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2024-11-05
Ora Dana investe Barcellona, trasporti ko
Passeggeri in attesa all'aeroporto di Barcellona-El Prat dopo la cancellazione di numerosi voli (Ansa)
Altri cinque cadaveri sono stati ritrovati ieri nella zona di Valencia, portando il bilancio dei morti a 222. Quasi 17.000 tra militari, guardie civili e polizia nazionale sono operativi sul territorio alla ricerca dei dispersi. Nel frattempo, la Dana - il fenomeno meteorologico estremo che ha messo in ginocchio la Generalitat valenciana - si è spostata in Catalogna, dove per fortuna ha provocato soltanto grandi disagi ma finora nessuna vittima. L’allarme rosso ha riguardato l’intera fascia costiera a cavallo di Barcellona, fino quasi a Tarragona, mentre nelle aree interne della Regione è stata segnalata solo allerta gialla o arancione.
Le autorità catalane hanno diramato per tempo l’allerta, chiedendo ai cittadini di limitare al minimo gli spostamenti. Tutte le università di Barcellona hanno sospeso le lezioni, mentre i treni ad Alta velocità hanno subito interruzioni nel corso della giornata riprendendo, però, a funzionare regolarmente già nel primo pomeriggio. Disagi maggiori, invece, sono stati riscontrati nel trasporto ferroviario locale e nella circolazione stradale. Il settore più in difficoltà è stato il trasporto aereo: nella zona dell’aeroporto di El Prat sono caduti 150 litri d’acqua per metro quadrato in sole quattro ore, fatto che ha portato alla cancellazione di almeno 70 voli. Secondo Rubén del Campo, portavoce dell’Agenzia nazionale per il meteo (Aemet), si tratta di un quarto delle precipitazioni che generalmente avvengono in un anno. I filmati dell’area mostrano la pista e l’interno della struttura completamente allagati. Anche nel porto della città sono state sospese le operazioni.
Il sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, ha dichiarato che l’impatto della Dana sulla città è stato minimo, ma ha comunque invitato la popolazione a non avvicinarsi alle spiagge o al corso del fiume Llobregat, su cui ieri è scattata l’allerta per il raggiungimento di una portata di molto superiore alla media. Oltre a Barcellona, si sono allagate le strade anche in alcune parti di Tarragona e nelle città del Garraf e del Baix Llobregat (due comarche catalane, suddivisioni territoriali che comprendono diversi comuni all’interno di una provincia), come Castelldefels e Gava. Dalla mezzanotte alle 14 di ieri, una risoluzione della Generalitat ha limitato la mobilità e sospeso le attività educative, universitarie e sportive nella maggior parte delle comarche della provincia di Tarragona.
Nel frattempo, l’Aemet ha dichiarato conclusa l’allerta meteo nella Comunità valenciana (è rimasto attivo soltanto un codice giallo nel Nord di Castellon) dove, a causa dell’acqua, sono morti anche 3.000 animali. In Andalusia, la giunta regionale ha reso noto il bilancio dell’alluvione: 285 municipi colpiti, una vittima e 2.000 interventi di emergenza. La maggior parte dei danni hanno riguardato le province di Cadice, Malaga, Granada, Almeria e Huelva.
Alberto Feijòo, leader del Partido popular, ha chiesto al governo di dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Questo comporterebbe l’esclusione del governatore della Generalitat valenciana, il suo compagno di partito Carlos Mazón (contro cui, intanto, è arrivata la prima denuncia per omissione di soccorso e altri reati), dalla gestione dell’emergenza. Mazón, invece, si è difeso dalle innumerevoli critiche ricevute negli ultimi giorni, sostenendo che già alle 15.21 di martedì scorso avesse chiesto l’intervento dell’Unità militare di emergenza dell’esercito (Ume) e «tutto l’aiuto possibile». Inoltre, il governatore ha accusato la Confederazione idrografica di Jucar, che dipende dal ministero per la Transizione ecologica, di aver «disattivato tre volte l’allerta idrologica» e ha anche affermato che il messaggio Es-Alert - inviato sui cellulari dei cittadini soltanto alle 20.11 - sarebbe «stato lanciato mezz’ora dopo l’arrivo dell’allerta idrografica» alla Generalitat. Fonti governative hanno poi smentito tali affermazioni, evidenziando che l’organismo competente per lanciare gli allarmi idrologici «sono i servizi di emergenza delle Regioni».
