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2024-12-16
Biologico, che passione
(IStock)
Domenica a Milano si è tenuta la Festa del bio. Un grande evento dedicato al biologico nel suo complesso organizzato da Federbio, l’associazione che riunisce tutti i produttori del settore. Un settore che, a quanto pare, continua a espandersi nel nostro Paese. Secondo i dati del rapporto «Bio in cifre 2024» curato dal Sinab (Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica) e relativo al 2023, «le superfici agricole coltivate con metodo biologico hanno raggiunto i 2,46 milioni di ettari, con un incremento del 4,5% rispetto all’anno precedente. Si tratta di 106.000 ettari in più dedicati alle colture senza chimica di sintesi. La Sau (superficie agricola biologica, ndr) ha sfiorato il 20% confermandosi tra le più elevate in Europa e avvicinando ulteriormente l’Italia all’obiettivo del 25% al 2027 previsto dal Piano strategico nazionale della Pac. Aumentano anche gli operatori biologici che hanno toccato quota 94.441 (+1,8% rispetto al 2022), di cui 84.191 rappresentati da aziende agricole bio (+1,9%)».
«I dati attestano che il biologico continua a crescere, anche se a un ritmo più contenuto. I consumi fanno registrare un incremento più a valore che a volume, risentendo degli effetti inflazionistici di un mercato caratterizzato da instabilità e volatilità», dice Maria Grazia Mammuccini, che gestisce in Toscana un’azienda vitivinicola e olivicola a conduzione biologica ed è presidente di Federbio dal 2019. «I dati presentati recentemente sono positivi, quindi possiamo usare un certo ottimismo», spiega Mammuccini alla Verità. «I dati del ministero, resi noti a settembre, mostrano che nel 2023 le superfici coltivate e il numero di operatori nel settore sono cresciuti. I dati del 2024 saranno disponibili solo da luglio in poi, ma quelli del 2023 indicano fiducia da parte degli agricoltori verso il biologico. In occasione dell’assemblea dei produttori biologici organizzata da Federbio a ottobre, Nomisma ha presentato dati sui consumi aggiornati già a settembre 2024. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra una crescita delle vendite: +4,9% in volume e +4,5% in valore. Complessivamente, sia dal punto di vista della produzione che del consumo, ci sono trend positivi. Tuttavia, non bisogna ignorare alcune criticità». A parte il clima che dà problemi e preoccupazioni a molti, c’è un altro tema spinoso che riguarda l’agricoltura nel suo complesso e non solo chi lavora col biologico. «Un’altra criticità è il calo del prezzo al produttore per alcuni prodotti, come latte e cereali, che sta riducendo la differenza di prezzo tra biologico e convenzionale», dice Mammuccini. Insomma, chi coltiva viene pagato meno. Anche se poi, molto spesso, per i consumatori il biologico ha un prezzo più alto.
«Sì, il biologico ha costi superiori rispetto al convenzionale», spiega la presidente di Federbio. «Analizzando la composizione dei costi, i mezzi tecnici sono meno onerosi, ma i costi per la manodopera sono più alti, dato che il biologico richiede più lavoro. Questo maggior costo ha però un valore sociale, poiché crea più occupazione rispetto al convenzionale. Attualmente, il prezzo alla fonte per i produttori si sta appiattendo e si ripropone lo stesso problema che si riscontra nel convenzionale: la filiera distribuisce il valore in modo squilibrato, con la parte agricola che riceve la remunerazione minore. Per affrontare questa situazione, è in fase di valutazione il marchio del biologico italiano, riservato ai prodotti che rispettano le norme europee e sono composti per il 95% da ingredienti di origine italiana. Questo marchio potrebbe essere un’opportunità per creare filiere Made in Italy bio a prezzi giusti, coinvolgendo soggetti imprenditoriali disposti a investire in sostenibilità economica, ambientale e sociale. Può essere un’occasione anche per dare un equilibrio diverso dentro la filiera rispetto al peso della produzione agricola».
