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2023-06-20
Elly si contizza. Bonaccini le scava la fossa
Elly Schlein (Ansa)
«Ma certo che non adiamo via, ci mancherebbe!»: così alla Verità un esponente di primissimo piano della corrente moderata del Pd commenta la relazione del segretario Elly Schlein che ha aperto la direzione nazionale del Pd di ieri.
Uno psicodramma, dopo le polemiche seguite alla partecipazione della Schlein alla manifestazione di sabato scorso del M5s, che ha fatto saltare sulla sedia i cosiddetti «riformisti» Dem. La relazione del segretario è stata la fiera delle banalità: tra l’altro, l’unico intervento trasmesso in diretta streaming sui canali ufficiali del partito, una scelta poco democratica ma comprensibile, considerata la debolezza della leadership di Elly. La speranza di raggranellare qualche voto è affidata alla lotta contro l’autonomia differenziata. La Schlein annuncia «un’estate militante», cita Fai rumore di Diodato per dare forza alla propria leadership ma nel concreto l’orizzonte sono i consensi delle regioni del Sud: «L’autonomia differenziata del governo», dice la Schlein, «aumenta le diseguaglianze territoriali in un Paese che aspetta di essere ricucito. Su questo svolgeremo un grande appuntamento il 14 e 15 luglio contro l’autonomia differenziata di Calderoli».
Venendo al sodo, ovvero alle accuse di appiattimento sul M5s, la Schlein è ondivaga: «La settimana prossima», dice Elly, «si vota in Molise, dove siamo alleati con il M5s. Lo eravamo anche prima della loro manifestazione. Questo vuol dire che siamo d’accordo su tutto? No. Sul supporto all’Ucraina permangono distanze enormi ma non vuol dire che su lotta alla povertà e contrasto alla precarietà non possiamo trovare risposte comuni. Se mi invitasse Calenda a una manifestazione», aggiunge il segretario Pd, «porterei un saluto anche lì, ma non è che cambierei idea sul sindaco d’Italia».
A proposito di Molise: dalla Regione che andrà al voto domenica e lunedì prossimo, arriva un’altra doccia gelata per la Schlein. Il vicesegretario regionale del Partito democratico del Molise, Maria Concetta Chimisso, si è infatti dimessa ieri mattina, lasciando anche la segreteria del circolo di Termoli. La Chimisso era vicesegretario dal 2020 e ha ricoperto un ruolo centrale nella vita del Pd locale: secondo fonti di partito, le dimissioni sono state provocate dalla mancata condivisione della linea di Elly. Che, sempre in direzione, si è vantata di aver recuperato finora «20.000 voti al giorno».
Veniamo alle critiche da parte degli avversari interni, rispetto alle quali la Schlein cerca di darsi un tono determinato: «C’è», evidenzia, «chi magari spera di sortire qualche effetto con il giochino del logoramento dei segretari. Non funzionerà, mettetevi comodi. Siamo qui per restare e restare insieme. Lavoriamo tutti insieme, in maniera corale, serve un’orchestra che suona lo stesso spartito. Vanno bene le discussioni e le critiche, ma anche la lealtà sui temi che ci uniscono. Quando sento dire che manca una linea politica sorrido, perché di proposte siamo pieni, ma siamo anche abili a coprirli con polemiche interne. Il fatto è che questa linea c’è, forse non piace a qualcuno che dovrebbe trovare il coraggio di dirlo. Mi dispiace per quello che ha detto Renzi», aggiunge Elly, «parla di subalternità: ma non mi sembra la persona adatta per farlo, visto che appena arrivato al Nazareno ha invitato Berlusconi per stringerci un patto. La destra ha una coalizione che si ricompatta. Noi oggi non abbiamo una coalizione e non vinciamo da soli, così come non abbiamo perso da soli. Non pensiamo di essere autosufficienti e abbiamo bisogno di costruire sinergie con le altre forze politiche alternative alla destra. Per questo continueremo a insistere con le altre opposizioni sui temi su cui possiamo unire forze».
