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2018-11-08
Babbo Renzi puntava il suo grande accusatore: «È ricattabile, indaga»
ANSA
Renzi a prendere il discorso, siamo all'8 aprile 2017: «La notizia è che questo tipo è abbastanza ricattabile perché per me bisognerebbe indagare sulla sua vita privata, eh». L'avvocato commenta: «Io la sua vita privata la conosco abbastanza bene». Tiziano insiste: «Non sapevo che aveva frequentazioni di quel tipo, pensavo tutte da un'altra parte». E i carabinieri annotano: «Risatine». «Esatto», aggiunge l'avvocato, «e quindi lui è palesemente ricattabile, insomma quindi la vita privata eh, quindi se lei lo sa di già il problema non…». Ma Bagattini è andato avanti nelle ricerche. E annuncia: «Suo figlio e il figlio di Denis Verdini fanno affari insieme». Tommaso Verdini e Aldo Gucci (figlio della compagna di Marroni) hanno aperto un ristorante insieme. La notizia, in realtà, era nota. Ma dimostra che la concentrazione in quel momento era tutta su Marroni.
D'altra parte Tiziano era stato poco più di un mese prima in Procura per il suo interrogatorio e probabilmente in quell'occasione aveva capito, anche in base alle contestazioni che gli aveva mosso l'accusa, che le dichiarazioni di Marroni l'avrebbero messo nei guai. E infatti cercò di contrastarle da subito, dicendo in modo secco ai pm che la ricostruzione di Marroni che gli avevano appena letto era falsa.
Babbo Renzi fa risalire al 2014 la conoscenza con l'ex ad di Consip. Quando Marroni era ancora l'assessore toscano alla Sanità e babbo Renzi, incaricato dall'associazione il Cireneo, cercò di piazzargli nell'ospedale Majer una statuetta della madonna di Medjugorie (i componenti del gruppo di preghiera hanno confermato la circostanza). A «propiziare (Tiziano usa questo termine, ndr)» l'incontro fu un suo lontano parente sindacalista della Cgil, Mario Renzi (col quale poi babbo Renzi verrà anche intercettato). E fissa l'ultimo rendez vous con Marroni al mese di marzo 2016. Dopo quella data, spiega babbo Renzi, «non ho più avuto modo di incontrare Marroni, non ho più avuto contatti con lui, non gli ho mai parlato dell'attività di Consip, né ho fatto pressioni su di lui al riguardo, né gli ho mai raccomandato Carlo Russo».
In questi cinque concetti è racchiusa tutta la linea difensiva del papà del Rottamatore. Una versione, però, che in quel momento contrastava con alcuni sms che si era scambiato proprio con Marroni in occasione dell'archiviazione di un procedimento nel quale babbo Renzi era indagato dalla Procura di Genova. «Si è trattato di un messaggio di cortesia», ha spiegato Tiziano, «al quale ho risposto allo stesso modo con cui rispondevo agli altri». L'inchiesta di Genova, con molta probabilità, era proprio una di quelle storie alle quali babbo Renzi ha fatto riferimento quando ha illustrato la sua versione ai magistrati: «Posso pensare di essere un facile bersaglio per essere stato coinvolto in tante vicende, le più strane». Mai, però, ha sostenuto Tiziano, «ho fatto coincidere la mia felicità con il possesso».
Con Marroni, insomma, babbo Renzi parlò solo della madonnina. «Parola d'onore, ci ho parlato solo per la madonnina nel piazzale», ripete a telefono a Mario, il sindacalista che «propiziò» l'incontro e che insieme a Tiziano finì pure nelle carte dell'inchiesta di Genova (poi archiviata) per un prestito con cui babbo Renzi riscattò un libretto di pegno della moglie. E anche molte altre telefonate trascritte dai carabinieri sono con interlocutori già finiti nei guai con Tiziano. Uno della rete telefonica di babbo Renzi, ad esempio, è Franco Bonciani, amico di lunga data dei Renzi. Diventò segretario del Partito democratico di Rignano sull'Arno dopo le dimissioni di babbo Renzi, che era indagato a Genova. Poi è stato costretto a dimettersi anche lui per un'indagine su una turbativa d'asta per la gestione delle piscine comunali di Firenze. Nelle telefonate dell'indagine sulle fughe di notizie di Consip, Bonciani in un primo momento viene indicato dai carabinieri con un generico «Uomo». E con lui il babbo si sfoga per i titoli dei giornali: «Il Giglio tragico», «Babbo fatale», eccetera. Bonciani lo provoca: «Ora viene fuori anche che tu sei amico di Verdini». «Ma io non lo conosco», afferma Tiziano, «Ci credi che non lo conosco?». Bonciani, però, ironizza: «Sei una merda! Non conosci una sega!». Poi, però, con lui introduce l'argomento Lorenzini.
