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2020-08-02
Boom di arrivi, Lampedusa scoppia. E noi pattugliamo i confini francesi
Ansa
Il governo giallorosso ha deciso di tenere fuori gli immigrati. Raffreddate gli entusiasmi, però, perché mica li tengono fuori dall'Italia. Gli stranieri che bloccheranno, al contrario, sono quelli che dal nostro territorio tentano di raggiungere la Francia attraversando la frontiera a Nord Est. Almeno questo si capisce dalle dichiarazioni rilasciate venerdì sera a Roma dal ministro degli Interni francese, Gérald Darmanin, a seguito di un incontro con Luciana Lamorgese. «Per la prima volta ci sarà una pattuglia mista tra le forze di polizia di Italia e Francia alla frontiera italiana», ha detto Darmanin. I militari saranno dispiegati tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. «I trafficanti di esseri umani si approfittano delle diverse disposizioni delle polizie di Italia e Francia e quindi questa forza di polizia mista è un grande passo in avanti», ha aggiunto il francese. «Oltre a questa ci sarà una forza di polizia di frontiera italiana che si installerà a Bardonecchia».
Sembra davvero una raffinatissima presa per i fondelli. Negli anni passati abbiamo assistito più e più volte all'odioso spettacolo dei gendarmi francesi che, di nascosto, scaricavano i migranti sgraditi oltre il confine italiano nemmeno fossero rifiuti tossici. E adesso, non paghi delle umiliazioni passate, che facciamo? Ci mettiamo ad aiutare i vicini d'Oltralpe affinché i nostri clandestini non passino il confine. I cugini, ovviamente, se ne fregano altamente del caos migratorio in casa nostra: continuano a coltivare i propri interessi in Nord Africa a discapito dell'Italia e si guardano bene dal farsi carico degli stranieri in arrivo sulle nostre coste tramite nave. Giusto due settimane fa, la Caritas che opera al confine piemontese ha fatto sapere che la Francia respinge circa 100 migranti al giorno. Però il nostro governo - inventandosi una nuova definizione per la sindrome di Stoccolma - si mette ad agevolare il controllo delle frontiere altrui. Il tutto mentre le nostre, di frontiere, sono un colabrodo. I dati del Viminale disegnano un quadro disperante. Sono 13.710 i migranti sbarcati sulle coste italiane dall'inizio dell'anno. Nello stesso periodo, nel 2019, erano 3.867. Significa che siamo quasi ai livelli del 2018, quando ancora si avvertivano gli strascichi della grande invasione e gli stranieri sbarcati erano 18.546.
Ma le cifre più inquietanti sono altre. Negli ultimi cinque giorni sono stati registrati 1.634 arrivi. Vuol dire che, nel mese di luglio, sono giunti sul nostro territorio 6.760 stranieri (contro i 1.088 del 2019 e 1.969 del 2018). In un solo mese sono arrivati tanti immigrati come in sette mesi del 2019: è spaventoso. E l'ondata non accenna a diminuire. Tra la notte di venerdì e la mattina di ieri a Lampedusa sono approdati in 300 tramite sette sbarchi autonomi. Nell'hotspot dell'isola si trovano circa 950 persone, cioè dieci volte tanto quelle che dovrebbe contenere.
«Ci sono 1.000 persone, è stracolmo e ora è chiuso», grida il sindaco lampedusano Totò Martello. «I migranti che arriveranno dovranno stare sul molo Favaloro. Va organizzato l'immediato trasferimento. Non capisco perché il presidente del Consiglio non dichiari lo stato di emergenza considerato che in due settimane abbiamo avuto 250 sbarchi. Cinquemila persone in 28 giorni è numero superiore al 2011: in quel caso il governo dichiarò lo stato di emergenza». Non che altrove vada meglio. Protestano amministratori e sindaci in Basilicata, Lazio, Campania, Calabria, Piemonte, Veneto... A Palermo, ieri, un egiziano positivo al Covid (faceva parte di un gruppo di 33 contagiati trasferiti dopo lo sbarco) è uscito dall'hotel San Paolo palace dove era stato accolto, si è fatto un bel giro durato alcune ore e poi è rientrato. In 28 sono fuggiti dal centro di contrada Cifali, a Ragusa, dove erano stati trasferiti in 117, tra i quali 9 positivi al Covid-19. Scene di surrealismo puro.
