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2024-11-05
Ora Dana investe Barcellona, trasporti ko
Passeggeri in attesa all'aeroporto di Barcellona-El Prat dopo la cancellazione di numerosi voli (Ansa)
Altri cinque cadaveri sono stati ritrovati ieri nella zona di Valencia, portando il bilancio dei morti a 222. Quasi 17.000 tra militari, guardie civili e polizia nazionale sono operativi sul territorio alla ricerca dei dispersi. Nel frattempo, la Dana - il fenomeno meteorologico estremo che ha messo in ginocchio la Generalitat valenciana - si è spostata in Catalogna, dove per fortuna ha provocato soltanto grandi disagi ma finora nessuna vittima. L’allarme rosso ha riguardato l’intera fascia costiera a cavallo di Barcellona, fino quasi a Tarragona, mentre nelle aree interne della Regione è stata segnalata solo allerta gialla o arancione.
Le autorità catalane hanno diramato per tempo l’allerta, chiedendo ai cittadini di limitare al minimo gli spostamenti. Tutte le università di Barcellona hanno sospeso le lezioni, mentre i treni ad Alta velocità hanno subito interruzioni nel corso della giornata riprendendo, però, a funzionare regolarmente già nel primo pomeriggio. Disagi maggiori, invece, sono stati riscontrati nel trasporto ferroviario locale e nella circolazione stradale. Il settore più in difficoltà è stato il trasporto aereo: nella zona dell’aeroporto di El Prat sono caduti 150 litri d’acqua per metro quadrato in sole quattro ore, fatto che ha portato alla cancellazione di almeno 70 voli. Secondo Rubén del Campo, portavoce dell’Agenzia nazionale per il meteo (Aemet), si tratta di un quarto delle precipitazioni che generalmente avvengono in un anno. I filmati dell’area mostrano la pista e l’interno della struttura completamente allagati. Anche nel porto della città sono state sospese le operazioni.
Il sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, ha dichiarato che l’impatto della Dana sulla città è stato minimo, ma ha comunque invitato la popolazione a non avvicinarsi alle spiagge o al corso del fiume Llobregat, su cui ieri è scattata l’allerta per il raggiungimento di una portata di molto superiore alla media. Oltre a Barcellona, si sono allagate le strade anche in alcune parti di Tarragona e nelle città del Garraf e del Baix Llobregat (due comarche catalane, suddivisioni territoriali che comprendono diversi comuni all’interno di una provincia), come Castelldefels e Gava. Dalla mezzanotte alle 14 di ieri, una risoluzione della Generalitat ha limitato la mobilità e sospeso le attività educative, universitarie e sportive nella maggior parte delle comarche della provincia di Tarragona.
Nel frattempo, l’Aemet ha dichiarato conclusa l’allerta meteo nella Comunità valenciana (è rimasto attivo soltanto un codice giallo nel Nord di Castellon) dove, a causa dell’acqua, sono morti anche 3.000 animali. In Andalusia, la giunta regionale ha reso noto il bilancio dell’alluvione: 285 municipi colpiti, una vittima e 2.000 interventi di emergenza. La maggior parte dei danni hanno riguardato le province di Cadice, Malaga, Granada, Almeria e Huelva.
Alberto Feijòo, leader del Partido popular, ha chiesto al governo di dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Questo comporterebbe l’esclusione del governatore della Generalitat valenciana, il suo compagno di partito Carlos Mazón (contro cui, intanto, è arrivata la prima denuncia per omissione di soccorso e altri reati), dalla gestione dell’emergenza. Mazón, invece, si è difeso dalle innumerevoli critiche ricevute negli ultimi giorni, sostenendo che già alle 15.21 di martedì scorso avesse chiesto l’intervento dell’Unità militare di emergenza dell’esercito (Ume) e «tutto l’aiuto possibile». Inoltre, il governatore ha accusato la Confederazione idrografica di Jucar, che dipende dal ministero per la Transizione ecologica, di aver «disattivato tre volte l’allerta idrologica» e ha anche affermato che il messaggio Es-Alert - inviato sui cellulari dei cittadini soltanto alle 20.11 - sarebbe «stato lanciato mezz’ora dopo l’arrivo dell’allerta idrografica» alla Generalitat. Fonti governative hanno poi smentito tali affermazioni, evidenziando che l’organismo competente per lanciare gli allarmi idrologici «sono i servizi di emergenza delle Regioni».
