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2023-11-25
Bruxelles approva le modifiche al Pnrr. Esulta la Meloni: «Altri 21 miliardi»
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Ci avevano ripetuto a mo’ di mantra che il Pnrr era scolpito nella roccia, come le tavole dei comandamenti, e che parlare di riformulazione equivalesse a giocare col fuoco e mandare a picco il Paese. Nella prima fase del governo Meloni, è stato senza dubbio questo l’argomento preferito dall’opposizione fuori e dentro il Parlamento per attaccare l’esecutivo e tacciarlo di incapacità. Poi ieri, a metà mattinata, si scopre che tutte le modifiche proposte dall’Italia alla Commissione europea sono state accolte, addirittura comportando un aumento complessivo delle risorse a nostra disposizione. E si è intuito, forse, che di questi tempi, con la crisi che morde e le opinioni pubbliche nazionali sfiancate dall’inflazione e dall’emergenza immigrazione illegale, a Bruxelles sono più disposti al compromesso. In soldoni, più deboli e preoccupati di salvare il salvabile in vista delle prossime europee.
Morale della favola, la Commissione ha dato una valutazione positiva alle modifiche apportate dal governo italiano al Pnrr, che comprende un capitolo RepowerEu e ora vale 194,4 miliardi di euro (122,6 miliardi di euro di prestiti e 71,8 miliardi di euro di sovvenzioni) nonché 66 riforme (sette in più rispetto al piano originale) e 150 investimenti. Per quanto riguarda RepowerEu, questo capitolo comprende cinque nuove riforme, cinque investimenti potenziati basati su misure esistenti e 12 nuovi investimenti per realizzare l’obiettivo di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi entro il 2030. Sempre parlando di obiettivi e numeri, il nuovo Pnrr comprende 145 misure tra quelle nuove o riviste e copre le misure previste dal capitolo RepowerEu, vale a dire le riforme in settori come giustizia, appalti pubblici e concorrenza.
La Commissione ha accolto in toto le tesi dell’Italia a sostegno delle modifiche: nella nota in cui informava del via libera, Bruxelles ha spiegato che le modifiche «si basano sulla necessità di tenere conto di circostanze oggettive che ostacolano la realizzazione di determinati investimenti come originariamente pianificato, tra cui l’elevata inflazione sperimentata nel 2022 e nel 2023, le interruzioni della catena di approvvigionamento causate dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la disponibilità di alternative migliori per raggiungere l’ambizione originaria di determinati investimenti». «Si prevede», aggiunge la Commissione, «che diverse misure del piano modificato dell’Italia contribuiranno a migliorare la competitività e la resilienza dell’economia italiana».
Numerose e fortemente soddisfatte le reazioni da parte degli esponenti del governo e della maggioranza (mute le opposizioni), a partire dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi con le associazioni datoriali ha sottolineato che la modifica del Pnrr «mette a disposizione della crescita economica italiana altri 21 miliardi di euro, in pratica una seconda manovra economica in gran parte destinata allo sviluppo e alla competitività del tessuto produttivo italiano: la necessità di assicurare la piena complementarità tra le politiche ordinarie e il Pnrr è stata da sempre un obiettivo di questo governo». «Abbiamo la conferma», ha proseguito il premier, «di aver fatto un lavoro di cui il governo può essere molto fiero. Abbiamo fatto ciò che avevamo promesso che avremmo fatto, siamo scesi nel concreto, abbiamo verificato le criticità e le abbiamo superate, abbiamo fatto in modo che tutti i soldi del Pnrr venissero spesi nei tempi e quindi abbiamo concentrato le risorse sulla crescita e la modernizzazione della nazione e mi pare che il risultato, sul quale in pochi scommettevano, dice che non era una scelta sbagliata. Ringrazio anche la Commissione europea», ha detto ancora la Meloni, «che è stata sicuramente rigida per certi versi, ma molto aperta alla possibilità che queste risorse fossero spese nel migliore dei modi».
Le ha fatto eco il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti da Milano, evidenziando che dalla modifica del Pnrr «arriveranno 12 miliardi in più nei prossimi anni per aiutare il sistema delle imprese». «Avevo detto che la manovra si componeva di quattro elementi», ha aggiunto, «la delega fiscale, il dl Anticipo, il ddl di bilancio e la revisione del Pnrr, ora tutto il puzzle ha ritrovato i suoi pezzi».
