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2018-11-08
Babbo Renzi puntava il suo grande accusatore: «È ricattabile, indaga»
ANSA
Renzi a prendere il discorso, siamo all'8 aprile 2017: «La notizia è che questo tipo è abbastanza ricattabile perché per me bisognerebbe indagare sulla sua vita privata, eh». L'avvocato commenta: «Io la sua vita privata la conosco abbastanza bene». Tiziano insiste: «Non sapevo che aveva frequentazioni di quel tipo, pensavo tutte da un'altra parte». E i carabinieri annotano: «Risatine». «Esatto», aggiunge l'avvocato, «e quindi lui è palesemente ricattabile, insomma quindi la vita privata eh, quindi se lei lo sa di già il problema non…». Ma Bagattini è andato avanti nelle ricerche. E annuncia: «Suo figlio e il figlio di Denis Verdini fanno affari insieme». Tommaso Verdini e Aldo Gucci (figlio della compagna di Marroni) hanno aperto un ristorante insieme. La notizia, in realtà, era nota. Ma dimostra che la concentrazione in quel momento era tutta su Marroni.
D'altra parte Tiziano era stato poco più di un mese prima in Procura per il suo interrogatorio e probabilmente in quell'occasione aveva capito, anche in base alle contestazioni che gli aveva mosso l'accusa, che le dichiarazioni di Marroni l'avrebbero messo nei guai. E infatti cercò di contrastarle da subito, dicendo in modo secco ai pm che la ricostruzione di Marroni che gli avevano appena letto era falsa.
Babbo Renzi fa risalire al 2014 la conoscenza con l'ex ad di Consip. Quando Marroni era ancora l'assessore toscano alla Sanità e babbo Renzi, incaricato dall'associazione il Cireneo, cercò di piazzargli nell'ospedale Majer una statuetta della madonna di Medjugorie (i componenti del gruppo di preghiera hanno confermato la circostanza). A «propiziare (Tiziano usa questo termine, ndr)» l'incontro fu un suo lontano parente sindacalista della Cgil, Mario Renzi (col quale poi babbo Renzi verrà anche intercettato). E fissa l'ultimo rendez vous con Marroni al mese di marzo 2016. Dopo quella data, spiega babbo Renzi, «non ho più avuto modo di incontrare Marroni, non ho più avuto contatti con lui, non gli ho mai parlato dell'attività di Consip, né ho fatto pressioni su di lui al riguardo, né gli ho mai raccomandato Carlo Russo».
In questi cinque concetti è racchiusa tutta la linea difensiva del papà del Rottamatore. Una versione, però, che in quel momento contrastava con alcuni sms che si era scambiato proprio con Marroni in occasione dell'archiviazione di un procedimento nel quale babbo Renzi era indagato dalla Procura di Genova. «Si è trattato di un messaggio di cortesia», ha spiegato Tiziano, «al quale ho risposto allo stesso modo con cui rispondevo agli altri». L'inchiesta di Genova, con molta probabilità, era proprio una di quelle storie alle quali babbo Renzi ha fatto riferimento quando ha illustrato la sua versione ai magistrati: «Posso pensare di essere un facile bersaglio per essere stato coinvolto in tante vicende, le più strane». Mai, però, ha sostenuto Tiziano, «ho fatto coincidere la mia felicità con il possesso».
Con Marroni, insomma, babbo Renzi parlò solo della madonnina. «Parola d'onore, ci ho parlato solo per la madonnina nel piazzale», ripete a telefono a Mario, il sindacalista che «propiziò» l'incontro e che insieme a Tiziano finì pure nelle carte dell'inchiesta di Genova (poi archiviata) per un prestito con cui babbo Renzi riscattò un libretto di pegno della moglie. E anche molte altre telefonate trascritte dai carabinieri sono con interlocutori già finiti nei guai con Tiziano. Uno della rete telefonica di babbo Renzi, ad esempio, è Franco Bonciani, amico di lunga data dei Renzi. Diventò segretario del Partito democratico di Rignano sull'Arno dopo le dimissioni di babbo Renzi, che era indagato a Genova. Poi è stato costretto a dimettersi anche lui per un'indagine su una turbativa d'asta per la gestione delle piscine comunali di Firenze. Nelle telefonate dell'indagine sulle fughe di notizie di Consip, Bonciani in un primo momento viene indicato dai carabinieri con un generico «Uomo». E con lui il babbo si sfoga per i titoli dei giornali: «Il Giglio tragico», «Babbo fatale», eccetera. Bonciani lo provoca: «Ora viene fuori anche che tu sei amico di Verdini». «Ma io non lo conosco», afferma Tiziano, «Ci credi che non lo conosco?». Bonciani, però, ironizza: «Sei una merda! Non conosci una sega!». Poi, però, con lui introduce l'argomento Lorenzini.
