True
2021-05-07
Biden inizia una lunga guerra contro i brevetti dei vaccini. Ma la strada non è in discesa
Joe Biden (Getty Images)
Joe Biden spariglia la geopolitica dei vaccini: l'amministrazione Usa ha infatti annunciato di essere favorevole a rimuovere le protezioni dei brevetti ed è impegnata «attivamente» in questo senso nei negoziati in corso al Wto. La mossa viene motivata con l'intento di spianare la strada a una accelerazione della produzione e della distribuzione delle dosi in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri. E consentirebbe, almeno in via teorica, a qualsiasi produttore farmaceutico al mondo di produrre vaccini «copiati» senza il rischio di essere citati in giudizio per violazione della proprietà intellettuale.
«Si tratta di una crisi sanitaria mondiale e le circostanze straordinarie della pandemia invocano misure straordinarie», ha spiegato la rappresentante Usa per il commercio, Katherine Tai, in un comunicato. «L'amministrazione Biden crede fermamente alle protezioni della proprietà intellettuale ma per mettere fine a questa pandemia sostiene la revoca di certe protezioni per i vaccini anti Covid-19», ha sottolineato. Aggiungendo però che i negoziati all'Organizzazione mondiale del commercio «richiederanno tempo, data la natura consensuale dell'istituzione e la complessità delle questioni coinvolte». Un panel del Wto per la proprietà intellettuale dovrà occuparsi di nuovo della proposta a una riunione preliminare questo mese, prima di una riunione formale in programma per l'8 e il 9 giugno. Già ieri, comunque, la direttrice generale, Ngozi Okonjo Iweala, ha accolto «con grande soddisfazione» l'intenzione degli Usa «di coinvolgere i sostenitori di una rinuncia temporanea del trattato internazionale sulla proprietà intellettuale».
Immediate le reazioni delle società farmaceutiche che hanno accusato anche un duro colpo in Borsa: l'ad di Pfizer, Albert Bourla, dice di essere «per nulla» favorevole alla rimozione dei brevetti ricordando anche che il vaccino Pfizer ha avuto risultati positivi a novembre 2020 ed è stato registrato a dicembre 2020. «Ma sapete quando abbiamo firmato l'accordo commerciale? Nel gennaio 2021. Un accordo da miliardi di dollari è stato messo in attesa, per concentrare tutti gli sforzi sulla realizzazione del vaccino». Per l'alleata tedesca Biontech «i brevetti non sono il fattore limitante della produzione e dell'approvvigionamento del nostro vaccino. Non aumenterebbero la produzione mondiale né l'approvvigionamento delle dosi di vaccini nel breve e medio termine». La Federazione internazionale dell'industria farmaceutica ha liquidato la proposta come «deludente», aggiungendo che «la sospensione è la risposta semplice ma falsa a un problema complesso». Il settore teme che costituisca un pericoloso precedente, che scoraggerà l'innovazione senza migliorare l'offerta perché la capacità produttiva mondiale è già al limite e le stesse aziende hanno firmato tra loro più di 260 accordi (le cosiddette licenze volontarie) per aumentarla.
Ma come si è arrivati a questa svolta, finora solo annunciata? Quali impatti concreti ci saranno sulla geopolitica dei vaccini? La revoca temporanea dei brevetti sui vaccini è stata richiesta dall'India e dal Sudafrica, che da mesi si battono per una sospensione dei brevetti e a ottobre hanno lanciato una proposta che riguardava anche i farmaci e i prodotti legati alla diagnosi e alla cura del Covid. Non è solo questione di emergenza ma anche di business. Stiamo parlando, infatti, di due Paesi che hanno già aziende ben dotate dal punto di vista farmaceutico (pensiamo al Serum institute indiano, che ha accordi con Astrazeneca e Novavax, con il trasferimento tecnologico). Così come in Sudafrica è basata la più grande azienda farmaceutica del continente africano che ha già un accordo di produzione con Johnson&Johnson. Non a caso non si sono mossi sulla stessa linea il Brasile e il Messico che hanno aziende in grado di competere a livello internazionale.
