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2019-01-15
Brigatisti e neofascisti. Ci sono ancora 64 latitanti da acciuffare
Ansa
A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.
Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).
In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.
All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).
Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.
Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).
Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). Un esercito invisibile a cui l'Italia ha deciso di dare la caccia.
Nel giorno in cui finalmente paga i compagni continuano a sbagliare
Per il pianeta rosso è il giorno più nero dell'anno. Per la sinistra del tweet compulsivo, del vino barricato e delle mezze verità storiche, quel Cesare Battisti recapitato con la velocità di un pacco Amazon equivale al mal di pancia dopo una mangiata di fagioli con le cotiche.
L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo».
Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo.
Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi».
Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione.
Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere».
Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario.
Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
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In Francia vive tranquilla una folta comunità di ex Br, a Londra si rifugiano vari terroristi di destra. Molti altri, però, sono spariti senza lasciare tracce.L'edizione online del «Manifesto» non dà la notizia dell'estradizione, Piero Sansonetti e soci invocano l'amnistia «perché sono passati 30 anni». Paolo Ferrero: «È un complotto del governo Conte, per distrarre dai veri problemi».Lo speciale contiene due articoli.A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). 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L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo». Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo. Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi». Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione. Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere». Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario. Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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