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2021-05-07
Biden inizia una lunga guerra contro i brevetti dei vaccini. Ma la strada non è in discesa
Joe Biden (Getty Images)
Joe Biden spariglia la geopolitica dei vaccini: l'amministrazione Usa ha infatti annunciato di essere favorevole a rimuovere le protezioni dei brevetti ed è impegnata «attivamente» in questo senso nei negoziati in corso al Wto. La mossa viene motivata con l'intento di spianare la strada a una accelerazione della produzione e della distribuzione delle dosi in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri. E consentirebbe, almeno in via teorica, a qualsiasi produttore farmaceutico al mondo di produrre vaccini «copiati» senza il rischio di essere citati in giudizio per violazione della proprietà intellettuale.
«Si tratta di una crisi sanitaria mondiale e le circostanze straordinarie della pandemia invocano misure straordinarie», ha spiegato la rappresentante Usa per il commercio, Katherine Tai, in un comunicato. «L'amministrazione Biden crede fermamente alle protezioni della proprietà intellettuale ma per mettere fine a questa pandemia sostiene la revoca di certe protezioni per i vaccini anti Covid-19», ha sottolineato. Aggiungendo però che i negoziati all'Organizzazione mondiale del commercio «richiederanno tempo, data la natura consensuale dell'istituzione e la complessità delle questioni coinvolte». Un panel del Wto per la proprietà intellettuale dovrà occuparsi di nuovo della proposta a una riunione preliminare questo mese, prima di una riunione formale in programma per l'8 e il 9 giugno. Già ieri, comunque, la direttrice generale, Ngozi Okonjo Iweala, ha accolto «con grande soddisfazione» l'intenzione degli Usa «di coinvolgere i sostenitori di una rinuncia temporanea del trattato internazionale sulla proprietà intellettuale».
Immediate le reazioni delle società farmaceutiche che hanno accusato anche un duro colpo in Borsa: l'ad di Pfizer, Albert Bourla, dice di essere «per nulla» favorevole alla rimozione dei brevetti ricordando anche che il vaccino Pfizer ha avuto risultati positivi a novembre 2020 ed è stato registrato a dicembre 2020. «Ma sapete quando abbiamo firmato l'accordo commerciale? Nel gennaio 2021. Un accordo da miliardi di dollari è stato messo in attesa, per concentrare tutti gli sforzi sulla realizzazione del vaccino». Per l'alleata tedesca Biontech «i brevetti non sono il fattore limitante della produzione e dell'approvvigionamento del nostro vaccino. Non aumenterebbero la produzione mondiale né l'approvvigionamento delle dosi di vaccini nel breve e medio termine». La Federazione internazionale dell'industria farmaceutica ha liquidato la proposta come «deludente», aggiungendo che «la sospensione è la risposta semplice ma falsa a un problema complesso». Il settore teme che costituisca un pericoloso precedente, che scoraggerà l'innovazione senza migliorare l'offerta perché la capacità produttiva mondiale è già al limite e le stesse aziende hanno firmato tra loro più di 260 accordi (le cosiddette licenze volontarie) per aumentarla.
Ma come si è arrivati a questa svolta, finora solo annunciata? Quali impatti concreti ci saranno sulla geopolitica dei vaccini? La revoca temporanea dei brevetti sui vaccini è stata richiesta dall'India e dal Sudafrica, che da mesi si battono per una sospensione dei brevetti e a ottobre hanno lanciato una proposta che riguardava anche i farmaci e i prodotti legati alla diagnosi e alla cura del Covid. Non è solo questione di emergenza ma anche di business. Stiamo parlando, infatti, di due Paesi che hanno già aziende ben dotate dal punto di vista farmaceutico (pensiamo al Serum institute indiano, che ha accordi con Astrazeneca e Novavax, con il trasferimento tecnologico). Così come in Sudafrica è basata la più grande azienda farmaceutica del continente africano che ha già un accordo di produzione con Johnson&Johnson. Non a caso non si sono mossi sulla stessa linea il Brasile e il Messico che hanno aziende in grado di competere a livello internazionale.