Stefano Bonaccini, presidente del partito e leader della corrente moderata del Pd, prepara l’affondo decisivo contro la Schlein: il governatore dell’Emilia-Romagna sta, infatti, organizzando per luglio una convention, che si svolgerà probabilmente a Cesena, dove battezzerà la sua nuova area, che dovrebbe chiamarsi «Energia popolare». Le date che circolano fra i sostenitori di Bonaccini sono il 21 e 22 del mese prossimo. È probabile che, oltre ai big della minoranza, venga invitata anche la Schlein, come gesto distensivo. Bonaccini in direzione evita di infierire ma è comunque caustico: «Non sarebbe con approcci minoritari», argomenta Bonaccini, «che noi riporteremmo la destra all’opposizione. E voglio essere chiaro. Vocazione maggioritaria per noi è il contrario dell’autosufficienza, da soli non si vince mai. Alla segretaria dico che se gestione unitaria deve essere si discuta di più e meglio di quanto fatto fino ad ora, perché un grande partito, che è altra cosa da un movimento, solo così si tiene fuori da logiche correntizie».
Sferzante il portavoce di base riformista, corrente moderata del Pd, il senatore Alessandro Alfieri: «Basta», sottolinea Alfieri, «con la retorica renziani e anti renziani. Chiariamolo una volta per tutte. Noi riformisti abbiamo fondato il Pd, lo abbiamo difeso dalle scissioni e qui restiamo. Fatevene una ragione e mettetevi il cuore in pace». «Nessuno vuole azzoppare nessun segretario», commenta in direzione Lorenzo Guerini, ma «chi guida deve farsi carico della complessità dei passaggi» ed Elly Schlein è stata «inutilmente polemica» nella sua relazione. «Le parole che ho sentito in quella piazza (la manifestazione del M5s, ndr) sulla vicenda dell'Ucraina, con l'ambiguità e con le indecenze che sono state proclamate, non possono essere le parole del Pd. E quella questione è dirimente per noi, non è accessoria», affonda ancora il colpo Guerini.
«Credo la partecipazione del segretario alla manifestazione del M5s», dice la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, «sia stato un errore. Ora io non sono né per ingigantirne le conseguenze, né per ridurle a una passeggiata di un sabato pomeriggio romano. Ma il punto è: cosa stiamo facendo? Quale è la strategia?». Domande destinate a restare senza risposta. «La Schlein», chiosa una nostra fonte molto autorevole, «è asserragliata nel fortino, ma i suoi iniziano a dare segni di cedimento».
Grillo si toglie il passamontagna: «Sulle brigate stavo scherzando»
Una rivalità a lungo sopita, che riemerge come un fiume carsico ogni volta che si presenta l’occasione. È quella tra l’Elevato e Giuseppi, tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, la cui leadership non è stata mai pienamente accettata dal fondatore della galassia pentastellata E così, nella manifestazione di sabato scorso del M5s, Grillo ha colto la palla al balzo e, con un solo colpo, si è rimesso al centro del dibattito politico, ha messo in difficoltà il presidente del Movimento e ha provocato una sollevazione dei riformisti dem contro la segretaria Schlein, con tanto di abbandoni eccellenti (vedi l’ex-assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato). Che le frasi deliranti su «brigate» e «passamontagna» abbiano fatto irritare l’ex-premier, lo conferma il goffo tentativo di marcia indietro fatto da Grillo sui suoi social, uno strano ibrido tra precisazione e rivendicazione che ha ottenuto di certo il risultato di rappresentare la distanza con Conte e coi parlamentari pentastellati.
Nel video postato online, l’ex-comico torna sull’accaduto con un ragionamento piuttosto contorto: «Per favore», dice, «fermatevi. Era una boutade. Ma è possibile che prendiate tutto sul serio? Anche i giornali hanno esagerato un po’. Ma fermatevi! Mi sono arrivate delle notizie drammatiche, veramente». A questo punto Grillo, come si suol dire dalle parti della Capitale, la butta in caciara: «È stato avvistato un pensionato di 74 anni, un idraulico che stava aggiustando sei tombini di notte con un passamontagna, fermatevi! Un altro, un albanese di 64 anni che con la cazzuola ha messo a posto otto marciapiedi durante la notte con il passamontagna. Non si può andare avanti così, fermatevi, il governo deve reagire e fare una legge: abolire l’abuso d’ufficio e mettere l’abuso di lavori socialmente utili. Finitela, siate coerenti con voi stessi, con il governo e con la politica. Uscite e applaudite la città, non la mettete a posto. Dovete dire guarda che bel tombino devastato, guarda che marciapiede meraviglioso rotto, guarda che piante ammuffite. Questo dovete fare, smettetela», conclude, «perché sennò scoppia veramente un casino».
