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2024-12-16
Biologico, che passione
(IStock)
Domenica a Milano si è tenuta la Festa del bio. Un grande evento dedicato al biologico nel suo complesso organizzato da Federbio, l’associazione che riunisce tutti i produttori del settore. Un settore che, a quanto pare, continua a espandersi nel nostro Paese. Secondo i dati del rapporto «Bio in cifre 2024» curato dal Sinab (Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica) e relativo al 2023, «le superfici agricole coltivate con metodo biologico hanno raggiunto i 2,46 milioni di ettari, con un incremento del 4,5% rispetto all’anno precedente. Si tratta di 106.000 ettari in più dedicati alle colture senza chimica di sintesi. La Sau (superficie agricola biologica, ndr) ha sfiorato il 20% confermandosi tra le più elevate in Europa e avvicinando ulteriormente l’Italia all’obiettivo del 25% al 2027 previsto dal Piano strategico nazionale della Pac. Aumentano anche gli operatori biologici che hanno toccato quota 94.441 (+1,8% rispetto al 2022), di cui 84.191 rappresentati da aziende agricole bio (+1,9%)».
«I dati attestano che il biologico continua a crescere, anche se a un ritmo più contenuto. I consumi fanno registrare un incremento più a valore che a volume, risentendo degli effetti inflazionistici di un mercato caratterizzato da instabilità e volatilità», dice Maria Grazia Mammuccini, che gestisce in Toscana un’azienda vitivinicola e olivicola a conduzione biologica ed è presidente di Federbio dal 2019. «I dati presentati recentemente sono positivi, quindi possiamo usare un certo ottimismo», spiega Mammuccini alla Verità. «I dati del ministero, resi noti a settembre, mostrano che nel 2023 le superfici coltivate e il numero di operatori nel settore sono cresciuti. I dati del 2024 saranno disponibili solo da luglio in poi, ma quelli del 2023 indicano fiducia da parte degli agricoltori verso il biologico. In occasione dell’assemblea dei produttori biologici organizzata da Federbio a ottobre, Nomisma ha presentato dati sui consumi aggiornati già a settembre 2024. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra una crescita delle vendite: +4,9% in volume e +4,5% in valore. Complessivamente, sia dal punto di vista della produzione che del consumo, ci sono trend positivi. Tuttavia, non bisogna ignorare alcune criticità». A parte il clima che dà problemi e preoccupazioni a molti, c’è un altro tema spinoso che riguarda l’agricoltura nel suo complesso e non solo chi lavora col biologico. «Un’altra criticità è il calo del prezzo al produttore per alcuni prodotti, come latte e cereali, che sta riducendo la differenza di prezzo tra biologico e convenzionale», dice Mammuccini. Insomma, chi coltiva viene pagato meno. Anche se poi, molto spesso, per i consumatori il biologico ha un prezzo più alto.
«Sì, il biologico ha costi superiori rispetto al convenzionale», spiega la presidente di Federbio. «Analizzando la composizione dei costi, i mezzi tecnici sono meno onerosi, ma i costi per la manodopera sono più alti, dato che il biologico richiede più lavoro. Questo maggior costo ha però un valore sociale, poiché crea più occupazione rispetto al convenzionale. Attualmente, il prezzo alla fonte per i produttori si sta appiattendo e si ripropone lo stesso problema che si riscontra nel convenzionale: la filiera distribuisce il valore in modo squilibrato, con la parte agricola che riceve la remunerazione minore. Per affrontare questa situazione, è in fase di valutazione il marchio del biologico italiano, riservato ai prodotti che rispettano le norme europee e sono composti per il 95% da ingredienti di origine italiana. Questo marchio potrebbe essere un’opportunità per creare filiere Made in Italy bio a prezzi giusti, coinvolgendo soggetti imprenditoriali disposti a investire in sostenibilità economica, ambientale e sociale. Può essere un’occasione anche per dare un equilibrio diverso dentro la filiera rispetto al peso della produzione agricola».