Daniele Lorenzini è diventato sindaco a Rignano nel giugno 2017, battendo di gran lunga la candidata sulla quale avevano puntato i Renzi. All'indomani della sconfitta Tiziano aveva dribblato i giornalisti dicendo semplicemente: «Sono un pensionato, non ho nulla da commentare». A telefono, però, prima del voto, brigava per affondare Lorenzini. «Gli si mette contro un candidato del Pd», dice babbo Renzi, mentre Bonciani cerca di calmarlo: «Ascolta, ragioniamo, ora vediamo di sbollire un pochino... tanto ci si vede doman l'altro sera e se ne parla anche lì in qualche maniera». Poi, con Roberto Billy Bargilli, l'autista del camper con cui Matteo ha girato l'Italia, autore del messaggino intercettato inviato a Carlo Russo («Il babbo mi ha detto di dirti non lo chiamare e non gli mandare sms»), si inalbera: «Ascolta me! Il Lorenzini sembra che abbia detto al Bonciani che si può chiedere le dimissioni per l'sms». E Bargilli esclama: «Porca maiala!». Renzi lo richiama: «Ascolta! Primo: io ho mandato un sms e non sono indagato ma sono persona informata sui fatti. Te t'hanno interrogato e a me no. Se mi dimetto io ti devi dimettere anche te».
La buona notizia arriva a Tiziano da Sergio Staino, che lo chiama preoccupato perché «sul Sole hanno scritto che saresti in combutta per fare fuori il direttore dell'Unità (allora diretta da Staino,ndr)». Il babbo ci scherza su sembra parlare come se fosse l'editore. Poi il direttore gli dice: «Hanno tolto l'indagine a Woodcock». E Tiziano lo ringrazia: «Che bella notizia».
Fabio Amendolara
Marroni pure nel mirino di Russo: «Lo faccio piangere, gli faccio il c...»
È il personaggio più misterioso di tutta l'inchiesta Consip. Non ha mai voluto parlare con i magistrati e per questo rischia di finire a processo con l'accusa di millantato credito per aver fatto il nome di pubblici ufficiali che sarebbero stati sotto il suo controllo. Stiamo parlando di Carlo Russo, che dall'inizio dell'inchiesta gioca a fare il duro e a non parlare. In attesa, forse, di un premio. Ma anche se dopo il disvelamento dell'inchiesta Consip ha smesso di parlare al telefono, i carabinieri sono riusciti a strappargli qualche intercettazione in auto. E anche dentro alla macchina Russo si è mosso da par suo, sparandole davvero grosse.
Il 15 aprile 2017 Russo si trova in auto con una donna e un certo Simone, parlano dell'inchiesta e Russo confida che il vostro cronista sarebbe andato sotto casa sua. Sino a qui tutto vero. In effetti abbiamo suonato al campanello e abbiamo aspettato qualche ora sotto la lussuosa palazzina. Ma Carletto condisce la notizia con una delle sue proverbiali sparate. Leggiamo il brogliaccio: «Carlo dice che Amadori gli ha proposto, in accordo con il suo direttore Belpietro, gli ha offerto 350.000 euro per un'intervista e Carlo ha rifiutato». Non è finita. Russo dice di averne «parlato con Tommaso Nannicini (sottosegretario con Renzi alla presidenza del Consiglio dei ministri) che gli ha riferito che stanno facendo delle verifiche in quanto sembra che La Verità abbia ricevuto un finanziamento da 10 milioni di euro per fare una campagna contro Renzi». Peccato che a pagare per leggere le notizie in anteprima che trovate sul nostro quotidiano siano solo i lettori.
Ma, a dire il vero, anche l'amico di Russo, Tiziano Renzi, all'epoca coindagato del piccolo lobbista di Scandicci, ha una visione distorta del nostro giornale. In una conversazione con il parente Mario Renzi, di professione sindacalista, sproloquia: «C'è Belpietro, ha preso 11 milioni di euro da Angelucci (editore di Libero ndr), quello là su dai coglioni ne ha messi 4 sulla Verità, perde i soldi, ma l'importante è che fa fuori Matteo». Una vera ossessione quella del Giglio magico per il nostro giornale.
