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2018-11-08
Babbo Renzi puntava il suo grande accusatore: «È ricattabile, indaga»
ANSA
Renzi a prendere il discorso, siamo all'8 aprile 2017: «La notizia è che questo tipo è abbastanza ricattabile perché per me bisognerebbe indagare sulla sua vita privata, eh». L'avvocato commenta: «Io la sua vita privata la conosco abbastanza bene». Tiziano insiste: «Non sapevo che aveva frequentazioni di quel tipo, pensavo tutte da un'altra parte». E i carabinieri annotano: «Risatine». «Esatto», aggiunge l'avvocato, «e quindi lui è palesemente ricattabile, insomma quindi la vita privata eh, quindi se lei lo sa di già il problema non…». Ma Bagattini è andato avanti nelle ricerche. E annuncia: «Suo figlio e il figlio di Denis Verdini fanno affari insieme». Tommaso Verdini e Aldo Gucci (figlio della compagna di Marroni) hanno aperto un ristorante insieme. La notizia, in realtà, era nota. Ma dimostra che la concentrazione in quel momento era tutta su Marroni.
D'altra parte Tiziano era stato poco più di un mese prima in Procura per il suo interrogatorio e probabilmente in quell'occasione aveva capito, anche in base alle contestazioni che gli aveva mosso l'accusa, che le dichiarazioni di Marroni l'avrebbero messo nei guai. E infatti cercò di contrastarle da subito, dicendo in modo secco ai pm che la ricostruzione di Marroni che gli avevano appena letto era falsa.
Babbo Renzi fa risalire al 2014 la conoscenza con l'ex ad di Consip. Quando Marroni era ancora l'assessore toscano alla Sanità e babbo Renzi, incaricato dall'associazione il Cireneo, cercò di piazzargli nell'ospedale Majer una statuetta della madonna di Medjugorie (i componenti del gruppo di preghiera hanno confermato la circostanza). A «propiziare (Tiziano usa questo termine, ndr)» l'incontro fu un suo lontano parente sindacalista della Cgil, Mario Renzi (col quale poi babbo Renzi verrà anche intercettato). E fissa l'ultimo rendez vous con Marroni al mese di marzo 2016. Dopo quella data, spiega babbo Renzi, «non ho più avuto modo di incontrare Marroni, non ho più avuto contatti con lui, non gli ho mai parlato dell'attività di Consip, né ho fatto pressioni su di lui al riguardo, né gli ho mai raccomandato Carlo Russo».
In questi cinque concetti è racchiusa tutta la linea difensiva del papà del Rottamatore. Una versione, però, che in quel momento contrastava con alcuni sms che si era scambiato proprio con Marroni in occasione dell'archiviazione di un procedimento nel quale babbo Renzi era indagato dalla Procura di Genova. «Si è trattato di un messaggio di cortesia», ha spiegato Tiziano, «al quale ho risposto allo stesso modo con cui rispondevo agli altri». L'inchiesta di Genova, con molta probabilità, era proprio una di quelle storie alle quali babbo Renzi ha fatto riferimento quando ha illustrato la sua versione ai magistrati: «Posso pensare di essere un facile bersaglio per essere stato coinvolto in tante vicende, le più strane». Mai, però, ha sostenuto Tiziano, «ho fatto coincidere la mia felicità con il possesso».
