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2021-12-13
BLABLABLA. Contro la violenza alle donne solamente parole e bugie
Ansa
Alla vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne, la senatrice Valeria Valente (Pd), presentando la relazione sull’attività della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio da lei presieduta, auspicò «che i riflettori non si spengano dopo il 25 novembre». Ma a spegnerli per due anni non è stato forse il centrosinistra? Di promesse mancate, infatti, sono lastricati gli ultimi due anni e mezzo in cui il Pd è al governo e le donne hanno continuato a morire per mano degli uomini. Del resto, anche Maria Elisabetta Alberti Casellati, presiedente del Senato, ha dovuto riconoscere che «le parole non bastano più e nemmeno la retorica che da anni riempie con puntualità le giornate attorno al 25 novembre».
Il Pd, che si fa portavoce unico delle donne vittime di violenza, è passato dall’opposizione alla maggioranza tra agosto e settembre 2019. Ma l’ultimo vero cambio di passo nella materia si era registrato prima. La legge chiamata Codice rosso porta la data del 19 luglio 2019 dopo il voto definitivo del Senato. In quella sede il Pd si astenne. La stessa senatrice Valente la definì «una normativa zoppa». «Una legge al ribasso di 5 stelle e Lega», tuonarono i suoi colleghi. Così il disegno di legge che dispone le misure per tutelare le vittime di violenza domestica e di genere, e che contiene anche misure contro il «revenge porn» (cioè la circolazione non autorizzata di immagini screditanti), fu varato dal Senato con 197 voti a favore, 47 astensioni e nessun voto contrario.
Le ragioni dell’astensione di Pd e Leu erano in larga parte politiche. Il Codice rosso era stato concepito dalla maggioranza di allora tra Lega e Movimento 5 stelle e il centrosinistra prese le distanze. Sulle piattaforme sociali scoppiarono polemiche feroci. Particolarmente bersagliata fu l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, da sempre in prima linea nelle battaglie femminili (in quel caso solo a parole). Per spiegare le sue ragioni, la Boldrini preparò un video con un collage di dichiarazioni altrui, in particolare dell’associazionismo rosa che criticavano il mancato stanziamento di risorse.
Un mese e mezzo dopo quell’astensione, il partito allora guidato da Nicola Zingaretti è andato al governo nel Conte 2 e vi è rimasto anche nell’esecutivo Draghi. Con la nuova maggioranza sarebbe potuto intervenire per cambiare quella legge così insufficiente e colmarne le lacune. Ma, a parte il «blabla» carico di retorica, ben poco è stato fatto. Il «reddito di libertà», misura messa in campo per aiutare le donne nei propri percorsi di vita e di emancipazione, è stato varato a maggio 2020 ma è diventato operativo soltanto l’8 novembre scorso con una circolare attuativa Inps. Dal 16 luglio 2020 esiste anche un Fondo per gli orfani di femminicidio, ma accedervi è per le vittime un vero incubo burocratico. Gli impegni assunti dalle istituzioni per combattere la violenza contro le donne rimangono spesso disattesi, sono incompleti o richiedono anni per vedere la luce.
Nel frattempo, gli episodi si sono purtroppo moltiplicati, come testimoniano i dati raccolti nel report «Cronache di un’occasione mancata» dell’associazione ActionAid, che ha svolto un monitoraggio delle politiche e del sistema antiviolenza in Italia. A dispetto delle promesse fatte a suo tempo dal premier Giuseppe Conte e dalle richieste della sinistra, è stata messa a disposizione solo una minima parte delle risorse extra e dei nuovi strumenti per far fronte alle esigenze delle donne che hanno subito violenza durante la pandemia. I tempi di erogazione delle risorse stanziate nel 2020 per il funzionamento ordinario dei centri antiviolenza e delle case rifugio sono tornati ad allungarsi: sono serviti in media 7 mesi per trasferire i fondi dal Dipartimento pari opportunità alle Regioni che, a oggi, risultano aver erogato solo il 2% dei fondi complessivi. In realtà, lo hanno fatto soltanto in due: la Liguria e l’Umbria, entrambe governate dal centrodestra. Il nuovo Piano antiviolenza 2021-2023, lanciato con un ritardo di quasi un anno, non è accompagnato da un piano operativo che rende chiare e verificabili le azioni da realizzare e in quali tempi.
Inoltre, l’approccio emergenziale adottato dalle istituzioni ha contraddetto nuovamente quanto dichiarato dalla politica nell’ultimo anno. L’analisi dell’utilizzo dei fondi stanziati dall’entrata in vigore, nel 2013, della legge sul femminicidio evidenzia, infatti, uno sbilanciamento netto per le azioni volte alla presa in carico delle donne che subiscono violenza. Su 186,5 milioni di euro totali, il Dipartimento pari opportunità ha destinato circa 140 milioni - il 75% delle risorse - all’asse protezione, mentre per la prevenzione sono stati allocati circa 25,8 milioni di euro, il 14%.
In dettaglio, solo 19 milioni di euro per prevenzione primaria: realizzazione di programmi educativi nelle scuole e azioni di sensibilizzazione rivolte all’intera popolazione. Altri 3,5 milioni di euro per quella secondaria: formazione delle forze di polizia che entrano in contatto con donne che hanno subito violenza. Infine, 3,2 milioni di euro per la cosiddetta terziaria, vale a dire per programmi di recupero degli uomini autori di violenza.
Nonostante la violenza contro le donne sia stata riconosciuta dalle istituzioni come un fenomeno strutturale da arginare in primo luogo attuando un cambiamento culturale, mancano le azioni concrete. Non sono state, infatti, stanziate risorse per interventi di prevenzione primaria, né è stata inclusa alcuna attività di sensibilizzazione nella strategia per la parità̀ di genere o nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
Le politiche antiviolenza sono state relegate a un Piano ad hoc senza includerle all’interno della più ampia programmazione strategica delle politiche nazionali, integrandole nelle riforme strutturali avviate dal Pnrr. Qualcosa si è mosso nelle ultime settimane: all’inizio di dicembre il governo ha varato il disegno di legge per il contrasto alla violenza sulle donne. Un testo di 11 articoli che tra le novità prevede: arresto per gli uomini violenti non più solo in flagranza di reato, procedibilità d’ufficio per i maltrattamenti domestici, pattugliamenti sotto le abitazioni in caso di minacce, uso del braccialetto elettronicoper chi è accusato di reati previsti dal Codice rosso, provvisionale per sostenere anche economicamente le donne maltrattate e gli orfani dei femminicidi: come per le estorsioni. Già nella fase d’indagine si potrà ricevere un terzo dell’indennizzo totale.
