True
2022-05-16
C'era una volta l'infermiere
iStock
Quando si pensa alla sanità, le riflessioni spesso e volentieri convogliano sui medici, e ancora più spesso sui medici di base. Sono quelli più in vista, quelli con cui tutti hanno un contatto più o meno diretto ed è risaputo ormai che i medici sono pochi, perciò, per esempio, i tempi di attesa per ricevere un riscontro dal medico di famiglia si dilatano. Se però la mancanza di medici diventa sempre più problematica e fa impallidire addetti ai lavori e pazienti, davanti alla carenza degli infermieri si può solamente tremare.
Il diciassettesimo Rapporto Crea Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) è molto netto sulla carenza infermieristica. Spiega che la questione peculiare rimane quella dell’adeguatezza degli organici. A livello internazionale, in termine di numeri di medici che praticano attivamente la professione, il nostro Paese, secondo i dati Oecd, è in cima alle graduatorie. Nel 2018 in Italia si contano 4,06 medici per 1.000 abitanti contro 3,17 in Francia ed i 2,84 nel Regno Unito. La Spagna presenta un valore simile all’Italia (4,0), mentre in Germania si registrano 4,3 medici per 1.000 abitanti. E pensare che la percezione della popolazione è ben diversa. Per il personale infermieristico attivo la situazione si ribalta e nel nostro Paese si registra un tasso molto inferiore alla media europea. Nel 2018 in Italia operano 5,5 infermieri per 1.000 abitanti contro i 7,8 del Regno Unito, i 10,8 della Francia ed i 13,2 della Germania. Solo la Spagna si avvicina a noi con un tasso pari a 5,8 ogni 1.000 abitanti.
Il Rapporto sottolinea che in assoluto il surplus di medici di traduce in un’eccedenza di quasi 29.000 unità, mentre gli infermieri mancanti sarebbero oltre 237.000. In particolare, con riferimento alla sola fascia over 75, che è in continua crescita per effetto della scarsa natalità e l’allungamento di vita, «il numero di medici ogni 1.000 abitanti over 75 risulta essere inferiore rispetto a quello della media dei Paesi europei considerati e, a maggior ragione, quello degli infermieri: allo stato attuale, mancherebbero all’appello più di 17.000 medici e 350.000 infermieri». A seconda, dunque, delle fasce di popolazione in esame il deficit di personale infermieristico passa da un minimo di 237.282 unità a un massimo di 350.074.
È evidente che servirà nei prossimi anni un intervento massiccio sul settore sanitario, non solo preventivando una maggior spesa sul costo del personale, entro cui un ruolo fondamentale potrebbe avere il Pnrr, ma sincerandosi della capacità produttiva degli Atenei. Anche nell’anno accademico 2021-2022, infatti, il sistema formativo italiano sta continuando a formare meno infermieri del necessario. I posti di primo anno di corso di laurea per infermieri richiesti da Regione e Ordine degli infermieri erano 23.498, ma i posti messi a disposizione dalle Università sono rimasti fermi a 17.394. I corsi sono stati accessibili, dunque, al 26% in meno di quanto richiesto dalle Regioni. A livello nazionale, le domande di accesso al primo anno sono state 27.952. Il 38% delle aspiranti matricole ha visto respinta la propria richiesta. Inoltre, rispetto al 2020 le domande sono aumentate del 13,6%, ma i posti non hanno tenuto il ritmo e sono saliti solo dell’8,6%. Un dato preoccupante si ottiene a Milano, dove solo il 53% dei candidati è riuscito ad entrare al primo anno di corso di laurea per infermiere in una delle quattro università disponibili.
In ogni caso soluzioni a breve termine per una carenza così stringente non sembrano essere presenti, soprattutto per i centri privati che combattono sia con la mancanza di personale, sia con la competizione della sanità pubblica, date le recenti riaperture di graduatorie e concorsi.
Dove questa problematica risulta più evidente è nelle Rsa, dove, da quanto emerge dal quarto Rapporto Osservatorio Long Term Care Cergas Bocconi - Essity, mancano all’appello il 26% degli infermieri, con picchi di gestori che segnalano essere alla ricerca del 50% degli infermieri, il 18% dei medici e il 13% degli Oss. Quelli che ci sono al momento non sono adeguati a rispondere alla domanda dei circa quattro milioni di italiani non più autosufficienti e questo può declinarsi in una possibile compromissione dei servizi. Inoltre, il 100% dei gestori delle residenze sanitarie assistenziali partecipanti all’analisi dichiara di vivere in una situazione critica nella gestione del personale a causa della carenza di unità (94%), di motivazione (56%) e di casi di burnout (38%). I responsabili delle strutture parlano di offerte di assunzioni, a cui non si è presentato nessuno, o, quando presenti, i candidati erano in un numero talmente irrisorio da impedire una vera selezione. Tutte problematiche già presenti dalla primavera del 2020, che il Covid ha sicuramente acuito.
L’unica soluzione per molti centri pare sia quella di aprire le proprie porte all’estero, pagando corsi intensivi online di italiano a infermieri stranieri, purché vengano in Italia a curare i nostri anziani.
Ci curano senza sapere nemmeno l’italiano
La carenza di infermieri in Italia è talmente stringente che le soluzioni delle strutture sanitarie per ovviare al problema sono le più svariate. Nonostante la loro drammaticità, non può che togliere un sorriso constatare come ci si stia arrampicando sugli specchi pur di non lasciare i nostri anziani a farsi le punture da soli.
I casi presenti nelle cronache locali sono numerosi e spaziano in tutta Italia.
Il Consorzio il Solco, a Ravenna, per esempio, ha annunciato, quasi con toni trionfalistici, l’assunzione di 36 infermieri di nazionalità tunisina e albanese. Oltre al periodo di quarantena, i nuovi arrivati hanno dovuto sostenere un corso intensivo online di italiano. Chissà cosa avranno imparato con un mero corso online, non essendo neanche lingue particolarmente affini all’italiano. È immaginabile la confusione che si verrà a creare nella comunicazione fra gli anziani e i nuovi infermieri che non spiccicheranno una parola della nostra lingua. Da fuori potrebbe sembrare un interessante quadretto comico.
Ma procediamo.
Nelle case di riposo veronesi si va a pescare oltre oceano. Le fondazioni veronesi Giovanni Meritani, Villa Serena, Pia Opera Ciccarelli e l’Istituto Assistenza Anziani hanno rafforzato le truppe con 25 infermieri provenienti dagli ospedali e dalle cliniche della Repubblica Dominicana e del Brasile. «Dopo la prima selezione sono stati organizzati corsi di italiano nel paese di origine dei candidati, che proseguiranno nelle nostre sedi. È previsto poi un periodo di affiancamento ad infermieri italiani durante i servizi», ha fatto presente Andrea Pizzocaro, direttore della «Meritani», al quotidiano online L’Arena.
Sempre in Veneto, a Padova, la Fondazione Santa Tecla fa da apripista al l’assunzione di sette infermieri keniani. Sì, la situazione si è ribaltata. Vengono dal Kenya in missione in Italia.
E ancora. L’arrivo di 2.000 ucraini in fuga dalla guerra con la qualifica di medici e infermieri è stato preso come una manna dal cielo per le strutture sanitarie. Potranno temporaneamente lavorare da noi fino al 2023, grazie al via libera concesso dal governo con il decreto del 21 marzo. La maggioranza delle richieste per i professionisti ucraini arrivano da strutture di Puglia, Calabria, Sicilia e Veneto, pronto ad assumerne 250, soprattutto infermieri per le case di riposo, ma anche per i Pronto Soccorso e gli ambulatori, pubblici e privati. Insomma, le Regioni li hanno agguantati come i ragazzini le figurine Panini mancanti.