Secondo Mammuccini l’intero comparto bio avrebbe bisogno di alcuni cambiamenti importanti. «Per imprimere una spinta propulsiva al settore occorre agire su diversi fattori: semplificazione burocratica, ricerca, innovazione, formazione e assistenza tecnica, organizzazione della filiera con l’obiettivo del “giusto prezzo” attraverso la rapida attuazione del Piano d’azione nazionale per il bio e delle misure del Piano strategico italiano della Pac. Per sostenere una crescita sana del biologico, l’incremento della produzione nazionale deve essere supportato da un’equivalente crescita dei consumi interni. Occorre quindi stimolare la domanda, sensibilizzando i cittadini sulle ricadute positive che il biologico comporta per l’economia, la salute delle persone e dell’ambiente. Inoltre è fondamentale semplificare le procedure per ridurre i costi di consulenza e supporto legati alla certificazione, che vanno ad aggravare e penalizzare soprattutto le piccole e medie aziende bio italiane, che rappresentano la storia del biologico, valorizzando l’identità e il legame con il territorio, in particolare delle aree interne e rurali, e favorendo il rapporto diretto tra produttori e consumatori di buon cibo biologico».
Alcuni di questi obiettivi coincidono con quelli delle più grandi organizzazioni di agricoltori come Coldiretti, Cia e Confagricoltura. «Federbio è una federazione interprofessionale che include produzione, trasformazione, distribuzione e servizi, con sezioni dedicate ai soci produttori, distributori, trasformatori e soci dei servizi», dice Mammuccini. «Tra i nostri soci produttori (noi siamo un’organizzazione di secondo livello, quindi non associamo singoli) ce ne sono alcuni che aderiscono a organizzazioni come Coldiretti Bio, Anabio-Cia e Demeter, oltre a piccole associazioni regionali che coprono circa 10 regioni. È importante per noi confrontarsi con organizzazioni come Coldiretti e Cia, poiché molti produttori biologici ne fanno parte. Questo scambio è utile per entrambi i settori: ad esempio, la riduzione della chimica in agricoltura è un obiettivo condiviso, e molte pratiche sviluppate dal biologico possono essere utili anche al convenzionale. Allo stesso tempo, il biologico può trarre vantaggio da tecnologie innovative usate nel convenzionale, mantenendo però i suoi principi fondamentali, come l’assenza di chimica e il mantenimento della fertilità del suolo».
Chef Simone Salvini: «È un tipo di cucina che fa bene a noi e pure al territorio»
Lo chef Simone Salvini è stato ospite alla Festa del bio di Milano, dove ha deliziato il pubblico con uno show cooking. La sua idea di cucina, tuttavia, si può applicare anche al di fuori dei ristoranti prestigiosi e dei grandi eventi: può essere adottata anche nella vita di tutti i giorni. Basta solo un pizzico di attenzione in più.
Chef Salvini, perché ha scelto di dedicare così tanta attenzione al biologico?
«Io nasco come cuoco, come cuoco normale che si è specializzato nella cucina tradizionale italiana. Poi dopo aver letto alcuni testi di filosofia orientale, all’età di circa 22 anni, ho deciso di cambiare alcune cose nella mia vita, tra cui l’alimentazione. Quindi subito, fin da ragazzo, mi sono appassionato alla cucina vegetariana pura: cucina vegetale e vegana. Così ho deciso di proseguire gli studi, mi sono appassionato, vivo la mia professione come la realizzazione di una grande passione. Perché questa professione mi ha consentito di studiare, di cucinare nei ristoranti stellati: ero il primo chef del ristorante Joia di Milano, che forse conosce».
Il Joia è il ristorante milanese dello chef Pietro Leemann, il primo ristorante europeo vegetariano a ricevere la stella Michelin.
«Esatto. Eravamo gli unici all’epoca con questo riconoscimento. Poi nel 2011 ho deciso di dedicarmi anche alla diffusione della cultura vegetariana e vegana in altri ambiti. Quindi ho iniziato a insegnare, a tenere corsi, e in parallelo ho scelto Alce Nero – una grossa azienda biologica – come punto di riferimento. Mi sono confrontato con l’allora presidente di Alce Nero e con i tanti soci e loro mi hanno fornito tantissimi strumenti conoscitivi».