Secondo Mammuccini l’intero comparto bio avrebbe bisogno di alcuni cambiamenti importanti. «Per imprimere una spinta propulsiva al settore occorre agire su diversi fattori: semplificazione burocratica, ricerca, innovazione, formazione e assistenza tecnica, organizzazione della filiera con l’obiettivo del “giusto prezzo” attraverso la rapida attuazione del Piano d’azione nazionale per il bio e delle misure del Piano strategico italiano della Pac. Per sostenere una crescita sana del biologico, l’incremento della produzione nazionale deve essere supportato da un’equivalente crescita dei consumi interni. Occorre quindi stimolare la domanda, sensibilizzando i cittadini sulle ricadute positive che il biologico comporta per l’economia, la salute delle persone e dell’ambiente. Inoltre è fondamentale semplificare le procedure per ridurre i costi di consulenza e supporto legati alla certificazione, che vanno ad aggravare e penalizzare soprattutto le piccole e medie aziende bio italiane, che rappresentano la storia del biologico, valorizzando l’identità e il legame con il territorio, in particolare delle aree interne e rurali, e favorendo il rapporto diretto tra produttori e consumatori di buon cibo biologico».
Alcuni di questi obiettivi coincidono con quelli delle più grandi organizzazioni di agricoltori come Coldiretti, Cia e Confagricoltura. «Federbio è una federazione interprofessionale che include produzione, trasformazione, distribuzione e servizi, con sezioni dedicate ai soci produttori, distributori, trasformatori e soci dei servizi», dice Mammuccini. «Tra i nostri soci produttori (noi siamo un’organizzazione di secondo livello, quindi non associamo singoli) ce ne sono alcuni che aderiscono a organizzazioni come Coldiretti Bio, Anabio-Cia e Demeter, oltre a piccole associazioni regionali che coprono circa 10 regioni. È importante per noi confrontarsi con organizzazioni come Coldiretti e Cia, poiché molti produttori biologici ne fanno parte. Questo scambio è utile per entrambi i settori: ad esempio, la riduzione della chimica in agricoltura è un obiettivo condiviso, e molte pratiche sviluppate dal biologico possono essere utili anche al convenzionale. Allo stesso tempo, il biologico può trarre vantaggio da tecnologie innovative usate nel convenzionale, mantenendo però i suoi principi fondamentali, come l’assenza di chimica e il mantenimento della fertilità del suolo».
Chef Simone Salvini: «È un tipo di cucina che fa bene a noi e pure al territorio»
Lo chef Simone Salvini è stato ospite alla Festa del bio di Milano, dove ha deliziato il pubblico con uno show cooking. La sua idea di cucina, tuttavia, si può applicare anche al di fuori dei ristoranti prestigiosi e dei grandi eventi: può essere adottata anche nella vita di tutti i giorni. Basta solo un pizzico di attenzione in più.
Chef Salvini, perché ha scelto di dedicare così tanta attenzione al biologico?
«Io nasco come cuoco, come cuoco normale che si è specializzato nella cucina tradizionale italiana. Poi dopo aver letto alcuni testi di filosofia orientale, all’età di circa 22 anni, ho deciso di cambiare alcune cose nella mia vita, tra cui l’alimentazione. Quindi subito, fin da ragazzo, mi sono appassionato alla cucina vegetariana pura: cucina vegetale e vegana. Così ho deciso di proseguire gli studi, mi sono appassionato, vivo la mia professione come la realizzazione di una grande passione. Perché questa professione mi ha consentito di studiare, di cucinare nei ristoranti stellati: ero il primo chef del ristorante Joia di Milano, che forse conosce».
Il Joia è il ristorante milanese dello chef Pietro Leemann, il primo ristorante europeo vegetariano a ricevere la stella Michelin.
«Esatto. Eravamo gli unici all’epoca con questo riconoscimento. Poi nel 2011 ho deciso di dedicarmi anche alla diffusione della cultura vegetariana e vegana in altri ambiti. Quindi ho iniziato a insegnare, a tenere corsi, e in parallelo ho scelto Alce Nero – una grossa azienda biologica – come punto di riferimento. Mi sono confrontato con l’allora presidente di Alce Nero e con i tanti soci e loro mi hanno fornito tantissimi strumenti conoscitivi».
