono strutturalmente non alla portata dei club», dice il professore di Economia a Milano Finanza.
Le parole arrivano in giorni tormentati per il mondo del calcio. Ma sono anche le stesse che aveva espresso nel 2009 Lamberto Cardia, all’epoca presidente dell’Autorità garante del mercato azionario. «Ritengo che la quotazione delle società calcistiche sia stata e resti un errore». E così, a distanza di 14 anni, mentre la Juventus, quotata ormai dal 2001, deve fare fronte a filoni di inchieste che variano dal bilancio fino ai ritardi negli stipendi, lo scorso mese la Roma Calcio ha completato il delisting dopo lo sbarco a piazza Affari nel 2000. Anche i bianconeri e la Lazio dovrebbero seguire l’esempio dei giallorossi?
Secondo Vegas, in passato, «vi fu una spinta forte per portare i club in Borsa, assecondata da alcuni proprietari alla ricerca di risorse fresche. Si pensava di risolvere, così, un problema sportivo ed economico. Si immaginava di riuscire a portare trasparenza nel mondo del calcio, imbrigliando i club nelle forme e nelle procedure delle società per azioni e della quotazione in borsa».
Invece, sostiene l’ex presidente Consob, «è successo l’opposto: tanta più trasparenza si richiede a chi non è strutturalmente in grado di fornirla, tanto più cresce il rischio di comportamenti non commendevoli». Non nuovo ad attacchi di questo tipo, si pensi a quello verso il governo nel 2020 («Usare il Recovery fund per progetti concreti e non buttare via i quattrini», disse), Vegas rivolge ora la sua attenzione sul mondo del calcio. «Sebbene sia corretto riportare all’attenzione su come l’andamento di titoli sportivi difficilmente si presti alle normali logiche di investimento, pensiamo a come a volte un’azione possa essere venduta dopo la vittoria di un titolo sportivo, oppure a come le valutazioni risultino essere altamente opinabili e soprattutto volatili, il negare l’accesso alla Borsa rischia di creare un precedente, ma soprattutto confusione» puntualizza alla Verità Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Quali sarebbero le basi per definire quali business sarebbero giusti e quali sarebbero vietati? In generale, gli investitori dovrebbero essere maggiormente consapevoli del fatto che le azioni delle società calcistiche possono essere più rischiose rispetto a quelle di altri settori, ma anche molti titoli del Nasdaq possiedono tali etichette».
Era il 1996 quando l’allora vicepresidente del Consiglio con delega allo Sport, Walter Veltroni, varò il decreto legge numero 485, sostenuto dall’ambiente calcistico, sulla possibilità anche per le società di calcio di avere fini di lucro. In precedenza, invece, c’era l’obbligo di reinvestire gli utili nell’attività sportiva.
In questi 27 anni, la quotazione in Borsa delle squadre di calcio ha, di fondo, coltivato il sogno che i tifosi potessero essere azionisti della propria squadra del cuore. Sembrano lontani i tempi di quando Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio e della Cirio, sosteneva che «acquisire azioni delle società di calcio può senza dubbio essere un affare». Eppure, dice adesso Vegas, «i tifosi investono e valutano le società non sulla base dei fondamentali economici ma per spirito di squadra, quindi secondo parametri emotivi. È un problema perché la capitalizzazione del club non cambia al variare del valore degli asset del club e dei suoi risultati economici, come accade nelle normali quotate. Chi si muove, e talvolta con logiche speculative, è invece l’azionista di maggioranza».
Secondo Debach, però, solo in parte il ragionamento è corretto. «Certamente i tifosi rischiano di giudicare in maniere errata le basi di una squadra; tuttavia, anche le meme stock hanno generato lo stesso percorso». Quindi, conclude il market analyst di eToro, «la soluzione, più che vietare le quotazioni, sarebbe una maggiore educazione finanziaria degli investitori, i quali tendono ancora eccessivamente a valutare l’investimento basandosi sul maggior rendimento rispetto a una ponderazione sul rischio. Osservando l’evoluzione delle principali squadre di calcio europee quotate in Borsa, non è certamente delle migliori, soprattutto per le italiane, con la Lazio in calo di oltre il 99% e la Juventus del 6,7% nonostante gli 11, 12 con quello revocato, campionati vinti dal 2001».
