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2023-11-25
Bruxelles approva le modifiche al Pnrr. Esulta la Meloni: «Altri 21 miliardi»
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Ci avevano ripetuto a mo’ di mantra che il Pnrr era scolpito nella roccia, come le tavole dei comandamenti, e che parlare di riformulazione equivalesse a giocare col fuoco e mandare a picco il Paese. Nella prima fase del governo Meloni, è stato senza dubbio questo l’argomento preferito dall’opposizione fuori e dentro il Parlamento per attaccare l’esecutivo e tacciarlo di incapacità. Poi ieri, a metà mattinata, si scopre che tutte le modifiche proposte dall’Italia alla Commissione europea sono state accolte, addirittura comportando un aumento complessivo delle risorse a nostra disposizione. E si è intuito, forse, che di questi tempi, con la crisi che morde e le opinioni pubbliche nazionali sfiancate dall’inflazione e dall’emergenza immigrazione illegale, a Bruxelles sono più disposti al compromesso. In soldoni, più deboli e preoccupati di salvare il salvabile in vista delle prossime europee.
Morale della favola, la Commissione ha dato una valutazione positiva alle modifiche apportate dal governo italiano al Pnrr, che comprende un capitolo RepowerEu e ora vale 194,4 miliardi di euro (122,6 miliardi di euro di prestiti e 71,8 miliardi di euro di sovvenzioni) nonché 66 riforme (sette in più rispetto al piano originale) e 150 investimenti. Per quanto riguarda RepowerEu, questo capitolo comprende cinque nuove riforme, cinque investimenti potenziati basati su misure esistenti e 12 nuovi investimenti per realizzare l’obiettivo di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi entro il 2030. Sempre parlando di obiettivi e numeri, il nuovo Pnrr comprende 145 misure tra quelle nuove o riviste e copre le misure previste dal capitolo RepowerEu, vale a dire le riforme in settori come giustizia, appalti pubblici e concorrenza.
La Commissione ha accolto in toto le tesi dell’Italia a sostegno delle modifiche: nella nota in cui informava del via libera, Bruxelles ha spiegato che le modifiche «si basano sulla necessità di tenere conto di circostanze oggettive che ostacolano la realizzazione di determinati investimenti come originariamente pianificato, tra cui l’elevata inflazione sperimentata nel 2022 e nel 2023, le interruzioni della catena di approvvigionamento causate dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la disponibilità di alternative migliori per raggiungere l’ambizione originaria di determinati investimenti». «Si prevede», aggiunge la Commissione, «che diverse misure del piano modificato dell’Italia contribuiranno a migliorare la competitività e la resilienza dell’economia italiana».
Numerose e fortemente soddisfatte le reazioni da parte degli esponenti del governo e della maggioranza (mute le opposizioni), a partire dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi con le associazioni datoriali ha sottolineato che la modifica del Pnrr «mette a disposizione della crescita economica italiana altri 21 miliardi di euro, in pratica una seconda manovra economica in gran parte destinata allo sviluppo e alla competitività del tessuto produttivo italiano: la necessità di assicurare la piena complementarità tra le politiche ordinarie e il Pnrr è stata da sempre un obiettivo di questo governo». «Abbiamo la conferma», ha proseguito il premier, «di aver fatto un lavoro di cui il governo può essere molto fiero. Abbiamo fatto ciò che avevamo promesso che avremmo fatto, siamo scesi nel concreto, abbiamo verificato le criticità e le abbiamo superate, abbiamo fatto in modo che tutti i soldi del Pnrr venissero spesi nei tempi e quindi abbiamo concentrato le risorse sulla crescita e la modernizzazione della nazione e mi pare che il risultato, sul quale in pochi scommettevano, dice che non era una scelta sbagliata. Ringrazio anche la Commissione europea», ha detto ancora la Meloni, «che è stata sicuramente rigida per certi versi, ma molto aperta alla possibilità che queste risorse fossero spese nel migliore dei modi».
Le ha fatto eco il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti da Milano, evidenziando che dalla modifica del Pnrr «arriveranno 12 miliardi in più nei prossimi anni per aiutare il sistema delle imprese». «Avevo detto che la manovra si componeva di quattro elementi», ha aggiunto, «la delega fiscale, il dl Anticipo, il ddl di bilancio e la revisione del Pnrr, ora tutto il puzzle ha ritrovato i suoi pezzi».