Cioè?
«Vede, io magari ero capace di fare un tortino di legumi. Ma penso che sia interessante anche parlare dell’uomo che coltiva, parlare dei prodotti che vengono coltivati sul territorio italiano, in Europa, nel mondo. Diciamo che la cultura biologica mi è servita per fare un bell’aggiornamento umano e anche professionale».
Poi è diventata la sua professione.
«Sì, la scelta biologica è diventata la mia professione, tanto è vero che io insegno anche in scuole molto importanti come l’Alma, e in questi luoghi cerco di portare le bellezze del biologico e del biodinamico e spesso trovo cuochi e altre persone molto incuriosite da questa branca dell’agricoltura che è antica quanto l’uomo, ma è anche moderna».
In che senso?
«Nel senso che oggi bisogna anche interrogarsi su come vengono coltivate certe verdure, i cereali… Il nostro pianeta non sta benissimo e il biologico e il biodinamico possono essere delle valide strade per migliorare o cercare di migliorare il nostro rapporto con ciò che ci circonda».
Uno dei motivi per cui molti non scelgono il biologico è il prezzo. Come si può risolvere questo problema?
«Questa è una domanda che tocca molto noi operatori… Io consiglio di usare prodotti riconducibili alla zona in cui abitiamo. Bisognerebbe affidarsi a negozi o supermercati che offrono prodotti legati alla nostra terra. Secondo alcune teorie legate anche alla biodinamica, noi siamo anche ciò che respira la pianta che ci sta vicino. Se siamo a Milano, come nel mio caso, meglio consumare prodotti della Lombardia anziché prodotti che provengono da Palermo. La stessa cosa vale per un siciliano: dovrebbe consumare soprattutto prodotti che crescono attorno alla terra dove abita. In questo modo si produrrebbe anche una sorta di reciprocità».
Il primo consiglio è dunque consumare prodotti delle proprie terre. Poi?
«Cercare prodotti della stagione in cui ci troviamo. Credo che questo consentirebbe di spendere in modo oculato. Va bene cercare prodotti esotici o provenienti da altri continenti, ma di tanto in tanto: non credo sia bene introdurli in maniera massiva nelle nostre scelte alimentari. Quindi prodotti della terra in cui viviamo, nella stagione in cui siamo. Io però vorrei fare una domanda e lei e ai lettori».
Prego.
«Secondo voi il biologico costa troppo o quello è il prezzo giusto di un vegetale o di un frutto? Mi spiego. Noi sappiamo che con l’agricoltura, tradizionale, che usa molti concimi fossili, lasciamo poi un debito nella terra. Certo riusciamo ad avere grandi capacità produttive ma inseriamo nel terreno dei prodotti che hanno dei residui. È questo che intendo quando parlo di debito. Quindi apparentemente magari il pomodorino alla cassa costa di meno, però abbiamo lasciato dei residui, abbiamo lasciato nella terra dei concimi non facili da smaltire».
Sta dicendo che dobbiamo considerare anche questo costo.
«Volevo dire che bisogna pensare anche alle future generazioni. L’economia ha il respiro corto: la scelta biologica si pone come orizzonte un periodo più lungo, non solo una generazione o due. Sul prezzo sono d’accordo: il biologico molto spesso costa di più, ma probabilmente ha un prezzo giusto per certi ingredienti che vengono coltivati con attenzione, con un certo rispetto. Io sono ovviamente a favore del biologico e del biodinamico a patto che non siano imposti: deve essere sempre una scelta libera, ponderata. E poi non voglio certo entrare nelle tasche altrui. Dico solo che dobbiamo considerare tutto e sapere che a volte l’agricoltura tradizionale non tiene conto di certi problemi».