Tim, da Cassazione assist a Vivendi
La Consob di Paolo Savona va a sbattere contro la Cassazione sul caso Vivendi-Telecom. E la questione rischia di avere ricadute sul futuro della rete unica a poche ore dal tavolo di governo che si terrà oggi e a una settimana dalle dimissioni, dal consiglio di amministrazione di Tim, dell’amministratore delegato di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine. Del resto, come stabilito dalla sentenza, non avendo il controllo della società di telecomunicazioni, l’azionista francese non ha obblighi sul fronte del consolidamento del debito di quasi 30 miliardi di euro.
De Puyfontaine aveva deciso di farsi da parte «per tenersi le mani libere» ma, come spiegò il ministro per lo Sviluppo economico, Adolfo Urso, le dimissioni dell’azionista dal board non avrebbero di certo «semplificato la trattativa di Cassa depositi e prestiti sulla rete». Ora è arrivata anche la sentenza della Cassazione a ingarbugliare le cose. Con un’ordinanza che risale all’11 ottobre, ha dichiarato «inammissibile» il ricorso della Consob e confermato che Vivendi non ha «il controllo di fatto» su Tim. L’autorità garante del mercato si è vista, così, bocciare il ricorso contro la decisione del Consiglio di Stato che aveva annullato, su ricorso di Tim e Vivendi, sia la deliberazione della Commissione che qualificava il rapporto partecipativo di Vivendi in Telecom Italia in termini di controllo di fatto, sia la decisione del Tar a favore della Consob.
La questione è annosa. Risale all’epoca dell’ingresso dei francesi nella compagnia telefonica, nel giugno del 2015, con una partecipazione iniziale del 6,66%, poi salita fino all’attuale 23,95% circa del capitale. Secondo la Consob, questa quota era sufficiente a determinare il controllo societario di fatto, avallando, dunque, la possibilità in capo a Vivendi della nomina della maggioranza dei consiglieri di amministrazione di Tim il 13 settembre del 2017. Nell’agosto del 2017, la società francese aveva ribadito in una nota, su richiesta dell’autorità, come «la partecipazione detenuta in Telecom Italia» non fosse «sufficiente a determinare alcuno stabile esercizio di una influenza dominante sulle assemblee dei soci di Telecom Italia».
E aveva aggiunto come «a tal proposito, da tutti i dati empirici – ivi inclusa la presenza alle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia a decorrere dal 22 giugno 2015 fino al 4 maggio 2017, la partecipazione detenuta dai presenti e l’esito delle deliberazioni assunte – emerge univocamente che Vivendi non detiene una posizione di controllo nelle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia». Sempre quell’anno, Tim aveva deciso di impugnare la decisione della Consob di fronte al Tar che aveva legittimato l’accertamento dell’autorità.
A questo punto era stato il Consiglio di Stato (il 14 dicembre 2020) a ribaltare la questione, annullando la delibera di Consob. Ora è arrivata la conferma da parte della Cassazione dopo il ricorso della nostra autorità garante. «Dal momento in cui abbiamo insediato il tavolo» sulla rete nazionale, che «riprende domani (oggi, ndr), «il titolo di Tim in Borsa è cresciuto del 27-28%. Nei mesi precedenti, aveva perso quasi la metà del proprio valore», ricordava ieri il ministro Urso durante la sua prima missione a Bruxelles.
«Il che vuol dire», ha aggiunto, «che la Borsa crede nell’azione che il governo ha messo in piedi per realizzare la rete nazionale a controllo pubblico per innervare l’intero Paese e diventare un vantaggio competitivo come noi crediamo che debba essere. Stiamo facendo un percorso comune con tutti gli attori che partecipano: quelli istituzionali, i ministeri ma anche gli attori privati e pubblici e, credo, che qualche risultato lo si abbia già avuto», ha aggiunto Urso.
Sempre secondo il ministro, «il punto fermo è una rete nazionale a controllo pubblico e, quindi, a guida di Cassa depositi e prestiti. Questo non esclude che anche altri attori possano partecipare nel realizzare questo progetto».
