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2024-12-16
Biologico, che passione
(IStock)
Domenica a Milano si è tenuta la Festa del bio. Un grande evento dedicato al biologico nel suo complesso organizzato da Federbio, l’associazione che riunisce tutti i produttori del settore. Un settore che, a quanto pare, continua a espandersi nel nostro Paese. Secondo i dati del rapporto «Bio in cifre 2024» curato dal Sinab (Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica) e relativo al 2023, «le superfici agricole coltivate con metodo biologico hanno raggiunto i 2,46 milioni di ettari, con un incremento del 4,5% rispetto all’anno precedente. Si tratta di 106.000 ettari in più dedicati alle colture senza chimica di sintesi. La Sau (superficie agricola biologica, ndr) ha sfiorato il 20% confermandosi tra le più elevate in Europa e avvicinando ulteriormente l’Italia all’obiettivo del 25% al 2027 previsto dal Piano strategico nazionale della Pac. Aumentano anche gli operatori biologici che hanno toccato quota 94.441 (+1,8% rispetto al 2022), di cui 84.191 rappresentati da aziende agricole bio (+1,9%)».
«I dati attestano che il biologico continua a crescere, anche se a un ritmo più contenuto. I consumi fanno registrare un incremento più a valore che a volume, risentendo degli effetti inflazionistici di un mercato caratterizzato da instabilità e volatilità», dice Maria Grazia Mammuccini, che gestisce in Toscana un’azienda vitivinicola e olivicola a conduzione biologica ed è presidente di Federbio dal 2019. «I dati presentati recentemente sono positivi, quindi possiamo usare un certo ottimismo», spiega Mammuccini alla Verità. «I dati del ministero, resi noti a settembre, mostrano che nel 2023 le superfici coltivate e il numero di operatori nel settore sono cresciuti. I dati del 2024 saranno disponibili solo da luglio in poi, ma quelli del 2023 indicano fiducia da parte degli agricoltori verso il biologico. In occasione dell’assemblea dei produttori biologici organizzata da Federbio a ottobre, Nomisma ha presentato dati sui consumi aggiornati già a settembre 2024. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra una crescita delle vendite: +4,9% in volume e +4,5% in valore. Complessivamente, sia dal punto di vista della produzione che del consumo, ci sono trend positivi. Tuttavia, non bisogna ignorare alcune criticità». A parte il clima che dà problemi e preoccupazioni a molti, c’è un altro tema spinoso che riguarda l’agricoltura nel suo complesso e non solo chi lavora col biologico. «Un’altra criticità è il calo del prezzo al produttore per alcuni prodotti, come latte e cereali, che sta riducendo la differenza di prezzo tra biologico e convenzionale», dice Mammuccini. Insomma, chi coltiva viene pagato meno. Anche se poi, molto spesso, per i consumatori il biologico ha un prezzo più alto.
«Sì, il biologico ha costi superiori rispetto al convenzionale», spiega la presidente di Federbio. «Analizzando la composizione dei costi, i mezzi tecnici sono meno onerosi, ma i costi per la manodopera sono più alti, dato che il biologico richiede più lavoro. Questo maggior costo ha però un valore sociale, poiché crea più occupazione rispetto al convenzionale. Attualmente, il prezzo alla fonte per i produttori si sta appiattendo e si ripropone lo stesso problema che si riscontra nel convenzionale: la filiera distribuisce il valore in modo squilibrato, con la parte agricola che riceve la remunerazione minore. Per affrontare questa situazione, è in fase di valutazione il marchio del biologico italiano, riservato ai prodotti che rispettano le norme europee e sono composti per il 95% da ingredienti di origine italiana. Questo marchio potrebbe essere un’opportunità per creare filiere Made in Italy bio a prezzi giusti, coinvolgendo soggetti imprenditoriali disposti a investire in sostenibilità economica, ambientale e sociale. Può essere un’occasione anche per dare un equilibrio diverso dentro la filiera rispetto al peso della produzione agricola».