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In Italia crescono le superfici coltivate e gli operatori del settore. Ma per gli agricoltori i problemi non mancano. Servirebbe un «made in Italy» (a prezzi giusti) che favorisca le filiere nazionali.Lo chef Simone Salvini: «Per risparmiare consiglio di acquistare prodotti locali e di stagione. Noi siamo anche ciò che respirano le piante.Lo speciale contiene due articoli.Domenica a Milano si è tenuta la Festa del bio. Un grande evento dedicato al biologico nel suo complesso organizzato da Federbio, l’associazione che riunisce tutti i produttori del settore. Un settore che, a quanto pare, continua a espandersi nel nostro Paese. Secondo i dati del rapporto «Bio in cifre 2024» curato dal Sinab (Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica) e relativo al 2023, «le superfici agricole coltivate con metodo biologico hanno raggiunto i 2,46 milioni di ettari, con un incremento del 4,5% rispetto all’anno precedente. Si tratta di 106.000 ettari in più dedicati alle colture senza chimica di sintesi. La Sau (superficie agricola biologica, ndr) ha sfiorato il 20% confermandosi tra le più elevate in Europa e avvicinando ulteriormente l’Italia all’obiettivo del 25% al 2027 previsto dal Piano strategico nazionale della Pac. Aumentano anche gli operatori biologici che hanno toccato quota 94.441 (+1,8% rispetto al 2022), di cui 84.191 rappresentati da aziende agricole bio (+1,9%)».«I dati attestano che il biologico continua a crescere, anche se a un ritmo più contenuto. I consumi fanno registrare un incremento più a valore che a volume, risentendo degli effetti inflazionistici di un mercato caratterizzato da instabilità e volatilità», dice Maria Grazia Mammuccini, che gestisce in Toscana un’azienda vitivinicola e olivicola a conduzione biologica ed è presidente di Federbio dal 2019. «I dati presentati recentemente sono positivi, quindi possiamo usare un certo ottimismo», spiega Mammuccini alla Verità. «I dati del ministero, resi noti a settembre, mostrano che nel 2023 le superfici coltivate e il numero di operatori nel settore sono cresciuti. I dati del 2024 saranno disponibili solo da luglio in poi, ma quelli del 2023 indicano fiducia da parte degli agricoltori verso il biologico. In occasione dell’assemblea dei produttori biologici organizzata da Federbio a ottobre, Nomisma ha presentato dati sui consumi aggiornati già a settembre 2024. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra una crescita delle vendite: +4,9% in volume e +4,5% in valore. Complessivamente, sia dal punto di vista della produzione che del consumo, ci sono trend positivi. Tuttavia, non bisogna ignorare alcune criticità». A parte il clima che dà problemi e preoccupazioni a molti, c’è un altro tema spinoso che riguarda l’agricoltura nel suo complesso e non solo chi lavora col biologico. «Un’altra criticità è il calo del prezzo al produttore per alcuni prodotti, come latte e cereali, che sta riducendo la differenza di prezzo tra biologico e convenzionale», dice Mammuccini. Insomma, chi coltiva viene pagato meno. Anche se poi, molto spesso, per i consumatori il biologico ha un prezzo più alto.«Sì, il biologico ha costi superiori rispetto al convenzionale», spiega la presidente di Federbio. «Analizzando la composizione dei costi, i mezzi tecnici sono meno onerosi, ma i costi per la manodopera sono più alti, dato che il biologico richiede più lavoro. Questo maggior costo ha però un valore sociale, poiché crea più occupazione rispetto al convenzionale. Attualmente, il prezzo alla fonte per i produttori si sta appiattendo e si ripropone lo stesso problema che si riscontra nel convenzionale: la filiera distribuisce il valore in modo squilibrato, con la parte agricola che riceve la remunerazione minore. Per affrontare questa situazione, è in fase di valutazione il marchio del biologico italiano, riservato ai prodotti che rispettano le norme europee e sono composti per il 95% da ingredienti di origine italiana. Questo marchio potrebbe essere un’opportunità per creare filiere Made in Italy bio a prezzi giusti, coinvolgendo soggetti imprenditoriali