Ma anche gli inquirenti, nell'indagine Consip, hanno mostrato di essere molto incuriositi dal nostro lavoro e dalle nostre fonti, al punto di utilizzare i numeri di cellulari dei cronisti per ricostruire i loro spostamenti. Nelle carte sono state depositate le trascrizioni delle nostre interviste a persone informate dei fatti e un investigatore è stato costretto a indicare come propria fonte il vostro cronista colpevole di aver suggerito di sentire come testimone uno dei personaggi citati con nome e cognome nei nostri articoli. Un suggerimento degno di monsieur Jacques de La Palice. Ma torniamo a Russo. Nelle intercettazioni si esibisce in azzeccati vaticini e dice «che probabilmente Tiziano verrà scagionato e forse pure lui, anche se per lui c'è un problema, tolte intercettazioni e pizzini, di Luigi Marroni», all'epoca ad di Consip e grande accusatore del Giglio magico. Russo ha un sussulto: «Ma Marroni lo distruggo, Marroni gli faccio un culo come un paiolo, poverino, guarda lo faccio piangere veramente». Eppure nell'agenda di Marroni lui era indicato con deferenza alla voce presidenza del Consiglio dei ministri.
In fondo, Russo, per difendere Palazzo Chigi è pronto a tutto. Come gli avrebbe riconosciuto un amico: «Marco mi ha detto: “In questo momento tu sei come nel film Attacco al potere, sei la guardia del corpo del presidente, si sacrificano per lui"».
Russo si vanta, sempre captato dagli investigatori, di non aver fiatato con i giornalisti: «Nannicini mi ha detto che anche Matteo ha apprezzato molto e io ci credo». Del resto sul suo profilo Facebook si legge ancora: «Io sto con Matteo Renzi».
Mentre viene intercettato il lobbista di Scandicci è alla ricerca «del coso» per scovare le microspie: «Me lo porterò sempre dietro d'ora in poi, dovunque vada, in qualsiasi ufficio, in qualsiasi posto».
In un'altra registrazione Russo fa sapere che non gli interessa fare il parlamentare «anche perché guadagno troppo di più a fare così e mi faccio i cazzi miei».
Interessante anche quello che viene sequestrato a Russo durante le perquisizioni dell'1 marzo 2017. L'armamentario del perfetto lobbista. La prima parte si è svolta all'hotel Imperiale di via Veneto a Roma dove Russo soggiornava. Qui gli investigatori hanno trovato tre cellulari, nove pen drive, un documento di Rfi, un paio di nomi appuntati su foglietti, cinque curriculum e una mail inviata a uno studio legale.
Quindi i carabinieri si sono diretti nella bella casa di Scandicci, composta da attico e super attico (otto stanze e quattro bagni). Qui hanno rinvenuto tre computer, due tablet, tre telefonini, altre quattro pennette, una busta bianca con 10.000 euro in banconote da 200 e un'altra busta con 3.200 euro sempre in pezzi dello stesso taglio. Un malloppo interamente di fogli verdi, con cui Russo, come dimostrano le intercettazioni, pagava pure la pizza. Nell'appartamento gli investigatori hanno trovato anche «una sorta di dossier Alfredo Romeo» di cinque pagine, quattro fogli intestati Consip con sopra scritto a penna «Gara nuova», due carnet di assegni esauriti, sette buoni fruttiferi intestati ai due figli minorenni, due libretti di risparmio, tre confezioni regalo della Cartier, una ricevuta per 15 penne della stessa prestigiosa marca, sette buste del Monte dei Paschi di Siena indirizzate a un collega della Ceg elettronica (dove Russo era responsabile dei rapporti istituzionali) e, infine, immancabili, due curriculum, quello di un generale di brigata in congedo dei carabinieri e quello di Silvio Gizzi, amministratore delegato di Grandi stazioni, già coinvolto nell'inchiesta Consip per colpa di Russo. Per Gizzi i pm di Roma hanno chiesto l'archiviazione.