In conferenza stampa, nel tardo pomeriggio, il ministro competente Raffaele Fitto è entrato maggiormente nel dettaglio delle modifiche e di cosa queste comporteranno: «Il piano aumenta di dimensione la quota di finanziamento sul RepowerEu pari a 2,7 miliardi di euro più un piccolo ricalcolo di altri 100 milioni di euro per un totale di 2,8 miliardi di euro. Complessivamente», ha aggiunto, «il finanziamento del Repower insieme al finanziamento delle altre misure rappresenta il punto centrale dell’azione del governo. Esistono sette nuove riforme che si aggiungono a quelle previste, cinque all’interno del Repower, altre due sugli incentivi e sulla coesione che rappresentano un’altra grande sfida e un messaggio importante in questa direzione». Poi Fitto ha annunciato che il governo sta definendo con Bruxelles «gli ultimi aspetti per giungere alla definizione del pagamento della quarta rata entro il 31 dicembre 2023».
Salvini precetta ancora lo sciopero. Lunedì mezzi fermi solo quattro ore
«Nessun attacco al diritto di sciopero ma non accetto 24 ore di blocco del trasporto pubblico perché sarebbe il caos. Se applicano il buon senso non intervengo, ma se pensano di fermare tutta l’Italia per 24 ore non lo permetterò e farò tutto quello che la legge mi permette di fare». Il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, Matteo Salvini, non cambia idea e fa il bis bloccando i sindacati. Come già accaduto venerdì 17 novembre in occasione dello sciopero generale indetto da Cgil e Uil, quando ha deciso di precettare i lavoratori del settore dei trasporti, ieri il ministro ha firmato la lettera di precettazione per ridurre anche lo sciopero di lunedì 27 novembre proclamato dai sindacati di base, Usb, Cub trasporti, Cobas lavoro privato, Adl Cobas e Al Cobas sgb, dalle annunciate 24 ore a quattro ore, quindi dalle 9 alle 13. L’annuncio arriva direttamente dal Mit che chiarisce: «Non tutti i sindacati coinvolti hanno proposto di incrociare le braccia tutto il giorno». Salvini tiene a precisare che il diritto allo sciopero è sacrosanto e auspica un sempre maggior coinvolgimento di tutte le realtà sindacali da parte delle aziende con l’obiettivo di risolvere i contenziosi: «Cercherò di aiutare gli autisti che lamentano bassi stipendi».
Fermo il comunicato dei sindacati: «Come organizzazioni sindacali di base e conflittuali non faremo un passo indietro sul diritto di sciopero», afferma l’Usb in una nota dopo la precettazione. «L’incontro delle organizzazioni sindacali con il ministro Salvini sulla mobilitazione di sciopero nazionale di 24 ore degli autoferrotranvieri», si legge nel comunicato, «conferma le posizioni di un governo che vuole imporre la limitazione di un diritto costituzionale già fin troppo penalizzato da leggi e normative che si sono susseguite fin dagli anni Novanta con tanto di benestare di Cgil Cisl Uil», attacca l’Usb. Lo sciopero era stato indetto per chiedere «aumenti salariali dignitosi», «migliori condizioni di lavoro», il «blocco delle privatizzazioni» e la «tutela della salute e della sicurezza». Epperò il leader della Lega e responsabile del Mit è fermamente determinato a ridurre al massimo i disagi per i cittadini, anche alla luce di agitazioni che ormai sono diventate molto frequenti, e che colpiscono con particolare insistenza il settore dei trasporti proprio nell’ultimo giorno settimanale, prima del weekend o all’inizio della settimana lavorativa. La precettazione la volta scorsa era stata definita dai sindacati un «atto politico gravissimo» e un «attacco al diritto di sciopero» tanto da decidere di far ricorso. «Insieme alla Uil stiamo lavorando per presentare il ricorso contro la precettazione, nel rispetto delle norme di legge. Abbiamo deciso di farlo e messo i legali al lavoro per predisporlo nei tempi previsti, quindi pochi giorni», aveva detto il segretario della Cgil Maurizio Landini.
Ancora una volta invece Salvini si appella «al buonsenso dei sindacati» non avendo alcuna intenzione di penalizzare i cittadini che vogliono lavorare o spostarsi in libertà. Ieri intanto giornata di mobilitazione organizzata e promossa da Cgil e Uil, come già successo sette giorni fa, che sono scese in piazza nell’ambito delle proteste contro il governo affinché vengano cambiate la manovra e le politiche economiche e sociali. Nelle regioni del Nord (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino Alto Adige, Val d’Aosta e Veneto) i lavoratori hanno incrociato le braccia per otto ore o per l’intero turno, per una manifestazione di dissenso che ha riguardato tutti i settori eccetto la scuola, i trasporti e il pubblico impiego.
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La Commissione, che teme l’esito delle Europee, dà il via libera ai cambiamenti: il testo non è intoccabile come sosteneva il Pd.Matteo Salvini precetta ancora lo sciopero. I sindacati avevano proclamato un giorno intero di stop per lunedì 27 novembre. L’Usb: «Niente passi indietro».Lo speciale contiene due articoli.Ci avevano ripetuto a mo’ di mantra che il Pnrr era scolpito nella roccia, come le tavole dei comandamenti, e che parlare di riformulazione equivalesse a giocare col fuoco e mandare a picco il Paese. Nella prima fase del governo Meloni, è stato senza dubbio questo l’argomento preferito dall’opposizione fuori e dentro il Parlamento per attaccare l’esecutivo e tacciarlo di incapacità. Poi ieri, a metà mattinata, si scopre che tutte le modifiche proposte dall’Italia alla Commissione europea sono state accolte, addirittura comportando un aumento complessivo delle risorse a nostra disposizione. E si è intuito, forse, che di questi tempi, con la crisi che morde e le opinioni pubbliche nazionali sfiancate dall’inflazione e dall’emergenza immigrazione illegale, a Bruxelles sono più disposti al compromesso. In soldoni, più deboli e preoccupati di salvare il salvabile in vista delle prossime europee.Morale della favola, la Commissione ha dato una valutazione positiva alle modifiche apportate dal governo italiano al Pnrr, che comprende un capitolo RepowerEu e ora vale 194,4 miliardi di euro (122,6 miliardi di euro di prestiti e 71,8 miliardi di euro di sovvenzioni) nonché 66 riforme (sette in più rispetto al piano originale) e 150 investimenti. Per quanto riguarda RepowerEu, questo capitolo comprende cinque nuove riforme, cinque investimenti potenziati basati su misure esistenti e 12 nuovi investimenti per realizzare l’obiettivo di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi entro il 2030. Sempre parlando di obiettivi e numeri, il nuovo Pnrr comprende 145 misure tra quelle nuove o riviste e copre le misure previste dal capitolo RepowerEu, vale a dire le riforme in settori come giustizia, appalti pubblici e concorrenza. La Commissione ha accolto in toto le tesi dell’Italia a sostegno delle modifiche: nella nota in cui informava del via libera, Bruxelles ha spiegato che le modifiche «si basano sulla necessità di tenere conto di circostanze oggettive che ostacolano la realizzazione di determinati investimenti come originariamente pianificato, tra cui l’elevata inflazione sperimentata nel 2022 e nel 2023, le interruzioni della catena di approvvigionamento causate dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la disponibilità di alternative migliori per raggiungere l’ambizione originaria di determinati investimenti». «Si prevede», aggiunge la Commissione, «che diverse misure del piano modificato dell’Italia contribuiranno a migliorare la competitività e la resilienza dell’economia italiana». Numerose e fortemente soddisfatte le reazioni da parte degli esponenti del governo e della maggioranza (mute le opposizioni), a partire dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi con le associazioni datoriali ha sottolineato che la modifica del Pnrr «mette a disposizione della crescita economica italiana altri 21 miliardi di euro, in pratica una seconda manovra economica in gran parte destinata allo sviluppo e alla competitività del tessuto produttivo italiano: la necessità di assicurare la piena complementarità tra le politiche ordinarie e il Pnrr è stata da sempre un obiettivo di questo governo». «Abbiamo la conferma», ha proseguito il premier, «di aver fatto un lavoro di cui il governo può essere molto fiero. Abbiamo fatto ciò che avevamo promesso che avremmo fatto, siamo scesi nel concreto, abbiamo verificato le criticità e le abbiamo superate, abbiamo fatto in modo che tutti i soldi del Pnrr venissero spesi nei tempi e quindi abbiamo concentrato le risorse sulla crescita e la modernizzazione della nazione e mi pare che il risultato, sul quale in pochi scommettevano, dice che non era una scelta sbagliata. Ringrazio anche la Commissione europea», ha detto ancora la Meloni, «che è stata sicuramente rigida per certi versi, ma molto aperta alla possibilità che queste risorse fossero spese nel migliore dei modi». Le ha fatto eco il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti da Milano, evidenziando che dalla modifica del Pnrr «arriveranno 12 miliardi in più nei prossimi anni per aiutare il sistema delle imprese». «Avevo detto che la manovra si componeva di quattro elementi», ha aggiunto, «la delega fiscale, il dl Anticipo, il ddl di bilancio e la revisione del Pnrr, ora tutto il puzzle ha ritrovato i suoi pezzi». In conferenza stampa, nel tardo pomeriggio, il ministro competente Raffaele Fitto è entrato maggiormente nel dettaglio delle modifiche e di cosa queste comporteranno: «Il piano