Secondo Mammuccini l’intero comparto bio avrebbe bisogno di alcuni cambiamenti importanti. «Per imprimere una spinta propulsiva al settore occorre agire su diversi fattori: semplificazione burocratica, ricerca, innovazione, formazione e assistenza tecnica, organizzazione della filiera con l’obiettivo del “giusto prezzo” attraverso la rapida attuazione del Piano d’azione nazionale per il bio e delle misure del Piano strategico italiano della Pac. Per sostenere una crescita sana del biologico, l’incremento della produzione nazionale deve essere supportato da un’equivalente crescita dei consumi interni. Occorre quindi stimolare la domanda, sensibilizzando i cittadini sulle ricadute positive che il biologico comporta per l’economia, la salute delle persone e dell’ambiente. Inoltre è fondamentale semplificare le procedure per ridurre i costi di consulenza e supporto legati alla certificazione, che vanno ad aggravare e penalizzare soprattutto le piccole e medie aziende bio italiane, che rappresentano la storia del biologico, valorizzando l’identità e il legame con il territorio, in particolare delle aree interne e rurali, e favorendo il rapporto diretto tra produttori e consumatori di buon cibo biologico».
Alcuni di questi obiettivi coincidono con quelli delle più grandi organizzazioni di agricoltori come Coldiretti, Cia e Confagricoltura. «Federbio è una federazione interprofessionale che include produzione, trasformazione, distribuzione e servizi, con sezioni dedicate ai soci produttori, distributori, trasformatori e soci dei servizi», dice Mammuccini. «Tra i nostri soci produttori (noi siamo un’organizzazione di secondo livello, quindi non associamo singoli) ce ne sono alcuni che aderiscono a organizzazioni come Coldiretti Bio, Anabio-Cia e Demeter, oltre a piccole associazioni regionali che coprono circa 10 regioni. È importante per noi confrontarsi con organizzazioni come Coldiretti e Cia, poiché molti produttori biologici ne fanno parte. Questo scambio è utile per entrambi i settori: ad esempio, la riduzione della chimica in agricoltura è un obiettivo condiviso, e molte pratiche sviluppate dal biologico possono essere utili anche al convenzionale. Allo stesso tempo, il biologico può trarre vantaggio da tecnologie innovative usate nel convenzionale, mantenendo però i suoi principi fondamentali, come l’assenza di chimica e il mantenimento della fertilità del suolo».
Chef Simone Salvini: «È un tipo di cucina che fa bene a noi e pure al territorio»
Lo chef Simone Salvini è stato ospite alla Festa del bio di Milano, dove ha deliziato il pubblico con uno show cooking. La sua idea di cucina, tuttavia, si può applicare anche al di fuori dei ristoranti prestigiosi e dei grandi eventi: può essere adottata anche nella vita di tutti i giorni. Basta solo un pizzico di attenzione in più.
Chef Salvini, perché ha scelto di dedicare così tanta attenzione al biologico?
«Io nasco come cuoco, come cuoco normale che si è specializzato nella cucina tradizionale italiana. Poi dopo aver letto alcuni testi di filosofia orientale, all’età di circa 22 anni, ho deciso di cambiare alcune cose nella mia vita, tra cui l’alimentazione. Quindi subito, fin da ragazzo, mi sono appassionato alla cucina vegetariana pura: cucina vegetale e vegana. Così ho deciso di proseguire gli studi, mi sono appassionato, vivo la mia professione come la realizzazione di una grande passione. Perché questa professione mi ha consentito di studiare, di cucinare nei ristoranti stellati: ero il primo chef del ristorante Joia di Milano, che forse conosce».
Il Joia è il ristorante milanese dello chef Pietro Leemann, il primo ristorante europeo vegetariano a ricevere la stella Michelin.
«Esatto. Eravamo gli unici all’epoca con questo riconoscimento. Poi nel 2011 ho deciso di dedicarmi anche alla diffusione della cultura vegetariana e vegana in altri ambiti. Quindi ho iniziato a insegnare, a tenere corsi, e in parallelo ho scelto Alce Nero – una grossa azienda biologica – come punto di riferimento. Mi sono confrontato con l’allora presidente di Alce Nero e con i tanti soci e loro mi hanno fornito tantissimi strumenti conoscitivi».
Cioè?
«Vede, io magari ero capace di fare un tortino di legumi. Ma penso che sia interessante anche parlare dell’uomo che coltiva, parlare dei prodotti che vengono coltivati sul territorio italiano, in Europa, nel mondo. Diciamo che la cultura biologica mi è servita per fare un bell’aggiornamento umano e anche professionale».
