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2022-01-23
Berlusconi rinuncia a candidarsi e prova a bloccare la corsa di Draghi
Ansa
Silvio Berlusconi si ritira dalla corsa, dice no a Mario Draghi al Quirinale e annuncia una proposta condivisa del centrodestra per la presidenza della Repubblica. È questa la conclusione della giornata della verità, a 36 ore dalla prima votazione, in programma domani. La decisione del Cav viene comunicata alle 19 di ieri sera da Licia Ronzulli e Antonio Tajani agli alleati di centrodestra in apertura del vertice di coalizione che si svolge da remoto, in collegamento video. Insieme al passo indietro, Tajani e Ronzulli comunicano anche agli alleati che secondo Berlusconi «Draghi deve restare a Palazzo Chigi». La coalizione dunque si compatta, il passo di lato di Berlusconi consente ora di aprire una riflessione approfondita sui nomi da proporre per la successione di Sergio Mattarella. Berlusconi non partecipa alla riunione, affida alla Ronzulli e a Tajani il compito di leggere un comunicato: «Sono davvero grato, dal profondo del cuore», scrive Berlusconi, «alle molte migliaia di italiane e italiani che, in questi giorni, mi hanno manifestato affetto, sostegno e incoraggiamento da quando il mio nome è stato indicato per la presidenza della Repubblica. Sono grato in particolare alle forze politiche del centrodestra che hanno voluto formulare la mia candidatura, ai tanti parlamentari di tutti gli schieramenti che hanno espresso il loro appoggio e il loro consenso. Dopo innumerevoli incontri con parlamentari e delegati regionali», aggiunge Berlusconi, «anche e soprattutto appartenenti a schieramenti diversi della coalizione di centrodestra, ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione. Ponendo sempre l’interesse collettivo al di sopra di qualsiasi considerazione personale», sottolinea Berlusconi, «ho riflettuto molto, con i miei familiari ed i dirigenti del mio movimento politico, sulla proposta ricevuta. L’Italia oggi ha bisogno di unità», sottolinea il Cav, «al di là della distinzione maggioranza-opposizione, intorno allo sforzo per combattere la gravissima emergenza sanitaria, per far uscire il paese dalla crisi».
Poi, lo stop a Mario Draghi: «Per queste ragioni sono stato il primo a volere un governo di unità nazionale», afferma ancora Berlusconi, «che raccogliesse le migliori energie del paese, e che, con il concorso costruttivo anche dell’opposizione, è servito ad avviare un percorso virtuoso che oggi più che mai, alla luce della situazione sanitaria ed economica, deve andare avanti. Per questo considero necessario che il governo Draghi completi la sua opera fino alla fine della legislatura per dare attuazione al Pnrr», argomenta il leader di Forza Italia», proseguendo il processo riformatore indispensabile che riguarda il fisco, la giustizia, la burocrazia. In questo stesso spirito, ho deciso di compiere un altro passo sulla strada della responsabilità nazionale, chiedendo a quanti lo hanno proposto di rinunciare ad indicare il mio nome per la presidenza della Repubblica. Da oggi lavoreremo quindi con i leader del centro-destra», si legge ancora nel comunicato, «che rappresenta la maggioranza nel paese ed a cui spetta l’onere della proposta , per concordare un nome in grado di raccogliere un consenso vasto in Parlamento. Occorre individuare una figura capace di rappresentare con la necessaria autorevolezza la nazione nel mondo e di essere garante delle scelte fondamentali del nostro paese», conclude Berlusconi, «nello scenario internazionale, l’opzione europea e quella atlantica, sempre complementari e mai contrapponibili, essenziali per garantire la pace e la sicurezza e rispondere alle sfide globali». Immediato il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Scelta decisiva e fondamentale», argomenta Salvini, «Berlusconi rende un grande servizio all’Italia e al centrodestra, che ora avrà l’onore e la responsabilità di avanzare le sue proposte senza più veti dalla sinistra». Prima della riunione del centrodestra, c’era stato un summit dei dirigenti di Forza Italia, al quale Berlusconi non aveva preso parte. Dal vertice trapela la contrarietà di Fratelli d’Italia, che come noto vorrebbe le elezioni anticipate dopo l’elezione del Capo dello Stato, alla indicazione di Berlusconi sulla necessità che il governo Draghi concluda la legislatura. «Riunione decisiva del centrodestra», commentano fonti del Carroccio al termine della riunione, «e gesto fondamentale di Silvio Berlusconi per il bene del Paese e della coalizione. Nonostante il Cavaliere avesse i numeri, ha deciso un passo di lato con grande senso di responsabilità. Il centrodestra è compatto ed è pronto a formulare diverse proposte di alto profilo su cui la sinistra non potrà porre veti come fatto nelle ultime settimane». Intanto, Fratelli d’Italia si smarca dal «no» a Draghi: «Durante la riunione», si legge in una nota diffusa dal partito di Giorgia Meloni, «Fratelli d’Italia ha insistito affinché fosse chiaro che non auspica in alcun modo che la legislatura prosegua. La questione di Mario Draghi al Quirinale, sulla quale non abbiamo espresso alcun giudizio, non è stata posta e sarebbe semmai problema che possono avere le forze che partecipano al suo governo».
