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2023-11-25
Bruxelles approva le modifiche al Pnrr. Esulta la Meloni: «Altri 21 miliardi»
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Ci avevano ripetuto a mo’ di mantra che il Pnrr era scolpito nella roccia, come le tavole dei comandamenti, e che parlare di riformulazione equivalesse a giocare col fuoco e mandare a picco il Paese. Nella prima fase del governo Meloni, è stato senza dubbio questo l’argomento preferito dall’opposizione fuori e dentro il Parlamento per attaccare l’esecutivo e tacciarlo di incapacità. Poi ieri, a metà mattinata, si scopre che tutte le modifiche proposte dall’Italia alla Commissione europea sono state accolte, addirittura comportando un aumento complessivo delle risorse a nostra disposizione. E si è intuito, forse, che di questi tempi, con la crisi che morde e le opinioni pubbliche nazionali sfiancate dall’inflazione e dall’emergenza immigrazione illegale, a Bruxelles sono più disposti al compromesso. In soldoni, più deboli e preoccupati di salvare il salvabile in vista delle prossime europee.
Morale della favola, la Commissione ha dato una valutazione positiva alle modifiche apportate dal governo italiano al Pnrr, che comprende un capitolo RepowerEu e ora vale 194,4 miliardi di euro (122,6 miliardi di euro di prestiti e 71,8 miliardi di euro di sovvenzioni) nonché 66 riforme (sette in più rispetto al piano originale) e 150 investimenti. Per quanto riguarda RepowerEu, questo capitolo comprende cinque nuove riforme, cinque investimenti potenziati basati su misure esistenti e 12 nuovi investimenti per realizzare l’obiettivo di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi entro il 2030. Sempre parlando di obiettivi e numeri, il nuovo Pnrr comprende 145 misure tra quelle nuove o riviste e copre le misure previste dal capitolo RepowerEu, vale a dire le riforme in settori come giustizia, appalti pubblici e concorrenza.
La Commissione ha accolto in toto le tesi dell’Italia a sostegno delle modifiche: nella nota in cui informava del via libera, Bruxelles ha spiegato che le modifiche «si basano sulla necessità di tenere conto di circostanze oggettive che ostacolano la realizzazione di determinati investimenti come originariamente pianificato, tra cui l’elevata inflazione sperimentata nel 2022 e nel 2023, le interruzioni della catena di approvvigionamento causate dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la disponibilità di alternative migliori per raggiungere l’ambizione originaria di determinati investimenti». «Si prevede», aggiunge la Commissione, «che diverse misure del piano modificato dell’Italia contribuiranno a migliorare la competitività e la resilienza dell’economia italiana».
Numerose e fortemente soddisfatte le reazioni da parte degli esponenti del governo e della maggioranza (mute le opposizioni), a partire dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi con le associazioni datoriali ha sottolineato che la modifica del Pnrr «mette a disposizione della crescita economica italiana altri 21 miliardi di euro, in pratica una seconda manovra economica in gran parte destinata allo sviluppo e alla competitività del tessuto produttivo italiano: la necessità di assicurare la piena complementarità tra le politiche ordinarie e il Pnrr è stata da sempre un obiettivo di questo governo». «Abbiamo la conferma», ha proseguito il premier, «di aver fatto un lavoro di cui il governo può essere molto fiero. Abbiamo fatto ciò che avevamo promesso che avremmo fatto, siamo scesi nel concreto, abbiamo verificato le criticità e le abbiamo superate, abbiamo fatto in modo che tutti i soldi del Pnrr venissero spesi nei tempi e quindi abbiamo concentrato le risorse sulla crescita e la modernizzazione della nazione e mi pare che il risultato, sul quale in pochi scommettevano, dice che non era una scelta sbagliata. Ringrazio anche la Commissione europea», ha detto ancora la Meloni, «che è stata sicuramente rigida per certi versi, ma molto aperta alla possibilità che queste risorse fossero spese nel migliore dei modi».