Di fronte a un disastro di tali proporzioni, tuttavia, il ministro dell'Interno non appare particolarmente scosso. Ieri Luciana Lamorgese ha rilasciato un'intervista al Corriere della Sera alternando mezze verità a fuffa. A sentire lei, l'aumento degli sbarchi dipende dalla crisi economica in Tunisia (improvvisamente, la Libia non è più un problema...). «Ho detto al ministro dell'Interno francese Darmanin che la crisi tunisina non può essere gestita da un solo Paese per tutta l'Europa», assicura la Lamorgese. Le sue parole hanno avuto così tanto effetto che noi aiuteremo i francesi a Nord, mentre loro sembrano continuare a lavarsi le mani di quanto accade qui. La signora Luciana ripete, in ogni caso, che non bisogna avere troppi timori: «Tutti i migranti che sbarcano sulle nostre coste sono sottoposti al test sierologico e poi al tampone». Peccato che dalla Sicilia dicano cose diverse, e cioè che i tamponi non vengono fatti a tutti, e infatti sono stati trasferiti in altre regioni migranti infetti.
Per rispondere ai guai siculi, la Lamorgese ha deciso di noleggiare un'altra nave quarantena che dovrebbe essere operativa da questa sera, mentre una seconda nave dovrebbe essere posizionata al largo delle coste calabresi. Bellissimo. Queste imbarcazioni costano più o meno 1,5-2 milioni di euro al mese. I contribuenti italiani ringraziano.
Ecco, queste sono le grandi idee del ministro per fronteggiare l'aumento esponenziale degli arrivi. Con l'aggiunta di un paio di promesse: chi è sbarcato in Italia dopo l'8 marzo non verrà regolarizzato (e ci mancherebbe pure) e verranno rimpatriate più persone in Tunisia tramite aereo e nave. Ammesso pure che succeda, se le partenze dal Nord Africa proseguono a questo ritmo, sarà come svuotare una cisterna con un cucchiaio. Ma si vede che al nostro governo va bene così, del resto è già troppo impegnato a cancellare i decreti Sicurezza e a pensare allo ius culturae. In fondo, l'importante è che i migranti non arrivino... in Francia.
Il Pd prima smonta i decreti Sicurezza e ora vuole lo ius soli
Non gli basta mai. Giusto ieri commentavamo le modifiche che neutralizzeranno i decreti sicurezza voluti a suo tempo da Matteo Salvini: riduzione drastica delle multe alle Ong, agevolazioni per l'ottenimento del permesso di soggiorno e di lavoro, riduzione dei tempi (da 4 a 3 anni) per l'acquisizione della cittadinanza tramite residenza e matrimonio. Eppure la maggioranza di governo non è ancora soddisfatta. Oltre all'invasione, vuole la grande sostituzione.
Pochi giorni fa, è stato il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzollina, a tornare sul tema dello ius culturae (che è poi lo ius soli sotto altro nome, ovvero la cittadinanza facile). «Ci sono bambini che già oggi hanno cultura e valori italiani. Non vedo nulla di strano nell'aprire una riflessione nel nostro Paese. Prima o poi si dovrà fare», ha dichiarato. Interessante: visto che la signora si preoccupa tanto degli «italiani del futuro», forse farebbe meglio a consentire ai bambini stranieri di rientrare a scuola, e invece non è in grado di garantire un bel nulla né a loro né ai piccoli italiani.
Ieri, sull'argomento cittadinanza è tornato Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera con una grande passione per le Ong. Parlando con La Stampa, ha spiegato che il percorso per lo ius culturae «si era già avviato, poi il virus ha interrotto tutto. Ma mi auguro», ha aggiunto, «che il Parlamento torni a occuparsene».
Secondo Delrio, «i riformisti sono radicali nei principi, ma sanno seminare e aspettare il tempo buono del raccolto». Il capogruppo Pd si ritiene dunque uno che sa aspettare. «Sullo ius culturae non mollo», ribadisce, «nell'idea che ogni volta che abbiamo concesso più diritti a qualcuno siamo diventati più forti tutti. I cambiamenti avvengono con costanza e determinazione: sono sicuro che arriverà anche questo risultato».
Ma certo che arriverà, se Pd e sodali continueranno a restare al governo. Il punto è che una nuova legge sulla cittadinanza non è necessaria né utile. Al massimo rischia di risultare controproducente. Per rendersene conto basta dare uno sguardo ai dati Istat pubblicati soltanto poche settimane fa.
