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2020-08-02
Boom di arrivi, Lampedusa scoppia. E noi pattugliamo i confini francesi
Ansa
Il governo giallorosso ha deciso di tenere fuori gli immigrati. Raffreddate gli entusiasmi, però, perché mica li tengono fuori dall'Italia. Gli stranieri che bloccheranno, al contrario, sono quelli che dal nostro territorio tentano di raggiungere la Francia attraversando la frontiera a Nord Est. Almeno questo si capisce dalle dichiarazioni rilasciate venerdì sera a Roma dal ministro degli Interni francese, Gérald Darmanin, a seguito di un incontro con Luciana Lamorgese. «Per la prima volta ci sarà una pattuglia mista tra le forze di polizia di Italia e Francia alla frontiera italiana», ha detto Darmanin. I militari saranno dispiegati tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. «I trafficanti di esseri umani si approfittano delle diverse disposizioni delle polizie di Italia e Francia e quindi questa forza di polizia mista è un grande passo in avanti», ha aggiunto il francese. «Oltre a questa ci sarà una forza di polizia di frontiera italiana che si installerà a Bardonecchia».
Sembra davvero una raffinatissima presa per i fondelli. Negli anni passati abbiamo assistito più e più volte all'odioso spettacolo dei gendarmi francesi che, di nascosto, scaricavano i migranti sgraditi oltre il confine italiano nemmeno fossero rifiuti tossici. E adesso, non paghi delle umiliazioni passate, che facciamo? Ci mettiamo ad aiutare i vicini d'Oltralpe affinché i nostri clandestini non passino il confine. I cugini, ovviamente, se ne fregano altamente del caos migratorio in casa nostra: continuano a coltivare i propri interessi in Nord Africa a discapito dell'Italia e si guardano bene dal farsi carico degli stranieri in arrivo sulle nostre coste tramite nave. Giusto due settimane fa, la Caritas che opera al confine piemontese ha fatto sapere che la Francia respinge circa 100 migranti al giorno. Però il nostro governo - inventandosi una nuova definizione per la sindrome di Stoccolma - si mette ad agevolare il controllo delle frontiere altrui. Il tutto mentre le nostre, di frontiere, sono un colabrodo. I dati del Viminale disegnano un quadro disperante. Sono 13.710 i migranti sbarcati sulle coste italiane dall'inizio dell'anno. Nello stesso periodo, nel 2019, erano 3.867. Significa che siamo quasi ai livelli del 2018, quando ancora si avvertivano gli strascichi della grande invasione e gli stranieri sbarcati erano 18.546.
Ma le cifre più inquietanti sono altre. Negli ultimi cinque giorni sono stati registrati 1.634 arrivi. Vuol dire che, nel mese di luglio, sono giunti sul nostro territorio 6.760 stranieri (contro i 1.088 del 2019 e 1.969 del 2018). In un solo mese sono arrivati tanti immigrati come in sette mesi del 2019: è spaventoso. E l'ondata non accenna a diminuire. Tra la notte di venerdì e la mattina di ieri a Lampedusa sono approdati in 300 tramite sette sbarchi autonomi. Nell'hotspot dell'isola si trovano circa 950 persone, cioè dieci volte tanto quelle che dovrebbe contenere.
«Ci sono 1.000 persone, è stracolmo e ora è chiuso», grida il sindaco lampedusano Totò Martello. «I migranti che arriveranno dovranno stare sul molo Favaloro. Va organizzato l'immediato trasferimento. Non capisco perché il presidente del Consiglio non dichiari lo stato di emergenza considerato che in due settimane abbiamo avuto 250 sbarchi. Cinquemila persone in 28 giorni è numero superiore al 2011: in quel caso il governo dichiarò lo stato di emergenza». Non che altrove vada meglio. Protestano amministratori e sindaci in Basilicata, Lazio, Campania, Calabria, Piemonte, Veneto... A Palermo, ieri, un egiziano positivo al Covid (faceva parte di un gruppo di 33 contagiati trasferiti dopo lo sbarco) è uscito dall'hotel San Paolo palace dove era stato accolto, si è fatto un bel giro durato alcune ore e poi è rientrato. In 28 sono fuggiti dal centro di contrada Cifali, a Ragusa, dove erano stati trasferiti in 117, tra i quali 9 positivi al Covid-19. Scene di surrealismo puro.