È qualcosa, ma la strada è ancora lunga e in salita. Il percorso parlamentare di un disegno di legge è lungo e incerto. E c’è l’incognita di capire le intenzioni di questo stesso Parlamento. Non può essere cancellata, infatti, l’immagine dell’aula di Montecitorio il 22 novembre scorso: solamente 8 deputati su 630 nel giorno in cui il ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, presentava la mozione contro la violenza sulle donne. Certo non vi era alcun obbligo di presenza, ma la forma è sostanza e quell’aula deserta è un altro pugno nello stomaco alle famiglie che piangono mamme, figlie, sorelle, uccise nell’indifferenza anche di quella politica che si ricorda dei femminicidi solo in prossimità delle urne o sotto i riflettori.
«Una legge lacunosa che colpisce due volte le vittime»
La legge 69 del 19 luglio 2019, denominata Codice rosso, doveva garantire protezione alle donne vittime di violenza. In realtà la normativa non ha prodotto gli effetti sperati. Le carenze legislative sono spiegate dal dottor Valerio de Gioia, giudice penale presso la prima sezione del Tribunale di Roma (specializzata per i reati contro i soggetti vulnerabili e la violenza di genere) e fra i massimi esperti in materia, oltre che autore, assieme all’avvocato Gian Ettore Gassani, di Codice rosso, volume che raccoglie le norme tese a prevenire la violenza nelle relazioni familiari e affettive e a sanzionarle.
Da recenti statistiche è emerso che solo 1 donna su 7 vittima di femminicidio aveva precedentemente denunciato le violenze subite. Perché c’è ancora tanta diffidenza, nonostante la riforma del Codice rosso? Cosa non ha funzionato e quali sono le criticità della legge?
«Le ragioni vanno cercate in una generalizzata sfiducia nelle istituzioni incapaci, nell’ottica della vittima, di garantire una reale tutela. La legge 69 è intervenuta sulla delicatissima fase delle indagini senza, però, considerare le problematicità della successiva fase del giudizio. È qui che adesso occorre intervenire».
In che modo?
«Rendendo obbligatorio l’incidente probatorio in caso di reati di violenza domestica e di genere, così da evitare che le vittime vulnerabili vengano richiamate a distanza di troppo tempo dalla denuncia (alle volte anche 3 o 4 anni dopo) generando l’aberrante fenomeno della cosiddetta vittimizzazione secondaria che, spesso, scoraggia la denuncia. Il processo non deve diventare un calvario per la donna che ha avuto il coraggio di denunciare il proprio marito o compagno violento. Opportuna, poi, è la estensione della portata dell’articolo 500, quarto comma, del codice di procedura penale consentendo, così, l’acquisizione della denuncia sporta dalla persona offesa, oltre che nel caso in cui la stessa sia stata costretta a non deporre o a deporre il falso tramite violenza o minaccia anche nei casi di accertata soggezione psicologica della vittima o del testimone con l’autore del reato».
Le donne vengono esortate a denunciare le azioni violente e i maltrattamenti subiti, ma ancora oggi risulta blanda o inesistente la protezione post denuncia che le autorità preposte dovrebbero assicurare alle vittime…
«Talvolta è emerso che l’autore del femminicidio era stato già denunciato e sottoposto a misura cautelare dal blando divieto di avvicinamento o allontanamento dalla casa familiare agli arresti domiciliari con applicazione del dispositivo di controllo a distanza: il cosiddetto braccialetto elettronico. Quest’ultimo dispositivo - che, nel caso degli arresti domiciliari può essere applicato solo con il consenso dell’indagato o imputato - non impedisce a quest’ultimo di commettere altri reati, più gravi di quelli per i quali è stato sottoposto a misura. Con il rischio di arrivare, quindi, al drammatico epilogo del femminicidio».
È una misura inefficace?
«Si limita semplicemente a segnalare alle forze dell’ordine la violazione della misura in atto. Occorre che le forze dell’ordine eseguano un monitoraggio costante sui soggetti coinvolti nel procedimento, cioè indagato e persona offesa, così da verificare la puntale osservanza della misura cautelare. In presenza di indicatori che facciano supporre che la misura non è idonea, ne dovrebbe essere previsto un aggravamento automatico e immediato senza dover attendere che venga trasgredita. Quanto mai opportuna, poi, è la previsione, in caso di richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare o della concessione della sospensione condizionale della pena, di un parere obbligatorio non vincolante dello psicologo o di altro soggetto professionalmente qualificato».
Che cosa è prioritario implementare nel Codice rosso e quali sono, invece, i punti da modificare nella legislazione sulla violenza domestica e di genere?
«Sono favorevole ai percorsi di recupero dei maltrattanti a condizione che abbiano prima effettivamente scontato la pena loro inflitta e riparato, anche economicamente, al danno fatto. Ritengo urgente la modifica della previsione, introdotta con il Codice rosso, che subordina la concessione della sospensione condizionale della pena al percorso di recupero: il legislatore non ha considerato che, una volta sospesa la pena, la misura cautelare, eventualmente in atto, perde la sua efficacia e il soggetto torna completamente libero prima ancora che sia iniziato il percorso che deve portare al suo recupero. Con grave rischio per la persona che si intende tutelare».
«È vero, c’è tanta strada da fare»
Dall’inizio del 2021 sono 110 le donne vittime di violenza: 94 sono state uccise in ambito familiare o affettivo, 64 per mano del partner o dell’ex. Dati in aumento rispetto al 2020, segno che le tutele esistenti non sono ancora in grado di prevenire e garantire effettiva protezione. Ne abbiamo parlato con Lucia Annibali, deputata di Italia Viva sfregiata con l’acido, il 16 aprile 2013, su mandato dell’ex fidanzato per questo condannato a 20 anni di reclusione.
Perché Italia viva si è mossa solo adesso per cambiare qualcosa nella legge nota come Codice Rosso?