I numeri dimostrano che dalle nostre parti non è per nulla difficile ottenere la cittadinanza, tanto che continuano ad aumentare gli stranieri diventati italiani. Lo scorso anno si sono contate ben 127.000 nuove cittadinanze, cioè 24 ogni 1.000 stranieri, ovvero il 13% in più rispetto al 2018. I «nuovi italiani», dal 2015, sono così lievitati a oltre 766.000, valore di poco inferiore alla perdita di popolazione di cittadinanza italiana negli stessi anni. Siamo, appunto, alle soglie della sostituzione etnica. Ma c'è di più. Sempre a partire dai dati Istat, la fondazione Ismu - Iniziative e studi sulla multietnicità (dunque non un covo di pericolosi sovranisti) ha messo per iscritto un'analisi interessante. Ha spiegato che, «nonostante l'acquisizione di cittadinanza venga considerata come la massima espressione di integrazione e stabilità», in un numero «crescente di casi la mobilità garantita dal passaporto italiano» porta «i nuovi concittadini a emigrare nuovamente in Paesi terzi o nel luogo di origine».
Significa che «l'acquisizione di cittadinanza è un elemento incentivante all'emigrazione internazionale per i nuovi cittadini». Nel 2018 le emigrazioni degli stranieri divenuti italiani ammontavano a circa 35.000 unità, facendo rilevare un aumento del 6% rispetto al 2017. Nel 2019, invece, delle 182.000 persone che hanno lasciato l'Italia, la componente di stranieri è cresciuta del 39,2% rispetto all'anno precedente.
Che cosa vuol dire? Che in un numero crescente di casi i «nuovi italiani», non appena ottengono la cittadinanza, se ne vanno. O si trasferiscono in altri Stati europei oppure, addirittura, rientrano nel loro Paese d'origine.
Riepilogando: le nuove cittadinanze sono in aumento costante, e tanti fra coloro che beneficiano della naturalizzazione scelgono di abbandonare l'Italia, approfittando del documento fresco di stampa. Anche tenendo conto di questi dati, vi sembra che sia il caso di rendere ancora più snelle le procedure per l'ottenimento della nazionalità italiana?
La battaglia condotta dalla maggioranza, da un lato, è puramente ideologica, cioè condotta a prescindere dalla realtà. Dall'altro, però, ha un evidente secondo fine: quello di creare una platea di nuovi elettori potenziali negli anni a venire. È l'unica spiegazione, altrimenti non si capirebbe tanta ostinazione nel chiedere una modifica inutile, dannosa e anche offensiva nei confronti di chi è cittadino lo è già e ogni giorno viene allegramente trascurato dal governo.
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A fine agosto partiranno le missioni miste. Mentre Parigi cura i suoi interessi in Africa, noi ci occupiamo di proteggerla dai clandestini. Il sindaco chiude l'hotspot dell'isola siciliana: i profughi resteranno sul molo.Graziano Delrio scende in campo. Peccato che il numero di nuovi cittadini equivalga alla perdita di popolazione: la sostituzione è in corso.Lo speciale contiene due articoli.Il governo giallorosso ha deciso di tenere fuori gli immigrati. Raffreddate gli entusiasmi, però, perché mica li tengono fuori dall'Italia. Gli stranieri che bloccheranno, al contrario, sono quelli che dal nostro territorio tentano di raggiungere la Francia attraversando la frontiera a Nord Est. Almeno questo si capisce dalle dichiarazioni rilasciate venerdì sera a Roma dal ministro degli Interni francese, Gérald Darmanin, a seguito di un incontro con Luciana Lamorgese. «Per la prima volta ci sarà una pattuglia mista tra le forze di polizia di Italia e Francia alla frontiera italiana», ha detto Darmanin. I militari saranno dispiegati tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. «I trafficanti di esseri umani si approfittano delle diverse disposizioni delle polizie di Italia e Francia e quindi questa forza di polizia mista è un grande passo in avanti», ha aggiunto il francese. «Oltre a questa ci sarà una forza di polizia di frontiera italiana che si installerà a Bardonecchia».Sembra davvero una raffinatissima presa per i fondelli. Negli anni passati abbiamo assistito più e più volte all'odioso spettacolo dei gendarmi francesi che, di nascosto, scaricavano i migranti sgraditi oltre il confine italiano nemmeno fossero rifiuti tossici. E adesso, non paghi delle umiliazioni passate, che facciamo? Ci mettiamo ad aiutare i vicini d'Oltralpe affinché i nostri clandestini non passino il