Di fronte a un disastro di tali proporzioni, tuttavia, il ministro dell'Interno non appare particolarmente scosso. Ieri Luciana Lamorgese ha rilasciato un'intervista al Corriere della Sera alternando mezze verità a fuffa. A sentire lei, l'aumento degli sbarchi dipende dalla crisi economica in Tunisia (improvvisamente, la Libia non è più un problema...). «Ho detto al ministro dell'Interno francese Darmanin che la crisi tunisina non può essere gestita da un solo Paese per tutta l'Europa», assicura la Lamorgese. Le sue parole hanno avuto così tanto effetto che noi aiuteremo i francesi a Nord, mentre loro sembrano continuare a lavarsi le mani di quanto accade qui. La signora Luciana ripete, in ogni caso, che non bisogna avere troppi timori: «Tutti i migranti che sbarcano sulle nostre coste sono sottoposti al test sierologico e poi al tampone». Peccato che dalla Sicilia dicano cose diverse, e cioè che i tamponi non vengono fatti a tutti, e infatti sono stati trasferiti in altre regioni migranti infetti.
Per rispondere ai guai siculi, la Lamorgese ha deciso di noleggiare un'altra nave quarantena che dovrebbe essere operativa da questa sera, mentre una seconda nave dovrebbe essere posizionata al largo delle coste calabresi. Bellissimo. Queste imbarcazioni costano più o meno 1,5-2 milioni di euro al mese. I contribuenti italiani ringraziano.
Ecco, queste sono le grandi idee del ministro per fronteggiare l'aumento esponenziale degli arrivi. Con l'aggiunta di un paio di promesse: chi è sbarcato in Italia dopo l'8 marzo non verrà regolarizzato (e ci mancherebbe pure) e verranno rimpatriate più persone in Tunisia tramite aereo e nave. Ammesso pure che succeda, se le partenze dal Nord Africa proseguono a questo ritmo, sarà come svuotare una cisterna con un cucchiaio. Ma si vede che al nostro governo va bene così, del resto è già troppo impegnato a cancellare i decreti Sicurezza e a pensare allo ius culturae. In fondo, l'importante è che i migranti non arrivino... in Francia.
Il Pd prima smonta i decreti Sicurezza e ora vuole lo ius soli
Non gli basta mai. Giusto ieri commentavamo le modifiche che neutralizzeranno i decreti sicurezza voluti a suo tempo da Matteo Salvini: riduzione drastica delle multe alle Ong, agevolazioni per l'ottenimento del permesso di soggiorno e di lavoro, riduzione dei tempi (da 4 a 3 anni) per l'acquisizione della cittadinanza tramite residenza e matrimonio. Eppure la maggioranza di governo non è ancora soddisfatta. Oltre all'invasione, vuole la grande sostituzione.
Pochi giorni fa, è stato il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzollina, a tornare sul tema dello ius culturae (che è poi lo ius soli sotto altro nome, ovvero la cittadinanza facile). «Ci sono bambini che già oggi hanno cultura e valori italiani. Non vedo nulla di strano nell'aprire una riflessione nel nostro Paese. Prima o poi si dovrà fare», ha dichiarato. Interessante: visto che la signora si preoccupa tanto degli «italiani del futuro», forse farebbe meglio a consentire ai bambini stranieri di rientrare a scuola, e invece non è in grado di garantire un bel nulla né a loro né ai piccoli italiani.
Ieri, sull'argomento cittadinanza è tornato Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera con una grande passione per le Ong. Parlando con La Stampa, ha spiegato che il percorso per lo ius culturae «si era già avviato, poi il virus ha interrotto tutto. Ma mi auguro», ha aggiunto, «che il Parlamento torni a occuparsene».
Secondo Delrio, «i riformisti sono radicali nei principi, ma sanno seminare e aspettare il tempo buono del raccolto». Il capogruppo Pd si ritiene dunque uno che sa aspettare. «Sullo ius culturae non mollo», ribadisce, «nell'idea che ogni volta che abbiamo concesso più diritti a qualcuno siamo diventati più forti tutti. I cambiamenti avvengono con costanza e determinazione: sono sicuro che arriverà anche questo risultato».
Ma certo che arriverà, se Pd e sodali continueranno a restare al governo. Il punto è che una nuova legge sulla cittadinanza non è necessaria né utile. Al massimo rischia di risultare controproducente. Per rendersene conto basta dare uno sguardo ai dati Istat pubblicati soltanto poche settimane fa.
