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2021-07-11
Azzurri e Berrettini: obiettivo zero rimpianti
Si racconta che il principe di Condè dormì profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi, scrive il Manzoni nell'incipit del secondo capitolo dei Promessi Sposi, e lo fa per sottolineare la calma olimpica di chi, strategicamente, sa di possedere i mezzi necessari per prevalere nella disputa con l'avversario, a differenza del povero curato don Abbondio, destinato a trascorrere una nottata di «angosciose consulte» perché cacciatosi in un ginepraio inestricabile. L'auspicio per le battaglie che attendono oggi la nazionale italiana di calcio nella finale di Euro 2020 e Matteo Berrettini a Wimbledon è quello di imitare il nobile comandante navarrino: scendere in campo con la leggerezza di chi fa della consapevolezza nelle proprie doti un privilegio stilistico, mettendo da parte i tentennamenti nascosti dall'incombenza di un traguardo visibile. La discriminante non sarà tra vincere o perdere. Sarà tra l'aver tentato tutto il possibile per prevalere e l'essersi lasciati scappare l'occasione di rifilare una zampata letale per scarsa audacia. Di solito la soddisfazione sportiva arriva quando la partecipazione ne è il conseguente esercizio di coerenza. In parole povere: lunedì mattina sia la squadra di Roberto Mancini, sia il tennista romano saliranno sull'aereo per Fiumicino e saranno ricevuti dal presidente Sergio Mattarella, i rimpianti non saranno compresi nel prezzo del volo. Le due situazioni hanno diversi punti in comune. Entrambe costituiscono la rinascita di due movimenti da un po' di tempo bistrattati. La Nazionale di pallone arriva dal disastro della mancata partecipazione ai Mondiali 2018, un'onta passata in cavalleria grazie alla ricostruzione spensierata di Mancini. In queste settimane, l'Italia ha giocato un calcio leggero, organizzato, strutturato su attori giovani e affamati, accompagnati da pochi uomini d'esperienza e di mestiere. I gironi preliminari hanno certificato l'efficacia del nuovo corso, gli ottavi di finale sono stati il primo scalino ostico contro un'Austria che aveva eretto barricate per compensare l'evidente inferiorità tecnica, i quarti contro il Belgio hanno rappresentato lo scatto decisivo. Superare i Diavoli Rossi e le loro individualità formidabili ha garantito ai tifosi una certezza: l'Italia è tornata a livello che le compete. Battere la Spagna di Luis Enrique ha fatto il resto. E gli inglesi, temibili e granitici, non sono superiori agli spagnoli. È vero, il match si giocherà a Wembley, una bolgia di 60.000 spettatori quasi tutti schierati per i beniamini di casa, con il primo tifoso britannico, il premier Boris Johnson, gran sodale del plenipotenziario Uefa Aleksander Ceferin dopo averlo aiutato a disinnescare l'insidia politica della Superlega. La squadra di Gareth Southgate poi ha incassato un solo gol, in semifinale e su punizione. Ma, come ci si ricorda dai Mondiali 2006, giocare in uno stadio ostile dominato dai padroni di casa è uno stimolo esaltante. Matteo Berrettini godrà poi di una leggerezza ancora maggiore. In molti se lo immaginano travestito da Rocky Balboa quando, in piena fregola edonista reaganiana, si trovò di fronte il colosso Ivan Drago che lo fulminò con il leggendario: «Ti spiezzo in due». Per palmares e solidità di gioco, il trentaquattrenne serbo Novak Djokovic è un Drago infarcito del supporto di una nazione, la Serbia, dove siede alla destra del santo patrono: è il tennista che ha trascorso il maggior numero di settimane da numero uno al mondo nella storia, ha vinto Wimbledon 5 volte, un mese fa ha portato a casa il Roland Garros superando il terraiolo per eccellenza Rafa Nadal e sconfiggendo, non senza qualche grattacapo, proprio Berrettini nei quarti di finale. In più, sa recuperare palle improbabili rispedendole al mittende con traiettorie metafisiche. E però Matteo è approdato laddove nessun italiano della racchetta è mai giunto prima. Mai nessuno dei nostri ha vinto sull'erba del Queen's, tanto meno ha raggiunto una finale a Wimbledon servendo 100 ace nel torneo, sbarazzandosi con relativa facilità di avversari insidiosissimi. Per lui non si tratterà di avere qualcosa da perdere, ma di aver molto da guadagnare. A patto di sfoderare quella fluidità tipica non di un match decisivo, ma di una partita normale, di piazzare le prime di servizio con la stessa, impressionante percentuale di efficacia della semifinale con Hurkacz, quasi a dimenticarsi di essere un esordiente nel mondo delle finali del Grande Slam. Il resto lo farà la sorte. Non dimenticando qualche episodio goloso: sull'erba inglese, nel 1991, un semi sconosciuto Michael Stich prevalse sul connazionale Boris Becker, facendo saltare il banco di quotisti e allibratori. Ma anche: agli US Open 2000, il granatiere russo Marat Safin fece letteralmente impazzire lo strafavorito Pete Sampras, liquidandolo in tre set grazie al tennis, parole sue, «più lieve e libero da condizionamenti di sempre». A riprova, manco a dirlo, che è su Djokovic a pesare il fardello di non poter fallire. Così come è sulla nazionale inglese che si concentreranno tutte le attenzioni della polveriera di Wembley.