La guardia civile avrebbe identificato alcune persone che domenica hanno preso parte agli episodi di violenza avvenuti a Paiporta durante la visita del re Felipe VI e Pedro Sánchez. Nessuno, però, è ancora stato arrestato. Tutti i partiti hanno condannato le aggressioni, eccetto Vox. Solidariedad, il sindacato del partito di ultradestra, ha invece offerto assistenza legale gratuita alle persone denunciate. «Comprendiamo l’indignazione degli spagnoli nei confronti di un presidente che li ha umiliati», si legge sul loro profilo X, con un chiaro riferimento al premier Sánchez.
Le polemiche continuano anche nel mondo del calcio. Carlo Ancelotti, alla vigilia di Real Madrid-Milan, ha di nuovo ribadito che lo scorso fine settima «il calcio doveva fermarsi» e «doveva aiutare», mentre sono state sospese soltanto le due partite Valencia-Real Madrid e Villarreal-Rayo Vallecano. «Siamo tristi e siamo tutti vicini alla gente di Valencia», ha continuato l’allenatore. «Non ho alcuna voglia di parlare di calcio. È una partita speciale per me, mi piacerebbe parlarne, ma per rispetto di tutti vorrei parlare il meno possibile». Dello stesso parare anche i colleghi Diego Simeone dell’Atletico Madrid e Hansi Flick del Barcellona.
Zero morti nel parcheggio interrato. Ma il numero dei dispersi è un mistero
Tanta paura per niente. Per quanto riguarda il parcheggio del centro commerciale di Bonaire, ad Aldaia, il portavoce della polizia nazionale Ricardo Gutierrez assicura: «Al momento non è stata ritrovata nessuna vittima nelle 50 automobili ispezionate dalle squadre di soccorso».
Si tira un sospiro di sollievo, visto che il sito conta 1.800 posti auto interrati e si temeva che potesse essere diventato un enorme cimitero di persone rimaste intrappolate da acqua e fango. Da giorni le idrovore pompano via l’acqua per liberare il primo livello sotterraneo. Duecento metri quadri che l’alluvione ha trasformato in un’enorme palude di 200 milioni di litri di acqua, stando alle stime dei tecnici. Sono stati estratti i primi livelli di fango e le e ispezioni proseguono dove possibile con l’uso di droni, sommozzatori e vari kayak, ideali per le indagini di questo tipo perché, essendo caratterizzati da una chiglia piatta, scivolano più facilmente sul pelo dell’acqua.
«È vero che abbiamo trovato dei passeggini e tutto era molto cupo, ma al momento non c’è nessuno. Abbiamo rotto i vetri dei veicoli, abbiamo sondato il terreno con dei bastoni e non abbiamo rinvenuto corpi», ha raccontato un soccorritore a El Pais, mentre le pompe di drenaggio continuano a svuotare la zona allagata. Come aveva affermato anche il sindaco di Aldaia, Guillermo Luna, il posteggio del centro commerciale da giorni è stato una delle maggiori preoccupazioni, sia per le sue dimensioni sia per il gran numero di auto che avrebbe potuto ospitare. Al momento dell’alluvione, infatti, i negozi erano aperti, con la presenza di almeno 650 clienti e lavoratori.
