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2019-01-15
Brigatisti e neofascisti. Ci sono ancora 64 latitanti da acciuffare
Ansa
A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.
Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).
In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.
All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).
Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.
Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).
Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). Un esercito invisibile a cui l'Italia ha deciso di dare la caccia.
Nel giorno in cui finalmente paga i compagni continuano a sbagliare
Per il pianeta rosso è il giorno più nero dell'anno. Per la sinistra del tweet compulsivo, del vino barricato e delle mezze verità storiche, quel Cesare Battisti recapitato con la velocità di un pacco Amazon equivale al mal di pancia dopo una mangiata di fagioli con le cotiche.
L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo».
Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo.
Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi».
Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione.
Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere».
Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario.
Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
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In Francia vive tranquilla una folta comunità di ex Br, a Londra si rifugiano vari terroristi di destra. Molti altri, però, sono spariti senza lasciare tracce.L'edizione online del «Manifesto» non dà la notizia dell'estradizione, Piero Sansonetti e soci invocano l'amnistia «perché sono passati 30 anni». Paolo Ferrero: «È un complotto del governo Conte, per distrarre dai veri problemi».Lo speciale contiene due articoli.A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). 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L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo». Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo. Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi». Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione. Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere». Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario. Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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