Daniele Lorenzini è diventato sindaco a Rignano nel giugno 2017, battendo di gran lunga la candidata sulla quale avevano puntato i Renzi. All'indomani della sconfitta Tiziano aveva dribblato i giornalisti dicendo semplicemente: «Sono un pensionato, non ho nulla da commentare». A telefono, però, prima del voto, brigava per affondare Lorenzini. «Gli si mette contro un candidato del Pd», dice babbo Renzi, mentre Bonciani cerca di calmarlo: «Ascolta, ragioniamo, ora vediamo di sbollire un pochino... tanto ci si vede doman l'altro sera e se ne parla anche lì in qualche maniera». Poi, con Roberto Billy Bargilli, l'autista del camper con cui Matteo ha girato l'Italia, autore del messaggino intercettato inviato a Carlo Russo («Il babbo mi ha detto di dirti non lo chiamare e non gli mandare sms»), si inalbera: «Ascolta me! Il Lorenzini sembra che abbia detto al Bonciani che si può chiedere le dimissioni per l'sms». E Bargilli esclama: «Porca maiala!». Renzi lo richiama: «Ascolta! Primo: io ho mandato un sms e non sono indagato ma sono persona informata sui fatti. Te t'hanno interrogato e a me no. Se mi dimetto io ti devi dimettere anche te».
La buona notizia arriva a Tiziano da Sergio Staino, che lo chiama preoccupato perché «sul Sole hanno scritto che saresti in combutta per fare fuori il direttore dell'Unità (allora diretta da Staino,ndr)». Il babbo ci scherza su sembra parlare come se fosse l'editore. Poi il direttore gli dice: «Hanno tolto l'indagine a Woodcock». E Tiziano lo ringrazia: «Che bella notizia».
Fabio Amendolara
Marroni pure nel mirino di Russo: «Lo faccio piangere, gli faccio il c...»
È il personaggio più misterioso di tutta l'inchiesta Consip. Non ha mai voluto parlare con i magistrati e per questo rischia di finire a processo con l'accusa di millantato credito per aver fatto il nome di pubblici ufficiali che sarebbero stati sotto il suo controllo. Stiamo parlando di Carlo Russo, che dall'inizio dell'inchiesta gioca a fare il duro e a non parlare. In attesa, forse, di un premio. Ma anche se dopo il disvelamento dell'inchiesta Consip ha smesso di parlare al telefono, i carabinieri sono riusciti a strappargli qualche intercettazione in auto. E anche dentro alla macchina Russo si è mosso da par suo, sparandole davvero grosse.
Il 15 aprile 2017 Russo si trova in auto con una donna e un certo Simone, parlano dell'inchiesta e Russo confida che il vostro cronista sarebbe andato sotto casa sua. Sino a qui tutto vero. In effetti abbiamo suonato al campanello e abbiamo aspettato qualche ora sotto la lussuosa palazzina. Ma Carletto condisce la notizia con una delle sue proverbiali sparate. Leggiamo il brogliaccio: «Carlo dice che Amadori gli ha proposto, in accordo con il suo direttore Belpietro, gli ha offerto 350.000 euro per un'intervista e Carlo ha rifiutato». Non è finita. Russo dice di averne «parlato con Tommaso Nannicini (sottosegretario con Renzi alla presidenza del Consiglio dei ministri) che gli ha riferito che stanno facendo delle verifiche in quanto sembra che La Verità abbia ricevuto un finanziamento da 10 milioni di euro per fare una campagna contro Renzi». Peccato che a pagare per leggere le notizie in anteprima che trovate sul nostro quotidiano siano solo i lettori.
