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2023-06-13
Brescia Photo Festival 2023: in mostra i grandi nomi della fotografia
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Con un centro affacciato sull’imponente Capitolium dell’antica Bixia romana, un castello medioevale a dominare l’abitato, due Cattedrali (una di impianto romanico e l’altro barocco), i portici ‘400eschi di Piazza Mercato e l’impronta veneziana di Piazza della Loggia, Brescia –il luogo dei tesori nascosti - è una città di straordinaria rilevanza storica e artistica, fra le più belle e culturalmente vivaci del nord Italia. E nell’anno che, insieme a Bergamo, la vede (finalmente) Capitale Italiana della Cultura 2023, visitarla è quasi un obbligo: il Brescia Photo Festival, che quest’anno ruota attorno al tema Capitale (e non poteva essere altrimenti…), può rappresentare l’occasione giusta.
Il Festival a Brescia e Provincia
Con la curatela artistica di Renato Corsini, la manifestazione si snoda nelle più prestigiose sedi espositive della città (ma anche della provincia), unite - in un progetti di comunicazione condiviso - ad una una rete di biblioteche, gallerie, associazioni e negozi, per rendere questa kermesse il più capillare e includente possibile. Tantissime e di grande valore artistico le mostre, con una straordinaria carrellata di autori e argomenti che spaziano dalla fotografia «classica» (il bianco e nero di Gianni Berengo Gardin o di Giorgio Lotti, per esempio) a quella visionaria e coloratissima di David LaChapelle, passando gli inconfondibili «mosaici» di Maurizio Galimberti, la ritrattistica, la cronaca e i reportages.
Non esiste un percorso di visita «obbligatorio», si può partire da dove si vuole, con quello che più interessa, scegliendo di visitare (magari in più giorni) tutte le esposizioni o solo alcune. Fulcro espositivo rimane comunque il Museo di Santa Giulia, dove quattro personali di altrettanti maestri della fotografia (Vittorio Sella, Martin Chambi, Ansel Adams, Axel Hütte) documentano, attraverso 120 immagini complessive, la loro particolare attitudine nell’interpretare la natura montana, facendo vivere allo spettatore una esperienza unica, oserei quasi dire immersiva, fra vette innevate e panorami da vertigine, a tratti inquietanti.
Di grande interesse anche le mostre ospitate negli spazi del Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana (via Moretto, 78), una serie di monografiche dedicate alla fotografia italiana del Novecento - dalla moda all’indagine sociale - con scatti di Nicola Sansone, Federico Garolla e del già citato Maurizio Galimberti. Sempre al Ma.Co.f, da segnalare anche Natura fragile, una raccolta (purtroppo di straordinaria attualità) di oltre 100 fotografie che immortalano e testimoniano la fragilità della natura in tutta la sua drammaticità, quando terremoti, alluvioni, mareggiate e fenomeni estremi, uniti all’imperizia dell’uomo, diventano tragedia…
Alla Pinacoteca Tosio Martinengo (Piazza Moretto, 4)va in scena invece (visitabile sino al fino al 12 novembre, ben oltre la chiusura del Festival) la mostra David LaChapelle per Giacomo Ceruti. Nomad in a Beautiful Land, curata da Denis Curti, che presenta un’opera inedita eseguita dal celebre artista americano per Brescia e ispirata alla produzione pauperistica del noto pittore barocco Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto. Il museo, che conserva il più alto numero di opere di Ceruti al mondo, accoglie questo scatto, accanto alla serie Jesus is my homeboy (2003), per dare un’interpretazione attenta e consapevole della marginalità attraverso un linguaggio nuovo e contemporaneo,
Passando da Brescia alla provincia, Provaglio d’iseo (BS) celebra il concittadino e fotografo Franco Bettini con la mostra Franco Bettini – le forme del bianco ( curata di Renato Corsini e Sara Cuccia), in programma dal 6 maggio al 2 luglio 2023 all’interno del complesso monastico di San Pietro in Lamosa. La rassegna approfondisce una delle tante tematiche che l’autore ha affrontato nei suoi percorsi creativi e che rende il suo archivio oggetto di continue scoperte. Rifacendosi ai classici della storia dell’arte, e in particolare al lavoro pittorico di Giorgio Morandi, Bettini elabora una sua ridefinizione delle nature morte del maestro, prendendone fotograficamente spunto in un gioco di sfumature nelle quali il colore bianco gioca il ruolo del protagonista.
Oltre a Provaglio, coinvolte nel Festival anche Concesio e il comune di Marone, per offrire al pubblico, come ha dichiarato Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia « una rassegna eclettica e di grande respiro che, ne sono sicuro, riuscirà a regalare grandi emozioni rendendo anche l’edizione 2023 un’esperienza unica e suggestiva.»