Comincia a girare il nome di Casini
Grande, anzi grandissima è la confusione sotto il cielo. Anche alla luce di quanto avvenuto nel centrodestra, col ritiro della candidatura di Silvio Berlusconi, si fa sempre piu insistente il nome di Pierferdinando Casini per il Quirinale. La candidatura dell’ex democristiano era sin da subito circolata, ma finora sotto traccia. Con il cambio di scenario maturato ieri, il nome è ufficialmente sul tavolo. Anche sul versante centrosinistra appare quasi scontato che le trattative per l’individuazione di un candidato unitario (o quantomeno maggioritario) per il Quirinale andranno in parallelo con le prime votazioni a Montecitorio. Il cui inizio, come è noto, è fissato per domani alle 15. Non tradendo la tradizionale attitudine della politica italiana, ciò che poteva essere fatto settimane o addirittura mesi prima con tempi decisamente meno compressi, sarà fatto nelle prossime ore in modo inevitabilmente convulso. E così, nel giro di 12 ore si terranno una serie di vertici incrociati, incontri virtuali e riunioni dei leader coi rispettivi grandi elettori, nel tentativo arduo di andare a boccino già nelle prime tre votazioni.
L’impressione, al momento, è che ciò difficilmente possa avvenire, anche perché, a differenza che nel centrodestra, nel recinto dell’ex-maggioranza giallorossa pende un’ulteriore ed enorme incognita: la capacità di un leader di controllare i propri parlamentari. Si parla ovviamente di Giuseppe Conte, che rivedrà oggi il segretario del Pd Enrico Letta e Roberto Speranza in un vertice a tre, per poi confrontarsi di nuovo coi suoi grandi elettori. L’impressione, come rivelato dalla vicenda del presunto pacchetto di voti messi sul mercato dal grillino Riccardo Fraccaro, è che la parola di Conte non sarà presa in grande considerazione dai suoi omologhi, i quali avranno bisogno di sondare i vari capibastone della galassia pentastellata (o il leader -ombra Luigi Di Maio) per avere un quadro verosimile della situazione. Ieri mattina, in una cabina di regia grillina Conte avrebbe ribadito le proprie perplessità su Draghi presidente, ma quest’ultimo è stato già e più volte bruscamente sconfessato dai suoi parlamentari. Per questo l’appuntamento importante sarà quello di stasera coi grandi elettori pentastellati.
Andando al sodo, sulla rive gauche c’è Enrico Letta che sta continuando a tessere la propria tela per portare Mario Draghi sul Colle più alto, avendo - pare - incassato nell’ultimo faccia a faccia un ok di massima da Matteo Renzi. Al quale, si sa, interessa assai di più la soluzione sul governo che eviti le elezioni anticipate e una legge elettorale che consenta la sopravvivenza del suo partito.