Ma, a dire il vero, anche l'amico di Russo, Tiziano Renzi, all'epoca coindagato del piccolo lobbista di Scandicci, ha una visione distorta del nostro giornale. In una conversazione con il parente Mario Renzi, di professione sindacalista, sproloquia: «C'è Belpietro, ha preso 11 milioni di euro da Angelucci (editore di Libero ndr), quello là su dai coglioni ne ha messi 4 sulla Verità, perde i soldi, ma l'importante è che fa fuori Matteo». Una vera ossessione quella del Giglio magico per il nostro giornale.
Ma anche gli inquirenti, nell'indagine Consip, hanno mostrato di essere molto incuriositi dal nostro lavoro e dalle nostre fonti, al punto di utilizzare i numeri di cellulari dei cronisti per ricostruire i loro spostamenti. Nelle carte sono state depositate le trascrizioni delle nostre interviste a persone informate dei fatti e un investigatore è stato costretto a indicare come propria fonte il vostro cronista colpevole di aver suggerito di sentire come testimone uno dei personaggi citati con nome e cognome nei nostri articoli. Un suggerimento degno di monsieur Jacques de La Palice. Ma torniamo a Russo. Nelle intercettazioni si esibisce in azzeccati vaticini e dice «che probabilmente Tiziano verrà scagionato e forse pure lui, anche se per lui c'è un problema, tolte intercettazioni e pizzini, di Luigi Marroni», all'epoca ad di Consip e grande accusatore del Giglio magico. Russo ha un sussulto: «Ma Marroni lo distruggo, Marroni gli faccio un culo come un paiolo, poverino, guarda lo faccio piangere veramente». Eppure nell'agenda di Marroni lui era indicato con deferenza alla voce presidenza del Consiglio dei ministri.
In fondo, Russo, per difendere Palazzo Chigi è pronto a tutto. Come gli avrebbe riconosciuto un amico: «Marco mi ha detto: “In questo momento tu sei come nel film Attacco al potere, sei la guardia del corpo del presidente, si sacrificano per lui"».
Russo si vanta, sempre captato dagli investigatori, di non aver fiatato con i giornalisti: «Nannicini mi ha detto che anche Matteo ha apprezzato molto e io ci credo». Del resto sul suo profilo Facebook si legge ancora: «Io sto con Matteo Renzi».
Mentre viene intercettato il lobbista di Scandicci è alla ricerca «del coso» per scovare le microspie: «Me lo porterò sempre dietro d'ora in poi, dovunque vada, in qualsiasi ufficio, in qualsiasi posto».
In un'altra registrazione Russo fa sapere che non gli interessa fare il parlamentare «anche perché guadagno troppo di più a fare così e mi faccio i cazzi miei».
Interessante anche quello che viene sequestrato a Russo durante le perquisizioni dell'1 marzo 2017. L'armamentario del perfetto lobbista. La prima parte si è svolta all'hotel Imperiale di via Veneto a Roma dove Russo soggiornava. Qui gli investigatori hanno trovato tre cellulari, nove pen drive, un documento di Rfi, un paio di nomi appuntati su foglietti, cinque curriculum e una mail inviata a uno studio legale.
Quindi i carabinieri si sono diretti nella bella casa di Scandicci, composta da attico e super attico (otto stanze e quattro bagni). Qui hanno rinvenuto tre computer, due tablet, tre telefonini, altre quattro pennette, una busta bianca con 10.000 euro in banconote da 200 e un'altra busta con 3.200 euro sempre in pezzi dello stesso taglio. Un malloppo interamente di fogli verdi, con cui Russo, come dimostrano le intercettazioni, pagava pure la pizza. Nell'appartamento gli investigatori hanno trovato anche «una sorta di dossier Alfredo Romeo» di cinque pagine, quattro fogli intestati Consip con sopra scritto a penna «Gara nuova», due carnet di assegni esauriti, sette buoni fruttiferi intestati ai due figli minorenni, due libretti di risparmio, tre confezioni regalo della Cartier, una ricevuta per 15 penne della stessa prestigiosa marca, sette buste del Monte dei Paschi di Siena indirizzate a un collega della Ceg elettronica (dove Russo era responsabile dei rapporti istituzionali) e, infine, immancabili, due curriculum, quello di un generale di brigata in congedo dei carabinieri e quello di Silvio Gizzi, amministratore delegato di Grandi stazioni, già coinvolto nell'inchiesta Consip per colpa di Russo. Per Gizzi i pm di Roma hanno chiesto l'archiviazione.
Giacomo Amadori
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Intercettato, Tiziano Renzi dice all'avvocato di scavare nella vita privata di Marroni: «Non pensavo avesse frequentazioni di quel tipo...».L'amico che millantava amicizie altolocate, al telefono giurava vendetta all'ex ad di Consip. Poi il delirio complottista sul nostro giornale: «Maurizio Belpietro ha preso 10 milioni per farci una campagna contro».Lo speciale contiene due articoli Renzi a prendere il discorso, siamo all'8 aprile 2017: «La notizia è che questo tipo è abbastanza ricattabile perché per me bisognerebbe indagare sulla sua vita privata, eh». L'avvocato commenta: «Io la sua vita privata la conosco abbastanza bene». Tiziano insiste: «Non sapevo che aveva frequentazioni di quel tipo, pensavo tutte da un'altra parte». E i carabinieri annotano: «Risatine». «Esatto», aggiunge l'avvocato, «e quindi lui è palesemente ricattabile, insomma quindi la vita privata eh, quindi se lei lo sa di già il problema non…». Ma Bagattini è andato avanti nelle ricerche. E annuncia: «Suo figlio e il figlio di Denis Verdini fanno affari insieme». Tommaso Verdini e Aldo Gucci (figlio della compagna di Marroni) hanno aperto un ristorante insieme. La notizia, in realtà, era nota. Ma dimostra che la concentrazione in quel momento era tutta su Marroni.D'altra parte Tiziano era stato poco più di un mese prima in Procura per il suo interrogatorio e probabilmente in quell'occasione aveva capito, anche in base alle contestazioni che gli aveva mosso l'accusa, che le dichiarazioni di Marroni l'avrebbero messo nei guai. E infatti cercò di contrastarle da subito, dicendo in modo secco ai pm che la ricostruzione di Marroni che gli avevano appena letto era falsa.Babbo Renzi fa risalire al 2014 la conoscenza con l'ex ad di Consip. Quando Marroni era ancora l'assessore toscano alla Sanità e babbo Renzi, incaricato dall'associazione il Cireneo, cercò di piazzargli nell'ospedale Majer una statuetta della madonna di Medjugorie (i componenti del gruppo di preghiera hanno confermato la circostanza). A «propiziare (Tiziano usa questo termine, ndr)» l'incontro fu un suo lontano parente sindacalista della Cgil, Mario Renzi (col quale poi babbo Renzi verrà anche intercettato). E fissa l'ultimo rendez vous con Marroni al mese di marzo 2016. Dopo quella data, spiega babbo Renzi, «non ho più avuto modo di incontrare Marroni, non ho più avuto contatti con lui, non gli ho mai parlato dell'attività di Consip, né ho fatto pressioni su di lui al riguardo, né gli ho mai raccomandato Carlo Russo». In questi cinque concetti è racchiusa tutta la linea difensiva del papà del Rottamatore. Una versione, però, che in quel momento contrastava con alcuni sms che si era scambiato proprio con Marroni in occasione dell'archiviazione di un procedimento nel quale babbo Renzi era indagato dalla Procura di Genova. «Si è trattato di un messaggio di cortesia», ha spiegato Tiziano, «al quale ho risposto allo stesso modo con cui rispondevo agli altri». L'inchiesta di Genova, con molta probabilità, era proprio una di quelle storie alle quali babbo Renzi ha fatto riferimento quando ha illustrato la sua versione ai magistrati: «Posso pensare di essere un facile bersaglio per essere stato coinvolto in tante vicende, le più strane». Mai, però, ha sostenuto Tiziano, «ho fatto coincidere la mia felicità con il possesso».Con Marroni, insomma, babbo Renzi parlò solo della madonnina. «Parola d'onore, ci ho parlato solo per la madonnina nel piazzale», ripete a telefono a Mario, il sindacalista che «propiziò» l'incontro e che insieme a Tiziano finì pure nelle carte dell'inchiesta di Genova (poi archiviata) per un prestito con cui babbo Renzi riscattò un libretto di pegno della moglie. E anche molte altre telefonate trascritte dai carabinieri sono con interlocutori già finiti nei guai con Tiziano. Uno della rete telefonica di babbo Renzi, ad esempio, è Franco Bonciani, amico di lunga data dei Renzi. Diventò segretario del Partito democratico di Rignano sull'Arno dopo le dimissioni di babbo Renzi, che era indagato a Genova. Poi è stato costretto a dimettersi anche lui per un'indagine su una turbativa d'asta per la gestione delle piscine comunali di Firenze. Nelle telefonate dell'indagine sulle fughe di notizie di Consip, Bonciani