True
2021-05-07
Biden inizia una lunga guerra contro i brevetti dei vaccini. Ma la strada non è in discesa
Joe Biden (Getty Images)
Joe Biden spariglia la geopolitica dei vaccini: l'amministrazione Usa ha infatti annunciato di essere favorevole a rimuovere le protezioni dei brevetti ed è impegnata «attivamente» in questo senso nei negoziati in corso al Wto. La mossa viene motivata con l'intento di spianare la strada a una accelerazione della produzione e della distribuzione delle dosi in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri. E consentirebbe, almeno in via teorica, a qualsiasi produttore farmaceutico al mondo di produrre vaccini «copiati» senza il rischio di essere citati in giudizio per violazione della proprietà intellettuale.
«Si tratta di una crisi sanitaria mondiale e le circostanze straordinarie della pandemia invocano misure straordinarie», ha spiegato la rappresentante Usa per il commercio, Katherine Tai, in un comunicato. «L'amministrazione Biden crede fermamente alle protezioni della proprietà intellettuale ma per mettere fine a questa pandemia sostiene la revoca di certe protezioni per i vaccini anti Covid-19», ha sottolineato. Aggiungendo però che i negoziati all'Organizzazione mondiale del commercio «richiederanno tempo, data la natura consensuale dell'istituzione e la complessità delle questioni coinvolte». Un panel del Wto per la proprietà intellettuale dovrà occuparsi di nuovo della proposta a una riunione preliminare questo mese, prima di una riunione formale in programma per l'8 e il 9 giugno. Già ieri, comunque, la direttrice generale, Ngozi Okonjo Iweala, ha accolto «con grande soddisfazione» l'intenzione degli Usa «di coinvolgere i sostenitori di una rinuncia temporanea del trattato internazionale sulla proprietà intellettuale».
Immediate le reazioni delle società farmaceutiche che hanno accusato anche un duro colpo in Borsa: l'ad di Pfizer, Albert Bourla, dice di essere «per nulla» favorevole alla rimozione dei brevetti ricordando anche che il vaccino Pfizer ha avuto risultati positivi a novembre 2020 ed è stato registrato a dicembre 2020. «Ma sapete quando abbiamo firmato l'accordo commerciale? Nel gennaio 2021. Un accordo da miliardi di dollari è stato messo in attesa, per concentrare tutti gli sforzi sulla realizzazione del vaccino». Per l'alleata tedesca Biontech «i brevetti non sono il fattore limitante della produzione e dell'approvvigionamento del nostro vaccino. Non aumenterebbero la produzione mondiale né l'approvvigionamento delle dosi di vaccini nel breve e medio termine». La Federazione internazionale dell'industria farmaceutica ha liquidato la proposta come «deludente», aggiungendo che «la sospensione è la risposta semplice ma falsa a un problema complesso». Il settore teme che costituisca un pericoloso precedente, che scoraggerà l'innovazione senza migliorare l'offerta perché la capacità produttiva mondiale è già al limite e le stesse aziende hanno firmato tra loro più di 260 accordi (le cosiddette licenze volontarie) per aumentarla.
Ma come si è arrivati a questa svolta, finora solo annunciata? Quali impatti concreti ci saranno sulla geopolitica dei vaccini? La revoca temporanea dei brevetti sui vaccini è stata richiesta dall'India e dal Sudafrica, che da mesi si battono per una sospensione dei brevetti e a ottobre hanno lanciato una proposta che riguardava anche i farmaci e i prodotti legati alla diagnosi e alla cura del Covid. Non è solo questione di emergenza ma anche di business. Stiamo parlando, infatti, di due Paesi che hanno già aziende ben dotate dal punto di vista farmaceutico (pensiamo al Serum institute indiano, che ha accordi con Astrazeneca e Novavax, con il trasferimento tecnologico). Così come in Sudafrica è basata la più grande azienda farmaceutica del continente africano che ha già un accordo di produzione con Johnson&Johnson. Non a caso non si sono mossi sulla stessa linea il Brasile e il Messico che hanno aziende in grado di competere a livello internazionale.
Non è chiaro se Washington andrà avanti e rimangono molti dubbi. Alcuni esperti sostengono che il sequestro dei brevetti non è una soluzione realistica. In un editoriale sul Wall Street Journal, l'ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha osservato che la produzione di vaccini è complessa e richiede materiali molto richiesti. Suggerendo al team di Biden di guardare piuttosto al modello del Piano di emergenza dell'ex presidente Bush per l'Aids relief con il quale il governo degli Usa ha collaborato con i produttori per acquistare e distribuire farmaci affidabili contro l'Aids in Africa.