Poi è diventata la sua professione.
«Sì, la scelta biologica è diventata la mia professione, tanto è vero che io insegno anche in scuole molto importanti come l’Alma, e in questi luoghi cerco di portare le bellezze del biologico e del biodinamico e spesso trovo cuochi e altre persone molto incuriosite da questa branca dell’agricoltura che è antica quanto l’uomo, ma è anche moderna».
In che senso?
«Nel senso che oggi bisogna anche interrogarsi su come vengono coltivate certe verdure, i cereali… Il nostro pianeta non sta benissimo e il biologico e il biodinamico possono essere delle valide strade per migliorare o cercare di migliorare il nostro rapporto con ciò che ci circonda».
Uno dei motivi per cui molti non scelgono il biologico è il prezzo. Come si può risolvere questo problema?
«Questa è una domanda che tocca molto noi operatori… Io consiglio di usare prodotti riconducibili alla zona in cui abitiamo. Bisognerebbe affidarsi a negozi o supermercati che offrono prodotti legati alla nostra terra. Secondo alcune teorie legate anche alla biodinamica, noi siamo anche ciò che respira la pianta che ci sta vicino. Se siamo a Milano, come nel mio caso, meglio consumare prodotti della Lombardia anziché prodotti che provengono da Palermo. La stessa cosa vale per un siciliano: dovrebbe consumare soprattutto prodotti che crescono attorno alla terra dove abita. In questo modo si produrrebbe anche una sorta di reciprocità».
Il primo consiglio è dunque consumare prodotti delle proprie terre. Poi?
«Cercare prodotti della stagione in cui ci troviamo. Credo che questo consentirebbe di spendere in modo oculato. Va bene cercare prodotti esotici o provenienti da altri continenti, ma di tanto in tanto: non credo sia bene introdurli in maniera massiva nelle nostre scelte alimentari. Quindi prodotti della terra in cui viviamo, nella stagione in cui siamo. Io però vorrei fare una domanda e lei e ai lettori».
Prego.
«Secondo voi il biologico costa troppo o quello è il prezzo giusto di un vegetale o di un frutto? Mi spiego. Noi sappiamo che con l’agricoltura, tradizionale, che usa molti concimi fossili, lasciamo poi un debito nella terra. Certo riusciamo ad avere grandi capacità produttive ma inseriamo nel terreno dei prodotti che hanno dei residui. È questo che intendo quando parlo di debito. Quindi apparentemente magari il pomodorino alla cassa costa di meno, però abbiamo lasciato dei residui, abbiamo lasciato nella terra dei concimi non facili da smaltire».
Sta dicendo che dobbiamo considerare anche questo costo.
«Volevo dire che bisogna pensare anche alle future generazioni. L’economia ha il respiro corto: la scelta biologica si pone come orizzonte un periodo più lungo, non solo una generazione o due. Sul prezzo sono d’accordo: il biologico molto spesso costa di più, ma probabilmente ha un prezzo giusto per certi ingredienti che vengono coltivati con attenzione, con un certo rispetto. Io sono ovviamente a favore del biologico e del biodinamico a patto che non siano imposti: deve essere sempre una scelta libera, ponderata. E poi non voglio certo entrare nelle tasche altrui. Dico solo che dobbiamo considerare tutto e sapere che a volte l’agricoltura tradizionale non tiene conto di certi problemi».