La guardia civile avrebbe identificato alcune persone che domenica hanno preso parte agli episodi di violenza avvenuti a Paiporta durante la visita del re Felipe VI e Pedro Sánchez. Nessuno, però, è ancora stato arrestato. Tutti i partiti hanno condannato le aggressioni, eccetto Vox. Solidariedad, il sindacato del partito di ultradestra, ha invece offerto assistenza legale gratuita alle persone denunciate. «Comprendiamo l’indignazione degli spagnoli nei confronti di un presidente che li ha umiliati», si legge sul loro profilo X, con un chiaro riferimento al premier Sánchez.
Le polemiche continuano anche nel mondo del calcio. Carlo Ancelotti, alla vigilia di Real Madrid-Milan, ha di nuovo ribadito che lo scorso fine settima «il calcio doveva fermarsi» e «doveva aiutare», mentre sono state sospese soltanto le due partite Valencia-Real Madrid e Villarreal-Rayo Vallecano. «Siamo tristi e siamo tutti vicini alla gente di Valencia», ha continuato l’allenatore. «Non ho alcuna voglia di parlare di calcio. È una partita speciale per me, mi piacerebbe parlarne, ma per rispetto di tutti vorrei parlare il meno possibile». Dello stesso parare anche i colleghi Diego Simeone dell’Atletico Madrid e Hansi Flick del Barcellona.
Zero morti nel parcheggio interrato. Ma il numero dei dispersi è un mistero
Tanta paura per niente. Per quanto riguarda il parcheggio del centro commerciale di Bonaire, ad Aldaia, il portavoce della polizia nazionale Ricardo Gutierrez assicura: «Al momento non è stata ritrovata nessuna vittima nelle 50 automobili ispezionate dalle squadre di soccorso».
Si tira un sospiro di sollievo, visto che il sito conta 1.800 posti auto interrati e si temeva che potesse essere diventato un enorme cimitero di persone rimaste intrappolate da acqua e fango. Da giorni le idrovore pompano via l’acqua per liberare il primo livello sotterraneo. Duecento metri quadri che l’alluvione ha trasformato in un’enorme palude di 200 milioni di litri di acqua, stando alle stime dei tecnici. Sono stati estratti i primi livelli di fango e le e ispezioni proseguono dove possibile con l’uso di droni, sommozzatori e vari kayak, ideali per le indagini di questo tipo perché, essendo caratterizzati da una chiglia piatta, scivolano più facilmente sul pelo dell’acqua.
«È vero che abbiamo trovato dei passeggini e tutto era molto cupo, ma al momento non c’è nessuno. Abbiamo rotto i vetri dei veicoli, abbiamo sondato il terreno con dei bastoni e non abbiamo rinvenuto corpi», ha raccontato un soccorritore a El Pais, mentre le pompe di drenaggio continuano a svuotare la zona allagata. Come aveva affermato anche il sindaco di Aldaia, Guillermo Luna, il posteggio del centro commerciale da giorni è stato una delle maggiori preoccupazioni, sia per le sue dimensioni sia per il gran numero di auto che avrebbe potuto ospitare. Al momento dell’alluvione, infatti, i negozi erano aperti, con la presenza di almeno 650 clienti e lavoratori.
Eppure resta un interrogativo, che rende la notizia dell’assenza di vittime al centro commerciale buona solo in parte: se non sono lì, dove si trovano i dispersi? E soprattutto, quanti sono i dispersi? Già, perché la mancanza di cifre ufficiali sulle persone che mancano all’appello ha portato a illazioni di vario tipo. Perplessità a cui ha tentato di dar risposta il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, che su X ha spiegato che «l’aumento del numero dei morti ha subito una brusca frenata nel momento in cui si è terminato di perlustrate tutte le zone più accessibili, quelle in superficie», specificando che «altri eventuali corpi potrebbero trovarsi in luoghi difficili da raggiungere come cantine, parcheggi e piani interrati». Quanti? Non si sa. «Ogni teoria a riguardo è pura speculazione», scrive sempre Puente. E ribadisce che «non ha alcun senso nascondere all’opinione pubblica i dati relativi ai decessi. Ciò che è noto viene comunicato».
A quanto pare, quello che potrebbe spiegare l’incertezza sui dispersi sarebbe un dato riferito dal quotidiano online El Diario. Il giornale avrebbe pubblicato gli atti di una riunione sulla gestione dell’emergenza. Documenti che parlavano di «1.900 segnalazioni di persone disperse». Una cifra che è poi rimbalzata fra social e organi d’informazione, finché il ministro dell’Interno, Fernando Grande Marlaska, non è intervenuto, precisando: «Non si stimano 1.900 dispersi. Millenovecento sono le chiamate al numero di emergenza da parte di familiari che non avevano avuto notizie dei propri cari». A tal proposito è intervenuto anche il presidente della Generalitat di Valencia, Carlos Mazón, lanciando un appello per chiedere alle persone che hanno denunciato una scomparsa di segnalare se vi siano stati, successivamente, contatti con la persona indicata come dispersa. E questo per assottigliare l’elenco delle persone introvabili.