«Nel 2019 ci siamo trovati davanti a un provvedimento non aperto a modifiche. Molte cose, però, sono state fatte di recente. Penso alla riforma del processo penale e civile. C’è poi un nuovo Piano nazionale antiviolenza, che pone l’accento anche su altre forme di violenza, ad esempio quella economica: alle donne che subiscono violenza non interessa la vendetta, quindi l’aumento della pena, ma la protezione e la possibilità di riacquistare una propria autonomia».
I dati del 2021 dimostrano però che le donne sono state lasciate sole. I centri antiviolenza sono pochi e il reddito di libertà è una misura non strutturale.
«È vero. La cronaca conferma che al sistema di tutela delle donne vittime di violenza mancano pezzi. E da sempre è così. Però si sta andando avanti, a poco a poco, per rafforzare gli strumenti di prevenzione e colmare i vuoti. Il reddito di libertà nasce da un mio emendamento parlamentare al decreto Bilancio e quindi è del 2020. È indubbio che l’Inps ha impiegato un po’ di tempo per rendere operativo il sistema, ma sappiamo quanto, purtroppo, i passaggi amministrativi frenano l’esecutività dei provvedimenti. È un percorso complicato, l’importante è arrivare alla meta».
Ma nel lento cammino i femminicidi aumentano…
«Sono in costante aumento rispetto agli omicidi, che invece diminuiscono, perché la violenza maschile sulle donne è un fenomeno strutturale, non emergenziale, che affonda le proprie radici nella cultura patriarcale dominante».
Dovremmo, dunque, rassegnarci?
«No, ma non possiamo prescindere dalle radici di un fenomeno sul quale incide molto l’organizzazione economica della società. Per questo è importante agire sulla parità di genere, ma anche sul piano economico per dare alle donne maggiore possibilità di indipendenza economica».
Non le sembra che l’attenzione al fenomeno si limiti a una giornata o ad azioni simboliche, come panchine e scarpe rosse?
«Si può e si deve fare sempre meglio. I casi di cronaca ci devono servire per imparare il linguaggio corretto, l’approccio giusto per sentirci molto più responsabili di quello che succede. Quanto alle leggi, bisogna soprattutto conoscerle e applicarle nel modo giusto. Insomma, fondamentale è il passo dell’uomo chiamato ad applicare in modo corretto le leggi e fare in modo che non restino solo sulla carta. Anche le autorità giudiziarie devono sentirsi responsabili di quello che accade e farsi un serio esame di coscienza in tema di preparazione e, dunque, di capacità e consapevolezza nel trattare le storie di violenza e dare risposte adeguate. Occorre, insomma, investire di più nella formazione».
Ha mai pensato di farsi promotrice di una «garanzia sanitaria» per le donne vittime di violenza, togliendo loro le spese mediche che sono costrette a sostenere per la violenza subita?
«No, ma può essere un elemento in più».
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Nel 2019 la sinistra all’opposizione non ha votato il Codice rosso. Poi, al governo, poteva cambiare le cose ma non l’ha fatto limitandosi a grandi discorsi e poche azioni concrete. Fino alla vergogna dell’aula vuota.«Una legge lacunosa che colpisce due volte le vittime». Il magistrato Valerio De Gioia: «Si invita a denunciare ma senza dare protezione Il braccialetto elettronico non impedisce di compiere altri reati».«È vero, c’è tanta strada da fare». La deputata di Italia viva che fu sfregiata Lucia Annibali: «Inps lento nell’introdurre il reddito di libertà. Favorevole a una garanzia sanitaria per spese mediche gratuite dopo le aggressioni» .Lo speciale comprende tre articoli.Alla vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne, la senatrice Valeria Valente (Pd), presentando la relazione sull’attività della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio da lei presieduta, auspicò «che i riflettori non si spengano dopo il 25 novembre». Ma a spegnerli per due anni non è stato forse il centrosinistra? Di promesse mancate, infatti, sono lastricati gli ultimi due anni e mezzo in cui il Pd è al governo e le donne hanno continuato a morire per mano degli uomini. Del resto, anche Maria Elisabetta Alberti Casellati, presiedente del Senato, ha dovuto riconoscere che «le parole non bastano più e nemmeno la retorica che da anni riempie con puntualità le giornate attorno al 25 novembre». Il Pd, che si fa portavoce unico delle donne vittime di violenza, è passato dall’opposizione alla maggioranza tra agosto e settembre 2019. Ma l’ultimo vero cambio di passo nella materia si era registrato prima. La legge chiamata Codice rosso porta la data del 19 luglio 2019 dopo il voto definitivo del Senato. In quella sede il Pd si astenne. La stessa senatrice Valente la definì «una normativa zoppa». «Una legge al ribasso di 5 stelle e Lega», tuonarono i suoi colleghi. Così il disegno di legge che dispone le misure per tutelare le vittime di violenza domestica e di genere, e che contiene anche misure contro il «revenge porn» (cioè la circolazione non autorizzata di immagini screditanti), fu varato dal Senato con 197 voti a favore, 47 astensioni e nessun voto contrario. Le ragioni dell’astensione di Pd e Leu erano in larga parte politiche. Il Codice rosso era stato concepito dalla maggioranza di allora tra Lega e Movimento 5 stelle e il centrosinistra prese le distanze. Sulle piattaforme sociali scoppiarono polemiche feroci. Particolarmente bersagliata fu l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, da sempre in prima linea nelle battaglie femminili (in quel caso solo a parole). Per spiegare le sue ragioni, la Boldrini preparò un video con un collage di dichiarazioni altrui, in particolare dell’associazionismo rosa che criticavano il mancato stanziamento di risorse.Un mese e mezzo dopo quell’astensione, il partito allora guidato da Nicola Zingaretti è andato al governo nel Conte 2 e vi è rimasto anche nell’esecutivo Draghi. Con la nuova maggioranza sarebbe potuto intervenire per cambiare quella legge così insufficiente e colmarne le lacune. Ma, a parte il «blabla» carico di retorica, ben poco è stato fatto. Il «reddito di libertà», misura messa in campo per aiutare le donne nei propri percorsi di vita e di emancipazione, è stato varato a maggio 2020 ma è diventato operativo soltanto l’8 novembre scorso con una circolare attuativa Inps. Dal 16 luglio 2020 esiste anche un Fondo per gli orfani di femminicidio, ma accedervi è per le vittime un vero incubo burocratico. Gli impegni assunti dalle istituzioni per combattere la violenza contro le donne rimangono spesso disattesi, sono incompleti o