Ma Letta sembra l’unico nel centrosinistra che si stia dando seriamente da fare per il trasloco di Draghi da Palazzo Chigi al Colle, visto che i rumors vedono una parte degli stessi dem tiepida su questa prospettiva, a partire dagli ex-renziani e dai franceschiniani, allettati da profili più casalinghi. Prima di incontrare Matteo Salvini (probabilmente domani mattina), Letta dovrà dunque avere un quadro esaustivo della situazione dentro il partito e dentro la coalizione. È per questo che oggi ci sarà il bailamme degli incontri: si dovrebbe partire in mattinata con l’incontro a tre Letta-Conte-Speranza alla Camera, prima della riunione del segretario del Pd coi suoi grandi elettori. Poi, dovrebbe essere la volta dell’incontro del ministro della Salute coi grandi elettori di Leu, per chiudere, alle 21, con quello (che come detto si preannuncia molto teso) tra Conte e i parlamentari di M5s. Contemporaneamente, si dovrebbe tenere l’atteso faccia a faccia tra i due maggiori azionisti della partita, vale a dire Letta e Salvini, in cui salterà fuori la short-list dei realmente papabili.
Quanto alle operazioni di voto vere e proprie, tutto è pronto a Palazzo Montecitorio, dove per giorni gli operai si sono dati da fare per adeguare gli spazi interni della Camera alle norme igieniche e di distanziamento previste dall’emergenza Covid. Sarà possibile procedere a una sola votazione al giorno, a partire da quella di domani alle 15 e anche i tradizionali catafalchi, sotto i quali i grandi elettori esprimono la propria preferenza, quest’anno resteranno in soffitta, lasciando il posto a moderne cabine singole anti-contagio.
Alle votazioni prenderanno parte 321 senatori (315 eletti e sei a vita), 630 deputati e 58 delegati regionali, per un totale di 1009 grandi elettori. Nelle prime votazioni (quindi da domani a mercoledì) potrà essere eletto presidente della Repubblica solo chi otterrà la maggioranza qualificata, ovvero i due terzi degli aventi diritto, equivalente a 673 voti. Qualora - e sembra questo essere il caso - questa quota non dovesse essere raggiunta, dalla quarta votazione sarà sufficiente la maggioranza assoluta, vale a dire la metà più un voto degli aventi diritto, coincidente con la fatidica quota 505.
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Il Cav diserta il vertice di centrodestra e si ritira «per responsabilità nazionale». Ma congela il premier: «Rimanga a Chigi fino al 2023». Giorgia Meloni si smarca: «Nessun veto, auspichiamo la fine della legislatura».L’ipotesi dell’ex democristiano prende forma. Oggi riunione tra Giuseppe Conte, Roberto Speranza e Enrico Letta: il dem spinge per Super Mario, col placet di Renzi. Domani il primo voto.Lo speciale contiene due articoliSilvio Berlusconi si ritira dalla corsa, dice no a Mario Draghi al Quirinale e annuncia una proposta condivisa del centrodestra per la presidenza della Repubblica. È questa la conclusione della giornata della verità, a 36 ore dalla prima votazione, in programma domani. La decisione del Cav viene comunicata alle 19 di ieri sera da Licia Ronzulli e Antonio Tajani agli alleati di centrodestra in apertura del vertice di coalizione che si svolge da remoto, in collegamento video. Insieme al passo indietro, Tajani e Ronzulli comunicano anche agli alleati che secondo Berlusconi «Draghi deve restare a Palazzo Chigi». La coalizione dunque si compatta, il passo di lato di Berlusconi consente ora di aprire una riflessione approfondita sui nomi da proporre per la successione di Sergio Mattarella. Berlusconi non partecipa alla riunione, affida alla Ronzulli e a Tajani il compito di leggere un comunicato: «Sono davvero grato, dal profondo del cuore», scrive Berlusconi, «alle molte migliaia di italiane e italiani che, in questi giorni, mi hanno manifestato affetto, sostegno e incoraggiamento da quando il mio nome è stato indicato per la presidenza della Repubblica. Sono grato in particolare alle forze politiche del centrodestra che hanno voluto formulare la mia candidatura, ai tanti parlamentari di tutti gli schieramenti che hanno espresso il loro appoggio e il loro consenso. Dopo innumerevoli incontri con parlamentari e delegati regionali», aggiunge Berlusconi, «anche e soprattutto appartenenti a schieramenti diversi della coalizione di centrodestra, ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione. Ponendo sempre l’interesse collettivo al di sopra di qualsiasi