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2018-11-08
Babbo Renzi puntava il suo grande accusatore: «È ricattabile, indaga»
ANSA
Renzi a prendere il discorso, siamo all'8 aprile 2017: «La notizia è che questo tipo è abbastanza ricattabile perché per me bisognerebbe indagare sulla sua vita privata, eh». L'avvocato commenta: «Io la sua vita privata la conosco abbastanza bene». Tiziano insiste: «Non sapevo che aveva frequentazioni di quel tipo, pensavo tutte da un'altra parte». E i carabinieri annotano: «Risatine». «Esatto», aggiunge l'avvocato, «e quindi lui è palesemente ricattabile, insomma quindi la vita privata eh, quindi se lei lo sa di già il problema non…». Ma Bagattini è andato avanti nelle ricerche. E annuncia: «Suo figlio e il figlio di Denis Verdini fanno affari insieme». Tommaso Verdini e Aldo Gucci (figlio della compagna di Marroni) hanno aperto un ristorante insieme. La notizia, in realtà, era nota. Ma dimostra che la concentrazione in quel momento era tutta su Marroni.
D'altra parte Tiziano era stato poco più di un mese prima in Procura per il suo interrogatorio e probabilmente in quell'occasione aveva capito, anche in base alle contestazioni che gli aveva mosso l'accusa, che le dichiarazioni di Marroni l'avrebbero messo nei guai. E infatti cercò di contrastarle da subito, dicendo in modo secco ai pm che la ricostruzione di Marroni che gli avevano appena letto era falsa.
Babbo Renzi fa risalire al 2014 la conoscenza con l'ex ad di Consip. Quando Marroni era ancora l'assessore toscano alla Sanità e babbo Renzi, incaricato dall'associazione il Cireneo, cercò di piazzargli nell'ospedale Majer una statuetta della madonna di Medjugorie (i componenti del gruppo di preghiera hanno confermato la circostanza). A «propiziare (Tiziano usa questo termine, ndr)» l'incontro fu un suo lontano parente sindacalista della Cgil, Mario Renzi (col quale poi babbo Renzi verrà anche intercettato). E fissa l'ultimo rendez vous con Marroni al mese di marzo 2016. Dopo quella data, spiega babbo Renzi, «non ho più avuto modo di incontrare Marroni, non ho più avuto contatti con lui, non gli ho mai parlato dell'attività di Consip, né ho fatto pressioni su di lui al riguardo, né gli ho mai raccomandato Carlo Russo».
In questi cinque concetti è racchiusa tutta la linea difensiva del papà del Rottamatore. Una versione, però, che in quel momento contrastava con alcuni sms che si era scambiato proprio con Marroni in occasione dell'archiviazione di un procedimento nel quale babbo Renzi era indagato dalla Procura di Genova. «Si è trattato di un messaggio di cortesia», ha spiegato Tiziano, «al quale ho risposto allo stesso modo con cui rispondevo agli altri». L'inchiesta di Genova, con molta probabilità, era proprio una di quelle storie alle quali babbo Renzi ha fatto riferimento quando ha illustrato la sua versione ai magistrati: «Posso pensare di essere un facile bersaglio per essere stato coinvolto in tante vicende, le più strane». Mai, però, ha sostenuto Tiziano, «ho fatto coincidere la mia felicità con il possesso».
Con Marroni, insomma, babbo Renzi parlò solo della madonnina. «Parola d'onore, ci ho parlato solo per la madonnina nel piazzale», ripete a telefono a Mario, il sindacalista che «propiziò» l'incontro e che insieme a Tiziano finì pure nelle carte dell'inchiesta di Genova (poi archiviata) per un prestito con cui babbo Renzi riscattò un libretto di pegno della moglie. E anche molte altre telefonate trascritte dai carabinieri sono con interlocutori già finiti nei guai con Tiziano. Uno della rete telefonica di babbo Renzi, ad esempio, è Franco Bonciani, amico di lunga data dei Renzi. Diventò segretario del Partito democratico di Rignano sull'Arno dopo le dimissioni di babbo Renzi, che era indagato a Genova. Poi è stato costretto a dimettersi anche lui per un'indagine su una turbativa d'asta per la gestione delle piscine comunali di Firenze. Nelle telefonate dell'indagine sulle fughe di notizie di Consip, Bonciani in un primo momento viene indicato dai carabinieri con un generico «Uomo». E con lui il babbo si sfoga per i titoli dei giornali: «Il Giglio tragico», «Babbo fatale», eccetera. Bonciani lo provoca: «Ora viene fuori anche che tu sei amico di Verdini». «Ma io non lo conosco», afferma Tiziano, «Ci credi che non lo conosco?». Bonciani, però, ironizza: «Sei una merda! Non conosci una sega!». Poi, però, con lui introduce l'argomento Lorenzini.
