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2020-08-24
Business immigrati. I conti in tasca alle coop
Il cambio di rotta è partito da tempo. Obiettivo: smontare i decreti Sicurezza e ridare fiato, e soldi, al sistema dell'accoglienza. La maggioranza giallorossa avrebbe già trovato la quadra sulle modifiche da apportare alle norme volute dall'ex ministro Matteo Salvini, ma per le discussioni finali si dovrà attendere ancora un po', almeno fino a settembre. Nel frattempo, sembra che le cooperative che gestiscono l'accoglienza dei migranti siano già tornate a sorridere. Lo scorso 10 agosto, per esempio, il Viminale ha autorizzato la prosecuzione di 499 progetti destinati a rifugiati e richiedenti asilo, scaduti tra il dicembre 2019 e il giugno 2020. Spesa totale della proroga: più di 375 milioni di euro.
I tempi delle lamentele sembrano finiti. Ricordate? Era il febbraio 2019, da poco era stato approvato il nuovo «schema di capitolato di gare d'appalto riguardante la gestione e il funzionamento dei centri di prima accoglienza». Per intenderci, era diventata operativa la sforbiciata sui fondi dello Stato destinati a ciascun migrante: da 35 euro si scendeva a 19, che potevano diventare 26 nei casi delle strutture più piccole. Dopo anni di guadagni, il business dell'accoglienza si era fatto improvvisamente meno appetitoso. E le cooperative non si facevano problemi a esplicitarlo: con la revisione dei servizi, non è previsto «l'utile di impresa», avevano scritto in una nota. Senza i soldi dello Stato, insomma, i guadagni si assottigliano.
A distanza di un anno, la previsione risulta azzeccata. Armati di calcolatrice e pazienza, abbiamo analizzato i bilanci di alcune coop e onlus a cui le prefetture erogano fondi per la gestione dei centri. E il risultato è quello che leggete nella tabella al centro della pagina: tra il 2018 e il 2019, cioè nell'anno in cui sono entrate a regime le nuove politiche sull'immigrazione, utili e fatturati hanno subìto un calo considerevole. Le perdite, come più cooperative scrivono nei loro bilanci, sono determinate dagli alti costi di gestione e dalla riduzione del corrispettivo pro-capite pro-die per ciascun ospite assistito.
Di fronte ai margini di guadagno che si restringono, molte cooperative hanno chiuso i centri. Altre, poco invogliate da un business che improvvisamente si è fatto meno remunerativo, hanno deciso di non partecipare ai bandi. Altre ancora hanno scelto la strada della scarsa trasparenza: diversi bilanci, soprattutto quelli delle società più grandi, non risultano ancora depositati. Siamo sicuri che le coop provvederanno al più presto, anche perché la limpidezza dovrebbe essere d'obbligo per chi gestisce fondi pubblici.
Più di un sospetto, comunque, resta. Soprattutto se si guarda al nuovo corso inaugurato dal governo giallorosso in materia di immigrazione. Ci si fregherà di nuovo le mani di fronte al grande business dell'accoglienza? Gli ospiti, a giudicare dai flussi, non mancheranno. Gli sbarchi, nel giro di un anno, sono più che triplicati, tornando a numeri non lontani da quelli del 2018. Nel solo mese di luglio, di arrivi ne sono stati registrati più di 7.000, cioè 6 volte in più rispetto a quelli del luglio 2019.
Signori, si licenzia. «Colpa dei decreti Sicurezza»
Olinda, come una delle «città invisibili» di Italo Calvino. Peccato che in questo caso la letteratura c'entri poco. Nella storia della cooperativa Olinda, ciò che conta sono i numeri. Le cifre, quelle sì, raccontano di un crollo repentino di utile e fatturato per la coop mantovana, coinciso con la stretta imposta dal Viminale alle politiche dell'accoglienza. Nel giro di appena un anno, il fatturato scende del 66%: si passa dai 7,2 milioni del 2018 ai 2,4 milioni del 2019. L'ultimo esercizio si chiude con un passivo di 443.555 euro, in ulteriore peggioramento rispetto all'anno precedente.