disposti a investire in sostenibilità economica, ambientale e sociale. Può essere un’occasione anche per dare un equilibrio diverso dentro la filiera rispetto al peso della produzione agricola».Secondo Mammuccini l’intero comparto bio avrebbe bisogno di alcuni cambiamenti importanti. «Per imprimere una spinta propulsiva al settore occorre agire su diversi fattori: semplificazione burocratica, ricerca, innovazione, formazione e assistenza tecnica, organizzazione della filiera con l’obiettivo del “giusto prezzo” attraverso la rapida attuazione del Piano d’azione nazionale per il bio e delle misure del Piano strategico italiano della Pac. Per sostenere una crescita sana del biologico, l’incremento della produzione nazionale deve essere supportato da un’equivalente crescita dei consumi interni. Occorre quindi stimolare la domanda, sensibilizzando i cittadini sulle ricadute positive che il biologico comporta per l’economia, la salute delle persone e dell’ambiente. Inoltre è fondamentale semplificare le procedure per ridurre i costi di consulenza e supporto legati alla certificazione, che vanno ad aggravare e penalizzare soprattutto le piccole e medie aziende bio italiane, che rappresentano la storia del biologico, valorizzando l’identità e il legame con il territorio, in particolare delle aree interne e rurali, e favorendo il rapporto diretto tra produttori e consumatori di buon cibo biologico».Alcuni di questi obiettivi coincidono con quelli delle più grandi organizzazioni di agricoltori come Coldiretti, Cia e Confagricoltura. «Federbio è una federazione interprofessionale che include produzione, trasformazione, distribuzione e servizi, con sezioni dedicate ai soci produttori, distributori, trasformatori e soci dei servizi», dice Mammuccini. «Tra i nostri soci produttori (noi siamo un’organizzazione di secondo livello, quindi non associamo singoli) ce ne sono alcuni che aderiscono a organizzazioni come Coldiretti Bio, Anabio-Cia e Demeter, oltre a piccole associazioni regionali che coprono circa 10 regioni. È importante per noi confrontarsi con organizzazioni come Coldiretti e Cia, poiché molti produttori biologici ne fanno parte. Questo scambio è utile per entrambi i settori: ad esempio, la riduzione della chimica in agricoltura è un obiettivo condiviso, e molte pratiche sviluppate dal biologico possono essere utili anche al convenzionale. Allo stesso tempo, il biologico può trarre vantaggio da tecnologie innovative usate nel convenzionale, mantenendo però i suoi principi fondamentali, come l’assenza di chimica e il mantenimento della fertilità del suolo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biologico-settore-italia-2670458319.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chef-simone-salvini-e-un-tipo-di-cucina-che-fa-bene-a-noi-e-pure-al-territorio" data-post-id="2670458319" data-published-at="1734351880" data-use-pagination="False"> Chef Simone Salvini: «È un tipo di cucina che fa bene a noi e pure al territorio» Lo chef Simone Salvini è stato ospite alla Festa del bio di Milano, dove ha deliziato il pubblico con uno show cooking. La sua idea di cucina, tuttavia, si può applicare anche al di fuori dei ristoranti prestigiosi e dei grandi eventi: può essere adottata anche nella vita di tutti i giorni. Basta solo un pizzico di attenzione in più. Chef Salvini, perché ha scelto di dedicare così tanta attenzione al biologico? «Io nasco come cuoco, come cuoco normale che si è specializzato nella cucina tradizionale italiana. Poi dopo aver letto alcuni testi di filosofia orientale, all’età di circa 22 anni, ho deciso di cambiare alcune cose nella mia vita, tra cui l’alimentazione. Quindi subito, fin da ragazzo, mi sono appassionato alla cucina vegetariana pura: cucina vegetale e vegana. Così ho deciso di proseguire gli studi, mi sono appassionato, vivo la mia professione come la realizzazione di una grande passione. Perché questa professione mi ha consentito di studiare, di cucinare nei ristoranti stellati: ero il primo chef del ristorante Joia di Milano, che forse conosce». Il Joia è il ristorante milanese dello chef Pietro Leemann, il