True
2022-01-23
Berlusconi rinuncia a candidarsi e prova a bloccare la corsa di Draghi
Ansa
Silvio Berlusconi si ritira dalla corsa, dice no a Mario Draghi al Quirinale e annuncia una proposta condivisa del centrodestra per la presidenza della Repubblica. È questa la conclusione della giornata della verità, a 36 ore dalla prima votazione, in programma domani. La decisione del Cav viene comunicata alle 19 di ieri sera da Licia Ronzulli e Antonio Tajani agli alleati di centrodestra in apertura del vertice di coalizione che si svolge da remoto, in collegamento video. Insieme al passo indietro, Tajani e Ronzulli comunicano anche agli alleati che secondo Berlusconi «Draghi deve restare a Palazzo Chigi». La coalizione dunque si compatta, il passo di lato di Berlusconi consente ora di aprire una riflessione approfondita sui nomi da proporre per la successione di Sergio Mattarella. Berlusconi non partecipa alla riunione, affida alla Ronzulli e a Tajani il compito di leggere un comunicato: «Sono davvero grato, dal profondo del cuore», scrive Berlusconi, «alle molte migliaia di italiane e italiani che, in questi giorni, mi hanno manifestato affetto, sostegno e incoraggiamento da quando il mio nome è stato indicato per la presidenza della Repubblica. Sono grato in particolare alle forze politiche del centrodestra che hanno voluto formulare la mia candidatura, ai tanti parlamentari di tutti gli schieramenti che hanno espresso il loro appoggio e il loro consenso. Dopo innumerevoli incontri con parlamentari e delegati regionali», aggiunge Berlusconi, «anche e soprattutto appartenenti a schieramenti diversi della coalizione di centrodestra, ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione. Ponendo sempre l’interesse collettivo al di sopra di qualsiasi considerazione personale», sottolinea Berlusconi, «ho riflettuto molto, con i miei familiari ed i dirigenti del mio movimento politico, sulla proposta ricevuta. L’Italia oggi ha bisogno di unità», sottolinea il Cav, «al di là della distinzione maggioranza-opposizione, intorno allo sforzo per combattere la gravissima emergenza sanitaria, per far uscire il paese dalla crisi».
Poi, lo stop a Mario Draghi: «Per queste ragioni sono stato il primo a volere un governo di unità nazionale», afferma ancora Berlusconi, «che raccogliesse le migliori energie del paese, e che, con il concorso costruttivo anche dell’opposizione, è servito ad avviare un percorso virtuoso che oggi più che mai, alla luce della situazione sanitaria ed economica, deve andare avanti. Per questo considero necessario che il governo Draghi completi la sua opera fino alla fine della legislatura per dare attuazione al Pnrr», argomenta il leader di Forza Italia», proseguendo il processo riformatore indispensabile che riguarda il fisco, la giustizia, la burocrazia. In questo stesso spirito, ho deciso di compiere un altro passo sulla strada della responsabilità nazionale, chiedendo a quanti lo hanno proposto di rinunciare ad indicare il mio nome per la presidenza della Repubblica. Da oggi lavoreremo quindi con i leader del centro-destra», si legge ancora nel comunicato, «che rappresenta la maggioranza nel paese ed a cui spetta l’onere della proposta , per concordare un nome in grado di raccogliere un consenso vasto in Parlamento. Occorre individuare una figura capace di rappresentare con la necessaria autorevolezza la nazione nel mondo e di essere garante delle scelte fondamentali del nostro paese», conclude Berlusconi, «nello scenario internazionale, l’opzione europea e quella atlantica, sempre complementari e mai contrapponibili, essenziali per garantire la pace e la sicurezza e rispondere alle sfide globali». Immediato il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Scelta decisiva e fondamentale», argomenta Salvini, «Berlusconi rende un grande servizio all’Italia e al centrodestra, che ora avrà l’onore e la responsabilità di avanzare le sue proposte senza più veti dalla sinistra». Prima della riunione del centrodestra, c’era stato un summit dei dirigenti di Forza Italia, al quale Berlusconi non aveva preso parte. Dal vertice trapela la contrarietà di Fratelli d’Italia, che come noto vorrebbe le elezioni anticipate dopo l’elezione del Capo dello Stato, alla indicazione di Berlusconi sulla necessità che il governo Draghi concluda la legislatura. «Riunione decisiva del centrodestra», commentano fonti del Carroccio al termine della riunione, «e gesto fondamentale di Silvio Berlusconi per il bene del Paese e della coalizione. Nonostante il Cavaliere avesse i numeri, ha deciso un passo di lato con grande senso di responsabilità. Il centrodestra è compatto ed è pronto a formulare diverse proposte di alto profilo su cui la sinistra non potrà porre veti come fatto nelle ultime settimane». Intanto, Fratelli d’Italia si smarca dal «no» a Draghi: «Durante la riunione», si legge in una nota diffusa dal partito di Giorgia Meloni, «Fratelli d’Italia ha insistito affinché fosse chiaro che non auspica in alcun modo che la legislatura prosegua. La questione di Mario Draghi al Quirinale, sulla quale non abbiamo espresso alcun giudizio, non è stata posta e sarebbe semmai problema che possono avere le forze che partecipano al suo governo».
