True
2022-01-23
Berlusconi rinuncia a candidarsi e prova a bloccare la corsa di Draghi
Ansa
Silvio Berlusconi si ritira dalla corsa, dice no a Mario Draghi al Quirinale e annuncia una proposta condivisa del centrodestra per la presidenza della Repubblica. È questa la conclusione della giornata della verità, a 36 ore dalla prima votazione, in programma domani. La decisione del Cav viene comunicata alle 19 di ieri sera da Licia Ronzulli e Antonio Tajani agli alleati di centrodestra in apertura del vertice di coalizione che si svolge da remoto, in collegamento video. Insieme al passo indietro, Tajani e Ronzulli comunicano anche agli alleati che secondo Berlusconi «Draghi deve restare a Palazzo Chigi». La coalizione dunque si compatta, il passo di lato di Berlusconi consente ora di aprire una riflessione approfondita sui nomi da proporre per la successione di Sergio Mattarella. Berlusconi non partecipa alla riunione, affida alla Ronzulli e a Tajani il compito di leggere un comunicato: «Sono davvero grato, dal profondo del cuore», scrive Berlusconi, «alle molte migliaia di italiane e italiani che, in questi giorni, mi hanno manifestato affetto, sostegno e incoraggiamento da quando il mio nome è stato indicato per la presidenza della Repubblica. Sono grato in particolare alle forze politiche del centrodestra che hanno voluto formulare la mia candidatura, ai tanti parlamentari di tutti gli schieramenti che hanno espresso il loro appoggio e il loro consenso. Dopo innumerevoli incontri con parlamentari e delegati regionali», aggiunge Berlusconi, «anche e soprattutto appartenenti a schieramenti diversi della coalizione di centrodestra, ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione. Ponendo sempre l’interesse collettivo al di sopra di qualsiasi considerazione personale», sottolinea Berlusconi, «ho riflettuto molto, con i miei familiari ed i dirigenti del mio movimento politico, sulla proposta ricevuta. L’Italia oggi ha bisogno di unità», sottolinea il Cav, «al di là della distinzione maggioranza-opposizione, intorno allo sforzo per combattere la gravissima emergenza sanitaria, per far uscire il paese dalla crisi».
Poi, lo stop a Mario Draghi: «Per queste ragioni sono stato il primo a volere un governo di unità nazionale», afferma ancora Berlusconi, «che raccogliesse le migliori energie del paese, e che, con il concorso costruttivo anche dell’opposizione, è servito ad avviare un percorso virtuoso che oggi più che mai, alla luce della situazione sanitaria ed economica, deve andare avanti. Per questo considero necessario che il governo Draghi completi la sua opera fino alla fine della legislatura per dare attuazione al Pnrr», argomenta il leader di Forza Italia», proseguendo il processo riformatore indispensabile che riguarda il fisco, la giustizia, la burocrazia. In questo stesso spirito, ho deciso di compiere un altro passo sulla strada della responsabilità nazionale, chiedendo a quanti lo hanno proposto di rinunciare ad indicare il mio nome per la presidenza della Repubblica. Da oggi lavoreremo quindi con i leader del centro-destra», si legge ancora nel comunicato, «che rappresenta la maggioranza nel paese ed a cui spetta l’onere della proposta , per concordare un nome in grado di raccogliere un consenso vasto in Parlamento. Occorre individuare una figura capace di rappresentare con la necessaria autorevolezza la nazione nel mondo e di essere garante delle scelte fondamentali del nostro paese», conclude Berlusconi, «nello scenario internazionale, l’opzione europea e quella atlantica, sempre complementari e mai contrapponibili, essenziali per garantire la pace e la sicurezza e rispondere alle sfide globali». Immediato il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Scelta decisiva e fondamentale», argomenta Salvini, «Berlusconi rende un grande servizio all’Italia e al centrodestra, che ora avrà l’onore e la responsabilità di avanzare le sue proposte senza più veti dalla sinistra». Prima della riunione del centrodestra, c’era stato un summit dei dirigenti di Forza Italia, al quale Berlusconi non aveva preso parte. Dal vertice trapela la contrarietà di Fratelli d’Italia, che come noto vorrebbe le elezioni anticipate dopo l’elezione del Capo dello Stato, alla indicazione di Berlusconi sulla necessità che il governo Draghi concluda la legislatura. «Riunione decisiva del centrodestra», commentano fonti del Carroccio al termine della riunione, «e gesto fondamentale di Silvio Berlusconi per il bene del Paese e della coalizione. Nonostante il Cavaliere avesse i numeri, ha deciso un passo di lato con grande senso di responsabilità. Il centrodestra è compatto ed è pronto a formulare diverse proposte di alto profilo su cui la sinistra non potrà porre veti come fatto nelle ultime settimane». Intanto, Fratelli d’Italia si smarca dal «no» a Draghi: «Durante la riunione», si legge in una nota diffusa dal partito di Giorgia Meloni, «Fratelli d’Italia ha insistito affinché fosse chiaro che non auspica in alcun modo che la legislatura prosegua. La questione di Mario Draghi al Quirinale, sulla quale non abbiamo espresso alcun giudizio, non è stata posta e sarebbe semmai problema che possono avere le forze che partecipano al suo governo».
