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2019-01-15
Brigatisti e neofascisti. Ci sono ancora 64 latitanti da acciuffare
Ansa
A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.
Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).
In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.
All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).
Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.
Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).
Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). Un esercito invisibile a cui l'Italia ha deciso di dare la caccia.
Nel giorno in cui finalmente paga i compagni continuano a sbagliare
Per il pianeta rosso è il giorno più nero dell'anno. Per la sinistra del tweet compulsivo, del vino barricato e delle mezze verità storiche, quel Cesare Battisti recapitato con la velocità di un pacco Amazon equivale al mal di pancia dopo una mangiata di fagioli con le cotiche.
L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo».
Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo.
Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi».
Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione.
Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere».
Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario.
Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
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In Francia vive tranquilla una folta comunità di ex Br, a Londra si rifugiano vari terroristi di destra. Molti altri, però, sono spariti senza lasciare tracce.L'edizione online del «Manifesto» non dà la notizia dell'estradizione, Piero Sansonetti e soci invocano l'amnistia «perché sono passati 30 anni». Paolo Ferrero: «È un complotto del governo Conte, per distrarre dai veri problemi».Lo speciale contiene due articoli.A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). Un esercito invisibile a cui l'Italia ha deciso di dare la caccia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brigatisti-e-neofascisti-ci-sono-ancora-64-latitanti-da-acciuffare-2625989057.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-giorno-in-cui-finalmente-paga-i-compagni-continuano-a-sbagliare" data-post-id="2625989057" data-published-at="1781753200" data-use-pagination="False"> Nel giorno in cui finalmente paga i compagni continuano a sbagliare Per il pianeta rosso è il giorno più nero dell'anno. Per la sinistra del tweet compulsivo, del vino barricato e delle mezze verità storiche, quel Cesare Battisti recapitato con la velocità di un pacco Amazon equivale al mal di pancia dopo una mangiata di fagioli con le cotiche. L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo». Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo. Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi». Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione. Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere». Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario. Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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