Va inoltre capito quale sia la vera strategia di Biden, al netto della motivazione «etica» che piace molto alla sinistra democratica. Liberando i brevetti non si aumenta automaticamente la produzione, né automaticamente si riesce a immunizzare le nazioni in difficoltà. Primo perché ci vogliono almeno due anni per rendere la proposta effettiva al Wto, senza dimenticare che se le componenti fondamentali per lo sviluppo dei principali vaccini vengono ordinate adesso, la consegna è tra i 12 e i 16 mesi. Quindi, anche partendo oggi, si arriverebbe ad avere la produzione pronta forse a metà del 2023, quando la pandemia dovrebbe essere finita e sarebbe pure scaduta la moratoria sui brevetti. Per produrre i vaccini a mRna e quelli basati su proteine, inoltre, più che dei brevetti c'è bisogno di trasferimento tecnologico, addestramento e apparecchiature sofisticate. Tanto che Moderna ha messo a disposizione il suo brevetto da più di un anno e non lo ha ancora utilizzato nessuno. L'operazione può essere piuttosto letta in chiave anti Cina, non a caso arriva dall'India. Di certo, si vedrà nelle prossime settimane se quella di Biden sarà una mossa etica, di marketing oppure pragmatica.
Draghi si allinea alla Casa Bianca con l’appoggio della maggioranza
La deroga sui brevetti dei vaccini sarà discussa al summit informale dei leader Ue che inizierà oggi a Porto. Con quale posizione si siederà al tavolo il governo italiano? Ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha rilasciato solo una breve dichiarazione, sottolineando che «i vaccini sono un bene comune globale» ed è «prioritario aumentare la loro produzione, garantendone la sicurezza, e abbattere gli ostacoli che limitano le campagne vaccinali». Dal Pd alla Lega, passando per i 5 stelle, le forze politiche spingono affinché l'Italia segua la proposta di discussione in sede Wto della Casa Bianca. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, lo definisce «un importante passo in avanti. Anche l'Europa deve fare la sua parte. Questa pandemia ci ha insegnato che si vince solo insieme», ha scritto in un post su Facebook. E sempre su Facebook, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha invocato «un libero accesso ai brevetti sui vaccini anti Covid. È una corsa contro il tempo e c'è bisogno della collaborazione di tutti per evitare di essere travolti dalle varianti del virus. Ogni Stato deve avere le stesse opportunità ed è fondamentale, davanti a questa emergenza, liberalizzare la produzione».
Dall'Agenzia nazionale del farmaco (Aifa) il presidente, Giorgio Palù, è più cauto: «Credo che sia giusto da un punto di vista etico ma vedo difficile che passi la proposta di Joe Biden», ha detto ieri. Ricordando che «ci sono aziende che hanno centri di ricerche e sviluppo e investono centinaia di milioni di dollari per un vaccino. E non lo possono fare i laboratori universitari. Se si toglie lo stimolo di un vaccino nella proprietà intellettuale, chi fa più ricerca dopo?». Fortemente critica è la reazione di Farmindustria, che in una nota esprime «sorpresa e preoccupazione», ricordando come i vaccini contro il Covid-19 siano arrivati con tanta celerità grazie anche alla proprietà intellettuale. «Senza, la spinta dei brevetti alla ricerca e alla produzione, oggi non potremmo beneficiare di questi strumenti, fondamentali per superare la crisi pandemica e ritornare a una vita normale». Secondo l'associazione di categoria, inoltre, liberare i brevetti non risolverebbe il problema di avere subito più vaccini perché non servirebbe ad aumentare la produzione, né a offrire le soluzioni necessarie per vincere la pandemia. «Potrebbe avere invece l'effetto opposto: dirottare risorse, materie prime verso siti di produzione meno efficienti. E potrebbe determinare l'aumento della contraffazione a livello globale». Per aumentare la produzione serve ben altro, viene aggiunto: «Snellimenti burocratici, eliminazione delle barriere commerciali e dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. O risolvere la questione della scarsità di materie prime e di altri componenti. La tutela del brevetto è quindi fondamentale sia per affrontare questa pandemia che ha travolto il mondo intero, sia per gestire al meglio i farmaci allo studio».
Dalla politica, invece, il plauso sembra unanime. «L'accesso a cure e vaccini per tutti non è negoziabile. La salute deve essere un diritto universale, non un lusso per pochi. In questo crede l'Italia da sempre, questa è la profonda convinzione del M5s. Facciamo sentire la nostra voce in tutte le sedi», ha cinguettato l'ex premier Giuseppe Conte su Twitter, rilanciando l'hashtag #brevettiliberi. Gli fa eco il Pd con Enrico Letta: «Biden sfida le big della farmaceutica. Civiltà. Come sembrano lontani muri, cloro e candeggina. Ricordiamoci sempre però chi stava per l'uno e chi per l'altro», ha scritto su Twitter il segretario del Partito democratico. E anche il leader della Lega, Matteo Salvini, brinda con un «meglio tardi che mai. È un tema che dovrebbe essere già stato risolto perché quando c'è di mezzo la salute il business deve passare in seconda fila».
