True
2021-12-13
BLABLABLA. Contro la violenza alle donne solamente parole e bugie
Ansa
Alla vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne, la senatrice Valeria Valente (Pd), presentando la relazione sull’attività della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio da lei presieduta, auspicò «che i riflettori non si spengano dopo il 25 novembre». Ma a spegnerli per due anni non è stato forse il centrosinistra? Di promesse mancate, infatti, sono lastricati gli ultimi due anni e mezzo in cui il Pd è al governo e le donne hanno continuato a morire per mano degli uomini. Del resto, anche Maria Elisabetta Alberti Casellati, presiedente del Senato, ha dovuto riconoscere che «le parole non bastano più e nemmeno la retorica che da anni riempie con puntualità le giornate attorno al 25 novembre».
Il Pd, che si fa portavoce unico delle donne vittime di violenza, è passato dall’opposizione alla maggioranza tra agosto e settembre 2019. Ma l’ultimo vero cambio di passo nella materia si era registrato prima. La legge chiamata Codice rosso porta la data del 19 luglio 2019 dopo il voto definitivo del Senato. In quella sede il Pd si astenne. La stessa senatrice Valente la definì «una normativa zoppa». «Una legge al ribasso di 5 stelle e Lega», tuonarono i suoi colleghi. Così il disegno di legge che dispone le misure per tutelare le vittime di violenza domestica e di genere, e che contiene anche misure contro il «revenge porn» (cioè la circolazione non autorizzata di immagini screditanti), fu varato dal Senato con 197 voti a favore, 47 astensioni e nessun voto contrario.
Le ragioni dell’astensione di Pd e Leu erano in larga parte politiche. Il Codice rosso era stato concepito dalla maggioranza di allora tra Lega e Movimento 5 stelle e il centrosinistra prese le distanze. Sulle piattaforme sociali scoppiarono polemiche feroci. Particolarmente bersagliata fu l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, da sempre in prima linea nelle battaglie femminili (in quel caso solo a parole). Per spiegare le sue ragioni, la Boldrini preparò un video con un collage di dichiarazioni altrui, in particolare dell’associazionismo rosa che criticavano il mancato stanziamento di risorse.
Un mese e mezzo dopo quell’astensione, il partito allora guidato da Nicola Zingaretti è andato al governo nel Conte 2 e vi è rimasto anche nell’esecutivo Draghi. Con la nuova maggioranza sarebbe potuto intervenire per cambiare quella legge così insufficiente e colmarne le lacune. Ma, a parte il «blabla» carico di retorica, ben poco è stato fatto. Il «reddito di libertà», misura messa in campo per aiutare le donne nei propri percorsi di vita e di emancipazione, è stato varato a maggio 2020 ma è diventato operativo soltanto l’8 novembre scorso con una circolare attuativa Inps. Dal 16 luglio 2020 esiste anche un Fondo per gli orfani di femminicidio, ma accedervi è per le vittime un vero incubo burocratico. Gli impegni assunti dalle istituzioni per combattere la violenza contro le donne rimangono spesso disattesi, sono incompleti o richiedono anni per vedere la luce.
Nel frattempo, gli episodi si sono purtroppo moltiplicati, come testimoniano i dati raccolti nel report «Cronache di un’occasione mancata» dell’associazione ActionAid, che ha svolto un monitoraggio delle politiche e del sistema antiviolenza in Italia. A dispetto delle promesse fatte a suo tempo dal premier Giuseppe Conte e dalle richieste della sinistra, è stata messa a disposizione solo una minima parte delle risorse extra e dei nuovi strumenti per far fronte alle esigenze delle donne che hanno subito violenza durante la pandemia. I tempi di erogazione delle risorse stanziate nel 2020 per il funzionamento ordinario dei centri antiviolenza e delle case rifugio sono tornati ad allungarsi: sono serviti in media 7 mesi per trasferire i fondi dal Dipartimento pari opportunità alle Regioni che, a oggi, risultano aver erogato solo il 2% dei fondi complessivi. In realtà, lo hanno fatto soltanto in due: la Liguria e l’Umbria, entrambe governate dal centrodestra. Il nuovo Piano antiviolenza 2021-2023, lanciato con un ritardo di quasi un anno, non è accompagnato da un piano operativo che rende chiare e verificabili le azioni da realizzare e in quali tempi.