In conferenza stampa, nel tardo pomeriggio, il ministro competente Raffaele Fitto è entrato maggiormente nel dettaglio delle modifiche e di cosa queste comporteranno: «Il piano aumenta di dimensione la quota di finanziamento sul RepowerEu pari a 2,7 miliardi di euro più un piccolo ricalcolo di altri 100 milioni di euro per un totale di 2,8 miliardi di euro. Complessivamente», ha aggiunto, «il finanziamento del Repower insieme al finanziamento delle altre misure rappresenta il punto centrale dell’azione del governo. Esistono sette nuove riforme che si aggiungono a quelle previste, cinque all’interno del Repower, altre due sugli incentivi e sulla coesione che rappresentano un’altra grande sfida e un messaggio importante in questa direzione». Poi Fitto ha annunciato che il governo sta definendo con Bruxelles «gli ultimi aspetti per giungere alla definizione del pagamento della quarta rata entro il 31 dicembre 2023».
Salvini precetta ancora lo sciopero. Lunedì mezzi fermi solo quattro ore
«Nessun attacco al diritto di sciopero ma non accetto 24 ore di blocco del trasporto pubblico perché sarebbe il caos. Se applicano il buon senso non intervengo, ma se pensano di fermare tutta l’Italia per 24 ore non lo permetterò e farò tutto quello che la legge mi permette di fare». Il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, Matteo Salvini, non cambia idea e fa il bis bloccando i sindacati. Come già accaduto venerdì 17 novembre in occasione dello sciopero generale indetto da Cgil e Uil, quando ha deciso di precettare i lavoratori del settore dei trasporti, ieri il ministro ha firmato la lettera di precettazione per ridurre anche lo sciopero di lunedì 27 novembre proclamato dai sindacati di base, Usb, Cub trasporti, Cobas lavoro privato, Adl Cobas e Al Cobas sgb, dalle annunciate 24 ore a quattro ore, quindi dalle 9 alle 13. L’annuncio arriva direttamente dal Mit che chiarisce: «Non tutti i sindacati coinvolti hanno proposto di incrociare le braccia tutto il giorno». Salvini tiene a precisare che il diritto allo sciopero è sacrosanto e auspica un sempre maggior coinvolgimento di tutte le realtà sindacali da parte delle aziende con l’obiettivo di risolvere i contenziosi: «Cercherò di aiutare gli autisti che lamentano bassi stipendi».
Fermo il comunicato dei sindacati: «Come organizzazioni sindacali di base e conflittuali non faremo un passo indietro sul diritto di sciopero», afferma l’Usb in una nota dopo la precettazione. «L’incontro delle organizzazioni sindacali con il ministro Salvini sulla mobilitazione di sciopero nazionale di 24 ore degli autoferrotranvieri», si legge nel comunicato, «conferma le posizioni di un governo che vuole imporre la limitazione di un diritto costituzionale già fin troppo penalizzato da leggi e normative che si sono susseguite fin dagli anni Novanta con tanto di benestare di Cgil Cisl Uil», attacca l’Usb. Lo sciopero era stato indetto per chiedere «aumenti salariali dignitosi», «migliori condizioni di lavoro», il «blocco delle privatizzazioni» e la «tutela della salute e della sicurezza». Epperò il leader della Lega e responsabile del Mit è fermamente determinato a ridurre al massimo i disagi per i cittadini, anche alla luce di agitazioni che ormai sono diventate molto frequenti, e che colpiscono con particolare insistenza il settore dei trasporti proprio nell’ultimo giorno settimanale, prima del weekend o all’inizio della settimana lavorativa. La precettazione la volta scorsa era stata definita dai sindacati un «atto politico gravissimo» e un «attacco al diritto di sciopero» tanto da decidere di far ricorso. «Insieme alla Uil stiamo lavorando per presentare il ricorso contro la precettazione, nel rispetto delle norme di legge. Abbiamo deciso di farlo e messo i legali al lavoro per predisporlo nei tempi previsti, quindi pochi giorni», aveva detto il segretario della Cgil Maurizio Landini.
Ancora una volta invece Salvini si appella «al buonsenso dei sindacati» non avendo alcuna intenzione di penalizzare i cittadini che vogliono lavorare o spostarsi in libertà. Ieri intanto giornata di mobilitazione organizzata e promossa da Cgil e Uil, come già successo sette giorni fa, che sono scese in piazza nell’ambito delle proteste contro il governo affinché vengano cambiate la manovra e le politiche economiche e sociali. Nelle regioni del Nord (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino Alto Adige, Val d’Aosta e Veneto) i lavoratori hanno incrociato le braccia per otto ore o per l’intero turno, per una manifestazione di dissenso che ha riguardato tutti i settori eccetto la scuola, i trasporti e il pubblico impiego.