Non è chiaro se Washington andrà avanti e rimangono molti dubbi. Alcuni esperti sostengono che il sequestro dei brevetti non è una soluzione realistica. In un editoriale sul Wall Street Journal, l'ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha osservato che la produzione di vaccini è complessa e richiede materiali molto richiesti. Suggerendo al team di Biden di guardare piuttosto al modello del Piano di emergenza dell'ex presidente Bush per l'Aids relief con il quale il governo degli Usa ha collaborato con i produttori per acquistare e distribuire farmaci affidabili contro l'Aids in Africa.
Va inoltre capito quale sia la vera strategia di Biden, al netto della motivazione «etica» che piace molto alla sinistra democratica. Liberando i brevetti non si aumenta automaticamente la produzione, né automaticamente si riesce a immunizzare le nazioni in difficoltà. Primo perché ci vogliono almeno due anni per rendere la proposta effettiva al Wto, senza dimenticare che se le componenti fondamentali per lo sviluppo dei principali vaccini vengono ordinate adesso, la consegna è tra i 12 e i 16 mesi. Quindi, anche partendo oggi, si arriverebbe ad avere la produzione pronta forse a metà del 2023, quando la pandemia dovrebbe essere finita e sarebbe pure scaduta la moratoria sui brevetti. Per produrre i vaccini a mRna e quelli basati su proteine, inoltre, più che dei brevetti c'è bisogno di trasferimento tecnologico, addestramento e apparecchiature sofisticate. Tanto che Moderna ha messo a disposizione il suo brevetto da più di un anno e non lo ha ancora utilizzato nessuno. L'operazione può essere piuttosto letta in chiave anti Cina, non a caso arriva dall'India. Di certo, si vedrà nelle prossime settimane se quella di Biden sarà una mossa etica, di marketing oppure pragmatica.
Draghi si allinea alla Casa Bianca con l’appoggio della maggioranza
La deroga sui brevetti dei vaccini sarà discussa al summit informale dei leader Ue che inizierà oggi a Porto. Con quale posizione si siederà al tavolo il governo italiano? Ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha rilasciato solo una breve dichiarazione, sottolineando che «i vaccini sono un bene comune globale» ed è «prioritario aumentare la loro produzione, garantendone la sicurezza, e abbattere gli ostacoli che limitano le campagne vaccinali». Dal Pd alla Lega, passando per i 5 stelle, le forze politiche spingono affinché l'Italia segua la proposta di discussione in sede Wto della Casa Bianca. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, lo definisce «un importante passo in avanti. Anche l'Europa deve fare la sua parte. Questa pandemia ci ha insegnato che si vince solo insieme», ha scritto in un post su Facebook. E sempre su Facebook, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha invocato «un libero accesso ai brevetti sui vaccini anti Covid. È una corsa contro il tempo e c'è bisogno della collaborazione di tutti per evitare di essere travolti dalle varianti del virus. Ogni Stato deve avere le stesse opportunità ed è fondamentale, davanti a questa emergenza, liberalizzare la produzione».
Dall'Agenzia nazionale del farmaco (Aifa) il presidente, Giorgio Palù, è più cauto: «Credo che sia giusto da un punto di vista etico ma vedo difficile che passi la proposta di Joe Biden», ha detto ieri. Ricordando che «ci sono aziende che hanno centri di ricerche e sviluppo e investono centinaia di milioni di dollari per un vaccino. E non lo possono fare i laboratori universitari. Se si toglie lo stimolo di un vaccino nella proprietà intellettuale, chi fa più ricerca dopo?». Fortemente critica è la reazione di Farmindustria, che in una nota esprime «sorpresa e preoccupazione», ricordando come i vaccini contro il Covid-19 siano arrivati con tanta celerità grazie anche alla proprietà intellettuale. «Senza, la spinta dei brevetti alla ricerca e alla produzione, oggi non potremmo beneficiare di questi strumenti, fondamentali per superare la crisi pandemica e ritornare a una vita normale». Secondo l'associazione di categoria, inoltre, liberare i brevetti non risolverebbe il problema di avere subito più vaccini perché non servirebbe ad aumentare la produzione, né a offrire le soluzioni necessarie per vincere la pandemia. «Potrebbe avere invece l'effetto opposto: dirottare risorse, materie prime verso siti di produzione meno efficienti. E potrebbe determinare l'aumento della contraffazione a livello globale». Per aumentare la produzione serve ben altro, viene aggiunto: «Snellimenti burocratici, eliminazione delle barriere commerciali e dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. O risolvere la questione della scarsità di materie prime e di altri componenti. La tutela del brevetto è quindi fondamentale sia per affrontare questa pandemia che ha travolto il mondo intero, sia per gestire al meglio i farmaci allo studio».