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Aeroporto allagato e migliaia di viaggiatori bloccati, fermi i treni dell’Alta velocità e i regionali, autostrade impraticabili: solo l’allerta lanciata per tempo ha impedito disastri più gravi. Intanto a Valencia le vittime sfiorano le 230. Ira Ancelotti: «Il calcio doveva fermarsi».L’area commerciale di Valencia, che si temeva essere un cimitero, è vuota: solo 50 le auto ritrovate.Lo speciale contiene due articoli.Altri cinque cadaveri sono stati ritrovati ieri nella zona di Valencia, portando il bilancio dei morti a 222. Quasi 17.000 tra militari, guardie civili e polizia nazionale sono operativi sul territorio alla ricerca dei dispersi. Nel frattempo, la Dana - il fenomeno meteorologico estremo che ha messo in ginocchio la Generalitat valenciana - si è spostata in Catalogna, dove per fortuna ha provocato soltanto grandi disagi ma finora nessuna vittima. L’allarme rosso ha riguardato l’intera fascia costiera a cavallo di Barcellona, fino quasi a Tarragona, mentre nelle aree interne della Regione è stata segnalata solo allerta gialla o arancione.Le autorità catalane hanno diramato per tempo l’allerta, chiedendo ai cittadini di limitare al minimo gli spostamenti. Tutte le università di Barcellona hanno sospeso le lezioni, mentre i treni ad Alta velocità hanno subito interruzioni nel corso della giornata riprendendo, però, a funzionare regolarmente già nel primo pomeriggio. Disagi maggiori, invece, sono stati riscontrati nel trasporto ferroviario locale e nella circolazione stradale. Il settore più in difficoltà è stato il trasporto aereo: nella zona dell’aeroporto di El Prat sono caduti 150 litri d’acqua per metro quadrato in sole quattro ore, fatto che ha portato alla cancellazione di almeno 70 voli. Secondo Rubén del Campo, portavoce dell’Agenzia nazionale per il meteo (Aemet), si tratta di un quarto delle precipitazioni che generalmente avvengono in un anno. I filmati dell’area mostrano la pista e l’interno della struttura completamente allagati. Anche nel porto della città sono state sospese le operazioni.Il sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, ha dichiarato che l’impatto della Dana sulla città è stato minimo, ma ha comunque invitato la popolazione a non avvicinarsi alle spiagge o al corso del fiume Llobregat, su cui ieri è scattata l’allerta per il raggiungimento di una portata di molto superiore alla media. Oltre a Barcellona, si sono allagate le strade anche in alcune parti di Tarragona e nelle città del Garraf e del Baix Llobregat (due comarche catalane, suddivisioni territoriali che comprendono diversi comuni all’interno di una provincia), come Castelldefels e Gava. Dalla mezzanotte alle 14 di ieri, una risoluzione della Generalitat ha limitato la mobilità e sospeso le attività educative, universitarie e sportive nella maggior parte delle comarche della provincia di Tarragona.Nel frattempo, l’Aemet ha dichiarato conclusa l’allerta meteo nella Comunità valenciana (è rimasto attivo soltanto un codice giallo nel Nord di Castellon) dove, a causa dell’acqua, sono morti anche 3.000 animali. In Andalusia, la giunta regionale ha reso noto il bilancio dell’alluvione: 285 municipi colpiti, una vittima e 2.000 interventi di emergenza. La maggior parte dei danni hanno riguardato le province di Cadice, Malaga, Granada, Almeria e Huelva.Alberto Feijòo, leader del Partido popular, ha chiesto al governo di dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Questo comporterebbe l’esclusione del governatore della Generalitat valenciana, il suo compagno di partito Carlos Mazón (contro cui, intanto, è arrivata la prima denuncia per omissione di soccorso e altri reati), dalla gestione dell’emergenza. Mazón, invece, si è difeso dalle innumerevoli critiche ricevute negli ultimi giorni, sostenendo che già alle 15.21 di martedì scorso avesse chiesto l’intervento dell’Unità militare di emergenza dell’esercito (Ume) e «tutto l’aiuto possibile». Inoltre, il governatore ha accusato la Confederazione idrografica di Jucar, che dipende dal ministero per la Transizione ecologica, di aver «disattivato tre volte l’allerta idrologica» e ha anche affermato che il messaggio Es-Alert - inviato sui cellulari dei cittadini soltanto alle 20.11 - sarebbe «stato lanciato mezz’ora dopo l’arrivo dell’allerta idrografica» alla Generalitat. Fonti governative hanno poi smentito tali affermazioni, evidenziando che l’organismo competente per lanciare gli allarmi idrologici «sono i servizi di emergenza delle Regioni».La