Eppure resta un interrogativo, che rende la notizia dell’assenza di vittime al centro commerciale buona solo in parte: se non sono lì, dove si trovano i dispersi? E soprattutto, quanti sono i dispersi? Già, perché la mancanza di cifre ufficiali sulle persone che mancano all’appello ha portato a illazioni di vario tipo. Perplessità a cui ha tentato di dar risposta il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, che su X ha spiegato che «l’aumento del numero dei morti ha subito una brusca frenata nel momento in cui si è terminato di perlustrate tutte le zone più accessibili, quelle in superficie», specificando che «altri eventuali corpi potrebbero trovarsi in luoghi difficili da raggiungere come cantine, parcheggi e piani interrati». Quanti? Non si sa. «Ogni teoria a riguardo è pura speculazione», scrive sempre Puente. E ribadisce che «non ha alcun senso nascondere all’opinione pubblica i dati relativi ai decessi. Ciò che è noto viene comunicato».
A quanto pare, quello che potrebbe spiegare l’incertezza sui dispersi sarebbe un dato riferito dal quotidiano online El Diario. Il giornale avrebbe pubblicato gli atti di una riunione sulla gestione dell’emergenza. Documenti che parlavano di «1.900 segnalazioni di persone disperse». Una cifra che è poi rimbalzata fra social e organi d’informazione, finché il ministro dell’Interno, Fernando Grande Marlaska, non è intervenuto, precisando: «Non si stimano 1.900 dispersi. Millenovecento sono le chiamate al numero di emergenza da parte di familiari che non avevano avuto notizie dei propri cari». A tal proposito è intervenuto anche il presidente della Generalitat di Valencia, Carlos Mazón, lanciando un appello per chiedere alle persone che hanno denunciato una scomparsa di segnalare se vi siano stati, successivamente, contatti con la persona indicata come dispersa. E questo per assottigliare l’elenco delle persone introvabili.
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Aeroporto allagato e migliaia di viaggiatori bloccati, fermi i treni dell’Alta velocità e i regionali, autostrade impraticabili: solo l’allerta lanciata per tempo ha impedito disastri più gravi. Intanto a Valencia le vittime sfiorano le 230. Ira Ancelotti: «Il calcio doveva fermarsi».L’area commerciale di Valencia, che si temeva essere un cimitero, è vuota: solo 50 le auto ritrovate.Lo speciale contiene due articoli.Altri cinque cadaveri sono stati ritrovati ieri nella zona di Valencia, portando il bilancio dei morti a 222. Quasi 17.000 tra militari, guardie civili e polizia nazionale sono operativi sul territorio alla ricerca dei dispersi. Nel frattempo, la Dana - il fenomeno meteorologico estremo che ha messo in ginocchio la Generalitat valenciana - si è spostata in Catalogna, dove per fortuna ha provocato soltanto grandi disagi ma finora nessuna vittima. L’allarme rosso ha riguardato l’intera fascia costiera a cavallo di Barcellona, fino quasi a Tarragona, mentre nelle aree interne della Regione è stata segnalata solo allerta gialla o arancione.Le autorità catalane hanno diramato per tempo l’allerta, chiedendo ai cittadini di limitare al minimo gli spostamenti. Tutte le università di Barcellona hanno sospeso le lezioni, mentre i treni ad Alta velocità hanno subito interruzioni nel corso della giornata riprendendo, però, a funzionare regolarmente già nel primo pomeriggio. Disagi maggiori, invece, sono stati riscontrati nel trasporto ferroviario locale e nella circolazione stradale. Il settore più in difficoltà è stato il trasporto aereo: nella zona dell’aeroporto di El Prat sono caduti 150 litri d’acqua per metro quadrato in sole quattro ore, fatto che ha portato alla cancellazione di almeno 70 voli. Secondo Rubén del Campo, portavoce dell’Agenzia nazionale per il meteo (Aemet), si tratta di un quarto delle precipitazioni che generalmente avvengono in un anno. I filmati dell’area mostrano la pista e