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La Commissione, che teme l’esito delle Europee, dà il via libera ai cambiamenti: il testo non è intoccabile come sosteneva il Pd.Matteo Salvini precetta ancora lo sciopero. I sindacati avevano proclamato un giorno intero di stop per lunedì 27 novembre. L’Usb: «Niente passi indietro».Lo speciale contiene due articoli.Ci avevano ripetuto a mo’ di mantra che il Pnrr era scolpito nella roccia, come le tavole dei comandamenti, e che parlare di riformulazione equivalesse a giocare col fuoco e mandare a picco il Paese. Nella prima fase del governo Meloni, è stato senza dubbio questo l’argomento preferito dall’opposizione fuori e dentro il Parlamento per attaccare l’esecutivo e tacciarlo di incapacità. Poi ieri, a metà mattinata, si scopre che tutte le modifiche proposte dall’Italia alla Commissione europea sono state accolte, addirittura comportando un aumento complessivo delle risorse a nostra disposizione. E si è intuito, forse, che di questi tempi, con la crisi che morde e le opinioni pubbliche nazionali sfiancate dall’inflazione e dall’emergenza immigrazione illegale, a Bruxelles sono più disposti al compromesso. In soldoni, più deboli e preoccupati di salvare il salvabile in vista delle prossime europee.Morale della favola, la Commissione ha dato una valutazione positiva alle modifiche apportate dal governo italiano al Pnrr, che comprende un capitolo RepowerEu e ora vale 194,4 miliardi di euro (122,6 miliardi di euro di prestiti e 71,8 miliardi di euro di sovvenzioni) nonché 66 riforme (sette in più rispetto al piano originale) e 150 investimenti. Per quanto riguarda RepowerEu, questo capitolo comprende cinque nuove riforme, cinque investimenti potenziati basati su misure esistenti e 12 nuovi investimenti per realizzare l’obiettivo di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi entro il 2030. Sempre parlando di obiettivi e numeri, il nuovo Pnrr comprende 145 misure tra quelle nuove o riviste e copre le misure previste dal capitolo RepowerEu, vale a dire le riforme in settori come giustizia, appalti pubblici e concorrenza. La Commissione ha accolto in toto le tesi dell’Italia a sostegno delle modifiche: nella nota in cui informava del via libera, Bruxelles ha spiegato che le modifiche «si basano sulla necessità di tenere conto di circostanze oggettive che ostacolano la realizzazione di determinati investimenti come originariamente pianificato, tra cui l’elevata inflazione sperimentata nel 2022 e nel 2023, le interruzioni della catena di approvvigionamento causate dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la disponibilità di alternative migliori per raggiungere l’ambizione originaria di determinati investimenti». «Si prevede», aggiunge la Commissione, «che diverse misure del piano modificato dell’Italia contribuiranno a migliorare la competitività e la resilienza dell’economia italiana». Numerose e fortemente soddisfatte le reazioni da parte degli esponenti del governo e della maggioranza (mute le opposizioni), a partire dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi con le associazioni datoriali ha sottolineato che la modifica del Pnrr «mette a disposizione della crescita economica italiana altri 21 miliardi di euro, in pratica una seconda manovra economica in gran parte destinata allo sviluppo e alla competitività del tessuto produttivo italiano: la necessità di assicurare la piena complementarità tra le politiche ordinarie e il Pnrr è stata da sempre un obiettivo di questo governo». «Abbiamo la conferma», ha proseguito il premier, «di aver fatto un lavoro di cui il governo può essere molto fiero. Abbiamo fatto ciò che avevamo promesso che avremmo fatto, siamo scesi nel concreto, abbiamo verificato le criticità e le abbiamo superate, abbiamo fatto in modo che tutti i soldi del Pnrr venissero spesi nei tempi e quindi abbiamo concentrato le risorse sulla crescita e la modernizzazione della nazione e mi pare che il risultato, sul quale in pochi scommettevano, dice che non era una scelta sbagliata. Ringrazio anche la Commissione europea», ha detto ancora la Meloni, «che è stata sicuramente rigida per certi versi, ma molto aperta alla possibilità che queste risorse fossero spese nel migliore dei modi». Le ha fatto eco il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti da Milano, evidenziando che dalla modifica del Pnrr «arriveranno 12 miliardi in più nei prossimi anni per aiutare il sistema delle imprese». «Avevo detto che la manovra si componeva di quattro elementi», ha aggiunto, «la delega fiscale, il dl Anticipo, il ddl di bilancio e la revisione del Pnrr, ora tutto il puzzle ha ritrovato i suoi pezzi». In conferenza stampa, nel tardo pomeriggio, il ministro competente Raffaele Fitto è entrato maggiormente nel dettaglio delle modifiche e di cosa queste comporteranno: «Il piano