Cioè?
«Vede, io magari ero capace di fare un tortino di legumi. Ma penso che sia interessante anche parlare dell’uomo che coltiva, parlare dei prodotti che vengono coltivati sul territorio italiano, in Europa, nel mondo. Diciamo che la cultura biologica mi è servita per fare un bell’aggiornamento umano e anche professionale».
Poi è diventata la sua professione.
«Sì, la scelta biologica è diventata la mia professione, tanto è vero che io insegno anche in scuole molto importanti come l’Alma, e in questi luoghi cerco di portare le bellezze del biologico e del biodinamico e spesso trovo cuochi e altre persone molto incuriosite da questa branca dell’agricoltura che è antica quanto l’uomo, ma è anche moderna».
In che senso?
«Nel senso che oggi bisogna anche interrogarsi su come vengono coltivate certe verdure, i cereali… Il nostro pianeta non sta benissimo e il biologico e il biodinamico possono essere delle valide strade per migliorare o cercare di migliorare il nostro rapporto con ciò che ci circonda».
Uno dei motivi per cui molti non scelgono il biologico è il prezzo. Come si può risolvere questo problema?
«Questa è una domanda che tocca molto noi operatori… Io consiglio di usare prodotti riconducibili alla zona in cui abitiamo. Bisognerebbe affidarsi a negozi o supermercati che offrono prodotti legati alla nostra terra. Secondo alcune teorie legate anche alla biodinamica, noi siamo anche ciò che respira la pianta che ci sta vicino. Se siamo a Milano, come nel mio caso, meglio consumare prodotti della Lombardia anziché prodotti che provengono da Palermo. La stessa cosa vale per un siciliano: dovrebbe consumare soprattutto prodotti che crescono attorno alla terra dove abita. In questo modo si produrrebbe anche una sorta di reciprocità».
Il primo consiglio è dunque consumare prodotti delle proprie terre. Poi?
«Cercare prodotti della stagione in cui ci troviamo. Credo che questo consentirebbe di spendere in modo oculato. Va bene cercare prodotti esotici o provenienti da altri continenti, ma di tanto in tanto: non credo sia bene introdurli in maniera massiva nelle nostre scelte alimentari. Quindi prodotti della terra in cui viviamo, nella stagione in cui siamo. Io però vorrei fare una domanda e lei e ai lettori».
Prego.
«Secondo voi il biologico costa troppo o quello è il prezzo giusto di un vegetale o di un frutto? Mi spiego. Noi sappiamo che con l’agricoltura, tradizionale, che usa molti concimi fossili, lasciamo poi un debito nella terra. Certo riusciamo ad avere grandi capacità produttive ma inseriamo nel terreno dei prodotti che hanno dei residui. È questo che intendo quando parlo di debito. Quindi apparentemente magari il pomodorino alla cassa costa di meno, però abbiamo lasciato dei residui, abbiamo lasciato nella terra dei concimi non facili da smaltire».
Sta dicendo che dobbiamo considerare anche questo costo.
«Volevo dire che bisogna pensare anche alle future generazioni. L’economia ha il respiro corto: la scelta biologica si pone come orizzonte un periodo più lungo, non solo una generazione o due. Sul prezzo sono d’accordo: il biologico molto spesso costa di più, ma probabilmente ha un prezzo giusto per certi ingredienti che vengono coltivati con attenzione, con un certo rispetto. Io sono ovviamente a favore del biologico e del biodinamico a patto che non siano imposti: deve essere sempre una scelta libera, ponderata. E poi non voglio certo entrare nelle tasche altrui. Dico solo che dobbiamo considerare tutto e sapere che a volte l’agricoltura tradizionale non tiene conto di certi problemi».