Dalla politica, invece, il plauso sembra unanime. «L'accesso a cure e vaccini per tutti non è negoziabile. La salute deve essere un diritto universale, non un lusso per pochi. In questo crede l'Italia da sempre, questa è la profonda convinzione del M5s. Facciamo sentire la nostra voce in tutte le sedi», ha cinguettato l'ex premier Giuseppe Conte su Twitter, rilanciando l'hashtag #brevettiliberi. Gli fa eco il Pd con Enrico Letta: «Biden sfida le big della farmaceutica. Civiltà. Come sembrano lontani muri, cloro e candeggina. Ricordiamoci sempre però chi stava per l'uno e chi per l'altro», ha scritto su Twitter il segretario del Partito democratico. E anche il leader della Lega, Matteo Salvini, brinda con un «meglio tardi che mai. È un tema che dovrebbe essere già stato risolto perché quando c'è di mezzo la salute il business deve passare in seconda fila».
Ma quale impatto potrebbe avere un'eventuale deroga ai brevetti per l'industria farmaceutica italiana? Non molto, dal punto di vista della produzione, considerando che al momento la filiera si sta occupando della parte finale della supply chain come l'infialamento ma non della produzione del cosiddetto bulk, ovvero del principio attivo, perché non abbiamo la tecnologia necessaria. Conseguenze potrebbero invece esserci sugli investimenti per la ricerca e su eventuali alleanze per lo sviluppo dei vaccini di nuova generazione.
Continua a leggereRiduci
Dietro la motivazione etica della mossa a sorpresa del presidente dem c'è l'apertura all'India, contro Pechino. La fattibilità e le tempistiche però non sono dalla sua parte.Per Mario Draghi «è prioritario abbattere gli ostacoli che limitano le campagne». Applaudono Lega, Pd e Movimento 5 stelle mentre Farmindustria è molto critica. Prudente l'Aifa: «Difficile da realizzare».Lo speciale contiene due articoli.Joe Biden spariglia la geopolitica dei vaccini: l'amministrazione Usa ha infatti annunciato di essere favorevole a rimuovere le protezioni dei brevetti ed è impegnata «attivamente» in questo senso nei negoziati in corso al Wto. La mossa viene motivata con l'intento di spianare la strada a una accelerazione della produzione e della distribuzione delle dosi in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri. E consentirebbe, almeno in via teorica, a qualsiasi produttore farmaceutico al mondo di produrre vaccini «copiati» senza il rischio di essere citati in giudizio per violazione della proprietà intellettuale. «Si tratta di una crisi sanitaria mondiale e le circostanze straordinarie della pandemia invocano misure straordinarie», ha spiegato la rappresentante Usa per il commercio, Katherine Tai, in un comunicato. «L'amministrazione Biden crede fermamente alle protezioni della proprietà intellettuale ma per mettere fine a questa pandemia sostiene la revoca di certe protezioni per i vaccini anti Covid-19», ha sottolineato. Aggiungendo però che i negoziati all'Organizzazione mondiale del commercio «richiederanno tempo, data la natura consensuale dell'istituzione e la complessità delle questioni coinvolte». Un panel del Wto per la proprietà intellettuale dovrà occuparsi di nuovo della proposta a una riunione preliminare questo mese, prima di una riunione formale in programma per l'8 e il 9 giugno. Già ieri, comunque, la direttrice generale, Ngozi Okonjo Iweala, ha accolto «con grande soddisfazione» l'intenzione degli Usa «di coinvolgere i sostenitori di una rinuncia temporanea del trattato internazionale sulla proprietà intellettuale».Immediate le reazioni delle società farmaceutiche che hanno accusato anche un duro colpo in Borsa: l'ad di Pfizer, Albert Bourla, dice di essere «per nulla» favorevole alla rimozione dei brevetti ricordando anche che il vaccino Pfizer ha avuto risultati positivi a novembre 2020 ed è stato registrato a dicembre 2020. «Ma sapete quando abbiamo firmato l'accordo commerciale? Nel gennaio 2021. Un accordo da miliardi di dollari è stato messo in attesa, per concentrare tutti gli sforzi sulla realizzazione del vaccino». Per l'alleata tedesca Biontech «i brevetti non sono il fattore limitante della produzione e dell'approvvigionamento del nostro vaccino. Non aumenterebbero la produzione mondiale né