considerazione personale», sottolinea Berlusconi, «ho riflettuto molto, con i miei familiari ed i dirigenti del mio movimento politico, sulla proposta ricevuta. L’Italia oggi ha bisogno di unità», sottolinea il Cav, «al di là della distinzione maggioranza-opposizione, intorno allo sforzo per combattere la gravissima emergenza sanitaria, per far uscire il paese dalla crisi». Poi, lo stop a Mario Draghi: «Per queste ragioni sono stato il primo a volere un governo di unità nazionale», afferma ancora Berlusconi, «che raccogliesse le migliori energie del paese, e che, con il concorso costruttivo anche dell’opposizione, è servito ad avviare un percorso virtuoso che oggi più che mai, alla luce della situazione sanitaria ed economica, deve andare avanti. Per questo considero necessario che il governo Draghi completi la sua opera fino alla fine della legislatura per dare attuazione al Pnrr», argomenta il leader di Forza Italia», proseguendo il processo riformatore indispensabile che riguarda il fisco, la giustizia, la burocrazia. In questo stesso spirito, ho deciso di compiere un altro passo sulla strada della responsabilità nazionale, chiedendo a quanti lo hanno proposto di rinunciare ad indicare il mio nome per la presidenza della Repubblica. Da oggi lavoreremo quindi con i leader del centro-destra», si legge ancora nel comunicato, «che rappresenta la maggioranza nel paese ed a cui spetta l’onere della proposta , per concordare un nome in grado di raccogliere un consenso vasto in Parlamento. Occorre individuare una figura capace di rappresentare con la necessaria autorevolezza la nazione nel mondo e di essere garante delle scelte fondamentali del nostro paese», conclude Berlusconi, «nello scenario internazionale, l’opzione europea e quella atlantica, sempre complementari e mai contrapponibili, essenziali per garantire la pace e la sicurezza e rispondere alle sfide globali». Immediato il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Scelta decisiva e fondamentale», argomenta Salvini, «Berlusconi rende un grande servizio all’Italia e al centrodestra, che ora avrà l’onore e la responsabilità di avanzare le sue proposte senza più veti dalla sinistra». Prima della riunione del centrodestra, c’era stato un summit dei dirigenti di Forza Italia, al quale Berlusconi non aveva preso parte. Dal vertice trapela la contrarietà di Fratelli d’Italia, che come noto vorrebbe le elezioni anticipate dopo l’elezione del Capo dello Stato, alla indicazione di Berlusconi sulla necessità che il governo Draghi concluda la legislatura. «Riunione decisiva del centrodestra», commentano fonti del Carroccio al termine della riunione, «e gesto fondamentale di Silvio Berlusconi per il bene del Paese e della coalizione. Nonostante il Cavaliere avesse i numeri, ha deciso un passo di lato con grande senso di responsabilità. Il centrodestra è compatto ed è pronto a formulare diverse proposte di alto profilo su cui la sinistra non potrà porre veti come fatto nelle ultime settimane». Intanto, Fratelli d’Italia si smarca dal «no» a Draghi: «Durante la riunione», si legge in una nota diffusa dal partito di Giorgia Meloni, «Fratelli d’Italia ha insistito affinché fosse chiaro che non auspica in alcun modo che la legislatura prosegua. La questione di Mario Draghi al Quirinale, sulla quale non abbiamo espresso alcun giudizio, non è stata posta e sarebbe semmai problema che possono avere le forze che partecipano al suo governo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-rinuncia-a-candidarsi-e-prova-a-bloccare-la-corsa-di-draghi-2656460538.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="comincia-a-girare-il-nome-di-casini" data-post-id="2656460538" data-published-at="1642893414" data-use-pagination="False"> Comincia a girare il nome di Casini Grande, anzi grandissima è la confusione sotto il cielo. Anche alla luce di quanto avvenuto nel centrodestra, col ritiro della candidatura di Silvio Berlusconi, si fa sempre piu insistente il nome di Pierferdinando Casini per il Quirinale. La candidatura dell’ex democristiano era sin da subito circolata, ma finora sotto traccia. Con il cambio di scenario maturato ieri, il nome è ufficialmente sul tavolo. Anche sul versante centrosinistra appare quasi scontato che le trattative per l’individuazione di un candidato unitario (o quantomeno maggioritario) per il Quirinale andranno in parallelo con le prime votazioni a Montecitorio. Il cui