Con Marroni, insomma, babbo Renzi parlò solo della madonnina. «Parola d'onore, ci ho parlato solo per la madonnina nel piazzale», ripete a telefono a Mario, il sindacalista che «propiziò» l'incontro e che insieme a Tiziano finì pure nelle carte dell'inchiesta di Genova (poi archiviata) per un prestito con cui babbo Renzi riscattò un libretto di pegno della moglie. E anche molte altre telefonate trascritte dai carabinieri sono con interlocutori già finiti nei guai con Tiziano. Uno della rete telefonica di babbo Renzi, ad esempio, è Franco Bonciani, amico di lunga data dei Renzi. Diventò segretario del Partito democratico di Rignano sull'Arno dopo le dimissioni di babbo Renzi, che era indagato a Genova. Poi è stato costretto a dimettersi anche lui per un'indagine su una turbativa d'asta per la gestione delle piscine comunali di Firenze. Nelle telefonate dell'indagine sulle fughe di notizie di Consip, Bonciani in un primo momento viene indicato dai carabinieri con un generico «Uomo». E con lui il babbo si sfoga per i titoli dei giornali: «Il Giglio tragico», «Babbo fatale», eccetera. Bonciani lo provoca: «Ora viene fuori anche che tu sei amico di Verdini». «Ma io non lo conosco», afferma Tiziano, «Ci credi che non lo conosco?». Bonciani, però, ironizza: «Sei una merda! Non conosci una sega!». Poi, però, con lui introduce l'argomento Lorenzini.
Daniele Lorenzini è diventato sindaco a Rignano nel giugno 2017, battendo di gran lunga la candidata sulla quale avevano puntato i Renzi. All'indomani della sconfitta Tiziano aveva dribblato i giornalisti dicendo semplicemente: «Sono un pensionato, non ho nulla da commentare». A telefono, però, prima del voto, brigava per affondare Lorenzini. «Gli si mette contro un candidato del Pd», dice babbo Renzi, mentre Bonciani cerca di calmarlo: «Ascolta, ragioniamo, ora vediamo di sbollire un pochino... tanto ci si vede doman l'altro sera e se ne parla anche lì in qualche maniera». Poi, con Roberto Billy Bargilli, l'autista del camper con cui Matteo ha girato l'Italia, autore del messaggino intercettato inviato a Carlo Russo («Il babbo mi ha detto di dirti non lo chiamare e non gli mandare sms»), si inalbera: «Ascolta me! Il Lorenzini sembra che abbia detto al Bonciani che si può chiedere le dimissioni per l'sms». E Bargilli esclama: «Porca maiala!». Renzi lo richiama: «Ascolta! Primo: io ho mandato un sms e non sono indagato ma sono persona informata sui fatti. Te t'hanno interrogato e a me no. Se mi dimetto io ti devi dimettere anche te».
La buona notizia arriva a Tiziano da Sergio Staino, che lo chiama preoccupato perché «sul Sole hanno scritto che saresti in combutta per fare fuori il direttore dell'Unità (allora diretta da Staino,ndr)». Il babbo ci scherza su sembra parlare come se fosse l'editore. Poi il direttore gli dice: «Hanno tolto l'indagine a Woodcock». E Tiziano lo ringrazia: «Che bella notizia».
Fabio Amendolara
Marroni pure nel mirino di Russo: «Lo faccio piangere, gli faccio il c...»
È il personaggio più misterioso di tutta l'inchiesta Consip. Non ha mai voluto parlare con i magistrati e per questo rischia di finire a processo con l'accusa di millantato credito per aver fatto il nome di pubblici ufficiali che sarebbero stati sotto il suo controllo. Stiamo parlando di Carlo Russo, che dall'inizio dell'inchiesta gioca a fare il duro e a non parlare. In attesa, forse, di un premio. Ma anche se dopo il disvelamento dell'inchiesta Consip ha smesso di parlare al telefono, i carabinieri sono riusciti a strappargli qualche intercettazione in auto. E anche dentro alla macchina Russo si è mosso da par suo, sparandole davvero grosse.