Inoltre, l’approccio emergenziale adottato dalle istituzioni ha contraddetto nuovamente quanto dichiarato dalla politica nell’ultimo anno. L’analisi dell’utilizzo dei fondi stanziati dall’entrata in vigore, nel 2013, della legge sul femminicidio evidenzia, infatti, uno sbilanciamento netto per le azioni volte alla presa in carico delle donne che subiscono violenza. Su 186,5 milioni di euro totali, il Dipartimento pari opportunità ha destinato circa 140 milioni - il 75% delle risorse - all’asse protezione, mentre per la prevenzione sono stati allocati circa 25,8 milioni di euro, il 14%.
In dettaglio, solo 19 milioni di euro per prevenzione primaria: realizzazione di programmi educativi nelle scuole e azioni di sensibilizzazione rivolte all’intera popolazione. Altri 3,5 milioni di euro per quella secondaria: formazione delle forze di polizia che entrano in contatto con donne che hanno subito violenza. Infine, 3,2 milioni di euro per la cosiddetta terziaria, vale a dire per programmi di recupero degli uomini autori di violenza.
Nonostante la violenza contro le donne sia stata riconosciuta dalle istituzioni come un fenomeno strutturale da arginare in primo luogo attuando un cambiamento culturale, mancano le azioni concrete. Non sono state, infatti, stanziate risorse per interventi di prevenzione primaria, né è stata inclusa alcuna attività di sensibilizzazione nella strategia per la parità̀ di genere o nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
Le politiche antiviolenza sono state relegate a un Piano ad hoc senza includerle all’interno della più ampia programmazione strategica delle politiche nazionali, integrandole nelle riforme strutturali avviate dal Pnrr. Qualcosa si è mosso nelle ultime settimane: all’inizio di dicembre il governo ha varato il disegno di legge per il contrasto alla violenza sulle donne. Un testo di 11 articoli che tra le novità prevede: arresto per gli uomini violenti non più solo in flagranza di reato, procedibilità d’ufficio per i maltrattamenti domestici, pattugliamenti sotto le abitazioni in caso di minacce, uso del braccialetto elettronicoper chi è accusato di reati previsti dal Codice rosso, provvisionale per sostenere anche economicamente le donne maltrattate e gli orfani dei femminicidi: come per le estorsioni. Già nella fase d’indagine si potrà ricevere un terzo dell’indennizzo totale.
È qualcosa, ma la strada è ancora lunga e in salita. Il percorso parlamentare di un disegno di legge è lungo e incerto. E c’è l’incognita di capire le intenzioni di questo stesso Parlamento. Non può essere cancellata, infatti, l’immagine dell’aula di Montecitorio il 22 novembre scorso: solamente 8 deputati su 630 nel giorno in cui il ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, presentava la mozione contro la violenza sulle donne. Certo non vi era alcun obbligo di presenza, ma la forma è sostanza e quell’aula deserta è un altro pugno nello stomaco alle famiglie che piangono mamme, figlie, sorelle, uccise nell’indifferenza anche di quella politica che si ricorda dei femminicidi solo in prossimità delle urne o sotto i riflettori.
«Una legge lacunosa che colpisce due volte le vittime»
La legge 69 del 19 luglio 2019, denominata Codice rosso, doveva garantire protezione alle donne vittime di violenza. In realtà la normativa non ha prodotto gli effetti sperati. Le carenze legislative sono spiegate dal dottor Valerio de Gioia, giudice penale presso la prima sezione del Tribunale di Roma (specializzata per i reati contro i soggetti vulnerabili e la violenza di genere) e fra i massimi esperti in materia, oltre che autore, assieme all’avvocato Gian Ettore Gassani, di Codice rosso, volume che raccoglie le norme tese a prevenire la violenza nelle relazioni familiari e affettive e a sanzionarle.
