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2019-01-15
Brigatisti e neofascisti. Ci sono ancora 64 latitanti da acciuffare
Ansa
A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.
Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).
In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.
All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).
Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.
Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).
Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). Un esercito invisibile a cui l'Italia ha deciso di dare la caccia.
Nel giorno in cui finalmente paga i compagni continuano a sbagliare
Per il pianeta rosso è il giorno più nero dell'anno. Per la sinistra del tweet compulsivo, del vino barricato e delle mezze verità storiche, quel Cesare Battisti recapitato con la velocità di un pacco Amazon equivale al mal di pancia dopo una mangiata di fagioli con le cotiche.
L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo».
Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo.
Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi».
Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione.
Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere».
Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario.
Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
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In Francia vive tranquilla una folta comunità di ex Br, a Londra si rifugiano vari terroristi di destra. Molti altri, però, sono spariti senza lasciare tracce.L'edizione online del «Manifesto» non dà la notizia dell'estradizione, Piero Sansonetti e soci invocano l'amnistia «perché sono passati 30 anni». Paolo Ferrero: «È un complotto del governo Conte, per distrarre dai veri problemi».Lo speciale contiene due articoli.A Parigi riuscirebbe, forse, più facile restituire all'Italia la Gioconda piuttosto che uno delle decine di terroristi rossi che, dagli anni Ottanta, hanno trovato rifugio Oltralpe. Cesare Battisti, estradato ieri dalla Bolivia per scontare l'ergastolo, dopo una fuga lunga 37 anni, si costruì la fama di romanziere maledetto frequentando i salotti della rive gauche. Lì, tra le rue e i ponti sulla Senna, una folta comunità di latitanti dell'eversione rossa vive tuttora tranquilla. Protetta dalla «dottrina Mitterrand», dal nome del presidente che tutelava gli «autori di crimini» ricercati da nazioni «il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà»; e dalla irretroattività del mandato d'arresto europeo che è valido solo per i reati commessi prima del 1993.Dalle parti della Bastiglia lavora come editore Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni di carcere insieme ad Adriano Sofri per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Suoi vicini di casa sono Enrico Villimburgo e Roberta Cappelli, condannati all'ergastolo per diversi omicidi. All'uomo è stato riconosciuto il concorso morale nelle uccisioni del colonnello Antonio Varisco e dell'allora vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, ma anche del giudice Girolamo Minervini. Quanto alla Cappelli, fu giudicata responsabile di delitti del generale Enrico Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del rapimento del giudice Giovanni D'Urso. Paola Filippi, condannata a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio, ha ottenuto la cittadinanza francese e oggi fa l'interprete e l'aiuto psicologa. Fu coinvolta nelle indagini sull'agguato al macellaio Lino Sabbadin insieme proprio a Battisti e al fidanzato dell'epoca, Diego Giacomini. Scrisse di lei il giudice Pietro Forno, nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti». Massimo Bergamin, condannato a 26 anni, fa invece il traduttore a Metz. Giovanni Alimonti (condannato a 22 anni) è insegnante di italiano. Massimo Carfora (ergastolo) è titolare di una società che organizza fiere e saloni. Vincenzo Spanò (Comitati per la liberazione proletaria) ha un ristorante come Maurizio Di Marzio (condannato a 15 anni).In terra francese sono passati anche altri personaggi come Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, condannate all'ergastolo nel Moro-ter e sospettate di contatti con le nuove Br, a ridosso degli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi; e Sergio Tornaghi, legato alla colonna milanese Walter Alasia, quella che gambizzò Indro Montanelli (ergastolo). Marina Petrella (Br), condannata all'ergastolo per l'omicidio di un poliziotto, nel 2008 stava per essere estradata, ma Nicolas Sarkozy fermò l'iter per motivi umanitari.All'ombra della Tour Eiffel sono stati inoltre segnalati i brigatisti Enzo Calvitti (condannato a 21 anni), Paolo Ceriani Sebregondi, Gino Giunti, Franco Pinna, Enrico Porsia (ha la cittadinanza francese), Alfredo Ragusi e Giulia Riva. Non mancano le altre sigle del terrorismo tricolore: Raffaele De Blasi (Cellula per la costituzione del Partito comunista combattente); Paola De Luca, Giovanni Vegliacasa, Francesco Nuzzolo, Giancarlo Santilli e Anna Soldati (Prima linea); Raffaella Esposito e Walter Grecchi (Autonomia operaia, condannato quest'ultimo a 14 anni); Ermenegildo Marinelli (Mcr); Silvio Raffaele Ventura (Formazioni comuniste combattenti).Dal labirinto Moro sono fuggiti invece Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono. Il primo è diventato ristoratore di fede sandinista in Nicaragua (dove vive anche Manlio Grillo, che oggi si fa chiamare Christian De Seta, condannato per il rogo di Primavalle); il secondo ha ottenuto la cittadinanza elvetica e ha preso il cognome della mamma, Ornella Bargiola. Maurizio Baldasseroni è un fantasma: forse vivo, forse no. La richiesta di morte presunta, avanzata da un nipote, è stata rigettata dal giudice. È invece stata accettata per Franco Coda (Prima linea). Claudio Lavazza (Pac), sconta in Spagna 60 anni di carcere per reati non di terrorismo.Sul fronte dell'eversione di destra, sono stati individuati all'estero: Claudia Papa, Mario Pellegrini, Vittorio Spadavecchia (vive a Londra, assaltò la sede dell'Olp a Roma), e Delfo Zorzi (il militante di Ordine Nuovo vive in Giappone con il nome di Roi Hagen, è stato latitante fino al 2010 quando è stato assolto in appello per la strage di piazza Fontana).Fin qui quelli di cui è stato possibile indicare almeno un indizio geografico. Ci sono poi gli altri di cui si sono perse le tracce dopo la fuga dall'Italia: Leonardo Landi (anarcoinsurrezionalista); i brigatisti Livio Baistrocchi (probabilmente residente a Cuba), Maurizio Baldasserroni, Leonardo Bertulazzi, Lorenzo Carpi, Francesco Ceccato, Marzia Lelli, Italo Pinto, Pietro Mancini e Gregorio Scarfò. E ancora Elena Vetterly, Giovanni Engel (Autonomia operaia); Oscar Tagliaferri, Guglielmo Prato e Michele Mabropoulous (Prima linea); Carlo Torrisi, Agostino Lobruno, Almachiara D'Angelo, Fabrizio Panzieri (Ucc); Narciso Manenti (Nact); Giuseppe Landi (Formazioni comuniste combattenti); Salvatore Cirincione (Azione rivoluzionaria), Maurizio Folini (Mcr), Giorgio Boscarolo (Autonomia operaia), e Giorgio Bellini (Potere operaio). 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L'immagine di lui che sorride spaesato scendendo dal Falcon 900 è letale, peggiore del grafico con i risultati elettorali del 4 marzo 2018, più tremenda di un poster di Ronald Reagan. E la reazione è un grido di rabbia cieca, di chi ha perso (come direbbe Alberto Arbasino) la bussola, gli amici e la corriera: «Vergognatevi, è pur sempre un uomo». Per la sinistra che si è addormentata a Stalingrado e si è svegliata in un centro sociale non è stato un legittimo arresto, un giusto rimpatrio. Ma solo «ostensione del prigioniero», «sgomitante passerella», «sciacallaggio politico». Tutte formule usate su Twitter, Facebook, Instagram per mascherare la doppia delusione: l'ex terrorista è stato consegnato alla giustizia e a questo governo invece che «a quelli di prima». Tantomeno a Matteo Renzi, che come massima espressione di severità istituzionale si faceva