in un primo momento viene indicato dai carabinieri con un generico «Uomo». E con lui il babbo si sfoga per i titoli dei giornali: «Il Giglio tragico», «Babbo fatale», eccetera. Bonciani lo provoca: «Ora viene fuori anche che tu sei amico di Verdini». «Ma io non lo conosco», afferma Tiziano, «Ci credi che non lo conosco?». Bonciani, però, ironizza: «Sei una merda! Non conosci una sega!». Poi, però, con lui introduce l'argomento Lorenzini.Daniele Lorenzini è diventato sindaco a Rignano nel giugno 2017, battendo di gran lunga la candidata sulla quale avevano puntato i Renzi. All'indomani della sconfitta Tiziano aveva dribblato i giornalisti dicendo semplicemente: «Sono un pensionato, non ho nulla da commentare». A telefono, però, prima del voto, brigava per affondare Lorenzini. «Gli si mette contro un candidato del Pd», dice babbo Renzi, mentre Bonciani cerca di calmarlo: «Ascolta, ragioniamo, ora vediamo di sbollire un pochino... tanto ci si vede doman l'altro sera e se ne parla anche lì in qualche maniera». Poi, con Roberto Billy Bargilli, l'autista del camper con cui Matteo ha girato l'Italia, autore del messaggino intercettato inviato a Carlo Russo («Il babbo mi ha detto di dirti non lo chiamare e non gli mandare sms»), si inalbera: «Ascolta me! Il Lorenzini sembra che abbia detto al Bonciani che si può chiedere le dimissioni per l'sms». E Bargilli esclama: «Porca maiala!». Renzi lo richiama: «Ascolta! Primo: io ho mandato un sms e non sono indagato ma sono persona informata sui fatti. Te t'hanno interrogato e a me no. Se mi dimetto io ti devi dimettere anche te». La buona notizia arriva a Tiziano da Sergio Staino, che lo chiama preoccupato perché «sul Sole hanno scritto che saresti in combutta per fare fuori il direttore dell'Unità (allora diretta da Staino,ndr)». Il babbo ci scherza su sembra parlare come se fosse l'editore. Poi il direttore gli dice: «Hanno tolto l'indagine a Woodcock». E Tiziano lo ringrazia: «Che bella notizia».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/babbo-renzi-puntava-il-suo-grande-accusatore-e-ricattabile-indaga-2618576599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="marroni-pure-nel-mirino-di-russo-lo-faccio-piangere-gli-faccio-il-c" data-post-id="2618576599" data-published-at="1781543157" data-use-pagination="False"> Marroni pure nel mirino di Russo: «Lo faccio piangere, gli faccio il c...» È il personaggio più misterioso di tutta l'inchiesta Consip. Non ha mai voluto parlare con i magistrati e per questo rischia di finire a processo con l'accusa di millantato credito per aver fatto il nome di pubblici ufficiali che sarebbero stati sotto il suo controllo. Stiamo parlando di Carlo Russo, che dall'inizio dell'inchiesta gioca a fare il duro e a non parlare. In attesa, forse, di un premio. Ma anche se dopo il disvelamento dell'inchiesta Consip ha smesso di parlare al telefono, i carabinieri sono riusciti a strappargli qualche intercettazione in auto. E anche dentro alla macchina Russo si è mosso da par suo, sparandole davvero grosse. Il 15 aprile 2017 Russo si trova in auto con una donna e un certo Simone, parlano dell'inchiesta e Russo confida che il vostro cronista sarebbe andato sotto casa sua. Sino a qui tutto vero. In effetti abbiamo suonato al campanello e abbiamo aspettato qualche ora sotto la lussuosa palazzina. Ma Carletto condisce la notizia con una delle sue proverbiali sparate. Leggiamo il brogliaccio: «Carlo dice che Amadori gli ha proposto, in accordo con il suo direttore Belpietro, gli ha offerto 350.000 euro per un'intervista e Carlo ha rifiutato». Non è finita. Russo dice di averne «parlato con Tommaso Nannicini (sottosegretario con Renzi alla presidenza del Consiglio dei ministri) che gli ha riferito che stanno facendo delle verifiche in quanto sembra che La Verità abbia ricevuto un finanziamento da 10 milioni di euro per fare una campagna contro Renzi». Peccato che a pagare per leggere le notizie in anteprima che trovate sul nostro quotidiano siano solo i lettori. Ma, a dire il vero, anche l'amico di Russo, Tiziano Renzi, all'epoca coindagato del piccolo lobbista di Scandicci, ha una visione distorta del nostro giornale. In una conversazione con il parente Mario Renzi, di professione sindacalista, sproloquia: «C'è Belpietro, ha preso 11 milioni di