«A causa della progressiva riduzione delle tariffe pro-capite e pro-die, il servizio ha subìto una forte contrazione», si legge tra le righe della Nota integrativa. La diaria giornaliera di 19 euro per migrante non basta, per la cooperativa non ci sono le condizioni per proseguire. Li chiamano «effetti negativi dei decreti sicurezza».
Nei primi tre mesi dell'anno cessa il servizio di accoglienza in convenzione con la prefettura di Brescia: «Non sussistono più le condizioni per poter prolungare la locazione delle strutture rimaste nella provincia», scrivono. La Olinda chiude 4 strutture nel Mantovano, «3 delle quali (Gozzolina, Serravalle e Bigarello) senza poter ridimensionare il personale». Senza i soldi dello Stato, la coop è in difficoltà e a rimetterci sono i lavoratori: si procede con il licenziamento collettivo, che coinvolge 25 operatori tra Brescia e Mantova. Lo scenario è cambiato, per la coop significa «annullamento degli investimenti fatti dal 2015 in poi», cioè quando il business dell'immigrazione prometteva margini di guadagno elevatissimi.
«Normative penalizzanti» E il bilancio sfiora il rosso
Per risalire alle radici della coop sociale Aeris di Vimercate bisogna andare lontano. Bisogna tornare al 1979, anno in cui nasce Tangram, che gestisce diversi cinema, si occupa di una libreria e sviluppa progetti di tipo educativo. Alle attività sociali si arriva più tardi, con la fusione della Tangram 2, nata per sviluppare progetti educativi, e la Ecate, che si occupa anche di orientamento scolastico. Nel lungo elenco dei progetti sviluppati da Aeris, si trova anche quello che coinvolge rifugiati e richiedenti asilo. Si chiama Accoglienza migranti Aeris ed è finalizzato all'accoglienza in unità abitative distribuite sul territorio. I decreti sicurezza voluti dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini non devono essere particolarmente piaciuti alla cooperativa, che non si è lasciata sfuggire l'occasione per prenderli di mira.
In un post del 10 luglio, ha condiviso la soddisfazione del Consiglio italiano dei rifugiati, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato «irragionevole la norma che preclude l'iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo». E chissà che dietro alle critiche, non ci siano anche motivazioni economiche. L'ultimo bilancio pubblicato, infatti, si chiude con un calo dell'utile del 90% rispetto all'anno precedente: dai 92.000 euro del 2018, si scende a poco meno di 9.000 del 2019. Le nuove linee ministeriali per i bandi delle prefetture per la gestione dei centri di accoglienza risultano «estremamente penalizzanti per la cooperativa», si legge in un passaggio della Nota integrativa. «I provvedimenti hanno provocato una revisione delle modalità di gestione e una consistente contrazione del numero di persone ospitate».
Spariscono le convenzioni. L’utile sprofonda del 93%
Qui gli incarichi non mancano. A Bozzolo, poco più di 4.000 anime nel Mantovano dove la coop ha la sede legale, lo scorso anno ne sono arrivati svariati da diverse prefetture sparse in buona parte del Nord. Per «l'accoglienza profughi», la Cooperativa ha ricevuto più di un milione: 558.073 euro sono arrivati dalla prefettura di Brescia; 252.291 euro da quella di Cremona; 174.837 euro da quella di Mantova; infine, i 107.273 euro erogati dalla Prefettura di Venezia. Insomma, non si può di certo dire che alla Pobic siano stati con le mani in mano. Eppure, le commesse non hanno evitato all'impresa un peggioramento dei conti. Nel giro di un anno, il fatturato è sceso di oltre 1 milione di euro, passando dai 2,2 milioni del 2018 a poco più di 1 milione nel 2019. L'utile, nonostante abbia davanti il segno più, registra un crollo evidente: il 93% in meno rispetto al 2018. I 340.000 euro di due anni fa si sono assottigliati, fino ad arrivare ai 22.332 con cui si è chiuso l'ultimo bilancio.