fotografare con il presidente Lula e la maglia verdeoro numero 9 del Brasile. Era la politica estera della generazione Subbuteo. Oggi l'unica consolazione della gauche dei nostalgici e dei competenti è la Bolivian Rhapsody: a impacchettare Battisti è stato Evo Morales, presidente comunista, quello che donò a Papa Francesco una croce con la falce e martello. Per il resto è una disfatta, peggio della campagna in Afghanistan. A testimoniarlo è il silenzio del Manifesto - così scosso che ieri alle 18 non aveva ancora dato la notizia - e sono le parole di alcuni irriducibili come Marco Ferrando, portavoce del Partito comunista dei lavoratori: «Ero contrario all'estradizione di Battisti. Per fatti di 30 anni fa la soluzione più logica dovrebbe essere l'amnistia. Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica; da parte nostra nessuna gioia o solidarietà per un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». Ancora più feroce Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, che esibisce un paio di concetti deliranti: «È un depistaggio di massa ordito dal governo Conte per distrarre i cittadini dai veri problemi, primo fra tutti che i ricchi sono sempre più ricchi». Il benaltrismo spopola e Daniela Preziosi, giornalista del Manifesto, ne offre un esempio preclaro: «La retorica del governo non mi convince. Ho rispetto per le vittime, ma Battisti non è l'unico terrorista in giro per il mondo, ce ne sono anche di altro segno politico». Portare a casa tutti sarebbe un segnale di autorevolezza ritrovata dello Stato, soprattutto Giorgio Pietrostefani, l'organizzatore di Lotta continua, latitante a Parigi. Potrebbe rivelare interessanti retroscena di quella torbida stagione. Il più agguerrito difensore di Battisti rimane Piero Sansonetti, direttore della testata Il dubbio (che fa capo al Consiglio nazionale forense), garantista di ferro soprattutto dopo la stagione di Mani pulite quando, dalla tolda dell'ufficio centrale dell'Unità, contribuiva a far sentire nell'aria il tintinnio di manette. «Battisti è stato condannato sulla base di testimonianze poco credibili di pentiti. Sono le uniche prove a suo carico», sostiene con convinzione solitaria. «Mi si dirà che è una sentenza passata in giudicato, ma io ho il diritto di contestarla. Sono vent'anni che porto avanti in solitudine questa tesi. Sarebbe necessaria un'amnistia, non solo per gli anni di piombo, ma mi rendo conto che in questo clima è difficile da ottenere». Così laggiù in fondo a sinistra è tutto metabolizzato, anche Battisti (quattro omicidi, sette processi, due ergastoli) è un compagno che sbaglia. Oltre agli irriducibili, che almeno hanno il coraggio di esprimere le loro posizioni estreme, rimane la melassa indistinta dei rosiconi in servizio permanente. Con tre categorie che emergono dalle dichiarazioni: i benaltristi («ci sono altri problemi, per esempio la crescita industriale»), gli antisalvinisti («si vergogni con quella giubba») e la vasta area grigia degli ex fiancheggiatori da salotto di ogni fremito rivoluzionario. Sono coloro che metterebbero al muro il bagnino fascista di Chioggia e aiuterebbero Emanuele Fiano ad abbattere l'Eur a picconate. Consideravano la lotta armata una prosecuzione naturale della Resistenza («Quei ragazzi hanno raccolto la bandiera rossa da terra» era il dimenticato mantra primigenio nelle fabbriche). Invecchiati scrivendo libri da edicola ferroviaria o passeggiando in montagna, oggi i reduci silenziosi sostengono due tesi. C'è chi dice sui social che bisogna voltare pagina perché è passato tanto tempo «e Battisti è un'altra persona», come se anche le vittime senza di lui non fossero altre persone, soprattutto vive. E chi azzarda che l'assassino latitante non era comunista perché i comunisti veri stavano altrove. Questo è vero. Stavano sempre altrove, intenti a scappare dalla loro storia. Soprattutto da quella macchiata di sangue.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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