Il 15 aprile 2017 Russo si trova in auto con una donna e un certo Simone, parlano dell'inchiesta e Russo confida che il vostro cronista sarebbe andato sotto casa sua. Sino a qui tutto vero. In effetti abbiamo suonato al campanello e abbiamo aspettato qualche ora sotto la lussuosa palazzina. Ma Carletto condisce la notizia con una delle sue proverbiali sparate. Leggiamo il brogliaccio: «Carlo dice che Amadori gli ha proposto, in accordo con il suo direttore Belpietro, gli ha offerto 350.000 euro per un'intervista e Carlo ha rifiutato». Non è finita. Russo dice di averne «parlato con Tommaso Nannicini (sottosegretario con Renzi alla presidenza del Consiglio dei ministri) che gli ha riferito che stanno facendo delle verifiche in quanto sembra che La Verità abbia ricevuto un finanziamento da 10 milioni di euro per fare una campagna contro Renzi». Peccato che a pagare per leggere le notizie in anteprima che trovate sul nostro quotidiano siano solo i lettori.
Ma, a dire il vero, anche l'amico di Russo, Tiziano Renzi, all'epoca coindagato del piccolo lobbista di Scandicci, ha una visione distorta del nostro giornale. In una conversazione con il parente Mario Renzi, di professione sindacalista, sproloquia: «C'è Belpietro, ha preso 11 milioni di euro da Angelucci (editore di Libero ndr), quello là su dai coglioni ne ha messi 4 sulla Verità, perde i soldi, ma l'importante è che fa fuori Matteo». Una vera ossessione quella del Giglio magico per il nostro giornale.
Ma anche gli inquirenti, nell'indagine Consip, hanno mostrato di essere molto incuriositi dal nostro lavoro e dalle nostre fonti, al punto di utilizzare i numeri di cellulari dei cronisti per ricostruire i loro spostamenti. Nelle carte sono state depositate le trascrizioni delle nostre interviste a persone informate dei fatti e un investigatore è stato costretto a indicare come propria fonte il vostro cronista colpevole di aver suggerito di sentire come testimone uno dei personaggi citati con nome e cognome nei nostri articoli. Un suggerimento degno di monsieur Jacques de La Palice. Ma torniamo a Russo. Nelle intercettazioni si esibisce in azzeccati vaticini e dice «che probabilmente Tiziano verrà scagionato e forse pure lui, anche se per lui c'è un problema, tolte intercettazioni e pizzini, di Luigi Marroni», all'epoca ad di Consip e grande accusatore del Giglio magico. Russo ha un sussulto: «Ma Marroni lo distruggo, Marroni gli faccio un culo come un paiolo, poverino, guarda lo faccio piangere veramente». Eppure nell'agenda di Marroni lui era indicato con deferenza alla voce presidenza del Consiglio dei ministri.
In fondo, Russo, per difendere Palazzo Chigi è pronto a tutto. Come gli avrebbe riconosciuto un amico: «Marco mi ha detto: “In questo momento tu sei come nel film Attacco al potere, sei la guardia del corpo del presidente, si sacrificano per lui"».
Russo si vanta, sempre captato dagli investigatori, di non aver fiatato con i giornalisti: «Nannicini mi ha detto che anche Matteo ha apprezzato molto e io ci credo». Del resto sul suo profilo Facebook si legge ancora: «Io sto con Matteo Renzi».
Mentre viene intercettato il lobbista di Scandicci è alla ricerca «del coso» per scovare le microspie: «Me lo porterò sempre dietro d'ora in poi, dovunque vada, in qualsiasi ufficio, in qualsiasi posto».
In un'altra registrazione Russo fa sapere che non gli interessa fare il parlamentare «anche perché guadagno troppo di più a fare così e mi faccio i cazzi miei».
Interessante anche quello che viene sequestrato a Russo durante le perquisizioni dell'1 marzo 2017. L'armamentario del perfetto lobbista. La prima parte si è svolta all'hotel Imperiale di via Veneto a Roma dove Russo soggiornava. Qui gli investigatori hanno trovato tre cellulari, nove pen drive, un documento di Rfi, un paio di nomi appuntati su foglietti, cinque curriculum e una mail inviata a uno studio legale.