Le ha fatto eco il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti da Milano, evidenziando che dalla modifica del Pnrr «arriveranno 12 miliardi in più nei prossimi anni per aiutare il sistema delle imprese». «Avevo detto che la manovra si componeva di quattro elementi», ha aggiunto, «la delega fiscale, il dl Anticipo, il ddl di bilancio e la revisione del Pnrr, ora tutto il puzzle ha ritrovato i suoi pezzi».
In conferenza stampa, nel tardo pomeriggio, il ministro competente Raffaele Fitto è entrato maggiormente nel dettaglio delle modifiche e di cosa queste comporteranno: «Il piano aumenta di dimensione la quota di finanziamento sul RepowerEu pari a 2,7 miliardi di euro più un piccolo ricalcolo di altri 100 milioni di euro per un totale di 2,8 miliardi di euro. Complessivamente», ha aggiunto, «il finanziamento del Repower insieme al finanziamento delle altre misure rappresenta il punto centrale dell’azione del governo. Esistono sette nuove riforme che si aggiungono a quelle previste, cinque all’interno del Repower, altre due sugli incentivi e sulla coesione che rappresentano un’altra grande sfida e un messaggio importante in questa direzione». Poi Fitto ha annunciato che il governo sta definendo con Bruxelles «gli ultimi aspetti per giungere alla definizione del pagamento della quarta rata entro il 31 dicembre 2023».
Salvini precetta ancora lo sciopero. Lunedì mezzi fermi solo quattro ore
«Nessun attacco al diritto di sciopero ma non accetto 24 ore di blocco del trasporto pubblico perché sarebbe il caos. Se applicano il buon senso non intervengo, ma se pensano di fermare tutta l’Italia per 24 ore non lo permetterò e farò tutto quello che la legge mi permette di fare». Il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, Matteo Salvini, non cambia idea e fa il bis bloccando i sindacati. Come già accaduto venerdì 17 novembre in occasione dello sciopero generale indetto da Cgil e Uil, quando ha deciso di precettare i lavoratori del settore dei trasporti, ieri il ministro ha firmato la lettera di precettazione per ridurre anche lo sciopero di lunedì 27 novembre proclamato dai sindacati di base, Usb, Cub trasporti, Cobas lavoro privato, Adl Cobas e Al Cobas sgb, dalle annunciate 24 ore a quattro ore, quindi dalle 9 alle 13. L’annuncio arriva direttamente dal Mit che chiarisce: «Non tutti i sindacati coinvolti hanno proposto di incrociare le braccia tutto il giorno». Salvini tiene a precisare che il diritto allo sciopero è sacrosanto e auspica un sempre maggior coinvolgimento di tutte le realtà sindacali da parte delle aziende con l’obiettivo di risolvere i contenziosi: «Cercherò di aiutare gli autisti che lamentano bassi stipendi».
Fermo il comunicato dei sindacati: «Come organizzazioni sindacali di base e conflittuali non faremo un passo indietro sul diritto di sciopero», afferma l’Usb in una nota dopo la precettazione. «L’incontro delle organizzazioni sindacali con il ministro Salvini sulla mobilitazione di sciopero nazionale di 24 ore degli autoferrotranvieri», si legge nel comunicato, «conferma le posizioni di un governo che vuole imporre la limitazione di un diritto costituzionale già fin troppo penalizzato da leggi e normative che si sono susseguite fin dagli anni Novanta con tanto di benestare di Cgil Cisl Uil», attacca l’Usb. Lo sciopero era stato indetto per chiedere «aumenti salariali dignitosi», «migliori condizioni di lavoro», il «blocco delle privatizzazioni» e la «tutela della salute e della sicurezza». Epperò il leader della Lega e responsabile del Mit è fermamente determinato a ridurre al massimo i disagi per i cittadini, anche alla luce di agitazioni che ormai sono diventate molto frequenti, e che colpiscono con particolare insistenza il settore dei trasporti proprio nell’ultimo giorno settimanale, prima del weekend o all’inizio della settimana lavorativa. La precettazione la volta scorsa era stata definita dai sindacati un «atto politico gravissimo» e un «attacco al diritto di sciopero» tanto da decidere di far ricorso. «Insieme alla Uil stiamo lavorando per presentare il ricorso contro la precettazione, nel rispetto delle norme di legge. Abbiamo deciso di farlo e messo i legali al lavoro per predisporlo nei tempi previsti, quindi pochi giorni», aveva detto il segretario della Cgil Maurizio Landini.