Non è chiaro se Washington andrà avanti e rimangono molti dubbi. Alcuni esperti sostengono che il sequestro dei brevetti non è una soluzione realistica. In un editoriale sul Wall Street Journal, l'ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha osservato che la produzione di vaccini è complessa e richiede materiali molto richiesti. Suggerendo al team di Biden di guardare piuttosto al modello del Piano di emergenza dell'ex presidente Bush per l'Aids relief con il quale il governo degli Usa ha collaborato con i produttori per acquistare e distribuire farmaci affidabili contro l'Aids in Africa.
Va inoltre capito quale sia la vera strategia di Biden, al netto della motivazione «etica» che piace molto alla sinistra democratica. Liberando i brevetti non si aumenta automaticamente la produzione, né automaticamente si riesce a immunizzare le nazioni in difficoltà. Primo perché ci vogliono almeno due anni per rendere la proposta effettiva al Wto, senza dimenticare che se le componenti fondamentali per lo sviluppo dei principali vaccini vengono ordinate adesso, la consegna è tra i 12 e i 16 mesi. Quindi, anche partendo oggi, si arriverebbe ad avere la produzione pronta forse a metà del 2023, quando la pandemia dovrebbe essere finita e sarebbe pure scaduta la moratoria sui brevetti. Per produrre i vaccini a mRna e quelli basati su proteine, inoltre, più che dei brevetti c'è bisogno di trasferimento tecnologico, addestramento e apparecchiature sofisticate. Tanto che Moderna ha messo a disposizione il suo brevetto da più di un anno e non lo ha ancora utilizzato nessuno. L'operazione può essere piuttosto letta in chiave anti Cina, non a caso arriva dall'India. Di certo, si vedrà nelle prossime settimane se quella di Biden sarà una mossa etica, di marketing oppure pragmatica.
Draghi si allinea alla Casa Bianca con l’appoggio della maggioranza
La deroga sui brevetti dei vaccini sarà discussa al summit informale dei leader Ue che inizierà oggi a Porto. Con quale posizione si siederà al tavolo il governo italiano? Ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha rilasciato solo una breve dichiarazione, sottolineando che «i vaccini sono un bene comune globale» ed è «prioritario aumentare la loro produzione, garantendone la sicurezza, e abbattere gli ostacoli che limitano le campagne vaccinali». Dal Pd alla Lega, passando per i 5 stelle, le forze politiche spingono affinché l'Italia segua la proposta di discussione in sede Wto della Casa Bianca. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, lo definisce «un importante passo in avanti. Anche l'Europa deve fare la sua parte. Questa pandemia ci ha insegnato che si vince solo insieme», ha scritto in un post su Facebook. E sempre su Facebook, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha invocato «un libero accesso ai brevetti sui vaccini anti Covid. È una corsa contro il tempo e c'è bisogno della collaborazione di tutti per evitare di essere travolti dalle varianti del virus. Ogni Stato deve avere le stesse opportunità ed è fondamentale, davanti a questa emergenza, liberalizzare la produzione».
Dall'Agenzia nazionale del farmaco (Aifa) il presidente, Giorgio Palù, è più cauto: «Credo che sia giusto da un punto di vista etico ma vedo difficile che passi la proposta di Joe Biden», ha detto ieri. Ricordando che «ci sono aziende che hanno centri di ricerche e sviluppo e investono centinaia di milioni di dollari per un vaccino. E non lo possono fare i laboratori universitari. Se si toglie lo stimolo di un vaccino nella proprietà intellettuale, chi fa più ricerca dopo?». Fortemente critica è la reazione di Farmindustria, che in una nota esprime «sorpresa e preoccupazione», ricordando come i vaccini contro il Covid-19 siano arrivati con tanta celerità grazie anche alla proprietà intellettuale. «Senza, la spinta dei brevetti alla ricerca e alla produzione, oggi non potremmo beneficiare di questi strumenti, fondamentali per superare la crisi pandemica e ritornare a una vita normale». Secondo l'associazione di categoria, inoltre, liberare i brevetti non risolverebbe il problema di avere subito più vaccini perché non servirebbe ad aumentare la produzione, né a offrire le soluzioni necessarie per vincere la pandemia. «Potrebbe avere invece l'effetto opposto: dirottare risorse, materie prime verso siti di produzione meno efficienti. E potrebbe determinare l'aumento della contraffazione a livello globale». Per aumentare la produzione serve ben altro, viene aggiunto: «Snellimenti burocratici, eliminazione delle barriere commerciali e dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. O risolvere la questione della scarsità di materie prime e di altri componenti. La tutela del brevetto è quindi fondamentale sia per affrontare questa pandemia che ha travolto il mondo intero, sia per gestire al meglio i farmaci allo studio».