Quindi i carabinieri si sono diretti nella bella casa di Scandicci, composta da attico e super attico (otto stanze e quattro bagni). Qui hanno rinvenuto tre computer, due tablet, tre telefonini, altre quattro pennette, una busta bianca con 10.000 euro in banconote da 200 e un'altra busta con 3.200 euro sempre in pezzi dello stesso taglio. Un malloppo interamente di fogli verdi, con cui Russo, come dimostrano le intercettazioni, pagava pure la pizza. Nell'appartamento gli investigatori hanno trovato anche «una sorta di dossier Alfredo Romeo» di cinque pagine, quattro fogli intestati Consip con sopra scritto a penna «Gara nuova», due carnet di assegni esauriti, sette buoni fruttiferi intestati ai due figli minorenni, due libretti di risparmio, tre confezioni regalo della Cartier, una ricevuta per 15 penne della stessa prestigiosa marca, sette buste del Monte dei Paschi di Siena indirizzate a un collega della Ceg elettronica (dove Russo era responsabile dei rapporti istituzionali) e, infine, immancabili, due curriculum, quello di un generale di brigata in congedo dei carabinieri e quello di Silvio Gizzi, amministratore delegato di Grandi stazioni, già coinvolto nell'inchiesta Consip per colpa di Russo. Per Gizzi i pm di Roma hanno chiesto l'archiviazione.
Giacomo Amadori
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Intercettato, Tiziano Renzi dice all'avvocato di scavare nella vita privata di Marroni: «Non pensavo avesse frequentazioni di quel tipo...».L'amico che millantava amicizie altolocate, al telefono giurava vendetta all'ex ad di Consip. Poi il delirio complottista sul nostro giornale: «Maurizio Belpietro ha preso 10 milioni per farci una campagna contro».Lo speciale contiene due articoli Renzi a prendere il discorso, siamo all'8 aprile 2017: «La notizia è che questo tipo è abbastanza ricattabile perché per me bisognerebbe indagare sulla sua vita privata, eh». L'avvocato commenta: «Io la sua vita privata la conosco abbastanza bene». Tiziano insiste: «Non sapevo che aveva frequentazioni di quel tipo, pensavo tutte da un'altra parte». E i carabinieri annotano: «Risatine». «Esatto», aggiunge l'avvocato, «e quindi lui è palesemente ricattabile, insomma quindi la vita privata eh, quindi se lei lo sa di già il problema non…». Ma Bagattini è andato avanti nelle ricerche. E annuncia: «Suo figlio e il figlio di Denis Verdini fanno affari insieme». Tommaso Verdini e Aldo Gucci (figlio della compagna di Marroni) hanno aperto un ristorante insieme. La notizia, in realtà, era nota. Ma dimostra che la concentrazione in quel momento era tutta su Marroni.D'altra parte Tiziano era stato poco più di un mese prima in Procura per il suo interrogatorio e probabilmente in quell'occasione aveva capito, anche in base alle contestazioni che gli aveva mosso l'accusa, che le dichiarazioni di Marroni l'avrebbero messo nei guai. E infatti cercò di contrastarle da subito, dicendo in modo secco ai pm che la ricostruzione di Marroni che gli avevano appena letto era falsa.Babbo Renzi fa risalire al 2014 la conoscenza con l'ex ad di Consip. Quando Marroni era ancora l'assessore toscano alla Sanità e babbo Renzi, incaricato dall'associazione il Cireneo, cercò di piazzargli nell'ospedale Majer una statuetta della madonna di Medjugorie (i componenti del gruppo di preghiera hanno confermato la circostanza). A «propiziare (Tiziano usa questo termine, ndr)» l'incontro fu un suo lontano parente sindacalista della Cgil, Mario Renzi (col quale poi babbo Renzi verrà anche intercettato). E fissa l'ultimo rendez vous con Marroni al mese di marzo 2016. Dopo quella data, spiega babbo Renzi, «non ho più avuto modo di incontrare Marroni, non ho più avuto contatti con lui, non gli ho mai parlato dell'attività