Poi c’è la spola che fanno ogni sera gli infermieri sloveni, attraversando il confine per assistere pazienti delle Rsa di Treviso durante le ore notturne. Da noi gli infermieri mancano e loro ne approfittano, portandosi a casa, come riporta la Tribuna di Treviso, 360 euro a notte, cifre da capogiro.
La ciliegina sulla torta è sicuramente l’idea dell’Asl dell’Alto Adige, che potrebbe essere rinominata «Chi trova un amico trova un tesoro». L’azienda ha inviato una mail ai dipendenti, in cui offriva 400 euro come «premio di produttività aggiunto» ogni nuovo infermiere reclutato. Ne porti due? Premio doppio. L’azienda sanitaria ha poi spiegato che la mail, che ha fatto andare su tutte le furie i sindacati, si trattava solo del primo passo di un progetto che andava ancora formalizzato. «Si voleva» hanno spiegato «semplicemente vedere quale tipo di adesione ci potrebbe essere». Poco importa se la pensata andrà in porto o meno, perché basta a descrivere la situazione disastrosa in cui ci troviamo.
Alla fin fine, gli anziani delle Rsa dovranno ringraziare se a curarli saranno degli ispanici. Almeno la nostra lingua è simile.
«Stipendi bassi per il troppo lavoro»
«Se si vuole veramente risolvere la situazione gli strumenti ci sono, dal togliere il numero chiuso, al dare uno stipendio dignitoso per il lavoro svolto, che almeno sia nella media europea». Il presidente del sindacato Nursing Up, Antonio De Palma, è netto in merito alla situazione emergenziale in cui gravita il settore infermieristico italiano.
Quanto è grave la carenza di infermieri nel nostro Paese?
«È una vera e propria emergenza. Il problema è che gli operatori all’acme della formazione, dopo l’università, la quale prevede che imparino a gestire elevate responsabilità, non vengono considerati per l’elevata potenzialità che hanno, e ciò si riflette anche a livello contrattuale. Questo porta disaffezione alla professione e l’emergenza odierna. Dalla carenza degli anni passati di 60.000 unità, durante la pandemia si sono toccate vette di 85.000, perché con il Covid sono cambiati i servizi assistenziali. Ciò che questo governo vuol fare, attraverso il Pnrr, investendo sulla sanità territoriale e le case di comunità, andrà ad acuire l’emergenza. Ci sono state delle assunzioni durante il Covid, ma paradossalmente sono state per la maggior parte a tempo determinato. Ci ritroviamo con una carenza strutturale che viaggia sulle 80.000 unità, nonostante la pandemia sia passata, per l’introduzione dell’infermiere di famiglia».
Il rapporto Crea individua una carenza di oltre 200.000 unità.
«Tenga in considerazione che i numeri di cui noi stiamo parlando sono quelli minimi per garantire l’assistenza. Se poi vogliamo far riferimento alle medie europee, abbiamo un tasso bassissimo di infermieri per numero di abitanti. Alla luce di quella che sarebbe un’assistenza ottimale, e non ai minimi, servirebbero gli infermieri stimati dal Crea. Il problema è che in Italia non ci sono politiche di programmazione, e la grave carenza di infermieri non viene compensata. La prospettiva di un laureato in infermieristica è di finire in un reparto ospedaliero, in aziende che ti chiedono di fare centinaia di ore di straordinario al mese, senza che le ore vengano retribuite. Da un lato ti dicono che quelle ore le potrai recuperare, ma essendo sempre in emergenza, se manca il personale manca non si sa con chi sostituirlo. Per quale motivo non cedere quando ti arriva l’agenzia interinale inglese o svizzera che ti propone uno stipendio dai 2.500 ai 5.000 euro?».
Quanto incide il fatto che i nostri giovani scappino all’estero a lavorare?
«Con l’emergenza che abbiamo noi, anche dieci unità sono un problema. E le persone che se ne vanno sono decine. Con il sindacato siamo stati costretti a fare accordi con agenzie interinali estere per accompagnare i nostri colleghi a lavorare in Germania e in Inghilterra. Ma le pare normale che con l’emergenza che abbiamo accompagniamo le nostre eccellenze ad andare a lavorare per cittadini di altri Paesi? La politica nostrana al di là delle belle parole non produce fatti, perché gli infermieri stanno chiedendo da anni una valorizzazione».
Qual è l’origine della carenza?
«Gli infermieri sono pochi perché mancano le condizioni per attirare i giovani a svolgere questa professione e perché i nostri ministeri non sono in grado di allargare i posti delle università. La decisione di mantenere il numero chiuso, evidentemente non è una decisione dettata dalla necessità, vista l’emergenza, ma dalla politica. Ho il sospetto che i politici che sanno dell’emergenza sanno anche che se si programma il numero più alto di infermieri da formare ogni anno, questi in un secondo momento dovranno essere assunti e pagati. Non vorremmo mai che questa politica bieca da un lato predichi bene, ma poi non crei le premesse perché gli infermieri vengano formati. Che senso ha il limite annuo alla formazione di infermieri, in piena emergenza, in una situazione in cui servirebbero come il pane? È davvero paradossale che gli infermieri siano meno della media europea, mentre i medici sono di più. I medici ci sono, lo testimoniano i dati. Rispetto agli infermieri non c’è proprio paragone».
Come si sta cercando di colmare la carenza di infermieri?
«Con soluzioni creative. Infermieri dall’estero spesso. Addirittura, la regione Veneto attraverso una delibera ha attribuito funzioni di prassi infermieristiche a operatori sociosanitari, abilitandoli con un piccolo corso. Un rischio per i cittadini. Continuiamo a mettere delle pezze sulla carenza, non valorizzando la professione. Se si vuole veramente risolvere la situazione gli strumenti ci sono, dal togliere il numero chiuso, al dare uno stipendio dignitoso per il lavoro svolto, che almeno sia nella media europea».
Quelli che se ne vanno all’estero. «Pagati di più e trattati meglio»
Una diretta conseguenza alla mancanza di personale infermieristico è che le aziende chiedono ai propri dipendenti molte ore di straordinario ed è difficile riuscirsi a prendere qualche settimana di ferie. Lo straordinario però è ormai è diventato routinario e soprattutto le aziende decidono cosa sia straordinario o meno. Perciò, molte ore extra fatte dagli infermieri non vengono retribuite come straordinario, ma segnate come ore da recuperare. Si riesce effettivamente a recuperare questi giorni? Spesso no, non essendoci infermieri a sostituire i colleghi. Si creano allora situazioni paradossali, come quella di Francesca Batani, responsabile del sindacato Nursing Up della regione Emilia-Romagna, che è arrivata ad avere 110 ore di recupero arretrate più 100 giorni di ferie, quelle che si accumulano in tre anni. Inoltre, quando ci sia possibilità di recuperare le ore, è necessario rimanere a disposizione per eventuali emergenze. Francesca Batani racconta anche che molto spesso i giovani che si trasferiscono da un’azienda all’altra non hanno modo di recuperare le ore che spetterebbero loro di diritto. Spostandosi, magicamente tutte quelle ore lavorate scompaiono. L’infermiere regala dunque all’azienda ore di lavoro, che diventano volontariato in un cambio di ospedale.
Non è difficile capire perché molti giovani decidono di provare un’esperienza lavorativa in altri Paesi. In Inghilterra, riferisce Giulia, infermiera neolaureata, attualmente a Bristol, c’è possibilità di crescita. In Italia, dopo la laurea, si comincia a lavorare, mentre se si vuole studiare, sono disponibili master a proprie spese o la laurea magistrale che però non è clinica, ma manageriale. All’estero puoi specializzarti anche a livello clinico e fare carriera. E oltretutto si viene anche retribuiti molto di più.