Dalla politica, invece, il plauso sembra unanime. «L'accesso a cure e vaccini per tutti non è negoziabile. La salute deve essere un diritto universale, non un lusso per pochi. In questo crede l'Italia da sempre, questa è la profonda convinzione del M5s. Facciamo sentire la nostra voce in tutte le sedi», ha cinguettato l'ex premier Giuseppe Conte su Twitter, rilanciando l'hashtag #brevettiliberi. Gli fa eco il Pd con Enrico Letta: «Biden sfida le big della farmaceutica. Civiltà. Come sembrano lontani muri, cloro e candeggina. Ricordiamoci sempre però chi stava per l'uno e chi per l'altro», ha scritto su Twitter il segretario del Partito democratico. E anche il leader della Lega, Matteo Salvini, brinda con un «meglio tardi che mai. È un tema che dovrebbe essere già stato risolto perché quando c'è di mezzo la salute il business deve passare in seconda fila».
Ma quale impatto potrebbe avere un'eventuale deroga ai brevetti per l'industria farmaceutica italiana? Non molto, dal punto di vista della produzione, considerando che al momento la filiera si sta occupando della parte finale della supply chain come l'infialamento ma non della produzione del cosiddetto bulk, ovvero del principio attivo, perché non abbiamo la tecnologia necessaria. Conseguenze potrebbero invece esserci sugli investimenti per la ricerca e su eventuali alleanze per lo sviluppo dei vaccini di nuova generazione.
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Dietro la motivazione etica della mossa a sorpresa del presidente dem c'è l'apertura all'India, contro Pechino. La fattibilità e le tempistiche però non sono dalla sua parte.Per Mario Draghi «è prioritario abbattere gli ostacoli che limitano le campagne». Applaudono Lega, Pd e Movimento 5 stelle mentre Farmindustria è molto critica. Prudente l'Aifa: «Difficile da realizzare».Lo speciale contiene due articoli.Joe Biden spariglia la geopolitica dei vaccini: l'amministrazione Usa ha infatti annunciato di essere favorevole a rimuovere le protezioni dei brevetti ed è impegnata «attivamente» in questo senso nei negoziati in corso al Wto. La mossa viene motivata con l'intento di spianare la strada a una accelerazione della produzione e della distribuzione delle dosi in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri. E consentirebbe, almeno in via teorica, a qualsiasi produttore farmaceutico al mondo di produrre vaccini «copiati» senza il rischio di essere citati in giudizio per violazione della proprietà intellettuale. «Si tratta di una crisi sanitaria mondiale e le circostanze straordinarie della pandemia invocano misure straordinarie», ha spiegato la rappresentante Usa per il commercio, Katherine Tai, in un comunicato. «L'amministrazione Biden crede fermamente alle protezioni della proprietà intellettuale ma per mettere fine a questa pandemia sostiene la revoca di certe protezioni per i vaccini anti Covid-19», ha sottolineato. Aggiungendo però che i negoziati all'Organizzazione mondiale del commercio «richiederanno tempo, data la natura consensuale dell'istituzione e la complessità delle questioni coinvolte». Un panel del Wto per la proprietà intellettuale dovrà occuparsi di nuovo della proposta a una riunione preliminare questo mese, prima di una riunione formale in programma per l'8 e il 9 giugno. Già ieri, comunque, la direttrice generale, Ngozi Okonjo Iweala, ha accolto «con grande soddisfazione» l'intenzione degli Usa «di coinvolgere i sostenitori di una rinuncia temporanea del trattato internazionale sulla proprietà intellettuale».Immediate le reazioni delle società farmaceutiche che hanno accusato anche un duro colpo in Borsa: l'ad di Pfizer, Albert Bourla, dice di essere «per nulla» favorevole alla rimozione dei brevetti ricordando anche che il vaccino Pfizer ha avuto risultati positivi a novembre 2020 ed è stato registrato a dicembre 2020. «Ma sapete quando abbiamo firmato l'accordo commerciale? Nel gennaio 2021. Un accordo da miliardi di dollari è stato messo in attesa, per concentrare tutti gli sforzi sulla realizzazione del vaccino». Per l'alleata tedesca Biontech «i