Comincia a girare il nome di Casini
Grande, anzi grandissima è la confusione sotto il cielo. Anche alla luce di quanto avvenuto nel centrodestra, col ritiro della candidatura di Silvio Berlusconi, si fa sempre piu insistente il nome di Pierferdinando Casini per il Quirinale. La candidatura dell’ex democristiano era sin da subito circolata, ma finora sotto traccia. Con il cambio di scenario maturato ieri, il nome è ufficialmente sul tavolo. Anche sul versante centrosinistra appare quasi scontato che le trattative per l’individuazione di un candidato unitario (o quantomeno maggioritario) per il Quirinale andranno in parallelo con le prime votazioni a Montecitorio. Il cui inizio, come è noto, è fissato per domani alle 15. Non tradendo la tradizionale attitudine della politica italiana, ciò che poteva essere fatto settimane o addirittura mesi prima con tempi decisamente meno compressi, sarà fatto nelle prossime ore in modo inevitabilmente convulso. E così, nel giro di 12 ore si terranno una serie di vertici incrociati, incontri virtuali e riunioni dei leader coi rispettivi grandi elettori, nel tentativo arduo di andare a boccino già nelle prime tre votazioni.
L’impressione, al momento, è che ciò difficilmente possa avvenire, anche perché, a differenza che nel centrodestra, nel recinto dell’ex-maggioranza giallorossa pende un’ulteriore ed enorme incognita: la capacità di un leader di controllare i propri parlamentari. Si parla ovviamente di Giuseppe Conte, che rivedrà oggi il segretario del Pd Enrico Letta e Roberto Speranza in un vertice a tre, per poi confrontarsi di nuovo coi suoi grandi elettori. L’impressione, come rivelato dalla vicenda del presunto pacchetto di voti messi sul mercato dal grillino Riccardo Fraccaro, è che la parola di Conte non sarà presa in grande considerazione dai suoi omologhi, i quali avranno bisogno di sondare i vari capibastone della galassia pentastellata (o il leader -ombra Luigi Di Maio) per avere un quadro verosimile della situazione. Ieri mattina, in una cabina di regia grillina Conte avrebbe ribadito le proprie perplessità su Draghi presidente, ma quest’ultimo è stato già e più volte bruscamente sconfessato dai suoi parlamentari. Per questo l’appuntamento importante sarà quello di stasera coi grandi elettori pentastellati.
Andando al sodo, sulla rive gauche c’è Enrico Letta che sta continuando a tessere la propria tela per portare Mario Draghi sul Colle più alto, avendo - pare - incassato nell’ultimo faccia a faccia un ok di massima da Matteo Renzi. Al quale, si sa, interessa assai di più la soluzione sul governo che eviti le elezioni anticipate e una legge elettorale che consenta la sopravvivenza del suo partito.