Da recenti statistiche è emerso che solo 1 donna su 7 vittima di femminicidio aveva precedentemente denunciato le violenze subite. Perché c’è ancora tanta diffidenza, nonostante la riforma del Codice rosso? Cosa non ha funzionato e quali sono le criticità della legge?
«Le ragioni vanno cercate in una generalizzata sfiducia nelle istituzioni incapaci, nell’ottica della vittima, di garantire una reale tutela. La legge 69 è intervenuta sulla delicatissima fase delle indagini senza, però, considerare le problematicità della successiva fase del giudizio. È qui che adesso occorre intervenire».
In che modo?
«Rendendo obbligatorio l’incidente probatorio in caso di reati di violenza domestica e di genere, così da evitare che le vittime vulnerabili vengano richiamate a distanza di troppo tempo dalla denuncia (alle volte anche 3 o 4 anni dopo) generando l’aberrante fenomeno della cosiddetta vittimizzazione secondaria che, spesso, scoraggia la denuncia. Il processo non deve diventare un calvario per la donna che ha avuto il coraggio di denunciare il proprio marito o compagno violento. Opportuna, poi, è la estensione della portata dell’articolo 500, quarto comma, del codice di procedura penale consentendo, così, l’acquisizione della denuncia sporta dalla persona offesa, oltre che nel caso in cui la stessa sia stata costretta a non deporre o a deporre il falso tramite violenza o minaccia anche nei casi di accertata soggezione psicologica della vittima o del testimone con l’autore del reato».
Le donne vengono esortate a denunciare le azioni violente e i maltrattamenti subiti, ma ancora oggi risulta blanda o inesistente la protezione post denuncia che le autorità preposte dovrebbero assicurare alle vittime…
«Talvolta è emerso che l’autore del femminicidio era stato già denunciato e sottoposto a misura cautelare dal blando divieto di avvicinamento o allontanamento dalla casa familiare agli arresti domiciliari con applicazione del dispositivo di controllo a distanza: il cosiddetto braccialetto elettronico. Quest’ultimo dispositivo - che, nel caso degli arresti domiciliari può essere applicato solo con il consenso dell’indagato o imputato - non impedisce a quest’ultimo di commettere altri reati, più gravi di quelli per i quali è stato sottoposto a misura. Con il rischio di arrivare, quindi, al drammatico epilogo del femminicidio».
È una misura inefficace?
«Si limita semplicemente a segnalare alle forze dell’ordine la violazione della misura in atto. Occorre che le forze dell’ordine eseguano un monitoraggio costante sui soggetti coinvolti nel procedimento, cioè indagato e persona offesa, così da verificare la puntale osservanza della misura cautelare. In presenza di indicatori che facciano supporre che la misura non è idonea, ne dovrebbe essere previsto un aggravamento automatico e immediato senza dover attendere che venga trasgredita. Quanto mai opportuna, poi, è la previsione, in caso di richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare o della concessione della sospensione condizionale della pena, di un parere obbligatorio non vincolante dello psicologo o di altro soggetto professionalmente qualificato».
Che cosa è prioritario implementare nel Codice rosso e quali sono, invece, i punti da modificare nella legislazione sulla violenza domestica e di genere?
«Sono favorevole ai percorsi di recupero dei maltrattanti a condizione che abbiano prima effettivamente scontato la pena loro inflitta e riparato, anche economicamente, al danno fatto. Ritengo urgente la modifica della previsione, introdotta con il Codice rosso, che subordina la concessione della sospensione condizionale della pena al percorso di recupero: il legislatore non ha considerato che, una volta sospesa la pena, la misura cautelare, eventualmente in atto, perde la sua efficacia e il soggetto torna completamente libero prima ancora che sia iniziato il percorso che deve portare al suo recupero. Con grave rischio per la persona che si intende tutelare».