brevetti non sono il fattore limitante della produzione e dell'approvvigionamento del nostro vaccino. Non aumenterebbero la produzione mondiale né l'approvvigionamento delle dosi di vaccini nel breve e medio termine». La Federazione internazionale dell'industria farmaceutica ha liquidato la proposta come «deludente», aggiungendo che «la sospensione è la risposta semplice ma falsa a un problema complesso». Il settore teme che costituisca un pericoloso precedente, che scoraggerà l'innovazione senza migliorare l'offerta perché la capacità produttiva mondiale è già al limite e le stesse aziende hanno firmato tra loro più di 260 accordi (le cosiddette licenze volontarie) per aumentarla. Ma come si è arrivati a questa svolta, finora solo annunciata? Quali impatti concreti ci saranno sulla geopolitica dei vaccini? La revoca temporanea dei brevetti sui vaccini è stata richiesta dall'India e dal Sudafrica, che da mesi si battono per una sospensione dei brevetti e a ottobre hanno lanciato una proposta che riguardava anche i farmaci e i prodotti legati alla diagnosi e alla cura del Covid. Non è solo questione di emergenza ma anche di business. Stiamo parlando, infatti, di due Paesi che hanno già aziende ben dotate dal punto di vista farmaceutico (pensiamo al Serum institute indiano, che ha accordi con Astrazeneca e Novavax, con il trasferimento tecnologico). Così come in Sudafrica è basata la più grande azienda farmaceutica del continente africano che ha già un accordo di produzione con Johnson&Johnson. Non a caso non si sono mossi sulla stessa linea il Brasile e il Messico che hanno aziende in grado di competere a livello internazionale. Non è chiaro se Washington andrà avanti e rimangono molti dubbi. Alcuni esperti sostengono che il sequestro dei brevetti non è una soluzione realistica. In un editoriale sul Wall Street Journal, l'ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha osservato che la produzione di vaccini è complessa e richiede materiali molto richiesti. Suggerendo al team di Biden di guardare piuttosto al modello del Piano di emergenza dell'ex presidente Bush per l'Aids relief con il quale il governo degli Usa ha collaborato con i produttori per acquistare e distribuire farmaci affidabili contro l'Aids in Africa. Va inoltre capito quale sia la vera strategia di Biden, al netto della motivazione «etica» che piace molto alla sinistra democratica. Liberando i brevetti non si aumenta automaticamente la produzione, né automaticamente si riesce a immunizzare le nazioni in difficoltà. Primo perché ci vogliono almeno due anni per rendere la proposta effettiva al Wto, senza dimenticare che se le componenti fondamentali per lo sviluppo dei principali vaccini vengono ordinate adesso, la consegna è tra i 12 e i 16 mesi. Quindi, anche partendo oggi, si arriverebbe ad avere la produzione pronta forse a metà del 2023, quando la pandemia dovrebbe essere finita e sarebbe pure scaduta la moratoria sui brevetti. Per produrre i vaccini a mRna e quelli basati su proteine, inoltre, più che dei brevetti c'è bisogno di trasferimento tecnologico, addestramento e apparecchiature sofisticate. Tanto che Moderna ha messo a disposizione il suo brevetto da più di un anno e non lo ha ancora utilizzato nessuno. L'operazione può essere piuttosto letta in chiave anti Cina, non a caso arriva dall'India. 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Ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha rilasciato solo una breve dichiarazione, sottolineando che «i vaccini sono un bene comune globale» ed è «prioritario aumentare la loro produzione, garantendone la sicurezza, e abbattere gli ostacoli che limitano le campagne vaccinali». Dal Pd alla Lega, passando per i 5 stelle, le forze politiche spingono affinché l'Italia segua la proposta di discussione in sede Wto della Casa Bianca. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, lo definisce «un importante passo in avanti. Anche l'Europa deve fare la sua parte. Questa pandemia ci ha insegnato che si vince solo insieme», ha scritto in un post su Facebook. E sempre su Facebook, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha invocato «un libero accesso ai brevetti sui vaccini anti Covid. È una corsa contro il tempo e c'è bisogno della collaborazione di tutti per evitare di essere travolti dalle varianti del virus. Ogni Stato deve avere le stesse opportunità ed è fondamentale, davanti a questa emergenza, liberalizzare la produzione». Dall'Agenzia nazionale del farmaco (Aifa) il presidente, Giorgio Palù, è più cauto: «Credo che sia giusto da un punto di vista etico ma vedo difficile che passi la proposta di Joe Biden», ha detto ieri. Ricordando che «ci sono aziende che hanno centri di ricerche e sviluppo e investono centinaia di milioni di dollari per un vaccino. E non lo possono fare i laboratori universitari. Se si toglie lo stimolo di un vaccino nella proprietà intellettuale, chi fa più ricerca dopo?». Fortemente critica è la reazione di Farmindustria, che in una nota esprime «sorpresa e preoccupazione», ricordando come i vaccini contro il Covid-19 siano arrivati con tanta celerità grazie anche alla proprietà intellettuale. «Senza, la spinta dei brevetti alla ricerca e alla produzione, oggi non potremmo beneficiare di questi strumenti, fondamentali per superare la crisi pandemica e ritornare a una vita normale». Secondo l'associazione di categoria, inoltre, liberare i brevetti non risolverebbe il problema di avere subito più vaccini perché non servirebbe ad aumentare la produzione, né a offrire le soluzioni necessarie per vincere la pandemia. «Potrebbe avere invece l'effetto opposto: dirottare risorse, materie prime verso siti di produzione meno efficienti. E potrebbe determinare l'aumento della contraffazione a livello globale». Per aumentare la produzione serve ben altro, viene aggiunto: «Snellimenti burocratici, eliminazione delle barriere commerciali e dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. O risolvere la questione della scarsità di materie prime e di altri componenti. La tutela del brevetto è quindi fondamentale sia per affrontare questa pandemia che ha travolto il mondo intero, sia per gestire al meglio i farmaci allo studio». Dalla politica, invece, il plauso sembra unanime. «L'accesso a cure e vaccini per tutti non è negoziabile. La salute deve essere un diritto universale, non un lusso per pochi. In questo crede l'Italia da sempre, questa è la profonda convinzione del M5s. Facciamo sentire la nostra voce in tutte le sedi», ha cinguettato l'ex premier Giuseppe Conte su Twitter, rilanciando l'hashtag #brevettiliberi. Gli fa eco il Pd con Enrico Letta: «Biden sfida le big della farmaceutica. Civiltà. Come sembrano lontani muri, cloro e candeggina. Ricordiamoci sempre però chi stava per l'uno e chi per l'altro», ha scritto su Twitter il segretario del Partito democratico. E anche il leader della Lega, Matteo Salvini, brinda con un «meglio tardi che mai. È un tema che dovrebbe essere già stato risolto perché quando c'è di mezzo la salute il business deve passare in seconda fila». Ma quale impatto potrebbe avere un'eventuale deroga ai brevetti per l'industria farmaceutica italiana? Non molto, dal punto di vista della produzione, considerando che al momento la filiera si sta occupando della parte finale della supply chain come l'infialamento ma non della produzione del cosiddetto bulk, ovvero del principio attivo, perché non abbiamo la tecnologia necessaria. Conseguenze potrebbero invece esserci sugli investimenti per la ricerca e su eventuali alleanze per lo sviluppo dei vaccini di nuova generazione.
Friedrich Merz (Ansa)
La novità è emersa da un aggiornamento del quadro normativo legato al Wehrpflichtgesetz, la legge sul servizio militare. In base a quanto riportato dalla Frankfurter Rundschau, gli uomini soggetti agli obblighi militari non possono più soggiornare all’estero per periodi prolungati senza il via libera delle autorità competenti. La soglia individuata è quella dei tre mesi: oltre questo limite, l’uscita dal territorio tedesco richiede una specifica autorizzazione. In caso contrario, sono previste conseguenze sul piano amministrativo.