Il tutto dopo che in mattinata, in un primo momento, si era diffusa la notizia che le frasi di Grillo fossero l’argomento principale di una riunione tra Conte e i vertici dei suoi gruppi parlamentari e non certo per lodarne i contenuti. Lo stato maggiore del M5s, per evitare che la tensione tra i due tornasse ai massimi sperimentati più di una volta negli ultimi anni, ha fatto girare una «velina» nella quale si specificava che la riunione non era altro che uno «dei normali incontri di inizio settimana per un confronto sui temi dei lavori parlamentari» e non un processo a Grillo, sulle cui parole - teneva però a sottolineare la stessa velina - «il M5s si è già ampiamente pronunciato pubblicamente». Se l’incidente può essere considerato chiuso a livello diplomatico, su quello politico le conseguenze si sono viste ancora nella giornata di ieri, con un coro unanime di critiche che allargato la faglia tra polo liberale-riformista e il tandem Schlein-Conte.
Parole, quelle di Grillo, che hanno avuto tra le condanne più autorevoli quella di Olga D’Antona, vedova del giuslavorista assassinato dalle Brigate Rosse nel 1999 ed ex-parlamentare dei Ds e del Pd la quale, intervistata dal Giornale, ha definito tutto «al di là dell’immaginabile», mentre il leader leghista Matteo Salvini si soffermava su un’altra parte del discorso di Grillo, quella in cui quest’ultimo proponeva di revocare il diritto di voto agli ultraottantenni, definendola «delirante» e rivelatrice di una «ideologia distorta» di un «signore il cui partito, per fortuna, non governa e non lo farà più per tanto tempo».
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Alla direzione del Pd (che perde ancora pezzi), il segretario spara di recuperare 20.000 voti al giorno, ribadisce la volontà di allearsi con il M5s («da soli non si vince») e annuncia un’estate «militante». Il governatore la critica e prepara la convention per la sua area.Dietrofront di Beppe Grillo dopo aver avuto visibilità e messo a disagio Giuseppe Conte e democratici.Lo speciale contiene due articoli.«Ma certo che non adiamo via, ci mancherebbe!»: così alla Verità un esponente di primissimo piano della corrente moderata del Pd commenta la relazione del segretario Elly Schlein che ha aperto la direzione nazionale del Pd di ieri. Uno psicodramma, dopo le polemiche seguite alla partecipazione della Schlein alla manifestazione di sabato scorso del M5s, che ha fatto saltare sulla sedia i cosiddetti «riformisti» Dem. La relazione del segretario è stata la fiera delle banalità: tra l’altro, l’unico intervento trasmesso in diretta streaming sui canali ufficiali del partito, una scelta poco democratica ma comprensibile, considerata la debolezza della leadership di Elly. La speranza di raggranellare qualche voto è affidata alla lotta contro l’autonomia differenziata. La Schlein annuncia «un’estate militante», cita Fai rumore di Diodato per dare forza alla propria leadership ma nel concreto l’orizzonte sono i consensi delle regioni del Sud: «L’autonomia differenziata del governo», dice la Schlein, «aumenta le diseguaglianze territoriali in un Paese che aspetta di essere ricucito. Su questo svolgeremo un grande appuntamento il 14 e 15 luglio contro l’autonomia differenziata di Calderoli».Venendo al sodo, ovvero alle accuse di appiattimento sul M5s, la Schlein è ondivaga: «La settimana prossima», dice Elly, «si vota in Molise, dove siamo alleati con il M5s. Lo eravamo anche prima della loro manifestazione. Questo vuol dire che siamo d’accordo su tutto? No. Sul supporto all’Ucraina permangono distanze enormi ma non vuol dire che su lotta alla povertà e contrasto alla precarietà non possiamo trovare risposte comuni. Se mi invitasse Calenda a una manifestazione», aggiunge il segretario Pd, «porterei un saluto anche lì, ma non è che cambierei idea sul sindaco d’Italia».A proposito di Molise: dalla Regione che andrà al voto domenica e lunedì prossimo, arriva un’altra doccia gelata per la Schlein. Il vicesegretario regionale del Partito democratico del Molise, Maria Concetta Chimisso, si è infatti dimessa ieri mattina, lasciando anche la segreteria del circolo di Termoli. La Chimisso era vicesegretario dal 2020 e ha ricoperto un ruolo centrale nella vita del Pd locale: secondo fonti di partito, le dimissioni sono state provocate dalla mancata condivisione della linea di Elly. Che, sempre in direzione, si è vantata di aver recuperato finora «20.000 voti