primo ristorante europeo vegetariano a ricevere la stella Michelin. «Esatto. Eravamo gli unici all’epoca con questo riconoscimento. Poi nel 2011 ho deciso di dedicarmi anche alla diffusione della cultura vegetariana e vegana in altri ambiti. Quindi ho iniziato a insegnare, a tenere corsi, e in parallelo ho scelto Alce Nero – una grossa azienda biologica – come punto di riferimento. Mi sono confrontato con l’allora presidente di Alce Nero e con i tanti soci e loro mi hanno fornito tantissimi strumenti conoscitivi». Cioè? «Vede, io magari ero capace di fare un tortino di legumi. Ma penso che sia interessante anche parlare dell’uomo che coltiva, parlare dei prodotti che vengono coltivati sul territorio italiano, in Europa, nel mondo. Diciamo che la cultura biologica mi è servita per fare un bell’aggiornamento umano e anche professionale». Poi è diventata la sua professione. «Sì, la scelta biologica è diventata la mia professione, tanto è vero che io insegno anche in scuole molto importanti come l’Alma, e in questi luoghi cerco di portare le bellezze del biologico e del biodinamico e spesso trovo cuochi e altre persone molto incuriosite da questa branca dell’agricoltura che è antica quanto l’uomo, ma è anche moderna». In che senso? «Nel senso che oggi bisogna anche interrogarsi su come vengono coltivate certe verdure, i cereali… Il nostro pianeta non sta benissimo e il biologico e il biodinamico possono essere delle valide strade per migliorare o cercare di migliorare il nostro rapporto con ciò che ci circonda». Uno dei motivi per cui molti non scelgono il biologico è il prezzo. Come si può risolvere questo problema? «Questa è una domanda che tocca molto noi operatori… Io consiglio di usare prodotti riconducibili alla zona in cui abitiamo. Bisognerebbe affidarsi a negozi o supermercati che offrono prodotti legati alla nostra terra. Secondo alcune teorie legate anche alla biodinamica, noi siamo anche ciò che respira la pianta che ci sta vicino. Se siamo a Milano, come nel mio caso, meglio consumare prodotti della Lombardia anziché prodotti che provengono da Palermo. La stessa cosa vale per un siciliano: dovrebbe consumare soprattutto prodotti che crescono attorno alla terra dove abita. In questo modo si produrrebbe anche una sorta di reciprocità». Il primo consiglio è dunque consumare prodotti delle proprie terre. Poi? «Cercare prodotti della stagione in cui ci troviamo. Credo che questo consentirebbe di spendere in modo oculato. Va bene cercare prodotti esotici o provenienti da altri continenti, ma di tanto in tanto: non credo sia bene introdurli in maniera massiva nelle nostre scelte alimentari. Quindi prodotti della terra in cui viviamo, nella stagione in cui siamo. Io però vorrei fare una domanda e lei e ai lettori». Prego. «Secondo voi il biologico costa troppo o quello è il prezzo giusto di un vegetale o di un frutto? Mi spiego. Noi sappiamo che con l’agricoltura, tradizionale, che usa molti concimi fossili, lasciamo poi un debito nella terra. Certo riusciamo ad avere grandi capacità produttive ma inseriamo nel terreno dei prodotti che hanno dei residui. È questo che intendo quando parlo di debito. Quindi apparentemente magari il pomodorino alla cassa costa di meno, però abbiamo lasciato dei residui, abbiamo lasciato nella terra dei concimi non facili da smaltire». Sta dicendo che dobbiamo considerare anche questo costo. «Volevo dire che bisogna pensare anche alle future generazioni. L’economia ha il respiro corto: la scelta biologica si pone come orizzonte un periodo più lungo, non solo una generazione o due. Sul prezzo sono d’accordo: il biologico molto spesso costa di più, ma probabilmente ha un prezzo giusto per certi ingredienti che vengono coltivati con attenzione, con un certo rispetto. Io sono ovviamente a favore del biologico e del biodinamico a patto che non siano imposti: deve essere sempre una scelta libera, ponderata. E poi non voglio certo entrare nelle tasche altrui. Dico solo che dobbiamo considerare tutto e sapere che a volte l’agricoltura tradizionale non tiene conto di certi problemi».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».