Per chi volesse saperne di più, il programma completo del Festival è disponibile su sito Brescia Musei
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Nell’anno che vede Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023, l’appuntamento con il Brescia Photo Festival (sino al 27 agosto 2023), giunto quest’anno alla sua VI edizione, è più ricco che mai. Manifestazione diffusa sul territorio, con varie sedi espositive e fulcro al Museo di Santa Giulia - che ospita Luce della Montagna, una delle più importanti esposizioni mai realizzate sul mondo delle vette - il festival propone mostre dei nomi più illustri della fotografia, da David LaChapelle a Gianni Berengo Gardin, passando per Giorgio Lotti e Nicola Sansone.Con un centro affacciato sull’imponente Capitolium dell’antica Bixia romana, un castello medioevale a dominare l’abitato, due Cattedrali (una di impianto romanico e l’altro barocco), i portici ‘400eschi di Piazza Mercato e l’impronta veneziana di Piazza della Loggia, Brescia –il luogo dei tesori nascosti - è una città di straordinaria rilevanza storica e artistica, fra le più belle e culturalmente vivaci del nord Italia. E nell’anno che, insieme a Bergamo, la vede (finalmente) Capitale Italiana della Cultura 2023, visitarla è quasi un obbligo: il Brescia Photo Festival, che quest’anno ruota attorno al tema Capitale (e non poteva essere altrimenti…), può rappresentare l’occasione giusta. Il Festival a Brescia e ProvinciaCon la curatela artistica di Renato Corsini, la manifestazione si snoda nelle più prestigiose sedi espositive della città (ma anche della provincia), unite - in un progetti di comunicazione condiviso - ad una una rete di biblioteche, gallerie, associazioni e negozi, per rendere questa kermesse il più capillare e includente possibile. Tantissime e di grande valore artistico le mostre, con una straordinaria carrellata di autori e argomenti che spaziano dalla fotografia «classica» (il bianco e nero di Gianni Berengo Gardin o di Giorgio Lotti, per esempio) a quella visionaria e coloratissima di David LaChapelle, passando gli inconfondibili «mosaici» di Maurizio Galimberti, la ritrattistica, la cronaca e i reportages. Non esiste un percorso di visita «obbligatorio», si può partire da dove si vuole, con quello che più interessa, scegliendo di visitare (magari in più giorni) tutte le esposizioni o solo alcune. Fulcro espositivo rimane comunque il Museo di Santa Giulia, dove quattro personali di altrettanti maestri della fotografia (Vittorio Sella, Martin Chambi, Ansel Adams, Axel Hütte) documentano, attraverso 120 immagini complessive, la loro particolare attitudine nell’interpretare la natura montana, facendo vivere allo spettatore una esperienza unica, oserei quasi dire immersiva, fra vette innevate e panorami da vertigine, a tratti inquietanti.Di grande interesse anche le mostre ospitate negli spazi del Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana (via Moretto, 78), una serie di monografiche dedicate alla fotografia italiana del Novecento - dalla moda all’indagine sociale - con scatti di Nicola Sansone, Federico Garolla e del già citato Maurizio Galimberti. Sempre al Ma.Co.f, da segnalare anche Natura fragile, una raccolta (purtroppo di straordinaria attualità) di oltre 100 fotografie che immortalano e testimoniano la fragilità della natura in tutta la sua drammaticità, quando terremoti, alluvioni, mareggiate e fenomeni estremi, uniti all’imperizia dell’uomo, diventano tragedia…Alla Pinacoteca Tosio Martinengo (Piazza Moretto, 4)va in scena invece (visitabile sino al fino al 12 novembre, ben oltre la chiusura del Festival) la mostra David LaChapelle per Giacomo Ceruti. Nomad in a Beautiful Land, curata da Denis Curti, che presenta un’opera inedita eseguita dal celebre artista americano per Brescia e ispirata alla produzione pauperistica del noto pittore barocco Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto. Il museo, che conserva il più alto numero di opere di Ceruti al mondo, accoglie questo scatto, accanto alla serie Jesus is my homeboy (2003), per dare un’interpretazione attenta e consapevole della marginalità attraverso un linguaggio nuovo e contemporaneo,Passando da Brescia alla provincia, Provaglio d’iseo (BS) celebra il concittadino e fotografo Franco Bettini con la mostra Franco Bettini – le forme del bianco ( curata di Renato Corsini e Sara Cuccia), in programma dal 6 maggio al 2 luglio 2023 all’interno del complesso monastico di San Pietro in Lamosa. La rassegna approfondisce una delle tante tematiche che l’autore ha affrontato nei suoi percorsi creativi e che rende il suo archivio