Ma Letta sembra l’unico nel centrosinistra che si stia dando seriamente da fare per il trasloco di Draghi da Palazzo Chigi al Colle, visto che i rumors vedono una parte degli stessi dem tiepida su questa prospettiva, a partire dagli ex-renziani e dai franceschiniani, allettati da profili più casalinghi. Prima di incontrare Matteo Salvini (probabilmente domani mattina), Letta dovrà dunque avere un quadro esaustivo della situazione dentro il partito e dentro la coalizione. È per questo che oggi ci sarà il bailamme degli incontri: si dovrebbe partire in mattinata con l’incontro a tre Letta-Conte-Speranza alla Camera, prima della riunione del segretario del Pd coi suoi grandi elettori. Poi, dovrebbe essere la volta dell’incontro del ministro della Salute coi grandi elettori di Leu, per chiudere, alle 21, con quello (che come detto si preannuncia molto teso) tra Conte e i parlamentari di M5s. Contemporaneamente, si dovrebbe tenere l’atteso faccia a faccia tra i due maggiori azionisti della partita, vale a dire Letta e Salvini, in cui salterà fuori la short-list dei realmente papabili.
Quanto alle operazioni di voto vere e proprie, tutto è pronto a Palazzo Montecitorio, dove per giorni gli operai si sono dati da fare per adeguare gli spazi interni della Camera alle norme igieniche e di distanziamento previste dall’emergenza Covid. Sarà possibile procedere a una sola votazione al giorno, a partire da quella di domani alle 15 e anche i tradizionali catafalchi, sotto i quali i grandi elettori esprimono la propria preferenza, quest’anno resteranno in soffitta, lasciando il posto a moderne cabine singole anti-contagio.
Alle votazioni prenderanno parte 321 senatori (315 eletti e sei a vita), 630 deputati e 58 delegati regionali, per un totale di 1009 grandi elettori. Nelle prime votazioni (quindi da domani a mercoledì) potrà essere eletto presidente della Repubblica solo chi otterrà la maggioranza qualificata, ovvero i due terzi degli aventi diritto, equivalente a 673 voti. Qualora - e sembra questo essere il caso - questa quota non dovesse essere raggiunta, dalla quarta votazione sarà sufficiente la maggioranza assoluta, vale a dire la metà più un voto degli aventi diritto, coincidente con la fatidica quota 505.
Continua a leggereRiduci
Il Cav diserta il vertice di centrodestra e si ritira «per responsabilità nazionale». Ma congela il premier: «Rimanga a Chigi fino al 2023». Giorgia Meloni si smarca: «Nessun veto, auspichiamo la fine della legislatura».L’ipotesi dell’ex democristiano prende forma. Oggi riunione tra Giuseppe Conte, Roberto Speranza e Enrico Letta: il dem spinge per Super Mario, col placet di Renzi. Domani il primo voto.Lo speciale contiene due articoliSilvio Berlusconi si ritira dalla corsa, dice no a Mario Draghi al Quirinale e annuncia una proposta condivisa del centrodestra per la presidenza della Repubblica. È questa la conclusione della giornata della verità, a 36 ore dalla prima votazione, in programma domani. La decisione del Cav viene comunicata alle 19 di ieri sera da Licia Ronzulli e Antonio Tajani agli alleati di centrodestra in apertura del vertice di coalizione che si svolge da remoto, in collegamento video. Insieme al passo indietro, Tajani e Ronzulli comunicano anche agli alleati che secondo Berlusconi «Draghi deve restare a Palazzo Chigi». La coalizione dunque si compatta, il passo di lato di Berlusconi consente ora di aprire una riflessione approfondita sui nomi da proporre per la successione di Sergio Mattarella. Berlusconi non partecipa alla riunione, affida alla Ronzulli e a Tajani il compito di leggere un comunicato: «Sono davvero grato, dal profondo del cuore», scrive Berlusconi, «alle molte migliaia di italiane e italiani che, in questi giorni, mi hanno manifestato affetto, sostegno e incoraggiamento da quando il mio nome è stato indicato per la presidenza della Repubblica. Sono grato in particolare alle forze politiche del centrodestra che hanno voluto formulare la mia candidatura, ai tanti parlamentari di tutti gli schieramenti che hanno espresso il loro appoggio e il loro consenso. Dopo innumerevoli incontri con parlamentari e delegati regionali», aggiunge Berlusconi, «anche e soprattutto appartenenti a schieramenti diversi della coalizione di centrodestra, ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione. Ponendo sempre l’interesse collettivo al di sopra