«È vero, c’è tanta strada da fare»
Dall’inizio del 2021 sono 110 le donne vittime di violenza: 94 sono state uccise in ambito familiare o affettivo, 64 per mano del partner o dell’ex. Dati in aumento rispetto al 2020, segno che le tutele esistenti non sono ancora in grado di prevenire e garantire effettiva protezione. Ne abbiamo parlato con Lucia Annibali, deputata di Italia Viva sfregiata con l’acido, il 16 aprile 2013, su mandato dell’ex fidanzato per questo condannato a 20 anni di reclusione.
Perché Italia viva si è mossa solo adesso per cambiare qualcosa nella legge nota come Codice Rosso?
«Nel 2019 ci siamo trovati davanti a un provvedimento non aperto a modifiche. Molte cose, però, sono state fatte di recente. Penso alla riforma del processo penale e civile. C’è poi un nuovo Piano nazionale antiviolenza, che pone l’accento anche su altre forme di violenza, ad esempio quella economica: alle donne che subiscono violenza non interessa la vendetta, quindi l’aumento della pena, ma la protezione e la possibilità di riacquistare una propria autonomia».
I dati del 2021 dimostrano però che le donne sono state lasciate sole. I centri antiviolenza sono pochi e il reddito di libertà è una misura non strutturale.
«È vero. La cronaca conferma che al sistema di tutela delle donne vittime di violenza mancano pezzi. E da sempre è così. Però si sta andando avanti, a poco a poco, per rafforzare gli strumenti di prevenzione e colmare i vuoti. Il reddito di libertà nasce da un mio emendamento parlamentare al decreto Bilancio e quindi è del 2020. È indubbio che l’Inps ha impiegato un po’ di tempo per rendere operativo il sistema, ma sappiamo quanto, purtroppo, i passaggi amministrativi frenano l’esecutività dei provvedimenti. È un percorso complicato, l’importante è arrivare alla meta».
Ma nel lento cammino i femminicidi aumentano…
«Sono in costante aumento rispetto agli omicidi, che invece diminuiscono, perché la violenza maschile sulle donne è un fenomeno strutturale, non emergenziale, che affonda le proprie radici nella cultura patriarcale dominante».
Dovremmo, dunque, rassegnarci?
«No, ma non possiamo prescindere dalle radici di un fenomeno sul quale incide molto l’organizzazione economica della società. Per questo è importante agire sulla parità di genere, ma anche sul piano economico per dare alle donne maggiore possibilità di indipendenza economica».
Non le sembra che l’attenzione al fenomeno si limiti a una giornata o ad azioni simboliche, come panchine e scarpe rosse?
«Si può e si deve fare sempre meglio. I casi di cronaca ci devono servire per imparare il linguaggio corretto, l’approccio giusto per sentirci molto più responsabili di quello che succede. Quanto alle leggi, bisogna soprattutto conoscerle e applicarle nel modo giusto. Insomma, fondamentale è il passo dell’uomo chiamato ad applicare in modo corretto le leggi e fare in modo che non restino solo sulla carta. Anche le autorità giudiziarie devono sentirsi responsabili di quello che accade e farsi un serio esame di coscienza in tema di preparazione e, dunque, di capacità e consapevolezza nel trattare le storie di violenza e dare risposte adeguate. Occorre, insomma, investire di più nella formazione».
Ha mai pensato di farsi promotrice di una «garanzia sanitaria» per le donne vittime di violenza, togliendo loro le spese mediche che sono costrette a sostenere per la violenza subita?
«No, ma può essere un elemento in più».