Giacomo Amadori
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Intercettato, Tiziano Renzi dice all'avvocato di scavare nella vita privata di Marroni: «Non pensavo avesse frequentazioni di quel tipo...».L'amico che millantava amicizie altolocate, al telefono giurava vendetta all'ex ad di Consip. Poi il delirio complottista sul nostro giornale: «Maurizio Belpietro ha preso 10 milioni per farci una campagna contro».Lo speciale contiene due articoli Renzi a prendere il discorso, siamo all'8 aprile 2017: «La notizia è che questo tipo è abbastanza ricattabile perché per me bisognerebbe indagare sulla sua vita privata, eh». L'avvocato commenta: «Io la sua vita privata la conosco abbastanza bene». Tiziano insiste: «Non sapevo che aveva frequentazioni di quel tipo, pensavo tutte da un'altra parte». E i carabinieri annotano: «Risatine». «Esatto», aggiunge l'avvocato, «e quindi lui è palesemente ricattabile, insomma quindi la vita privata eh, quindi se lei lo sa di già il problema non…». Ma Bagattini è andato avanti nelle ricerche. E annuncia: «Suo figlio e il figlio di Denis Verdini fanno affari insieme». Tommaso Verdini e Aldo Gucci (figlio della compagna di Marroni) hanno aperto un ristorante insieme. La notizia, in realtà, era nota. Ma dimostra che la concentrazione in quel momento era tutta su Marroni.D'altra parte Tiziano era stato poco più di un mese prima in Procura per il suo interrogatorio e probabilmente in quell'occasione aveva capito, anche in base alle contestazioni che gli aveva mosso l'accusa, che le dichiarazioni di Marroni l'avrebbero messo nei guai. E infatti cercò di contrastarle da subito, dicendo in modo secco ai pm che la ricostruzione di Marroni che gli avevano appena letto era falsa.Babbo Renzi fa risalire al 2014 la conoscenza con l'ex ad di Consip. Quando Marroni era ancora l'assessore toscano alla Sanità e babbo Renzi, incaricato dall'associazione il Cireneo, cercò di piazzargli nell'ospedale Majer una statuetta della madonna di Medjugorie (i componenti del gruppo di preghiera hanno confermato la circostanza). A «propiziare (Tiziano usa questo termine, ndr)» l'incontro fu un suo lontano parente sindacalista della Cgil, Mario Renzi (col quale poi babbo Renzi verrà anche intercettato). E fissa l'ultimo rendez vous con Marroni al mese di marzo 2016. Dopo quella data, spiega babbo Renzi, «non ho più avuto modo di incontrare Marroni, non ho più avuto contatti con lui, non gli ho mai parlato dell'attività di Consip, né ho fatto pressioni su di lui al riguardo, né gli ho mai raccomandato Carlo Russo». In questi cinque concetti è racchiusa tutta la linea difensiva del papà del Rottamatore. Una versione, però, che in quel momento contrastava con alcuni sms che si era scambiato proprio con Marroni in occasione dell'archiviazione di un procedimento nel quale babbo Renzi era indagato dalla Procura di Genova. «Si è trattato di un messaggio di cortesia», ha spiegato Tiziano, «al quale ho risposto allo stesso modo con cui rispondevo agli altri». L'inchiesta di Genova, con molta probabilità, era proprio una di quelle storie alle quali babbo Renzi ha fatto riferimento quando ha illustrato la sua versione ai magistrati: «Posso pensare di essere un facile bersaglio per essere stato coinvolto in tante vicende, le più strane». Mai, però, ha sostenuto Tiziano, «ho fatto coincidere la mia felicità con il possesso».Con Marroni, insomma, babbo Renzi parlò solo della madonnina. «Parola d'onore, ci ho parlato solo per la madonnina nel piazzale», ripete a telefono a Mario, il sindacalista che «propiziò» l'incontro e che insieme a Tiziano finì pure nelle carte dell'inchiesta di Genova (poi archiviata) per un prestito con cui babbo Renzi riscattò un libretto di pegno della moglie. E anche molte altre telefonate trascritte dai carabinieri sono con interlocutori già finiti nei guai con Tiziano. Uno della rete telefonica di babbo Renzi, ad esempio, è Franco Bonciani, amico di lunga data dei Renzi. Diventò segretario del Partito democratico di Rignano sull'Arno dopo le dimissioni di babbo Renzi, che era indagato a Genova. Poi è stato costretto a dimettersi anche lui per un'indagine su una turbativa d'asta per la gestione delle piscine