Ma quale impatto potrebbe avere un'eventuale deroga ai brevetti per l'industria farmaceutica italiana? Non molto, dal punto di vista della produzione, considerando che al momento la filiera si sta occupando della parte finale della supply chain come l'infialamento ma non della produzione del cosiddetto bulk, ovvero del principio attivo, perché non abbiamo la tecnologia necessaria. Conseguenze potrebbero invece esserci sugli investimenti per la ricerca e su eventuali alleanze per lo sviluppo dei vaccini di nuova generazione.
Continua a leggereRiduci
Dietro la motivazione etica della mossa a sorpresa del presidente dem c'è l'apertura all'India, contro Pechino. La fattibilità e le tempistiche però non sono dalla sua parte.Per Mario Draghi «è prioritario abbattere gli ostacoli che limitano le campagne». Applaudono Lega, Pd e Movimento 5 stelle mentre Farmindustria è molto critica. Prudente l'Aifa: «Difficile da realizzare».Lo speciale contiene due articoli.Joe Biden spariglia la geopolitica dei vaccini: l'amministrazione Usa ha infatti annunciato di essere favorevole a rimuovere le protezioni dei brevetti ed è impegnata «attivamente» in questo senso nei negoziati in corso al Wto. La mossa viene motivata con l'intento di spianare la strada a una accelerazione della produzione e della distribuzione delle dosi in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri. E consentirebbe, almeno in via teorica, a qualsiasi produttore farmaceutico al mondo di produrre vaccini «copiati» senza il rischio di essere citati in giudizio per violazione della proprietà intellettuale. «Si tratta di una crisi sanitaria mondiale e le circostanze straordinarie della pandemia invocano misure straordinarie», ha spiegato la rappresentante Usa per il commercio, Katherine Tai, in un comunicato. «L'amministrazione Biden crede fermamente alle protezioni della proprietà intellettuale ma per mettere fine a questa pandemia sostiene la revoca di certe protezioni per i vaccini anti Covid-19», ha sottolineato. Aggiungendo però che i negoziati all'Organizzazione mondiale del commercio «richiederanno tempo, data la natura consensuale dell'istituzione e la complessità delle questioni coinvolte». Un panel del Wto per la proprietà intellettuale dovrà occuparsi di nuovo della proposta a una riunione preliminare questo mese, prima di una riunione formale in programma per l'8 e il 9 giugno. Già ieri, comunque, la direttrice generale, Ngozi Okonjo Iweala, ha accolto «con grande soddisfazione» l'intenzione degli Usa «di coinvolgere i sostenitori di una rinuncia temporanea del trattato internazionale sulla proprietà intellettuale».Immediate le reazioni delle società farmaceutiche che hanno accusato anche un duro colpo in Borsa: l'ad di Pfizer, Albert Bourla, dice di essere «per nulla» favorevole alla rimozione dei brevetti ricordando anche che il vaccino Pfizer ha avuto risultati positivi a novembre 2020 ed è stato registrato a dicembre 2020. «Ma sapete quando abbiamo firmato l'accordo commerciale? Nel gennaio 2021. Un accordo da miliardi di dollari è stato messo in attesa, per concentrare tutti gli sforzi sulla realizzazione del vaccino». Per l'alleata tedesca Biontech «i brevetti non sono il fattore limitante della produzione e dell'approvvigionamento del nostro vaccino. Non aumenterebbero la produzione mondiale né l'approvvigionamento delle dosi di vaccini nel breve e medio termine». La Federazione internazionale dell'industria farmaceutica ha liquidato la proposta come «deludente», aggiungendo che «la sospensione è la risposta semplice ma falsa a un problema complesso». Il settore teme che costituisca un pericoloso precedente, che scoraggerà l'innovazione senza migliorare l'offerta perché la capacità produttiva mondiale è già al limite e le stesse aziende hanno firmato tra loro più di 260 accordi (le cosiddette licenze volontarie) per aumentarla. Ma come si è arrivati a questa svolta, finora solo annunciata? Quali impatti concreti ci saranno sulla geopolitica dei vaccini? La revoca temporanea dei brevetti sui vaccini è stata richiesta dall'India e dal Sudafrica, che da mesi si battono per una sospensione dei brevetti e a ottobre hanno lanciato una proposta che riguardava anche i farmaci e i prodotti legati alla diagnosi e alla cura del Covid. Non è solo questione di emergenza ma anche di business. Stiamo parlando, infatti, di due Paesi che hanno già aziende ben dotate dal punto di vista farmaceutico (pensiamo al Serum institute indiano, che ha accordi con Astrazeneca e Novavax, con il trasferimento tecnologico). Così come in Sudafrica è basata la più grande azienda farmaceutica del continente africano che ha già un accordo di produzione con Johnson&Johnson. Non a caso non si sono mossi sulla stessa linea il Brasile e il Messico che hanno aziende in grado di competere a livello internazionale. Non è chiaro se Washington andrà avanti e rimangono molti dubbi. Alcuni esperti sostengono che il sequestro dei brevetti non è una soluzione realistica. In un editoriale sul Wall Street Journal, l'ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha osservato che la produzione di vaccini è complessa e richiede materiali molto richiesti. Suggerendo al team di Biden di guardare piuttosto al modello del Piano di emergenza dell'ex presidente Bush per l'Aids relief con il quale il governo degli Usa ha collaborato con i produttori per acquistare e distribuire farmaci affidabili contro l'Aids in Africa. Va inoltre capito quale sia la vera strategia di Biden, al netto della motivazione «etica» che piace molto alla sinistra democratica. Liberando i brevetti non si aumenta automaticamente la produzione, né automaticamente si riesce a immunizzare le