Daniele Lorenzini è diventato sindaco a Rignano nel giugno 2017, battendo di gran lunga la candidata sulla quale avevano puntato i Renzi. All'indomani della sconfitta Tiziano aveva dribblato i giornalisti dicendo semplicemente: «Sono un pensionato, non ho nulla da commentare». A telefono, però, prima del voto, brigava per affondare Lorenzini. «Gli si mette contro un candidato del Pd», dice babbo Renzi, mentre Bonciani cerca di calmarlo: «Ascolta, ragioniamo, ora vediamo di sbollire un pochino... tanto ci si vede doman l'altro sera e se ne parla anche lì in qualche maniera». Poi, con Roberto Billy Bargilli, l'autista del camper con cui Matteo ha girato l'Italia, autore del messaggino intercettato inviato a Carlo Russo («Il babbo mi ha detto di dirti non lo chiamare e non gli mandare sms»), si inalbera: «Ascolta me! Il Lorenzini sembra che abbia detto al Bonciani che si può chiedere le dimissioni per l'sms». E Bargilli esclama: «Porca maiala!». Renzi lo richiama: «Ascolta! Primo: io ho mandato un sms e non sono indagato ma sono persona informata sui fatti. Te t'hanno interrogato e a me no. Se mi dimetto io ti devi dimettere anche te».
La buona notizia arriva a Tiziano da Sergio Staino, che lo chiama preoccupato perché «sul Sole hanno scritto che saresti in combutta per fare fuori il direttore dell'Unità (allora diretta da Staino,ndr)». Il babbo ci scherza su sembra parlare come se fosse l'editore. Poi il direttore gli dice: «Hanno tolto l'indagine a Woodcock». E Tiziano lo ringrazia: «Che bella notizia».
Fabio Amendolara
Marroni pure nel mirino di Russo: «Lo faccio piangere, gli faccio il c...»
È il personaggio più misterioso di tutta l'inchiesta Consip. Non ha mai voluto parlare con i magistrati e per questo rischia di finire a processo con l'accusa di millantato credito per aver fatto il nome di pubblici ufficiali che sarebbero stati sotto il suo controllo. Stiamo parlando di Carlo Russo, che dall'inizio dell'inchiesta gioca a fare il duro e a non parlare. In attesa, forse, di un premio. Ma anche se dopo il disvelamento dell'inchiesta Consip ha smesso di parlare al telefono, i carabinieri sono riusciti a strappargli qualche intercettazione in auto. E anche dentro alla macchina Russo si è mosso da par suo, sparandole davvero grosse.
Il 15 aprile 2017 Russo si trova in auto con una donna e un certo Simone, parlano dell'inchiesta e Russo confida che il vostro cronista sarebbe andato sotto casa sua. Sino a qui tutto vero. In effetti abbiamo suonato al campanello e abbiamo aspettato qualche ora sotto la lussuosa palazzina. Ma Carletto condisce la notizia con una delle sue proverbiali sparate. Leggiamo il brogliaccio: «Carlo dice che Amadori gli ha proposto, in accordo con il suo direttore Belpietro, gli ha offerto 350.000 euro per un'intervista e Carlo ha rifiutato». Non è finita. Russo dice di averne «parlato con Tommaso Nannicini (sottosegretario con Renzi alla presidenza del Consiglio dei ministri) che gli ha riferito che stanno facendo delle verifiche in quanto sembra che La Verità abbia ricevuto un finanziamento da 10 milioni di euro per fare una campagna contro Renzi». Peccato che a pagare per leggere le notizie in anteprima che trovate sul nostro quotidiano siano solo i lettori.
Ma, a dire il vero, anche l'amico di Russo, Tiziano Renzi, all'epoca coindagato del piccolo lobbista di Scandicci, ha una visione distorta del nostro giornale. In una conversazione con il parente Mario Renzi, di professione sindacalista, sproloquia: «C'è Belpietro, ha preso 11 milioni di euro da Angelucci (editore di Libero ndr), quello là su dai coglioni ne ha messi 4 sulla Verità, perde i soldi, ma l'importante è che fa fuori Matteo». Una vera ossessione quella del Giglio magico per il nostro giornale.