di qualsiasi considerazione personale», sottolinea Berlusconi, «ho riflettuto molto, con i miei familiari ed i dirigenti del mio movimento politico, sulla proposta ricevuta. L’Italia oggi ha bisogno di unità», sottolinea il Cav, «al di là della distinzione maggioranza-opposizione, intorno allo sforzo per combattere la gravissima emergenza sanitaria, per far uscire il paese dalla crisi». Poi, lo stop a Mario Draghi: «Per queste ragioni sono stato il primo a volere un governo di unità nazionale», afferma ancora Berlusconi, «che raccogliesse le migliori energie del paese, e che, con il concorso costruttivo anche dell’opposizione, è servito ad avviare un percorso virtuoso che oggi più che mai, alla luce della situazione sanitaria ed economica, deve andare avanti. Per questo considero necessario che il governo Draghi completi la sua opera fino alla fine della legislatura per dare attuazione al Pnrr», argomenta il leader di Forza Italia», proseguendo il processo riformatore indispensabile che riguarda il fisco, la giustizia, la burocrazia. In questo stesso spirito, ho deciso di compiere un altro passo sulla strada della responsabilità nazionale, chiedendo a quanti lo hanno proposto di rinunciare ad indicare il mio nome per la presidenza della Repubblica. Da oggi lavoreremo quindi con i leader del centro-destra», si legge ancora nel comunicato, «che rappresenta la maggioranza nel paese ed a cui spetta l’onere della proposta , per concordare un nome in grado di raccogliere un consenso vasto in Parlamento. Occorre individuare una figura capace di rappresentare con la necessaria autorevolezza la nazione nel mondo e di essere garante delle scelte fondamentali del nostro paese», conclude Berlusconi, «nello scenario internazionale, l’opzione europea e quella atlantica, sempre complementari e mai contrapponibili, essenziali per garantire la pace e la sicurezza e rispondere alle sfide globali». Immediato il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Scelta decisiva e fondamentale», argomenta Salvini, «Berlusconi rende un grande servizio all’Italia e al centrodestra, che ora avrà l’onore e la responsabilità di avanzare le sue proposte senza più veti dalla sinistra». Prima della riunione del centrodestra, c’era stato un summit dei dirigenti di Forza Italia, al quale Berlusconi non aveva preso parte. Dal vertice trapela la contrarietà di Fratelli d’Italia, che come noto vorrebbe le elezioni anticipate dopo l’elezione del Capo dello Stato, alla indicazione di Berlusconi sulla necessità che il governo Draghi concluda la legislatura. «Riunione decisiva del centrodestra», commentano fonti del Carroccio al termine della riunione, «e gesto fondamentale di Silvio Berlusconi per il bene del Paese e della coalizione. Nonostante il Cavaliere avesse i numeri, ha deciso un passo di lato con grande senso di responsabilità. Il centrodestra è compatto ed è pronto a formulare diverse proposte di alto profilo su cui la sinistra non potrà porre veti come fatto nelle ultime settimane». Intanto, Fratelli d’Italia si smarca dal «no» a Draghi: «Durante la riunione», si legge in una nota diffusa dal partito di Giorgia Meloni, «Fratelli d’Italia ha insistito affinché fosse chiaro che non auspica in alcun modo che la legislatura prosegua. La questione di Mario Draghi al Quirinale, sulla quale non abbiamo espresso alcun giudizio, non è stata posta e sarebbe semmai problema che possono avere le forze che partecipano al suo governo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-rinuncia-a-candidarsi-e-prova-a-bloccare-la-corsa-di-draghi-2656460538.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="comincia-a-girare-il-nome-di-casini" data-post-id="2656460538" data-published-at="1642893414" data-use-pagination="False"> Comincia a girare il nome di Casini Grande, anzi grandissima è la confusione sotto il cielo. Anche alla luce di quanto avvenuto nel centrodestra, col ritiro della candidatura di Silvio Berlusconi, si fa sempre piu insistente il nome di Pierferdinando Casini per il Quirinale. La candidatura dell’ex democristiano era sin da subito circolata, ma finora sotto traccia. Con il cambio di scenario maturato ieri, il nome è ufficialmente sul tavolo. Anche sul versante centrosinistra appare quasi scontato che le trattative per l’individuazione di un candidato unitario (o quantomeno maggioritario) per il Quirinale