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In Italia crescono le superfici coltivate e gli operatori del settore. Ma per gli agricoltori i problemi non mancano. Servirebbe un «made in Italy» (a prezzi giusti) che favorisca le filiere nazionali.Lo chef Simone Salvini: «Per risparmiare consiglio di acquistare prodotti locali e di stagione. Noi siamo anche ciò che respirano le piante.Lo speciale contiene due articoli.Domenica a Milano si è tenuta la Festa del bio. Un grande evento dedicato al biologico nel suo complesso organizzato da Federbio, l’associazione che riunisce tutti i produttori del settore. Un settore che, a quanto pare, continua a espandersi nel nostro Paese. Secondo i dati del rapporto «Bio in cifre 2024» curato dal Sinab (Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica) e relativo al 2023, «le superfici agricole coltivate con metodo biologico hanno raggiunto i 2,46 milioni di ettari, con un incremento del 4,5% rispetto all’anno precedente. Si tratta di 106.000 ettari in più dedicati alle colture senza chimica di sintesi. La Sau (superficie agricola biologica, ndr) ha sfiorato il 20% confermandosi tra le più elevate in Europa e avvicinando ulteriormente l’Italia all’obiettivo del 25% al 2027 previsto dal Piano strategico nazionale della Pac. Aumentano anche gli operatori biologici che hanno toccato quota 94.441 (+1,8% rispetto al 2022), di cui 84.191 rappresentati da aziende agricole bio (+1,9%)».«I dati attestano che il biologico continua a crescere, anche se a un ritmo più contenuto. I consumi fanno registrare un incremento più a valore che a volume, risentendo degli effetti inflazionistici di un mercato caratterizzato da instabilità e volatilità», dice Maria Grazia Mammuccini, che gestisce in Toscana un’azienda vitivinicola e olivicola a conduzione biologica ed è presidente di Federbio dal 2019. «I dati presentati recentemente sono positivi, quindi possiamo usare un certo ottimismo», spiega Mammuccini alla Verità. «I dati del ministero, resi noti a settembre, mostrano che nel 2023 le superfici coltivate e il numero di operatori nel settore sono cresciuti. I dati del 2024 saranno disponibili solo da luglio in poi, ma quelli del 2023 indicano fiducia da parte degli agricoltori verso il biologico. In occasione dell’assemblea dei produttori biologici organizzata da Federbio a ottobre, Nomisma ha presentato dati sui consumi aggiornati già a settembre 2024. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra una crescita delle vendite: +4,9% in volume e +4,5% in valore. Complessivamente, sia dal punto di vista della produzione che del consumo, ci sono trend positivi. Tuttavia, non bisogna ignorare alcune criticità». A parte il clima che dà problemi e preoccupazioni a molti, c’è un altro tema spinoso che riguarda l’agricoltura nel suo complesso e non solo chi lavora col biologico. «Un’altra criticità è il calo del prezzo al produttore per alcuni prodotti, come latte e cereali, che sta riducendo la differenza di prezzo tra biologico e convenzionale», dice Mammuccini. Insomma, chi coltiva viene pagato meno. Anche se poi, molto spesso, per i consumatori il biologico ha un prezzo più alto.«Sì, il biologico ha costi superiori rispetto al convenzionale», spiega la presidente di Federbio. «Analizzando la composizione dei costi, i mezzi tecnici sono meno onerosi, ma i costi per la manodopera sono più alti, dato che il biologico richiede più lavoro. Questo maggior costo ha però un valore sociale, poiché crea più occupazione rispetto al convenzionale. Attualmente, il prezzo alla fonte per i produttori si sta appiattendo e si ripropone lo stesso problema che si riscontra nel convenzionale: la filiera distribuisce il valore in modo squilibrato, con la parte agricola che riceve la remunerazione minore. Per affrontare questa situazione, è in fase di valutazione il marchio del biologico italiano, riservato ai prodotti che rispettano le norme europee e sono composti per il 95% da ingredienti di origine italiana. Questo marchio potrebbe essere un’opportunità per creare filiere Made in Italy bio a prezzi giusti, coinvolgendo soggetti imprenditoriali disposti a investire in sostenibilità economica, ambientale e sociale. Può essere