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In Italia crescono le superfici coltivate e gli operatori del settore. Ma per gli agricoltori i problemi non mancano. Servirebbe un «made in Italy» (a prezzi giusti) che favorisca le filiere nazionali.Lo chef Simone Salvini: «Per risparmiare consiglio di acquistare prodotti locali e di stagione. Noi siamo anche ciò che respirano le piante.Lo speciale contiene due articoli.Domenica a Milano si è tenuta la Festa del bio. Un grande evento dedicato al biologico nel suo complesso organizzato da Federbio, l’associazione che riunisce tutti i produttori del settore. Un settore che, a quanto pare, continua a espandersi nel nostro Paese. Secondo i dati del rapporto «Bio in cifre 2024» curato dal Sinab (Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica) e relativo al 2023, «le superfici agricole coltivate con metodo biologico hanno raggiunto i 2,46 milioni di ettari, con un incremento del 4,5% rispetto all’anno precedente. Si tratta di 106.000 ettari in più dedicati alle colture senza chimica di sintesi. La Sau (superficie agricola biologica, ndr) ha sfiorato il 20% confermandosi tra le più elevate in Europa e avvicinando ulteriormente l’Italia all’obiettivo del 25% al 2027 previsto dal Piano strategico nazionale della Pac. Aumentano anche gli operatori biologici che hanno toccato quota 94.441 (+1,8% rispetto al 2022), di cui 84.191 rappresentati da aziende agricole bio (+1,9%)».«I dati attestano che il biologico continua a crescere, anche se a un ritmo più contenuto. I consumi fanno registrare un incremento più a valore che a volume, risentendo degli effetti inflazionistici di un mercato caratterizzato da instabilità e volatilità», dice Maria Grazia Mammuccini, che gestisce in Toscana un’azienda vitivinicola e olivicola a conduzione biologica ed è presidente di Federbio dal 2019. «I dati presentati recentemente sono positivi, quindi possiamo usare un certo ottimismo», spiega Mammuccini alla Verità. «I dati del ministero, resi noti a settembre, mostrano che nel 2023 le superfici coltivate e il numero di operatori nel settore sono cresciuti. I dati del 2024 saranno disponibili solo da luglio in poi, ma quelli del 2023 indicano fiducia da parte degli agricoltori verso il biologico. In occasione dell’assemblea dei produttori biologici organizzata da Federbio a ottobre, Nomisma ha presentato dati sui consumi aggiornati già a settembre 2024. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra una crescita delle vendite: +4,9% in volume e +4,5% in valore. Complessivamente, sia dal punto di vista della produzione che del consumo, ci sono trend positivi. Tuttavia, non bisogna ignorare alcune criticità». A parte il clima che dà problemi e preoccupazioni a molti, c’è un altro tema spinoso che riguarda l’agricoltura nel suo complesso e non solo chi lavora col biologico. «Un’altra criticità è il calo del prezzo al produttore per alcuni prodotti, come latte e cereali, che sta riducendo la differenza di prezzo tra biologico e convenzionale», dice Mammuccini. Insomma, chi coltiva viene pagato meno. Anche se poi, molto spesso, per i consumatori il biologico ha un prezzo più alto.«Sì, il biologico ha costi superiori rispetto al convenzionale», spiega la presidente di Federbio. «Analizzando la composizione dei costi, i mezzi tecnici sono meno onerosi, ma i costi per la manodopera sono più alti, dato che il biologico richiede più lavoro. Questo maggior costo ha però un valore sociale, poiché crea più occupazione rispetto al convenzionale. Attualmente, il prezzo alla fonte per i produttori si sta appiattendo e si ripropone lo stesso problema che si riscontra nel convenzionale: la filiera distribuisce il valore in modo squilibrato, con la parte agricola che riceve la remunerazione minore. Per affrontare questa situazione, è in fase di valutazione il marchio del biologico italiano, riservato ai prodotti che rispettano le norme europee e sono composti per il 95% da ingredienti di origine italiana. Questo marchio potrebbe essere un’opportunità per creare filiere Made in Italy bio a prezzi giusti, coinvolgendo soggetti imprenditoriali disposti a investire in sostenibilità economica, ambientale e sociale. Può essere un’occasione anche per dare un equilibrio diverso dentro la filiera rispetto al peso della produzione agricola».Secondo Mammuccini l’intero comparto bio avrebbe bisogno di alcuni cambiamenti