andranno in parallelo con le prime votazioni a Montecitorio. Il cui inizio, come è noto, è fissato per domani alle 15. Non tradendo la tradizionale attitudine della politica italiana, ciò che poteva essere fatto settimane o addirittura mesi prima con tempi decisamente meno compressi, sarà fatto nelle prossime ore in modo inevitabilmente convulso. E così, nel giro di 12 ore si terranno una serie di vertici incrociati, incontri virtuali e riunioni dei leader coi rispettivi grandi elettori, nel tentativo arduo di andare a boccino già nelle prime tre votazioni. L’impressione, al momento, è che ciò difficilmente possa avvenire, anche perché, a differenza che nel centrodestra, nel recinto dell’ex-maggioranza giallorossa pende un’ulteriore ed enorme incognita: la capacità di un leader di controllare i propri parlamentari. Si parla ovviamente di Giuseppe Conte, che rivedrà oggi il segretario del Pd Enrico Letta e Roberto Speranza in un vertice a tre, per poi confrontarsi di nuovo coi suoi grandi elettori. L’impressione, come rivelato dalla vicenda del presunto pacchetto di voti messi sul mercato dal grillino Riccardo Fraccaro, è che la parola di Conte non sarà presa in grande considerazione dai suoi omologhi, i quali avranno bisogno di sondare i vari capibastone della galassia pentastellata (o il leader -ombra Luigi Di Maio) per avere un quadro verosimile della situazione. Ieri mattina, in una cabina di regia grillina Conte avrebbe ribadito le proprie perplessità su Draghi presidente, ma quest’ultimo è stato già e più volte bruscamente sconfessato dai suoi parlamentari. Per questo l’appuntamento importante sarà quello di stasera coi grandi elettori pentastellati. Andando al sodo, sulla rive gauche c’è Enrico Letta che sta continuando a tessere la propria tela per portare Mario Draghi sul Colle più alto, avendo - pare - incassato nell’ultimo faccia a faccia un ok di massima da Matteo Renzi. Al quale, si sa, interessa assai di più la soluzione sul governo che eviti le elezioni anticipate e una legge elettorale che consenta la sopravvivenza del suo partito. Ma Letta sembra l’unico nel centrosinistra che si stia dando seriamente da fare per il trasloco di Draghi da Palazzo Chigi al Colle, visto che i rumors vedono una parte degli stessi dem tiepida su questa prospettiva, a partire dagli ex-renziani e dai franceschiniani, allettati da profili più casalinghi. Prima di incontrare Matteo Salvini (probabilmente domani mattina), Letta dovrà dunque avere un quadro esaustivo della situazione dentro il partito e dentro la coalizione. È per questo che oggi ci sarà il bailamme degli incontri: si dovrebbe partire in mattinata con l’incontro a tre Letta-Conte-Speranza alla Camera, prima della riunione del segretario del Pd coi suoi grandi elettori. Poi, dovrebbe essere la volta dell’incontro del ministro della Salute coi grandi elettori di Leu, per chiudere, alle 21, con quello (che come detto si preannuncia molto teso) tra Conte e i parlamentari di M5s. Contemporaneamente, si dovrebbe tenere l’atteso faccia a faccia tra i due maggiori azionisti della partita, vale a dire Letta e Salvini, in cui salterà fuori la short-list dei realmente papabili. Quanto alle operazioni di voto vere e proprie, tutto è pronto a Palazzo Montecitorio, dove per giorni gli operai si sono dati da fare per adeguare gli spazi interni della Camera alle norme igieniche e di distanziamento previste dall’emergenza Covid. Sarà possibile procedere a una sola votazione al giorno, a partire da quella di domani alle 15 e anche i tradizionali catafalchi, sotto i quali i grandi elettori esprimono la propria preferenza, quest’anno resteranno in soffitta, lasciando il posto a moderne cabine singole anti-contagio. Alle votazioni prenderanno parte 321 senatori (315 eletti e sei a vita), 630 deputati e 58 delegati regionali, per un totale di 1009 grandi elettori. Nelle prime votazioni (quindi da domani a mercoledì) potrà essere eletto presidente della Repubblica solo chi otterrà la maggioranza qualificata, ovvero i due terzi degli aventi diritto, equivalente a 673 voti. Qualora - e sembra questo essere il caso - questa quota non dovesse essere raggiunta, dalla quarta votazione sarà sufficiente la maggioranza assoluta, vale a dire la metà più un voto degli aventi diritto, coincidente con la fatidica quota 505.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci