2022-04-08
Beni rifugio, quando i vini di pregio fanno meglio di arte e gioielli

I vini di pregio sono un bene rifugio
Non c’è solo l’oro: tra i “beni rifugio” ricercati dagli investitori durante i periodi di incertezza economico-finanziaria per diversificare il proprio portfolio e proteggersi dall’inflazione spicca il mercato dei vini di pregio. Ed è quello che si sta registrando in questo tornante, tra crisi pandemica non ancora superata e venti di guerra. Ad essere attirati non sono solo collezionisti e appassionati ma anche chi è in cerca di rendimenti e vuol proteggere i risparmi dall’aumento dei prezzi.
«Il potenziale degli investimenti in vino risiede nella sua capacità di emulare altri asset finanziari. Come l’oro, il vino è un bene rifugio e rappresenta un’efficace protezione contro l’inflazione. I vini pregiati possono anche essere paragonati a proprietà immobiliari o azioni blue chip, che hanno il potenziale di raddoppiare o triplicare il loro valore in 10 o più anni», spiega Justin Knock MW, Director of Wine di Oeno Group.Si tratta di un mercato in forte e costante espansione, che porta gli investitori a “sfidarsi” per aggiudicarsi le bottiglie più pregiate, rare e difficili da ottenere, e intuire in anticipo su quali vini e cantine emergenti puntare, scommettendo su un potenziale ancora da esprimere in termini di qualità e rendita, così da massimizzare gli investimenti e ampliare gli asset disponibili.
E sono proprio questi gli obiettivi di Oeno Group, leader nel settore degli investimenti in fine wine. Fondato a Londra nel 2015, in Italia il gruppo è presente con un team di professionisti internazionali, che comprende, tra gli altri, ben tre Master of Wine: Gabriele Gorelli MW, primo e unico Master of Wine italiano e Brand Ambassador del Gruppo in Italia, Almudena Alberca MW, prima donna spagnola a diventare Master of Wine, e Justin Knock MW, Director of Wine di Oeno Group.Il prezzo medio del fine wine è cresciuto del 13% solo nella prima metà del 2021 - come certificato dal Knight Frank’s luxury investment index - ponendo questo segmento al primo posto nell’industria degli investimenti di lusso. Il settore dal 2005 ha registrato una crescita del 198%. Due delle caratteristiche del vino pregiato sono la sua capacità di migliorare nel tempo, combinata al fattore “consumo”.
Con il trascorrere degli anni, gli esemplari di una specifica etichetta diventano sempre meno: ciò aumenta la rarità del bene che, parallelamente all’invecchiamento, ne accrescono la desiderabilità. Questo trend positivo è confermato anche dal fatto che negli ultimi 15 anni l’indice Liv-ex su 1000 vini pregiati ha registrato una crescita del 13,6%, superando il 7,8% del Dow Jones S&P 500 (esclusi i dividendi). Anche il bilancio annuale di UniCredit conferma una buona performance del settore, che ha “sovraperformato” il 98% di tutti i mercati finanziari. Se confrontato direttamente con altri asset alternativi, il vino pregiato ha ottenuto una crescita del 231% negli ultimi 10 anni, rispetto al 113% per l’arte o al 142% per i gioielli.
Secondo i parametri di Oeno Group, le prospettive di un ipotetico investimento di una somma di 50.000 dollari nel medio termine, con una prospettiva di 5 anni, vedono un ritorno di più del doppio del capitale: 118.817 dollari. Se il capitale iniziale viene raddoppiato, arrivando a 100.000 dollari, il ritorno potenziale raggiunge i 237.634 dollari. Se su scommette sul lungo periodo, quindi 15 anni, le prospettive di guadagno aumentano: con un investimento di 50.000 dollari si avrebbe potenzialmente un ritorno di 670.061 dollari.
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Ansa
Dopo i magistrati, i giuristi, gli insegnanti e i persino i giornalisti democratici, ci toccano pure i medici democratici. Che senso abbia definirsi democratici, che cosa voglia dire in pratica e in che cosa questi professionisti si differenzino da chi fa onestamente il proprio lavoro, rispettando la legge, non si sa. O meglio: si intuisce che dietro il paravento dell’aggettivo democratico si nasconde una visione politica di parte, che ovviamente fa apparire l’appropriazione indebita del termine un po’ meno democratica. Ne è prova la vicenda dei cosiddetti medici democratici di Ravenna, posti sotto inchiesta dalla locale Procura.