Ancora una volta invece Salvini si appella «al buonsenso dei sindacati» non avendo alcuna intenzione di penalizzare i cittadini che vogliono lavorare o spostarsi in libertà. Ieri intanto giornata di mobilitazione organizzata e promossa da Cgil e Uil, come già successo sette giorni fa, che sono scese in piazza nell’ambito delle proteste contro il governo affinché vengano cambiate la manovra e le politiche economiche e sociali. Nelle regioni del Nord (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino Alto Adige, Val d’Aosta e Veneto) i lavoratori hanno incrociato le braccia per otto ore o per l’intero turno, per una manifestazione di dissenso che ha riguardato tutti i settori eccetto la scuola, i trasporti e il pubblico impiego.
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La Commissione, che teme l’esito delle Europee, dà il via libera ai cambiamenti: il testo non è intoccabile come sosteneva il Pd.Matteo Salvini precetta ancora lo sciopero. I sindacati avevano proclamato un giorno intero di stop per lunedì 27 novembre. L’Usb: «Niente passi indietro».Lo speciale contiene due articoli.Ci avevano ripetuto a mo’ di mantra che il Pnrr era scolpito nella roccia, come le tavole dei comandamenti, e che parlare di riformulazione equivalesse a giocare col fuoco e mandare a picco il Paese. Nella prima fase del governo Meloni, è stato senza dubbio questo l’argomento preferito dall’opposizione fuori e dentro il Parlamento per attaccare l’esecutivo e tacciarlo di incapacità. Poi ieri, a metà mattinata, si scopre che tutte le modifiche proposte dall’Italia alla Commissione europea sono state accolte, addirittura comportando un aumento complessivo delle risorse a nostra disposizione. E si è intuito, forse, che di questi tempi, con la crisi che morde e le opinioni pubbliche nazionali sfiancate dall’inflazione e dall’emergenza immigrazione illegale, a Bruxelles sono più disposti al compromesso. In soldoni, più deboli e preoccupati di salvare il salvabile in vista delle prossime europee.Morale della favola, la Commissione ha dato una valutazione positiva alle modifiche apportate dal governo italiano al Pnrr, che comprende un capitolo RepowerEu e ora vale 194,4 miliardi di euro (122,6 miliardi di euro di prestiti e 71,8 miliardi di euro di sovvenzioni) nonché 66 riforme (sette in più rispetto al piano originale) e 150 investimenti. Per quanto riguarda RepowerEu, questo capitolo comprende cinque nuove riforme, cinque investimenti potenziati basati su misure esistenti e 12 nuovi investimenti per realizzare l’obiettivo di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi entro il 2030. Sempre parlando di obiettivi e numeri, il nuovo Pnrr comprende 145 misure tra quelle nuove o riviste e copre le misure previste dal capitolo RepowerEu, vale a dire le riforme in settori come giustizia, appalti pubblici e concorrenza. La Commissione ha accolto in toto le tesi dell’Italia a sostegno delle modifiche: nella nota in cui informava del via libera, Bruxelles ha spiegato che le modifiche «si basano sulla necessità di tenere conto di circostanze oggettive che ostacolano la realizzazione di determinati investimenti come originariamente pianificato, tra cui l’elevata inflazione sperimentata nel 2022 e nel 2023, le interruzioni della catena di approvvigionamento causate dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la disponibilità di alternative migliori per raggiungere l’ambizione originaria di determinati investimenti». «Si prevede», aggiunge la Commissione, «che diverse misure del piano modificato dell’Italia contribuiranno a migliorare la competitività e la resilienza dell’economia italiana». Numerose e fortemente soddisfatte le reazioni da parte degli esponenti del governo e della maggioranza (mute le opposizioni), a partire dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi con le associazioni datoriali ha sottolineato che