di Consip, né ho fatto pressioni su di lui al riguardo, né gli ho mai raccomandato Carlo Russo». In questi cinque concetti è racchiusa tutta la linea difensiva del papà del Rottamatore. Una versione, però, che in quel momento contrastava con alcuni sms che si era scambiato proprio con Marroni in occasione dell'archiviazione di un procedimento nel quale babbo Renzi era indagato dalla Procura di Genova. «Si è trattato di un messaggio di cortesia», ha spiegato Tiziano, «al quale ho risposto allo stesso modo con cui rispondevo agli altri». L'inchiesta di Genova, con molta probabilità, era proprio una di quelle storie alle quali babbo Renzi ha fatto riferimento quando ha illustrato la sua versione ai magistrati: «Posso pensare di essere un facile bersaglio per essere stato coinvolto in tante vicende, le più strane». Mai, però, ha sostenuto Tiziano, «ho fatto coincidere la mia felicità con il possesso».Con Marroni, insomma, babbo Renzi parlò solo della madonnina. «Parola d'onore, ci ho parlato solo per la madonnina nel piazzale», ripete a telefono a Mario, il sindacalista che «propiziò» l'incontro e che insieme a Tiziano finì pure nelle carte dell'inchiesta di Genova (poi archiviata) per un prestito con cui babbo Renzi riscattò un libretto di pegno della moglie. E anche molte altre telefonate trascritte dai carabinieri sono con interlocutori già finiti nei guai con Tiziano. Uno della rete telefonica di babbo Renzi, ad esempio, è Franco Bonciani, amico di lunga data dei Renzi. Diventò segretario del Partito democratico di Rignano sull'Arno dopo le dimissioni di babbo Renzi, che era indagato a Genova. Poi è stato costretto a dimettersi anche lui per un'indagine su una turbativa d'asta per la gestione delle piscine comunali di Firenze. Nelle telefonate dell'indagine sulle fughe di notizie di Consip, Bonciani in un primo momento viene indicato dai carabinieri con un generico «Uomo». E con lui il babbo si sfoga per i titoli dei giornali: «Il Giglio tragico», «Babbo fatale», eccetera. Bonciani lo provoca: «Ora viene fuori anche che tu sei amico di Verdini». «Ma io non lo conosco», afferma Tiziano, «Ci credi che non lo conosco?». Bonciani, però, ironizza: «Sei una merda! Non conosci una sega!». Poi, però, con lui introduce l'argomento Lorenzini.Daniele Lorenzini è diventato sindaco a Rignano nel giugno 2017, battendo di gran lunga la candidata sulla quale avevano puntato i Renzi. All'indomani della sconfitta Tiziano aveva dribblato i giornalisti dicendo semplicemente: «Sono un pensionato, non ho nulla da commentare». A telefono, però, prima del voto, brigava per affondare Lorenzini. «Gli si mette contro un candidato del Pd», dice babbo Renzi, mentre Bonciani cerca di calmarlo: «Ascolta, ragioniamo, ora vediamo di sbollire un pochino... tanto ci si vede doman l'altro sera e se ne parla anche lì in qualche maniera». Poi, con Roberto Billy Bargilli, l'autista del camper con cui Matteo ha girato l'Italia, autore del messaggino intercettato inviato a Carlo Russo («Il babbo mi ha detto di dirti non lo chiamare e non gli mandare sms»), si inalbera: «Ascolta me! Il Lorenzini sembra che abbia detto al Bonciani che si può chiedere le dimissioni per l'sms». E Bargilli esclama: «Porca maiala!». Renzi lo richiama: «Ascolta! Primo: io ho mandato un sms e non sono indagato ma sono persona informata sui fatti. Te t'hanno interrogato e a me no. Se mi dimetto io ti devi dimettere anche te». La buona notizia arriva a Tiziano da Sergio Staino, che lo chiama preoccupato perché «sul Sole hanno scritto che saresti in combutta per fare fuori il direttore dell'Unità (allora diretta da Staino,ndr)». Il babbo ci scherza su sembra parlare come se fosse l'editore. Poi il direttore gli dice: «Hanno tolto l'indagine a Woodcock». E Tiziano lo ringrazia: «Che bella notizia».