In base all’esperienza e alla specializzazione si sale di livello, ma oltre a una crescita verticale, è prevista, a livello salariale, annualmente una progressione orizzontale e un aumento del 3% per combattere l’inflazione . Esiste anche la libera professione e gli ospedali hanno la possibilità di assumere infermieri che non lavorano in reparto a tempo pieno, ma i loro turni vengono assegnati in base alle necessità dell’ospedale. Se uno vuole fare la libera professione, che in Italia è considerata extra moenia, esistono agenzie attraverso appalti e paghe orarie diverse che, una volta verificati i requisiti dei singoli, li assegnano a seconda della specialità. Gli infermieri possono anche decidere di aprire aziende in proprio.
L’estero è gremito di stimoli, mentre noi non lasciamo neanche le ferie ai nostri professionisti.
Continua a leggereRiduci
Il rapporto Crea registra la drammatica carenza di paramedici: ne mancano 350.000, una situazione opposta al resto d’Europa. Ma i fondi destinati alla sanità restano scarsi e i corsi di formazione rimangono a numero chiuso.Per sopperire alla mancanza di personale le aziende reclutano da Kenya, Repubblica Dominicana, Tunisia, Brasile, Ucraina, Slovenia, Albania. Le richieste maggiori dal Veneto e dal Sud. Gli anziani pur di non farsi le punture da soli comunicano a gesti.Il presidente del sindacato Nursing Up, Antonio De Palma: «Gli ospedali chiedono di fare centinaia di ore di straordinario non retribuite. I politici nonostante i proclami non vogliono investire».Quelli che se ne vanno all’estero: in Italia turni massacranti e pochi riconoscimenti, a Londra possibilità di carriera.Lo speciale contiene quattro articoli.Quando si pensa alla sanità, le riflessioni spesso e volentieri convogliano sui medici, e ancora più spesso sui medici di base. Sono quelli più in vista, quelli con cui tutti hanno un contatto più o meno diretto ed è risaputo ormai che i medici sono pochi, perciò, per esempio, i tempi di attesa per ricevere un riscontro dal medico di famiglia si dilatano. Se però la mancanza di medici diventa sempre più problematica e fa impallidire addetti ai lavori e pazienti, davanti alla carenza degli infermieri si può solamente tremare. Il diciassettesimo Rapporto Crea Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) è molto netto sulla carenza infermieristica. Spiega che la questione peculiare rimane quella dell’adeguatezza degli organici. A livello internazionale, in termine di numeri di medici che praticano attivamente la professione, il nostro Paese, secondo i dati Oecd, è in cima alle graduatorie. Nel 2018 in Italia si contano 4,06 medici per 1.000 abitanti contro 3,17 in Francia ed i 2,84 nel Regno Unito. La Spagna presenta un valore simile all’Italia (4,0), mentre in Germania si registrano 4,3 medici per 1.000 abitanti. E pensare che la percezione della popolazione è ben diversa. Per il personale infermieristico attivo la situazione si ribalta e nel nostro Paese si registra un tasso molto inferiore alla media europea. Nel 2018 in Italia operano 5,5 infermieri per 1.000 abitanti contro i 7,8 del Regno Unito, i 10,8 della Francia ed i 13,2 della Germania. Solo la Spagna si avvicina a noi con un tasso pari a 5,8 ogni 1.000 abitanti.Il Rapporto sottolinea che in assoluto il surplus di medici di traduce in un’eccedenza di quasi 29.000 unità, mentre gli infermieri mancanti sarebbero oltre 237.000. In particolare, con riferimento alla sola fascia over 75, che è in continua crescita per effetto della scarsa natalità e l’allungamento di vita, «il numero di medici ogni 1.000 abitanti over 75 risulta essere inferiore rispetto a quello della media dei Paesi europei considerati e, a maggior ragione, quello degli infermieri: allo stato attuale, mancherebbero all’appello più di 17.000 medici e 350.000 infermieri». A seconda, dunque, delle fasce di popolazione in esame il deficit di personale infermieristico passa da un minimo di 237.282 unità a un massimo di 350.074.È evidente che servirà nei prossimi anni un intervento massiccio sul settore sanitario, non solo preventivando una maggior spesa sul costo del personale, entro cui un ruolo fondamentale potrebbe avere il Pnrr, ma sincerandosi della capacità produttiva degli Atenei. Anche nell’anno accademico 2021-2022, infatti, il sistema formativo italiano sta continuando a formare meno infermieri del necessario. I posti di primo anno di corso di laurea per infermieri richiesti da Regione e Ordine degli infermieri erano 23.498, ma i posti messi a disposizione dalle Università sono rimasti fermi a 17.394. I corsi sono stati accessibili, dunque, al 26% in meno di quanto richiesto dalle Regioni. A livello nazionale, le domande di accesso al primo anno sono state 27.952. Il 38% delle aspiranti matricole ha visto respinta la propria richiesta. Inoltre, rispetto al 2020 le domande sono aumentate del 13,6%, ma i posti non hanno tenuto il ritmo e sono saliti solo dell’8,6%. Un dato preoccupante si ottiene a Milano, dove solo il 53% dei candidati è riuscito ad entrare al primo anno di corso di laurea per infermiere in una delle quattro università disponibili.In ogni caso soluzioni a breve termine per una carenza così stringente non sembrano essere presenti, soprattutto per i centri privati che combattono sia con la mancanza di personale, sia con la competizione della sanità pubblica, date le recenti riaperture di graduatorie e concorsi. Dove questa problematica risulta più evidente è nelle Rsa, dove, da quanto emerge dal quarto Rapporto Osservatorio Long Term Care Cergas Bocconi - Essity, mancano all’appello il 26% degli infermieri, con picchi di gestori che segnalano essere alla ricerca del 50% degli infermieri, il 18% dei medici e il 13% degli Oss. Quelli che ci sono al momento non sono adeguati a rispondere alla domanda dei circa quattro milioni di italiani non più autosufficienti e questo può declinarsi in una possibile compromissione dei servizi. Inoltre, il 100% dei gestori delle residenze sanitarie assistenziali partecipanti all’analisi dichiara di vivere in una situazione critica nella gestione del personale a causa della carenza di unità (94%), di motivazione (56%) e di casi di burnout (38%). I responsabili delle strutture parlano di offerte di assunzioni, a cui non si è presentato nessuno, o, quando presenti, i candidati erano in un numero talmente irrisorio da impedire una vera selezione. Tutte problematiche già presenti dalla primavera del 2020, che il Covid ha sicuramente acuito.L’unica soluzione per molti centri pare sia quella di aprire le proprie porte all’estero, pagando corsi intensivi online di italiano a infermieri stranieri, purché vengano in Italia a curare i nostri anziani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/c-era-una-volta-infermiere-2657324365.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ci-curano-senza-sapere-nemmeno-litaliano" data-post-id="2657324365" data-published-at="1652664188" data-use-pagination="False"> Ci curano senza sapere nemmeno l’italiano La carenza di infermieri in Italia è talmente stringente che le soluzioni delle strutture sanitarie per ovviare al problema sono le più svariate. Nonostante la loro drammaticità, non può che togliere un sorriso constatare come ci si stia arrampicando sugli specchi pur di non lasciare i nostri anziani a farsi le punture da soli. I casi presenti nelle cronache locali sono numerosi e spaziano in tutta Italia. Il Consorzio il Solco, a Ravenna, per esempio, ha annunciato, quasi con toni trionfalistici, l’assunzione di 36 infermieri di nazionalità tunisina e albanese. Oltre al periodo di quarantena, i nuovi arrivati hanno dovuto sostenere un corso intensivo online di italiano. Chissà cosa avranno imparato con un mero corso online, non essendo neanche lingue particolarmente affini all’italiano. È immaginabile la confusione che si verrà a creare nella comunicazione fra gli anziani e i nuovi infermieri che non spiccicheranno una parola della nostra lingua. Da fuori potrebbe sembrare un interessante quadretto comico. Ma procediamo. Nelle case di riposo veronesi si va a pescare oltre oceano. Le fondazioni veronesi Giovanni Meritani, Villa Serena, Pia Opera Ciccarelli e l’Istituto Assistenza Anziani hanno rafforzato le truppe con 25 infermieri provenienti dagli ospedali e dalle cliniche della Repubblica Dominicana e del Brasile. «Dopo la prima selezione sono stati organizzati corsi di italiano nel paese di origine dei candidati, che proseguiranno nelle nostre sedi. È previsto poi un periodo di affiancamento ad infermieri italiani durante i servizi», ha fatto presente Andrea Pizzocaro, direttore della «Meritani», al quotidiano online L’Arena. Sempre in Veneto, a Padova, la Fondazione Santa Tecla fa da apripista al l’assunzione di sette infermieri keniani. Sì, la situazione si è ribaltata. Vengono dal Kenya in missione in Italia. E ancora. L’arrivo di 2.000 ucraini in fuga dalla guerra con la qualifica di medici e infermieri è stato preso come una manna dal cielo per le strutture sanitarie. Potranno temporaneamente lavorare da noi fino al 2023, grazie al via libera concesso dal governo con il decreto del 21 marzo. La maggioranza delle richieste per i professionisti ucraini arrivano da strutture di Puglia, Calabria, Sicilia e Veneto, pronto ad assumerne 250, soprattutto infermieri per le case di riposo, ma anche per i Pronto Soccorso e gli ambulatori, pubblici e privati. Insomma, le Regioni li hanno agguantati come i ragazzini le figurine Panini mancanti. Poi c’è la spola che fanno ogni sera gli infermieri sloveni, attraversando il confine per assistere pazienti delle Rsa di Treviso durante le ore notturne. Da noi gli infermieri mancano e loro ne approfittano, portandosi a casa, come riporta la Tribuna di Treviso, 360 euro a notte, cifre da capogiro. La ciliegina sulla torta è sicuramente l’idea dell’Asl dell’Alto Adige, che potrebbe essere rinominata «Chi trova un amico trova un tesoro». L’azienda ha inviato una mail ai dipendenti, in cui offriva 400 euro come «premio di produttività aggiunto» ogni nuovo infermiere reclutato. Ne porti due? Premio doppio. L’azienda sanitaria ha poi spiegato che la mail, che ha fatto andare su tutte le furie i sindacati, si trattava solo del primo passo di un progetto che andava ancora formalizzato. «Si voleva» hanno spiegato «semplicemente vedere quale tipo di adesione ci potrebbe essere». Poco importa se la pensata andrà in porto o meno, perché basta a descrivere la situazione disastrosa in cui ci troviamo. Alla fin fine, gli anziani delle Rsa dovranno ringraziare se a curarli saranno degli ispanici. Almeno la nostra lingua è simile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/c-era-una-volta-infermiere-2657324365.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="stipendi-bassi-per-il-troppo-lavoro" data-post-id="2657324365" data-published-at="1652664188" data-use-pagination="False"> «Stipendi bassi per il troppo lavoro» «Se si vuole veramente risolvere la situazione gli strumenti ci sono, dal togliere il numero chiuso, al dare uno stipendio dignitoso per il lavoro svolto, che almeno sia nella media europea». Il presidente del sindacato Nursing Up, Antonio De Palma, è netto in merito alla situazione emergenziale in cui gravita il settore infermieristico italiano. Quanto è grave la carenza di infermieri nel nostro Paese? «È una vera e propria emergenza. Il problema è che gli operatori all’acme della formazione, dopo l’università, la quale prevede che imparino a gestire elevate responsabilità, non vengono considerati per l’elevata potenzialità che hanno, e ciò si riflette anche a livello contrattuale. Questo porta disaffezione alla professione e l’emergenza odierna. Dalla carenza degli anni passati di 60.000 unità, durante la pandemia si sono toccate vette di 85.000, perché con il Covid sono cambiati i servizi assistenziali. Ciò che questo governo vuol fare, attraverso il Pnrr, investendo sulla sanità territoriale e le case di comunità, andrà ad acuire l’emergenza. Ci sono state delle assunzioni durante il Covid, ma paradossalmente sono state per la maggior parte a tempo determinato. Ci ritroviamo con una carenza strutturale che viaggia sulle 80.000 unità, nonostante la pandemia sia passata, per l’introduzione dell’infermiere di famiglia». Il rapporto Crea individua una carenza di oltre 200.000 unità. «Tenga in considerazione che i numeri di cui noi stiamo parlando sono quelli minimi per garantire l’assistenza. Se poi vogliamo far riferimento alle medie europee, abbiamo un tasso bassissimo di infermieri per numero di abitanti. Alla luce di quella che sarebbe un’assistenza ottimale, e non ai minimi, servirebbero gli infermieri stimati dal Crea. Il problema è che in Italia non ci sono politiche di programmazione, e la grave carenza di infermieri non viene compensata. La prospettiva di un laureato in infermieristica è di finire in un reparto ospedaliero, in aziende che ti chiedono di fare centinaia di ore di straordinario al mese, senza che le ore vengano retribuite. Da un lato ti dicono che quelle ore le potrai recuperare, ma essendo sempre in emergenza, se manca il personale manca non si sa con chi sostituirlo. Per quale motivo non cedere quando ti arriva l’agenzia interinale inglese o svizzera che ti propone uno stipendio dai 2.500 ai 5.000 euro?». Quanto incide il fatto che i nostri giovani scappino all’estero a lavorare? «Con l’emergenza che abbiamo noi, anche dieci unità sono un problema. E le persone che se ne vanno sono decine. Con il sindacato siamo stati costretti a fare accordi con agenzie interinali estere per accompagnare i nostri colleghi a lavorare in Germania e in Inghilterra. Ma le pare normale che con l’emergenza che abbiamo accompagniamo le nostre eccellenze ad andare a lavorare per cittadini di altri Paesi? La politica nostrana al di là delle belle parole non produce fatti, perché gli infermieri stanno chiedendo da anni una valorizzazione». Qual è l’origine della carenza? «Gli infermieri sono pochi perché mancano le condizioni per attirare i giovani a svolgere questa professione e perché i nostri ministeri non sono in grado di allargare i posti delle università. La decisione di mantenere il numero chiuso, evidentemente non è una decisione dettata dalla necessità, vista l’emergenza, ma dalla politica. Ho il sospetto che i politici che sanno dell’emergenza sanno anche che se si programma il numero più alto di infermieri da formare ogni anno, questi in un secondo momento dovranno essere assunti e pagati. Non vorremmo mai che questa politica bieca da un lato predichi bene, ma poi non crei le premesse perché gli infermieri vengano formati. Che senso ha il limite annuo alla formazione di infermieri, in piena emergenza, in una situazione in cui servirebbero come il pane? È davvero paradossale che gli infermieri siano meno della media europea, mentre i medici sono di più. I medici ci sono, lo testimoniano i dati. Rispetto agli infermieri non c’è proprio paragone». Come si sta cercando di colmare la carenza di infermieri? «Con soluzioni creative. Infermieri dall’estero spesso. Addirittura, la regione Veneto attraverso una delibera ha attribuito funzioni di prassi infermieristiche a operatori sociosanitari, abilitandoli con un piccolo corso. Un rischio per i cittadini. Continuiamo a mettere delle pezze sulla carenza, non valorizzando la professione. Se si vuole veramente risolvere la situazione gli strumenti ci sono, dal togliere il numero chiuso, al dare uno stipendio dignitoso per il lavoro svolto, che almeno sia nella media europea». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/c-era-una-volta-infermiere-2657324365.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="quelli-che-se-ne-vanno-allestero-pagati-di-piu-e-trattati-meglio" data-post-id="2657324365" data-published-at="1652664188" data-use-pagination="False"> Quelli che se ne vanno all’estero. «Pagati di più e trattati meglio» Una diretta conseguenza alla mancanza di personale infermieristico è che le aziende chiedono ai propri dipendenti molte ore di straordinario ed è difficile riuscirsi a prendere qualche settimana di ferie. Lo straordinario però è ormai è diventato routinario e soprattutto le aziende decidono cosa sia straordinario o meno. Perciò, molte ore extra fatte dagli infermieri non vengono retribuite come straordinario, ma segnate come ore da recuperare. Si riesce effettivamente a recuperare questi giorni? Spesso no, non essendoci infermieri a sostituire i colleghi. Si creano allora situazioni paradossali, come quella di Francesca Batani, responsabile del sindacato Nursing Up della regione Emilia-Romagna, che è arrivata ad avere 110 ore di recupero arretrate più 100 giorni di ferie, quelle che si accumulano in tre anni. Inoltre, quando ci sia possibilità di recuperare le ore, è necessario rimanere a disposizione per eventuali emergenze. Francesca Batani racconta anche che molto spesso i giovani che si trasferiscono da un’azienda all’altra non hanno modo di recuperare le ore che spetterebbero loro di diritto. Spostandosi, magicamente tutte quelle ore lavorate scompaiono. L’infermiere regala dunque all’azienda ore di lavoro, che diventano volontariato in un cambio di ospedale. Non è difficile capire perché molti giovani decidono di provare un’esperienza lavorativa in altri Paesi. In Inghilterra, riferisce Giulia, infermiera neolaureata, attualmente a Bristol, c’è possibilità di crescita. In Italia, dopo la laurea, si comincia a lavorare, mentre se si vuole studiare, sono disponibili master a proprie spese o la laurea magistrale che però non è clinica, ma manageriale. All’estero puoi specializzarti anche a livello clinico e fare carriera. E oltretutto si viene anche retribuiti molto di più. In base all’esperienza e alla specializzazione si sale di livello, ma oltre a una crescita verticale, è prevista, a livello salariale, annualmente una progressione orizzontale e un aumento del 3% per combattere l’inflazione . Esiste anche la libera professione e gli ospedali hanno la possibilità di assumere infermieri che non lavorano in reparto a tempo pieno, ma i loro turni vengono assegnati in base alle necessità dell’ospedale. Se uno vuole fare la libera professione, che in Italia è considerata extra moenia, esistono agenzie attraverso appalti e paghe orarie diverse che, una volta verificati i requisiti dei singoli, li assegnano a seconda della specialità. Gli infermieri possono anche decidere di aprire aziende in proprio. L’estero è gremito di stimoli, mentre noi non lasciamo neanche le ferie ai nostri professionisti.
Vitkor Orbán e Robert Fico (Ansa)
Si apre oggi il quinto anno di guerra in Ucraina, ma le commemorazioni sono segnate dalle tensioni nel Vecchio Continente sul sostegno a Kiev. In occasione dell’anniversario, infatti, arriveranno oggi in Ucraina il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, per manifestare «ampio sostegno» al «partner coraggioso e vicino». I due, oltre a incontrare il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, parteciperanno alla cerimonia commemorativa e visiteranno un sito infrastrutturale che porta i segni dei bombardamenti russi. Inoltre, è atteso un intervento da remoto di Zelensky durante la plenaria straordinaria del Parlamento europeo. E se il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ricordato che dall’inizio della guerra si contano «15.000 morti civili» solo in Ucraina, la Banca mondiale ha fatto il punto sulla ripresa del Paese. Per ricostruirlo saranno necessari «588 miliardi di dollari in un orizzonte temporale di dieci anni, equivalenti a quasi tre volte il Pil dell’Ucraina del 2025». A tirare le somme dopo quattro anni di guerra è anche l’Unione europea: ha ricordato che dall’inizio del conflitto ha stanziato quasi 195 miliardi di euro di aiuti a Kiev. Eppure, le fratture a Bruxelles sono evidenti. Il piano della Commissione Ue di approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, proprio in occasione dell’anniversario, è stato un buco nell’acqua. A opporsi sono state l’Ungheria e la Slovacchia nel Consiglio esteri dell’Ue. Il veto dei due Paesi proseguirà fino a quando non saranno ripristinate le forniture del petrolio russo dall’oleodotto Druzhba: per Kiev è stato danneggiato da Mosca il 27 gennaio, ma l’Ungheria e la Slovacchia hanno accusato l’Ucraina di non voler riavviare l’attività dell’oleodotto di proposito. E Budapest ha anche minacciato di bloccare il prestito di 90 miliardi di euro a Kiev. Intervenendo in merito, il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, ha dichiarato che è «un diritto sovrano decidere da dove provengano le fonti energetiche». Ha poi paragonato «i fanatici della guerra di Bruxelles» a «un uomo magrolino» che «cerca di mostrare i suoi bicipiti». Sulla stessa linea, il primo ministro slovacco, Robert Fico, che ha annunciato la sospensione delle forniture di energia elettrica di emergenza all’Ucraina. Queste posizioni hanno attirato duri rimproveri: la Germania si è detta «sbalordita», la Polonia ha parlato di «atto di sabotaggio politico», la Lituania è «arrabbiata e frustrata». Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato che «sbaglia chi non vuole fare delle scelte che spingano Mosca a venire a più miti consigli».
Nel tentativo di correre ai ripari, Costa ha già mandato una lettera al primo ministro ungherese, Vitkor Orbán, in merito al prestito da 90 miliardi a Kiev: «Ti invito fortemente a conformarti alla decisione presa al Consiglio europeo di dicembre». E ha fatto presente che oggi con Zelensky discuterà la questione dell’oleodotto. C’è da dire che l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, dopo il flop, ha lanciato un avvertimento: Bruxelles può «sempre lavorare» all’«uso dei beni russi congelati».
Ma le visioni opposte in Europa interessano anche l’eventuale dialogo con Mosca. A bocciare l’iniziativa francese è stato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul: «È l’approccio sbagliato». A rincarare la dose è stata anche Kallas: «Prima di parlare con Mosca, dovremmo essere chiari su ciò di cui vogliamo discutere».
Tensioni europee a parte, i negoziati tra la Russia, l’Ucraina e gli Stati Uniti proseguono: si svolgeranno entro «la fine di questa settimana», ha detto il capo della squadra negoziale di Kiev, Kyrylo Budanov. Sul tavolo, stando a quanto riferito da Ukrainska Pravda, ci sarà anche il tema della gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. E pare anche che nelle precedenti trattative a Ginevra sia stata discussa, sempre secondo il giornale ucraino, la creazione della zona economica libera di 40 chilometri sotto un’eventuale supervisione del Board of Peace.
Nel frattempo, il presidente russo, Vladimir Putin, durante la consegna della medaglia Eroe della Russia, ha dichiarato che Mosca «sta combattendo per il suo futuro, per l’indipendenza, per la verità e la giustizia». E ha poi avvisato che «la priorità assoluta» rimane «lo sviluppo della triade nucleare». A provocare Kiev è stato invece il vicesegretario del Consiglio di sicurezza, Dmitrij Medvedev: «Il destino di Benito Mussolini e Adolf Hitler costituisce un esempio lampante per le attuali autorità» ucraine. E se la guerra dovesse finire, «nel peggiore dei casi», i leader di Kiev «saranno impiccati dal loro stesso popolo proprio sulla Maidan».