Continua a leggereRiduci
Nel 2019 la sinistra all’opposizione non ha votato il Codice rosso. Poi, al governo, poteva cambiare le cose ma non l’ha fatto limitandosi a grandi discorsi e poche azioni concrete. Fino alla vergogna dell’aula vuota.«Una legge lacunosa che colpisce due volte le vittime». Il magistrato Valerio De Gioia: «Si invita a denunciare ma senza dare protezione Il braccialetto elettronico non impedisce di compiere altri reati».«È vero, c’è tanta strada da fare». La deputata di Italia viva che fu sfregiata Lucia Annibali: «Inps lento nell’introdurre il reddito di libertà. Favorevole a una garanzia sanitaria per spese mediche gratuite dopo le aggressioni» .Lo speciale comprende tre articoli.Alla vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne, la senatrice Valeria Valente (Pd), presentando la relazione sull’attività della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio da lei presieduta, auspicò «che i riflettori non si spengano dopo il 25 novembre». Ma a spegnerli per due anni non è stato forse il centrosinistra? Di promesse mancate, infatti, sono lastricati gli ultimi due anni e mezzo in cui il Pd è al governo e le donne hanno continuato a morire per mano degli uomini. Del resto, anche Maria Elisabetta Alberti Casellati, presiedente del Senato, ha dovuto riconoscere che «le parole non bastano più e nemmeno la retorica che da anni riempie con puntualità le giornate attorno al 25 novembre». Il Pd, che si fa portavoce unico delle donne vittime di violenza, è passato dall’opposizione alla maggioranza tra agosto e settembre 2019. Ma l’ultimo vero cambio di passo nella materia si era registrato prima. La legge chiamata Codice rosso porta la data del 19 luglio 2019 dopo il voto definitivo del Senato. In quella sede il Pd si astenne. La stessa senatrice Valente la definì «una normativa zoppa». «Una legge al ribasso di 5 stelle e Lega», tuonarono i suoi colleghi. Così il disegno di legge che dispone le misure per tutelare le vittime di violenza domestica e di genere, e che contiene anche misure contro il «revenge porn» (cioè la circolazione non autorizzata di immagini screditanti), fu varato dal Senato con 197 voti a favore, 47 astensioni e nessun voto contrario. Le ragioni dell’astensione di Pd e Leu erano in larga parte politiche. Il Codice rosso era stato concepito dalla maggioranza di allora tra Lega e Movimento 5 stelle e il centrosinistra prese le distanze. Sulle piattaforme sociali scoppiarono polemiche feroci. Particolarmente bersagliata fu l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, da sempre in prima linea nelle battaglie femminili (in quel caso solo a parole). Per spiegare le sue ragioni, la Boldrini preparò un video con un collage di dichiarazioni altrui, in particolare dell’associazionismo rosa che criticavano il mancato stanziamento di risorse.Un mese e mezzo dopo quell’astensione, il partito allora guidato da Nicola Zingaretti è andato al governo nel Conte 2 e vi è rimasto anche nell’esecutivo Draghi. Con la nuova maggioranza sarebbe potuto intervenire per cambiare quella legge così insufficiente e colmarne le lacune. Ma, a parte il «blabla» carico di retorica, ben poco è stato fatto. Il «reddito di libertà», misura messa in campo per aiutare le donne nei propri percorsi di vita e di emancipazione, è stato varato a maggio 2020 ma è diventato operativo soltanto l’8 novembre scorso con una circolare attuativa Inps. Dal 16 luglio 2020 esiste anche un Fondo per gli orfani di femminicidio, ma accedervi è per le vittime un vero incubo burocratico. Gli impegni assunti dalle istituzioni per combattere la violenza contro le donne rimangono spesso disattesi, sono incompleti o richiedono anni per vedere la luce.Nel frattempo, gli episodi si sono purtroppo moltiplicati, come testimoniano i dati raccolti nel report «Cronache di un’occasione mancata» dell’associazione ActionAid, che ha svolto un monitoraggio delle politiche e del sistema antiviolenza in Italia. A dispetto delle promesse fatte a suo tempo dal premier Giuseppe Conte e dalle richieste della sinistra, è stata messa a disposizione solo una minima parte delle risorse extra e dei nuovi strumenti per far fronte alle esigenze delle donne che hanno subito violenza durante la pandemia. I