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/babbo-renzi-puntava-il-suo-grande-accusatore-e-ricattabile-indaga-2618576599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="marroni-pure-nel-mirino-di-russo-lo-faccio-piangere-gli-faccio-il-c" data-post-id="2618576599" data-published-at="1776248461" data-use-pagination="False"> Marroni pure nel mirino di Russo: «Lo faccio piangere, gli faccio il c...» È il personaggio più misterioso di tutta l'inchiesta Consip. Non ha mai voluto parlare con i magistrati e per questo rischia di finire a processo con l'accusa di millantato credito per aver fatto il nome di pubblici ufficiali che sarebbero stati sotto il suo controllo. Stiamo parlando di Carlo Russo, che dall'inizio dell'inchiesta gioca a fare il duro e a non parlare. In attesa, forse, di un premio. Ma anche se dopo il disvelamento dell'inchiesta Consip ha smesso di parlare al telefono, i carabinieri sono riusciti a strappargli qualche intercettazione in auto. E anche dentro alla macchina Russo si è mosso da par suo, sparandole davvero grosse. Il 15 aprile 2017 Russo si trova in auto con una donna e un certo Simone, parlano dell'inchiesta e Russo confida che il vostro cronista sarebbe andato sotto casa sua. Sino a qui tutto vero. In effetti abbiamo suonato al campanello e abbiamo aspettato qualche ora sotto la lussuosa palazzina. Ma Carletto condisce la notizia con una delle sue proverbiali sparate. Leggiamo il brogliaccio: «Carlo dice che Amadori gli ha proposto, in accordo con il suo direttore Belpietro, gli ha offerto 350.000 euro per un'intervista e Carlo ha rifiutato». Non è finita. Russo dice di averne «parlato con Tommaso Nannicini (sottosegretario con Renzi alla presidenza del Consiglio dei ministri) che gli ha riferito che stanno facendo delle verifiche in quanto sembra che La Verità abbia ricevuto un finanziamento da 10 milioni di euro per fare una campagna contro Renzi». Peccato che a pagare per leggere le notizie in anteprima che trovate sul nostro quotidiano siano solo i lettori. Ma, a dire il vero, anche l'amico di Russo, Tiziano Renzi, all'epoca coindagato del piccolo lobbista di Scandicci, ha una visione distorta del nostro giornale. In una conversazione con il parente Mario Renzi, di professione sindacalista, sproloquia: «C'è Belpietro, ha preso 11 milioni di euro da Angelucci (editore di Libero ndr), quello là su dai coglioni ne ha messi 4 sulla Verità, perde i soldi, ma l'importante è che fa fuori Matteo». Una vera ossessione quella del Giglio magico per il nostro giornale. Ma anche gli inquirenti, nell'indagine Consip, hanno mostrato di essere molto incuriositi dal nostro lavoro e dalle nostre fonti, al punto di utilizzare i numeri di cellulari dei cronisti per ricostruire i loro spostamenti. Nelle carte sono state depositate le trascrizioni delle nostre interviste a persone informate dei fatti e un investigatore è stato costretto a indicare come propria fonte il vostro cronista colpevole di aver suggerito di sentire come testimone uno dei personaggi citati con nome e cognome nei nostri articoli. Un suggerimento degno di monsieur Jacques de La Palice. Ma torniamo a Russo. Nelle intercettazioni si esibisce in azzeccati vaticini e dice «che probabilmente Tiziano verrà scagionato e forse pure lui, anche se per lui c'è un problema, tolte intercettazioni e pizzini, di Luigi Marroni», all'epoca ad di Consip e grande accusatore del Giglio magico. Russo ha un sussulto: «Ma Marroni lo distruggo, Marroni gli faccio un culo come un paiolo, poverino, guarda lo faccio piangere veramente». Eppure nell'agenda di Marroni lui era indicato con deferenza alla voce presidenza del Consiglio dei ministri. In fondo, Russo, per difendere Palazzo Chigi è pronto a tutto. Come gli avrebbe riconosciuto un amico: «Marco mi ha detto: “In questo momento tu sei come nel film Attacco al potere, sei la guardia del corpo del presidente, si sacrificano per lui"». Russo si vanta, sempre captato dagli investigatori, di non aver fiatato con i giornalisti: «Nannicini mi ha detto che anche Matteo ha apprezzato molto e io ci credo». Del resto sul suo profilo Facebook si legge ancora: «Io sto con Matteo Renzi». Mentre viene intercettato il lobbista di Scandicci è alla ricerca «del coso» per scovare le microspie: «Me lo porterò sempre dietro d'ora in poi, dovunque vada, in qualsiasi ufficio, in qualsiasi posto». In un'altra registrazione Russo fa sapere che non gli interessa fare il parlamentare «anche perché guadagno troppo di più a fare così e mi faccio i cazzi miei». Interessante anche quello che viene sequestrato a Russo durante le perquisizioni dell'1 marzo 2017. L'armamentario del perfetto lobbista. La prima parte si è svolta all'hotel Imperiale di via Veneto a Roma dove Russo soggiornava. Qui gli investigatori hanno trovato tre cellulari, nove pen drive, un documento di Rfi, un paio di nomi appuntati su foglietti, cinque curriculum e una mail inviata a uno studio legale. Quindi i carabinieri si sono diretti nella bella casa di Scandicci, composta da attico e super attico (otto stanze e quattro bagni). Qui hanno rinvenuto tre computer, due tablet, tre telefonini, altre quattro pennette, una busta bianca con 10.000 euro in banconote da 200 e un'altra busta con 3.200 euro sempre in pezzi dello stesso taglio. Un malloppo interamente di fogli verdi, con cui Russo, come dimostrano le intercettazioni, pagava pure la pizza. Nell'appartamento gli investigatori hanno trovato anche «una sorta di dossier Alfredo Romeo» di cinque pagine, quattro fogli intestati Consip con sopra scritto a penna «Gara nuova», due carnet di assegni esauriti, sette buoni fruttiferi intestati ai due figli minorenni, due libretti di risparmio, tre confezioni regalo della Cartier, una ricevuta per 15 penne della stessa prestigiosa marca, sette buste del Monte dei Paschi di Siena indirizzate a un collega della Ceg elettronica (dove Russo era responsabile dei rapporti istituzionali) e, infine, immancabili, due curriculum, quello di un generale di brigata in congedo dei carabinieri e quello di Silvio Gizzi, amministratore delegato di Grandi stazioni, già coinvolto nell'inchiesta Consip per colpa di Russo. Per Gizzi i pm di Roma hanno chiesto l'archiviazione. Giacomo Amadori
Raffaele Pernasetti fotografato nel suo ristorante a Roma
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Raffaele Pernasetti, 75 anni, detto «Er Palletta», per più di un lustro ha fatto parte del nucleo storico della Banda della Magliana (sospettato di 7 omicidi, è condannato in primo grado a quattro ergastoli; in Appello la pena è scesa a 30 anni anche per l’assoluzione per tre di quei delitti) e, questa mattina, è stato arrestato con un’accusa che non stupisce: continuava a trafficare con la droga. Nelle prime ore della mattina, i Carabinieri del Nucleo investigativo di Roma (nell'ambito di un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia della procura di Roma) hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 13 persone accusate, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico, cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi e munizioni da guerra, ricettazione, lesioni personali gravi, estorsione, tentata rapina e tentato omicidio, alcuni dei quali aggravati dall’aver agito con modalità mafiose.
L’indagine si è sviluppata tra marzo 2021 e maggio 2024 e ha consentito di sgominare una banda dedita al traffico di droga.