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Abbiamo esaminato i bilanci delle associazioni della cosiddetta solidarietà. Numeri alla mano vi mostriamo perché dicono no ai decreti Salvini: l'anno scorso c'è chi ha perso oltre il 400%.Lo speciale contiene quattro articoliIl cambio di rotta è partito da tempo. Obiettivo: smontare i decreti Sicurezza e ridare fiato, e soldi, al sistema dell'accoglienza. La maggioranza giallorossa avrebbe già trovato la quadra sulle modifiche da apportare alle norme volute dall'ex ministro Matteo Salvini, ma per le discussioni finali si dovrà attendere ancora un po', almeno fino a settembre. Nel frattempo, sembra che le cooperative che gestiscono l'accoglienza dei migranti siano già tornate a sorridere. Lo scorso 10 agosto, per esempio, il Viminale ha autorizzato la prosecuzione di 499 progetti destinati a rifugiati e richiedenti asilo, scaduti tra il dicembre 2019 e il giugno 2020. Spesa totale della proroga: più di 375 milioni di euro. I tempi delle lamentele sembrano finiti. Ricordate? Era il febbraio 2019, da poco era stato approvato il nuovo «schema di capitolato di gare d'appalto riguardante la gestione e il funzionamento dei centri di prima accoglienza». Per intenderci, era diventata operativa la sforbiciata sui fondi dello Stato destinati a ciascun migrante: da 35 euro si scendeva a 19, che potevano diventare 26 nei casi delle strutture più piccole. Dopo anni di guadagni, il business dell'accoglienza si era fatto improvvisamente meno appetitoso. E le cooperative non si facevano problemi a esplicitarlo: con la revisione dei servizi, non è previsto «l'utile di impresa», avevano scritto in una nota. Senza i soldi dello Stato, insomma, i guadagni si assottigliano.A distanza di un anno, la previsione risulta azzeccata. Armati di calcolatrice e pazienza, abbiamo analizzato i bilanci di alcune coop e onlus a cui le prefetture erogano fondi per la gestione dei centri. E il risultato è quello che leggete nella tabella al centro della pagina: tra il 2018 e il 2019, cioè nell'anno in cui sono entrate a regime le nuove politiche sull'immigrazione, utili e fatturati hanno subìto un calo considerevole. Le perdite, come più cooperative scrivono nei loro bilanci, sono determinate dagli alti costi di gestione e dalla riduzione del corrispettivo pro-capite pro-die per ciascun ospite assistito. Di fronte ai margini di guadagno che si restringono, molte cooperative hanno chiuso i centri. Altre, poco invogliate da un business che improvvisamente si è fatto meno remunerativo, hanno deciso di non partecipare ai bandi. Altre ancora hanno scelto la strada della scarsa trasparenza: diversi bilanci, soprattutto quelli delle società più grandi, non risultano ancora depositati. Siamo sicuri che le coop provvederanno al più presto, anche perché la limpidezza dovrebbe essere d'obbligo per chi gestisce fondi pubblici. Più di un sospetto, comunque, resta. Soprattutto se si guarda al nuovo corso inaugurato dal governo giallorosso in materia di immigrazione. Ci si fregherà di nuovo le mani di fronte al grande business dell'accoglienza? Gli ospiti, a giudicare dai flussi, non mancheranno. Gli sbarchi, nel giro di un anno, sono più che triplicati, tornando a numeri non lontani da quelli del 2018. Nel solo mese di luglio, di arrivi ne sono stati registrati più di 7.000, cioè 6 volte in più rispetto a quelli del luglio 2019. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/business-immigrati-i-conti-in-tasca-alle-coop-2647063860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="signori-si-licenzia-colpa-dei-decreti-sicurezza" data-post-id="2647063860" data-published-at="1598203971" data-use-pagination="False"> Signori, si licenzia. «Colpa dei decreti Sicurezza» Olinda, come una delle «città invisibili» di Italo Calvino. Peccato che in questo caso la letteratura c'entri poco. Nella storia della cooperativa Olinda, ciò che conta sono i numeri. Le cifre, quelle sì, raccontano di un crollo repentino di utile e fatturato per la coop mantovana, coinciso con la stretta imposta dal Viminale alle politiche dell'accoglienza. Nel giro di appena un anno, il fatturato scende del 66%: si passa dai 7,2 milioni del 2018 ai 2,4 milioni del 2019. L'ultimo esercizio si chiude con un passivo di 443.555 euro, in ulteriore peggioramento rispetto all'anno precedente. «A causa della progressiva riduzione delle tariffe pro-capite e