comunali di Firenze. Nelle telefonate dell'indagine sulle fughe di notizie di Consip, Bonciani in un primo momento viene indicato dai carabinieri con un generico «Uomo». E con lui il babbo si sfoga per i titoli dei giornali: «Il Giglio tragico», «Babbo fatale», eccetera. Bonciani lo provoca: «Ora viene fuori anche che tu sei amico di Verdini». «Ma io non lo conosco», afferma Tiziano, «Ci credi che non lo conosco?». Bonciani, però, ironizza: «Sei una merda! Non conosci una sega!». Poi, però, con lui introduce l'argomento Lorenzini.Daniele Lorenzini è diventato sindaco a Rignano nel giugno 2017, battendo di gran lunga la candidata sulla quale avevano puntato i Renzi. All'indomani della sconfitta Tiziano aveva dribblato i giornalisti dicendo semplicemente: «Sono un pensionato, non ho nulla da commentare». A telefono, però, prima del voto, brigava per affondare Lorenzini. «Gli si mette contro un candidato del Pd», dice babbo Renzi, mentre Bonciani cerca di calmarlo: «Ascolta, ragioniamo, ora vediamo di sbollire un pochino... tanto ci si vede doman l'altro sera e se ne parla anche lì in qualche maniera». Poi, con Roberto Billy Bargilli, l'autista del camper con cui Matteo ha girato l'Italia, autore del messaggino intercettato inviato a Carlo Russo («Il babbo mi ha detto di dirti non lo chiamare e non gli mandare sms»), si inalbera: «Ascolta me! Il Lorenzini sembra che abbia detto al Bonciani che si può chiedere le dimissioni per l'sms». E Bargilli esclama: «Porca maiala!». Renzi lo richiama: «Ascolta! Primo: io ho mandato un sms e non sono indagato ma sono persona informata sui fatti. Te t'hanno interrogato e a me no. Se mi dimetto io ti devi dimettere anche te». La buona notizia arriva a Tiziano da Sergio Staino, che lo chiama preoccupato perché «sul Sole hanno scritto che saresti in combutta per fare fuori il direttore dell'Unità (allora diretta da Staino,ndr)». Il babbo ci scherza su sembra parlare come se fosse l'editore. Poi il direttore gli dice: «Hanno tolto l'indagine a Woodcock». E Tiziano lo ringrazia: «Che bella notizia».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/babbo-renzi-puntava-il-suo-grande-accusatore-e-ricattabile-indaga-2618576599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="marroni-pure-nel-mirino-di-russo-lo-faccio-piangere-gli-faccio-il-c" data-post-id="2618576599" data-published-at="1781266111" data-use-pagination="False"> Marroni pure nel mirino di Russo: «Lo faccio piangere, gli faccio il c...» È il personaggio più misterioso di tutta l'inchiesta Consip. Non ha mai voluto parlare con i magistrati e per questo rischia di finire a processo con l'accusa di millantato credito per aver fatto il nome di pubblici ufficiali che sarebbero stati sotto il suo controllo. Stiamo parlando di Carlo Russo, che dall'inizio dell'inchiesta gioca a fare il duro e a non parlare. In attesa, forse, di un premio. Ma anche se dopo il disvelamento dell'inchiesta Consip ha smesso di parlare al telefono, i carabinieri sono riusciti a strappargli qualche intercettazione in auto. E anche dentro alla macchina Russo si è mosso da par suo, sparandole davvero grosse. Il 15 aprile 2017 Russo si trova in auto con una donna e un certo Simone, parlano dell'inchiesta e Russo confida che il vostro cronista sarebbe andato sotto casa sua. Sino a qui tutto vero. In effetti abbiamo suonato al campanello e abbiamo aspettato qualche ora sotto la lussuosa palazzina. Ma Carletto condisce la notizia con una delle sue proverbiali sparate. Leggiamo il brogliaccio: «Carlo dice che Amadori gli ha proposto, in accordo con il suo direttore Belpietro, gli ha offerto 350.000 euro per un'intervista e Carlo ha rifiutato». Non è finita. Russo dice di averne «parlato con Tommaso Nannicini (sottosegretario con Renzi alla presidenza del Consiglio dei ministri) che gli ha riferito che stanno facendo delle verifiche in quanto sembra che La Verità abbia ricevuto un finanziamento da 10 milioni di euro per fare una campagna contro Renzi». Peccato che a pagare per leggere le notizie in anteprima che trovate sul nostro quotidiano siano solo i lettori. Ma, a dire il vero, anche l'amico di Russo, Tiziano Renzi, all'epoca coindagato del piccolo lobbista di