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L’ex presidente Giuseppe Vegas: «Le società non hanno solidità e trasparenza». Debach (eToro): «Educhiamo gli investitori».La Corte ha bocciato il ricorso della Commissione e conferma che i francesi non hanno «il controllo di fatto» sull’ex Telecom. Così non sono costretti a consolidare il debito.Lo speciale contiene due articoli. Nel pieno della bufera sulla Juventus, già penalizzata di 15 punti nella classifica di Serie A per l’inchiesta sulle plusvalenze, l’ex presidente della Consob Giuseppe Vegas prende di mira le società di calcio quotate in Borsa. «Calcio e Borsa sono inconciliabili» sostiene, e anche se «non entro nel merito delle vicende di cui si occuperanno le autorità» nell’eventualità di una quotazione alle società «si richiedono trasparenza e solidità patrimoniale che sono strutturalmente non alla portata dei club», dice il professore di Economia a Milano Finanza.Le parole arrivano in giorni tormentati per il mondo del calcio. Ma sono anche le stesse che aveva espresso nel 2009 Lamberto Cardia, all’epoca presidente dell’Autorità garante del mercato azionario. «Ritengo che la quotazione delle società calcistiche sia stata e resti un errore». E così, a distanza di 14 anni, mentre la Juventus, quotata ormai dal 2001, deve fare fronte a filoni di inchieste che variano dal bilancio fino ai ritardi negli stipendi, lo scorso mese la Roma Calcio ha completato il delisting dopo lo sbarco a piazza Affari nel 2000. Anche i bianconeri e la Lazio dovrebbero seguire l’esempio dei giallorossi? Secondo Vegas, in passato, «vi fu una spinta forte per portare i club in Borsa, assecondata da alcuni proprietari alla ricerca di risorse fresche. Si pensava di risolvere, così, un problema sportivo ed economico. Si immaginava di riuscire a portare trasparenza nel mondo del calcio, imbrigliando i club nelle forme e nelle procedure delle società per azioni e della quotazione in borsa».Invece, sostiene l’ex presidente Consob, «è successo l’opposto: tanta più trasparenza si richiede a chi non è strutturalmente in grado di fornirla, tanto più cresce il rischio di comportamenti non commendevoli». Non nuovo ad attacchi di questo tipo, si pensi a quello verso il governo nel 2020 («Usare il Recovery fund per progetti concreti e non buttare via i quattrini», disse), Vegas rivolge ora la sua attenzione sul mondo del calcio. «Sebbene sia corretto riportare all’attenzione su come l’andamento di titoli sportivi difficilmente si presti alle normali logiche di investimento, pensiamo a come a volte un’azione possa essere venduta dopo la vittoria di un titolo sportivo, oppure a come le valutazioni risultino essere altamente opinabili e soprattutto volatili, il negare l’accesso alla Borsa rischia di creare un precedente, ma soprattutto confusione» puntualizza alla Verità Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Quali sarebbero le basi per definire quali business sarebbero giusti e quali sarebbero vietati? In generale, gli investitori dovrebbero essere maggiormente consapevoli del fatto che le azioni delle società calcistiche possono essere più rischiose rispetto a quelle di altri settori, ma anche molti titoli del Nasdaq possiedono tali etichette».Era il 1996 quando l’allora vicepresidente del Consiglio con delega allo Sport, Walter Veltroni, varò il decreto legge numero 485, sostenuto dall’ambiente calcistico, sulla possibilità anche per le società di calcio di avere fini di lucro. In precedenza, invece, c’era l’obbligo di reinvestire gli utili nell’attività sportiva. In questi 27 anni, la quotazione in Borsa delle squadre di calcio ha, di fondo, coltivato il sogno che i tifosi potessero essere azionisti della propria squadra del cuore. Sembrano lontani i tempi di quando Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio e della Cirio, sosteneva che «acquisire azioni delle società di calcio può senza dubbio essere un affare». Eppure, dice adesso Vegas, «i tifosi investono e valutano le società non sulla base dei fondamentali economici ma per spirito di squadra, quindi secondo parametri emotivi. È un problema perché la capitalizzazione del club non cambia al variare del valore degli asset del club e dei suoi risultati economici, come accade nelle normali quotate. Chi si muove, e talvolta con logiche speculative, è invece l’azionista di maggioranza».Secondo Debach, però, solo in parte il ragionamento è corretto. «Certamente i tifosi rischiano di giudicare in maniere errata le basi di una squadra; tuttavia, anche le meme stock hanno generato lo stesso percorso». Quindi, conclude il market analyst di eToro, «la soluzione, più che vietare le quotazioni, sarebbe una maggiore educazione finanziaria degli investitori, i quali tendono ancora eccessivamente a valutare l’investimento basandosi sul maggior rendimento rispetto a una ponderazione sul rischio. Osservando l’evoluzione delle principali squadre di calcio europee quotate in Borsa, non è certamente delle migliori, soprattutto per le italiane, con la Lazio in calo di oltre il 99% e la Juventus del 6,7% nonostante gli 11, 12 con quello revocato, campionati vinti dal 2001».