la modifica del Pnrr «mette a disposizione della crescita economica italiana altri 21 miliardi di euro, in pratica una seconda manovra economica in gran parte destinata allo sviluppo e alla competitività del tessuto produttivo italiano: la necessità di assicurare la piena complementarità tra le politiche ordinarie e il Pnrr è stata da sempre un obiettivo di questo governo». «Abbiamo la conferma», ha proseguito il premier, «di aver fatto un lavoro di cui il governo può essere molto fiero. Abbiamo fatto ciò che avevamo promesso che avremmo fatto, siamo scesi nel concreto, abbiamo verificato le criticità e le abbiamo superate, abbiamo fatto in modo che tutti i soldi del Pnrr venissero spesi nei tempi e quindi abbiamo concentrato le risorse sulla crescita e la modernizzazione della nazione e mi pare che il risultato, sul quale in pochi scommettevano, dice che non era una scelta sbagliata. Ringrazio anche la Commissione europea», ha detto ancora la Meloni, «che è stata sicuramente rigida per certi versi, ma molto aperta alla possibilità che queste risorse fossero spese nel migliore dei modi». Le ha fatto eco il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti da Milano, evidenziando che dalla modifica del Pnrr «arriveranno 12 miliardi in più nei prossimi anni per aiutare il sistema delle imprese». «Avevo detto che la manovra si componeva di quattro elementi», ha aggiunto, «la delega fiscale, il dl Anticipo, il ddl di bilancio e la revisione del Pnrr, ora tutto il puzzle ha ritrovato i suoi pezzi». In conferenza stampa, nel tardo pomeriggio, il ministro competente Raffaele Fitto è entrato maggiormente nel dettaglio delle modifiche e di cosa queste comporteranno: «Il piano aumenta di dimensione la quota di finanziamento sul RepowerEu pari a 2,7 miliardi di euro più un piccolo ricalcolo di altri 100 milioni di euro per un totale di 2,8 miliardi di euro. Complessivamente», ha aggiunto, «il finanziamento del Repower insieme al finanziamento delle altre misure rappresenta il punto centrale dell’azione del governo. Esistono sette nuove riforme che si aggiungono a quelle previste, cinque all’interno del Repower, altre due sugli incentivi e sulla coesione che rappresentano un’altra grande sfida e un messaggio importante in questa direzione». Poi Fitto ha annunciato che il governo sta definendo con Bruxelles «gli ultimi aspetti per giungere alla definizione del pagamento della quarta rata entro il 31 dicembre 2023».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bruxelles-approva-modifiche-pnrr-2666351169.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-precetta-ancora-lo-sciopero-lunedi-mezzi-fermi-solo-quattro-ore" data-post-id="2666351169" data-published-at="1700923259" data-use-pagination="False"> Salvini precetta ancora lo sciopero. Lunedì mezzi fermi solo quattro ore «Nessun attacco al diritto di sciopero ma non accetto 24 ore di blocco del trasporto pubblico perché sarebbe il caos. Se applicano il buon senso non intervengo, ma se pensano di fermare tutta l’Italia per 24 ore non lo permetterò e farò tutto quello che la legge mi permette di fare». Il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, Matteo Salvini, non cambia idea e fa il bis bloccando i sindacati. Come già accaduto venerdì 17 novembre in occasione dello sciopero generale indetto da Cgil e Uil, quando ha deciso di precettare i lavoratori del settore dei trasporti, ieri il ministro ha firmato la lettera di precettazione per ridurre anche lo sciopero di lunedì 27 novembre proclamato dai sindacati di base, Usb, Cub trasporti, Cobas lavoro privato, Adl Cobas e Al Cobas sgb, dalle annunciate 24 ore a quattro ore, quindi dalle 9 alle 13. L’annuncio arriva direttamente dal Mit che chiarisce: «Non tutti i sindacati coinvolti hanno proposto di incrociare le braccia tutto il giorno». Salvini tiene a precisare che il diritto allo sciopero è sacrosanto e