richiedono anni per vedere la luce.Nel frattempo, gli episodi si sono purtroppo moltiplicati, come testimoniano i dati raccolti nel report «Cronache di un’occasione mancata» dell’associazione ActionAid, che ha svolto un monitoraggio delle politiche e del sistema antiviolenza in Italia. A dispetto delle promesse fatte a suo tempo dal premier Giuseppe Conte e dalle richieste della sinistra, è stata messa a disposizione solo una minima parte delle risorse extra e dei nuovi strumenti per far fronte alle esigenze delle donne che hanno subito violenza durante la pandemia. I tempi di erogazione delle risorse stanziate nel 2020 per il funzionamento ordinario dei centri antiviolenza e delle case rifugio sono tornati ad allungarsi: sono serviti in media 7 mesi per trasferire i fondi dal Dipartimento pari opportunità alle Regioni che, a oggi, risultano aver erogato solo il 2% dei fondi complessivi. In realtà, lo hanno fatto soltanto in due: la Liguria e l’Umbria, entrambe governate dal centrodestra. Il nuovo Piano antiviolenza 2021-2023, lanciato con un ritardo di quasi un anno, non è accompagnato da un piano operativo che rende chiare e verificabili le azioni da realizzare e in quali tempi.Inoltre, l’approccio emergenziale adottato dalle istituzioni ha contraddetto nuovamente quanto dichiarato dalla politica nell’ultimo anno. L’analisi dell’utilizzo dei fondi stanziati dall’entrata in vigore, nel 2013, della legge sul femminicidio evidenzia, infatti, uno sbilanciamento netto per le azioni volte alla presa in carico delle donne che subiscono violenza. Su 186,5 milioni di euro totali, il Dipartimento pari opportunità ha destinato circa 140 milioni - il 75% delle risorse - all’asse protezione, mentre per la prevenzione sono stati allocati circa 25,8 milioni di euro, il 14%. In dettaglio, solo 19 milioni di euro per prevenzione primaria: realizzazione di programmi educativi nelle scuole e azioni di sensibilizzazione rivolte all’intera popolazione. Altri 3,5 milioni di euro per quella secondaria: formazione delle forze di polizia che entrano in contatto con donne che hanno subito violenza. Infine, 3,2 milioni di euro per la cosiddetta terziaria, vale a dire per programmi di recupero degli uomini autori di violenza. Nonostante la violenza contro le donne sia stata riconosciuta dalle istituzioni come un fenomeno strutturale da arginare in primo luogo attuando un cambiamento culturale, mancano le azioni concrete. Non sono state, infatti, stanziate risorse per interventi di prevenzione primaria, né è stata inclusa alcuna attività di sensibilizzazione nella strategia per la parità̀ di genere o nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Le politiche antiviolenza sono state relegate a un Piano ad hoc senza includerle all’interno della più ampia programmazione strategica delle politiche nazionali, integrandole nelle riforme strutturali avviate dal Pnrr. Qualcosa si è mosso nelle ultime settimane: all’inizio di dicembre il governo ha varato il disegno di legge per il contrasto alla violenza sulle donne. Un testo di 11 articoli che tra le novità prevede: arresto per gli uomini violenti non più solo in flagranza di reato, procedibilità d’ufficio per i maltrattamenti domestici, pattugliamenti sotto le abitazioni in caso di minacce, uso del braccialetto elettronicoper chi è accusato di reati previsti dal Codice rosso, provvisionale per sostenere anche economicamente le donne maltrattate e gli orfani dei femminicidi: come per le estorsioni. Già nella fase d’indagine si potrà ricevere un terzo dell’indennizzo totale.È qualcosa, ma la strada è ancora lunga e in salita. Il percorso parlamentare di un disegno di legge è lungo e incerto. E c’è l’incognita di capire le intenzioni di questo stesso Parlamento. Non può essere cancellata, infatti, l’immagine dell’aula di Montecitorio il 22 novembre scorso: solamente 8 deputati su 630 nel giorno in cui il ministro per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, presentava la mozione contro la violenza sulle donne. Certo non vi era alcun obbligo di presenza, ma la forma è sostanza e quell’aula deserta è un altro pugno nello stomaco alle famiglie che piangono mamme, figlie, sorelle, uccise nell’indifferenza anche di quella politica che si ricorda dei femminicidi solo in prossimità delle urne o sotto i riflettori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/blablabla-contro-la-violenza-alle-donne-solamente-parole-e-bugie-2656006749.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-legge-lacunosa-che-colpisce-due-volte-le-vittime" data-post-id="2656006749" data-published-at="1639342959" data-use-pagination="False"> «Una legge lacunosa che colpisce due volte le vittime» La legge 69 del 19 luglio 2019, denominata Codice rosso, doveva garantire protezione alle donne vittime di violenza. In realtà la normativa non ha prodotto gli effetti sperati. Le carenze legislative sono spiegate dal dottor Valerio de Gioia, giudice penale presso la prima sezione del Tribunale di Roma (specializzata per i reati contro i soggetti vulnerabili e la violenza di genere) e fra i massimi esperti in materia, oltre che autore, assieme all’avvocato Gian Ettore Gassani, di Codice rosso, volume che raccoglie le norme tese a prevenire la violenza nelle relazioni familiari e affettive e a sanzionarle. Da recenti statistiche è emerso che solo 1 donna su 7 vittima di femminicidio aveva precedentemente denunciato le violenze subite. Perché c’è ancora tanta diffidenza, nonostante la riforma del Codice rosso? Cosa non ha funzionato e quali sono le criticità della legge? «Le ragioni vanno cercate in una generalizzata sfiducia nelle istituzioni incapaci, nell’ottica della vittima, di garantire una reale tutela. La legge 69 è intervenuta sulla delicatissima fase delle indagini senza, però, considerare le problematicità della successiva fase del giudizio. È qui che adesso occorre intervenire». In che modo? «Rendendo obbligatorio l’incidente probatorio in caso di reati di violenza domestica e di genere, così da evitare che le vittime vulnerabili vengano richiamate a distanza di troppo tempo dalla denuncia (alle volte anche 3 o 4 anni dopo) generando l’aberrante fenomeno della cosiddetta vittimizzazione secondaria che, spesso, scoraggia la denuncia. Il processo non deve diventare un calvario per la donna che ha avuto il coraggio di denunciare il proprio marito o compagno violento. Opportuna, poi, è la estensione della portata dell’articolo 500, quarto comma, del codice di procedura penale consentendo, così, l’acquisizione della