Comincia a girare il nome di Casini
Grande, anzi grandissima è la confusione sotto il cielo. Anche alla luce di quanto avvenuto nel centrodestra, col ritiro della candidatura di Silvio Berlusconi, si fa sempre piu insistente il nome di Pierferdinando Casini per il Quirinale. La candidatura dell’ex democristiano era sin da subito circolata, ma finora sotto traccia. Con il cambio di scenario maturato ieri, il nome è ufficialmente sul tavolo. Anche sul versante centrosinistra appare quasi scontato che le trattative per l’individuazione di un candidato unitario (o quantomeno maggioritario) per il Quirinale andranno in parallelo con le prime votazioni a Montecitorio. Il cui inizio, come è noto, è fissato per domani alle 15. Non tradendo la tradizionale attitudine della politica italiana, ciò che poteva essere fatto settimane o addirittura mesi prima con tempi decisamente meno compressi, sarà fatto nelle prossime ore in modo inevitabilmente convulso. E così, nel giro di 12 ore si terranno una serie di vertici incrociati, incontri virtuali e riunioni dei leader coi rispettivi grandi elettori, nel tentativo arduo di andare a boccino già nelle prime tre votazioni.
L’impressione, al momento, è che ciò difficilmente possa avvenire, anche perché, a differenza che nel centrodestra, nel recinto dell’ex-maggioranza giallorossa pende un’ulteriore ed enorme incognita: la capacità di un leader di controllare i propri parlamentari. Si parla ovviamente di Giuseppe Conte, che rivedrà oggi il segretario del Pd Enrico Letta e Roberto Speranza in un vertice a tre, per poi confrontarsi di nuovo coi suoi grandi elettori. L’impressione, come rivelato dalla vicenda del presunto pacchetto di voti messi sul mercato dal grillino Riccardo Fraccaro, è che la parola di Conte non sarà presa in grande considerazione dai suoi omologhi, i quali avranno bisogno di sondare i vari capibastone della galassia pentastellata (o il leader -ombra Luigi Di Maio) per avere un quadro verosimile della situazione. Ieri mattina, in una cabina di regia grillina Conte avrebbe ribadito le proprie perplessità su Draghi presidente, ma quest’ultimo è stato già e più volte bruscamente sconfessato dai suoi parlamentari. Per questo l’appuntamento importante sarà quello di stasera coi grandi elettori pentastellati.
Andando al sodo, sulla rive gauche c’è Enrico Letta che sta continuando a tessere la propria tela per portare Mario Draghi sul Colle più alto, avendo - pare - incassato nell’ultimo faccia a faccia un ok di massima da Matteo Renzi. Al quale, si sa, interessa assai di più la soluzione sul governo che eviti le elezioni anticipate e una legge elettorale che consenta la sopravvivenza del suo partito.
Ma Letta sembra l’unico nel centrosinistra che si stia dando seriamente da fare per il trasloco di Draghi da Palazzo Chigi al Colle, visto che i rumors vedono una parte degli stessi dem tiepida su questa prospettiva, a partire dagli ex-renziani e dai franceschiniani, allettati da profili più casalinghi. Prima di incontrare Matteo Salvini (probabilmente domani mattina), Letta dovrà dunque avere un quadro esaustivo della situazione dentro il partito e dentro la coalizione. È per questo che oggi ci sarà il bailamme degli incontri: si dovrebbe partire in mattinata con l’incontro a tre Letta-Conte-Speranza alla Camera, prima della riunione del segretario del Pd coi suoi grandi elettori. Poi, dovrebbe essere la volta dell’incontro del ministro della Salute coi grandi elettori di Leu, per chiudere, alle 21, con quello (che come detto si preannuncia molto teso) tra Conte e i parlamentari di M5s. Contemporaneamente, si dovrebbe tenere l’atteso faccia a faccia tra i due maggiori azionisti della partita, vale a dire Letta e Salvini, in cui salterà fuori la short-list dei realmente papabili.
Quanto alle operazioni di voto vere e proprie, tutto è pronto a Palazzo Montecitorio, dove per giorni gli operai si sono dati da fare per adeguare gli spazi interni della Camera alle norme igieniche e di distanziamento previste dall’emergenza Covid. Sarà possibile procedere a una sola votazione al giorno, a partire da quella di domani alle 15 e anche i tradizionali catafalchi, sotto i quali i grandi elettori esprimono la propria preferenza, quest’anno resteranno in soffitta, lasciando il posto a moderne cabine singole anti-contagio.
Alle votazioni prenderanno parte 321 senatori (315 eletti e sei a vita), 630 deputati e 58 delegati regionali, per un totale di 1009 grandi elettori. Nelle prime votazioni (quindi da domani a mercoledì) potrà essere eletto presidente della Repubblica solo chi otterrà la maggioranza qualificata, ovvero i due terzi degli aventi diritto, equivalente a 673 voti. Qualora - e sembra questo essere il caso - questa quota non dovesse essere raggiunta, dalla quarta votazione sarà sufficiente la maggioranza assoluta, vale a dire la metà più un voto degli aventi diritto, coincidente con la fatidica quota 505.
Continua a leggereRiduci
Il Cav diserta il vertice di centrodestra e si ritira «per responsabilità nazionale». Ma congela il premier: «Rimanga a Chigi fino al 2023». Giorgia Meloni si smarca: «Nessun veto, auspichiamo la fine della legislatura».L’ipotesi dell’ex democristiano prende forma. Oggi riunione tra Giuseppe Conte, Roberto Speranza e Enrico Letta: il dem spinge per Super Mario, col placet di Renzi. Domani il primo voto.Lo speciale contiene due articoliSilvio Berlusconi si ritira dalla corsa, dice no a Mario Draghi al Quirinale e annuncia una proposta condivisa del centrodestra per la presidenza della Repubblica. È questa la conclusione della giornata della verità, a 36 ore dalla prima votazione, in programma domani. La decisione del Cav viene comunicata alle 19 di ieri sera da Licia Ronzulli e Antonio Tajani agli alleati di centrodestra in apertura del vertice di coalizione che si svolge da remoto, in collegamento video. Insieme al passo indietro, Tajani e Ronzulli comunicano anche agli alleati che secondo Berlusconi «Draghi deve restare a Palazzo Chigi». La coalizione dunque si compatta, il passo di lato di Berlusconi consente ora di aprire una riflessione approfondita sui nomi da proporre per la successione di Sergio Mattarella. Berlusconi non partecipa alla riunione, affida alla Ronzulli e a Tajani il compito di leggere un comunicato: «Sono davvero grato, dal profondo del cuore», scrive Berlusconi, «alle molte migliaia di italiane e italiani che, in questi giorni, mi hanno manifestato affetto, sostegno e incoraggiamento da quando il mio nome è stato indicato per la presidenza della Repubblica. Sono grato in particolare alle forze politiche del centrodestra che hanno voluto formulare la mia candidatura, ai tanti parlamentari di tutti gli schieramenti che hanno espresso il loro appoggio e il loro consenso. Dopo innumerevoli incontri con parlamentari e delegati regionali», aggiunge Berlusconi, «anche e soprattutto appartenenti a schieramenti diversi della coalizione di centrodestra, ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione. Ponendo sempre l’interesse collettivo al di sopra