L’abilità del presidente turco Recep Tayyip Erdogan è senza dubbio quella di riuscire quasi sempre a tenere il piede in molte scarpe. Soprattutto quando si parla di Difesa e di armi. L’espulsione dal programma F-35 da parte degli Usa avvenuta nel luglio scorso è stato un colpo che pare aver fatto più rumore che danni, stante che la Turchia, con 335.000 militari in servizio, rimane il secondo esercito della Nato. Ma non soltanto: spende in armi 19 miliardi di dollari l’anno (settimo contribuente del Patto atlantico), ospita ancora 2.500 militari americani e cinquanta testate nucleari nella base di Incirlik.
Ankara ha naso e portafogli nel nuovo programma per il caccia Tempest e sta completando in questi mesi lo schieramento dei missili S-400 fatti da Mosca per abbattere minacce come gli F-35. Inoltre nulla impedisce di pensare che durante l’ultimo anno tecnici russi abbiamo avuto modo di studiare per bene le caratteristiche del caccia alleato per migliorare le prestazioni del Sukhoi Su-57, guarda caso dotato ora del nuovo sistema di comunicazione, navigazione e scambio dati che consente una più efficiente protezione delle trasmissioni e che si chiama Osnod. In pratica chi intercetterà le comunicazioni digitali tra il Su-57 e altri velivoli, satelliti o centri di controllo non avrebbe modo di comprenderle né di disturbarle. A preoccupare la Nato è il fatto che le prime consegne del nuovo caccia di quinta generazione dovrebbero cominciare alla fine del 2020 e che a Erdogan quest’arma piace parecchio. In questo quadro il presidente turco è convinto di essere ancora essenziale per la Nato seppure l’invasione nel nord della Siria sia soltanto l’ultimo esempio del suo disinteresse per i valori dell’Alleanza Atlantica.
Trump spostando le truppe statunitensi fuori dalla Siria settentrionale ha peggiorato le relazioni tra le due nazioni e ha ottenuto la dimostrazione che la Turchia non è più un partner affidabile per la Nato. Erdogan ha imposto il potere del suo partito islamista per la giustizia e lo sviluppo (Akp), ha cancellato di fatto la democrazia turca eliminando ufficiali e intellettuali militari laici e filo-occidentali, diventando un sostenitore della Fratellanza Musulmana.
Trump, nell’impossibilità di buttare fuori la Turchia dalla Nato, pensa a distruggerne l’economia, ma nella classifica dei partner commerciali degli States questa è al trentaduesimo posto.
E mentre Erdogan continua ad armarsi con prodotti russi, nessuno gli sta ricordando che l’appartenenza alla Nato richiede alle nazioni aderenti di garantire una democrazia stabile, di perseguire soluzioni pacifiche delle controversie etniche e territoriali, di avere buoni rapporti con le nazioni confinanti, di mostrare impegno nei confronti dello stato di diritto e dei diritti umani, di avere un controllo civile delle proprie forze armate e di garantire l’economia di mercato.
A parte quest’ultima, la Turchia oggi non soddisfa nessuno degli altri criteri, ma la Nato non ha alcun meccanismo per espellere un membro esistente che finirà per essere considerato uno stato inaffidabile come avvenuto per il Pakistan, altro ex alleato ribelle degli Usa.
Gli Usa per dare una scossa alla situazione dovrebbero avere il coraggio di ritirare tutte le armi nucleari dal territorio turco, ridurre la loro dipendenza dalle basi militari in quel Paese, interrompere e contrastare la vendita di armi a Erdogan e la cooperazione tra le due intelligence.
La base aerea di Incirlik, costruita dall’esercito Usa negli anni Cinquanta, rappresenta però un asset importante per la Nato perché cruciale per la sorveglianza di quella parte del mondo, per i ponti aerei e le operazioni di combattimento in Afganistan e Irak. L’alternativa possibile sarebbe trasferire tutto nella base di Muwaffaq Salti, in Giordania, e in altre postazioni nei paesi del Golfo Persico. Ma le armi nucleari di Incirlik dovrebbero in quel caso rientrare negli Stati Uniti o essere trasferite in altri paesi Nato più affidabili. È tempo che l’Alleanza e soprattutto l’Europa diventino realisti sulla Turchia e smettano di considerarla come durante la guerra fredda, finita quasi trent’anni fa. Perché è ormai chiaro al mondo che nonostante l’invio di Mike Pence e l’ottenimento di una tregua per i curdi, in questa vicenda a uscirne vincenti sono Erdogan che rimane saldamente al comando di una nazione, Assad che incassa l’ok della Lega Araba e soprattutto Putin che dagli Emirati all’Arabia Saudita e fino a Mediterraneo si afferma come vera superpotenza. Mentre l’Europa, neppure chiamata a partecipare ai negoziati, si è dimostrata il ventre molle della Nato, finora capace soltanto di proporre embarghi sulle armi che non può in realtà permettersi e ridicole ritorsioni come armare la Uefa per cancellare la finale della prossima Champion’s league.
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