denuncia sporta dalla persona offesa, oltre che nel caso in cui la stessa sia stata costretta a non deporre o a deporre il falso tramite violenza o minaccia anche nei casi di accertata soggezione psicologica della vittima o del testimone con l’autore del reato». Le donne vengono esortate a denunciare le azioni violente e i maltrattamenti subiti, ma ancora oggi risulta blanda o inesistente la protezione post denuncia che le autorità preposte dovrebbero assicurare alle vittime… «Talvolta è emerso che l’autore del femminicidio era stato già denunciato e sottoposto a misura cautelare dal blando divieto di avvicinamento o allontanamento dalla casa familiare agli arresti domiciliari con applicazione del dispositivo di controllo a distanza: il cosiddetto braccialetto elettronico. Quest’ultimo dispositivo - che, nel caso degli arresti domiciliari può essere applicato solo con il consenso dell’indagato o imputato - non impedisce a quest’ultimo di commettere altri reati, più gravi di quelli per i quali è stato sottoposto a misura. Con il rischio di arrivare, quindi, al drammatico epilogo del femminicidio». È una misura inefficace? «Si limita semplicemente a segnalare alle forze dell’ordine la violazione della misura in atto. Occorre che le forze dell’ordine eseguano un monitoraggio costante sui soggetti coinvolti nel procedimento, cioè indagato e persona offesa, così da verificare la puntale osservanza della misura cautelare. In presenza di indicatori che facciano supporre che la misura non è idonea, ne dovrebbe essere previsto un aggravamento automatico e immediato senza dover attendere che venga trasgredita. Quanto mai opportuna, poi, è la previsione, in caso di richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare o della concessione della sospensione condizionale della pena, di un parere obbligatorio non vincolante dello psicologo o di altro soggetto professionalmente qualificato». Che cosa è prioritario implementare nel Codice rosso e quali sono, invece, i punti da modificare nella legislazione sulla violenza domestica e di genere? «Sono favorevole ai percorsi di recupero dei maltrattanti a condizione che abbiano prima effettivamente scontato la pena loro inflitta e riparato, anche economicamente, al danno fatto. Ritengo urgente la modifica della previsione, introdotta con il Codice rosso, che subordina la concessione della sospensione condizionale della pena al percorso di recupero: il legislatore non ha considerato che, una volta sospesa la pena, la misura cautelare, eventualmente in atto, perde la sua efficacia e il soggetto torna completamente libero prima ancora che sia iniziato il percorso che deve portare al suo recupero. 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Perché Italia viva si è mossa solo adesso per cambiare qualcosa nella legge nota come Codice Rosso? «Nel 2019 ci siamo trovati davanti a un provvedimento non aperto a modifiche. Molte cose, però, sono state fatte di recente. Penso alla riforma del processo penale e civile. C’è poi un nuovo Piano nazionale antiviolenza, che pone l’accento anche su altre forme di violenza, ad esempio quella economica: alle donne che subiscono violenza non interessa la vendetta, quindi l’aumento della pena, ma la protezione e la possibilità di riacquistare una propria autonomia». I dati del 2021 dimostrano però che le donne sono state lasciate sole. I centri antiviolenza sono pochi e il reddito di libertà è una misura non strutturale. «È vero. La cronaca conferma che al sistema di tutela delle donne vittime di violenza mancano pezzi. E da sempre è così. Però si sta andando avanti, a poco a poco, per rafforzare gli strumenti di prevenzione e colmare i vuoti. Il reddito di libertà nasce da un mio emendamento parlamentare al decreto Bilancio e quindi è del 2020. È indubbio che l’Inps ha impiegato un po’ di tempo per rendere operativo il sistema, ma sappiamo quanto, purtroppo, i passaggi amministrativi frenano l’esecutività dei provvedimenti. È un percorso complicato, l’importante è arrivare alla meta». Ma nel lento cammino i femminicidi aumentano… «Sono in costante aumento rispetto agli omicidi, che invece diminuiscono, perché la violenza maschile sulle donne è un fenomeno strutturale, non emergenziale, che affonda le proprie radici nella cultura patriarcale dominante». Dovremmo, dunque, rassegnarci? «No, ma non possiamo prescindere dalle radici di un fenomeno sul quale incide molto l’organizzazione economica della società. Per questo è importante agire sulla parità di genere, ma anche sul piano economico per dare alle donne maggiore possibilità di indipendenza economica». Non le sembra che l’attenzione al fenomeno si limiti a una giornata o ad azioni simboliche, come panchine e scarpe rosse? «Si può e si deve fare sempre meglio. I casi di cronaca ci devono servire per imparare il linguaggio corretto, l’approccio giusto per sentirci molto più responsabili di quello che succede. Quanto alle leggi, bisogna soprattutto conoscerle e applicarle nel modo giusto. Insomma, fondamentale è il passo dell’uomo chiamato ad applicare in modo corretto le leggi e fare in modo che non restino solo sulla carta. Anche le autorità giudiziarie devono sentirsi responsabili di quello che accade e farsi un serio esame di coscienza in tema di preparazione e, dunque, di capacità e consapevolezza nel trattare le storie di violenza e dare risposte adeguate. Occorre, insomma, investire di più nella formazione». Ha mai pensato di farsi promotrice di una «garanzia sanitaria» per le donne vittime di violenza, togliendo loro le spese mediche che sono costrette a sostenere per la violenza subita? «No, ma può essere un elemento in più».
Imagoeconomica
Parlava di «furia ideologica e iconoclasta», di un «Sud condannato alla marginalità», di una norma bandiera smantellata per pura ostilità ideologica. «Stanno cancellando tutto», accusava, rivendicando il Piano 2030 come un’architettura coerente per il Mezzogiorno produttivo.
A distanza di quasi due anni, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio che vale più di mille dichiarazioni. Si intitola The effects of a large place-based reduction of social security employers’ contributions: the case of Decontribuzione Sud ed è firmato da cinque ricercatori dell’istituto. La conclusione è sobria e impietosa: la decontribuzione non ha creato occupazione. Non ha aumentato i salari. Non ha stimolato gli investimenti. Ha migliorato la liquidità delle imprese - cioè ha messo soldi in tasca agli imprenditori - ma non ha trasformato il tessuto produttivo del Sud.