nazioni in difficoltà. Primo perché ci vogliono almeno due anni per rendere la proposta effettiva al Wto, senza dimenticare che se le componenti fondamentali per lo sviluppo dei principali vaccini vengono ordinate adesso, la consegna è tra i 12 e i 16 mesi. Quindi, anche partendo oggi, si arriverebbe ad avere la produzione pronta forse a metà del 2023, quando la pandemia dovrebbe essere finita e sarebbe pure scaduta la moratoria sui brevetti. Per produrre i vaccini a mRna e quelli basati su proteine, inoltre, più che dei brevetti c'è bisogno di trasferimento tecnologico, addestramento e apparecchiature sofisticate. Tanto che Moderna ha messo a disposizione il suo brevetto da più di un anno e non lo ha ancora utilizzato nessuno. L'operazione può essere piuttosto letta in chiave anti Cina, non a caso arriva dall'India. Di certo, si vedrà nelle prossime settimane se quella di Biden sarà una mossa etica, di marketing oppure pragmatica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-guerra-brevetti-vaccini-2652905466.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-si-allinea-alla-casa-bianca-con-lappoggio-della-maggioranza" data-post-id="2652905466" data-published-at="1620338042" data-use-pagination="False"> Draghi si allinea alla Casa Bianca con l’appoggio della maggioranza La deroga sui brevetti dei vaccini sarà discussa al summit informale dei leader Ue che inizierà oggi a Porto. Con quale posizione si siederà al tavolo il governo italiano? Ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha rilasciato solo una breve dichiarazione, sottolineando che «i vaccini sono un bene comune globale» ed è «prioritario aumentare la loro produzione, garantendone la sicurezza, e abbattere gli ostacoli che limitano le campagne vaccinali». Dal Pd alla Lega, passando per i 5 stelle, le forze politiche spingono affinché l'Italia segua la proposta di discussione in sede Wto della Casa Bianca. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, lo definisce «un importante passo in avanti. Anche l'Europa deve fare la sua parte. Questa pandemia ci ha insegnato che si vince solo insieme», ha scritto in un post su Facebook. E sempre su Facebook, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha invocato «un libero accesso ai brevetti sui vaccini anti Covid. È una corsa contro il tempo e c'è bisogno della collaborazione di tutti per evitare di essere travolti dalle varianti del virus. Ogni Stato deve avere le stesse opportunità ed è fondamentale, davanti a questa emergenza, liberalizzare la produzione». Dall'Agenzia nazionale del farmaco (Aifa) il presidente, Giorgio Palù, è più cauto: «Credo che sia giusto da un punto di vista etico ma vedo difficile che passi la proposta di Joe Biden», ha detto ieri. Ricordando che «ci sono aziende che hanno centri di ricerche e sviluppo e investono centinaia di milioni di dollari per un vaccino. E non lo possono fare i laboratori universitari. Se si toglie lo stimolo di un vaccino nella proprietà intellettuale, chi fa più ricerca dopo?». Fortemente critica è la reazione di Farmindustria, che in una nota esprime «sorpresa e preoccupazione», ricordando come i vaccini contro il Covid-19 siano arrivati con tanta celerità grazie anche alla proprietà intellettuale. «Senza, la spinta dei brevetti alla ricerca e alla produzione, oggi non potremmo beneficiare di questi strumenti, fondamentali per superare la crisi pandemica e ritornare a una vita normale». Secondo l'associazione di categoria, inoltre, liberare i brevetti non risolverebbe il problema di avere subito più vaccini perché non servirebbe ad aumentare la produzione, né a offrire le soluzioni necessarie per vincere la pandemia. «Potrebbe avere invece l'effetto opposto: dirottare risorse, materie prime verso siti di produzione meno efficienti. E potrebbe determinare l'aumento della contraffazione a livello globale». Per aumentare la produzione serve ben altro, viene aggiunto: «Snellimenti burocratici, eliminazione delle barriere commerciali e dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. O risolvere la questione della scarsità di materie prime e di altri componenti. La tutela del brevetto è quindi fondamentale sia per affrontare questa pandemia che ha travolto il mondo intero, sia per gestire al meglio i farmaci allo studio». Dalla politica, invece, il plauso sembra unanime. «L'accesso a cure e vaccini per tutti non è negoziabile. La salute deve essere un diritto universale, non un lusso per pochi. In questo crede l'Italia da sempre, questa è la profonda convinzione del M5s. Facciamo sentire la nostra voce in tutte le sedi», ha cinguettato l'ex premier Giuseppe Conte su Twitter, rilanciando l'hashtag #brevettiliberi. Gli fa eco il Pd con Enrico Letta: «Biden sfida le big della farmaceutica. Civiltà. Come sembrano lontani muri, cloro e candeggina. Ricordiamoci sempre però chi stava per l'uno e chi per l'altro», ha scritto su Twitter il segretario del Partito democratico. E anche il leader della Lega, Matteo Salvini, brinda con un «meglio tardi che mai. È un tema che dovrebbe essere già stato risolto perché quando c'è di mezzo la salute il business deve passare in seconda fila». Ma quale impatto potrebbe avere un'eventuale deroga ai brevetti per l'industria farmaceutica italiana? Non molto, dal punto di vista della produzione, considerando che al momento la filiera si sta occupando della parte finale della supply chain come l'infialamento ma non della produzione del cosiddetto bulk, ovvero del principio attivo, perché non abbiamo la tecnologia necessaria. Conseguenze potrebbero invece esserci sugli investimenti per la ricerca e su eventuali alleanze per lo sviluppo dei vaccini di nuova generazione.