confine. I cugini, ovviamente, se ne fregano altamente del caos migratorio in casa nostra: continuano a coltivare i propri interessi in Nord Africa a discapito dell'Italia e si guardano bene dal farsi carico degli stranieri in arrivo sulle nostre coste tramite nave. Giusto due settimane fa, la Caritas che opera al confine piemontese ha fatto sapere che la Francia respinge circa 100 migranti al giorno. Però il nostro governo - inventandosi una nuova definizione per la sindrome di Stoccolma - si mette ad agevolare il controllo delle frontiere altrui. Il tutto mentre le nostre, di frontiere, sono un colabrodo. I dati del Viminale disegnano un quadro disperante. Sono 13.710 i migranti sbarcati sulle coste italiane dall'inizio dell'anno. Nello stesso periodo, nel 2019, erano 3.867. Significa che siamo quasi ai livelli del 2018, quando ancora si avvertivano gli strascichi della grande invasione e gli stranieri sbarcati erano 18.546.Ma le cifre più inquietanti sono altre. Negli ultimi cinque giorni sono stati registrati 1.634 arrivi. Vuol dire che, nel mese di luglio, sono giunti sul nostro territorio 6.760 stranieri (contro i 1.088 del 2019 e 1.969 del 2018). In un solo mese sono arrivati tanti immigrati come in sette mesi del 2019: è spaventoso. E l'ondata non accenna a diminuire. Tra la notte di venerdì e la mattina di ieri a Lampedusa sono approdati in 300 tramite sette sbarchi autonomi. Nell'hotspot dell'isola si trovano circa 950 persone, cioè dieci volte tanto quelle che dovrebbe contenere. «Ci sono 1.000 persone, è stracolmo e ora è chiuso», grida il sindaco lampedusano Totò Martello. «I migranti che arriveranno dovranno stare sul molo Favaloro. Va organizzato l'immediato trasferimento. Non capisco perché il presidente del Consiglio non dichiari lo stato di emergenza considerato che in due settimane abbiamo avuto 250 sbarchi. Cinquemila persone in 28 giorni è numero superiore al 2011: in quel caso il governo dichiarò lo stato di emergenza». Non che altrove vada meglio. Protestano amministratori e sindaci in Basilicata, Lazio, Campania, Calabria, Piemonte, Veneto... A Palermo, ieri, un egiziano positivo al Covid (faceva parte di un gruppo di 33 contagiati trasferiti dopo lo sbarco) è uscito dall'hotel San Paolo palace dove era stato accolto, si è fatto un bel giro durato alcune ore e poi è rientrato. In 28 sono fuggiti dal centro di contrada Cifali, a Ragusa, dove erano stati trasferiti in 117, tra i quali 9 positivi al Covid-19. Scene di surrealismo puro. Di fronte a un disastro di tali proporzioni, tuttavia, il ministro dell'Interno non appare particolarmente scosso. Ieri Luciana Lamorgese ha rilasciato un'intervista al Corriere della Sera alternando mezze verità a fuffa. A sentire lei, l'aumento degli sbarchi dipende dalla crisi economica in Tunisia (improvvisamente, la Libia non è più un problema...). «Ho detto al ministro dell'Interno francese Darmanin che la crisi tunisina non può essere gestita da un solo Paese per tutta l'Europa», assicura la Lamorgese. Le sue parole hanno avuto così tanto effetto che noi aiuteremo i francesi a Nord, mentre loro sembrano continuare a lavarsi le mani di quanto accade qui. La signora Luciana ripete, in ogni caso, che non bisogna avere troppi timori: «Tutti i migranti che sbarcano sulle nostre coste sono sottoposti al test sierologico e poi al tampone». Peccato che dalla Sicilia dicano cose diverse, e cioè che i tamponi non vengono fatti a tutti, e infatti sono stati trasferiti in altre regioni migranti infetti. Per rispondere ai guai siculi, la Lamorgese ha deciso di noleggiare un'altra nave quarantena che dovrebbe essere operativa da questa sera, mentre una seconda nave dovrebbe essere posizionata al largo delle coste calabresi. Bellissimo. Queste imbarcazioni costano più o meno 1,5-2 milioni di euro al mese. I contribuenti italiani ringraziano. Ecco, queste sono le grandi idee del ministro per fronteggiare l'aumento esponenziale degli arrivi. Con l'aggiunta di un paio di promesse: chi è sbarcato in Italia dopo l'8 marzo non verrà regolarizzato (e ci mancherebbe pure) e verranno rimpatriate più persone in Tunisia tramite aereo e nave. Ammesso pure che succeda, se le partenze dal Nord Africa proseguono a questo ritmo, sarà come svuotare una cisterna con un cucchiaio. Ma si vede che al nostro governo va bene così, del resto è già troppo impegnato a cancellare i decreti Sicurezza e a pensare allo ius culturae. 