Il cuore della polemica di Provenzano era questo: senza lo sgravio del 30% sui contributi sociali, le aziende meridionali avrebbero ridotto le assunzioni. La decontribuzione era presentata come lo strumento per «massimizzare l’impatto degli investimenti» e costruire un «Sud produttivo». I ricercatori di Bankitalia hanno analizzato l’effetto della misura su circa 140.000 piccole e medie imprese, usando un disegno a discontinuità geografica che confronta le imprese situate ai due lati del confine amministrativo Nord-Sud, per isolare l’effetto della policy dal boom edilizio post-pandemia e dalle assunzioni nel pubblico impiego. Il risultato è netto: effetto sull’occupazione pari a zero. Effetto sui salari medi: zero. Effetto sugli investimenti: anch’esso statisticamente indistinguibile da zero.
Lo sgravio ha ridotto i costi del lavoro di circa il 4,2% - in linea con le attese - e ha migliorato la redditività delle imprese. Ma quei margini in più non sono stati reinvestiti in macchinari, stabilimenti o nuovi dipendenti. Sono stati accumulati come riserva di cassa. Le imprese, di fronte a una misura rinnovata di sei mesi in sei mesi dalla Commissione europea nell’ambito dei cosiddetti Temporary Frameworks, hanno razionalmente scelto di non scommettere su di essa per pianificare il futuro. Hanno incassato, non investito.
L’aspetto più scomodo per chi ha gestito quella politica è che la decontribuzione è nata, come ricordava Provenzano, grazie alla trattativa con l’allora commissario Nicolas Schmit. Ma è nata con un difetto originale: il suo inquadramento come aiuto di Stato temporaneo l’ha condannata a una vita precaria, scandita da rinnovi annuali. Le imprese lo sapevano, e lo studio lo certifica: è stata proprio l’instabilità del quadro regolatorio - non la sua assenza - a vanificare gli effetti potenziali sulla crescita. Un incentivo che può sparire da un momento all’altro non può essere la base di una decisione di investimento pluriennale.
C’è un altro dato illuminante. Nonostante la generosità della misura - 41,7 miliardi stanziati su undici anni - la percentuale di lavoratori che ne ha effettivamente beneficiato si è fermata intorno al 60% degli aventi diritto. Il motivo principale non è la burocrazia generica: è la non conformità contributiva. Circa il 23% delle imprese del Sud, secondo i dati Inps citati nello studio, non è in regola con i contributi e non può quindi accedere alla misura. Il sommerso, il lavoro irregolare, l’economia informale hanno eroso dall’interno l’efficacia di uno strumento costruito per aziende che già funzionano secondo le regole.
Questo non è un fallimento della decontribuzione in sé: è la prova che interventi di fiscalità di vantaggio orizzontali - validi per tutti i datori di lavoro del Sud indipendentemente dal settore o dal progetto imprenditoriale - non riescono a raggiungere proprio quella parte del tessuto economico che ne avrebbe più bisogno, perché quella parte vive ai margini della legalità contributiva.
Insomma, la decontribuzione era, nelle parole di Provenzano, «un tassello della strategia in quattro pilastri». Ma lo studio di Bankitalia dimostra che quel tassello, nella sua applicazione concreta, non ha spostato di un millimetro gli indicatori che davvero contano per lo sviluppo: occupazione, salari, investimenti produttivi. Ha aumentato i profitti delle imprese già sane, ha lasciato fuori le micro-imprese irregolari, ha generato zero posti di lavoro aggiuntivi misurabili. Le Pmi beneficiarie hanno usato i risparmi per rafforzare la propria solidità finanziaria - scelta razionale, ma lontanissima dagli obiettivi prefissati.
Ah, per non dimenticare: da quando è stato mandato in soffitta il piano Provenzano gli occupati al Sud sono da record. Questo perché gli incentivi sono andati agli investimenti, non nelle tasche di qualcuno.
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Michele De Pascale (Imagoeconomica)
E se a farlo è, in autonomia, una delle Regioni traino del sistema economico del Paese, il caos è garantito e gli effetti collaterali imponderabili.
Eppure, deciso a sperimentare posizioni solipsiste anche a costo di farne pagare le conseguenze alle imprese del territorio, il presidente dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, ha deciso da un lato di fermare i cantieri nelle ore più calde ancor prima che arrivi il solstizio d’estate, dall’altro di assecondare l’assessore regionale alla Scuola, Isabella Conti, che vuole far tornare i ragazzi in classe già il 31 agosto senza aver tuttavia immaginato chi - esattamente - si occuperà di loro nei giorni aggiuntivi al calendario scolastico.
Così, in poche settimane, la placida regione rossa si è scoperta in rivolta contro le scelte di un governatore che - a contrario del suo predecessore - sembra aver molto chiara la traiettoria politica da seguire e forse un po’ meno i delicati equilibri economico-amministrativi che sorreggono - da sempre - il «sistema Emilia».
Ma andiamo con ordine: una settimana fa, al sopraggiungere dei primi caldi, la Cgil aveva lanciato uno dei suoi guanti di sfida - di quelli che servono per misurare il polso ai governatori - e aveva chiesto formalmente a De Pascale - e anche ad altri presidenti di Regione - di anticipare a subito l’intervento del blocco dei cantieri nelle ore centrali della giornata (lo stesso che l’anno scorso era entrato in vigore durante le ondate di calore).
De Pascale è stato tra i primi a rispondere «presente» e ha emanato il diktat con effetto immediato e con una solerzia che non è piaciuta per nulla alle realtà produttive chiamate a rispettare impegni e scadenze.
«Un’ordinanza non necessaria che rischia di produrre effetti pesanti», l’hanno definita le 14 associazioni di categoria del Tavolo regionale dell’imprenditoria - che riunisce tra gli altri Cia, Confagricoltura, Cna, Legacoop e Confcooperative - a cui si è unita anche Confindustria Emilia-Romagna, che non fa parte del tavolo ma ha sottoscritto la missiva.
L’ordinanza prevede il «divieto di lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole, dalle 12.30 alle 16, nei settori agricolo e florovivaistico, nei cantieri edili e affini, nonché nei piazzali della logistica» e la sua applicazione si basa sulle previsioni della piattaforma sperimentale «Worklimate» frutto di un progetto avviato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e dall’Istituto per la BioEconomia (Ibe) che mettendo insieme una serie di previsioni meteo segnala le giornate da «bollino rosso» per i lavoratori. In quei giorni le imprese emiliano romagnole - a causa dell’ordinanza - saranno costrette a fermare i cantieri nelle ore più calde. «Il provvedimento è stato adottato con una fretta non necessaria e senza un reale recepimento delle osservazioni che le rappresentanze dell’impresa avevano avanzato», scrivono nella lettera le associazioni datoriali.
L’ordinanza inoltre, proprio per la sua natura regionale, «rischia di produrre interpretazioni disomogenee, ritardi operativi e ulteriori difficoltà», senza che «nel prossimo periodo siano previste temperature estreme».
Nel frattempo anche l’assessore Conti ci ha messo del suo per complicare la vita di chi, alle idee (illuminate o meno) dei politici deve poi dare gambe concrete. Noncurante degli avvertimenti e delle rimostranze, l’assessore ha lancia l’iniziativa «Scuole Aperte», un progetto sperimentale che porterà all’apertura delle scuole primarie dal 31 agosto in 42 Comuni dell’Emilia-Romagna. La «testardaggine» nell’applicazione, forse ancor più dell’idea in sé non è piaciuta a molti e ora a far presente con forza le conseguenze negative del progetto ci sono non solo i balneari (che temono di perdere clienti in un periodo ancora vivace a livello turistico) ma anche i presidi delle scuole - molto critici sui tempi - e la stessa Anci Emilia-Romagna che ha inviato una lettera all’assessora piuttosto critica.
A segnalarlo è il sito dedicato al settore Orizzintescuola.it che riporta il parere di diversi dirigenti scolastici secondo cui nel periodo previsto dalla Conti per le attività «il personale docente è impegnato nella preparazione del nuovo anno scolastico», il personale Ata è «assorbito dalle esigenze organizzative ordinarie» e la soluzione prospettata di «affidare le attività a educatori, operatori interni o soggetti del terzo settore richiede una pianificazione ancora tutta da definire».
De Pascale e Conti, però, nel tipico stile degli amministratori Pd, tirano dritto: «Capisco le preoccupazioni delle aziende, ma la salute viene prima di tutto», ha risposto il governatore a chi gli chiedeva di ripensare ai suoi propositi. «Sappiamo che è uno sforzo non banale, ma siamo convinti che ci siano le condizioni per riuscirci», gli ha fatto eco l’assessore alla Scuola.
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Silvia Salis (Ansa)
L’ex atleta olimpica e i suoi hanno incolpato il governo centrale e i giornali locali, dopo essersi premurati di scrivere che il cittadino africano «era regolarmente presente sul territorio nazionale», hanno dato ampio spazio alla senatrice e coordinatrice nazionale di Italia viva Raffaella Paita che, riprendendo uno scoop della Verità, ha chiesto, con un’interrogazione, spiegazioni proprio a Piantedosi sulla presenza in città dell’assassino con il permesso scaduto: «La coalizione di centrodestra non può scaricare la responsabilità sul Comune. Anzi sono io che interrogo il ministro Piantedosi, perché voglio sapere come mai questo soggetto si trovasse ancora a Genova visto che era stato fermato da polizia e carabinieri». Peccato che il capo del Viminale, come riportato dal nostro giornale, abbia già preso provvedimenti e ordinato un’ispezione.
Verifica che prenderà avvio nelle prossime ore. Sarà un modo per comprendere come sia stato possibile che Camara, dopo essere stato controllato dagli agenti in svariate occasioni, non sia stato trattenuto in un Centro di permanenza per il rimpatrio, nonostante i numerosi precedenti e il permesso di soggiorno scaduto. La linea di Piantedosi è quella di fermare i migranti irregolari pericolosi e di procedere sempre, previa convalida del giudice, con il trattenimento. Una strategia perseguita anche con il cosiddetto programma Oscar, avviato nel 2024. Perché, allora, non è stato applicato nel caso di Camara? L’ispezione, chiesta da Piantedosi in accordo con il capo della polizia Vittorio Pisani, consentirà di appurarlo. L’iniziativa rappresenta anche un indiretto promemoria a tutte le questure affinché non si ripeta più un caso come quello di Camara. Ma l’imminente verifica ha fatto perdere le staffe a un’altra esponente di Italia viva come la Paita e la stessa Salis (che seppur non iscritta è considerata un’«invenzione» di Matteo Renzi), ovvero l’assessora a Polizia locale e Sicurezza urbana Arianna Viscogliosi, già in giunta con il centrodestra. L’esponente della giunta, dopo che abbiamo dato la notizia dell’ispezione, è sbottata in Consiglio comunale: «Ma cosa fa il governo? Piantedosi ci manda gli ispettori per controllare chi? Sé stesso? Per controllare l’attività del Questore e della polizia di Stato? Siamo al paradosso… non lo sa lui come vengono gestite queste cose?».
Intanto la giunta, mentre nelle vie cittadine imperversano bande di maranza, spacciatori e rapinatori, si dà priorità surreali. La polizia municipale, da mesi, dà la caccia a chi deposita i rifiuti nel cassonetto sbagliato, ai cittadini che lasciano il finestrino dell’auto abbassato (una sorta di istigazione a delinquere punita dal Codice della strada) e ai padroni che portano in giro i cani senza la bottiglietta dell’acqua per diluire la pipì degli amici a quattro zampe. Sanzioni che ci si può aspettare a Lugano o a Singapore, non a Genova dove, a partire dai caruggi della città vecchia, strade e marciapiedi sono insudiciati dalle deiezioni dei cani e da rifiuti di ogni genere (ben lontani dai cassonetti monitorati con solerzia dai vigili). Non siamo in Svizzera, ma neppure in Veneto o in Trentino Alto Adige. Genova, seppur bellissima, è una città sempre più sgarrupata, anche perché a governarla è una prima cittadina troppo impegnata a farsi intervistare da rotocalchi patinati o a partecipare a eventi in giro per l’Italia. Il suo obiettivo è ottenere un’investitura come anti Meloni da tutto il campo largo. Ma la sua prima esperienza politica, da sindaca di Genova, lascia alquanto a desiderare e così per la conferenza stampa del primo compleanno della sua giunta ha stabilito regole di ingaggio che neanche a Pyongyang, in Corea del Nord. Con la benedizione della sezione locale dell’Ordine dei giornalisti.