Donald Trump (Ansa)
Non si vuole sbottonare il presidente americano Donald Trump sulle ragioni dell’invio di oltre 2.000 marines e di una nave d’assalto in Medio Oriente, ma si rincorrono le indiscrezioni secondo cui l’obiettivo sia la presa dell’Isola di Kharg.
Il tycoon si è mostrato infastidito verso le domande che cercano di far luce sulla vicenda. A un reporter che gli ha chiesto «perché sta inviando 5.000 marines e marinai», ha risposto: «Lei è una persona davvero odiosa». Eppure, dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto venerdì gli obiettivi militari dell’isola iraniana, alcuni funzionari hanno riferito ad Axios che l’interesse del presidente americano ruota proprio attorno all’idea di conquistare Kharg per mandare al tappeto i pasdaran. Poiché l’isola gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano, si strozzerebbero i finanziamenti del regime. E l’operazione potrebbe essere portata a termine solo con l’invasione di terra. Tuttavia, la posta in gioco è alta visto che una mossa del genere scatenerebbe un’ulteriore escalation, con Teheran che risponderebbe con una rappresaglia ancora più massiccia diretta ai Paesi del Golfo. Per questi motivi, un funzionario ha affermato: «Ci sono grandi rischi. Ci sono grandi vantaggi. Il presidente non è ancora pronto e non stiamo dicendo che lo sarà». Pubblicamente a spingere per l’operazione è il senatore repubblicano Lindsey Graham. Ha infatti scritto su X: «Raramente in guerra un nemico ti offre un singolo obiettivo come l’isola di Kharg, che potrebbe cambiare drasticamente l’esito del conflitto. Chi controlla Kharg, controlla il destino di questa guerra».
Anche il New York Times ha rivelato che Trump si trova davanti al bivio se attaccare o meno Kharg o i depositi nucleari. Riguardo all’isola, i soldati americani potrebbero essere bersagliati dagli attacchi dei pasdaran condotti dalla costa o dalle piccole imbarcazioni. In più, non è escluso che il Corpo delle guardie rivoluzionarie Islamiche faccia esplodere gli oleodotti e le infrastrutture portuali. Tradotto: sarebbe richiesta una presenza militare continua, non destinata quindi a concludersi nel breve periodo. Invece, sui depositi nucleari, si tratterebbe di un’invasione unica, non però senza rischi. I tunnel a Isfahan, in cui secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica è stoccata la maggior parte dell’uranio arricchito al 60%, sono difficili da raggiungere. Anche perché alcuni accessi sono stati distrutti dai bombardamenti americani dello scorso giugno. Nel caso dell’operazione di terra, non è chiaro quanto tempo ci possano impiegare le forze speciali per prelevare i contenitori con la massima cautela.
Pur non svelando le carte dell’amministrazione americana, le dichiarazioni rilasciate ieri da Trump in diverse occasioni sono state dei diretti avvertimenti a Teheran in merito al cuore della loro tenuta economica. Al Financial Times ha fatto presente che Washington è pronta ad attaccare l’isola e questa volta non risparmierebbe le infrastrutture petrolifere. «Avete visto che abbiamo colpito l’isola di Kharg, tutto tranne gli oleodotti. Possiamo colpirla in cinque minuti. E non c’è niente che possano fare al riguardo» ha detto. Nel pomeriggio, in un’intervista rilasciata a Pbs, ha di nuovo minacciato di «distruggerla completamente». E durante una conferenza stampa a Washington ha ribadito: «Abbiamo attaccato l’isola di Kharg e abbiamo distrutto praticamente tutto a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti, ma potrebbe andare anche diversamente, basta dire una parola e questi oleodotti saranno distrutti».