di qualsiasi considerazione personale», sottolinea Berlusconi, «ho riflettuto molto, con i miei familiari ed i dirigenti del mio movimento politico, sulla proposta ricevuta. L’Italia oggi ha bisogno di unità», sottolinea il Cav, «al di là della distinzione maggioranza-opposizione, intorno allo sforzo per combattere la gravissima emergenza sanitaria, per far uscire il paese dalla crisi». Poi, lo stop a Mario Draghi: «Per queste ragioni sono stato il primo a volere un governo di unità nazionale», afferma ancora Berlusconi, «che raccogliesse le migliori energie del paese, e che, con il concorso costruttivo anche dell’opposizione, è servito ad avviare un percorso virtuoso che oggi più che mai, alla luce della situazione sanitaria ed economica, deve andare avanti. Per questo considero necessario che il governo Draghi completi la sua opera fino alla fine della legislatura per dare attuazione al Pnrr», argomenta il leader di Forza Italia», proseguendo il processo riformatore indispensabile che riguarda il fisco, la giustizia, la burocrazia. In questo stesso spirito, ho deciso di compiere un altro passo sulla strada della responsabilità nazionale, chiedendo a quanti lo hanno proposto di rinunciare ad indicare il mio nome per la presidenza della Repubblica. Da oggi lavoreremo quindi con i leader del centro-destra», si legge ancora nel comunicato, «che rappresenta la maggioranza nel paese ed a cui spetta l’onere della proposta , per concordare un nome in grado di raccogliere un consenso vasto in Parlamento. Occorre individuare una figura capace di rappresentare con la necessaria autorevolezza la nazione nel mondo e di essere garante delle scelte fondamentali del nostro paese», conclude Berlusconi, «nello scenario internazionale, l’opzione europea e quella atlantica, sempre complementari e mai contrapponibili, essenziali per garantire la pace e la sicurezza e rispondere alle sfide globali». Immediato il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Scelta decisiva e fondamentale», argomenta Salvini, «Berlusconi rende un grande servizio all’Italia e al centrodestra, che ora avrà l’onore e la responsabilità di avanzare le sue proposte senza più veti dalla sinistra». Prima della riunione del centrodestra, c’era stato un summit dei dirigenti di Forza Italia, al quale Berlusconi non aveva preso parte. Dal vertice trapela la contrarietà di Fratelli d’Italia, che come noto vorrebbe le elezioni anticipate dopo l’elezione del Capo dello Stato, alla indicazione di Berlusconi sulla necessità che il governo Draghi concluda la legislatura. «Riunione decisiva del centrodestra», commentano fonti del Carroccio al termine della riunione, «e gesto fondamentale di Silvio Berlusconi per il bene del Paese e della coalizione. Nonostante il Cavaliere avesse i numeri, ha deciso un passo di lato con grande senso di responsabilità. Il centrodestra è compatto ed è pronto a formulare diverse proposte di alto profilo su cui la sinistra non potrà porre veti come fatto nelle ultime settimane». Intanto, Fratelli d’Italia si smarca dal «no» a Draghi: «Durante la riunione», si legge in una nota diffusa dal partito di Giorgia Meloni, «Fratelli d’Italia ha insistito affinché fosse chiaro che non auspica in alcun modo che la legislatura prosegua. La questione di Mario Draghi al Quirinale, sulla quale non abbiamo espresso alcun giudizio, non è stata posta e sarebbe semmai problema che possono avere le forze che partecipano al suo governo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-rinuncia-a-candidarsi-e-prova-a-bloccare-la-corsa-di-draghi-2656460538.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="comincia-a-girare-il-nome-di-casini" data-post-id="2656460538" data-published-at="1642893414" data-use-pagination="False"> Comincia a girare il nome di Casini Grande, anzi grandissima è la confusione sotto il cielo. Anche alla luce di quanto avvenuto nel centrodestra, col ritiro della candidatura di Silvio Berlusconi, si fa sempre piu insistente il nome di Pierferdinando Casini per il Quirinale. La candidatura dell’ex democristiano era sin da subito circolata, ma finora sotto traccia. Con il cambio di scenario maturato ieri, il nome è ufficialmente sul tavolo. Anche sul versante centrosinistra appare quasi scontato che le trattative per l’individuazione di un candidato unitario (o quantomeno maggioritario) per il Quirinale