importanti. «Per imprimere una spinta propulsiva al settore occorre agire su diversi fattori: semplificazione burocratica, ricerca, innovazione, formazione e assistenza tecnica, organizzazione della filiera con l’obiettivo del “giusto prezzo” attraverso la rapida attuazione del Piano d’azione nazionale per il bio e delle misure del Piano strategico italiano della Pac. Per sostenere una crescita sana del biologico, l’incremento della produzione nazionale deve essere supportato da un’equivalente crescita dei consumi interni. Occorre quindi stimolare la domanda, sensibilizzando i cittadini sulle ricadute positive che il biologico comporta per l’economia, la salute delle persone e dell’ambiente. Inoltre è fondamentale semplificare le procedure per ridurre i costi di consulenza e supporto legati alla certificazione, che vanno ad aggravare e penalizzare soprattutto le piccole e medie aziende bio italiane, che rappresentano la storia del biologico, valorizzando l’identità e il legame con il territorio, in particolare delle aree interne e rurali, e favorendo il rapporto diretto tra produttori e consumatori di buon cibo biologico».Alcuni di questi obiettivi coincidono con quelli delle più grandi organizzazioni di agricoltori come Coldiretti, Cia e Confagricoltura. «Federbio è una federazione interprofessionale che include produzione, trasformazione, distribuzione e servizi, con sezioni dedicate ai soci produttori, distributori, trasformatori e soci dei servizi», dice Mammuccini. «Tra i nostri soci produttori (noi siamo un’organizzazione di secondo livello, quindi non associamo singoli) ce ne sono alcuni che aderiscono a organizzazioni come Coldiretti Bio, Anabio-Cia e Demeter, oltre a piccole associazioni regionali che coprono circa 10 regioni. È importante per noi confrontarsi con organizzazioni come Coldiretti e Cia, poiché molti produttori biologici ne fanno parte. Questo scambio è utile per entrambi i settori: ad esempio, la riduzione della chimica in agricoltura è un obiettivo condiviso, e molte pratiche sviluppate dal biologico possono essere utili anche al convenzionale. Allo stesso tempo, il biologico può trarre vantaggio da tecnologie innovative usate nel convenzionale, mantenendo però i suoi principi fondamentali, come l’assenza di chimica e il mantenimento della fertilità del suolo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biologico-settore-italia-2670458319.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chef-simone-salvini-e-un-tipo-di-cucina-che-fa-bene-a-noi-e-pure-al-territorio" data-post-id="2670458319" data-published-at="1734351880" data-use-pagination="False"> Chef Simone Salvini: «È un tipo di cucina che fa bene a noi e pure al territorio» Lo chef Simone Salvini è stato ospite alla Festa del bio di Milano, dove ha deliziato il pubblico con uno show cooking. La sua idea di cucina, tuttavia, si può applicare anche al di fuori dei ristoranti prestigiosi e dei grandi eventi: può essere adottata anche nella vita di tutti i giorni. Basta solo un pizzico di attenzione in più. Chef Salvini, perché ha scelto di dedicare così tanta attenzione al biologico? «Io nasco come cuoco, come cuoco normale che si è specializzato nella cucina tradizionale italiana. Poi dopo aver letto alcuni testi di filosofia orientale, all’età di circa 22 anni, ho deciso di cambiare alcune cose nella mia vita, tra cui l’alimentazione. Quindi subito, fin da ragazzo, mi sono appassionato alla cucina vegetariana pura: cucina vegetale e vegana. Così ho deciso di proseguire gli studi, mi sono appassionato, vivo la mia professione come la realizzazione di una grande passione. Perché questa professione mi ha consentito di studiare, di cucinare nei ristoranti stellati: ero il primo chef del ristorante Joia di Milano, che forse conosce». Il Joia è il ristorante milanese dello chef Pietro Leemann, il primo ristorante europeo vegetariano a ricevere la stella Michelin. «Esatto. Eravamo gli unici all’epoca con questo riconoscimento. Poi nel 2011 ho deciso di dedicarmi anche alla diffusione della cultura vegetariana e vegana in altri ambiti. Quindi ho iniziato a insegnare, a tenere corsi, e in parallelo ho scelto Alce Nero – una grossa azienda biologica – come punto di riferimento. Mi sono confrontato con l’allora presidente di Alce Nero e con i tanti soci e loro mi hanno fornito tantissimi strumenti conoscitivi». Cioè? «Vede, io magari ero capace di fare un tortino di