l'approvvigionamento delle dosi di vaccini nel breve e medio termine». La Federazione internazionale dell'industria farmaceutica ha liquidato la proposta come «deludente», aggiungendo che «la sospensione è la risposta semplice ma falsa a un problema complesso». Il settore teme che costituisca un pericoloso precedente, che scoraggerà l'innovazione senza migliorare l'offerta perché la capacità produttiva mondiale è già al limite e le stesse aziende hanno firmato tra loro più di 260 accordi (le cosiddette licenze volontarie) per aumentarla. Ma come si è arrivati a questa svolta, finora solo annunciata? Quali impatti concreti ci saranno sulla geopolitica dei vaccini? La revoca temporanea dei brevetti sui vaccini è stata richiesta dall'India e dal Sudafrica, che da mesi si battono per una sospensione dei brevetti e a ottobre hanno lanciato una proposta che riguardava anche i farmaci e i prodotti legati alla diagnosi e alla cura del Covid. Non è solo questione di emergenza ma anche di business. Stiamo parlando, infatti, di due Paesi che hanno già aziende ben dotate dal punto di vista farmaceutico (pensiamo al Serum institute indiano, che ha accordi con Astrazeneca e Novavax, con il trasferimento tecnologico). Così come in Sudafrica è basata la più grande azienda farmaceutica del continente africano che ha già un accordo di produzione con Johnson&Johnson. Non a caso non si sono mossi sulla stessa linea il Brasile e il Messico che hanno aziende in grado di competere a livello internazionale. Non è chiaro se Washington andrà avanti e rimangono molti dubbi. Alcuni esperti sostengono che il sequestro dei brevetti non è una soluzione realistica. In un editoriale sul Wall Street Journal, l'ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha osservato che la produzione di vaccini è complessa e richiede materiali molto richiesti. Suggerendo al team di Biden di guardare piuttosto al modello del Piano di emergenza dell'ex presidente Bush per l'Aids relief con il quale il governo degli Usa ha collaborato con i produttori per acquistare e distribuire farmaci affidabili contro l'Aids in Africa. Va inoltre capito quale sia la vera strategia di Biden, al netto della motivazione «etica» che piace molto alla sinistra democratica. Liberando i brevetti non si aumenta automaticamente la produzione, né automaticamente si riesce a immunizzare le nazioni in difficoltà. Primo perché ci vogliono almeno due anni per rendere la proposta effettiva al Wto, senza dimenticare che se le componenti fondamentali per lo sviluppo dei principali vaccini vengono ordinate adesso, la consegna è tra i 12 e i 16 mesi. Quindi, anche partendo oggi, si arriverebbe ad avere la produzione pronta forse a metà del 2023, quando la pandemia dovrebbe essere finita e sarebbe pure scaduta la moratoria sui brevetti. Per produrre i vaccini a mRna e quelli basati su proteine, inoltre, più che dei brevetti c'è bisogno di trasferimento tecnologico, addestramento e apparecchiature sofisticate. Tanto che Moderna ha messo a disposizione il suo brevetto da più di un anno e non lo ha ancora utilizzato nessuno. L'operazione può essere piuttosto letta in chiave anti Cina, non a caso arriva dall'India. Di certo, si vedrà nelle prossime settimane se quella di Biden sarà una mossa etica, di marketing oppure pragmatica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-guerra-brevetti-vaccini-2652905466.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-si-allinea-alla-casa-bianca-con-lappoggio-della-maggioranza" data-post-id="2652905466" data-published-at="1620338042" data-use-pagination="False"> Draghi si allinea alla Casa Bianca con l’appoggio della maggioranza La deroga sui brevetti dei vaccini sarà discussa al summit informale dei leader Ue che inizierà oggi a Porto. Con quale posizione si siederà al tavolo il governo italiano? Ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha rilasciato solo una breve dichiarazione, sottolineando che «i vaccini sono un bene comune globale» ed è «prioritario aumentare la loro produzione, garantendone la sicurezza, e abbattere gli ostacoli che limitano le campagne vaccinali». Dal Pd alla Lega, passando per i 5 stelle, le forze politiche spingono affinché l'Italia segua la proposta di discussione in sede Wto della Casa Bianca. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, lo definisce «un importante passo in avanti. Anche l'Europa deve fare la sua parte. Questa pandemia ci ha insegnato che si vince solo insieme», ha scritto in un post su Facebook. E sempre su Facebook, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha invocato «un libero accesso ai brevetti sui vaccini anti Covid. È una corsa contro il tempo e c'è bisogno della collaborazione di tutti per evitare di essere travolti dalle varianti del virus. Ogni Stato deve avere le stesse opportunità ed è fondamentale, davanti a questa emergenza, liberalizzare la produzione». Dall'Agenzia nazionale del farmaco (Aifa) il presidente, Giorgio Palù, è più cauto: «Credo che sia giusto da un punto di vista etico ma vedo difficile che passi la proposta di Joe Biden», ha detto ieri. Ricordando che «ci sono aziende che hanno centri di ricerche e sviluppo e investono centinaia di milioni di dollari per un vaccino. E non lo possono fare i laboratori universitari. Se si toglie lo stimolo di un vaccino nella proprietà intellettuale, chi fa più ricerca dopo?». Fortemente critica è la reazione di Farmindustria, che in una nota esprime «sorpresa e preoccupazione», ricordando come i vaccini contro il Covid-19 siano arrivati con tanta celerità grazie anche alla proprietà intellettuale. «Senza, la spinta dei brevetti alla ricerca e alla produzione, oggi non potremmo beneficiare di questi strumenti, fondamentali per superare la crisi pandemica e ritornare a una vita normale». Secondo l'associazione di categoria, inoltre, liberare i brevetti non risolverebbe il problema di avere subito più vaccini perché non servirebbe ad aumentare la produzione, né a offrire le soluzioni necessarie per vincere la pandemia. «Potrebbe avere invece l'effetto opposto: dirottare risorse, materie prime verso siti di produzione meno efficienti. E potrebbe determinare l'aumento della contraffazione a livello globale». Per aumentare la produzione serve ben altro, viene aggiunto: «Snellimenti burocratici, eliminazione delle barriere commerciali e dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. O risolvere la questione della scarsità di materie prime e di altri componenti. La tutela del brevetto è quindi fondamentale sia per affrontare questa pandemia che ha travolto il mondo intero, sia per gestire al meglio i farmaci allo studio». Dalla politica, invece, il plauso sembra unanime. «L'accesso a cure e vaccini per tutti non è negoziabile. La salute deve essere un diritto universale, non un lusso per pochi. In questo crede l'Italia da sempre, questa è la profonda convinzione del M5s. Facciamo sentire la nostra voce in tutte le sedi», ha cinguettato l'ex premier Giuseppe Conte su Twitter, rilanciando l'hashtag #brevettiliberi. Gli fa eco il Pd con Enrico Letta: «Biden sfida le big della farmaceutica. Civiltà. Come sembrano lontani muri, cloro e candeggina. Ricordiamoci sempre però chi stava per l'uno e chi per l'altro», ha scritto su Twitter il segretario del Partito democratico. E anche il leader della Lega, Matteo Salvini, brinda con un «meglio tardi che mai. È un tema che dovrebbe essere già stato risolto perché quando c'è di mezzo la salute il business deve passare in seconda fila». Ma quale impatto potrebbe avere un'eventuale deroga ai brevetti per l'industria farmaceutica italiana? Non molto, dal punto di vista della produzione, considerando che al momento la filiera si sta occupando della parte finale della supply chain come l'infialamento ma non della produzione del cosiddetto bulk, ovvero del principio attivo, perché non abbiamo la tecnologia necessaria. Conseguenze potrebbero invece esserci sugli investimenti per la ricerca e su eventuali alleanze per lo sviluppo dei vaccini di nuova generazione.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy in un punto stampa al Parlamento europeo di Bruxelles.
iStock
Secondo un report di Oliver Wyman e World Economic Forum, l’economia dello sport potrebbe quasi quadruplicare nei prossimi decenni. Ma inattività fisica e fattori operativi rischiano di pesare sulla tenuta della crescita già nel medio periodo.