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Oltre all'invasione, vuole la grande sostituzione. Pochi giorni fa, è stato il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzollina, a tornare sul tema dello ius culturae (che è poi lo ius soli sotto altro nome, ovvero la cittadinanza facile). «Ci sono bambini che già oggi hanno cultura e valori italiani. Non vedo nulla di strano nell'aprire una riflessione nel nostro Paese. Prima o poi si dovrà fare», ha dichiarato. Interessante: visto che la signora si preoccupa tanto degli «italiani del futuro», forse farebbe meglio a consentire ai bambini stranieri di rientrare a scuola, e invece non è in grado di garantire un bel nulla né a loro né ai piccoli italiani. Ieri, sull'argomento cittadinanza è tornato Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera con una grande passione per le Ong. Parlando con La Stampa, ha spiegato che il percorso per lo ius culturae «si era già avviato, poi il virus ha interrotto tutto. Ma mi auguro», ha aggiunto, «che il Parlamento torni a occuparsene». Secondo Delrio, «i riformisti sono radicali nei principi, ma sanno seminare e aspettare il tempo buono del raccolto». Il capogruppo Pd si ritiene dunque uno che sa aspettare. «Sullo ius culturae non mollo», ribadisce, «nell'idea che ogni volta che abbiamo concesso più diritti a qualcuno siamo diventati più forti tutti. I cambiamenti avvengono con costanza e determinazione: sono sicuro che arriverà anche questo risultato». Ma certo che arriverà, se Pd e sodali continueranno a restare al governo. Il punto è che una nuova legge sulla cittadinanza non è necessaria né utile. Al massimo rischia di risultare controproducente. Per rendersene conto basta dare uno sguardo ai dati Istat pubblicati soltanto poche settimane fa. I numeri dimostrano che dalle nostre parti non è per nulla difficile ottenere la cittadinanza, tanto che continuano ad aumentare gli stranieri diventati italiani. Lo scorso anno si sono contate ben 127.000 nuove cittadinanze, cioè 24 ogni 1.000 stranieri, ovvero il 13% in più rispetto al 2018. I «nuovi italiani», dal 2015, sono così lievitati a oltre 766.000, valore di poco inferiore alla perdita di popolazione di cittadinanza italiana negli stessi anni. Siamo, appunto, alle soglie della sostituzione etnica. Ma c'è di più. Sempre a partire dai dati Istat, la fondazione Ismu - Iniziative e studi sulla multietnicità (dunque non un covo di pericolosi sovranisti) ha messo per iscritto un'analisi interessante. Ha spiegato che, «nonostante l'acquisizione di cittadinanza venga considerata come la massima espressione di integrazione e stabilità», in un numero «crescente di casi la mobilità garantita dal passaporto italiano» porta «i nuovi concittadini a emigrare nuovamente in Paesi terzi o nel luogo di origine». Significa che «l'acquisizione di cittadinanza è un elemento incentivante all'emigrazione internazionale per i nuovi cittadini». Nel 2018 le emigrazioni degli stranieri divenuti italiani ammontavano a circa 35.000 unità, facendo rilevare un aumento del 6% rispetto al 2017. Nel 2019, invece, delle 182.000 persone che hanno lasciato l'Italia, la componente di stranieri è cresciuta del 39,2% rispetto all'anno precedente. Che cosa vuol dire? Che in un numero crescente di casi i «nuovi italiani», non appena ottengono la cittadinanza, se ne vanno. O si trasferiscono in altri Stati europei oppure, addirittura, rientrano nel loro Paese d'origine. Riepilogando: le nuove cittadinanze sono in aumento costante, e tanti fra coloro che beneficiano della naturalizzazione scelgono di abbandonare l'Italia, approfittando del documento fresco di stampa. Anche tenendo conto di questi dati, vi sembra che sia il caso di rendere ancora più snelle le procedure per l'ottenimento della nazionalità italiana? La battaglia condotta dalla maggioranza, da un lato, è puramente ideologica, cioè condotta a prescindere dalla realtà. Dall'altro, però, ha un evidente secondo fine: quello di creare una platea di nuovi elettori potenziali negli anni a venire. È l'unica spiegazione, altrimenti non si capirebbe tanta ostinazione nel chiedere una modifica inutile, dannosa e anche offensiva nei confronti di chi è cittadino lo è già e ogni giorno viene allegramente trascurato dal governo.