Della vicenda ci siamo occupati nei giorni scorsi. Alcuni dottori sono stati iscritti nel registro degli indagati per aver certificato l’inadeguatezza di decine di migranti al trattenimento in un Cpr. I medici accusati pare si siano difesi sostenendo che il giudizio sulle condizioni sanitarie degli stranieri in oggetto spetta solo a chi indossa il camice bianco e non a quanti hanno una divisa. Dunque, non tocca alla polizia stabilire se un extracomunitario possa essere rinchiuso in un centro per il rimpatrio oppure no. Argomentazione sensatissima, a prescindere che sia sostenuta da un democratico oppure da un antidemocratico. Peccato che gli accertamenti disposti dai pm abbiano dimostrato che i certificati erano prodotti in serie, senza neppure accertare le condizioni dei «pazienti». In pratica, un falso commesso così tante volte da essere reiterato. Qualcuno potrebbe pensare che quella del personale incaricato sia soltanto negligenza, conseguenza del fatto che il lavoro dei camici bianchi si è fatto via via sempre più burocratico.
Nel caso di Ravenna però, la ripetitività delle visite non c’entra nulla. Semplicemente i certificati erano fotocopie per ragioni ideologiche. I medici democratici in questo modo esprimevano non il loro punto di vista sanitario, ma quello politico. Garantivano che la persona fosse inadatta a essere rinchiusa in un Cpr per atto politico. Invece di andare in piazza a manifestare in difesa degli extracomunitari, oppure di scrivere a un giornale per esprimere le proprie opinioni, i medici democratici di Ravenna avevano organizzato una sorta di resistenza passiva. Peccato che sostenere il falso, certificare una malattia che non c’è, dichiarare un’incompatibilità con il trattenimento che non esiste sia un reato. Gli accusati in principio si erano difesi dicendo di aver giurato su Ippocrate e non sul codice penale, di non essere poliziotti ma medici, e dunque esentati da obblighi di ordine pubblico e solo soggetti alla Scienza con la s maiuscola. Ma a quanto pare la Procura ha in mano intercettazioni e messaggi che i camici bianchi si sono scambiati da cui emergerebbero chiaramente le intenzioni. Che non avevano a che fare con la medicina, ma con la militanza. Medici democratici, appunto. Ovvero attivisti, che fra loro si scambiavano messaggi con le istruzioni per sottrarre gli extracomunitari agli «sbirri». Dalle 400 pagine dell’inchiesta emerge la volontà di manifestare un dissenso politico. Addirittura ci sarebbe stato un modulo, fatto circolare in chat, da trascrivere con qualche lieve modifica per impedire che il migrante finisse nel Cpr. Risultato, ora ai dottori, accusati di falso ideologico, è stato presentato il conto con la richiesta della sospensione dalla professione per un anno. Ovviamente, a nessuno è impedito di pensare che agli stranieri debbano essere spalancate le porte, ma i certificati non sono opinioni. Quelle, se si vuole, si esprimono in piazza o su un manifesto, non in un documento nascondendole dietro una patologia che non c’è.
Ma a riprova del connubio fra democratici, un immigrato pakistano colpito da mandato d’arresto europeo, emesso dalle autorità greche per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio volontario è stato rimesso in libertà perché in carcere potrebbe star male. Giudici democratici e anche un po’ medici democratici.
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Getty images
I giudici della Corte d’appello di Firenze hanno negato l’estradizione di un uomo che ad Atene è accusato anche di favoreggiamento dell’immigrazione: «Rischia un trattamento incompatibile con i diritti Cedu»
Può un pakistano presunto omicida non essere estradato in Grecia e restare in Italia, a piede libero?
Sì, almeno secondo i giudici della Corte d’appello di Firenze, che hanno disposto la scarcerazione di K.Y., nato nel 1999, domiciliato a Siena, ma che utilizza anche un alias che lo «invecchia» di tre anni e che gli attribuisce un domicilio diverso, in un paesino sul versante senese del Monte Amiata. Secondo le toghe del capoluogo toscano, lo straniero, sul quale pende un mandato di cattura europeo per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di omicidio, non può essere estradato perché, in base alla documentazione pervenuta da Atene, non è stato possibile «escludere, in concreto, il rischio che l’interessato, in caso di consegna, possa essere sottoposto a condizioni di detenzione incompatibili con gli articoli 3 Cedu e 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea». Ma non basta: secondo le toghe, «deve, inoltre, considerarsi che K.Y. è sottoposto a custodia cautelare in carcere in Italia dal 10 dicembre 2025 e che il procedimento di consegna si colloca in prossimità della scadenza del termine massimo di durata della misura custodiate applicata per la presente causa».
«In tale contesto», prosegue la sentenza, «l’ulteriore protrazione della restrizione della libertà personale, in assenza di informazioni idonee a escludere il rischio di trattamenti inumani o degradanti nello Stato richiedente, risulterebbe incompatibile con il carattere assoluto e non bilanciabile della tutela apprestata dall’articolo 3 Cedu». In poche parole, deve essere liberato, in Italia, con tutti i rischi che questo comporta rispetto alla possibilità di procedere in futuro all’estradizione.
In Grecia sull’uomo pendono due mandati di cattura, emessi dal Giudice Istruttore presso il tribunale di Kilkis. Il primo, risalente al 15 settembre scorso, per «favoreggiamento dell’uscita dal territorio greco di cittadini extracomunitari senza essere sottoposti al controllo di cui all’articolo 5 legge 5038/2023, commesso allo scopo di lucro», il secondo, del 21 ottobre scorso, oltre a contenere il primo reato contestato, aggiunge quello di «omicidio volontario in uno stato d’animo tranquillo».
E il 10 dicembre la squadra mobile di Siena procede all’arresto dell’uomo, che finisce in carcere.
Ecco la drammatica ricostruzione dell’omicidio che le autorità greche attribuiscono al ventiseienne e che merita di essere riportata integralmente per la pericolosità che le autorità greche attribuiscono all’uomo: «Nell’area di Evzonoi (Kilkis) e precisamente nel cortile dell’albergo Chara, il giorno 15 ottobre 2025 e verso le ore 20, con intento doloso e in stato d’animo tranquillo, avendo deciso di uccidere il cittadino della Sierra Leone, M.J., il cui trasporto e uscita dal Paese dietro un compenso e senza essere sottoposto alle formalità di controllo, aveva assunto, quando quest’ultimo ha chiesto che gli fosse restituito l’importo versato al ricercato a titolo di compenso a tal fine, visto che i tentativi non erano fin allora riusciti, aveva informato gli altri connazionali che lo aveva rintracciato e prima che essi lo avessero rintracciato lo ha colpito con fuoco d’arma tre volte».
La sentenza precisa che «l’imputato ha ammesso in sede di interrogatorio di essere a conoscenza della vicenda giudiziaria occorsa in Grecia, a seguito della quale è stato ucciso un giovane, pur negando fermamente ogni responsabilità personale in ordine alla commissione del fatto».
Il 29 gennaio scorso, durante l’udienza, il difensore dell’uomo si è opposto alla consegna «per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza» e ha dedotto, inoltre, «che le condizioni carcerarie della Grecia sono disumane e degradanti, producendo documentazione in tal senso, tra cui la sentenza della cassazione del 12 luglio 2023. La Corte ha richiesto dettagliate informazioni su quale istituto penitenziario sarà detenuto in caso di consegna e sulle condizioni carcerarie di tale istituto». Secondo quando riportato nella sentenza, però, al 2 marzo era «pervenuta come unica risposta dalla Procura della Repubblica ellenica l’indicazione che il K., se consegnato, potrebbe essere detenuto o nel carcere di Nigrita o in quello di Salonicco. Nessuna informazione è pervenuta in merito alle condizioni carcerarie dell’istituto di custodia ove l’imputato sarà detenuto in Grecia, oggetto di richiesta specifica di questa Corte sin dal 29 gennaio 2026». Per i giudici fiorentini, che fanno più volte riferimento alla giurisprudenza della Cedu, «il Rapporto Cpt contiene rilievi puntuali sul carcere di Nigrita, ove, a fronte di una capienza ufficiale di circa 600 posti, erano presenti oltre 700 detenuti, con segnalazione di celle sovraffollate, condizioni igienico-sanitarie degradate in alcune sezioni, carenza di prodotti per l’igiene personale, grave insufficienza di personale di custodia e assistenza sanitaria non continuativa, con presenza medica limitata e assenza di copertura notturna e nei giorni festivi». Parole, che, a bene vedere, potrebbero fare riferimento a qualsiasi carcere del nostro Paese. Mentre per il carcere di «Salonicco (verosimilmente Diavata), deve richiamarsi la sentenza della Corte Cedu, 14 gennaio 2021, Kargakis contro Grecia, che ha accertato la violazione dell’articolo 3 Cedu in relazione alle pessime condizioni di detenzione in tale istituto».
Da tutto questo «consegue che, allo stato degli atti, il rischio di trattamenti inumani o degradanti non risulta neutralizzato, con conseguente necessità di negare la consegna».
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Ansa
Sulla Verità di ieri mi sono ritrovato due tesi che solo in giornali indipendenti e liberi si possono leggere. La tesi di Belpietro sul dialogo con Putin per riaprire i gasdotti e la tesi più ardita di Veneziani su quali spazi politici vogliamo agire oltre l’atteggiamento di Usa e Israele.
Provo pertanto a non far cadere gli spunti in oggetto aggiungendo, assolutamente a titolo personale, un mio carico. Il direttore è convinto di due passaggi: 1) che per l’Europa sia il tempo di confrontarsi con Putin su gas e petrolio; 2) che la strategia congiunta di Trump e Netanyahu sia quella di azzerare il regime degli ayatollah o costringerli alla resa per esaurimento delle scorte militari, per lo più di quei missili con cui stanno allargando lo scenario di guerra. Sulle ragioni dell’intesa sul gas riprendo qualche riga sotto; quanto all’attacco in Iran, speriamo che abbia ragione lui, ma poiché la storia è maestra temo che anche stavolta la Casa Bianca resterà intrappolata da ciò che uscirà dal vaso di Pandora mediorientale.
A tal proposito mi allineo con Veneziani: l’idea che un conflitto sani le ingiustizie o bonifichi le aree dai «cattivi» si scontra da un alto col cinismo e con la realtà: dall’Iraq all’Afghanistan passando per la Libia, le guerre non hanno portato classi dirigenti migliori. Perché in Iran dovrebbe andare diversamente? In Venezuela la sostituzione era già matura (anche grazie al contributo dell’intelligence) e bisognava in qualche modo «accompagnarla». A Teheran non basta l’uccisione di Khamenei per un avvicendamento «amico», tant’è che il regime non ha intenzione di mollare e si avvale ancora degli eserciti di Hamas, Hezbollah e Houthi. Non avrà più missili e sarà costretto ad alzare bandiera bianca? Forse non ha torto Steve Bannon quando afferma che l’uccisione della guida suprema basta come scalpo ma ora «leviamoci da lì». Allora proviamo a domandarci perché Trump abbia cambiato idea. Per non perdere la faccia come invece fece Obama quando indicò una linea rossa alla Siria di Assad senza dare seguito alle minacce? Certo, è una tesi importante che tuttavia non porta ad alcun cambiamento di classe dirigente. Primo, perché il regime degli ayatollah non molla la presa; secondo, perché in piazza confluiscono anime diverse che, tra l’altro, non convergono sull’obiettivo finale. Ecco perché invitare la gente a stare in piazza equivale a invitarli al massacro. Poi ci sono quelli che pensano che Netanyahu stia esercitando un potere persuasivo mai così forte, tanto che la vittoria alle prossime elezioni è un dato di fatto se la guerra continuasse; e addirittura c’è chi, nell’ambiente Maga radicale, sta connettendo i file Epstein con questo attacco: sarà materia per complottisti ma il potenziale ricattatorio di quello schifo ne legittima la voce.
Ma andiamo oltre sul perché Trump abbia cambiato idea. Su tutte, la questione Cina: dopo aver decapitato il governo Maduro, colpire l’Iran significa entrare nei gangli energetici di Pechino e ancor più disallineare quel fronte che va sotto la dicitura Brics plus, per cui Cina e Russia sono il punto di riferimento del nuovo «Sud del mondo». Ci sta, certo; ma questa è una partita altamente politica che una postura militare complica. Arriviamo così al punto che ci riguarda: la guerra è un’opzione sbagliata, soprattutto per chi credeva che Trump considerasse più forte la leva del business rispetto a quella delle armi. Ha cambiato idea per ripulire il mondo dagli autocrati? È un esercizio ai limiti dell’arroganza e Donald non aveva vinto le elezioni per essere un Dem più ruvido.
Io per esempio, come del resto aveva ben scritto Belpietro, sono convinto che dovremmo parlare con Putin perché la Russia è centrale nel mercato energetico: ma come si fa se ieri la Commissione non ha battuto ciglio di fronte al sabotaggio del gasdotto Nord Stream e oggi abbiamo deciso di sacrificare Bismarck per andar dietro a Calenda?
Le connessioni internazionali sono un po’ più complicate rispetto al gioco binario «giusto/sbagliato» o «buoni/cattivi» e il segno che Andreotti e Craxi lasciarono - a caro prezzo - nelle relazioni con il mondo arabo e palestinese lo dimostra. La domanda non è se la guerra contro il regime iraniano sia giusta (per me non lo è, e non vorrei che domani ci dovessimo pentire di questa risposta «sbagliata» non data oggi), quanto piuttosto perché stiamo rinunciando alla Politica, perché ci stiamo facendo tirare dentro dalle pulsioni degli Usa e di Israele.
L’Europa per me non ha forza politica (su questo io e Veneziani la pensiamo diversamente), quindi la questione non si pone; ma l’Italia è bene che ne abbia per centrare quell’interesse nazionale così tanto di moda.
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