un’occasione anche per dare un equilibrio diverso dentro la filiera rispetto al peso della produzione agricola».Secondo Mammuccini l’intero comparto bio avrebbe bisogno di alcuni cambiamenti importanti. «Per imprimere una spinta propulsiva al settore occorre agire su diversi fattori: semplificazione burocratica, ricerca, innovazione, formazione e assistenza tecnica, organizzazione della filiera con l’obiettivo del “giusto prezzo” attraverso la rapida attuazione del Piano d’azione nazionale per il bio e delle misure del Piano strategico italiano della Pac. Per sostenere una crescita sana del biologico, l’incremento della produzione nazionale deve essere supportato da un’equivalente crescita dei consumi interni. Occorre quindi stimolare la domanda, sensibilizzando i cittadini sulle ricadute positive che il biologico comporta per l’economia, la salute delle persone e dell’ambiente. Inoltre è fondamentale semplificare le procedure per ridurre i costi di consulenza e supporto legati alla certificazione, che vanno ad aggravare e penalizzare soprattutto le piccole e medie aziende bio italiane, che rappresentano la storia del biologico, valorizzando l’identità e il legame con il territorio, in particolare delle aree interne e rurali, e favorendo il rapporto diretto tra produttori e consumatori di buon cibo biologico».Alcuni di questi obiettivi coincidono con quelli delle più grandi organizzazioni di agricoltori come Coldiretti, Cia e Confagricoltura. «Federbio è una federazione interprofessionale che include produzione, trasformazione, distribuzione e servizi, con sezioni dedicate ai soci produttori, distributori, trasformatori e soci dei servizi», dice Mammuccini. «Tra i nostri soci produttori (noi siamo un’organizzazione di secondo livello, quindi non associamo singoli) ce ne sono alcuni che aderiscono a organizzazioni come Coldiretti Bio, Anabio-Cia e Demeter, oltre a piccole associazioni regionali che coprono circa 10 regioni. È importante per noi confrontarsi con organizzazioni come Coldiretti e Cia, poiché molti produttori biologici ne fanno parte. Questo scambio è utile per entrambi i settori: ad esempio, la riduzione della chimica in agricoltura è un obiettivo condiviso, e molte pratiche sviluppate dal biologico possono essere utili anche al convenzionale. Allo stesso tempo, il biologico può trarre vantaggio da tecnologie innovative usate nel convenzionale, mantenendo però i suoi principi fondamentali, come l’assenza di chimica e il mantenimento della fertilità del suolo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biologico-settore-italia-2670458319.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chef-simone-salvini-e-un-tipo-di-cucina-che-fa-bene-a-noi-e-pure-al-territorio" data-post-id="2670458319" data-published-at="1734351880" data-use-pagination="False"> Chef Simone Salvini: «È un tipo di cucina che fa bene a noi e pure al territorio» Lo chef Simone Salvini è stato ospite alla Festa del bio di Milano, dove ha deliziato il pubblico con uno show cooking. La sua idea di cucina, tuttavia, si può applicare anche al di fuori dei ristoranti prestigiosi e dei grandi eventi: può essere adottata anche nella vita di tutti i giorni. Basta solo un pizzico di attenzione in più. Chef Salvini, perché ha scelto di dedicare così tanta attenzione al biologico? «Io nasco come cuoco, come cuoco normale che si è specializzato nella cucina tradizionale italiana. Poi dopo aver letto alcuni testi di filosofia orientale, all’età di circa 22 anni, ho deciso di cambiare alcune cose nella mia vita, tra cui l’alimentazione. Quindi subito, fin da ragazzo, mi sono appassionato alla cucina vegetariana pura: cucina vegetale e vegana. Così ho deciso di proseguire gli studi, mi sono appassionato, vivo la mia professione come la realizzazione di una grande passione. Perché questa professione mi ha consentito di studiare, di cucinare nei ristoranti stellati: ero il primo chef del ristorante Joia di Milano, che forse conosce». Il Joia è il ristorante milanese dello chef Pietro Leemann, il primo ristorante europeo vegetariano a ricevere la stella Michelin. «Esatto. Eravamo gli unici all’epoca con questo riconoscimento. Poi nel 2011 ho deciso di dedicarmi anche alla