aumenta di dimensione la quota di finanziamento sul RepowerEu pari a 2,7 miliardi di euro più un piccolo ricalcolo di altri 100 milioni di euro per un totale di 2,8 miliardi di euro. Complessivamente», ha aggiunto, «il finanziamento del Repower insieme al finanziamento delle altre misure rappresenta il punto centrale dell’azione del governo. Esistono sette nuove riforme che si aggiungono a quelle previste, cinque all’interno del Repower, altre due sugli incentivi e sulla coesione che rappresentano un’altra grande sfida e un messaggio importante in questa direzione». Poi Fitto ha annunciato che il governo sta definendo con Bruxelles «gli ultimi aspetti per giungere alla definizione del pagamento della quarta rata entro il 31 dicembre 2023».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bruxelles-approva-modifiche-pnrr-2666351169.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-precetta-ancora-lo-sciopero-lunedi-mezzi-fermi-solo-quattro-ore" data-post-id="2666351169" data-published-at="1700923259" data-use-pagination="False"> Salvini precetta ancora lo sciopero. Lunedì mezzi fermi solo quattro ore «Nessun attacco al diritto di sciopero ma non accetto 24 ore di blocco del trasporto pubblico perché sarebbe il caos. Se applicano il buon senso non intervengo, ma se pensano di fermare tutta l’Italia per 24 ore non lo permetterò e farò tutto quello che la legge mi permette di fare». Il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, Matteo Salvini, non cambia idea e fa il bis bloccando i sindacati. Come già accaduto venerdì 17 novembre in occasione dello sciopero generale indetto da Cgil e Uil, quando ha deciso di precettare i lavoratori del settore dei trasporti, ieri il ministro ha firmato la lettera di precettazione per ridurre anche lo sciopero di lunedì 27 novembre proclamato dai sindacati di base, Usb, Cub trasporti, Cobas lavoro privato, Adl Cobas e Al Cobas sgb, dalle annunciate 24 ore a quattro ore, quindi dalle 9 alle 13. L’annuncio arriva direttamente dal Mit che chiarisce: «Non tutti i sindacati coinvolti hanno proposto di incrociare le braccia tutto il giorno». Salvini tiene a precisare che il diritto allo sciopero è sacrosanto e auspica un sempre maggior coinvolgimento di tutte le realtà sindacali da parte delle aziende con l’obiettivo di risolvere i contenziosi: «Cercherò di aiutare gli autisti che lamentano bassi stipendi». Fermo il comunicato dei sindacati: «Come organizzazioni sindacali di base e conflittuali non faremo un passo indietro sul diritto di sciopero», afferma l’Usb in una nota dopo la precettazione. «L’incontro delle organizzazioni sindacali con il ministro Salvini sulla mobilitazione di sciopero nazionale di 24 ore degli autoferrotranvieri», si legge nel comunicato, «conferma le posizioni di un governo che vuole imporre la limitazione di un diritto costituzionale già fin troppo penalizzato da leggi e normative che si sono susseguite fin dagli anni Novanta con tanto di benestare di Cgil Cisl Uil», attacca l’Usb. Lo sciopero era stato indetto per chiedere «aumenti salariali dignitosi», «migliori condizioni di lavoro», il «blocco delle privatizzazioni» e la «tutela della salute e della sicurezza». Epperò il leader della Lega e responsabile del Mit è fermamente determinato a ridurre al massimo i disagi per i cittadini, anche alla luce di agitazioni che ormai sono diventate molto frequenti, e che colpiscono con particolare insistenza il settore dei trasporti proprio nell’ultimo giorno settimanale, prima del weekend o all’inizio della settimana lavorativa. La precettazione la volta scorsa era stata definita dai sindacati un «atto politico gravissimo» e un «attacco al diritto di sciopero» tanto da decidere di far ricorso. «Insieme alla Uil stiamo lavorando per presentare il ricorso contro la precettazione, nel rispetto delle norme di legge. Abbiamo deciso di farlo e messo i legali al lavoro per predisporlo nei tempi previsti, quindi pochi giorni», aveva detto il segretario della Cgil Maurizio Landini. Ancora una volta invece Salvini si appella «al buonsenso dei sindacati» non avendo alcuna intenzione di penalizzare i cittadini che vogliono lavorare o spostarsi in libertà. Ieri intanto giornata di mobilitazione organizzata e promossa da Cgil e Uil, come già successo sette giorni fa, che sono scese in piazza nell’ambito delle proteste contro il governo affinché vengano cambiate la manovra e le politiche economiche e sociali. Nelle regioni del Nord (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino Alto Adige, Val d’Aosta e Veneto) i lavoratori hanno incrociato le braccia per otto ore o per l’intero turno, per una manifestazione di dissenso che ha riguardato tutti i settori eccetto la scuola, i trasporti e il pubblico impiego.
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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