L’economia dello sport continua a correre. Secondo le stime, nei prossimi venticinque anni il settore è destinato a quasi quadruplicare il proprio valore, passando dagli attuali 2,3 trilioni di dollari di ricavi annui a 8,8 trilioni nel 2050. Una traiettoria imponente, che conferma il peso crescente dello sport non solo come fenomeno culturale, ma come comparto industriale globale.
È quanto emerge dal report Sports for People and Planet, realizzato dalla società di consulenza Oliver Wyman insieme al World Economic Forum e presentato la scorsa settimana a Davos. Lo studio prevede già nel breve periodo una crescita significativa: entro il 2030 i ricavi complessivi dovrebbero salire a 3,7 trilioni di dollari, con un aumento del 10% nei prossimi cinque anni. Accanto a queste prospettive, il report segnala però una serie di criticità che, secondo gli analisti, potrebbero incidere sulla tenuta economica del settore. La prima riguarda la partecipazione. La diffusione di stili di vita sempre più sedentari, in particolare tra le fasce più giovani, rischia di ridurre nel tempo la base di praticanti e appassionati su cui si fondano molti dei ricavi dell’industria sportiva. Una dinamica che potrebbe riflettersi negativamente su ambiti come eventi, turismo sportivo, fitness, abbigliamento e attrezzature.
A questi elementi si affiancano fattori ambientali che, sempre secondo lo studio, rappresentano un ulteriore rischio operativo. Eventi meteorologici estremi, condizioni climatiche avverse e problemi legati all’inquinamento possono complicare l’organizzazione delle competizioni, incidere sull’affluenza del pubblico e aumentare i costi legati a infrastrutture, logistica e catene di approvvigionamento. Lo stesso comparto sportivo, osserva il report, comporta un utilizzo intensivo di risorse attraverso grandi eventi, viaggi e infrastrutture, elementi che gli analisti indicano come variabili da gestire sul piano industriale. Sommando questi fattori, Oliver Wyman stima che fino a 517 miliardi di dollari di ricavi potrebbero essere a rischio entro il 2030. Nel lungo periodo, in assenza di un’azione coordinata, le perdite potenziali potrebbero arrivare fino a 1,6 trilioni di dollari entro il 2050. Lo studio individua comunque i principali motori destinati a sostenere la crescita dell’economia sportiva nei prossimi decenni. Tra questi figurano l’espansione del turismo sportivo, il crescente interesse degli investitori che porta lo sport a essere considerato una vera e propria asset class, la diffusione dello sport femminile e un riequilibrio geografico della crescita verso le economie emergenti.
Per ridurre i rischi e sostenere lo sviluppo del settore, il report propone tre direttrici di intervento. La prima riguarda una gestione più efficiente e responsabile delle risorse. La seconda punta a rafforzare il ruolo dello sport come leva di sviluppo urbano, con effetti sull’attrattività delle città e sulla qualità della vita. La terza richiama la necessità di indirizzare flussi di capitale dedicati, in grado di sostenere investimenti coerenti con queste traiettorie. «Oltre ad analizzare i principali fattori di crescita che stanno plasmando la sua economia, questo report identifica tre percorsi distinti che riflettono l’impatto unico dello sport», ha spiegato Tony Simpson, partner e responsabile della practice Sport di Oliver Wyman, sottolineando come l’analisi possa supportare le organizzazioni sia nelle scelte di investimento sia nella gestione dei rischi. Secondo il World Economic Forum, il peso dello sport va oltre i numeri. «Lo sport fonde potere economico e influenza culturale in modi che pochi altri settori possono eguagliare», ha osservato Sebastian Buckup, managing director del Forum, indicando nel comparto una leva potenziale non solo di crescita economica, ma anche di sviluppo sociale.