diffusione della cultura vegetariana e vegana in altri ambiti. Quindi ho iniziato a insegnare, a tenere corsi, e in parallelo ho scelto Alce Nero – una grossa azienda biologica – come punto di riferimento. Mi sono confrontato con l’allora presidente di Alce Nero e con i tanti soci e loro mi hanno fornito tantissimi strumenti conoscitivi». Cioè? «Vede, io magari ero capace di fare un tortino di legumi. Ma penso che sia interessante anche parlare dell’uomo che coltiva, parlare dei prodotti che vengono coltivati sul territorio italiano, in Europa, nel mondo. Diciamo che la cultura biologica mi è servita per fare un bell’aggiornamento umano e anche professionale». Poi è diventata la sua professione. «Sì, la scelta biologica è diventata la mia professione, tanto è vero che io insegno anche in scuole molto importanti come l’Alma, e in questi luoghi cerco di portare le bellezze del biologico e del biodinamico e spesso trovo cuochi e altre persone molto incuriosite da questa branca dell’agricoltura che è antica quanto l’uomo, ma è anche moderna». In che senso? «Nel senso che oggi bisogna anche interrogarsi su come vengono coltivate certe verdure, i cereali… Il nostro pianeta non sta benissimo e il biologico e il biodinamico possono essere delle valide strade per migliorare o cercare di migliorare il nostro rapporto con ciò che ci circonda». Uno dei motivi per cui molti non scelgono il biologico è il prezzo. Come si può risolvere questo problema? «Questa è una domanda che tocca molto noi operatori… Io consiglio di usare prodotti riconducibili alla zona in cui abitiamo. Bisognerebbe affidarsi a negozi o supermercati che offrono prodotti legati alla nostra terra. Secondo alcune teorie legate anche alla biodinamica, noi siamo anche ciò che respira la pianta che ci sta vicino. Se siamo a Milano, come nel mio caso, meglio consumare prodotti della Lombardia anziché prodotti che provengono da Palermo. La stessa cosa vale per un siciliano: dovrebbe consumare soprattutto prodotti che crescono attorno alla terra dove abita. In questo modo si produrrebbe anche una sorta di reciprocità». Il primo consiglio è dunque consumare prodotti delle proprie terre. Poi? «Cercare prodotti della stagione in cui ci troviamo. Credo che questo consentirebbe di spendere in modo oculato. Va bene cercare prodotti esotici o provenienti da altri continenti, ma di tanto in tanto: non credo sia bene introdurli in maniera massiva nelle nostre scelte alimentari. Quindi prodotti della terra in cui viviamo, nella stagione in cui siamo. Io però vorrei fare una domanda e lei e ai lettori». Prego. «Secondo voi il biologico costa troppo o quello è il prezzo giusto di un vegetale o di un frutto? Mi spiego. Noi sappiamo che con l’agricoltura, tradizionale, che usa molti concimi fossili, lasciamo poi un debito nella terra. Certo riusciamo ad avere grandi capacità produttive ma inseriamo nel terreno dei prodotti che hanno dei residui. È questo che intendo quando parlo di debito. Quindi apparentemente magari il pomodorino alla cassa costa di meno, però abbiamo lasciato dei residui, abbiamo lasciato nella terra dei concimi non facili da smaltire». Sta dicendo che dobbiamo considerare anche questo costo. «Volevo dire che bisogna pensare anche alle future generazioni. L’economia ha il respiro corto: la scelta biologica si pone come orizzonte un periodo più lungo, non solo una generazione o due. Sul prezzo sono d’accordo: il biologico molto spesso costa di più, ma probabilmente ha un prezzo giusto per certi ingredienti che vengono coltivati con attenzione, con un certo rispetto. Io sono ovviamente a favore del biologico e del biodinamico a patto che non siano imposti: deve essere sempre una scelta libera, ponderata. E poi non voglio certo entrare nelle tasche altrui. Dico solo che dobbiamo considerare tutto e sapere che a volte l’agricoltura tradizionale non tiene conto di certi problemi».
Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
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Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
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Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
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