Scandicci, ha una visione distorta del nostro giornale. In una conversazione con il parente Mario Renzi, di professione sindacalista, sproloquia: «C'è Belpietro, ha preso 11 milioni di euro da Angelucci (editore di Libero ndr), quello là su dai coglioni ne ha messi 4 sulla Verità, perde i soldi, ma l'importante è che fa fuori Matteo». Una vera ossessione quella del Giglio magico per il nostro giornale. Ma anche gli inquirenti, nell'indagine Consip, hanno mostrato di essere molto incuriositi dal nostro lavoro e dalle nostre fonti, al punto di utilizzare i numeri di cellulari dei cronisti per ricostruire i loro spostamenti. Nelle carte sono state depositate le trascrizioni delle nostre interviste a persone informate dei fatti e un investigatore è stato costretto a indicare come propria fonte il vostro cronista colpevole di aver suggerito di sentire come testimone uno dei personaggi citati con nome e cognome nei nostri articoli. Un suggerimento degno di monsieur Jacques de La Palice. Ma torniamo a Russo. Nelle intercettazioni si esibisce in azzeccati vaticini e dice «che probabilmente Tiziano verrà scagionato e forse pure lui, anche se per lui c'è un problema, tolte intercettazioni e pizzini, di Luigi Marroni», all'epoca ad di Consip e grande accusatore del Giglio magico. Russo ha un sussulto: «Ma Marroni lo distruggo, Marroni gli faccio un culo come un paiolo, poverino, guarda lo faccio piangere veramente». Eppure nell'agenda di Marroni lui era indicato con deferenza alla voce presidenza del Consiglio dei ministri. In fondo, Russo, per difendere Palazzo Chigi è pronto a tutto. Come gli avrebbe riconosciuto un amico: «Marco mi ha detto: “In questo momento tu sei come nel film Attacco al potere, sei la guardia del corpo del presidente, si sacrificano per lui"». Russo si vanta, sempre captato dagli investigatori, di non aver fiatato con i giornalisti: «Nannicini mi ha detto che anche Matteo ha apprezzato molto e io ci credo». Del resto sul suo profilo Facebook si legge ancora: «Io sto con Matteo Renzi». Mentre viene intercettato il lobbista di Scandicci è alla ricerca «del coso» per scovare le microspie: «Me lo porterò sempre dietro d'ora in poi, dovunque vada, in qualsiasi ufficio, in qualsiasi posto». In un'altra registrazione Russo fa sapere che non gli interessa fare il parlamentare «anche perché guadagno troppo di più a fare così e mi faccio i cazzi miei». Interessante anche quello che viene sequestrato a Russo durante le perquisizioni dell'1 marzo 2017. L'armamentario del perfetto lobbista. La prima parte si è svolta all'hotel Imperiale di via Veneto a Roma dove Russo soggiornava. Qui gli investigatori hanno trovato tre cellulari, nove pen drive, un documento di Rfi, un paio di nomi appuntati su foglietti, cinque curriculum e una mail inviata a uno studio legale. Quindi i carabinieri si sono diretti nella bella casa di Scandicci, composta da attico e super attico (otto stanze e quattro bagni). Qui hanno rinvenuto tre computer, due tablet, tre telefonini, altre quattro pennette, una busta bianca con 10.000 euro in banconote da 200 e un'altra busta con 3.200 euro sempre in pezzi dello stesso taglio. Un malloppo interamente di fogli verdi, con cui Russo, come dimostrano le intercettazioni, pagava pure la pizza. Nell'appartamento gli investigatori hanno trovato anche «una sorta di dossier Alfredo Romeo» di cinque pagine, quattro fogli intestati Consip con sopra scritto a penna «Gara nuova», due carnet di assegni esauriti, sette buoni fruttiferi intestati ai due figli minorenni, due libretti di risparmio, tre confezioni regalo della Cartier, una ricevuta per 15 penne della stessa prestigiosa marca, sette buste del Monte dei Paschi di Siena indirizzate a un collega della Ceg elettronica (dove Russo era responsabile dei rapporti istituzionali) e, infine, immancabili, due curriculum, quello di un generale di brigata in congedo dei carabinieri e quello di Silvio Gizzi, amministratore delegato di Grandi stazioni, già coinvolto nell'inchiesta Consip per colpa di Russo. Per Gizzi i pm di Roma hanno chiesto l'archiviazione. Giacomo Amadori
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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