pro-die, il servizio ha subìto una forte contrazione», si legge tra le righe della Nota integrativa. La diaria giornaliera di 19 euro per migrante non basta, per la cooperativa non ci sono le condizioni per proseguire. Li chiamano «effetti negativi dei decreti sicurezza». Nei primi tre mesi dell'anno cessa il servizio di accoglienza in convenzione con la prefettura di Brescia: «Non sussistono più le condizioni per poter prolungare la locazione delle strutture rimaste nella provincia», scrivono. La Olinda chiude 4 strutture nel Mantovano, «3 delle quali (Gozzolina, Serravalle e Bigarello) senza poter ridimensionare il personale». Senza i soldi dello Stato, la coop è in difficoltà e a rimetterci sono i lavoratori: si procede con il licenziamento collettivo, che coinvolge 25 operatori tra Brescia e Mantova. Lo scenario è cambiato, per la coop significa «annullamento degli investimenti fatti dal 2015 in poi», cioè quando il business dell'immigrazione prometteva margini di guadagno elevatissimi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/business-immigrati-i-conti-in-tasca-alle-coop-2647063860.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="normative-penalizzanti-e-il-bilancio-sfiora-il-rosso" data-post-id="2647063860" data-published-at="1598203971" data-use-pagination="False"> «Normative penalizzanti» E il bilancio sfiora il rosso Per risalire alle radici della coop sociale Aeris di Vimercate bisogna andare lontano. Bisogna tornare al 1979, anno in cui nasce Tangram, che gestisce diversi cinema, si occupa di una libreria e sviluppa progetti di tipo educativo. Alle attività sociali si arriva più tardi, con la fusione della Tangram 2, nata per sviluppare progetti educativi, e la Ecate, che si occupa anche di orientamento scolastico. Nel lungo elenco dei progetti sviluppati da Aeris, si trova anche quello che coinvolge rifugiati e richiedenti asilo. Si chiama Accoglienza migranti Aeris ed è finalizzato all'accoglienza in unità abitative distribuite sul territorio. I decreti sicurezza voluti dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini non devono essere particolarmente piaciuti alla cooperativa, che non si è lasciata sfuggire l'occasione per prenderli di mira. In un post del 10 luglio, ha condiviso la soddisfazione del Consiglio italiano dei rifugiati, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato «irragionevole la norma che preclude l'iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo». E chissà che dietro alle critiche, non ci siano anche motivazioni economiche. L'ultimo bilancio pubblicato, infatti, si chiude con un calo dell'utile del 90% rispetto all'anno precedente: dai 92.000 euro del 2018, si scende a poco meno di 9.000 del 2019. Le nuove linee ministeriali per i bandi delle prefetture per la gestione dei centri di accoglienza risultano «estremamente penalizzanti per la cooperativa», si legge in un passaggio della Nota integrativa. «I provvedimenti hanno provocato una revisione delle modalità di gestione e una consistente contrazione del numero di persone ospitate». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/business-immigrati-i-conti-in-tasca-alle-coop-2647063860.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spariscono-le-convenzioni-lutile-sprofonda-del-93" data-post-id="2647063860" data-published-at="1598203971" data-use-pagination="False"> Spariscono le convenzioni. L’utile sprofonda del 93% Qui gli incarichi non mancano. A Bozzolo, poco più di 4.000 anime nel Mantovano dove la coop ha la sede legale, lo scorso anno ne sono arrivati svariati da diverse prefetture sparse in buona parte del Nord. Per «l'accoglienza profughi», la Cooperativa ha ricevuto più di un milione: 558.073 euro sono arrivati dalla prefettura di Brescia; 252.291 euro da quella di Cremona; 174.837 euro da quella di Mantova; infine, i 107.273 euro erogati dalla Prefettura di Venezia. Insomma, non si può di certo dire che alla Pobic siano stati con le mani in mano. Eppure, le commesse non hanno evitato all'impresa un peggioramento dei conti. Nel giro di un anno, il fatturato è sceso di oltre 1 milione di euro, passando dai 2,2 milioni del 2018 a poco più di 1 milione nel 2019. L'utile, nonostante abbia davanti il segno più, registra un crollo evidente: il 93% in meno rispetto al 2018. I 340.000 euro di due anni fa si sono assottigliati, fino ad arrivare ai 22.332 con cui si è chiuso l'ultimo bilancio.