Facendo un bilancio sulle prime due settimane dell’operazione Furia epica, il tycoon ha reso noto che gli Stati Uniti e Israele hanno colpito «7.000 obiettivi» e «ottenuto la riduzione del 90% dei lanci missilistici» iraniani e il «95% degli attacchi con i droni». E quindi «la Marina è sparita, molte navi sono state affondate, non le usano più, le forze antiaeree sono state decimate, i radar non ci sono più e i leader non ci sono più. I missili stanno sparendo, vengono lanciati a livelli molto bassi perché gliene sono rimasti pochi».
A suo dire, Teheran sarebbe propensa a trattare: «Vuole fare un accordo, stanno negoziando e noi abbiamo voluto un dialogo, io parlo con tutti perché a volte ne viene fuori del bene, ma non so se siano pronti». Di tutt’altro avviso è il regime iraniano. Qualche ora prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che «l’Iran non ha cercato né una tregua né negoziati. Tali affermazioni sono deliranti». La rappresaglia del regime andrà avanti finché Trump «non capirà che la guerra illegale che sta imponendo agli americani e agli iraniani è sbagliata». Secondo Axios, tuttavia, un canale diplomatico si sarebbe riaperto tra il ministro iraniano e l’inviato Usa Steve Witkoff.
Sono due invece le osservazioni che il presidente americano ha fornito sui rispettivi alleati, ovvero Israele per Washington e la Russia per l’Iran. Sullo Stato ebraico ci ha tenuto a chiarire che Gerusalemme, che avrebbe 100 testate nucleari, «non farebbe mai» un attacco nucleare contro il territorio iraniano. Dall’altra parte, in merito alle indiscrezioni secondo cui Mosca fornirebbe dati satellitari al regime sugli obiettivi da colpire, il tycoon non è apparso disturbato. Al Financial Times, pur spiegando di «non sapere con certezza» se lo zar russo Vladimir Putin abbia aiutato i pasdaran, ha spezzato una lancia a favore della Russia. «Si potrebbe anche sostenere che in una certa misura abbiamo aiutato l’Ucraina. È difficile dire: “Caspita, cosa state facendo?” quando noi abbiamo fatto la stessa cosa con l’Ucraina».
Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Gli 007 Usa: «È gay». E Trump ride
Mentre la guerra tra Iran, Usa e Israele sta infiammando l’intero Golfo persico, si infittisce il mistero sulle condizioni e sugli spostamenti della nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Da giorni circolano voci secondo cui il leader iraniano, rimasto ferito nel raid in cui è stato ucciso il padre Ali Khamenei, sarebbe stato trasferito a Mosca per ricevere cure mediche. L’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano kuwaitiano Al Jarida, sostiene che Mojtaba sarebbe arrivato nella capitale russa il 12 marzo a bordo di un aereo militare e sarebbe stato sottoposto a intervento chirurgico in una clinica privata. Dal Cremlino, però, non è arrivata né una conferma né una smentita: «Non commentiamo mai questo tipo di notizie», ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce di Vladimir Putin.
Sul giallo si è invece espresso Donald Trump: «Non sappiamo se sia morto o meno, nessuno lo ha visto, e questo è un fatto insolito». Anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che Mojtaba Khamenei potrebbe essere «ferito» e «forse incapacitato», sostenendo inoltre che i vertici iraniani sarebbero in preda al panico: «Se volete usare un’analogia storica», ha detto Bessent, «pensate che sono nel bunker di Hitler, ma Hitler è morto».
Sul nuovo leader iraniano, del resto, stanno circolando indiscrezioni ancora più «delicate». Il New York Post ha riferito ieri che gli 007 statunitensi considererebbero credibili informazioni secondo cui Mojtaba Khamenei potrebbe essere omosessuale. La valutazione sarebbe stata presentata al presidente Trump in persona. Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorchese, la notizia avrebbe provocato sorpresa e ilarità nello Studio Ovale, con il tycoon che avrebbe reagito ridendo insieme ad alcuni presenti. Le stesse fonti sostengono che Mojtaba avrebbe avuto per anni una relazione con una persona che aveva lavorato come suo tutore durante l’infanzia.
Nonostante questi rumor sul destino della nuova guida suprema, da Teheran arrivano messaggi di continuità istituzionale. Mojtaba Khamenei avrebbe infatti confermato le nomine di dirigenti e funzionari scelti dal padre, nominando inoltre l’ex comandante dei pasdaran, Mohsen Rezaei, come consigliere militare. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghei, ha anzi rispedito oltre Atlantico le insinuazioni di Bennet sul presunto sbandamento dei vertici iraniani: «Il motivo per cui le autorità americane continuano a diffamarci come “una nazione del terrore e dell’odio”», ha detto, «è che gli iraniani non capitolano davanti al bullismo e resistono alla brutale aggressione contro la loro amata patria». Ancora più chiaro è stato Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri in persona: «Non stiamo chiedendo un cessate il fuoco, questa guerra deve finire in un modo tale che nessun altro nemico possa invadere l’Iran», ha affermato alla tv di Stato.
Da parte loro, i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che gli interessi americani nel Golfo potrebbero presto essere colpiti, invitando i dipendenti delle compagnie statunitensi nella regione a «lasciare immediatamente i siti». A finire nel mirino della Repubblica islamica, inoltre, è stata anche la Romania: Bucarest è stata esplicitamente accusata di partecipare a un’«aggressione militare», qualora dovesse consentire agli Stati Uniti di utilizzare basi sul suo territorio per operazioni contro l’Iran. Al tempo stesso, come riferisce Reuters, la Repubblica islamica ha firmato con la Russia un contratto da 589 milioni di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa aerea portatili Verba (Manpads). L’accordo, siglato a Mosca a dicembre, prevede 500 lanciatori e 2.500 missili con consegne tra il 2027 e il 2029.
Nel frattempo, proseguono senza sosta le rappresaglie dell’esercito di Teheran. In Israele, per esempio, frammenti di missili balistici iraniani intercettati sono caduti a Gerusalemme nei pressi della Knesset e della Chiesa del Santo Sepolcro. Una grossa scheggia è precipitata persino vicino all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione rafforzerà ulteriormente questi meccanismi e li renderà più flessibili, consentendo ai Paesi membri di fornire un sostegno ancora più immediato dove è più necessario. Lo stesso vale per i costi del carbonio, per i quali gli Stati membri possono anche compensare fino all’80% dei costi indiretti del carbonio, mitigando così l’impatto di tali costi in un’ampia gamma di industrie ad alta intensità energetica. Attualmente, 16 Stati membri stanno già facendo ricorso a questo strumento. La Commissione», aggiunge Ursula, «rafforzerà ulteriormente questi meccanismi e li renderà più flessibili, consentendo agli Stati membri di fornire un sostegno ancora più immediato dove è più necessario».
Evidentemente i burosauri di Bruxelles hanno capito che di fronte allo sconquasso energetico mondiale non potevano continuare a far finta di niente, e quindi la prima mossa è quella di allentare i vincoli finanziari. Ma non è tutto: come ha chiesto pochi giorni fa Giorgia Meloni in Parlamento, l’Europa è finalmente sul punto di iniziare a smantellare le allucinanti politiche green per sostenere l’economia, in particolare intervenendo sull’Ets, il sistema europeo di tassazione del carbonio, che il premier aveva sollecitato a rivedere: «Gli Ets», aveva scandito la Meloni lo scorso 10 marzo, «sono di fatto una tassa voluta dall’Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche quelle rinnovabili, che questa tassa non la pagano. A livello europeo», aveva aggiunto la Meloni, «stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico». E Ursula si adegua: «Stiamo accelerando il lavoro sulla prossima revisione dell’Ets», scrive ancora il presidente della Commissione Ue, «in particolare per definire una traiettoria di decarbonizzazione più realistica oltre il 2030. La Commissione Ue adotterà a breve i benchmark dell’Ets, tenendo conto delle preoccupazioni espresse dall’industria. L’Ets resta uno strumento collaudato per guidare la trasformazione industriale e deve essere adeguato alle nuove realtà. La Commissione», aggiunge la Von der Leyen, «presenterà inoltre una proposta per rafforzare la riserva di stabilità del mercato dell’Ets affinché possa affrontare in modo più efficace l’eccessiva volatilità dei prezzi e mantenerli sotto controllo nel breve termine».
L’incubo di un razionamento dell’energia, con inevitabile crollo definitivo della credibilità (quella che rimane) della Ue, sembra smuovere le acque. Ma se da questo lato dunque la Commissione sembra finalmente essere scesa da Marte, non altrettanto può dirsi sul fronte dell’energia proveniente dalla Russia. Con il settore energetico letteralmente in tilt, sono in tanti a chiedere di intervenire riaprendo i gasdotti e gli oleodotti con Mosca. Il premier belga Bart De Wever, non certo un estremista putiniano, in un’intervista al quotidiano L’Echo squarcia il velo dell’ipocrisia, sollecitando una soluzione negoziata al conflitto in Ucraina e la riapertura dei canali con Mosca: «In privato», sostiene De Wever, «i leader europei sono d’accordo con me, ma nessuno osa dirlo ad alta voce. Dobbiamo porre fine al conflitto nell’interesse dell’Europa, senza essere ingenui nei confronti di Putin. Allo stesso tempo, dobbiamo normalizzare le relazioni con la Russia e recuperare l’accesso all’energia a basso costo. È una questione di buon senso». Manco a dirlo, la Commissione si mette di traverso, anzi minaccia una ulteriore stretta: «La Commissione europea», afferma il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, al termine del Consiglio europeo sull’energia di ieri, «intende formulare una proposta per mettere al bando le importazioni di petrolio dalla Russia. Come sapete, al momento ci sono sanzioni e ci sono due Paesi, Ungheria e Slovacchia, che hanno deroghe. Formuleremo una proposta per cambiare questo. Tutti i Paesi devono prepararsi per questa situazione. In futuro non vogliamo comprare energia dalla Russia». Per il commissario, servono «più rinnovabili il più velocemente possibile» per «abbassare i prezzi dell’energia in Europa».