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/calcio-borsa-consob-2659310422.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tim-da-cassazione-assist-a-vivendi" data-post-id="2659310422" data-published-at="1674680999" data-use-pagination="False"> Tim, da Cassazione assist a Vivendi La Consob di Paolo Savona va a sbattere contro la Cassazione sul caso Vivendi-Telecom. E la questione rischia di avere ricadute sul futuro della rete unica a poche ore dal tavolo di governo che si terrà oggi e a una settimana dalle dimissioni, dal consiglio di amministrazione di Tim, dell’amministratore delegato di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine. Del resto, come stabilito dalla sentenza, non avendo il controllo della società di telecomunicazioni, l’azionista francese non ha obblighi sul fronte del consolidamento del debito di quasi 30 miliardi di euro. De Puyfontaine aveva deciso di farsi da parte «per tenersi le mani libere» ma, come spiegò il ministro per lo Sviluppo economico, Adolfo Urso, le dimissioni dell’azionista dal board non avrebbero di certo «semplificato la trattativa di Cassa depositi e prestiti sulla rete». Ora è arrivata anche la sentenza della Cassazione a ingarbugliare le cose. Con un’ordinanza che risale all’11 ottobre, ha dichiarato «inammissibile» il ricorso della Consob e confermato che Vivendi non ha «il controllo di fatto» su Tim. L’autorità garante del mercato si è vista, così, bocciare il ricorso contro la decisione del Consiglio di Stato che aveva annullato, su ricorso di Tim e Vivendi, sia la deliberazione della Commissione che qualificava il rapporto partecipativo di Vivendi in Telecom Italia in termini di controllo di fatto, sia la decisione del Tar a favore della Consob. La questione è annosa. Risale all’epoca dell’ingresso dei francesi nella compagnia telefonica, nel giugno del 2015, con una partecipazione iniziale del 6,66%, poi salita fino all’attuale 23,95% circa del capitale. Secondo la Consob, questa quota era sufficiente a determinare il controllo societario di fatto, avallando, dunque, la possibilità in capo a Vivendi della nomina della maggioranza dei consiglieri di amministrazione di Tim il 13 settembre del 2017. Nell’agosto del 2017, la società francese aveva ribadito in una nota, su richiesta dell’autorità, come «la partecipazione detenuta in Telecom Italia» non fosse «sufficiente a determinare alcuno stabile esercizio di una influenza dominante sulle assemblee dei soci di Telecom Italia». E aveva aggiunto come «a tal proposito, da tutti i dati empirici – ivi inclusa la presenza alle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia a decorrere dal 22 giugno 2015 fino al 4 maggio 2017, la partecipazione detenuta dai presenti e l’esito delle deliberazioni assunte – emerge univocamente che Vivendi non detiene una posizione di controllo nelle assemblee ordinarie dei soci di Telecom Italia». Sempre quell’anno, Tim aveva deciso di impugnare la decisione della Consob di fronte al Tar che aveva legittimato l’accertamento dell’autorità. A questo punto era stato il Consiglio di Stato (il 14 dicembre 2020) a ribaltare la questione, annullando la delibera di Consob. Ora è arrivata la conferma da parte della Cassazione dopo il ricorso della nostra autorità garante. «Dal momento in cui abbiamo insediato il tavolo» sulla rete nazionale, che «riprende domani (oggi, ndr), «il titolo di Tim in Borsa è cresciuto del 27-28%. Nei mesi precedenti, aveva perso quasi la metà del proprio valore», ricordava ieri il ministro Urso durante la sua prima missione a Bruxelles. «Il che vuol dire», ha aggiunto, «che la Borsa crede nell’azione che il governo ha messo in piedi per realizzare la rete nazionale a controllo pubblico per innervare l’intero Paese e diventare un vantaggio competitivo come noi crediamo che debba essere. Stiamo facendo un percorso comune con tutti gli attori che partecipano: quelli istituzionali, i ministeri ma anche gli attori privati e pubblici e, credo, che qualche risultato lo si abbia già avuto», ha aggiunto Urso. Sempre secondo il ministro, «il punto fermo è una rete nazionale a controllo pubblico e, quindi, a guida di Cassa depositi e prestiti. Questo non esclude che anche altri attori possano partecipare nel realizzare questo progetto».
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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