euro da Angelucci (editore di Libero ndr), quello là su dai coglioni ne ha messi 4 sulla Verità, perde i soldi, ma l'importante è che fa fuori Matteo». Una vera ossessione quella del Giglio magico per il nostro giornale. Ma anche gli inquirenti, nell'indagine Consip, hanno mostrato di essere molto incuriositi dal nostro lavoro e dalle nostre fonti, al punto di utilizzare i numeri di cellulari dei cronisti per ricostruire i loro spostamenti. Nelle carte sono state depositate le trascrizioni delle nostre interviste a persone informate dei fatti e un investigatore è stato costretto a indicare come propria fonte il vostro cronista colpevole di aver suggerito di sentire come testimone uno dei personaggi citati con nome e cognome nei nostri articoli. Un suggerimento degno di monsieur Jacques de La Palice. Ma torniamo a Russo. Nelle intercettazioni si esibisce in azzeccati vaticini e dice «che probabilmente Tiziano verrà scagionato e forse pure lui, anche se per lui c'è un problema, tolte intercettazioni e pizzini, di Luigi Marroni», all'epoca ad di Consip e grande accusatore del Giglio magico. Russo ha un sussulto: «Ma Marroni lo distruggo, Marroni gli faccio un culo come un paiolo, poverino, guarda lo faccio piangere veramente». Eppure nell'agenda di Marroni lui era indicato con deferenza alla voce presidenza del Consiglio dei ministri. In fondo, Russo, per difendere Palazzo Chigi è pronto a tutto. Come gli avrebbe riconosciuto un amico: «Marco mi ha detto: “In questo momento tu sei come nel film Attacco al potere, sei la guardia del corpo del presidente, si sacrificano per lui"». Russo si vanta, sempre captato dagli investigatori, di non aver fiatato con i giornalisti: «Nannicini mi ha detto che anche Matteo ha apprezzato molto e io ci credo». Del resto sul suo profilo Facebook si legge ancora: «Io sto con Matteo Renzi». Mentre viene intercettato il lobbista di Scandicci è alla ricerca «del coso» per scovare le microspie: «Me lo porterò sempre dietro d'ora in poi, dovunque vada, in qualsiasi ufficio, in qualsiasi posto». In un'altra registrazione Russo fa sapere che non gli interessa fare il parlamentare «anche perché guadagno troppo di più a fare così e mi faccio i cazzi miei». Interessante anche quello che viene sequestrato a Russo durante le perquisizioni dell'1 marzo 2017. L'armamentario del perfetto lobbista. La prima parte si è svolta all'hotel Imperiale di via Veneto a Roma dove Russo soggiornava. Qui gli investigatori hanno trovato tre cellulari, nove pen drive, un documento di Rfi, un paio di nomi appuntati su foglietti, cinque curriculum e una mail inviata a uno studio legale. Quindi i carabinieri si sono diretti nella bella casa di Scandicci, composta da attico e super attico (otto stanze e quattro bagni). Qui hanno rinvenuto tre computer, due tablet, tre telefonini, altre quattro pennette, una busta bianca con 10.000 euro in banconote da 200 e un'altra busta con 3.200 euro sempre in pezzi dello stesso taglio. Un malloppo interamente di fogli verdi, con cui Russo, come dimostrano le intercettazioni, pagava pure la pizza. Nell'appartamento gli investigatori hanno trovato anche «una sorta di dossier Alfredo Romeo» di cinque pagine, quattro fogli intestati Consip con sopra scritto a penna «Gara nuova», due carnet di assegni esauriti, sette buoni fruttiferi intestati ai due figli minorenni, due libretti di risparmio, tre confezioni regalo della Cartier, una ricevuta per 15 penne della stessa prestigiosa marca, sette buste del Monte dei Paschi di Siena indirizzate a un collega della Ceg elettronica (dove Russo era responsabile dei rapporti istituzionali) e, infine, immancabili, due curriculum, quello di un generale di brigata in congedo dei carabinieri e quello di Silvio Gizzi, amministratore delegato di Grandi stazioni, già coinvolto nell'inchiesta Consip per colpa di Russo. Per Gizzi i pm di Roma hanno chiesto l'archiviazione. Giacomo Amadori
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Molti testimoni oculari raccontano che a Mekelle, capitale della regione, miliziani armati si aggirano per mercati e luoghi di aggregazione e costringono i giovani ad arruolarsi a forza. Per il momento si tratterebbe di alcune centinaia di ragazzi, ma non si conosce la reale entità militare di questo gruppo dissidente.
Il comitato centrale del FPLT non ha preso nessuna posizione ufficiale su queste notizie e nonostante abbia ribadito di rispettare gli accordi firmati in Sudafrica, il governo federale li guarda con estrema diffidenza. Il conflitto in Tigray, combattuto tra il novembre 2020 e il novembre 2022, ha causato la morte di circa 600.000 persone, senza contare le centinaia di migliaia di profughi, gli stupri e la distruzione sistematica delle chiese da parte delle forze musulmane arrivate dalla vicina Eritrea.
Il premier Abiy Ahmed, che nel 2019 aveva vinto il Premio Nobel per la Pace proprio per aver posto fine alla guerra con l’Eritrea, ha usato i suoi nuovi alleati per una vera pulizia etnica contro il popolo tigrino. Un autentico genocidio che ha messo ancora una volta in discussione la logica con cui vengono assegnati i premi Nobel per la Pace. Visto il rapido deterioramento della situazione, è già arrivato nella nazione del Corno d’Africa, l’ex presidente della Nigeria. Olusegun Obasanjo, l’uomo che aveva organizzato per conto dell’Unione Africana il meeting di Pretoria, dove era stata siglata la pace. Obasanjo dopo un rapido confronto ad Addis Abeba si e subito recato in Tigray, incontrando alcuni uomini uomini politici locali per cercare una soluzione che possa evitare un conflitto aperto. Il Primo ministro Abiy Ahmed, ancora in attesa del risultato delle elezioni che che si prevedono essere un trionfo per il suo partito, non ha voluto commentare la situazione in Tigray, mentre l’ex presidente della regione e il capo dei servizi segreti etiopi avevano lanciato un allarme dichiarando che la tensione stava salendo rapidamente. I tigrini sono sempre stati parte del governo etiope occupando tutti i ruoli chiave, ma dall’arrivo di Abiy Ahmed nel 2018, di etnia Oromo, sono stati esclusi dal potere.
Dopo una serie di trattative politiche il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT) ha deciso di prendere le armi con un progetto che prevedeva la secessione. Dopo due anni di scontri sanguinosi come detto era stata firmata una traballante pace, ma una parte degli abitanti del Tigray hanno continuato a sentirsi esclusi dalle decisioni nazionali. Mentre i leader del FPLT continuano a negare un imminente ritorno alle armi, l’arrivo di un mediatore internazionale del calibro dell’ex presidente nigeriano può significare soltanto che il governo di Addis Abeba tema il peggio. I rapporti con l’Eritrea, stato confinante con la regione del Tigray, sono tornati estremamente tesi ed oggi gli eritrei potrebbero appoggiare le velleità indipendentiste tigrine, con il preciso intento di destabilizzare l’Etiopia. Con le regioni Amhara ed Oromo, terra natale del Primo ministro, in stato di agitazione ed entrambe provviste di milizie armate ed addestrate gli equilibri tribali del paese del Corno d’Africa potrebbero saltare.
L’Etiopia, nonostante tutto, rimane una potenza regionale ed un membro del gruppo economico dei Brics, l’alleanza formata da Brasile, Cina, India, Sud Africa e Russia. Addis Abeba è anche un pilastro del Piano Mattei dalla sua inaugurazione e la sua stabilità è fondamentale per quasi tutta l’Africa orientale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi ci spiega perché il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura.
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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