l’interno della struttura completamente allagati. Anche nel porto della città sono state sospese le operazioni.Il sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, ha dichiarato che l’impatto della Dana sulla città è stato minimo, ma ha comunque invitato la popolazione a non avvicinarsi alle spiagge o al corso del fiume Llobregat, su cui ieri è scattata l’allerta per il raggiungimento di una portata di molto superiore alla media. Oltre a Barcellona, si sono allagate le strade anche in alcune parti di Tarragona e nelle città del Garraf e del Baix Llobregat (due comarche catalane, suddivisioni territoriali che comprendono diversi comuni all’interno di una provincia), come Castelldefels e Gava. Dalla mezzanotte alle 14 di ieri, una risoluzione della Generalitat ha limitato la mobilità e sospeso le attività educative, universitarie e sportive nella maggior parte delle comarche della provincia di Tarragona.Nel frattempo, l’Aemet ha dichiarato conclusa l’allerta meteo nella Comunità valenciana (è rimasto attivo soltanto un codice giallo nel Nord di Castellon) dove, a causa dell’acqua, sono morti anche 3.000 animali. In Andalusia, la giunta regionale ha reso noto il bilancio dell’alluvione: 285 municipi colpiti, una vittima e 2.000 interventi di emergenza. La maggior parte dei danni hanno riguardato le province di Cadice, Malaga, Granada, Almeria e Huelva.Alberto Feijòo, leader del Partido popular, ha chiesto al governo di dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Questo comporterebbe l’esclusione del governatore della Generalitat valenciana, il suo compagno di partito Carlos Mazón (contro cui, intanto, è arrivata la prima denuncia per omissione di soccorso e altri reati), dalla gestione dell’emergenza. Mazón, invece, si è difeso dalle innumerevoli critiche ricevute negli ultimi giorni, sostenendo che già alle 15.21 di martedì scorso avesse chiesto l’intervento dell’Unità militare di emergenza dell’esercito (Ume) e «tutto l’aiuto possibile». Inoltre, il governatore ha accusato la Confederazione idrografica di Jucar, che dipende dal ministero per la Transizione ecologica, di aver «disattivato tre volte l’allerta idrologica» e ha anche affermato che il messaggio Es-Alert - inviato sui cellulari dei cittadini soltanto alle 20.11 - sarebbe «stato lanciato mezz’ora dopo l’arrivo dell’allerta idrografica» alla Generalitat. Fonti governative hanno poi smentito tali affermazioni, evidenziando che l’organismo competente per lanciare gli allarmi idrologici «sono i servizi di emergenza delle Regioni».La guardia civile avrebbe identificato alcune persone che domenica hanno preso parte agli episodi di violenza avvenuti a Paiporta durante la visita del re Felipe VI e Pedro Sánchez. Nessuno, però, è ancora stato arrestato. Tutti i partiti hanno condannato le aggressioni, eccetto Vox. Solidariedad, il sindacato del partito di ultradestra, ha invece offerto assistenza legale gratuita alle persone denunciate. «Comprendiamo l’indignazione degli spagnoli nei confronti di un presidente che li ha umiliati», si legge sul loro profilo X, con un chiaro riferimento al premier Sánchez.Le polemiche continuano anche nel mondo del calcio. Carlo Ancelotti, alla vigilia di Real Madrid-Milan, ha di nuovo ribadito che lo scorso fine settima «il calcio doveva fermarsi» e «doveva aiutare», mentre sono state sospese soltanto le due partite Valencia-Real Madrid e Villarreal-Rayo Vallecano. «Siamo tristi e siamo tutti vicini alla gente di Valencia», ha continuato l’allenatore. «Non ho alcuna voglia di parlare di calcio. È una partita speciale per me, mi piacerebbe parlarne, ma per rispetto di tutti vorrei parlare il meno possibile». Dello stesso parare anche i colleghi Diego Simeone dell’Atletico Madrid e Hansi Flick del Barcellona.