tempi di erogazione delle risorse stanziate nel 2020 per il funzionamento ordinario dei centri antiviolenza e delle case rifugio sono tornati ad allungarsi: sono serviti in media 7 mesi per trasferire i fondi dal Dipartimento pari opportunità alle Regioni che, a oggi, risultano aver erogato solo il 2% dei fondi complessivi. In realtà, lo hanno fatto soltanto in due: la Liguria e l’Umbria, entrambe governate dal centrodestra. Il nuovo Piano antiviolenza 2021-2023, lanciato con un ritardo di quasi un anno, non è accompagnato da un piano operativo che rende chiare e verificabili le azioni da realizzare e in quali tempi.Inoltre, l’approccio emergenziale adottato dalle istituzioni ha contraddetto nuovamente quanto dichiarato dalla politica nell’ultimo anno. L’analisi dell’utilizzo dei fondi stanziati dall’entrata in vigore, nel 2013, della legge sul femminicidio evidenzia, infatti, uno sbilanciamento netto per le azioni volte alla presa in carico delle donne che subiscono violenza. Su 186,5 milioni di euro totali, il Dipartimento pari opportunità ha destinato circa 140 milioni - il 75% delle risorse - all’asse protezione, mentre per la prevenzione sono stati allocati circa 25,8 milioni di euro, il 14%. In dettaglio, solo 19 milioni di euro per prevenzione primaria: realizzazione di programmi educativi nelle scuole e azioni di sensibilizzazione rivolte all’intera popolazione. Altri 3,5 milioni di euro per quella secondaria: formazione delle forze di polizia che entrano in contatto con donne che hanno subito violenza. Infine, 3,2 milioni di euro per la cosiddetta terziaria, vale a dire per programmi di recupero degli uomini autori di violenza. Nonostante la violenza contro le donne sia stata riconosciuta dalle istituzioni come un fenomeno strutturale da arginare in primo luogo attuando un cambiamento culturale, mancano le azioni concrete. Non sono state, infatti, stanziate risorse per interventi di prevenzione primaria, né è stata inclusa alcuna attività di sensibilizzazione nella strategia per la parità̀ di genere o nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Le politiche antiviolenza sono state relegate a un Piano ad hoc senza includerle all’interno della più ampia programmazione strategica delle politiche nazionali, integrandole nelle riforme strutturali avviate dal Pnrr. Qualcosa si è mosso nelle ultime settimane: all’inizio di dicembre il governo ha varato il disegno di legge per il contrasto alla violenza sulle donne. Un testo di 11 articoli che tra le novità prevede: arresto per gli uomini violenti non più solo in flagranza di reato, procedibilità d’ufficio per i maltrattamenti domestici, pattugliamenti sotto le abitazioni in caso di minacce, uso del braccialetto elettronicoper chi è accusato di reati previsti dal Codice rosso, provvisionale per sostenere anche economicamente le donne maltrattate e gli orfani dei femminicidi: come per le estorsioni. Già nella fase d’indagine si potrà ricevere un terzo dell’indennizzo totale.È qualcosa, ma la strada è ancora lunga e in salita. Il percorso parlamentare di un disegno di legge è lungo e incerto. E c’è l’incognita di capire le intenzioni di questo stesso Parlamento. Non può essere cancellata, infatti, l’immagine dell’aula di Montecitorio il 22 novembre scorso: solamente 8 deputati su 630 nel giorno in cui il ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, presentava la mozione contro la violenza sulle donne. Certo non vi era alcun obbligo di presenza, ma la forma è sostanza e quell’aula deserta è un altro pugno nello stomaco alle famiglie che piangono mamme, figlie, sorelle, uccise nell’indifferenza anche di quella politica che si ricorda dei femminicidi solo in prossimità delle urne o sotto i riflettori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/blablabla-contro-la-violenza-alle-donne-solamente-parole-e-bugie-2656006749.