I numeri dimostrano che dalle nostre parti non è per nulla difficile ottenere la cittadinanza, tanto che continuano ad aumentare gli stranieri diventati italiani. Lo scorso anno si sono contate ben 127.000 nuove cittadinanze, cioè 24 ogni 1.000 stranieri, ovvero il 13% in più rispetto al 2018. I «nuovi italiani», dal 2015, sono così lievitati a oltre 766.000, valore di poco inferiore alla perdita di popolazione di cittadinanza italiana negli stessi anni. Siamo, appunto, alle soglie della sostituzione etnica. Ma c'è di più. Sempre a partire dai dati Istat, la fondazione Ismu - Iniziative e studi sulla multietnicità (dunque non un covo di pericolosi sovranisti) ha messo per iscritto un'analisi interessante. Ha spiegato che, «nonostante l'acquisizione di cittadinanza venga considerata come la massima espressione di integrazione e stabilità», in un numero «crescente di casi la mobilità garantita dal passaporto italiano» porta «i nuovi concittadini a emigrare nuovamente in Paesi terzi o nel luogo di origine».
Significa che «l'acquisizione di cittadinanza è un elemento incentivante all'emigrazione internazionale per i nuovi cittadini». Nel 2018 le emigrazioni degli stranieri divenuti italiani ammontavano a circa 35.000 unità, facendo rilevare un aumento del 6% rispetto al 2017. Nel 2019, invece, delle 182.000 persone che hanno lasciato l'Italia, la componente di stranieri è cresciuta del 39,2% rispetto all'anno precedente.
Che cosa vuol dire? Che in un numero crescente di casi i «nuovi italiani», non appena ottengono la cittadinanza, se ne vanno. O si trasferiscono in altri Stati europei oppure, addirittura, rientrano nel loro Paese d'origine.
Riepilogando: le nuove cittadinanze sono in aumento costante, e tanti fra coloro che beneficiano della naturalizzazione scelgono di abbandonare l'Italia, approfittando del documento fresco di stampa. Anche tenendo conto di questi dati, vi sembra che sia il caso di rendere ancora più snelle le procedure per l'ottenimento della nazionalità italiana?
La battaglia condotta dalla maggioranza, da un lato, è puramente ideologica, cioè condotta a prescindere dalla realtà. Dall'altro, però, ha un evidente secondo fine: quello di creare una platea di nuovi elettori potenziali negli anni a venire. È l'unica spiegazione, altrimenti non si capirebbe tanta ostinazione nel chiedere una modifica inutile, dannosa e anche offensiva nei confronti di chi è cittadino lo è già e ogni giorno viene allegramente trascurato dal governo.
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A fine agosto partiranno le missioni miste. Mentre Parigi cura i suoi interessi in Africa, noi ci occupiamo di proteggerla dai clandestini. Il sindaco chiude l'hotspot dell'isola siciliana: i profughi resteranno sul molo.Graziano Delrio scende in campo. Peccato che il numero di nuovi cittadini equivalga alla perdita di popolazione: la sostituzione è in corso.Lo speciale contiene due articoli.Il governo giallorosso ha deciso di tenere fuori gli immigrati. Raffreddate gli entusiasmi, però, perché mica li tengono fuori dall'Italia. Gli stranieri che bloccheranno, al contrario, sono quelli che dal nostro territorio tentano di raggiungere la Francia attraversando la frontiera a Nord Est. Almeno questo si capisce dalle dichiarazioni rilasciate venerdì sera a Roma dal ministro degli Interni francese, Gérald Darmanin, a seguito di un incontro con Luciana Lamorgese. «Per la prima volta ci sarà una pattuglia mista tra le forze di polizia di Italia e Francia alla frontiera italiana», ha detto Darmanin. I militari saranno dispiegati tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. «I trafficanti di esseri umani si approfittano delle diverse disposizioni delle polizie di Italia e Francia e quindi questa forza di polizia mista è un grande passo in avanti», ha aggiunto il francese. «Oltre a questa ci sarà una forza di polizia di frontiera italiana che si installerà a Bardonecchia».Sembra davvero una raffinatissima presa per i fondelli. Negli anni passati abbiamo assistito più e più volte all'odioso spettacolo dei gendarmi francesi che, di nascosto, scaricavano i migranti sgraditi oltre il confine italiano nemmeno fossero rifiuti tossici. E adesso, non paghi delle umiliazioni passate, che facciamo? Ci mettiamo ad aiutare i vicini d'Oltralpe affinché i nostri clandestini non passino il confine. I cugini, ovviamente, se ne