oggetto di continue scoperte. Rifacendosi ai classici della storia dell’arte, e in particolare al lavoro pittorico di Giorgio Morandi, Bettini elabora una sua ridefinizione delle nature morte del maestro, prendendone fotograficamente spunto in un gioco di sfumature nelle quali il colore bianco gioca il ruolo del protagonista.Oltre a Provaglio, coinvolte nel Festival anche Concesio e il comune di Marone, per offrire al pubblico, come ha dichiarato Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia « una rassegna eclettica e di grande respiro che, ne sono sicuro, riuscirà a regalare grandi emozioni rendendo anche l’edizione 2023 un’esperienza unica e suggestiva.»Per chi volesse saperne di più, il programma completo del Festival è disponibile su sito Brescia Musei
Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
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(iStock)
In piena linea con i dati forniti dalle forze di polizia dai quali emerge un costante aumento dei reati commessi da giovani, in particolare se minori. Niente di cui la popolazione non si fosse già resa conto dunque, con buona pace di chi fino a ieri preferiva ricondurne le opinioni ad eccessi di allarmismo magari alimentati dai media. Più che le «rappresentazioni», nel rapporto realizzato dall’istituto di ricerca, parlano le esperienze dirette, con tre cittadini su dieci che riferiscono di minacce, insulti, furti e aggressioni fisiche. Mentre un altro terzo dice di essere a conoscenza di episodi simili che vedono coinvolti amici e conoscenti.
Sebbene vi sia una spaccatura sulla sicurezza del luogo in cui si vive, tra un 46% che ne dà un giudizio ancora positivo e un 44% che invece si considera a rischio, la convinzione che la violenza giovanile sia in aumento sembra mettere d’accordo la maggioranza della popolazione.
Una «percezione» confermata dalle segnalazioni registrate dal ministero dell’Interno. Dopo una flessione fino all’anno del Covid, dopo la pandemia il numero di arrestati e denunciati under 24 vede una crescita costante. In particolare modo nella fascia d’età 14-17, dove dai 25.000 casi del 2020 si è passati ad oltre 37.000 nel 2025. Un dato che peraltro occorre prendere per difetto visto che il 57% del campione interpellato, quindi oltre la metà, nonostante problemi legati al fenomeno delle bande giovanili dice di non aver comunque mai sporto denuncia. Preferendo andare oltre. Come sembrano aver fatto sette cittadini su dieci, che trovandosi a contatto con aree frequentate da gang giovanili, almeno una volta hanno preferito cambiare strada. Una strategia adottata con una certa frequenza da un quarto dei cittadini e in modo sistematico da poco più di uno su dieci. Quanto ai fattori giudicati scatenanti, l’85% punta il dito contro l’assenza o la distrazione della famiglia, giudicata ininfluente, segue il contesto sociale degradato, un’educazione troppo permissiva e la mancanza di autorevolezza delle istituzioni. Una grossa responsabilità l’avrebbero inoltre i social che, secondo il presidente di Eurispes Gian Maria Fara «spesso si rivelano strumenti che amplificano i comportamenti devianti, facendone modelli accattivanti, diffondendone l’esempio, disumanizzando le vittime e desensibilizzando gli autori, normalizzando condotte violente e abusanti». Una boom di devianza che Eurispes racconta come trasversale perché interessa anche i contesti apparentemente meno problematici. Motivo per cui Fara parla «devianza borghese» che si esprime con vandalismo, bullismo e comportamenti autodistruttivi. Dall’altro lato del range c’è quella che vede protagonisti gli stranieri, spesso cresciuti in contesti di marginalità, il cui ruolo nella devianza giovanile cresce negli ultimi anni. Ben 80.827 i giovani stranieri segnalati nel 2025, quasi quanto gli italiani che nello stesso anno sono stati 89.249. Una «parità» di presenza sulla scena criminale restituita anche dalla maggioranza dei soggetti interpellati dal rapporto visto che il 42% descrive le bande giovanili come formate da ragazzi italiani e stranieri insieme, a indicare una visione del fenomeno in quanto realtà eterogenea e mista. Peccato che il peso specifico degli stranieri, in proporzione, sia ben maggiore visto che sono il 10% della popolazione. E questo forse, è l’unico aspetto non ancora ben «percepito».
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In Puglia deliberati 129 milioni di euro a supporto di 560 operazioni. Intervista a Vittorio de Pedys, presidente di Simest, Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato di Simest e Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.