Ma anche gli inquirenti, nell'indagine Consip, hanno mostrato di essere molto incuriositi dal nostro lavoro e dalle nostre fonti, al punto di utilizzare i numeri di cellulari dei cronisti per ricostruire i loro spostamenti. Nelle carte sono state depositate le trascrizioni delle nostre interviste a persone informate dei fatti e un investigatore è stato costretto a indicare come propria fonte il vostro cronista colpevole di aver suggerito di sentire come testimone uno dei personaggi citati con nome e cognome nei nostri articoli. Un suggerimento degno di monsieur Jacques de La Palice. Ma torniamo a Russo. Nelle intercettazioni si esibisce in azzeccati vaticini e dice «che probabilmente Tiziano verrà scagionato e forse pure lui, anche se per lui c'è un problema, tolte intercettazioni e pizzini, di Luigi Marroni», all'epoca ad di Consip e grande accusatore del Giglio magico. Russo ha un sussulto: «Ma Marroni lo distruggo, Marroni gli faccio un culo come un paiolo, poverino, guarda lo faccio piangere veramente». Eppure nell'agenda di Marroni lui era indicato con deferenza alla voce presidenza del Consiglio dei ministri.
In fondo, Russo, per difendere Palazzo Chigi è pronto a tutto. Come gli avrebbe riconosciuto un amico: «Marco mi ha detto: “In questo momento tu sei come nel film Attacco al potere, sei la guardia del corpo del presidente, si sacrificano per lui"».
Russo si vanta, sempre captato dagli investigatori, di non aver fiatato con i giornalisti: «Nannicini mi ha detto che anche Matteo ha apprezzato molto e io ci credo». Del resto sul suo profilo Facebook si legge ancora: «Io sto con Matteo Renzi».
Mentre viene intercettato il lobbista di Scandicci è alla ricerca «del coso» per scovare le microspie: «Me lo porterò sempre dietro d'ora in poi, dovunque vada, in qualsiasi ufficio, in qualsiasi posto».
In un'altra registrazione Russo fa sapere che non gli interessa fare il parlamentare «anche perché guadagno troppo di più a fare così e mi faccio i cazzi miei».
Interessante anche quello che viene sequestrato a Russo durante le perquisizioni dell'1 marzo 2017. L'armamentario del perfetto lobbista. La prima parte si è svolta all'hotel Imperiale di via Veneto a Roma dove Russo soggiornava. Qui gli investigatori hanno trovato tre cellulari, nove pen drive, un documento di Rfi, un paio di nomi appuntati su foglietti, cinque curriculum e una mail inviata a uno studio legale.
Quindi i carabinieri si sono diretti nella bella casa di Scandicci, composta da attico e super attico (otto stanze e quattro bagni). Qui hanno rinvenuto tre computer, due tablet, tre telefonini, altre quattro pennette, una busta bianca con 10.000 euro in banconote da 200 e un'altra busta con 3.200 euro sempre in pezzi dello stesso taglio. Un malloppo interamente di fogli verdi, con cui Russo, come dimostrano le intercettazioni, pagava pure la pizza. Nell'appartamento gli investigatori hanno trovato anche «una sorta di dossier Alfredo Romeo» di cinque pagine, quattro fogli intestati Consip con sopra scritto a penna «Gara nuova», due carnet di assegni esauriti, sette buoni fruttiferi intestati ai due figli minorenni, due libretti di risparmio, tre confezioni regalo della Cartier, una ricevuta per 15 penne della stessa prestigiosa marca, sette buste del Monte dei Paschi di Siena indirizzate a un collega della Ceg elettronica (dove Russo era responsabile dei rapporti istituzionali) e, infine, immancabili, due curriculum, quello di un generale di brigata in congedo dei carabinieri e quello di Silvio Gizzi, amministratore delegato di Grandi stazioni, già coinvolto nell'inchiesta Consip per colpa di Russo. Per Gizzi i pm di Roma hanno chiesto l'archiviazione.
Giacomo Amadori
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Intercettato, Tiziano Renzi dice all'avvocato di scavare nella vita privata di Marroni: «Non pensavo avesse frequentazioni di quel tipo...».L'amico che millantava amicizie altolocate, al telefono giurava vendetta all'ex ad di Consip. Poi il delirio complottista sul nostro giornale: «Maurizio Belpietro ha preso 10 milioni per farci una campagna contro».Lo speciale contiene due articoli Renzi a prendere il discorso, siamo all'8 aprile 2017: «La notizia è che questo tipo è abbastanza ricattabile perché per me bisognerebbe indagare sulla sua vita privata, eh». L'avvocato commenta: «Io la sua vita privata la conosco abbastanza bene». Tiziano insiste: «Non sapevo che aveva frequentazioni di quel tipo, pensavo tutte da un'altra parte». E i carabinieri annotano: «Risatine». «Esatto», aggiunge l'avvocato, «e quindi lui è palesemente ricattabile, insomma quindi la vita privata eh, quindi se lei lo sa di già il problema non…». Ma Bagattini è andato avanti nelle ricerche. E annuncia: «Suo figlio e il figlio di Denis Verdini fanno affari insieme». Tommaso Verdini e Aldo Gucci (figlio della compagna di Marroni) hanno aperto un ristorante insieme. La notizia, in realtà, era nota. Ma dimostra che la concentrazione in quel momento era tutta su Marroni.D'altra parte Tiziano era stato poco più di un mese prima in Procura per il suo interrogatorio e probabilmente in quell'occasione aveva capito, anche in base alle contestazioni che gli aveva mosso l'accusa, che le dichiarazioni di Marroni l'avrebbero messo nei guai. E infatti cercò di contrastarle da subito, dicendo in modo secco ai pm che la ricostruzione di Marroni che gli avevano appena letto era falsa.Babbo Renzi fa risalire al 2014 la conoscenza con l'ex ad di Consip. Quando Marroni era ancora l'assessore toscano alla Sanità e babbo Renzi, incaricato dall'associazione il Cireneo, cercò di piazzargli nell'ospedale Majer una statuetta della madonna di Medjugorie (i componenti del gruppo di preghiera hanno confermato la circostanza). A «propiziare (Tiziano usa questo termine, ndr)» l'incontro fu un suo lontano parente sindacalista della Cgil, Mario Renzi (col quale poi babbo Renzi verrà anche intercettato). E fissa l'ultimo rendez vous con Marroni al mese di marzo 2016. Dopo quella data, spiega babbo Renzi, «non ho più avuto modo di incontrare Marroni, non ho più avuto contatti con lui, non gli ho mai parlato dell'attività di Consip, né ho fatto pressioni su di lui al riguardo, né gli ho mai raccomandato Carlo Russo». In questi cinque concetti è racchiusa tutta la linea difensiva del papà del Rottamatore. Una versione, però, che in quel momento contrastava con alcuni sms che si era scambiato proprio con Marroni in occasione dell'archiviazione di un procedimento nel quale babbo Renzi era indagato dalla Procura di Genova. «Si è trattato di un messaggio di cortesia», ha spiegato Tiziano, «al quale ho risposto allo stesso modo con cui rispondevo agli altri». L'inchiesta di Genova, con molta probabilità, era proprio una di quelle storie alle quali babbo Renzi ha fatto riferimento quando ha illustrato la sua versione ai magistrati: «Posso pensare di essere un facile bersaglio per essere stato coinvolto in tante vicende, le più strane». Mai, però, ha sostenuto Tiziano, «ho fatto coincidere la mia felicità con il possesso».Con Marroni, insomma, babbo Renzi parlò solo della madonnina. «Parola d'onore, ci ho parlato solo per la madonnina nel piazzale», ripete a telefono a Mario, il sindacalista che «propiziò» l'incontro e che insieme a Tiziano finì pure nelle carte dell'inchiesta di Genova (poi archiviata) per un prestito con cui babbo Renzi riscattò un libretto di pegno della moglie. E anche molte altre telefonate trascritte dai carabinieri sono con interlocutori già finiti nei guai con Tiziano. Uno della rete telefonica di babbo Renzi, ad esempio, è Franco Bonciani, amico di lunga data dei Renzi. Diventò segretario del Partito democratico di Rignano sull'Arno dopo le dimissioni di babbo Renzi, che era indagato a Genova. Poi è stato costretto a dimettersi anche lui per un'indagine su una turbativa d'asta per la gestione