auspica un sempre maggior coinvolgimento di tutte le realtà sindacali da parte delle aziende con l’obiettivo di risolvere i contenziosi: «Cercherò di aiutare gli autisti che lamentano bassi stipendi». Fermo il comunicato dei sindacati: «Come organizzazioni sindacali di base e conflittuali non faremo un passo indietro sul diritto di sciopero», afferma l’Usb in una nota dopo la precettazione. «L’incontro delle organizzazioni sindacali con il ministro Salvini sulla mobilitazione di sciopero nazionale di 24 ore degli autoferrotranvieri», si legge nel comunicato, «conferma le posizioni di un governo che vuole imporre la limitazione di un diritto costituzionale già fin troppo penalizzato da leggi e normative che si sono susseguite fin dagli anni Novanta con tanto di benestare di Cgil Cisl Uil», attacca l’Usb. Lo sciopero era stato indetto per chiedere «aumenti salariali dignitosi», «migliori condizioni di lavoro», il «blocco delle privatizzazioni» e la «tutela della salute e della sicurezza». Epperò il leader della Lega e responsabile del Mit è fermamente determinato a ridurre al massimo i disagi per i cittadini, anche alla luce di agitazioni che ormai sono diventate molto frequenti, e che colpiscono con particolare insistenza il settore dei trasporti proprio nell’ultimo giorno settimanale, prima del weekend o all’inizio della settimana lavorativa. La precettazione la volta scorsa era stata definita dai sindacati un «atto politico gravissimo» e un «attacco al diritto di sciopero» tanto da decidere di far ricorso. «Insieme alla Uil stiamo lavorando per presentare il ricorso contro la precettazione, nel rispetto delle norme di legge. Abbiamo deciso di farlo e messo i legali al lavoro per predisporlo nei tempi previsti, quindi pochi giorni», aveva detto il segretario della Cgil Maurizio Landini. Ancora una volta invece Salvini si appella «al buonsenso dei sindacati» non avendo alcuna intenzione di penalizzare i cittadini che vogliono lavorare o spostarsi in libertà. Ieri intanto giornata di mobilitazione organizzata e promossa da Cgil e Uil, come già successo sette giorni fa, che sono scese in piazza nell’ambito delle proteste contro il governo affinché vengano cambiate la manovra e le politiche economiche e sociali. Nelle regioni del Nord (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino Alto Adige, Val d’Aosta e Veneto) i lavoratori hanno incrociato le braccia per otto ore o per l’intero turno, per una manifestazione di dissenso che ha riguardato tutti i settori eccetto la scuola, i trasporti e il pubblico impiego.
Leone XIV (Ansa)
Il documento, dedicato alla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», reca la datadel 15 maggio, il giorno in cui sono caduti i 135 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII: è a lui che Robert Francis Prevost ha voluto ispirarsi nella scelta del nome, perché, come il predecessore, sente di doversi impegnare nella questione sociale dell’epoca contemporanea. Tanto che ha appena approvato l’istituzione della Commissione interdicasteriale incaricata di seguire il dossier IA. Così, se Benedetto XVI si opponeva alla «dittatura del relativismo», lui combatte la dittatura degli algoritmi.
L’enciclica sarà presentata lunedì prossimo nell’Aula del Sinodo. Sarà presente il pontefice in persona, insieme ai cardinali Víctor Manuel Fernández (prefetto della Fede) e Michael Czerny (prefetto per il Servizio allo sviluppo umano integrale); alla professoressa Anna Dowlands, teologa della Durham University, nel Regno Unito; a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il volto «buono» dell’IA; e alla professoressa Leocadie Lushombo, docente di teologica politica della Jesuit school of theology di Santa Clara, in California. La conclusione sarà affidata al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. E al termine dell’evento, il vicario di Cristo impartirà la benedizione.