guardia civile avrebbe identificato alcune persone che domenica hanno preso parte agli episodi di violenza avvenuti a Paiporta durante la visita del re Felipe VI e Pedro Sánchez. Nessuno, però, è ancora stato arrestato. Tutti i partiti hanno condannato le aggressioni, eccetto Vox. Solidariedad, il sindacato del partito di ultradestra, ha invece offerto assistenza legale gratuita alle persone denunciate. «Comprendiamo l’indignazione degli spagnoli nei confronti di un presidente che li ha umiliati», si legge sul loro profilo X, con un chiaro riferimento al premier Sánchez.Le polemiche continuano anche nel mondo del calcio. Carlo Ancelotti, alla vigilia di Real Madrid-Milan, ha di nuovo ribadito che lo scorso fine settima «il calcio doveva fermarsi» e «doveva aiutare», mentre sono state sospese soltanto le due partite Valencia-Real Madrid e Villarreal-Rayo Vallecano. «Siamo tristi e siamo tutti vicini alla gente di Valencia», ha continuato l’allenatore. «Non ho alcuna voglia di parlare di calcio. È una partita speciale per me, mi piacerebbe parlarne, ma per rispetto di tutti vorrei parlare il meno possibile». 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Si tira un sospiro di sollievo, visto che il sito conta 1.800 posti auto interrati e si temeva che potesse essere diventato un enorme cimitero di persone rimaste intrappolate da acqua e fango. Da giorni le idrovore pompano via l’acqua per liberare il primo livello sotterraneo. Duecento metri quadri che l’alluvione ha trasformato in un’enorme palude di 200 milioni di litri di acqua, stando alle stime dei tecnici. Sono stati estratti i primi livelli di fango e le e ispezioni proseguono dove possibile con l’uso di droni, sommozzatori e vari kayak, ideali per le indagini di questo tipo perché, essendo caratterizzati da una chiglia piatta, scivolano più facilmente sul pelo dell’acqua. «È vero che abbiamo trovato dei passeggini e tutto era molto cupo, ma al momento non c’è nessuno. Abbiamo rotto i vetri dei veicoli, abbiamo sondato il terreno con dei bastoni e non abbiamo rinvenuto corpi», ha raccontato un soccorritore a El Pais, mentre le pompe di drenaggio continuano a svuotare la zona allagata. Come aveva affermato anche il sindaco di Aldaia, Guillermo Luna, il posteggio del centro commerciale da giorni è stato una delle maggiori preoccupazioni, sia per le sue dimensioni sia per il gran numero di auto che avrebbe potuto ospitare. Al momento dell’alluvione, infatti, i negozi erano aperti, con la presenza di almeno 650 clienti e lavoratori. Eppure resta un interrogativo, che rende la notizia dell’assenza di vittime al centro commerciale buona solo in parte: se non sono lì, dove si trovano i dispersi? E soprattutto, quanti sono i dispersi? Già, perché la mancanza di cifre ufficiali sulle persone che mancano all’appello ha portato a illazioni di vario tipo. Perplessità a cui ha tentato di dar risposta il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, che su X ha spiegato che «l’aumento del numero dei morti ha subito una brusca frenata nel momento in cui si è terminato di perlustrate tutte le zone più accessibili, quelle in superficie», specificando che «altri eventuali corpi potrebbero trovarsi in luoghi difficili da raggiungere come cantine, parcheggi e piani interrati». Quanti? Non si sa. «Ogni teoria a riguardo è pura speculazione», scrive sempre Puente. E ribadisce che «non ha alcun senso nascondere all’opinione pubblica i dati relativi ai decessi. Ciò che è noto viene comunicato». A quanto pare, quello che potrebbe spiegare l’incertezza sui dispersi sarebbe un dato riferito dal quotidiano online El Diario. Il giornale avrebbe pubblicato gli atti di una riunione sulla gestione dell’emergenza. Documenti che parlavano di «1.900 segnalazioni di persone disperse». Una cifra che è poi rimbalzata fra social e organi d’informazione, finché il ministro dell’Interno, Fernando Grande Marlaska, non è intervenuto, precisando: «Non si stimano 1.900 dispersi. Millenovecento sono le chiamate al numero di emergenza da parte di familiari che non avevano avuto notizie dei propri cari». A tal proposito è intervenuto anche il presidente della Generalitat di Valencia, Carlos Mazón, lanciando un appello per chiedere alle persone che hanno denunciato una scomparsa di segnalare se vi siano stati, successivamente, contatti con la persona indicata come dispersa. E questo per assottigliare l’elenco delle persone introvabili.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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