fregano altamente del caos migratorio in casa nostra: continuano a coltivare i propri interessi in Nord Africa a discapito dell'Italia e si guardano bene dal farsi carico degli stranieri in arrivo sulle nostre coste tramite nave. Giusto due settimane fa, la Caritas che opera al confine piemontese ha fatto sapere che la Francia respinge circa 100 migranti al giorno. Però il nostro governo - inventandosi una nuova definizione per la sindrome di Stoccolma - si mette ad agevolare il controllo delle frontiere altrui. Il tutto mentre le nostre, di frontiere, sono un colabrodo. I dati del Viminale disegnano un quadro disperante. Sono 13.710 i migranti sbarcati sulle coste italiane dall'inizio dell'anno. Nello stesso periodo, nel 2019, erano 3.867. Significa che siamo quasi ai livelli del 2018, quando ancora si avvertivano gli strascichi della grande invasione e gli stranieri sbarcati erano 18.546.Ma le cifre più inquietanti sono altre. Negli ultimi cinque giorni sono stati registrati 1.634 arrivi. Vuol dire che, nel mese di luglio, sono giunti sul nostro territorio 6.760 stranieri (contro i 1.088 del 2019 e 1.969 del 2018). In un solo mese sono arrivati tanti immigrati come in sette mesi del 2019: è spaventoso. E l'ondata non accenna a diminuire. Tra la notte di venerdì e la mattina di ieri a Lampedusa sono approdati in 300 tramite sette sbarchi autonomi. Nell'hotspot dell'isola si trovano circa 950 persone, cioè dieci volte tanto quelle che dovrebbe contenere. «Ci sono 1.000 persone, è stracolmo e ora è chiuso», grida il sindaco lampedusano Totò Martello. «I migranti che arriveranno dovranno stare sul molo Favaloro. Va organizzato l'immediato trasferimento. Non capisco perché il presidente del Consiglio non dichiari lo stato di emergenza considerato che in due settimane abbiamo avuto 250 sbarchi. Cinquemila persone in 28 giorni è numero superiore al 2011: in quel caso il governo dichiarò lo stato di emergenza». Non che altrove vada meglio. Protestano amministratori e sindaci in Basilicata, Lazio, Campania, Calabria, Piemonte, Veneto... A Palermo, ieri, un egiziano positivo al Covid (faceva parte di un gruppo di 33 contagiati trasferiti dopo lo sbarco) è uscito dall'hotel San Paolo palace dove era stato accolto, si è fatto un bel giro durato alcune ore e poi è rientrato. In 28 sono fuggiti dal centro di contrada Cifali, a Ragusa, dove erano stati trasferiti in 117, tra i quali 9 positivi al Covid-19. Scene di surrealismo puro. Di fronte a un disastro di tali proporzioni, tuttavia, il ministro dell'Interno non appare particolarmente scosso. Ieri Luciana Lamorgese ha rilasciato un'intervista al Corriere della Sera alternando mezze verità a fuffa. A sentire lei, l'aumento degli sbarchi dipende dalla crisi economica in Tunisia (improvvisamente, la Libia non è più un problema...). «Ho detto al ministro dell'Interno francese Darmanin che la crisi tunisina non può essere gestita da un solo Paese per tutta l'Europa», assicura la Lamorgese. Le sue parole hanno avuto così tanto effetto che noi aiuteremo i francesi a Nord, mentre loro sembrano continuare a lavarsi le mani di quanto accade qui. La signora Luciana ripete, in ogni caso, che non bisogna avere troppi timori: «Tutti i migranti che sbarcano sulle nostre coste sono sottoposti al test sierologico e poi al tampone». Peccato che dalla Sicilia dicano cose diverse, e cioè che i tamponi non vengono fatti a tutti, e infatti sono stati trasferiti in altre regioni migranti infetti. Per rispondere ai guai siculi, la Lamorgese ha deciso di noleggiare un'altra nave quarantena che dovrebbe essere operativa da questa sera, mentre una seconda nave dovrebbe essere posizionata al largo delle coste calabresi. Bellissimo. Queste imbarcazioni costano più o meno 1,5-2 milioni di euro al mese. I contribuenti italiani ringraziano. Ecco, queste sono le grandi idee del ministro per fronteggiare l'aumento esponenziale degli arrivi. Con l'aggiunta di un paio di promesse: chi è sbarcato in Italia dopo l'8 marzo non verrà regolarizzato (e ci mancherebbe pure) e verranno rimpatriate più persone in Tunisia tramite aereo e nave. Ammesso pure che succeda, se le partenze dal Nord Africa proseguono a questo ritmo, sarà come svuotare una cisterna con un cucchiaio. Ma si vede che al nostro governo va bene così, del resto è già troppo impegnato a cancellare i decreti Sicurezza e a pensare allo ius culturae. 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Oltre all'invasione, vuole la grande sostituzione. Pochi giorni fa, è stato il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzollina, a tornare sul tema dello ius culturae (che è poi lo ius soli sotto altro nome, ovvero la cittadinanza facile). «Ci sono bambini che già oggi hanno cultura e valori italiani. Non vedo nulla di strano nell'aprire una riflessione nel nostro Paese. Prima o poi si dovrà fare», ha dichiarato. Interessante: visto che la signora si preoccupa tanto degli «italiani del futuro», forse farebbe meglio a consentire ai bambini stranieri di rientrare a scuola, e invece non è in grado di garantire un bel nulla né a loro né ai piccoli italiani. Ieri, sull'argomento cittadinanza è tornato Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera con una grande passione per le Ong. Parlando con La Stampa, ha spiegato che il percorso per lo ius culturae «si era già avviato, poi il virus ha interrotto tutto. Ma mi auguro», ha aggiunto, «che il Parlamento torni a occuparsene». Secondo Delrio, «i riformisti sono radicali nei principi, ma sanno seminare e aspettare il tempo buono del raccolto». Il capogruppo Pd si ritiene dunque uno che sa aspettare. «Sullo ius culturae non mollo», ribadisce, «nell'idea che ogni volta che abbiamo concesso più diritti a qualcuno siamo diventati più forti tutti. I cambiamenti avvengono con costanza e determinazione: sono sicuro che arriverà anche questo risultato». Ma certo che arriverà, se Pd e sodali continueranno a restare al governo. Il punto è che una nuova legge sulla cittadinanza non è necessaria né utile. Al massimo rischia di risultare controproducente. Per rendersene conto basta dare uno sguardo ai dati Istat pubblicati soltanto poche settimane fa. I numeri dimostrano che dalle nostre parti non è per nulla difficile ottenere la cittadinanza, tanto che continuano ad aumentare gli stranieri diventati italiani. Lo scorso anno si sono contate ben 127.000 nuove cittadinanze, cioè 24 ogni 1.000 stranieri, ovvero il 13% in più rispetto al 2018. I «nuovi italiani», dal 2015, sono così lievitati a oltre 766.000, valore di poco inferiore alla perdita di popolazione di cittadinanza italiana negli stessi anni. Siamo, appunto, alle soglie della sostituzione etnica. Ma c'è di più. Sempre a partire dai dati Istat, la fondazione Ismu - Iniziative e studi sulla multietnicità (dunque non un covo di pericolosi sovranisti) ha messo per iscritto un'analisi interessante. Ha spiegato che, «nonostante l'acquisizione di cittadinanza venga considerata come la massima espressione di integrazione e stabilità», in un numero «crescente di casi la mobilità garantita dal passaporto italiano» porta «i nuovi concittadini a emigrare nuovamente in Paesi terzi o nel luogo di origine». Significa che «l'acquisizione di cittadinanza è un elemento incentivante all'emigrazione internazionale per i nuovi cittadini». Nel 2018 le emigrazioni degli stranieri divenuti italiani ammontavano a circa 35.000 unità, facendo rilevare un aumento del 6% rispetto al 2017. Nel 2019, invece, delle 182.000 persone che hanno lasciato l'Italia, la componente di stranieri è cresciuta del 39,2% rispetto all'anno precedente. Che cosa vuol dire? Che in un numero crescente di casi i «nuovi italiani», non appena ottengono la cittadinanza, se ne vanno. O si trasferiscono in altri Stati europei oppure, addirittura, rientrano nel loro Paese d'origine. Riepilogando: le nuove cittadinanze sono in aumento costante, e tanti fra coloro che beneficiano della naturalizzazione scelgono di abbandonare l'Italia, approfittando del documento fresco di stampa. Anche tenendo conto di questi dati, vi sembra che sia il caso di rendere ancora più snelle le procedure per l'ottenimento della nazionalità italiana? La battaglia condotta dalla maggioranza, da un lato, è puramente ideologica, cioè condotta a prescindere dalla realtà. Dall'altro, però, ha un evidente secondo fine: quello di creare una platea di nuovi elettori potenziali negli anni a venire. È l'unica spiegazione, altrimenti non si capirebbe tanta ostinazione nel chiedere una modifica inutile, dannosa e anche offensiva nei confronti di chi è cittadino lo è già e ogni giorno viene allegramente trascurato dal governo.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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