Pernasetti, grazie alla sua vicinanza, risalente ai primi anni Ottanta, ad alcuni importanti esponenti del clan Senese e di una cosca di ‘ndrangheta, avrebbe favorito l’attività di approvvigionamento di droga.
In particolare, una volta tornato in libertà, il leader della cosiddetta «batteria dei testaccini» avrebbe ottenuto il benestare a operare nei quartieri romani di Trastevere e Testaccio, oltre che, ovviamente, alla Magliana e al Trullo, ove negli anni Ottanta e Novanta aveva imperato.
Pernasetti (a cui è contestata la recidiva reiterata) è accusato in particolare di avere operato con Marco Casamatta e Manuel Severa, capo dell’organizzazione, entrambi arrestati nel 2024 con l’accusa di essere esecutore e mandante dell’omicidio di Cristiano Molè, componente di una nota famiglia di ‘ndrangheta. Pernasetti, insieme con Casamatta, avrebbe acquistato e ceduto 44 chilogrammi di cocaina (due forniture rispettivamente di 31 e 13 chilogrammi) e avrebbe venduto 10 chili di hashish insieme con Severa e 2 con Casamatta.
Molti degli arrestati avevano soprannomi folcloristici come «Il Matto» (Severa), «Fiore» (Casamatta), «Miliardero», «Piovra», «Lupo», «Er Cicoria» e «Perepè».
Luogo privilegiato luogo di incontri con ‘ndranghetisti ed esponenti della criminalità organizzata romana (monitorati dagli inquirenti con telecamere nascoste e microspie), era il ristorante della famiglia Pernasetti a Testaccio, «Oio a casa mia», dove lo stesso ha lavorato per anni come cuoco.
Nelle scorse settimane noi avevamo iniziato a lavorare sui reduci della Banda e, per questo, avevamo cercato un paio di volte Pernasetti nel suo locale. Anche perché una fonte ci aveva riferito che l’uomo continuava a frequentare brutti giri e a dedicarsi a business poco commendevoli. Di sera non lo avevamo trovato (ai fornelli a preparare la tipica cucina romana abbiamo visto solo cuochi extracomunitari), mentre a pranzo aveva fatto la sua comparsa e si era seduto a mangiare in una saletta appartata con il fratello e altri famigliari. Un parente si era presentato con un trolley e aveva preso parte a quella che appariva come una riunione importante a due passi dalla cucina.
Mentre i piatti tipici venivano serviti ai tavoli (trippa, nervetti, puntarelle, lingua, coda alla vaccinara e i primi della tradizione), siamo riusciti a scattare alcune foto di Pernasetti.
In aggiunta alle contestazioni relative al narcotraffico, il criminale è accusato di aver picchiato e minacciato con una pistola alla testa un meccanico per farsi pagare 8.000 euro di droga. Non avendo ottenuto i soldi, l’ex esponente della Banda della Magliana avrebbe ordinato a un gruppo di fuoco composto da tre persone (di cui avrebbe fatto parte anche Casamatta) di punire il debitore che, il 25 marzo 2024, veniva gambizzato nel quartiere della Magliana.
I Carabinieri, durante una perquisizione, hanno trovato un documento redatto con ogni probabilità da Severa. Nel testo erano indicate le «regole disciplinari» a cui tutti gli associati avrebbero dovuto attenersi e che prevedeva sanzioni economiche in caso di violazione delle regole. Ad esempio: non essere puntuale all’appuntamento costava 125 euro; comunicare su una chat sbagliata 100; parlare o scrivere cose fuori luogo 100; non cambiare telefono ogni primo del mese 250. Chi rispettava il regolamento, riceveva, invece, premi in denaro. Nello stesso manoscritto erano riportati un elenco di armi e indicazioni sulla logistica relativi a un raid punitivo in fase di realizzazione.
Le foto degli incontri di Pernasetti contenute all'interno dell'ordinanza di applicazione di misura cautelar emessa dal Tribunale ordinario di Roma
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