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2019-01-15
Brigatisti e neofascisti. Ci sono ancora 64 latitanti da acciuffare
Ansa
A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.
Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).
In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.
All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).
Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.
Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).
Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). Un esercito invisibile a cui l'Italia ha deciso di dare la caccia.
Nel giorno in cui finalmente paga i compagni continuano a sbagliare
Per il pianeta rosso è il giorno più nero dell'anno. Per la sinistra del tweet compulsivo, del vino barricato e delle mezze verità storiche, quel Cesare Battisti recapitato con la velocità di un pacco Amazon equivale al mal di pancia dopo una mangiata di fagioli con le cotiche.
L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo».
Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo.
Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi».
Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione.
Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere».
Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario.
Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
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In Francia vive tranquilla una folta comunità di ex Br, a Londra si rifugiano vari terroristi di destra. Molti altri, però, sono spariti senza lasciare tracce.L'edizione online del «Manifesto» non dà la notizia dell'estradizione, Piero Sansonetti e soci invocano l'amnistia «perché sono passati 30 anni». Paolo Ferrero: «È un complotto del governo Conte, per distrarre dai veri problemi».Lo speciale contiene due articoli.A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). Un esercito invisibile a cui l'Italia ha deciso di dare la caccia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brigatisti-e-neofascisti-ci-sono-ancora-64-latitanti-da-acciuffare-2625989057.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-giorno-in-cui-finalmente-paga-i-compagni-continuano-a-sbagliare" data-post-id="2625989057" data-published-at="1781191180" data-use-pagination="False"> Nel giorno in cui finalmente paga i compagni continuano a sbagliare Per il pianeta rosso è il giorno più nero dell'anno. Per la sinistra del tweet compulsivo, del vino barricato e delle mezze verità storiche, quel Cesare Battisti recapitato con la velocità di un pacco Amazon equivale al mal di pancia dopo una mangiata di fagioli con le cotiche. L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo». Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo. Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi». Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione. Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere». Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario. Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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Maurizio Belpietro analizza l'operato di Giuseppe Conte durante l'emergenza sanitaria e la sua incredibile ascesa politica. Tra le anomalie della gestione Covid, i contratti milionari distribuiti senza motivazione e il silenzio dei grandi media, emerge un quadro preoccupante e di fronte alle richieste di trasparenza richieste dalla Commissione Covid, l’ex Premier risponde con una pioggia di querele per diffamazione.