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Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Non solo: vuole anche dire che soltanto 1,4 milioni di contribuenti dichiarano di avere un reddito superiore a 75.000 euro. A qualcuno forse queste cifre non faranno impressione, ma per quanto mi riguarda, essendo affascinato dai numeri, quando ho letto le percentuali mi è andato di traverso il caffè del mattino. Come è possibile che più di 11 milioni di italiani vivano del generoso sistema di welfare italiano senza pagare niente? Capisco che ci sono tante famiglie che campano con redditi esigui, ma 11 milioni di persone sono superiori alla popolazione dell’intera Lombardia, ovvero della regione con il maggior numero di abitanti. E allo stesso tempo, come si giustifica il fatto che soltanto un’esigua minoranza abbia un reddito lordo annuale di 75.000 euro? A qualcuno questa cifra sembrerà uno stipendio da nababbo, ma se la si divide per 13 e si sottraggono le tasse e i contributi si arriva a una somma di poco superiore a 3.000 euro mensili. Una retribuzione del genere è certamente superiore a quello di moltissimi lavoratori, ma se si vive in una grande città non si può certo pensare che un tale salario consenta di fare una vita agiata. Aggiungo di più: secondo le statistiche del Mef, solo lo 0,2 per cento dei contribuenti, ovvero 85.000 persone, dichiara un reddito complessivo lordo maggiore di 300.000 euro, somma che garantisce una retribuzione netta all’incirca di 11.000 euro.
Dopo aver appreso tutto ciò, mi sono chiesto come si giustifichi il tenore di vita che spesso vedo ostentato in alberghi di lusso e locali alla moda. Va bene il turismo straniero, comprendo che esista una quota di super ricchi che se la spassano, ma gli altri chi sono? E soprattutto, come fanno a permettersi una vita sopra le righe? È evidente che qualcuno fa il furbo. Anzi, a svicolare quando si tratta di presentare la dichiarazione dei redditi credo siano tanti. Molti anni fa, dedicando una copertina di Panorama all’argomento, mi sono chiesto chi siano questi italiani a reddito zero: milioni di persone che sembrano vivere d’aria. D’accordo, ci sono i poveri, ma neanche l’Istat arriva a sostenere che un quarto della popolazione è sul lastrico. Al massimo si parla di 5 milioni di soggetti, che hanno un reddito insufficiente ad assicurare una vita decorosa (anche su questi naturalmente ci sarebbe da dire e anche da indagare, ma per ora prendiamo per buono il dato del nostro Istituto di statistica). E gli altri 6 milioni chi sono?
Ve lo dico io: tolti i pensionati al minimo, levati i disoccupati, c’è un pezzo di Paese che vive a sbafo, sulle spalle dei contribuenti onesti. Del resto, ci vuole poco a capirlo: basta mettere in fila alcuni altri numeri forniti dal Mef. Se solo 85.000 persone dichiarano più di 300.000 euro lordi l’anno, come mai ci sono 123.000 soggetti che dichiarano di avere una casa all’estero, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro? E come mai 368.000 italiani hanno attività finanziarie estere per 191 miliardi? E come si concilia tutto ciò con il fatto che, sempre secondo le statistiche (questa volta di Boston consulting group) in Italia ci sono 457.000 milionari, di cui 115.000 sarebbero concentrati nella sola Milano? So che un conto è il patrimonio e un altro il reddito, ma mi riesce difficile credere che chi ha attività finanziarie all’estero e conti milionari poi abbia un introito annuale ridotto al lumicino.