aumenta di dimensione la quota di finanziamento sul RepowerEu pari a 2,7 miliardi di euro più un piccolo ricalcolo di altri 100 milioni di euro per un totale di 2,8 miliardi di euro. Complessivamente», ha aggiunto, «il finanziamento del Repower insieme al finanziamento delle altre misure rappresenta il punto centrale dell’azione del governo. Esistono sette nuove riforme che si aggiungono a quelle previste, cinque all’interno del Repower, altre due sugli incentivi e sulla coesione che rappresentano un’altra grande sfida e un messaggio importante in questa direzione». Poi Fitto ha annunciato che il governo sta definendo con Bruxelles «gli ultimi aspetti per giungere alla definizione del pagamento della quarta rata entro il 31 dicembre 2023».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bruxelles-approva-modifiche-pnrr-2666351169.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-precetta-ancora-lo-sciopero-lunedi-mezzi-fermi-solo-quattro-ore" data-post-id="2666351169" data-published-at="1700923259" data-use-pagination="False"> Salvini precetta ancora lo sciopero. Lunedì mezzi fermi solo quattro ore «Nessun attacco al diritto di sciopero ma non accetto 24 ore di blocco del trasporto pubblico perché sarebbe il caos. Se applicano il buon senso non intervengo, ma se pensano di fermare tutta l’Italia per 24 ore non lo permetterò e farò tutto quello che la legge mi permette di fare». Il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, Matteo Salvini, non cambia idea e fa il bis bloccando i sindacati. Come già accaduto venerdì 17 novembre in occasione dello sciopero generale indetto da Cgil e Uil, quando ha deciso di precettare i lavoratori del settore dei trasporti, ieri il ministro ha firmato la lettera di precettazione per ridurre anche lo sciopero di lunedì 27 novembre proclamato dai sindacati di base, Usb, Cub trasporti, Cobas lavoro privato, Adl Cobas e Al Cobas sgb, dalle annunciate 24 ore a quattro ore, quindi dalle 9 alle 13. L’annuncio arriva direttamente dal Mit che chiarisce: «Non tutti i sindacati coinvolti hanno proposto di incrociare le braccia tutto il giorno». Salvini tiene a precisare che il diritto allo sciopero è sacrosanto e auspica un sempre maggior coinvolgimento di tutte le realtà sindacali da parte delle aziende con l’obiettivo di risolvere i contenziosi: «Cercherò di aiutare gli autisti che lamentano bassi stipendi». Fermo il comunicato dei sindacati: «Come organizzazioni sindacali di base e conflittuali non faremo un passo indietro sul diritto di sciopero», afferma l’Usb in una nota dopo la precettazione. «L’incontro delle organizzazioni sindacali con il ministro Salvini sulla mobilitazione di sciopero nazionale di 24 ore degli autoferrotranvieri», si legge nel comunicato, «conferma le posizioni di un governo che vuole imporre la limitazione di un diritto costituzionale già fin troppo penalizzato da leggi e normative che si sono susseguite fin dagli anni Novanta con tanto di benestare di Cgil Cisl Uil», attacca l’Usb. Lo sciopero era stato indetto per chiedere «aumenti salariali dignitosi», «migliori condizioni di lavoro», il «blocco delle privatizzazioni» e la «tutela della salute e della sicurezza». Epperò il leader della Lega e responsabile del Mit è fermamente determinato a ridurre al massimo i disagi per i cittadini, anche alla luce di agitazioni che ormai sono diventate molto frequenti, e che colpiscono con particolare insistenza il settore dei trasporti proprio nell’ultimo giorno settimanale, prima del weekend o all’inizio della settimana lavorativa. La precettazione la volta scorsa era stata definita dai sindacati un «atto politico gravissimo» e un «attacco al diritto di sciopero» tanto da decidere di far ricorso. «Insieme alla Uil stiamo lavorando per presentare il ricorso contro la precettazione, nel rispetto delle norme di legge. Abbiamo deciso di farlo e messo i legali al lavoro per predisporlo nei tempi previsti, quindi pochi giorni», aveva detto il segretario della Cgil Maurizio Landini. Ancora una volta invece Salvini si appella «al buonsenso dei sindacati» non avendo alcuna intenzione di penalizzare i cittadini che vogliono lavorare o spostarsi in libertà. Ieri intanto giornata di mobilitazione organizzata e promossa da Cgil e Uil, come già successo sette giorni fa, che sono scese in piazza nell’ambito delle proteste contro il governo affinché vengano cambiate la manovra e le politiche economiche e sociali. Nelle regioni del Nord (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino Alto Adige, Val d’Aosta e Veneto) i lavoratori hanno incrociato le braccia per otto ore o per l’intero turno, per una manifestazione di dissenso che ha riguardato tutti i settori eccetto la scuola, i trasporti e il pubblico impiego.
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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