legumi. Ma penso che sia interessante anche parlare dell’uomo che coltiva, parlare dei prodotti che vengono coltivati sul territorio italiano, in Europa, nel mondo. Diciamo che la cultura biologica mi è servita per fare un bell’aggiornamento umano e anche professionale». Poi è diventata la sua professione. «Sì, la scelta biologica è diventata la mia professione, tanto è vero che io insegno anche in scuole molto importanti come l’Alma, e in questi luoghi cerco di portare le bellezze del biologico e del biodinamico e spesso trovo cuochi e altre persone molto incuriosite da questa branca dell’agricoltura che è antica quanto l’uomo, ma è anche moderna». In che senso? «Nel senso che oggi bisogna anche interrogarsi su come vengono coltivate certe verdure, i cereali… Il nostro pianeta non sta benissimo e il biologico e il biodinamico possono essere delle valide strade per migliorare o cercare di migliorare il nostro rapporto con ciò che ci circonda». Uno dei motivi per cui molti non scelgono il biologico è il prezzo. Come si può risolvere questo problema? «Questa è una domanda che tocca molto noi operatori… Io consiglio di usare prodotti riconducibili alla zona in cui abitiamo. Bisognerebbe affidarsi a negozi o supermercati che offrono prodotti legati alla nostra terra. Secondo alcune teorie legate anche alla biodinamica, noi siamo anche ciò che respira la pianta che ci sta vicino. Se siamo a Milano, come nel mio caso, meglio consumare prodotti della Lombardia anziché prodotti che provengono da Palermo. La stessa cosa vale per un siciliano: dovrebbe consumare soprattutto prodotti che crescono attorno alla terra dove abita. In questo modo si produrrebbe anche una sorta di reciprocità». Il primo consiglio è dunque consumare prodotti delle proprie terre. Poi? «Cercare prodotti della stagione in cui ci troviamo. Credo che questo consentirebbe di spendere in modo oculato. Va bene cercare prodotti esotici o provenienti da altri continenti, ma di tanto in tanto: non credo sia bene introdurli in maniera massiva nelle nostre scelte alimentari. Quindi prodotti della terra in cui viviamo, nella stagione in cui siamo. Io però vorrei fare una domanda e lei e ai lettori». Prego. «Secondo voi il biologico costa troppo o quello è il prezzo giusto di un vegetale o di un frutto? Mi spiego. Noi sappiamo che con l’agricoltura, tradizionale, che usa molti concimi fossili, lasciamo poi un debito nella terra. Certo riusciamo ad avere grandi capacità produttive ma inseriamo nel terreno dei prodotti che hanno dei residui. È questo che intendo quando parlo di debito. Quindi apparentemente magari il pomodorino alla cassa costa di meno, però abbiamo lasciato dei residui, abbiamo lasciato nella terra dei concimi non facili da smaltire». Sta dicendo che dobbiamo considerare anche questo costo. «Volevo dire che bisogna pensare anche alle future generazioni. L’economia ha il respiro corto: la scelta biologica si pone come orizzonte un periodo più lungo, non solo una generazione o due. Sul prezzo sono d’accordo: il biologico molto spesso costa di più, ma probabilmente ha un prezzo giusto per certi ingredienti che vengono coltivati con attenzione, con un certo rispetto. Io sono ovviamente a favore del biologico e del biodinamico a patto che non siano imposti: deve essere sempre una scelta libera, ponderata. E poi non voglio certo entrare nelle tasche altrui. Dico solo che dobbiamo considerare tutto e sapere che a volte l’agricoltura tradizionale non tiene conto di certi problemi».
Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.
Non accontentatevi del «mala tempora currunt», perché ora «sed peiora parantur». Non bisogna essere il mago Otelma per accorgersi che non c’è da stare allegri se il petrolio e il gas sono raddoppiati, se la Cina ci invade con prodotti in dumping perché è in iperproduzione e se la guerra dei dazi blocca la nostra merce alle frontiere. Che i tempi sono pessimi lo sanno tutti tranne la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, convinta che giocando con i carri armatini e rafforzando il Green deal ci si salva. Ha detto: «Non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità». Al massimo due aiutini di Stato. E, mentre studia un piano per rinchiuderci in casa, mandarci a piedi e bloccarci i condizionatori causa mancanza di energia, risponde: «Non siamo ai tempi del Covid». Come dire: con il lockdown energetico mica dovete vaccinarvi.
Magari ci fosse un vaccino contro la miseria! Perché l’Europa è un malato grave e servirebbe subito la sospensione delle regole fiscali. Forse avendo dato gli ultimi, necessari, 90 miliardi a Volodymir Zelensky, avendo in testa di portare il bilancio Ue a 2.000 miliardi ammazzando di altre tasse imprese e contribuenti, volendo varare un riarmo da 800 miliardi, i soldi per lanciare un nuovo «recovery» non ci sono, ma di certo non è tempo di fare sottigliezze sugli zero virgola di bilancio. Va scritto a lettere cubitali: l’Europa, e l’eurozona ancora più gravemente, è in stagflazione. Ci sono impietosi i numeri: l’inflazione nei Paesi che hanno adottato l’euro ad aprile è salita al 3% (rispetto al 2,6% annuo fino a marzo e all’1,9% di febbraio), ma il tasso di crescita è inchiodato allo 0,1%, certificato da Eurostat, che stima ancora un +0,8% a fine anno. È la peggiore patologia economica che possa capitare: vuol dire che il volume economico arretra, ma l’inflazione sale. Stiamo importando energia a un costo spropositato ma, siccome per pagare le bollette aziende e famiglie spendono di più, la domanda aggregata frena; se poi si blocca l’export perché la Cina fa dumping e perché, ad esempio, a Dubai il lusso made in Italy non lo consuma più nessuno causa paura, ecco la tempesta perfetta. Con in più una sciagura: al timone della nave c’è una baronessa tutta chiacchiere e distintivo. Fuor di metafora: anche chi, come il vicepremier Antonio Tajani, dice che non si deve derogare dai vincoli di bilancio ma semmai accedere al Mes, oggi è di fronte al baratro economico annunciato. Che si materializza nelle parole di un’altra signora d’Europa. Christine Lagarde presidente della Bce.
L’inflazione ha accelerato ben sopra il target dell’Eurotower, ma ieri hanno deciso di lasciare i tassi invariati al 2% (anche quelli sul rifinanziamento restano al 2,15% e al 2,4%). La ragione? Pare che l’inflazione di fondo stia ancora al 2,2 e, quindi, l’impennata dei prezzi energetici oltre il 5% può essere interpretata per un po’ come una fiammata dovuta all’imbuto di Hormuz. Alle Borse è bastato che non ci sia stata la stretta immediata per pigliare fiato (la migliore è Milano, col +0,9 nonostante un tonfo di Stellantis che perde quasi il 6,4 mentre il petrolio arretra di 3 punti). La Lagarde però è stata chiara: non fateci la bocca. «Abbiamo discusso molto sulla possibilità di alzare, ma all’unanimità abbiamo deciso di stare fermi. La Bce non intende reagire immediatamente a uno shock di offerta», ha commentato. A giugno però potrebbe esserci la stretta: «Le prossime sei settimane», ha detto Lagarde, saranno il momento opportuno per valutare l’economia al fine di prendere una decisione ponderata sulla base di informazioni verificate e riesaminate».
La verità è che tutte le banche centrali - da Londra alla Fed - sono rimaste ferme. In Europa un combinato disposto di stagflazione conclamata e aumento dei tassi sarebbe mortale. Soprattutto per l’Italia, che deve spesare un enorme debito pubblico che l’inflazione erode nominalmente ma i tassi fanno diventare più caro. Chi sta peggio è la Francia (zero crescita, inflazione mensile all’1,2% e su base annua al 2,5%), ma la «locomotiva» Germania è al minimo (0,3% di crescita su base trimestrale, 0,5% di aumento mensile dei prezzi e annuale del 2,9%) e pure la Spagna dei presunti miracoli paga dazio: cresce dello 0,6%, ha però il più alto tasso d’inflazione, al 3,6%. Da noi i numeri non consolano: crescita allo 0,2%, inflazione annua al 2,9% secondo Eurostat, ma balzo ad aprile dell’1,7% con l’energia a +5,1% e carrello della spesa pesante (+2,5 con gli alimentari non lavorati, frutta e verdura per intenderci, che vanno su del 6% e i beni di frequente acquisto che schizzano a +4,3%). L’inflazione di fondo cala pero di uno 0,3, all’1,6%, ma non si vede nelle tasche. In proiezione di spesa ogni famiglia, se le cose continuano così, sborserà 1.000 euro in più a fine anno. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti due giorni fa ha detto: «No all’immagine del Paese al disastro: non è tutto oro, ma neppure stagflazione». Purtroppo dall’Europa sono arrivate pessime notizie: sed peiora parantur!