inizio, come è noto, è fissato per domani alle 15. Non tradendo la tradizionale attitudine della politica italiana, ciò che poteva essere fatto settimane o addirittura mesi prima con tempi decisamente meno compressi, sarà fatto nelle prossime ore in modo inevitabilmente convulso. E così, nel giro di 12 ore si terranno una serie di vertici incrociati, incontri virtuali e riunioni dei leader coi rispettivi grandi elettori, nel tentativo arduo di andare a boccino già nelle prime tre votazioni. L’impressione, al momento, è che ciò difficilmente possa avvenire, anche perché, a differenza che nel centrodestra, nel recinto dell’ex-maggioranza giallorossa pende un’ulteriore ed enorme incognita: la capacità di un leader di controllare i propri parlamentari. Si parla ovviamente di Giuseppe Conte, che rivedrà oggi il segretario del Pd Enrico Letta e Roberto Speranza in un vertice a tre, per poi confrontarsi di nuovo coi suoi grandi elettori. L’impressione, come rivelato dalla vicenda del presunto pacchetto di voti messi sul mercato dal grillino Riccardo Fraccaro, è che la parola di Conte non sarà presa in grande considerazione dai suoi omologhi, i quali avranno bisogno di sondare i vari capibastone della galassia pentastellata (o il leader -ombra Luigi Di Maio) per avere un quadro verosimile della situazione. Ieri mattina, in una cabina di regia grillina Conte avrebbe ribadito le proprie perplessità su Draghi presidente, ma quest’ultimo è stato già e più volte bruscamente sconfessato dai suoi parlamentari. Per questo l’appuntamento importante sarà quello di stasera coi grandi elettori pentastellati. Andando al sodo, sulla rive gauche c’è Enrico Letta che sta continuando a tessere la propria tela per portare Mario Draghi sul Colle più alto, avendo - pare - incassato nell’ultimo faccia a faccia un ok di massima da Matteo Renzi. Al quale, si sa, interessa assai di più la soluzione sul governo che eviti le elezioni anticipate e una legge elettorale che consenta la sopravvivenza del suo partito. Ma Letta sembra l’unico nel centrosinistra che si stia dando seriamente da fare per il trasloco di Draghi da Palazzo Chigi al Colle, visto che i rumors vedono una parte degli stessi dem tiepida su questa prospettiva, a partire dagli ex-renziani e dai franceschiniani, allettati da profili più casalinghi. Prima di incontrare Matteo Salvini (probabilmente domani mattina), Letta dovrà dunque avere un quadro esaustivo della situazione dentro il partito e dentro la coalizione. È per questo che oggi ci sarà il bailamme degli incontri: si dovrebbe partire in mattinata con l’incontro a tre Letta-Conte-Speranza alla Camera, prima della riunione del segretario del Pd coi suoi grandi elettori. Poi, dovrebbe essere la volta dell’incontro del ministro della Salute coi grandi elettori di Leu, per chiudere, alle 21, con quello (che come detto si preannuncia molto teso) tra Conte e i parlamentari di M5s. Contemporaneamente, si dovrebbe tenere l’atteso faccia a faccia tra i due maggiori azionisti della partita, vale a dire Letta e Salvini, in cui salterà fuori la short-list dei realmente papabili. Quanto alle operazioni di voto vere e proprie, tutto è pronto a Palazzo Montecitorio, dove per giorni gli operai si sono dati da fare per adeguare gli spazi interni della Camera alle norme igieniche e di distanziamento previste dall’emergenza Covid. Sarà possibile procedere a una sola votazione al giorno, a partire da quella di domani alle 15 e anche i tradizionali catafalchi, sotto i quali i grandi elettori esprimono la propria preferenza, quest’anno resteranno in soffitta, lasciando il posto a moderne cabine singole anti-contagio. Alle votazioni prenderanno parte 321 senatori (315 eletti e sei a vita), 630 deputati e 58 delegati regionali, per un totale di 1009 grandi elettori. Nelle prime votazioni (quindi da domani a mercoledì) potrà essere eletto presidente della Repubblica solo chi otterrà la maggioranza qualificata, ovvero i due terzi degli aventi diritto, equivalente a 673 voti. Qualora - e sembra questo essere il caso - questa quota non dovesse essere raggiunta, dalla quarta votazione sarà sufficiente la maggioranza assoluta, vale a dire la metà più un voto degli aventi diritto, coincidente con la fatidica quota 505.
Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.
(Ansa)
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.
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