La disposizione riguarda i cittadini di sesso maschile in età da servizio militare, cioè quella fascia che, almeno sulla carta, potrebbe essere richiamata alle armi. La Germania, infatti, non ha mai abolito la leva: nel 2011 è stata semplicemente sospesa. Dal punto di vista giuridico, resta quindi pienamente attivabile. È proprio in questo spazio che si inserisce la nuova norma, che punta a evitare che i potenziali coscritti si sottraggano alla disponibilità trasferendosi all’estero per lunghi periodi di tempo.
Il ministero della Difesa ha provato a ridimensionare la portata della misura. Un portavoce, interpellato dalla stampa tedesca, ha spiegato ieri che non si tratta di una restrizione generalizzata della libertà di movimento, ma di una norma già prevista e ora resa più esplicita. L’obiettivo, ha sottolineato, sarebbe esclusivamente quello di garantire la reperibilità dei cittadini in caso di necessità, non di limitare viaggi o esperienze all’estero. Il ministero, inoltre, chiarirà «tramite regolamento amministrativo che l’approvazione si considera concessa a condizione che il servizio militare sia volontario».
Burocratese a parte, il dato politico è evidente: Berlino si sta preparando a uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava archiviato. Negli ultimi mesi, il governo ha avviato una revisione complessiva del sistema di reclutamento, introducendo un modello definito «ibrido». Dal 2026 tutti i diciottenni maschi saranno chiamati a registrarsi e a compilare un questionario sulla propria idoneità e disponibilità al servizio. Dal 2027 sono previste anche visite mediche obbligatorie. Il servizio resta formalmente volontario, ma il sistema è costruito in modo da poter essere rapidamente trasformato in obbligatorio, qualora i numeri non dovessero bastare.
E i numeri, appunto, restano il vero nodo da sciogliere. L’obiettivo dichiarato del governo di Friedrich Merz è portare la Bundeswehr a oltre 260.000 soldati attivi e a circa 200.000 riservisti. Una soglia molto distante dalla situazione attuale, segnata da carenze strutturali e difficoltà nel reclutamento. Per colmare questa lacuna, Berlino ha avviato un piano di rafforzamento senza precedenti negli ultimi decenni.
Il riarmo tedesco, d’altronde, è già nei numeri. Dopo il fondo straordinario da 100 miliardi annunciato nei mesi scorsi, il governo punta a portare la spesa per la difesa fino a circa il 3,5% del Pil entro la fine del decennio. Si tratta di un cambio di paradigma per un Paese che, per lungo tempo, aveva mantenuto un profilo militare a dir poco prudente. Oggi, invece, la Germania intende svolgere un ruolo molto più incisivo all’interno della Nato, anche alla luce della guerra in Ucraina e del deterioramento del quadro di sicurezza europeo.
In questo contesto, la norma sui soggiorni all’estero assume un significato che va oltre il dato meramente tecnico. Non è, insomma, solo una disposizione amministrativa, ma un tassello di una strategia più ampia: ricostruire una base di cittadini immediatamente disponibili in caso di mobilitazione. Limitare la possibilità di trascorrere lunghi periodi fuori dal Paese senza autorizzazione significa, di fatto, mantenere sotto controllo una platea potenziale di coscritti.
Non mancano, ovviamente, le tensioni. Anche perché, a partire dalla caduta del muro di Berlino, la narrazione dominante delle istituzioni è stata improntata a un pacifismo quasi radicale. E non sarà facile far passare la nuova linea senza colpo ferire. E i dati lo confermano. Secondo una rilevazione YouGov del giugno 2025, il 63% dei tedeschi tra i 18 e i 29 anni si è detto contrario alla reintroduzione del servizio obbligatorio, mentre un altro sondaggio pubblicato nel gennaio 2026 mostra come il consenso resti nettamente più basso proprio nella fascia che sarebbe direttamente coinvolta. Numeri che fotografano una distanza evidente tra le scelte del governo e l’umore di chi, in caso di necessità, dovrebbe essere chiamato alle armi. Se l’accoglienza della riforma è questa, per Berlino il problema non sarà solo introdurla, ma riuscire davvero a farla funzionare.
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