Getty Images
Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, la Nazionale sperimentale di Silvio Baldini riparte da una vittoria. A Lussemburgo decide un colpo di testa di Pio Esposito. In campo tanti esordienti e qualche segnale incoraggiante per il futuro.
Rialzarsi dopo una caduta non è mai semplice. Specialmente se la ferita è ancora aperta e continua a bruciare. Dopo la terza mancata qualificazione ai Mondiali, l’Italia riparte dal Lussemburgo e lo fa vincendo 1-0 con un gol di Pio Esposito e con una ventata d’aria fresca portata da un gruppo composto quasi esclusivamente da debuttanti. Il ct Silvio Baldini ha scelto di dare fiducia ai «suoi» ragazzi dell’Under 21, puntando su un undici titolare in cui a parte il capitano Donnarumma, Pio Esposito e Pisilli, tutti gli altri erano all’esordio con la maglia della Nazionale maggiore. Una scelta che qualcuno ha definito simbolica e di impatto, ma che lo stesso ct rivendica come necessaria per riportare purezza in un ambiente che negli ultimi anni ha vissuto di forti pressioni.
L'impatto con la partita è stato quello che ci si poteva aspettare da una squadra costruita in pochi giorni e composta quasi interamente da esordienti. L'Italia ha tenuto il pallone fin dalle prime battute, cercando di prendere il controllo del gioco senza però riuscire a trovare subito ritmo e precisione negli ultimi metri. I segnali più incoraggianti sono arrivati dalla corsia sinistra, dove Koleosho si è rivelato il più vivace degli attaccanti azzurri, e da Lipani, ordinato nella gestione del possesso e spesso al centro della manovra. Le occasioni del primo tempo sono nate soprattutto attorno a Pio Esposito. L'attaccante dell'Inter ha prima sfiorato un gol di tacco su assist di Lipani e poi ha provato a sorprendere Moris con una spettacolare rovesciata, senza fortuna. L'Italia ha continuato a spingere, creando anche una buona opportunità con Pisilli e un'altra nel finale ancora con Koleosho, ma senza riuscire a sbloccare il risultato. Dall'altra parte il Lussemburgo si è visto soltanto a sprazzi, senza però impensierire seriamente Donnarumma. La partita si è decisa a inizio ripresa. Al 49' Pisilli ha disegnato dalla bandierina un pallone perfetto sul primo palo e Pio Esposito lo ha trasformato nell'1-0 con un colpo di testa preciso e potente. Un gol meritato per l'attaccante, tra i più propositivi per tutta la serata, e una liberazione per un'Italia che fino a quel momento aveva raccolto meno di quanto prodotto. Pochi minuti dopo gli azzurri hanno avuto l'occasione per chiudere definitivamente il discorso. Pisilli si è trovato davanti alla porta dopo una bella azione corale, ma il suo destro è terminato sul palo. Nel finale Baldini ha continuato a distribuire debutti e minuti ai giovani della sua rosa. Sono entrati Fortini, Fini, Camarda, Dagasso, Mane, Ahanor e Samuele Inacio.
Il risultato finale conta relativamente, anche perché il valore dell'avversario impone prudenza nei giudizi. Tuttavia, dopo settimane segnate da polemiche, processi e delusione per il fallimento della qualificazione mondiale, l'Italia aveva soprattutto bisogno di ripartire, in vista delle elezioni federali del 22 giugno dalle quali dipenderà poi anche il futuro della panchina azzurra e lo ha fatto con una vittoria, con un gruppo di ragazzi che ha mostrato entusiasmo e disponibilità al sacrificio e con qualche indicazione interessante su cui costruire il futuro. Elementi di questi tempi nemmeno così scontati.
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Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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