È ragionevole aspettarsi che il testo riprenda le argomentazioni di Quo vadis, humanitas?, il documento della Commissione teologica internazionale uscito il 4 marzo. Lo scritto presentava un’ampia disamina delle insidie collegate al rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale generale, suscettibile di rendere «incontrollabili e quindi ingovernabili» le dinamiche economiche, politiche e persino militari, oltre che di schiudere perniciosi orizzonti alle pratiche di «controllo sociale», nonché di privare la democrazia dei «legami solidali» che ne costituiscono il nutrimento. Centrale era l’invito a non liquidare i poveri in quanto meri «danni collaterali» del progresso e a tenere presente la «dignità infinita» della persona, contro le derive transumane e postumane.
D’altronde, già il 10 maggio 2025, a due giorni dalla sua elezione, al Collegio cardinalizio, Prevost spiegò che la Chiesa era chiamata ad affrontare gli effetti di «un’altra rivoluzione industriale e gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale». Lo scorso gennaio, nel suo messaggio per la sessantesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa americano ha ricordato che quella umana non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». E ha segnalato che addirittura «gran parte dell’industria creativa» è in pericolo, con «i capolavori del genio umano» che vengono «ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine», destinate a soppiantare i prodotti dell’arte e della fantasia.
Le trappole di quello che Leone chiamava «affidamento ingenuamente acritico all’Intelligenza artificiale», «“oracolo” di ogni consiglio», emergono, proprio in questi giorni, da un dettaglio sulle amministrative francesi: un’inchiesta del think tank Terra Nova ha svelato che, alle elezioni municipali di marzo, un francese su sei ha fatto ricorso all’IA per decidere quale candidato votare. Il 7% vi ha trovato solo una conferma delle proprie preferenze; ma il 5%, sotto la sua influenza, ha cambiato parere; e il 4%, privo di un’opinione, se l’è fatta suggerire dal cervellone elettronico. Sono cifre piccole, che però offrono un assaggio della gigantesca transizione che stiamo attraversando: se l’IA contribuirà a definire i contorni della coscienza collettiva, diventerà cruciale portare alla luce il reticolo di interessi che si cela dietro la fornitura dei servizi digitali. E operare affinché la logica algoritmica sia messa al servizio del bene comune, piuttosto che del tornaconto di pochi miliardari e delle potenze imperiali. Il vaglio critico del «potere computazionale» è esattamente il compito che, nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio, affida all’etica delle tecnologie padre Paolo Benanti, dirigente dell’Osservatorio sull’Intelligenza artificiale istituito dal ministero del Lavoro.
A subire l’impatto più devastante dal perfezionamento e dalla diffusione pervasiva dell’IA sarà il lavoro. Tanto che lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di rispondere alle proiezioni che prevedono la cancellazione di 300 milioni di impieghi nel mondo, proponendo un «alto reddito universale» che compensi la disoccupazione.
Il pontefice ha ben presente questa piaga. E avverte l’urgenza di tutelare i minori dai tranelli dei modelli linguistici robotici, capaci di «imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione». Ma nel mondo sdoppiato delle tecnologie basate sui dati, la persona diventa secondaria; a chi governa questa «forza invisibile» interessa solo il nostro simulacro digitale.
E poi c’è la guerra: Leone ne ha appena parlato nel suo discorso alla Sapienza, paventando che l’applicazione dell’IA in ambito bellico peggiori «la tragicità dei conflitti» e deresponsabilizzi «le scelte umane». Forse, per l’annientamento non serve un Terminator. A «terminarci» siamo già bravi da soli.
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Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 maggio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Cisint sottolinea i rischi della islamizzazione.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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