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-legge-lacunosa-che-colpisce-due-volte-le-vittime" data-post-id="2656006749" data-published-at="1639342959" data-use-pagination="False"> «Una legge lacunosa che colpisce due volte le vittime» La legge 69 del 19 luglio 2019, denominata Codice rosso, doveva garantire protezione alle donne vittime di violenza. In realtà la normativa non ha prodotto gli effetti sperati. Le carenze legislative sono spiegate dal dottor Valerio de Gioia, giudice penale presso la prima sezione del Tribunale di Roma (specializzata per i reati contro i soggetti vulnerabili e la violenza di genere) e fra i massimi esperti in materia, oltre che autore, assieme all’avvocato Gian Ettore Gassani, di Codice rosso, volume che raccoglie le norme tese a prevenire la violenza nelle relazioni familiari e affettive e a sanzionarle. Da recenti statistiche è emerso che solo 1 donna su 7 vittima di femminicidio aveva precedentemente denunciato le violenze subite. Perché c’è ancora tanta diffidenza, nonostante la riforma del Codice rosso? Cosa non ha funzionato e quali sono le criticità della legge? «Le ragioni vanno cercate in una generalizzata sfiducia nelle istituzioni incapaci, nell’ottica della vittima, di garantire una reale tutela. La legge 69 è intervenuta sulla delicatissima fase delle indagini senza, però, considerare le problematicità della successiva fase del giudizio. È qui che adesso occorre intervenire». In che modo? «Rendendo obbligatorio l’incidente probatorio in caso di reati di violenza domestica e di genere, così da evitare che le vittime vulnerabili vengano richiamate a distanza di troppo tempo dalla denuncia (alle volte anche 3 o 4 anni dopo) generando l’aberrante fenomeno della cosiddetta vittimizzazione secondaria che, spesso, scoraggia la denuncia. Il processo non deve diventare un calvario per la donna che ha avuto il coraggio di denunciare il proprio marito o compagno violento. Opportuna, poi, è la estensione della portata dell’articolo 500, quarto comma, del codice di procedura penale consentendo, così, l’acquisizione della denuncia sporta dalla persona offesa, oltre che nel caso in cui la stessa sia stata costretta a non deporre o a deporre il falso tramite violenza o minaccia anche nei casi di accertata soggezione psicologica della vittima o del testimone con l’autore del reato». Le donne vengono esortate a denunciare le azioni violente e i maltrattamenti subiti, ma ancora oggi risulta blanda o inesistente la protezione post denuncia che le autorità preposte dovrebbero assicurare alle vittime… «Talvolta è emerso che l’autore del femminicidio era stato già denunciato e sottoposto a misura cautelare dal blando divieto di avvicinamento o allontanamento dalla casa familiare agli arresti domiciliari con applicazione del dispositivo di controllo a distanza: il cosiddetto braccialetto elettronico. Quest’ultimo dispositivo - che, nel caso degli arresti domiciliari può essere applicato solo con il consenso dell’indagato o imputato - non impedisce a quest’ultimo di commettere altri reati, più gravi di quelli per i quali è stato sottoposto a misura. Con il rischio di arrivare, quindi, al drammatico epilogo del femminicidio». È una misura inefficace? «Si limita semplicemente a segnalare alle forze dell’ordine la violazione della misura in atto. Occorre che le forze dell’ordine eseguano un monitoraggio costante sui soggetti coinvolti nel procedimento, cioè indagato e persona offesa, così da verificare la puntale osservanza della misura cautelare. In presenza di indicatori che facciano supporre che la misura non è idonea, ne dovrebbe essere previsto un aggravamento automatico e immediato senza dover attendere che venga trasgredita. Quanto mai opportuna, poi, è la previsione, in caso di richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare o della concessione della sospensione condizionale della pena, di un parere obbligatorio non vincolante dello psicologo o di altro soggetto professionalmente qualificato». Che cosa è prioritario implementare nel Codice rosso e quali sono, invece, i punti da modificare nella legislazione sulla violenza domestica e di genere? «Sono favorevole ai percorsi di recupero dei maltrattanti a condizione che abbiano prima effettivamente scontato la pena loro inflitta e riparato, anche economicamente, al danno fatto. Ritengo urgente la modifica della previsione, introdotta con il Codice rosso, che subordina la concessione della sospensione condizionale della pena al percorso di recupero: il legislatore non ha considerato che, una volta sospesa la pena, la misura cautelare, eventualmente in atto, perde la sua efficacia e il soggetto torna completamente libero prima ancora che sia iniziato il percorso che deve portare al suo recupero. Con grave rischio per la persona che si intende tutelare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/blablabla-contro-la-violenza-alle-donne-solamente-parole-e-bugie-2656006749.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-vero-ce-tanta-strada-da-fare" data-post-id="2656006749" data-published-at="1639342959" data-use-pagination="False"> «È vero, c’è tanta strada da fare» Dall’inizio del 2021 sono 110 le donne vittime di violenza: 94 sono state uccise in ambito familiare o affettivo, 64 per mano del partner o dell’ex. Dati in aumento rispetto al 2020, segno che le tutele esistenti non sono ancora in grado di prevenire e garantire effettiva protezione. Ne abbiamo parlato con Lucia Annibali, deputata di Italia Viva sfregiata con l’acido, il 16 aprile 2013, su mandato dell’ex fidanzato per questo condannato a 20 anni di reclusione. Perché Italia viva si è mossa solo adesso per cambiare qualcosa nella legge nota come Codice Rosso? «Nel 2019 ci siamo trovati davanti a un provvedimento non aperto a modifiche. Molte cose, però, sono state fatte di recente. Penso alla riforma del processo penale e civile. C’è poi un nuovo Piano nazionale antiviolenza, che pone l’accento anche su altre forme di violenza, ad esempio quella economica: alle donne che subiscono violenza non interessa la vendetta, quindi l’aumento della pena, ma la protezione e la possibilità di riacquistare una propria autonomia». I dati del 2021 dimostrano però che le donne sono state lasciate sole. I centri antiviolenza sono pochi e il reddito di libertà è una misura non strutturale. «È vero. La cronaca conferma che al sistema di tutela delle donne vittime di violenza mancano pezzi. E da sempre è così. Però si sta andando avanti, a poco a poco, per rafforzare gli strumenti di prevenzione e colmare i vuoti. Il reddito di libertà nasce da un mio emendamento parlamentare al decreto Bilancio e quindi è del 2020. È indubbio che l’Inps ha impiegato un po’ di tempo per rendere operativo il sistema, ma sappiamo quanto, purtroppo, i passaggi amministrativi frenano l’esecutività dei provvedimenti. È un percorso complicato, l’importante è arrivare alla meta». Ma nel lento cammino i femminicidi aumentano… «Sono in costante aumento rispetto agli omicidi, che invece diminuiscono, perché la violenza maschile sulle donne è un fenomeno strutturale, non emergenziale, che affonda le proprie radici nella cultura patriarcale dominante». Dovremmo, dunque, rassegnarci? «No, ma non possiamo prescindere dalle radici di un fenomeno sul quale incide molto l’organizzazione economica della società. Per questo è importante agire sulla parità di genere, ma anche sul piano economico per dare alle donne maggiore possibilità di indipendenza economica». Non le sembra che l’attenzione al fenomeno si limiti a una giornata o ad azioni simboliche, come panchine e scarpe rosse? «Si può e si deve fare sempre meglio. I casi di cronaca ci devono servire per imparare il linguaggio corretto, l’approccio giusto per sentirci molto più responsabili di quello che succede. Quanto alle leggi, bisogna soprattutto conoscerle e applicarle nel modo giusto. Insomma, fondamentale è il passo dell’uomo chiamato ad applicare in modo corretto le leggi e fare in modo che non restino solo sulla carta. Anche le autorità giudiziarie devono sentirsi responsabili di quello che accade e farsi un serio esame di coscienza in tema di preparazione e, dunque, di capacità e consapevolezza nel trattare le storie di violenza e dare risposte adeguate. Occorre, insomma, investire di più nella formazione». Ha mai pensato di farsi promotrice di una «garanzia sanitaria» per le donne vittime di violenza, togliendo loro le spese mediche che sono costrette a sostenere per la violenza subita? «No, ma può essere un elemento in più».
iStock
Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
Continua a leggereRiduci
Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
Continua a leggereRiduci
Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
Continua a leggereRiduci
iStock
Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
Continua a leggereRiduci