Dall’altra parte, Zelensky in un’intervista alla Bbc, ha accusato lo zar russo di aver già «scatenato una terza guerra mondiale». Il presidente gialloblù ha anche esortato la Nato a «considerare i missili Oreshnik un obiettivo legittimo». Zelensky è infatti convinto che sono stati «portati i veicoli necessari» in Bielorussia. Ma non solo: ha affermato che Minsk è in contatto con Mosca per «esercitazioni militari congiunte» sul territorio bielorusso. Intanto, per affrontare l’emergenza energetica, dall’Italia sono arrivati a Kiev dieci generatori.
Mosca resta la regina del grano
Dopo quattro anni di guerra sul fronte ucraino l’Europa si scopre sempre più debole sul terreno agricolo e l’Italia paga un prezzo altissimo. È la nuova battaglia del grano da cui esce sconfitta la politica agricola comunitaria ed esce a pezzi la cerealicoltura nostra ed emergono enormi ipocrisie.
Chi continua a raccontare che l’economia russa è a pezzi e che gli ucraini sono alla fame non ha fatto i conti con il report del centro studi Divulga, presieduto dal professor Piermichele La Sala, economista agrario - non a caso -dell’Università di Foggia, che ieri ha diffuso uno studio sull’andamento del mercato mondiale del grano. Divulga, che lavora in collaborazione con Coldiretti, lancia un allarme: con l’attuale congiuntura dei prezzi internazionali in Italia produrre grano non è conveniente. Ma non lo è nemmeno nell’Ue: da qui le fortissime pressioni che gli agricoltori polacchi, rumeni, francesi e bulgari hanno fatto affinché si reintroducesse un dazio sul prodotto ucraino. Facendo due conti - osserva Divulga - a gennaio la quotazione del grano duro era di 261,4 euro a tonnellata. Non va diversamente per il grano tenero nazionale: il prezzo medio all’origine ha raggiunto i 231,76 euro a tonnellata a gennaio 2026.
Diamo uno sguardo ai costi di produzione. Si certifica nello studio che per il grano duro «nel centro Italia e in Sicilia il costo medio risulta pari a 318 euro a tonnellata, nel Nord siamo a circa 302 euro a tonnellata; per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. In Italia, di fatto, si coltiva in rimessa. Questo giustifica le massicce importazioni dell’Ucraina. E questo rende palese che - scrive Divulga - la Russia in questi quattro anni di guerra ha consolidato il primato delle esportazioni mondiali di grano (16% su totale export mondiale), ma l’Ucraina, grazie soprattutto all’Unione Europea, non crolla. Dal giorno dell’invasione, le esportazioni mondiali di grano, soprattutto duro, della Russia sono aumentate in Paesi come Kazakhstan (+303%), Arabia Saudita (+1758%), Pakistan (+315%), Kenya (+115%), Brasile (+732%), Cina (+190%), Turchia (+22%).
L’Unione europea, in questi quattro anni, dopo un’impennata nel primo biennio del conflitto, ha visto praticamente azzerarsi gli arrivi diretti da Mosca, ma chi ne ha approfittato è la Turchia, che fa triangolazione e, nonostante sia Paese della Nato, importa da Mosca e rivende in Europa con un’impennata del 600% delle sue esportazioni verso l’Ue.
Peraltro l’export da Kiev verso l’Unione europea di grano, soprattutto tenero, ha visto un incremento del 386% rispetto al periodo pre bellico. L’Ucraina è passata da meno di un milione di tonnellate prima dello scoppio del conflitto a oltre 4,4 milioni di tonnellate nei quattro anni di guerra. Per quel che riguarda l’Italia questo significa che dipendiamo dall’Ucraina per circa un terzo del fabbisogno di tenero (sul milione mezzo di tonnellate) e dal Canada per quasi l’intero stock d’importazione del duro, che supera i 2,5 milioni di tonnellate. Con il Mercosur finiamo per reimportare da Argentina e Brasile il grano duro di Mosca vietato dalle sanzioni. Con Ursula von der Leyen concentrata sul riarmo abbiamo perso di vista che il grano è un’arma strategica. Lo sa benissimo la Cina, che con circa 151 milioni di tonnellate ha 45% delle scorte mondiali di grano, la Russia ha più che raddoppiato i propri stock. Incremento forte delle riserve anche da parte di Usa e India, l’Europa invece - osserva Divulga - «mostra una preoccupante contrazione del 37%, confermando il progressivo indebolimento del proprio peso (meno del 5% delle scorte mondiali) in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche».
In un eventuale conflitto avremo ottimi carri armati tedeschi, in futuro, ma potremmo essere sconfitti dalla fame, perché la guerra del grano è quella che fa più vittime.
Continua a leggereRiduci
È in corso una trasformazione demografica che è sotto gli occhi di tutti — basta guardare le nostre classi elementari — ma la politica sembra accorgersene solo quando può trarne vantaggio alle urne. Chi amministra oggi la verità in Europa? Stiamo vivendo la fine di un'era.
Nel riquadro Carmelo Cinturrino (Ansa)
Sarà l’interrogatorio di garanzia previsto questa mattina a San Vittore, di fronte al gip Domenico Santoro, il primo vero passaggio in cui l’assistente capo della polizia Carmelo Cinturrino sarà chiamato a rispondere punto per punto non solo dello sparo che il 26 gennaio ha ucciso Abderrahim Mansouri, ma soprattutto di ciò che è accaduto subito dopo, nel boschetto di Rogoredo. È un quadro inquietante quello che gli inquirenti hanno delineato intorno a questo agente nato a Messina il 21 novembre del 1984, accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani. Per la Procura che ha disposto il carcere, oltre al pericolo di fuga, risulta «concreto e attuale» sia il pericolo di inquinamento probatorio sia di reiterazione del reato, «alla luce della circostanza che il fermato ha dimostrato elevatissima capacità criminale».
Nelle carte firmate dal procuratore capo, Marcello Viola, e da Giovanni Tarzia si affaccia infatti anche un’altra ipotesi: che i quattro agenti inizialmente sentiti come persone informate sui fatti possano aver fornito versioni in linea con quella di Cinturrino per timore di essere ammazzati anche loro. Solo dopo - nel corso di interrogatori più approfonditi e alla luce dei riscontri oggettivi - hanno iniziato a dettagliare elementi diversi. È in questo snodo che gli inquirenti collocano il cambio di passo investigativo, frutto di un lavoro definito dagli stessi vertici «rigoroso e senza sconti», portato avanti dalla Procura e dalla Squadra mobile della questura di Milano.
A pesare, secondo gli atti, sarebbero state anche le pressioni attribuite all’assistente capo: Cinturrino avrebbe sollecitato i colleghi a mantenere la versione della legittima difesa. Dai verbali emerge una figura temuta, capace di incutere soggezione. «Avevo paura che potesse spararmi», ha riferito l’agente Davide Picciotto, una percezione confermata da altri testimoni che descrivono comportamenti abitualmente aggressivi, tanto da usare talvolta il martello anche contro i tossicodipendenti.
Il fermo e la richiesta di custodia cautelare si fondano sull’accusa di omicidio volontario: per la Procura, Cinturrino avrebbe sparato consapevolmente a Mansouri senza una minaccia concreta, mentre cercava di fuggire, aggravando la propria posizione alterando la scena e costruendo una versione difensiva non veritiera.
Il quadro cambia radicalmente con il secondo interrogatorio di Picciotto, reso il 19 febbraio. È qui che, secondo gli inquirenti, emergono riscontri decisivi. Picciotto - che al momento dello sparo si trovava alla destra di Cinturrino, due o tre metri più indietro - colloca l’azione a una distanza di circa 20 metri dalla vittima. Racconta di aver visto Mansouri fare un gesto con il braccio destro, «sopra la spalla», come se stesse per lanciare qualcosa. Un gesto che viene collegato alla pietra rinvenuta accanto alla mano del giovane e visibile nelle immagini acquisite.
Ma Picciotto è altrettanto esplicito su un punto centrale: non ha mai avuto timore di essere colpito. Lo dice chiaramente agli inquirenti. La minaccia, secondo il suo racconto, non era concreta né immediata. E soprattutto aggiunge un elemento dirimente: prima dello sparo nessuno ha intimato l’alt, né si è qualificato come polizia.
Dopo il colpo, Mansouri cade prono, con il volto a terra. Le lesioni al viso, l’imbrattamento di terriccio, la posizione del corpo e la traiettoria del proiettile - che entra nella regione parietale destra e si arresta nella zona occipitale - trovano riscontro negli accertamenti medico-legali e balistici dell’università di Milano e della polizia scientifica. È una caduta compatibile con un colpo esploso di lato, mentre la testa era leggermente ruotata, non con un fronteggiamento diretto.
È a questo punto che si innesta la parte più inquietante del racconto. Picciotto riferisce che Cinturrino gli consegna le chiavi della Panda di servizio e gli ordina di andare al commissariato Mecenate a prendere la valigetta degli atti, quella abitualmente utilizzata dai capo pattuglia delle volanti. Non quella di servizio - presente sul posto con la volante Mecenate bis - ma una borsa nera personale, con lo stemma dell’Italia, appartenente allo stesso Cinturrino. Le telecamere documentano l’andata e il ritorno: Picciotto si allontana alle 17.33, rientra al bosco alle 17.48. Quando torna, vede Cinturrino aprire il cofano, prelevare un oggetto nero e correre verso il corpo. Solo dopo, vicino alla mano di Mansouri, compare la pistola a salve.
Il ritardo nei soccorsi - 22-23 minuti - chiude il cerchio. Mansouri non muore sul colpo: dà segni di vita. Eppure il 118 viene chiamato solo alle 17.55. Secondo la Procura, Cinturrino tranquillizza i colleghi, dicendo di aver già avvisato la centrale. Non è vero. Quel lasso di tempo, scrivono i pm, viene utilizzato per modificare la scena.
Sul piano politico il caso riaccende lo scontro sullo scudo penale. Elly Schlein, leader dem, ha accusato Giorgia Meloni e Matteo Salvini di aver strumentalizzato il caso, definendo grave l’uso politico di una vicenda giudiziaria ancora in corso per il referendum. Ha chiesto scuse per i giudici e di rivedere la norma del decreto Sicurezza che introdurrebbe una forma di impunità preventiva. Di segno opposto Salvini, che ribadisce: «Lo scudo non è impunità: se ci sono evidenze di crimine si indaga e si arresta». Il premier Meloni ha avvertito che, se le ipotesi fossero confermate, si tratterebbe di un fatto «gravissimo». Ha espresso «profonda rabbia» all’idea che chi tradisce la divisa possa «sporcare» il lavoro di chi ogni giorno tutela la sicurezza, ringraziando la polizia di Stato per le indagini interne svolte «al solo fine di far emergere la verità». Il presidente del Consiglio ha poi ribadito che «non esiste alcuno scudo penale» e che la giustizia farà il suo corso.
Tra gli alberi c’era chi ha visto tutto
È stata una sequenza di errori a portare Carmelo Cinturrino al centro dell’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri. Errori che hanno incrinato la versione della legittima difesa e hanno finito per reggere l’impianto accusatorio della Procura di Milano.
Il primo riguarda la pistola. L’arma indicata da Cinturrino come la minaccia che lo avrebbe costretto a sparare non si è rivelata solo una replica a salve. Ma soprattutto, dagli accertamenti della Scientifica, è emerso che su quell’oggetto non erano presenti tracce genetiche della vittima, mentre sono state rinvenute più tracce biologiche dello stesso Cinturrino: sulla guanciola, sul grilletto, sul cane e sull’impugnatura. Un dato che ha smentito l’ipotesi che Mansouri l’avesse mai impugnata e ha rafforzato il sospetto che la pistola fosse stata maneggiata e collocata dopo, per costruire una scena compatibile con la legittima difesa. Il secondo errore ha riguardato i tempi dei soccorsi. Un ritardo che, per l’accusa, non è stato casuale ma funzionale ad alterare la scena. Il terzo è stato non accorgersi dei testimoni. Nel bosco di Rogoredo, quella sera, non c’erano solo poliziotti. Alcuni frequentatori dell’area hanno assistito alle fasi dell’intervento e dello sparo, nascosti nella boscaglia. Tra loro Muhammadi Quadrat Ullah, che ha raccontato di aver visto Mansouri disarmato, con un telefono in una mano e una pietra nell’altra, colpito mentre stava cercando di fuggire. La sua versione è stata ritenuta attendibile anche perché verificata sul posto, in condizioni di luce simili a quelle del pomeriggio del 26 gennaio e perché supportata da riscontri oggettivi: la presenza della pietra accanto alla mano della vittima, il fango sul volto, la posizione prona del corpo.
Tra i riscontri che hanno pesato di più nell’impianto accusatorio c’è il racconto di Mohui Rachid, uno dei frequentatori del boschetto che, secondo gli inquirenti, ha finito per incastrare proprio chi per anni avrebbe incusso timore in quell’area. Rachid ha riferito di essere stato in chiamata Whatsapp con Mansouri negli istanti immediatamente precedenti allo sparo. Una conversazione in tempo reale, durante la quale lo avrebbe avvertito della presenza della polizia invitandolo a scappare. La chiamata, ha raccontato, si è interrotta bruscamente dopo un rumore secco, riconducibile a un colpo d’arma da fuoco. Subito dopo ha tentato di richiamarlo, senza ottenere risposta. Un racconto che ha trovato puntuale riscontro tecnico: l’analisi del cellulare di Mansouri ha confermato una chiamata Whatsapp alle 17.32, collocata a ridosso dell’orario stimato dello sparo. Rachid aveva anche consegnato agli investigatori uno screenshot del registro chiamate, poi verificato dalla Squadra mobile. Un dettaglio ritenuto decisivo perché colloca Mansouri in una situazione incompatibile con la versione della minaccia armata imminente: stava parlando al telefono, non impugnava una pistola. Per la Procura, la testimonianza di Rachid è fondamentale: è uno dei frequentatori del boschetto che, secondo le carte, avrebbero subito per anni intimidazioni da parte di Cinturrino.
Infine, il quarto errore è stato aver confidato in un’impunità costruita nel tempo. Dagli atti emerge un quadro «allarmante»: intimidazioni, violenze e richieste di denaro ai tossici, riferite da più soggetti sentiti dagli investigatori. Intanto Dario Redaelli ha rinunciato all’incarico di consulente della difesa di Cinturrino, affermando di non poter difendere chi ha «preso in giro» lui e l’istituzione a cui ha appartenuto per 40 anni. E ha espresso solidarietà ai poliziotti che ogni giorno onorano la divisa.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro, il Pm Massimo Russo (Imagoeconomica)
Massimo Russo, Pm presso la Procura per i minorenni di Palermo
La mia posizione su questa riforma nasce da una riflessione lunga e anche molto travagliata, che mi ha costretto a fare i conti con la mia storia professionale. Sono entrato in magistratura nel dicembre del 1987. Nei corridoi del Palazzo di giustizia di Palermo incontrai Giovanni Falcone che con altri colleghi poco tempo prima aveva dato vita al Movimento per la giustizia. Alle elezioni del 1990 per il Consiglio superiore della magistratura fui tra i pochi - pochissimi - a votarlo. Fu un insuccesso, ma quell’esperienza segnò profondamente il mio modo di intendere il ruolo del magistrato. Da allora ho continuato l’impegno associativo, riconoscendomi nei valori di quella stagione.
Negli anni ho svolto funzioni diverse: prima giudice, poi pubblico ministero a Marsala e a Palermo, lavorando anche nella Direzione distrettuale antimafia, in prima linea nel contrasto a Cosa nostra nella provincia di Trapani. Ho poi lasciato la toga per una parentesi di impegno politico-amministrativo alla Regione siciliana e sono tornato in magistratura come magistrato di sorveglianza a Napoli. Oggi svolgo le funzioni di sostituto procuratore presso la Procura per i minorenni di Palermo.
Nei primi anni Duemila sono stato eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati del distretto di Palermo e successivamente ho continuato l’impegno associativo nel Movimento per la giustizia.
Spiegare pubblicamente perché sostengo questa riforma non è stato facile. Per certi versi potrebbe sembrare quasi una smentita del mio passato. In realtà è proprio da quella storia che nasce questa convinzione.
Come magistrato che ha sempre avuto una cultura e una sensibilità progressista, attenta ai diritti e alle garanzie, non posso non ricordare come l’idea di intervenire sull’assetto dell’ordinamento giudiziario non nasce oggi né appartiene a una sola parte politica.
Per anni si è discusso della necessità di superare, dando corso a quanto auspicato dal Costituente con la VII disposizione transitoria della Costituzione, alcuni tratti dell’impianto ordinamentale ereditato dallo Stato fascista, e non pochi esponenti del centrosinistra hanno sostenuto, in diverse stagioni politiche, l’esigenza di rafforzare la distinzione tra accusa e giudice, di intervenire sulle dinamiche dell’autogoverno e di prevedere un Alta Corte disciplinare per i magistrati.
È uno dei paradossi della storia istituzionale italiana che una riforma a lungo invocata da culture politiche riformiste venga oggi portata a compimento da un governo di centrodestra. Ma proprio questo dimostra che la questione non è ideologica: riguarda l’assetto dello Stato e il funzionamento della giurisdizione. Le istituzioni, infatti, non appartengono a una parte. E quando una riforma attraversa culture politiche diverse significa che tocca un nodo reale del sistema.
In tanti anni di magistratura ho imparato una cosa semplice: quando si parla di giustizia il punto di vista decisivo non è quello del magistrato, ma quello dei cittadini. Sono loro che la cercano, che la invocano, che ne hanno bisogno.
La giurisdizione è un bene comune. Non appartiene ai magistrati, non appartiene alla politica. I magistrati ne sono i custodi, gli officianti istituzionali. Ma la legittimazione della giustizia non nasce soltanto dalla norma: nasce dalla fiducia.
È evidente che la fiducia richiede anche una giustizia efficiente, capace di decidere in tempi ragionevoli e sostenuta da riforme organizzative adeguate. Ma il referendum costituzionale riguarda un altro livello: non l’efficienza quotidiana del sistema, bensì la sua architettura istituzionale. È partendo da questo punto di vista che bisogna interrogarsi sullo stato della giustizia nel nostro Paese.
Un dato è difficilmente contestabile: la fiducia dei cittadini si è progressivamente indebolita. La magistratura è sempre più spesso percepita come distante, come un centro di potere autoreferenziale. E mi preoccupa vedere oggi la magistratura organizzata scendere direttamente nel confronto pubblico per chiedere consenso, quasi fosse una parte politica, come se stesse difendendo qualcosa che appartiene a sé stessa e non alla comunità.
È bene ricordare che, in una democrazia rappresentativa, la sovranità appartiene ai cittadini che la esercitano attraverso il Parlamento, al quale spetta fare le leggi. Il giudice, per dettato costituzionale, è soggetto soltanto alla legge: non difende un proprio spazio di potere, ma applica con imparzialità le norme che l’ordinamento democratico si è dato.
Nelle ultime settimane il dibattito pubblico è scivolato verso toni apocalittici: si è parlato di assalto alla Costituzione, di rischio per la democrazia, di sovvertimento dell’equilibrio dei poteri. Quando il linguaggio si fa così estremo, spesso è il segnale che il confronto si è allontanato dal merito. A ben vedere, il filo conduttore della riforma è chiaro e comprensibile: rafforzare la terzietà del sistema giudiziario. Terzietà nel processo, attraverso una distinzione più netta e strutturale tra chi esercita l’azione penale e chi è chiamato a giudicare. Terzietà nell’autogoverno, con due distinti Consigli superiori e meccanismi pensati per ridurre il peso delle logiche correntizie. Terzietà nel sistema disciplinare, affidato a un giudice realmente indipendente.
Tre pilastri, un unico principio: la terzietà.
Non si tratta di indebolire la magistratura. Al contrario, si tratta di rafforzarne l’autorevolezza, restituendo alla giurisdizione ciò che più conta: la fiducia dei cittadini.
Ogni persona che entra in un’aula giudiziaria forma il proprio giudizio non sui principi astratti, ma sull’esperienza concreta: sulla capacità di ascolto, sull’equilibrio, sulla percezione di libertà del giudice.
Sapere, per esempio, che chi accusa e chi giudica appartengono a ruoli realmente distinti rende il cittadino più sereno. Sapere che il giudice non appartiene allo stesso circuito dell’accusa rafforza la fiducia nel processo.
La terzietà, infatti, non è solo una condizione giuridica: è anche una percezione. E quando questa percezione è chiara, aumenta non solo la tranquillità del cittadino, ma soprattutto l’autorevolezza della decisione finale. Perché una decisione appare più giusta quando chi la riceve è convinto che sia stata presa da un giudice realmente terzo e indipendente.
La riforma, del resto, non tocca i pilastri costituzionali del nostro ordinamento: restano l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, l’inamovibilità del magistrato, la sua soggezione soltanto alla legge, l’obbligatorietà dell’azione penale e la disponibilità della polizia giudiziaria da parte dell’autorità giudiziaria. Sono i principi voluti dai padri costituenti a presidio della libertà e dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Contrariamente a quanto falsamente si sostiene, il pubblico ministero non diventa subordinato al potere politico; al contrario, riceve, per la prima volta, una tutela costituzionale esplicita. Ciò che cambia è l’architettura del sistema: una più netta distinzione dei ruoli, maggiore trasparenza nell’autogoverno, un controllo disciplinare più chiaramente terzo.
Ecco perché votare Sì è, a mio avviso, la scelta giusta. Non perché si tratta di una riforma perfetta, ma perché prova a rafforzare ciò che oggi conta di più: l’autorevolezza della giustizia.
Il cambiamento non nasce contro la Costituzione, ma dentro il suo perimetro. I principi fondamentali restano intatti; ciò che cambia è l’assetto attraverso cui la giurisdizione esercita la propria funzione. In una democrazia matura le istituzioni non si difendono erigendo barriere contro ogni cambiamento. Si difendono trovando la forza di rinnovarle dentro le regole della Costituzione e attraverso la volontà degli elettori. A questo serve il referendum del 22 e 23 marzo: restituire la parola ai cittadini. Perché a loro appartiene la giurisdizione. Ed è alla loro fiducia che ogni riforma della giustizia, in fondo, deve rispondere.
Continua a leggereRiduci