al giorno».Veniamo alle critiche da parte degli avversari interni, rispetto alle quali la Schlein cerca di darsi un tono determinato: «C’è», evidenzia, «chi magari spera di sortire qualche effetto con il giochino del logoramento dei segretari. Non funzionerà, mettetevi comodi. Siamo qui per restare e restare insieme. Lavoriamo tutti insieme, in maniera corale, serve un’orchestra che suona lo stesso spartito. Vanno bene le discussioni e le critiche, ma anche la lealtà sui temi che ci uniscono. Quando sento dire che manca una linea politica sorrido, perché di proposte siamo pieni, ma siamo anche abili a coprirli con polemiche interne. Il fatto è che questa linea c’è, forse non piace a qualcuno che dovrebbe trovare il coraggio di dirlo. Mi dispiace per quello che ha detto Renzi», aggiunge Elly, «parla di subalternità: ma non mi sembra la persona adatta per farlo, visto che appena arrivato al Nazareno ha invitato Berlusconi per stringerci un patto. La destra ha una coalizione che si ricompatta. Noi oggi non abbiamo una coalizione e non vinciamo da soli, così come non abbiamo perso da soli. Non pensiamo di essere autosufficienti e abbiamo bisogno di costruire sinergie con le altre forze politiche alternative alla destra. Per questo continueremo a insistere con le altre opposizioni sui temi su cui possiamo unire forze».Stefano Bonaccini, presidente del partito e leader della corrente moderata del Pd, prepara l’affondo decisivo contro la Schlein: il governatore dell’Emilia-Romagna sta, infatti, organizzando per luglio una convention, che si svolgerà probabilmente a Cesena, dove battezzerà la sua nuova area, che dovrebbe chiamarsi «Energia popolare». Le date che circolano fra i sostenitori di Bonaccini sono il 21 e 22 del mese prossimo. È probabile che, oltre ai big della minoranza, venga invitata anche la Schlein, come gesto distensivo. Bonaccini in direzione evita di infierire ma è comunque caustico: «Non sarebbe con approcci minoritari», argomenta Bonaccini, «che noi riporteremmo la destra all’opposizione. E voglio essere chiaro. Vocazione maggioritaria per noi è il contrario dell’autosufficienza, da soli non si vince mai. Alla segretaria dico che se gestione unitaria deve essere si discuta di più e meglio di quanto fatto fino ad ora, perché un grande partito, che è altra cosa da un movimento, solo così si tiene fuori da logiche correntizie». Sferzante il portavoce di base riformista, corrente moderata del Pd, il senatore Alessandro Alfieri: «Basta», sottolinea Alfieri, «con la retorica renziani e anti renziani. Chiariamolo una volta per tutte. Noi riformisti abbiamo fondato il Pd, lo abbiamo difeso dalle scissioni e qui restiamo. Fatevene una ragione e mettetevi il cuore in pace». «Nessuno vuole azzoppare nessun segretario», commenta in direzione Lorenzo Guerini, ma «chi guida deve farsi carico della complessità dei passaggi» ed Elly Schlein è stata «inutilmente polemica» nella sua relazione. «Le parole che ho sentito in quella piazza (la manifestazione del M5s, ndr) sulla vicenda dell'Ucraina, con l'ambiguità e con le indecenze che sono state proclamate, non possono essere le parole del Pd. E quella questione è dirimente per noi, non è accessoria», affonda ancora il colpo Guerini.«Credo la partecipazione del segretario alla manifestazione del M5s», dice la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, «sia stato un errore. Ora io non sono né per ingigantirne le conseguenze, né per ridurle a una passeggiata di un sabato pomeriggio romano. Ma il punto è: cosa stiamo facendo? Quale è la strategia?». 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È quella tra l’Elevato e Giuseppi, tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, la cui leadership non è stata mai pienamente accettata dal fondatore della galassia pentastellata E così, nella manifestazione di sabato scorso del M5s, Grillo ha colto la palla al balzo e, con un solo colpo, si è rimesso al centro del dibattito politico, ha messo in difficoltà il presidente del Movimento e ha provocato una sollevazione dei riformisti dem contro la segretaria Schlein, con tanto di abbandoni eccellenti (vedi l’ex-assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato). Che le frasi deliranti su «brigate» e «passamontagna» abbiano fatto irritare l’ex-premier, lo conferma il goffo tentativo di marcia indietro fatto da Grillo sui suoi social, uno strano ibrido tra precisazione e rivendicazione che ha ottenuto di certo il risultato di rappresentare la distanza con Conte e coi parlamentari pentastellati. Nel video postato online, l’ex-comico torna sull’accaduto con un ragionamento piuttosto contorto: «Per favore», dice, «fermatevi. Era una boutade. Ma è possibile che prendiate tutto sul serio? Anche i giornali hanno esagerato un po’. Ma fermatevi! Mi sono arrivate delle notizie drammatiche, veramente». A questo punto Grillo, come si suol dire dalle parti della Capitale, la butta in caciara: «È stato avvistato un pensionato di 74 anni, un idraulico che stava aggiustando sei tombini di notte con un passamontagna, fermatevi! Un altro, un albanese di 64 anni che con la cazzuola ha messo a posto otto marciapiedi durante la notte con il passamontagna. Non si può andare avanti così, fermatevi, il governo deve reagire e fare una legge: abolire l’abuso d’ufficio e mettere l’abuso di lavori socialmente utili. Finitela, siate coerenti con voi stessi, con il governo e con la politica. Uscite e applaudite la città, non la mettete a posto. Dovete dire guarda che bel tombino devastato, guarda che marciapiede meraviglioso rotto, guarda che piante ammuffite. Questo dovete fare, smettetela», conclude, «perché sennò scoppia veramente un casino». Il tutto dopo che in mattinata, in un primo momento, si era diffusa la notizia che le frasi di Grillo fossero l’argomento principale di una riunione tra Conte e i vertici dei suoi gruppi parlamentari e non certo per lodarne i contenuti. Lo stato maggiore del M5s, per evitare che la tensione tra i due tornasse ai massimi sperimentati più di una volta negli ultimi anni, ha fatto girare una «velina» nella quale si specificava che la riunione non era altro che uno «dei normali incontri di inizio settimana per un confronto sui temi dei lavori parlamentari» e non un processo a Grillo, sulle cui parole - teneva però a sottolineare la stessa velina - «il M5s si è già ampiamente pronunciato pubblicamente». Se l’incidente può essere considerato chiuso a livello diplomatico, su quello politico le conseguenze si sono viste ancora nella giornata di ieri, con un coro unanime di critiche che allargato la faglia tra polo liberale-riformista e il tandem Schlein-Conte. Parole, quelle di Grillo, che hanno avuto tra le condanne più autorevoli quella di Olga D’Antona, vedova del giuslavorista assassinato dalle Brigate Rosse nel 1999 ed ex-parlamentare dei Ds e del Pd la quale, intervistata dal Giornale, ha definito tutto «al di là dell’immaginabile», mentre il leader leghista Matteo Salvini si soffermava su un’altra parte del discorso di Grillo, quella in cui quest’ultimo proponeva di revocare il diritto di voto agli ultraottantenni, definendola «delirante» e rivelatrice di una «ideologia distorta» di un «signore il cui partito, per fortuna, non governa e non lo farà più per tanto tempo».
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Sono campioni della crescita. Esempi di resilienza, le aziende italiane hanno dimostrato - crisi dopo crisi – di essere capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti economici, tecnologici e geopolitici, senza perdere competitività. Le aziende raccontano le proprie direttrici di crescita, basate su innovazione - investimenti in digitalizzazione, automazione, intelligenza artificiale e sostenibilità ambientale -, capitale umano qualificato, strutture flessibili e internazionalizzazione, che oggi significa soprattutto diversificazione dei mercati. Il 2026 sarà un anno di passaggio decisivo, nel quale il Made in Italy è chiamato a correre più velocemente dei suoi competitor. In un mondo segnato da tensioni geopolitiche, costi energetici elevati e nuove regole europee, le aziende italiane puntano su innovazione, crescita dimensionale e integrazione tecnologica. Il nostro futuro industriale non dipenderà solo dalla qualità dei prodotti, ma dalla capacità del sistema Paese di affrontare la Twin Transition, cogliendo le opportunità del Pnrr. Perché meno burocrazia e tempi certi sono condizioni indispensabili per attrarre investimenti. Lo evidenzia l'analisi di Maurizio Tarquini, direttore generale di Confindustria, figura di riferimento per l'elaborazione delle strategie di sviluppo delle imprese, che ripercorre le sfide da affrontare: in primis, il salto tecnologico che devono compiere le Pmi e poi il tema del lavoro, con l'obiettivo di superare l'urgente mismatch tra domanda e offerta di competenze.
A creare condizioni più stabili e rapide contribuisce l'azione della politica. Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera dei deputati, fa il punto sulle riforme strutturali decise a segnare un cambio di passo per l'economia nazionale: dal Piano Casa al ravvedimento speciale 2025 che punta a rafforzare il patto tra Fisco e contribuenti. Spazio anche al tema della giustizia con il sottosegretario Andrea Ostellari e con l'avvocato penalista Nicodemo Gentile, che offre il suo punto di vista sulla riforma della giustizia: «Un esercizio di equilibrio, non di semplificazione». Al centro anche il nodo sicurezza, con l'intervista al sottosegretario del Ministero dell'Interno Wanda Ferro sul recente pacchetto di misure introdotto dall'Esecutivo. Il sottosegretario al Mit, Antonio Iannone, entra nel merito dell'ultimo miglio del percorso del Pnrr per rilanciare la competitività infrastrutturale dell’Italia. Completa la panoramica sulle infrastrutture l'intervento del presidente del Gruppo FS Tommaso Tanzilli. Dopo il significativo riconoscimento dell'Unesco alla cucina italiana, spiegato dal ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, l'Italia vive il sogno olimpico di Milano-Cortina. Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, sottolinea l'importanza per il radicamento della cultura sportiva dell'evento, che avrà un impatto rilevante anche sul turismo italiano, sia nel breve sia nel medio-lungo periodo. Il rapporto tra turismo e territorio è determinante per lo sviluppo economico, sociale e culturale di un Paese multisfaccettato come l’Italia. Riflettono su valori, come sostenibilità e destagionalizzazione, ben cinque presidenti di Regioni italiane: Alberto Cirio (Piemonte), Marco Bucci (Liguria), Francesco Rocca (Lazio), Marco Marsilio (Abruzzo) e Roberto Occhiuto (Calabria). Senza una visione strategica, il territorio perde. La sfida è integrare promozione, tutela e sviluppo, trasformando il patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale in leva strutturale di crescita.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Osservatorio sul Merito.pdf
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Il deserto di Wadi Rum in Giordania (iStock)
Il Wadi Rum, una delle aree desertiche più iconiche al mondo e patrimonio dell’Unesco, punta a diventare progressivamente plastic free. Al centro del progetto ci sono la tutela di un ecosistema fragile e la creazione di almeno 100 nuovi posti di lavoro, con un’attenzione particolare all’inclusione femminile. L’iniziativa si svolge nel Sud della Giordania, tra Aqaba e l’area protetta del Wadi Rum, e vede l’Italia protagonista con il contributo di Plastic Free Onlus.
Il percorso è nato dal dialogo con Sua Eccellenza Thabet Al-Nabulsi, Commissario al Turismo e agli Affari del Sud del governo giordano, con l’obiettivo di definire una strategia concreta per ridurre la plastica nelle aree protette del Paese. La strategia si inserisce nella più ampia politica ambientale giordana, guidata dalla Casa Reale, che punta a trasformare la Giordania in uno dei Paesi più green del Medio Oriente.
Plastic Free Onlus, attiva dal 2019 nella lotta contro l’inquinamento da plastica, accompagna il progetto con la sua esperienza sul campo. Dal 2024, le missioni dell’associazione nel Wadi Rum hanno già portato alla rimozione di oltre tre tonnellate di rifiuti, tra plastica, lattine, copertoni e mozziconi di sigaretta, anche nelle zone più remote del deserto. Le operazioni sono state realizzate in collaborazione con i beduini locali e i ranger della riserva naturale.
Una delle operazioni di pulizia ambientale condotte da Plastic Free Onlus in Giordania
«L’incontro con Sua Eccellenza Al-Nabulsi rappresenta un passaggio strategico fondamentale per costruire un modello sostenibile che unisca tutela ambientale e sviluppo sociale – spiega Silvia Pettinicchio, Global strategy director di Plastic Free Onlus –. L’azione concreta sul campo è la base di ogni strategia credibile: abbiamo rimosso tonnellate di rifiuti e costruito relazioni solide con la comunità locale. Rendere plastic free il Wadi Rum significa proteggere uno degli ecosistemi più preziosi della regione e generare nuove opportunità economiche per le persone del territorio. Non c’è vera sostenibilità senza inclusione sociale, e per questo il coinvolgimento delle donne è centrale nel progetto».
Nei prossimi giorni sono previste nuove spedizioni di pulizia congiunte tra Plastic Free e i ranger del Wadi Rum. Saranno il primo passo concreto verso una trasformazione strutturale che punta a coniugare ambiente, sviluppo economico e cooperazione internazionale.
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Giovanni Lindo Ferretti (Getty Images)
E l’accadere nella vita di Ferretti è che a un certo punto doveva essere strappato all’eremo, tornare fra gli altri mortali. Il sentiero che lo ha riportato nel mondo è il cuore di Ora et labora (Compagnia editoriale Aliberti), la nuova edizione di un libro splendido che in origine era dedicato alla preghiera e che in questa versione aggiornata deve ritrovare anche il tempo della vita vissuta nel quotidiano: il lavoro, l’incontro con gli altri esseri umani, il ritorno di Giovanni Lindo sul palco, lì dove abbiamo imparato a conoscerlo e ad amarne l’arte. «Prego, ogni giorno non sempre come vorrei, come si deve, ma prego ne sento necessità, ne traggo beneficio, comunque», scrive. «C’è altro? Sì, lavoro per quel che mi è dato, che so, che posso, fin che potrò ora et labora quindi. Sì, come sempre nei secoli dei secoli. Amen». Questo altro è appunto la riunione dei Cccp, le mostre celebrative, i concerti di successo, di nuovo le luci calde dei riflettori che si sostituiscono a quelle fioche della candela interiore dello spirito.
Ferretti si fa strappare alla sua dimora montana non senza fatica. «Ho già detto quanto il mio cristianesimo affiori da un substrato barbarico pagano, in continuità», racconta. «È una connotazione storico geografica culturale: le cose accadono, agli uomini farne tesoro, con tutta l’attenzione necessaria. Ancora pochi anni fa mi auguravo con nota di sarcasmo gli arresti domiciliari in senso lato: il perimetro della mia valle, l’ambito della mia comunità seppur residuale. La immaginavo comunità di destino. Qui stava il vivere, fuori la costrizione. Qui la pace, fuori l’inquietudine, il disagio. Poi tutto si è rigirato. Fuori Felicitazioni! Qui Condoglianze! Non è stato facile e non lo è. Una infinita tristezza ammanta lo sguardo ma non vorrei essere che qui, in questa incerta ora. Sia fatta la Tua volontà. È il cuore pacificato di chi prega ora et labora per quel che ti è dato. Amen. Così dopo i 70 avvenne che tornai sul palco».
Sembra il racconto del Parsifal: Ferretti, puro folle ritirato nel mezzo della natura, viene raggiunto dai cavalieri della tavola rotonda, al cui richiamo non gli è dato di resistere. Un giorno arrivano da lui in montagna i vecchi compagni di viaggio. «Fine di settembre... arrivano a Cerreto: Zamboni Annarella Fatur, una foto e un’intervista più di trent’anni dopo, niente di che oltre il piacere di ritrovarsi. Sciocco stupido Ferretti: si apre una voragine. L’ignoto del noto, tutto da scoprire, un pezzo per volta e... in questo presente che capire non sai l’ultima volta non arriva mai». Nel frattempo l’esistenza ritirata continua: «A dicembre muore Scampato, piccola cerimonia domestica: i cavalli per raggiunti limiti di età non saranno più cavalcati, ne siamo intristiti». Ma il seme piantato dalla visita degli amici antichi comincia a dare frutti. Segue una mostra a Reggio Emilia, poi un concerto sempre lì, nel Teatro Valli.