Perché faccio questo discorso, che apparentemente potrebbe essere fatto in ogni stagione dell’anno? La ragione è semplice: in questi giorni invochiamo uno sforamento del Patto di stabilità per dare ossigeno, cioè quattrini, a famiglie e imprese. La crisi petrolifera rischia di azzoppare i consumi, dunque servono aiuti. Ma i soldi non possono finire agli evasori. Ogni anno si distribuiscono molti sussidi, ma non sempre arrivano nelle tasche giuste. Troppo spesso invece che i contribuenti onesti finiscono per sostenere chi fa il furbo. E questo, oltre a essere inutile per risollevare aziende e famiglie, è intollerabile. E la prima a ritenerla tale dovrebbe essere l’Agenzia delle entrate, che dovrebbe lasciare in pace gli onesti e perseguire chi sgarra.
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I loggionisti del Piermarini (foto Carlo Melato)
Dopo una vita in coda e in silenzio (più o meno), sfidando ogni tipo di temperatura e di condizione atmosferica, gli ultimi romantici dell’opera hanno infatti deciso di prendere carta, penna e tablet per inviare una bella Pec ai piani elevati della Fabbrica dei sogni. La grande paura degli irriducibili melomani è che, passettino dopo passettino, chi guida il Piermarini stia gentilmente accompagnando verso l’uscita una gloriosa tradizione, aprendo le porte al regno incontrastato della vendita online.
«Cara Scala, amato Teatro», scrivono gli ultrà del melodramma che, a forza di aspettare il loro turno nel porticato di via Filodrammatici per accaparrarsi uno dei 140 ticket per tutte le tasche, sono diventati una specie di famiglia allargata, «siamo un gruppo di loggionisti, affezionati alla coda fisica per la conquista di un posto ai piani alti, economico e soprattutto disponibile il giorno stesso. È una tradizione che riteniamo bellissima e che fa onore al teatro; del resto, lasciatecelo dire, anche la Scala dovrebbe essere fiera di avere degli affezionati disposti, in certe occasioni, a qualsiasi sacrificio pur di entrare nella sala del Piermarini». «Però, da qualche tempo», e qui il coro di oltre 200 voci (e firme in calce) inizia a farsi sentire come un vero e proprio personaggio collettivo, «ci sembra - ma speriamo di sbagliarci - che la famigerata coda sia mal sopportata, forse all’insegna del progresso che vorrebbe che tutto si facesse online». D’altra parte i più esperti hanno iniziato ad alzare le antenne quando i tagliandi «popolari» per il balletto e i concerti sono scesi da 140 a 80 (e molti ricordano che prima del passaggio forzato al Teatro Arcimboldi erano addirittura 200), gli orari per l’appello sono cambiati (dalle 13 alle 17, con un’ora soltanto per sbrigare tutte le pratiche prima della vendita Urbi et Orbi delle 18) e le istruzioni per l’uso del manualone scaligero hanno iniziato a mutare.
«Essere legati a una tradizione», prosegue l’appello, «non significa essere vecchi e contrari all’innovazione; l’etimologia dice che significa tramandare, quindi passare alle nuove generazioni. E di fatto, insieme ai vecchi appassionati, ci sono molti giovani che si mettono in coda, spesso quelli che hanno assistito a una “primina” e sono desiderosi di tornare, confortati dal costo davvero esiguo degli ingressi last minute di Loggione». E su questo è difficile eccepire. Come ha dimostrato la recente e acclamata Tetralogia wagneriana, la percentuale di capelli bianchi è inversamente proporzionale al numero di scalini che bisogna salire (ai giovani non manca la passione, ma i dané, direbbe Monsieur de La Palisse). «Con tutto il nostro cuore ci auguriamo che non venga tolta la coda fisica, una tradizione che rappresenta il respiro profondo del Teatro, il segno della passione che vive e si tramanda!».
«A quel grido il ciel risponde», direbbe Giuseppe Verdi, e la Scala, interpellata dalla Verità, prova con grande prontezza a tranquillizzare il popolo del Loggione, anima insostituibile del Teatro. «Non esiste alcun progetto di riduzione», spiegano dal Piermarini, «ma il problema esiste e per questo ci sono stati degli incontri con l’associazione L’Accordo, che gestisce la coda. Abbiamo registrato un calo, soprattutto nel balletto. Ora bisogna trovare un equilibrio per migliorare la distribuzione ed evitare che i biglietti restino invenduti».