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/barcellona-dana-2669586106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zero-morti-nel-parcheggio-interrato-ma-il-numero-dei-dispersi-e-un-mistero" data-post-id="2669586106" data-published-at="1730805574" data-use-pagination="False"> Zero morti nel parcheggio interrato. Ma il numero dei dispersi è un mistero Tanta paura per niente. Per quanto riguarda il parcheggio del centro commerciale di Bonaire, ad Aldaia, il portavoce della polizia nazionale Ricardo Gutierrez assicura: «Al momento non è stata ritrovata nessuna vittima nelle 50 automobili ispezionate dalle squadre di soccorso». Si tira un sospiro di sollievo, visto che il sito conta 1.800 posti auto interrati e si temeva che potesse essere diventato un enorme cimitero di persone rimaste intrappolate da acqua e fango. Da giorni le idrovore pompano via l’acqua per liberare il primo livello sotterraneo. Duecento metri quadri che l’alluvione ha trasformato in un’enorme palude di 200 milioni di litri di acqua, stando alle stime dei tecnici. Sono stati estratti i primi livelli di fango e le e ispezioni proseguono dove possibile con l’uso di droni, sommozzatori e vari kayak, ideali per le indagini di questo tipo perché, essendo caratterizzati da una chiglia piatta, scivolano più facilmente sul pelo dell’acqua. «È vero che abbiamo trovato dei passeggini e tutto era molto cupo, ma al momento non c’è nessuno. Abbiamo rotto i vetri dei veicoli, abbiamo sondato il terreno con dei bastoni e non abbiamo rinvenuto corpi», ha raccontato un soccorritore a El Pais, mentre le pompe di drenaggio continuano a svuotare la zona allagata. Come aveva affermato anche il sindaco di Aldaia, Guillermo Luna, il posteggio del centro commerciale da giorni è stato una delle maggiori preoccupazioni, sia per le sue dimensioni sia per il gran numero di auto che avrebbe potuto ospitare. Al momento dell’alluvione, infatti, i negozi erano aperti, con la presenza di almeno 650 clienti e lavoratori. Eppure resta un interrogativo, che rende la notizia dell’assenza di vittime al centro commerciale buona solo in parte: se non sono lì, dove si trovano i dispersi? E soprattutto, quanti sono i dispersi? Già, perché la mancanza di cifre ufficiali sulle persone che mancano all’appello ha portato a illazioni di vario tipo. Perplessità a cui ha tentato di dar risposta il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, che su X ha spiegato che «l’aumento del numero dei morti ha subito una brusca frenata nel momento in cui si è terminato di perlustrate tutte le zone più accessibili, quelle in superficie», specificando che «altri eventuali corpi potrebbero trovarsi in luoghi difficili da raggiungere come cantine, parcheggi e piani interrati». Quanti? Non si sa. «Ogni teoria a riguardo è pura speculazione», scrive sempre Puente. E ribadisce che «non ha alcun senso nascondere all’opinione pubblica i dati relativi ai decessi. Ciò che è noto viene comunicato». A quanto pare, quello che potrebbe spiegare l’incertezza sui dispersi sarebbe un dato riferito dal quotidiano online El Diario. Il giornale avrebbe pubblicato gli atti di una riunione sulla gestione dell’emergenza. Documenti che parlavano di «1.900 segnalazioni di persone disperse». Una cifra che è poi rimbalzata fra social e organi d’informazione, finché il ministro dell’Interno, Fernando Grande Marlaska, non è intervenuto, precisando: «Non si stimano 1.900 dispersi. Millenovecento sono le chiamate al numero di emergenza da parte di familiari che non avevano avuto notizie dei propri cari». A tal proposito è intervenuto anche il presidente della Generalitat di Valencia, Carlos Mazón, lanciando un appello per chiedere alle persone che hanno denunciato una scomparsa di segnalare se vi siano stati, successivamente, contatti con la persona indicata come dispersa. E questo per assottigliare l’elenco delle persone introvabili.
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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