«L’imprevedibile si è imposto, obtorto collo, a tutt’altro interessato non l’ho desiderato. Zamboni, con lui ho scardinato/rimodellato la mia vita. Fatur già bronzo di Riace ora Buddha di giada e pura poesia sgorga in questo sfacelo di chiappe pance in cadenze ammalianti…vota Fatur vota Fatur… Annarella Benemerita Soubrette, Esecutore testamentario, Amministratore delegato, la Bene Gesserit di questo nostro distonico presente. L’imprevedibile si è imposto, funziona per moto proprio funziona proprio bene. Certificazione esterna. Doveva essere solo un’intervista per il film Kissing Gorbachov ma il ritrovarci ci ha travolti: cellula dormiente risvegliata al presente? Che fare? Un ultimo spettacolo. Immobile dove tutto era stato movimento, un ordine dove fu vortice e ordine mai si era visto». La giostra è ripartita, la musica è ricominciata.
«Com’è potuto succedere?», si domanda Ferretti. È solo colpa di Massimo Zamboni e della sua chitarra? «Cantando ho trascorso tutta la mia vita adulta, mi sono garantito sopravvivenza e decoro, mi sono preso cura della mia dimora e dei suoi vecchi. Dei miei giorni, di cani e cavalli. Mai stato facile mai troppo difficile. Mai pensato di fare/essere cantante. Agli inizi era il palco: urlavo, mi agitavo, esibivo strafottente il mio disagio. Sempre, alla mia destra, composto/ciondolante Zamboni, presto, alla mia sinistra, paesaggi mutevoli. Con Annarella e Fatur rigenerammo il palco in spazio teatrale primitivo, cerimoniale, carnale ed ossessivo, penetrato dalla parola e determinato da una musicalità austera e rigorosa. Una torcia accesa che bruciando illumina ed attrae, consumandosi. I concerti di Mosca e Leningrado, già rinominata San Pietroburgo, ne segnarono l’apice. Un ultimo disco, che poi nel tempo risulterà il primo di un nuovo ciclo, a decretarne la fine Epica Etica Etnica Pathos. Conturbante visionario. Pensai di essermi liberato, non ero nato per fare il cantante. Ne ero sicuro. Tornai a vivere sui monti, nella mia casa natale, comprai una cavallina a lungo cercata come viatico per un cammino a ritroso verso l’infanzia. Una necessità impellente improrogabile e mai più disattesa. Pochi anni dopo ero di nuovo sul palco. Un palco nuovo ottimi musicisti e il piacere della musica: CSI KODEMONDO... A tratti percepisco tra indistinto brusio... A ben vedere dal palco non sono più sceso. Potrei scandire la mia vita facendo il conto dei dischi registrati in studio». È vero in fondo: Ferretti dal palco non è più sceso, anche se si è allontanato ed è stato - ed è, con potenza - molto di più di un cantante. Ha scritto libri importanti, di recente ha pubblicato persino un graphic novel. E i suoi album sono stati tutto tranne che un mestiere o una faccenda di soldi, celebrità e applausi. Ha scelto una via impervia, Giovanni Lindo, e non era nemmeno scontato che i fan di un tempo volessero stare a riascoltarlo dal vivo, dopo tutto quello che molti gli hanno tirato addosso negli anni, quando la sua fede cristiana è diventata felicemente pubblica. Eppure, forse, non poteva fare altrimenti. Doveva continuare a pregare, sì, ma non lontano da tutto. Deve pregare per combattere meglio, specie in questo presente frastornato e depresso. «Quando il mondo era giovane gli uomini sembravano non temere nulla se non che il cielo cadesse», scrive Ferretti. «L’ira degli dei, la punizione divina. Il nostro mondo è vecchio, ossessionato da sé stesso, quante paure lo attanagliano? Il mondo si sgretola rotola via. Sembra che il mondo vada a puttane è locuzione volgare ma la considero boccata d’aria fresca, altro tempo, altra baldanza. Quando ero bimbo gli uomini parlavano così». Già, il mondo forse va in rovina, ma ci sono ancora le preghiere a salvarlo, preghiere di pochi forse, ma forti. E poi, con la preghiera, c’è anche il canto. «Il mondo va a puttane è un giudizio inesorabile sul presente, aggiungo quindi alle mie preghiere quotidiane parti del Dies irae con la speranza di volgerle in canto». Il canto di Ferretti che lo ha strappato al suo eremo, ma che per tanti di noi è rassicurante e benefico, curativo. Come sempre, come una preghiera.
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