L’11 giugno, dalle 10 alle 13, nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, si autocelebreranno la sindaca, gli assessori e i consiglieri delegati. Nel comunicato inviato ai cronisti si legge: «Come concordato con l’Ordine dei giornalisti della Liguria (sic, ndr), ciascuna testata potrà rivolgere un massimo di due domande su tematiche che riguardano l’amministrazione della città». Nel documento i giornalisti vengono pregati di accreditarsi a uno specifico link, «indicando le tematiche su cui rivolgeranno le domande, entro lunedì 8 alle 18». Insomma, pochi quesiti e dichiarati prima, come in dogana. La sindaca, evidentemente, ha bisogno di farsi preparare le risposte per tempo, come un’Ambra Angiolini qualsiasi. Ma non a tutti è piaciuta l’idea della conferenza stampa preconfezionata e così il Comune ha provato, ieri, a fare una repentina marcia indietro, affidandosi questa volta a un dispaccio dell’organo di rappresentanza dei cronisti: «L’Ordine dei giornalisti della Liguria evidenzia che tutti i colleghi sono liberi di porre domande su temi e questioni che ogni collega ritiene più opportuno e che la richiesta (per chi lo vorrà) di anticipare gli argomenti (e non le domande) è stata fatta dal Comune soltanto per agevolare lo svolgimento della conferenza stampa, sia nei tempi che nella completezza delle risposte che verranno fornite ai cronisti presenti» è stato precisato ieri.
Siamo certi che i quesiti meno graditi saranno quelli riguardanti la sicurezza in città, dopo l’uccisione di Signor, avvenuta il 30 maggio scorso. Anche perché la giunta, come detto, sembra più preoccupata di punire i cittadini che non usano bene i cassonetti dell’immondizia che non di ripulire i parchi cittadini dai balordi. Già a inizio anno, i giornali avevano dato la notizia di cinque maxi multe da 1.000 euro. La già citata «assessora» Viscogliosi si è sperticata in elogi: «Ringrazio gli agenti per la dedizione con la quale, al termine di indagini molto elaborate, sono riusciti a rintracciare i responsabili. Ma il “boom” di sanzioni per comportamenti scorretti legati ai rifiuti è merito anche della cittadinanza che sempre più spesso, attraverso segnalazioni mirate al numero unico 112, ci aiuta a tutelare il decoro urbano e a ripristinare la legalità».
Il predecessore della Viscogliosi, Antonino Gambino, ex esponente di Fdi, commenta: «In questo primo anno di amministrazione Salis le priorità della polizia locale non sono più state il presidio del territorio e il contrasto ai reati predatori, ma l’incremento delle sanzioni, in particolare quelle per abbandono rifiuti ed errato conferimento nei cassonetti, scaricando, per calcolo propagandistico, tutta la responsabilità per l’incremento del degrado e dell’insicurezza su questore e prefetto, in quanto rappresentanti del governo. Le tanto decantate politiche sociali sono ferme al palo e non stanno dando nessun frutto tangibile. L’unico risultato, ormai sotto gli occhi di tutti, è un aumento esponenziale dei senzatetto per strada e dello spaccio e del consumo di droga alla luce del sole». La capogruppo della Lega in Consiglio comunale, Paola Bordilli, ricorda un’altra mossa della maggioranza: «Due giorni dopo l’omicidio di Villetta Di Negro, ha annunciato in pompa magna i controlli sulla pipì dei cani, come se quella dovesse essere la priorità della polizia municipale». Il decoro urbano come prima voce del programma, mentre bande di giovani stranieri terrorizzano la cittadinanza quasi nell’indifferenza generale e la gente viene ammazzata per strada. «Siamo in piena emergenza, come dimostra il tragico omicidio di Signor», continua Bordilli. «A Genova il livello di sicurezza si è pericolosamente abbassato: lo gridano cittadini e commercianti esasperati, ma il sindaco non ascolta, distratta come è dalle sue ambizioni nazionali».
Un esempio chiaro della confusione che regna sotto la Lanterna è offerto dalla vicenda della darsena genovese, tra il Museo del mare e l’Acquario. Qui attraccano i pescherecci, ma soprattutto spacciano i pusher. Tanto che spesso si trovano pacchetti di droga nelle reti dei pescatori. Per mesi la Lega ha proposto di portare avanti i piani di bonifica già avviati dalla giunta di centrodestra. Di fronte all’evasività della giunta il consigliere del Carroccio, Alessio Bevilacqua, ha chiesto alla commissione preposta di fare un sopralluogo serale per verificare la situazione. Ma il presidente del Consiglio comunale, il dem Claudio Villa, ha fatto sapere di non poter accogliere la richiesta «per la necessità di assicurare condizioni di sicurezza adeguate per tutti i partecipanti». Insomma, neppure una delegazione di politici e tecnici, magari scortata dalla polizia municipale, ha la garanzia di non correre pericoli nel centro di Genova in orario serale. Una notizia che non farà piacere ai genovesi che amano passeggiare verso il tramonto nella zona del Porto antico.
Alla fine, minacciando un consiglio comunale monotematico, la Lega ha ottenuto per venerdì prossimo almeno un sopralluogo diurno. Il bilancio della Bordilli su un anno di giunta della Salis è desolante: «Siamo di fronte al nulla, perché come sindaco non è pervenuta. Per dodici mesi abbiamo visto solo la campagna elettorale di un’aspirante candidata premier. Un anno fatto di reel, immobilismo e narrazioni distorte della realtà, lontane dai bisogni reali dei cittadini. Quando c’è stato l’omicidio di Villetta Di Negro, come capita spesso, era fuori città e ha liquidato la tragedia con il solito scaricabarile, dopo il lancio del martello, la sua nuova e inaccettabile specialità. Forse è il caso di ricordarle che il dramma è avvenuto in un parco pubblico comunale, uno di quei giardini che la giunta ha blindato in vista dell’arrivo degli Alpini, trattati come Unni. Mentre gli sbandati vengono lasciati liberi di dormirci e spacciare. Genova merita un vero amministratore, non una passante». Per questo, giovedì, urgono domande vere per la sindaca. Ma difficilmente se ne sentiranno. E, se ci saranno, ne siamo certi, mancheranno le risposte.
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