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Per il Primo Maggio, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto visita a PizzAut, la pizzeria di Monza nota per l’inserimento lavorativo di persone con disturbo dello spettro autistico. All’arrivo, la premier è stata accolta nel piazzale davanti al locale dai ragazzi del team insieme al fondatore Nino Acampora. «Per il Primo Maggio volevo venire a trovare i lavoratori più straordinari di tutti», ha dichiarato Meloni, rivolgendosi ai presenti.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La risoluzione impegna il governo ad «attivare interlocuzioni presso l’Ue volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attuazione della clausola di salvaguardia». Questa è una possibilità prevista dalle regole europee che consente agli Stati membri di sospendere temporaneamente i vincoli del Patto di Stabilità in caso di grave recessione economica nell’Eurozona e nell’Unione europea. Non si tratta comunque di misure unilaterali ed è sempre prevista l’autorizzazione da parte delle istituzioni Ue. Secondo il Codice di condotta sull’attuazione del Patto di Stabilità, in caso di attivazione delle clausole i Paesi con disavanzo eccessivo, che è il caso dell’Italia, non vedono sospese le regole fiscali ma possono ottenere una revisione del percorso di aggiustamento e una valutazione più flessibile da parte della Commissione Ue.
L’aggiornamento della risoluzione di maggioranza è un passo ulteriore e più forte rispetto al testo precedente dove c’era solo una generica richiesta alla Ue di una maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici. La Camera ha approvato il testo con 180 voti favorevoli, 97 contrari e quattro astensioni (compreso il partito di Vannacci). Al Senato approvato con 96 sì e 60 no. La modifica è certamente il frutto di una pressione della Lega condotta in Parlamento da Alberto Bagnai e Claudio Borghi. «Il testo della risoluzione l’ho validato io quindi vuol dire che è stato condiviso», ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Da un lato la Lega spingeva per inserire un riferimento esplicito allo scostamento di bilancio, strumento che il governo non può e non vuole evocare apertamente per non irrigidire il non facile dialogo con Bruxelles, le clausole di salvaguardia tuttavia sono uno strumento concreto. La motivazione per invocarle è, come appare evidente, la situazione energetica seguita agli eventi bellici che si sono sviluppati a partire dal 28 febbraio, cioè dopo l’intervento americano in Iran. Una guerra che ha prodotto «un rilevante impatto asimmetrico sui costi energetici, in conseguenza di fattori al di fuori del controllo degli Stati dell’Unione», si legge nella risoluzione. D’altra parte la nuova governance europea prevede clausole di uscita in caso di circostanze eccezionali e in base alla risoluzione l’Italia deve intraprendere questa strada. Nel suo intervento al termine della discussione generale sul Dfp, il ministro Giorgetti aveva detto: «È molto difficile da sostenere, quantomeno politicamente, una clausola escape che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto le spese per la difesa e invece le escluda per gli interventi in favore di famiglie e imprese per l’energia. C’è un’incongruenza logica che continueremo a ribadire».
La questione è chiara: da un lato l’esigenza di mettere in campo misure per evitare che l’impatto del conflitto in Medio Oriente si propaghi nel nostro Paese alla struttura dei prezzi, generando inflazione e quindi comprimendo il potere d’acquisto dei cittadini; dall’altro ci sono gli spazi assai limitati di finanza pubblica in un Paese come l’Italia fortemente indebitato, con un rapporto tra lo stock del debito e il Pil che nel 2025 è stato del 137,1% e che è dato in crescita nel 2026.
Nel corso del dibattito parlamentare il ministro Giorgetti aveva sottolineato come un Paese «fortemente indebitato non sia totalmente libero e ha un vincolo che non si può ignorare». La clausola invocata potrebbe essere il percorso giusto in questa fase in base a come andrà l’interlocuzione con l’Unione europea.
Intanto il governo si avvicina alla data di domani, 2 maggio, quando diventerà il secondo più longevo della storia repubblicana sorpassando il Berlusconi quater (2008-2011), di cui peraltro Giorgia Meloni faceva parte come ministro della Gioventù.
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