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Un tesoretto da 7,4 miliardi. L’obiettivo? Finanziare l’acquisto di Banco Bpm e contribuire alla nascita del famoso terzo polo bancario nazionale. Creatura mitologica evocata nei convegni e mai avvistata in natura. Sarebbe, sempre secondo il Financial Times, anche un tassello del progetto del governo italiano per ridisegnare il sistema creditizio. Cinque persone vicine al dossier - numero sempre rassicurante, perché dispari e quindi apparentemente credibile - avrebbero raccontato a FT che Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte, appena tornato in sella immagina di vendere la quota del Leone a investitori italiani di lungo periodo.
Chi sarebbero i compratori? Il casting è blasonato. Il primo nome che circola è UniCredit, già salito all’8,7% di Generali e sempre pronto a stare dove succede qualcosa. L’altro nome è Intesa Sanpaolo, che però ha sempre smentito. L’amministratore delegato Carlo Messina ha ammesso di aver pensato a Generali una decina d’anni fa. Poi ha rinunciato preferendo costruire una grande assicurazione in casa.
Puntuale. però, è arrivata la smentita da Siena. Nessuna ipotesi allo studio, nessuna vendita della quota Generali, nessun dossier sul tavolo. Mps ha fatto sapere di essere «interamente focalizzata» sulla fusione con Mediobanca, il vero progetto industriale del momento. Per la serie: non disturbate il conducente, stiamo ancora parcheggiando la macchina a Piazzetta Cuccia.
Il piano di Lovaglio, almeno sulla carta, prevede di completare l’operazione entro fine 2026. Ogni altra ipotesi, dicono da Siena, è prematura. Ma alla precisazione non credono in molti. Nel lessico della finanza prima una voce è «prematura», poi diventa «una valutazione», infine «strategicamente coerente». Tuttavia queste non sono giornate da giochi d’artificio a Piazza Affari. Generali è salita dello 0,6%, il Banco dello 0,4% e Mps ha perso l’1,2%. Certo la storia ha una sua razionalità. Mps è tornata centrale, dopo anni passati tra ristrutturazioni, aumenti di capitale e salvataggi pubblici che avrebbero fiaccato anche una quercia secolare. Lovaglio ha rimesso in ordine i conti, l’assemblea gli ha rinnovato, a sorpresa, la fiducia, e adesso Siena torna a pensarsi grande. Non più banca da museo del dissesto, ma perno di un nuovo consolidamento nazionale. Certo, c’è il dettaglio non secondario della quota Generali. Un asset prezioso, politicamente sensibile e strategicamente ingombrante. Tenerlo significa contare in Italia. Venderlo significa fare cassa e comprare futuro Sul fondo resta il regista silenzioso: Delfin, la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio. È anche grazie al suo voto, insieme a Banco Bpm, che Lovaglio è rimasto saldo al timone del Monte. E Delfin, come noto, ha interessi trasversali: Mediobanca, UniCredit, Generali. In pratica, se si muove una sedia nel salotto finanziario italiano, da qualche parte c’è sempre un comando che porta in Lussemburgo.
Ed è proprio lì che si gioca il prossimo capitolo. Lunedì gli otto eredi Del Vecchio si ritroveranno per decidere se aprire la strada a Leonardo Maria Del Vecchio, tramite il veicolo Lmdv Fin, per acquistare il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola. Valore dell’operazione: circa 10 miliardi di euro. Una cifra che trasforma ogni litigio familiare in tema da consiglio di amministrazione.
Se l’operazione andasse in porto, Leonardo Maria salirebbe al 37,5% di Delfin, diventandone il dominus di fatto. A sostenerlo ci sarebbe un pool bancario di tutto rispetto: UniCredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas.
Serve anche cambiare le regole interne, togliendo il tetto che limita al 10% degli utili i dividendi distribuibili. Tema apparentemente tecnico, ma in realtà centrale: nelle holding di famiglia i sentimenti contano, ma il cash flow aiuta. Quanto alla vendita delle partecipazioni finanziarie di Delfin, al momento non risulta sul tavolo. Ma anche qui vale la regola aurea della finanza: ciò che non è sul tavolo oggi può essere nel comunicato di domani.
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