andranno in parallelo con le prime votazioni a Montecitorio. Il cui inizio, come è noto, è fissato per domani alle 15. Non tradendo la tradizionale attitudine della politica italiana, ciò che poteva essere fatto settimane o addirittura mesi prima con tempi decisamente meno compressi, sarà fatto nelle prossime ore in modo inevitabilmente convulso. E così, nel giro di 12 ore si terranno una serie di vertici incrociati, incontri virtuali e riunioni dei leader coi rispettivi grandi elettori, nel tentativo arduo di andare a boccino già nelle prime tre votazioni. L’impressione, al momento, è che ciò difficilmente possa avvenire, anche perché, a differenza che nel centrodestra, nel recinto dell’ex-maggioranza giallorossa pende un’ulteriore ed enorme incognita: la capacità di un leader di controllare i propri parlamentari. Si parla ovviamente di Giuseppe Conte, che rivedrà oggi il segretario del Pd Enrico Letta e Roberto Speranza in un vertice a tre, per poi confrontarsi di nuovo coi suoi grandi elettori. L’impressione, come rivelato dalla vicenda del presunto pacchetto di voti messi sul mercato dal grillino Riccardo Fraccaro, è che la parola di Conte non sarà presa in grande considerazione dai suoi omologhi, i quali avranno bisogno di sondare i vari capibastone della galassia pentastellata (o il leader -ombra Luigi Di Maio) per avere un quadro verosimile della situazione. Ieri mattina, in una cabina di regia grillina Conte avrebbe ribadito le proprie perplessità su Draghi presidente, ma quest’ultimo è stato già e più volte bruscamente sconfessato dai suoi parlamentari. Per questo l’appuntamento importante sarà quello di stasera coi grandi elettori pentastellati. Andando al sodo, sulla rive gauche c’è Enrico Letta che sta continuando a tessere la propria tela per portare Mario Draghi sul Colle più alto, avendo - pare - incassato nell’ultimo faccia a faccia un ok di massima da Matteo Renzi. Al quale, si sa, interessa assai di più la soluzione sul governo che eviti le elezioni anticipate e una legge elettorale che consenta la sopravvivenza del suo partito. Ma Letta sembra l’unico nel centrosinistra che si stia dando seriamente da fare per il trasloco di Draghi da Palazzo Chigi al Colle, visto che i rumors vedono una parte degli stessi dem tiepida su questa prospettiva, a partire dagli ex-renziani e dai franceschiniani, allettati da profili più casalinghi. Prima di incontrare Matteo Salvini (probabilmente domani mattina), Letta dovrà dunque avere un quadro esaustivo della situazione dentro il partito e dentro la coalizione. È per questo che oggi ci sarà il bailamme degli incontri: si dovrebbe partire in mattinata con l’incontro a tre Letta-Conte-Speranza alla Camera, prima della riunione del segretario del Pd coi suoi grandi elettori. Poi, dovrebbe essere la volta dell’incontro del ministro della Salute coi grandi elettori di Leu, per chiudere, alle 21, con quello (che come detto si preannuncia molto teso) tra Conte e i parlamentari di M5s. Contemporaneamente, si dovrebbe tenere l’atteso faccia a faccia tra i due maggiori azionisti della partita, vale a dire Letta e Salvini, in cui salterà fuori la short-list dei realmente papabili. Quanto alle operazioni di voto vere e proprie, tutto è pronto a Palazzo Montecitorio, dove per giorni gli operai si sono dati da fare per adeguare gli spazi interni della Camera alle norme igieniche e di distanziamento previste dall’emergenza Covid. Sarà possibile procedere a una sola votazione al giorno, a partire da quella di domani alle 15 e anche i tradizionali catafalchi, sotto i quali i grandi elettori esprimono la propria preferenza, quest’anno resteranno in soffitta, lasciando il posto a moderne cabine singole anti-contagio. Alle votazioni prenderanno parte 321 senatori (315 eletti e sei a vita), 630 deputati e 58 delegati regionali, per un totale di 1009 grandi elettori. Nelle prime votazioni (quindi da domani a mercoledì) potrà essere eletto presidente della Repubblica solo chi otterrà la maggioranza qualificata, ovvero i due terzi degli aventi diritto, equivalente a 673 voti. Qualora - e sembra questo essere il caso - questa quota non dovesse essere raggiunta, dalla quarta votazione sarà sufficiente la maggioranza assoluta, vale a dire la metà più un voto degli aventi diritto, coincidente con la fatidica quota 505.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci