
L'ad Fornara ha venduto le azioni del gruppo Cairo Communication
Quando a vendere azioni di una società è il suo amministratore delegato non è mai un bel segnale. Anche se in precedenza si era acquistato. Nei giorni scorsi Uberto Fornara ha ceduto titolo della Cairo Communication di cui è amministratore delegato. Nelle comunicazioni obbligatorie di internal dealing sono segnalate cessioni, a piccole tranche, nelle sedute del 17 e 18 maggio scorsi per complessivi 102mila titoli dell’azienda quotata, per un incasso di circa 228 mila euro.
In sole due sedute di Borsa. La cifra in sé per uno degli uomini più vicini ad Urbano Cairo non è eclatante. E Fornara aveva comunque acquistato titoli di Cairo Communication nel corso dell’anno scorso per 160mila pezzi, a prezzi più bassi delle quotazioni cui ha venduto sui massimi del 2022. Piccolo trading quindi con qualche decina di migliaia di euro di plusvalenza. Niente che cambi drasticamente la vita di uno dei manager di punta della squadra fidata dell’imprenditore alessandrino che ha scalato Rcs.
Fornara l’anno scorso ha incassato complessivamente come remunerazione dal gruppo 1,22 milioni di euro e ha tuttora in portafoglio, anche dopo le cessioni di questi giorni, quasi 350 mila azioni Cairo Communicatios. Nessun segnale di crisi dunque tale da far vendere titoli.
IL PORTAFOGLIO DI CAIRO
Ma mentre l’amministratore delegato ha venduto, Urbano Cairo ha invece incrementato le sue posizioni. Nel 2021 ha acquistato altri 450mila titoli del gruppo portando la sua quota di controllo, detenuta attraverso la Ut Communications, a 69,64 milioni di azioni. Non solo; ha comprato anche titoli Rcs per quasi 3 milioni di pezzi portando a oltre 4,6 milioni i titoli della casa editrice del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, posseduti direttamente.
LE REMUNERAZIONI
Oltre all’investimento diretto in titoli il proprietario del gruppo nonché di Rcs vanta una remunerazione tra fisso e bonus nel gruppo di 3,29 milioni di euro per il 2021. Fornara, come detto, ha guadagnato, anche lui tra fisso e incentivi, 1,22 milioni. Mentre l’altro manager di punta di casa Cairo, Marco Pompignoli, ha portato a casa, sempre l’anno scorso, 1,48 milioni di euro. Il terzetto che guida le sorti del gruppo editoriale vale quindi solo di stipendi annui quasi 6 milioni di euro. Tanti? Pochi? Dipende.
Se raffrontati alle remunerazioni medie annue dei dipendenti del gruppo (61 mila euro di Ral) siamo a 100 volte i salari medi. Ovviamente in tre. Il solo Urbano Cairo vale poco più di 50 volte lo stipendio medio lordo di un suo dipendente. Un gap certamente elevato anche se in linea con il divario classico tra capo-azienda e singolo dipendente esistente nei i grandi gruppi quotati.
I RISULTATI ECONOMICI
Ma contano anche le capacità gestionali e i risultati aziendali e qui Cairo e i suoi uomini di comando mostrano sicuramente di saper creare ricchezza. Il gruppo che dal 2016 incorpora anche Rcs macina utili anno su anno. Nel 2021 a livello consolidato ha prodotto ricavi per 1,17 miliardi con un margine operativo lordo salito a 179 milioni dai 109 milioni del 2020. Un margine operativo netto a 103 milioni dai 30 milioni dell’anno prima e un utile netto triplicato a 51 milioni dai 16 milioni del 2020.
Non solo; il gruppo ha azzerato completamente il debito finanziario rilevando una posizione finanziaria netta positiva per 37 milioni a fine dello scorso anno. La parte del leone la fa ovviamente Rcs, che Cairo ha completamente risanato sul piano dell’imponente debito da mezzo miliardo che si ritrovò in capo quando rilevò il primo gruppo editoriale del Paese nell’agosto del 2016. Ma oltre alla situazione finanziaria, riportata in piena salute, Cairo ha fatto correre Rcs sul fronte dei ricavi e dei margini. Nel 2021 l’editrice di Corriere e Gazzetta ha prodotto ricavi per quasi 100 milioni in più rispetto al 2020 a quota 846 milioni. Ma è la marginalità il vero capolavoro di Cairo.
LA RISCOSSA DI RCS
Rilevata una Rcs in perdita pluri-milionaria da anni, ora il gruppo sforna un margine lordo al 17% dei ricavi e un utile di 72 milioni, oltre l’8% del fatturato. Numeri che era impossibile profetizzare quando Cairo conquistò Rcs ormai sei anni fa. Ma anche sull’editoria periodica, il primo business su cui si è esercitato come imprenditore per anni, Cairo continua a tenere botta, benché tale segmento in questa fase sia caratterizzato da perdite e chiusure di testate.
I PERIODICI
La sua prima creatura, la Cairo Editore, non ha mai chiuso in perdita nemmeno nel decennio più tragico della crisi dell’editoria e nel 2021 su ricavi per 88 milioni ha prodotto una marginalità lorda sopra il 10%. Anche l’editoria televisiva con La7 vede ricavi per 115 milioni con un margine lordo di oltre 15 milioni. Il peso degli ammortamenti, più incisivo che su altri business, porta il reddito operativo netto in perdita per 700 mila euro. Nel complesso il gruppo Cairo Communications con i suoi 51 milioni di profitti netti, pari a quasi il 5% dei ricavi, è a buon diritto l’editore più profittevole in un mercato devastato da ricavi in calo costante e perdite che si susseguono da anni. Le remunerazioni dei suoi uomini-guida sono certo elevate, ma conta anche la capacità di saper creare valore. E qui il successo è indubbio.
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Ansa
All’inizio hanno taciuto. Dopo il video, però, i «coraggiosi» progressisti non potevano più e hanno denunciato il fatto sproloquiando sulla destra che strumentalizza. Avs: «Se non avessero sgomberato il centro sociale...».
Chi siano e quale sia la loro provenienza ideologica è più che chiaro a tutti, compresi i loro sponsor. Del resto, i metodi parlano per loro: attacchi dieci contro uno, calci a un agente a terra senza casco e, soprattutto, le martellate che fanno vero antifascista. Sono antagonisti dei centri sociali, caricatura del comunismo che fu, residui bellicosi di un passato sconfitto. Gente che accetta e alimenta il conflitto sociale solo se può stravincere giocando sporco, consapevole di avere le spalle politicamente coperte. Chi siano lo sanno tutti, ma indovinate a chi danno la colpa? Ai fascisti, alla destra. Sulle prime, come sempre, i coraggiosi progressisti hanno taciuto, sperando che le imprese dei loro protetti passassero sotto silenzio: dopo tutto il più delle volte finisce così.
Però a questo giro è saltato fuori un video vergognoso, la ripresa di una masnada di esaltati che infierisce su un poliziotto ferito e lo colpisce, lo colpisce, lo colpisce per fargli male. Zitti non potevano più rimanere ma, forse, nel silenzio avrebbero fatto miglior figura. Ecco, allora, Riccardo Ricciardi dei 5 stelle rapido a girare la frittata: «È schifoso vedere picchiato così un poliziotto, dieci contro uno, proprio come fanno i fascisti», dice. «È schifoso prendere questo fatto ignobile e accusare tutte le persone che, per diverse cause, sono scese in piazza in questi mesi. È schifoso sentire che la premier strumentalizzi immediatamente la violenza subita da quell’agente, per la sua battaglia politica contro la magistratura». È schifoso picchiare, sostiene. Ma non dice chi picchia, non tira in ballo i centri sociali e i rivoluzionari del sabato pomeriggio: cita il fascismo, accusa il governo.
Punta alla destra pure Debora Serracchiani del Pd: «Gli antagonisti che hanno devastato Torino sono stati condannati subito e senza ambiguità. Da tutti. Com’è accaduto in altre situazioni simili. Perché quanto è successo è gravissimo», dichiara mentendo. Poi, la giravolta: «Ma è gravissimo anche ciò che sta accadendo in queste ore. La destra sta usando quei fatti per accusare centrosinistra e magistratura di complicità con i violenti. Questo è un attacco diretto alle istituzioni della Repubblica, non una difesa dello Stato. Accusare giudici e opposizioni di essere complici dei violenti è una strategia pericolosa. È il metodo di chi, come Donald Trump, ha provato a delegittimare le istituzioni per rafforzare il proprio potere. In Italia non deve passare». Ah, ma pensa. Le accuse di complicità sono pericolose. Ma allora perché il Pd e tutta l’area progressista passano le giornate a chiedere al governo di prendere le distanze da questo e da quello, compresi i fatti degli anni di piombo? Per questo fa molto sorridere Elly Schlein che annuncia di aver parlato con la Meloni (bene) e poi si dice preoccupata dalle «strumentalizzazioni»: fatte da chi, dai suoi?
Siamo certi infatti che stavolta non vedremo servizi di La7 sulle trame rosse e i legami fra la sinistra istituzionale e i martellatori degli squat. Anzi, quelli che i legami ce li hanno - e pure belli robusti - li difendono e di nuovo parlano a vanvera di fascismo e repressione. Come Marco Grimaldi di Avs, che era in piazza con Askatasuna (pensare che sarebbe accaduto se, per dire, un leghista si fosse fatto vedere in una manifestazione di destra, pur pacifica). Grimaldi si finge inflessibile sul pestaggio dell’agente: «Quella scena ci disgusta, non doveva succedere e lo dico chiaramente a chi ha commesso quel reato: così si fa il gioco di chi vuole i decreti sicurezza e di chi descrive Torino come il centro dell’eversione italiana, mentre invece sta diventando un laboratorio di repressione come sanno bene i No Tav e come abbiamo visto con il caso Shahin».
Che splendida arrampicata: il problema delle martellate è che fanno il gioco del governo autoritario che reprime. Meraviglioso. «Vogliono prendersi lo scalpo di Torino per via militare, magari per giustificare una prossima Minneapolis anche in Italia», spara Grimaldi, in una escalation che culmina nella frase: «Quelle immagini non ci sarebbero mai state senza lo sgombero di Askatasuna».
Fino a prova contraria, gli unici che si mostrano per le vie in assetto militare sono i centri sociali, o quel che ne resta. Falliti politicamente, falliti umanamente, restano vivi perché picchiano e guidano gli assalti di piazza, solo così possono sopravvivere. E ci riescono perché una intera area politica li tollera o li spalleggia.
La sinistra a Torino ha protetto Askatasuna fino a un istante prima dello sgombero, pur sapendo benissimo quale fosse la storia anche criminale di quel posto. E adesso finge di non sapere, di prendere le distanze, di indignarsi. Fingono tutti di non sapere, eppure portano in palmo di mano Zerocalcare, l’eroico fumettista che lavora per le multinazionali come Netflix ma poi si balocca con la guerriglia antagonista e disegna le locandine per le manifestazioni di Aska. Come lo applaudono, Zero, quando boicotta le manifestazioni culturali (lasciando, però, che vi si vendano i suoi libri) perché lui con i fascisti non ci vuole stare. Chissà se qualcuno, adesso, rifiuterà di sedersi a fianco dell’artista che protegge i martellatori del centro sociale.
Se non altro, quelli di Askatasuna sono coerenti. Predicano la violenza sovversiva e la esercitano, non fanno mistero delle loro intenzioni e delle loro passioni. Quelli che a sinistra li coprono, sono peggio: blaterano di democrazia e diritti, salgono sul piedistallo e danno lezioni di morale, si arrogano il diritto di decidere chi sia presentabile e chi no. Ma proteggono gli antagonisti rabbiosi. E per cosa, poi? Per fingere di essere ancora ancorati alla realtà di strada, per scimmiottare la rivoluzione, per ricordarsi di quando erano giovani e menavano le mani. Hanno perso la falce dei lavoratori, gli resta il martello del branco acefalo e picchiatore.
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Ansa
Una falange di 1.500 antagonisti si nascondeva nel corteo per Askatasuna: tre sono finiti in manette. Tra di loro c’è uno degli autori del violentissimo pestaggio al poliziotto (dimesso ieri con 20 giorni di prognosi). Altri 24 schedati. Tra le forze dell’ordine 108 feriti.
Tra i 20.000 manifestanti del corteo nazionale per Askatasuna, convocato dopo lo sgombero della sede di corso Regina Margherita 47, si nascondeva una falange antagonista organizzata composta da 1.500 uomini. Compatti, sono usciti allo scoperto dopo essersi cambiati d’abito (da attivisti pro Pal hanno assunto le sembianze dei vecchi black bloc), sul volto hanno fissato le loro maschere, hanno indossato passamontagna e caschi e, staccandosi dal corteo, si sono diretti verso corso Regina Margherita, dove c’era lo sbarramento della celere.
Dopo le due ore di guerriglia, in 24 sono stati portati in Questura, identificati e denunciati per resistenza a pubblico ufficiale, porto d’armi improprie, travisamento e inottemperanza ai provvedimenti dell’autorità. Sono scattati anche i sequestri: materiale da travestimento, sassi, chiavi inglesi, frombole e coltelli. Il kit da guerrigliero metropolitano.
Ai 24 bisogna aggiungere altri tre aggressori finiti in manette: due fermati in flagranza di reato, un trentunenne e un trentacinquenne, ritenuti responsabili di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Il terzo arresto è stato disposto con lo strumento della flagranza differita. È un ventiduenne proveniente dalla provincia di Grosseto, indicato dalla Digos torinese come uno dei componenti del gruppo che ha preso parte alla violenta aggressione contro l’operatore del Secondo Reparto mobile della polizia di Stato di Padova, Alessandro Calista, isolato durante gli scontri e rimasto per alcuni istanti in balia degli antagonisti. Preso a calci e colpito con oggetti contundenti. Anche con un martello. Ieri è stato dimesso con 20 giorni di prognosi, mentre per il collega che l’ha soccorso e col quale ha condiviso la stanza all’ospedale Molinette la prognosi è di 30 giorni.
Per Calista, il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, chiede un riconoscimento per merito straordinario. Per il ventiduenne grossetano, invece, sono scattate le accuse di lesioni personali aggravate, violenza a pubblico ufficiale e rapina in concorso, perché, stando alla ricostruzione degli investigatori, oltre ad aver partecipato al pestaggio, il giovane avrebbe fatto parte del gruppo che ha depredato il poliziotto. Dello scudo. Del casco U-bot. E della maschera antigas. Lasciandolo così esposto ai lacrimogeni e alla furia degli aggressori. È questo l’episodio che segna il punto di non ritorno della giornata. Nella quale bisogna inserire un altro dato pesante: 108 operatori delle forze dell’ordine feriti: 96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri. È il bilancio finale degli scontri. Il più alto degli ultimi anni.
Ma c’è ancora un terzo gruppetto di facinorosi. È stato schedato prima del corteo, durante le attività di prevenzione, quando sono scattati 30 fogli di via obbligatori, dieci avvisi orali del questore e sette divieti di accesso ai locali pubblici. Provvedimenti indirizzati a soggetti trovati in possesso di maschere antigas, passamontagna e oggetti atti al travisamento e all’offesa, oppure già gravati da precedenti penali e di polizia ritenuti indicativi di pericolosità sociale. Sono dati essenziali. Perché, superata la fase dell’ordine pubblico, scendono in campo le squadre investigative. Si è già accertato che dentro il blocco antagonista c’era di tutto: anarchici, autonomi, gruppi strutturati e cani sciolti. Un insieme composito. Con degli innesti dall’estero: specialisti della guerriglia arrivati a Torino soprattutto dalla Francia. Che, ricostruiscono gli investigatori, comunicano tra loro usando nomi in codice (Blu, Ugo, Kiwi, Mango), come se la piazza fosse un terreno operativo. Si sono mossi a piccoli gruppi, con modalità già viste soprattutto in Val di Susa, indicata dagli investigatori come una sorta di palestra permanente per i cosiddetti incappucciati. Durante gli attacchi hanno usato puntatori laser per disturbare gli agenti, tubi di lancio artigianali, bottiglie di vetro, razzi, bombe carta e batterie di artifici pirotecnici, oltre alle aste divelte dai cartelloni stradali. Insomma, erano armati. Un modus operandi che richiede l’attenzione di una magistratura da reati non ordinari.
Perché un conto è punire le aggressioni agli operatori delle forze dell’ordine, un altro è interrogarsi su un livello di organizzazione, addestramento e coordinamento che va ben oltre la violenza episodica di piazza e che chiama in causa responsabilità più ampie, strutturate, e ancora tutte da accertare. Di certo c’è che nell’ottobre scorso, quando ancora Askatasuna era occupato, qualcuno organizzò un’assemblea, presentata come «riunione aperta», dal titolo «Diamoci strumenti per continuare a lottare!». Una lezione di guerriglia, costruita per fornire strumenti teorici e pratici a chi, nei giorni precedenti, aveva già sperimentato lo scontro in piazza: come muoversi in un picchetto, in un blocco, durante un’occupazione, leggere quello che accade intorno, imparare a stare dentro una mobilitazione conflittuale. Un vademecum della lotta, pensato per rendere più efficace l’azione futura e preparare quello che veniva definito un «autunno caldissimo». Ma che probabilmente è stato spostato in avanti di qualche mese.
Come il processo d’appello contro gli storici attivisti del centro sociale, la cui data della prima udienza non è ancora stata fissata. La Procura generale di Torino, in quel procedimento, tornerà a sostenere l’accusa di associazione a delinquere che, in primo grado, nel marzo del 2025, era caduta per tutti e 16 gli imputati. Il processo era stato originato da una lunga indagine della Digos che aveva ricondotto a un’unica strategia una serie di attentati contro i cantieri della Tav in Val di Susa. I pubblici ministeri, in Aula, per i 26 imputati avevano chiesto condanne per un totale di circa 88 anni di reclusione. I giudici ne hanno inflitte 18 (pene comprese fra i quattro anni e i nove mesi di carcere). E mentre in Procura si lavora alla richiesta di convalida dei tre fermi, il procuratore Giovanni Bombardieri attende le prime informative per stabilire il perimetro dell’attività investigativa post chiusura di Askatasuna.
Alle quali andrà ad aggiungersi una denuncia, quella che presenterà il difensore dell’agente Calista, l’avvocato Rachele De Giorgis, che inquadra giuridicamente l’aggressione in un tentato omicidio: «Mi aspetto che venga formulata una contestazione proporzionata a quanto accaduto, ovvero di tentato omicidio. Non possono esserci due pesi e due misure a seconda di chi sia la persona offesa».
Gli arresti e le denunce di ieri, insomma, sono solo il punto di partenza.
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