In Consiglio è emerso anche un dialogo italo-francese: fonti transalpine hanno fatto sapere che le loro proposte hanno suscitato «molto interesse da parte dei nostri vicini, in particolare degli italiani».
L’Ungheria non sosterrà l’adozione del ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia e di un prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina fino a quando Kiev non riprenderà le operazioni di riparazione dell’oleodotto Druzhba, che trasporta greggio dalla Russia verso la stessa Ungheria e la Slovacchia attraverso l’Ucraina scandisce il ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto: «Se un Paese ci impone un blocco petrolifero», sottolinea Szijjarto, «non può aspettarsi che noi appoggiamo alcuna decisione a suo favore qui a Bruxelles». «Ho appena avuto un incontro, stamattina (ieri, ndr), con gli ucraini», sottolinea Jorgensen, «e stanno lavorando il più duramente possibile per riparare l’oleodotto».
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 17 marzo con Flaminia Camilletti
Migliaia di petroliere sono in fila in attesa di avere la certezza di non essere fatte colare a picco dagli iraniani e prima che questo collo di bottiglia sia liberato dall’intasamento ci vorrà tempo. Ma questo è proprio ciò che manca all’Occidente e in particolare all’Europa. L’industria non può assecondare i comodi della politica e nemmeno quelli della guerra. Dunque, oltre a mancare diverse materie prime, c’è il problema dei combustibili, il cui prezzo rischia di diventare insopportabile sia per il mercato sia per i consumi.
Quindi, che si fa? Al momento l’Unione europea balbetta, mostrando di non aver chiara la strada da seguire. C’è un auspicio a risolvere la questione con una mediazione, c’è qualche ripensamento sul fronte delle centrali nucleari, c’è addirittura qualcuno che spinge per accelerare l’introduzione delle rinnovabili. Ma tutte queste presunte vie d’uscita non servono a garantire una soluzione rapida al problema energetico. Impianti a fissione o campi per la produzione di energia solare o eolica richiedono tempo per essere realizzati e questo è ciò che manca per ottenere risultati velocemente.
Su queste pagine abbiamo suggerito la risposta più immediata e anche più sensata: riaprire i canali con Mosca, per assicurarci una fornitura costante di gas e petrolio. Qualcuno pensa che bussare alla porta del Cremlino sarebbe una resa a Putin, un via libera alla brutale aggressione dell’Ucraina. In realtà si tratterebbe di una mossa politica di grande realismo. Innanzi tutto, bisogna prendere atto che, dopo quattro anni di sanzioni, le misure adottate dalla Ue per fermare la brutalità delle truppe russe non sono servite a molto. Anzi: con il rialzo dei prezzi dovuto alla crisi iraniana, Mosca ha la possibilità di incassare degli extra profitti senza neppure fare la fatica di incrementare le vendite di greggio. Paradossalmente la guerra sta rendendo ricco Putin e immettere gas e petrolio russi contribuirebbe ad abbassare le quotazioni, limandone i guadagni.
Del resto, è ciò che sta provando a fare lo stesso Trump, che, di fronte alla fiammata dei prezzi, ha deciso di sospendere le sanzioni per un mese, aprendo all’India ma anche a chiunque altro voglia comprare i combustibili di Mosca. Tuttavia il presidente americano non è il solo a pensarla così. Ieri anche il premier belga, l’indipendentista Bart De Wever, ha detto che l’Europa deve negoziare con la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina e ripristinare l’accesso all’energia a basso costo. Una posizione che certo rompe il fronte di chi vorrebbe proseguire a oltranza il conflitto tra Mosca e Kiev, ma che svela un sano pragmatismo che non è più limitato a poche voci isolate.
Del resto, se la strada più logica non si vuole percorrere per un posizionamento pregiudiziale, le altre soluzioni non soltanto non sono più immediate, ma richiedono di mettere da parte altri pregiudizi. Il primo dei quali è quello che ci ha imposto la transizione verde, ovvero un piano per eliminare le emissioni di CO2, costringendo l’industria dentro regole che rischiano di far precipitare il Pil dei Paesi europei.
C’è poi un’altra possibilità, ma anche in questo caso si tratta di mettere da parte alcuni irragionevoli dogmi, come ad esempio i vincoli di bilancio e il debito comune. Se non si può riaprire il rubinetto del gas russo e nemmeno tumulare il Green deal, non resta che mettere mano ai soldi, per finanziare la ripresa europea. In questi anni si sono trovate montagne di miliardi per sostenere Kiev, ma adesso invece di staccare assegni a favore dell’Ucraina è necessario spenderli per l’Europa, rinunciando ai parametri della burocrazia di Bruxelles e anche alle regole studiate a tavolino. Siamo in emergenza, servono misure di emergenza, perché non si può combattere una guerra (perché quella in cui siamo coinvolti è una guerra) con le stesse armi che si usano in tempo di pace.
Continua a leggereRiduci