Il quadro che emerge è quello di un’industria in forte espansione, ma non immune da fragilità. La corsa verso gli 8,8 trilioni di dollari è avviata, ma la sua sostenibilità dipenderà dalla capacità del settore di affrontare, con strumenti concreti, i fattori che oggi ne mettono alla prova la crescita.
Continua a leggereRiduci
Carlo Nordio (Ansa)
Il chiarimento delle Forze di difesa israeliane, secondo cui il fermo sarebbe stato effettuato da un soldato riservista e non da un colono armato, non ha chiuso la vicenda, ma ha spostato il nodo sulla qualificazione giuridica dell’atto e sulle relative responsabilità.
«È evidente che manchi a oggi una sufficiente tutela legislativa per gli atti ostili commessi nei confronti dei nostri militari impegnati in operazioni fuori area in contesti di conflitto armato» spiega l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare all’Università Link, richiamando un quadro normativo frammentato e fortemente condizionato da valutazioni politiche più che giuridiche.
Dal punto di vista del diritto penale, il riferimento è l’articolo 8 del Codice penale, che estende la giurisdizione italiana ai delitti commessi all’estero quando ledono un interesse politico dello Stato. In questa prospettiva, la convocazione dell’ambasciatore israeliano costituisce un implicito riconoscimento di tale interesse.
La norma, tuttavia, pone un limite decisivo: la procedibilità dipende dalla richiesta del ministro della Giustizia, trasformando la tutela penale in una scelta politica. In assenza di tale atto, anche ipotesi di reato come il sequestro di persona o la minaccia armata restano sul piano della sola protesta diplomatica: è Carlo Nordio che dovrebbe muoversi in prima persona.
Secondo Strampelli, tuttavia, il problema è ancora più profondo. «L’unica reale tutela sarebbe offerta dal Codice penale militare di guerra che consentirebbe l’applicazione della legge penale militare italiana anche per gli atti ostili commessi in danno di militari italiani da appartenenti ad altre forze armate o comunque belligeranti». Una soluzione tutt’altro che teorica, già sperimentata nella storia recente della Repubblica.
«In effetti tale soluzione è stata percorsa nella Storia della nostra Repubblica solo nel caso di “Enduring Freedom”, quando il Parlamento deliberò l’applicazione per la guerra in Afghanistan della legge n. 6 del 2002, con applicazione del codice penale militare di guerra». Una scelta che ampliava la tutela dei militari italiani, ma che esponeva anche gli stessi militari a un regime sanzionatorio particolarmente severo.
Non a caso, quell’esperienza venne successivamente abbandonata. Il timore era quello di sottoporre il personale italiano a pene molto più afflittive in caso di reati militari, anche quando commessi in danno della popolazione locale o di altri belligeranti. Un equilibrio fragile, che ha portato negli anni a preferire un approccio prudente, se non rinunciatario.
«Oggi però», aggiunge Strampelli, «vi è la consapevolezza che l’attuale regime normativo non tuteli i nostri militari nell’ambito di operazioni in aree operative e conflittuali, essendo ormai ineludibile l’intervento del legislatore». Le missioni definite «di pace» hanno infatti assunto nel tempo caratteristiche sempre più simili a operazioni di sicurezza armata, senza che a tale evoluzione sia corrisposto un adeguamento delle regole.
Ne deriva una tutela disomogenea, spesso rimessa alla sola diplomazia, che il caso dei carabinieri in Cisgiordania ha riportato al centro del dibattito pubblico e giuridico.
«Mi lasci dire che come cittadino e ufficiale dei carabinieri in congedo mi auguro per la dignità dell’Arma che il ministro avanzi richiesta di procedibilità a norma dell’articolo 8 del codice penale, augurandomi che i carabinieri sporgano querela per quanto sofferto», conclude Strampelli. Una presa di posizione che richiama una questione più ampia: la credibilità dello Stato nella tutela dei propri militari all’estero. Senza una riforma chiara, questi episodi rischiano di restare affidati alla politica. Ma la tutela di chi agisce in nome dello Stato non può essere occasionale.
Continua a leggereRiduci
L'ingresso del locale Le Constellation di Crans-Montana (Ansa)
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.
Continua a leggereRiduci