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2023-06-13
Brescia Photo Festival 2023: in mostra i grandi nomi della fotografia
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Con un centro affacciato sull’imponente Capitolium dell’antica Bixia romana, un castello medioevale a dominare l’abitato, due Cattedrali (una di impianto romanico e l’altro barocco), i portici ‘400eschi di Piazza Mercato e l’impronta veneziana di Piazza della Loggia, Brescia –il luogo dei tesori nascosti - è una città di straordinaria rilevanza storica e artistica, fra le più belle e culturalmente vivaci del nord Italia. E nell’anno che, insieme a Bergamo, la vede (finalmente) Capitale Italiana della Cultura 2023, visitarla è quasi un obbligo: il Brescia Photo Festival, che quest’anno ruota attorno al tema Capitale (e non poteva essere altrimenti…), può rappresentare l’occasione giusta.
Il Festival a Brescia e Provincia
Con la curatela artistica di Renato Corsini, la manifestazione si snoda nelle più prestigiose sedi espositive della città (ma anche della provincia), unite - in un progetti di comunicazione condiviso - ad una una rete di biblioteche, gallerie, associazioni e negozi, per rendere questa kermesse il più capillare e includente possibile. Tantissime e di grande valore artistico le mostre, con una straordinaria carrellata di autori e argomenti che spaziano dalla fotografia «classica» (il bianco e nero di Gianni Berengo Gardin o di Giorgio Lotti, per esempio) a quella visionaria e coloratissima di David LaChapelle, passando gli inconfondibili «mosaici» di Maurizio Galimberti, la ritrattistica, la cronaca e i reportages.
Non esiste un percorso di visita «obbligatorio», si può partire da dove si vuole, con quello che più interessa, scegliendo di visitare (magari in più giorni) tutte le esposizioni o solo alcune. Fulcro espositivo rimane comunque il Museo di Santa Giulia, dove quattro personali di altrettanti maestri della fotografia (Vittorio Sella, Martin Chambi, Ansel Adams, Axel Hütte) documentano, attraverso 120 immagini complessive, la loro particolare attitudine nell’interpretare la natura montana, facendo vivere allo spettatore una esperienza unica, oserei quasi dire immersiva, fra vette innevate e panorami da vertigine, a tratti inquietanti.
Di grande interesse anche le mostre ospitate negli spazi del Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana (via Moretto, 78), una serie di monografiche dedicate alla fotografia italiana del Novecento - dalla moda all’indagine sociale - con scatti di Nicola Sansone, Federico Garolla e del già citato Maurizio Galimberti. Sempre al Ma.Co.f, da segnalare anche Natura fragile, una raccolta (purtroppo di straordinaria attualità) di oltre 100 fotografie che immortalano e testimoniano la fragilità della natura in tutta la sua drammaticità, quando terremoti, alluvioni, mareggiate e fenomeni estremi, uniti all’imperizia dell’uomo, diventano tragedia…
Alla Pinacoteca Tosio Martinengo (Piazza Moretto, 4)va in scena invece (visitabile sino al fino al 12 novembre, ben oltre la chiusura del Festival) la mostra David LaChapelle per Giacomo Ceruti. Nomad in a Beautiful Land, curata da Denis Curti, che presenta un’opera inedita eseguita dal celebre artista americano per Brescia e ispirata alla produzione pauperistica del noto pittore barocco Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto. Il museo, che conserva il più alto numero di opere di Ceruti al mondo, accoglie questo scatto, accanto alla serie Jesus is my homeboy (2003), per dare un’interpretazione attenta e consapevole della marginalità attraverso un linguaggio nuovo e contemporaneo,
Passando da Brescia alla provincia, Provaglio d’iseo (BS) celebra il concittadino e fotografo Franco Bettini con la mostra Franco Bettini – le forme del bianco ( curata di Renato Corsini e Sara Cuccia), in programma dal 6 maggio al 2 luglio 2023 all’interno del complesso monastico di San Pietro in Lamosa. La rassegna approfondisce una delle tante tematiche che l’autore ha affrontato nei suoi percorsi creativi e che rende il suo archivio oggetto di continue scoperte. Rifacendosi ai classici della storia dell’arte, e in particolare al lavoro pittorico di Giorgio Morandi, Bettini elabora una sua ridefinizione delle nature morte del maestro, prendendone fotograficamente spunto in un gioco di sfumature nelle quali il colore bianco gioca il ruolo del protagonista.
Oltre a Provaglio, coinvolte nel Festival anche Concesio e il comune di Marone, per offrire al pubblico, come ha dichiarato Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia « una rassegna eclettica e di grande respiro che, ne sono sicuro, riuscirà a regalare grandi emozioni rendendo anche l’edizione 2023 un’esperienza unica e suggestiva.»
Per chi volesse saperne di più, il programma completo del Festival è disponibile su sito Brescia Musei
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Nell’anno che vede Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023, l’appuntamento con il Brescia Photo Festival (sino al 27 agosto 2023), giunto quest’anno alla sua VI edizione, è più ricco che mai. Manifestazione diffusa sul territorio, con varie sedi espositive e fulcro al Museo di Santa Giulia - che ospita Luce della Montagna, una delle più importanti esposizioni mai realizzate sul mondo delle vette - il festival propone mostre dei nomi più illustri della fotografia, da David LaChapelle a Gianni Berengo Gardin, passando per Giorgio Lotti e Nicola Sansone.Con un centro affacciato sull’imponente Capitolium dell’antica Bixia romana, un castello medioevale a dominare l’abitato, due Cattedrali (una di impianto romanico e l’altro barocco), i portici ‘400eschi di Piazza Mercato e l’impronta veneziana di Piazza della Loggia, Brescia –il luogo dei tesori nascosti - è una città di straordinaria rilevanza storica e artistica, fra le più belle e culturalmente vivaci del nord Italia. E nell’anno che, insieme a Bergamo, la vede (finalmente) Capitale Italiana della Cultura 2023, visitarla è quasi un obbligo: il Brescia Photo Festival, che quest’anno ruota attorno al tema Capitale (e non poteva essere altrimenti…), può rappresentare l’occasione giusta. Il Festival a Brescia e ProvinciaCon la curatela artistica di Renato Corsini, la manifestazione si snoda nelle più prestigiose sedi espositive della città (ma anche della provincia), unite - in un progetti di comunicazione condiviso - ad una una rete di biblioteche, gallerie, associazioni e negozi, per rendere questa kermesse il più capillare e includente possibile. Tantissime e di grande valore artistico le mostre, con una straordinaria carrellata di autori e argomenti che spaziano dalla fotografia «classica» (il bianco e nero di Gianni Berengo Gardin o di Giorgio Lotti, per esempio) a quella visionaria e coloratissima di David LaChapelle, passando gli inconfondibili «mosaici» di Maurizio Galimberti, la ritrattistica, la cronaca e i reportages. Non esiste un percorso di visita «obbligatorio», si può partire da dove si vuole, con quello che più interessa, scegliendo di visitare (magari in più giorni) tutte le esposizioni o solo alcune. Fulcro espositivo rimane comunque il Museo di Santa Giulia, dove quattro personali di altrettanti maestri della fotografia (Vittorio Sella, Martin Chambi, Ansel Adams, Axel Hütte) documentano, attraverso 120 immagini complessive, la loro particolare attitudine nell’interpretare la natura montana, facendo vivere allo spettatore una esperienza unica, oserei quasi dire immersiva, fra vette innevate e panorami da vertigine, a tratti inquietanti.Di grande interesse anche le mostre ospitate negli spazi del Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana (via Moretto, 78), una serie di monografiche dedicate alla fotografia italiana del Novecento - dalla moda all’indagine sociale - con scatti di Nicola Sansone, Federico Garolla e del già citato Maurizio Galimberti. Sempre al Ma.Co.f, da segnalare anche Natura fragile, una raccolta (purtroppo di straordinaria attualità) di oltre 100 fotografie che immortalano e testimoniano la fragilità della natura in tutta la sua drammaticità, quando terremoti, alluvioni, mareggiate e fenomeni estremi, uniti all’imperizia dell’uomo, diventano tragedia…Alla Pinacoteca Tosio Martinengo (Piazza Moretto, 4)va in scena invece (visitabile sino al fino al 12 novembre, ben oltre la chiusura del Festival) la mostra David LaChapelle per Giacomo Ceruti. Nomad in a Beautiful Land, curata da Denis Curti, che presenta un’opera inedita eseguita dal celebre artista americano per Brescia e ispirata alla produzione pauperistica del noto pittore barocco Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto. Il museo, che conserva il più alto numero di opere di Ceruti al mondo, accoglie questo scatto, accanto alla serie Jesus is my homeboy (2003), per dare un’interpretazione attenta e consapevole della marginalità attraverso un linguaggio nuovo e contemporaneo,Passando da Brescia alla provincia, Provaglio d’iseo (BS) celebra il concittadino e fotografo Franco Bettini con la mostra Franco Bettini – le forme del bianco ( curata di Renato Corsini e Sara Cuccia), in programma dal 6 maggio al 2 luglio 2023 all’interno del complesso monastico di San Pietro in Lamosa. La rassegna approfondisce una delle tante tematiche che l’autore ha affrontato nei suoi percorsi creativi e che rende il suo archivio oggetto di continue scoperte. Rifacendosi ai classici della storia dell’arte, e in particolare al lavoro pittorico di Giorgio Morandi, Bettini elabora una sua ridefinizione delle nature morte del maestro, prendendone fotograficamente spunto in un gioco di sfumature nelle quali il colore bianco gioca il ruolo del protagonista.Oltre a Provaglio, coinvolte nel Festival anche Concesio e il comune di Marone, per offrire al pubblico, come ha dichiarato Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia « una rassegna eclettica e di grande respiro che, ne sono sicuro, riuscirà a regalare grandi emozioni rendendo anche l’edizione 2023 un’esperienza unica e suggestiva.»Per chi volesse saperne di più, il programma completo del Festival è disponibile su sito Brescia Musei
Elly Schlein (Ansa)
Tutto parte da un titolo di Repubblica, con cui si riferisce che l’esecutivo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia è il secondo più longevo nella storia della Repubblica. Benché l’opposizione (politica e mediatica) accusi il premier di ogni nefandezza, ‘sto disastro - osserva Padellaro - resiste da 1.288 giorni e si appresta ad avvicinarsi al record storico detenuto da Silvio Berlusconi: 1.412 giorni. E qui arriva una domanda per Elly Schlein, Giuseppe Conte e per i gemelli siamesi di Avs, Bonelli e Fratoianni: com’è che ’sta iattura resiste? È possibile che, nonostante i fallimenti denunciati dalla sinistra, i sondaggi continuino a segnare il centrodestra poco sotto o poco sopra il campo largo? Quella dell’ex direttore del Fatto, nella rubrica che tiene sul giornale diretto da Marco Travaglio, è un’ottima domanda. E ancor meglio è la risposta che fornisce lo stesso Padellaro, secondo il quale se il governo di Giorgia Meloni gode ancora di ampio seguito fra gli italiani è perché - uso le sue parole - una crisi dell’attuale maggioranza «farebbe trovare il fronte progressista nelle classiche brache di tela». Senza un leader, senza un programma, privo di un’idea di futuro e solo dotato di un armamentario di improperi da scagliare contro chi sta a Palazzo Chigi. Basta per candidarsi a governare un Paese di 59 milioni di abitanti e tra le principali potenze economiche del pianeta? La risposta, implicita fin dalle prime righe della domanda formulata sul Fatto, è no. Padellaro, oltre a riconoscere la mancanza di un’alternativa credibile all’attuale maggioranza, si spinge anche oltre e ipotizza che i primi ad augurarsi che l’esecutivo di centrodestra duri fino al 2027 siano proprio gli esponenti del campo largo. Anzi, l’ex direttore parla di «assoluta necessità» che l’esecutivo regga fino alla scadenza della legislatura, per evitare di far emergere lacune e divisioni del fronte progressista.
Il commento è stato pubblicato proprio nel giorno in cui Elly Schlein, su Repubblica, dava conto della pochezza dell’opposizione. In un’intervista a tutta pagina, la segretaria del Pd spiegava qual è la sua ricetta per il futuro. E a parte le critiche a Meloni le indicazioni sulle cose da fare sono davvero poche. Per colei che si candida a guidare la coalizione di centrosinistra (ammesso e non concesso che vinca l’opposizione di Giuseppe Conte), il modello è Pedro Sánchez. Peccato che, per quanto riguarda occupazione e crescita, ma anche sviluppo energetico, il premier spagnolo mostri dati peggiori di quelli italiani. Quanto al resto, Schlein non sa fare altro che parlare di Israele e Flotilla, come se i problemi italiani si risolvessero a Tel Aviv o con una crociera nel mar Egeo?
È difficile dare torto a Padellaro. L’esecutivo di centrodestra ha un suo naturale alleato nell’opposizione e nella pochezza dei suoi leader. Al momento, la sinistra non ha chi sia in grado di parlare a nome di tutti i partiti che ne fanno parte e allo stesso tempo non esiste un programma comune che possa essere opposto a quello del centrodestra. L’attuale maggioranza ha visioni diverse sulle nomine o su alcuni singoli provvedimenti, ma alla fin fine su tasse, sicurezza, immigrazione e posizionamento internazionale non ha divisioni. Al contrario, il campo largo è sempre più un campo minato. C’è chi è a favore della patrimoniale e chi no. Chi invoca misure assistenziali tipo reddito di cittadinanza e chi le contrasta. Chi vorrebbe dare più potere alle forze dell’ordine e chi le vorrebbe disarmate. Chi vuole più opere pubbliche e chi le avversa. Perfino sul leader non c’è unità. Conte sogna di fare le scarpe a Schlein e la segretaria del Pd si confronta con le Louboutin di Silvia Salis, la sindaca di Genova che Renzi e compagni vorrebbero al suo posto come candidata premier.
La verità è che, nonostante le promesse, il fronte progressista non è affatto unito. Del resto, se Meloni ha buone possibilità di passare alla storia della Repubblica come la prima premier che è riuscita tagliare il traguardo dell’intera legislatura, la sinistra può opporre un passato in cui nessun governo è mai riuscito ad arrivare fino in fondo. Romano Prodi è caduto dopo due anni e Massimo D’Alema, che lo sostituì, fu costretto a farsi votare due volte la fiducia prima di gettare la spugna lasciando il posto a Giuliano Amato. Poi sono venuti Enrico Letta e Matteo Renzi, quindi Paolo Gentiloni. In 12 anni otto governi e sette presidenti del Consiglio. In qualche caso, neanche il tempo di abituarci che era già arrivata l’ora del successivo. Per questo, secondo Padellaro, il governo regge. Mentre la sinistra al massimo «pigola».
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Ansa
Gli antagonisti hanno deliberatamente deciso di trasformare il corteo in una marcia verso lo stabile di viale Regina Margherita da cui sono stati sgomberati mesi fa, e il risultato non poteva che essere un ruvido confronto con le forze dell’ordine.
A scontri avvenuti, i militanti hanno rivendicato con fierezza tutto quanto, tramite un articolo uscito su Infoaut, il loro sito Web di riferimento. «A fronte di un imponente dispositivo di forze dell’ordine, una breccia è stata aperta, il cancello del giardino di via Balbo è stato aperto. Tantissime le persone che inondavano le vie di un quartiere ferito, che in questi mesi ha dato prova di resistenza e di voglia non solo di curarsi le ferite ma di costruire qualcosa di più forte, di nuovo, di vero. Al grido di Askatasuna vuol dire libertà, nonostante cariche, lacrimogeni e idranti, i giovani e i meno giovani di questa città hanno espresso una necessità: tornare in uno spazio che dev’essere popolare».
Non mancano, nell’articolo autocelebrativo, i consueti toni minacciosi nei riguardi dei nemici politici. «Maurizio Marrone, probabile candidato a sindaco fascista alle prossime elezioni, ha avuto la faccia tosta di presentarsi e fare un pezzo di sfilata con le istituzioni», scrivono gli antagonisti rivolti all’assessore di Fdi che li ha fatti sgomberare.
Deliri da esaltati rossi, si dirà. Ed è vero. Il problema è che questi tronfi soggetti che hanno collezionato denunce e condanne e che ancora picchiano, devastano e minacciano godono - chissà perché - di coperture istituzionali e appoggi da parte dei partiti di sinistra. Poco prima degli scontri del Primo maggio, non a caso, abbiamo assistito all’ennesimo episodio di gentilezza del Comune guidato da Stefano Lo Russo del Pd nei riguardi di Askatasuna. I militanti si fanno ora rappresentare da una sorta di comitato di quartiere che per loro conto richiede spazi e autorizzazioni. Tramite questa associazione, Aska aveva chiesto di utilizzare il giardino del centro sociale per la tradizionale grigliata.
Fortunatamente il Comitato provinciale torinese per l’ordine e la sicurezza pubblica, riunito in prefettura, ha dato parere non favorevole allo svolgimento della grigliata. Ed è difficile dargli torto visto quello che è accaduto dopo. Ma ecco il punto. Sapete chi ha cercato di trattare a nome degli antagonisti per concedere loro di cucinare salamelle? Ovvio: il vicesindaco pd di Torino, Michela Favaro, che - come ha scritto anche il Corriere della Sera, «si era fatta portavoce della proposta avanzata dall’associazione Vanchiglia».
È piuttosto ridicolo condannare scontri e violenze dopo che sono avvenuti, quando fino al giorno prima si è tentato di coprire o spalleggiare gli antagonisti. Delle due l’una: o si sta con i violenti o contro. «Quando un vicesindaco va in prefettura, mettendo la faccia dell’istituzione che rappresenta, a chiedere di autorizzare il sedicente comitato di quartiere fondato da Aska per organizzare la tradizionale grigliata antagonista nel cortile del centro sociale sgomberato e poi quegli stessi militanti forzano il cancello assaltando le forze dell’ordine, il problema dell’appiattimento totale del Pd sui violenti di estrema sinistra diventa un problema di tutta la città », dice Marrone alla Verità. «La regolarizzazione tentata dalla giunta comunale ha un importante risvolto di business per Askatasuna, che avrebbe ancora altri immobili a disposizione, ma ha bisogno della struttura storica in zona universitaria per lucrare su eventi e ristorazione in nero. Non stupisce quindi che in questo ultimo anno lo spezzone antagonista del corteo del Primo maggio non abbia tentato l’abituale aggressione allo striscione del Pd. Il messaggio che lanciano ai dem sul loro giornale online, invece, è che se gli lasciassero più briglia sciolta potrebbero impedire a me di partecipare al corteo dei sindacati, nonostante sia assessore al lavoro in Regione Piemonte, attuando così l’“antifascismo dal basso”. Ma grazie allo sgombero del dicembre scorso non gli resta che prendersi qualche scarica di idrante dalle forze dell’ordine». Scarica che però non sembra aver calmato i bollenti spiriti dei militanti. I quali continuano a puntare sulla rioccupazione e dichiarano: «Ciò che viene sottratto con la forza bruta va restituito e, se necessario, va riconquistato».
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Jovanotti (Getty Images)
Stiamo parlando della performance del cantante, il Jova Beach Party, che si è svolto il 21 luglio 2022 sulla litoranea di Ponente di Barletta. È stato uno dei concerti con maggior affluenza, circa 30.000 spettatori, della sua tournée estiva. Ma quello che avrebbe dovuto essere un evento da calendario del periodo dell’anno più gettonato del cartellone estivo della Puglia, è balzato sulle cronache dei media della Regione perché è finito al centro di un’inchiesta della Procura di Trani. Sono passati tre anni e ora, secondo quanto riporta La Gazzetta del Mezzogiorno, tre persone risultano indagate con l’ipotesi di reato, a vario titolo, di inquinamento ambientale colposo e abuso edilizio di area protetta.
Sotto i riflettori degli investigatori, sollecitati dagli esposti di alcune associazioni ambientaliste tra cui Legambiente e da esponenti locali, sono finiti i lavori di allestimento del grande palco sulla spiaggia. Questa struttura, secondo «i tutori della natura», avrebbe modificato in modo significativo l’assetto naturale della costa, alterando, sostengono, 16.000 metri quadrati di arenile in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico, danneggiando le dune e la vegetazione del litorale e rompendo l’equilibrio naturalistico della zona compresa nell’area protetta della foce del fiume Ofanto. La Procura di Trani si è mossa e ha aperto un fascicolo affidato al procuratore Renato Nitti e al sostituto Michele Cianci e con il coinvolgimento dei carabinieri forestali di Bari.
In particolare, sotto la lente degli investigatori è finita la struttura di circa 7.700 metri cubi di sabbia movimentata per una profondità circa di mezzo metro che avrebbe trasformato l’arenile e, di conseguenza, alterato l’equilibrio delle dune. La zona non è sottoposta a un vincolo assoluto ma, poiché si trova vicino al Parco naturale del fiume Ofanto, rientrerebbe nell’ambito degli interventi di riqualificazione delle dune e della loro vegetazione.
Risultano indagati il dirigente comunale ai lavori pubblici, Francesco Lomoro, l’allora amministratore unico della Barsa, l’azienda multiservizi del Comune, Michele Cianci e il progettista incaricato dall’organizzazione del concerto, Mario Luigi Dicandia. Secondo quanto riferisce la Gazzetta, nell’indagine la Procura di Trani contesta, a vario titolo, i reati di inquinamento ambientale colposo e abusivismo edilizio in zona protetta, oltre che il falso ideologico a carico del progettista delle opere. Lomoro, secondo l’accusa, sempre come riporta la Gazzetta, avrebbe firmato gli atti relativi all’affidamento dei lavori di preparazione dell’area del concerto poi affidati alla Barsa, senza rilascio di permesso edilizio sul falso presupposto che si trattava di strutture temporanee non sottoposte ad autorizzazione paesaggistica.
Già all’epoca dell’organizzazione del concerto, le associazioni ambientaliste avevano contestato la scelta della location per il Jova Beach Party, sulla litoranea di Ponente, nel timore che avrebbe rischiato di compromettere l’ecosistema della spiaggia, ricco di dune. Alcune segnalazioni erano arrivate alla Regione e al ministero dell’Ambiente affinché intervenissero con delle verifiche. La difesa respinge le accuse sottolineando che l’organizzazione dell’evento ha seguito in modo corretto l’iter amministrativo.
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Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Arrivando a Venezia, se uno chiede dove si trova il palazzo della Biennale, la risposta è questa: Ca’ Giustinian è in fondo, a destra. Sicuri? Aveva promesso il governo quasi più longevo della Repubblica che l’egemonia culturale della sinistra sarebbe tramontata. Al netto che Gennaro Sangiuliano è stato fatto secco per aver osato toccare il fondo del cinema, è curioso che il suo successore abbia rischiato pure lui con i fili scoperti delle cineprese rosse e che, per ingaggiare una polemica, sia stato «colto» sul fatto da Repubblica che è diventata la tribuna da cui i maîtres à pensere della destra si scambiano fendenti parlando a un pubblico di sinistra.
Ad aprire il fuoco, ci si perdoni il calembour, è stato Pietrangelo Buttafuoco che è presidente della Fondazione Biennale di Venezia, il più importante evento al mondo per quel che riguarda le arti figurative, il quale da Repubblica a marzo ha annunciato: la Russia espone alla Biennale. Apriti cielo, manco fosse stato un concerto di Beatrice Venezi alla Fenice, che ci sia ognuno lo dice, nessun lo sa come faccia a stare in piedi se non becca una trentina di milioni di soldi dei contribuenti. Succede che 22 ministri dell’Ue scrivono a Giorgia Meloni: se fate arrivare i russi, contravvenite alle sanzioni contro Vladimir Putin e non solo togliamo i due milioni di contributi europei, ma vi esponiamo al ludibrio democratico. Giorgia Meloni, obbediente alla massima pas d’ennemies à gauche, chiama Alessandro Giuli e gli dice: occupatene. E Giuli che fa? Esecra Buttafuoco e, come i Bravi manzoniani, intima al suo «fratello sbagliato» - così lo ha etichettato ieri nell’intervista a Repubblica - che questa esposizione dei russi non s’ha da fare né domani né mai. E intanto gli manda gli ispettori ministeriali che proprio ieri hanno concluso il lavoro con una relazione che è un non luogo a procedere.
Buttafuoco tiene duro e risponde non solo che il padiglione è della Russia - lo ha costruito lo Zar ai Giardini di Castello, risale al 1914 ed è opera dell’architetto russo Alexej Shchusev - ma che lui non si piega alle censure. Nel frattempo scoppia un’altra grana: la giuria si rifiuta non solo di premiare artisti russi, ma anche israeliani. Tra questi ultimi, Belu-Simion Fainaru, sentendosi discriminato, denuncia e vuole un sacco di quattrini. A cinque giorni dall’apertura (la Biennale apre sabato), il pasticcio è infinito perché se Alessandro Giuli - come ha ribadito ieri a Repubblica avanzando giudizi non proprio lusinghieri sul «fratello sbagliato» Pietrangelo Buttafuoco- non va a inaugurarla, pure la giuria intera si è dimessa e i premi verranno assegnati dai visitatori, per i quali Russia e Israele sono, però, vietati. Ci sarebbe da dire che la Costituzione più bella del mondo, all’articolo 33, recita: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Ma evidentemente Bruxelles conta di più. Una parola di chiarimento l’hanno detta gli ispettori del ministero della Cultura. Nella loro relazione di sette pagine scrivono che «Nessun invito formale di partecipazione alla Federazione russa è stato inviato».
E per quanto concerne il taglio dei finanziamenti Ue e l’eventuale causa per danni da parte dell’artista israeliano, «nel bilancio 2025 - già approvato da autorità di vigilanza e ministero dell’Economia - è stata prudenzialmente iscritta a fondo rischi la quota dell’acconto ricevuto che si riferisce al 2026-2027». Gli ispettori smontano il caso delle dimissioni in blocco della giuria intervenute dopo che i giurati sono stati avvertiti «del personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni». Particolarmente efficace è la spiegazione sui rapporti con la Russia: «La Federazione russa non è stata formalmente invitata dalla Fondazione e non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni». La ragione? Non si tratta di una fiera a inviti - strano che il ministro Giuli non lo sappia - «sono gli Stati che decidono di partecipare». E in base alle sanzioni, «la Russia non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico» visitabile solo su invito.
Verrebbe da dire - citando William Shakespeare che amava Venezia - «tanto rumore per nulla» se non fosse che, su Repubblica, Giuli insiste: «Pietrangelo è l’inesorabile espressione di un ancien régime: isolazionista e borbonico, ma la fondazione lagunare non è uno Stato sovrano. Se ci avesse coinvolto nelle interlocuzioni che portava avanti coi russi, sarebbe stato un trionfo chiedere, in cambio della partecipazione alla Biennale, un cessate il fuoco con la liberazione di bambini ucraini».
A quel che pare, se non il cessate il fuoco, c’è almeno il Buttafuoco perché proprio di fianco al padiglione russo s’erge una gru con appeso un cervo: è l’installazione principe degli ucraini opera di Zhanna Kadyrova che proprio la Biennale ha chiesto di piazzare lì. Ah, sia detto per inciso: Giuli alla Biennale prima o poi ci andrà e forse farà pace col «fratello sbagliato».
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