delle piscine comunali di Firenze. Nelle telefonate dell'indagine sulle fughe di notizie di Consip, Bonciani in un primo momento viene indicato dai carabinieri con un generico «Uomo». E con lui il babbo si sfoga per i titoli dei giornali: «Il Giglio tragico», «Babbo fatale», eccetera. Bonciani lo provoca: «Ora viene fuori anche che tu sei amico di Verdini». «Ma io non lo conosco», afferma Tiziano, «Ci credi che non lo conosco?». Bonciani, però, ironizza: «Sei una merda! Non conosci una sega!». Poi, però, con lui introduce l'argomento Lorenzini.Daniele Lorenzini è diventato sindaco a Rignano nel giugno 2017, battendo di gran lunga la candidata sulla quale avevano puntato i Renzi. All'indomani della sconfitta Tiziano aveva dribblato i giornalisti dicendo semplicemente: «Sono un pensionato, non ho nulla da commentare». A telefono, però, prima del voto, brigava per affondare Lorenzini. «Gli si mette contro un candidato del Pd», dice babbo Renzi, mentre Bonciani cerca di calmarlo: «Ascolta, ragioniamo, ora vediamo di sbollire un pochino... tanto ci si vede doman l'altro sera e se ne parla anche lì in qualche maniera». Poi, con Roberto Billy Bargilli, l'autista del camper con cui Matteo ha girato l'Italia, autore del messaggino intercettato inviato a Carlo Russo («Il babbo mi ha detto di dirti non lo chiamare e non gli mandare sms»), si inalbera: «Ascolta me! Il Lorenzini sembra che abbia detto al Bonciani che si può chiedere le dimissioni per l'sms». E Bargilli esclama: «Porca maiala!». Renzi lo richiama: «Ascolta! Primo: io ho mandato un sms e non sono indagato ma sono persona informata sui fatti. Te t'hanno interrogato e a me no. Se mi dimetto io ti devi dimettere anche te». La buona notizia arriva a Tiziano da Sergio Staino, che lo chiama preoccupato perché «sul Sole hanno scritto che saresti in combutta per fare fuori il direttore dell'Unità (allora diretta da Staino,ndr)». Il babbo ci scherza su sembra parlare come se fosse l'editore. Poi il direttore gli dice: «Hanno tolto l'indagine a Woodcock». E Tiziano lo ringrazia: «Che bella notizia».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/babbo-renzi-puntava-il-suo-grande-accusatore-e-ricattabile-indaga-2618576599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="marroni-pure-nel-mirino-di-russo-lo-faccio-piangere-gli-faccio-il-c" data-post-id="2618576599" data-published-at="1781722719" data-use-pagination="False"> Marroni pure nel mirino di Russo: «Lo faccio piangere, gli faccio il c...» È il personaggio più misterioso di tutta l'inchiesta Consip. Non ha mai voluto parlare con i magistrati e per questo rischia di finire a processo con l'accusa di millantato credito per aver fatto il nome di pubblici ufficiali che sarebbero stati sotto il suo controllo. Stiamo parlando di Carlo Russo, che dall'inizio dell'inchiesta gioca a fare il duro e a non parlare. In attesa, forse, di un premio. Ma anche se dopo il disvelamento dell'inchiesta Consip ha smesso di parlare al telefono, i carabinieri sono riusciti a strappargli qualche intercettazione in auto. E anche dentro alla macchina Russo si è mosso da par suo, sparandole davvero grosse. Il 15 aprile 2017 Russo si trova in auto con una donna e un certo Simone, parlano dell'inchiesta e Russo confida che il vostro cronista sarebbe andato sotto casa sua. Sino a qui tutto vero. In effetti abbiamo suonato al campanello e abbiamo aspettato qualche ora sotto la lussuosa palazzina. Ma Carletto condisce la notizia con una delle sue proverbiali sparate. Leggiamo il brogliaccio: «Carlo dice che Amadori gli ha proposto, in accordo con il suo direttore Belpietro, gli ha offerto 350.000 euro per un'intervista e Carlo ha rifiutato». Non è finita. Russo dice di averne «parlato con Tommaso Nannicini (sottosegretario con Renzi alla presidenza del Consiglio dei ministri) che gli ha riferito che stanno facendo delle verifiche in quanto sembra che La Verità abbia ricevuto un finanziamento da 10 milioni di euro per fare una campagna contro Renzi». Peccato che a pagare per leggere le notizie in anteprima che trovate sul nostro quotidiano siano solo i lettori. Ma, a dire il vero, anche l'amico di Russo, Tiziano Renzi, all'epoca coindagato del piccolo lobbista di Scandicci, ha una visione distorta del nostro giornale. In una conversazione con il parente Mario Renzi, di professione sindacalista, sproloquia: «C'è Belpietro, ha preso 11 milioni di euro da Angelucci (editore di Libero ndr), quello là su dai coglioni ne ha messi 4 sulla Verità, perde i soldi, ma l'importante è che fa fuori Matteo». Una vera ossessione quella del Giglio magico per il nostro giornale. Ma anche gli inquirenti, nell'indagine Consip, hanno mostrato di essere molto incuriositi dal nostro lavoro e dalle nostre fonti, al punto di utilizzare i numeri di cellulari dei cronisti per ricostruire i loro spostamenti. Nelle carte sono state depositate le trascrizioni delle nostre interviste a persone informate dei fatti e un investigatore è stato costretto a indicare come propria fonte il vostro cronista colpevole di aver suggerito di sentire come testimone uno dei personaggi citati con nome e cognome nei nostri articoli. Un suggerimento degno di monsieur Jacques de La Palice. Ma torniamo a Russo. Nelle intercettazioni si esibisce in azzeccati vaticini e dice «che probabilmente Tiziano verrà scagionato e forse pure lui, anche se per lui c'è un problema, tolte intercettazioni e pizzini, di Luigi Marroni», all'epoca ad di Consip e grande accusatore del Giglio magico. Russo ha un sussulto: «Ma Marroni lo distruggo, Marroni gli faccio un culo come un paiolo, poverino, guarda lo faccio piangere veramente». Eppure nell'agenda di Marroni lui era indicato con deferenza alla voce presidenza del Consiglio dei ministri. In fondo, Russo, per difendere Palazzo Chigi è pronto a tutto. Come gli avrebbe riconosciuto un amico: «Marco mi ha detto: “In questo momento tu sei come nel film Attacco al potere, sei la guardia del corpo del presidente, si sacrificano per lui"». Russo si vanta, sempre captato dagli investigatori, di non aver fiatato con i giornalisti: «Nannicini mi ha detto che anche Matteo ha apprezzato molto e io ci credo». Del resto sul suo profilo Facebook si legge ancora: «Io sto con Matteo Renzi». Mentre viene intercettato il lobbista di Scandicci è alla ricerca «del coso» per scovare le microspie: «Me lo porterò sempre dietro d'ora in poi, dovunque vada, in qualsiasi ufficio, in qualsiasi posto». In un'altra registrazione Russo fa sapere che non gli interessa fare il parlamentare «anche perché guadagno troppo di più a fare così e mi faccio i cazzi miei». Interessante anche quello che viene sequestrato a Russo durante le perquisizioni dell'1 marzo 2017. L'armamentario del perfetto lobbista. La prima parte si è svolta all'hotel Imperiale di via Veneto a Roma dove Russo soggiornava. Qui gli investigatori hanno trovato tre cellulari, nove pen drive, un documento di Rfi, un paio di nomi appuntati su foglietti, cinque curriculum e una mail inviata a uno studio legale. Quindi i carabinieri si sono diretti nella bella casa di Scandicci, composta da attico e super attico (otto stanze e quattro bagni). Qui hanno rinvenuto tre computer, due tablet, tre telefonini, altre quattro pennette, una busta bianca con 10.000 euro in banconote da 200 e un'altra busta con 3.200 euro sempre in pezzi dello stesso taglio. Un malloppo interamente di fogli verdi, con cui Russo, come dimostrano le intercettazioni, pagava pure la pizza. Nell'appartamento gli investigatori hanno trovato anche «una sorta di dossier Alfredo Romeo» di cinque pagine, quattro fogli intestati Consip con sopra scritto a penna «Gara nuova», due carnet di assegni esauriti, sette buoni fruttiferi intestati ai due figli minorenni, due libretti di risparmio, tre confezioni regalo della Cartier, una ricevuta per 15 penne della stessa prestigiosa marca, sette buste del Monte dei Paschi di Siena indirizzate a un collega della Ceg elettronica (dove Russo era responsabile dei rapporti istituzionali) e, infine, immancabili, due curriculum, quello di un generale di brigata in congedo dei carabinieri e quello di Silvio Gizzi, amministratore delegato di Grandi stazioni, già coinvolto nell'inchiesta Consip per colpa di Russo. Per Gizzi i pm di Roma hanno chiesto l'archiviazione. Giacomo Amadori
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.