Il Banco chiama in causa l’Antitrust: con l’Opa Unicredit punta a eliminarci
Dopo l’esposto presentato alla Consob, il Banco Bom ha depositato prima della fine dell’anno un esposto all’Antitrust in cui denuncia l’offerta di scambio lanciata da Unicredit rappresenti una «killer acquisition», ovvero un’operazione mirata ad eliminare un concorrente scomodo e ad ingessarne l’operatività in una fase di forte dinamismo segnata dall’Opa su Anima e dall’acquisto del 5% del Monte dei Paschi. Nel frattempo, si registrano nuovi movimenti sul capitale dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna con Jp Morgan che risulta avere una partecipazione del 3,057%. L’operazione risale, secondo le comunicazioni Consob, al 30 dicembre 2024. La quota di poco più del 3% detenuta da Jp Morgan potrebbe essere vicina al Crédit Agricole. Il colosso americano ha sempre assistito la banque verte nella costruzione della sua partecipazione in Banco Bpm, a partire dall’iniziale 9%, poi salito in più riprese fino al 15,1% di oggi. E poiché i vertici dell’Agricole hanno annunciato pubblicamente che hanno chiesto alla Bce di poter salire fino al 19,9% della banca milanese, è molto probabile, anche se non ufficiale, che Jp Morgan abbia rastrellato sul mercato titoli derivati per un totale del 3% e che al momento opportuno andranno ad aggiungersi al 15,1% già in mano all’Agricole, scrive Repubblica. Dalle stesse comunicazioni emerge che Bank of America detiene invece una quota potenziale del 6,852% di Banco Bpm. In questo caso si tratterebbe di un riaggiustamento di quote già esistenti.
Sullo sfondo ci sono gli altri azionisti, ovvero le fondazioni e le casse di previdenza che sostengono l’ad Castagna nella partita. Alla fine del 2024 gli azionisti storici di Piazza Meda hanno confermato l’accordo parasociale nato nel 2020 come nocciolo duro della banca, alzando lievemente la quota apportata che sale dal 6,5 al 6,51% del capitale sociale. Nel dettaglio, spiega MF-Milano Finanza, Inarcassa (la cassa di ingegneri e architetti) ora è titolare di oltre 15 milioni di azioni ordinarie dell’istituto milanese, pari all’1,03% del capitale. La Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi, al contrario, possiede oltre un milione di titoli che equivalgono allo 0,067% del capitale. In questo caso c’è stato un decremento durante l’anno di quasi 510.000 azioni ordinarie (-0,034%). Restano invariate le altre quote in mano a Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca (1,240%), Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria (0,50%), Enpam (1,99%), Fondazione Cr Reggio Emilia Pietro Manodori (0,0293%) e la Cassa forense (1,66%). La posizione di alcuni azionisti storici del Banco è insomma vicina a quella espressa dal consiglio di amministrazione: il premio non rispecchia il valore e le potenzialità industriali dell’istituto milanese. Un messaggio lasciato intendere anche a Unicredit nel corso di qualche vertice informale.
I riflettori ora sono però puntati sulle prossime mosse dell’ad di Unicredit, Andrea Orcel, che per l’Ops ha l’asticella al 50% delle adesioni con l’obiettivo di salire oltre il 66%. Gli esperti danno per scontato un rilancio che viene stimato in una forchetta compresa tra 3 e 4 miliardi sia in carta che in contanti. Orcel ha dichiarato che la decisione potrebbe arrivare dopo i risultati di fine anno di Banco Bpm e alla luce dell’effettivo riconoscimento dei benefici del Danish compromise sull’opa Anima. Secondo gli analisti di Jp Morgan, Unicredit può arrivare a offrire «un incentivo cash fino a 4 miliardi di euro», alzando la sua offerta a 9,3 euro ad azione, con un premio del 20% sulle attuali quotazioni del Banco e di circa il 38% rispetto alla sua proposta iniziale. Per i broker del colosso Usa (che come abbiamo visto si è mosso sul capitale del Banco) Castagna aggiornerà i target del piano industriale per tener conto degli effetti dell’acquisizione di Anima. Inoltre «se necessario» potrebbe fare una mossa difensiva con Mps «garantendosi 610 milioni di euro di sinergie prima delle tasse».
Intanto, l’agenzia Bloomberg scrive che Piazza Meda è alla ricerca di investitori per due operazioni di trasferimento del rischio, potenzialmente in grado di aumentare la forza patrimoniale del gruppo. Gli Srt (Significant risk transfer) offerti dalla terza banca italiana sono legati a portafogli di prestiti per un valore complessivo di circa 4,5 miliardi. Il Significant risk transfer è uno strumento attraverso il quale gli investitori istituzionali cui viene offerto assumono una parte del rischio legato ai prestiti, come mutui o altro, concessi da una banca, che così riduce il rischio di credito.