Formazione confermata in blocco. Il ct: «Vogliamo divertirci ancora»
L'ora della verità è arrivata: stasera l'Italia alle 21 scende in campo a Wembley contro l'Inghilterra per la finale degli Europei. Si gioca nella tana del lupo, con tutti i pronostici contro: situazione ideale per gli azzurri di Roberto Mancini, che dovrebbe, per la prima volta in questo torneo, schierare la stessa formazione della gara precedente, la semifinale vinta ai rigori contro la Spagna. Salvo imprevisti, quindi, sarà questo il 4-3-3 di partenza: Donnarumma tra i pali; Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini e Emerson in difesa; Barella, Jorginho e Verratti a centrocampo; Chiesa, Immobile e Insigne davanti. Gareth Southgate si affiderà invece al 4-2-3-1: Pickford in porta; Walker, Stones, Maguire e Shaw in difesa ; Rice e Philips in mezzo al campo; Saka, Mount e Sterling alle spalle di Kane. Arbitrerà il fischietto olandese Bjorn Kuipers, classe 1973, coadiuvato dai connazionali Sander van Roekel e Erwin Zeinstra, mentre il quarto uomo sarà lo spagnolo Carlos del Cerro Grande. Al Var ci sarà il tedesco Bastian Dankert.
Dopo la positività al Covid di Alberto Rimedio, la Rai ha assegnato la telecronaca della finale a Stefano Bizzotto, con il commento tecnico di Katia Serra. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sarà a Wembley come annunciato nei giorni scorsi. Gli azzurri hanno effettuato la rifinitura ieri sera, nel centro sportivo del Tottenham, non appena si è conclusa la conferenza stampa di Mancini: «Da giocatore azzurro», ha detto il mister, «non ho avuto la fortuna di vincere quel che avremmo meritato, né con l'Under 21 né al Mondiale 1990: spero di togliermi domani da ct quelle soddisfazioni che in nazionale mi sono mancate. Se i ragazzi vogliono divertirsi ancora, abbiamo gli ultimi 90 minuti per farlo. Ho definito all'inizio questa Italia divertente: lo ripeto oggi, e aggiungo sostanziosa. Non è mai stata facile, e i ragazzi l'hanno affrontata con grande forza. Possiamo giocare bene, fare una grande partita. Spero che la data possa essere importante per una seconda volta per gli italiani», ha aggiunto Mancini, «riferendosi alla conquista del Mondiale dell'Italia di Bearzot, l'11 luglio 1982 a Madrid. «Dobbiamo essere tranquilli. Sarà difficile, per tanti motivi», ha sottolineato Mancini, «ma dobbiamo esser concentrati sul nostro gioco e cercare di attuarlo al meglio. L'avversario? Gli inglesi hanno grande passione per il calcio come l'Italia, hanno sempre avuto grandi squadre come adesso. Sarà una bella gara davanti a uno stadio pieno e questo è meraviglioso per chi ama il calcio. Sarà un bel giorno per giocare una partita, sappiamo delle loro grandi qualità».
L’odissea della seconda dose per gli ex malati
Ieri avevo la seconda dose di vaccino Pfizer da fare, ma non mi sono presentata al centro dove ero prenotata per la somministrazione. No, non ho cambiato l'idea che mi sono fatta in questi mesi sui vaccini. Sono ancora sicura che siano l'unica strada per uscire da questa pandemia e fino a pochi giorni fa non vedevo l'ora di completare il vaccino per sentirmi più sicura, sia per me che per gli altri. Qualche giorno fa però ho avuto l'idea di farmi un test sierologico per misurare, con un semplice prelievo del sangue, la quantità di anticorpi contro il Covid-19 presenti nel mio corpo.
Con una spesa di 35 euro scopro con mia grande soddisfazione di averne tanti, anzi tantissimi: 805,5 S-rbd. Quando ritiro il referto il medico mi dice «beata lei ne ha una tonnellata». Per capirci, molti sanitari che hanno fatto la doppia dose di Pfizer qualche mese fa, ora ne hanno 45/50 S-rbd. Mi spiegano che essendomi ammalata di Covid ad agosto dell'anno scorso e avendo fatto una dose di vaccino il mio organismo ne ha sviluppati molti altri. Bene penso, ma ora la seconda dose la devo fare o no? E qui inizia la mia odissea per trovare la risposta. Chiamo prima il numero verde di Regione Lombardia dedicato al coronavirus. L'operatore mi dice di sentire il Cts, il comitato tecnico scientifico per l'emergenza Covid, che a sua volta mi rimanda al numero verde. Quando richiamo, questa volta mi dicono di sentire il mio medico di famiglia. Chiamo allora il mio dottore di base, gli spiego che ho tantissimi anticorpi e gli pongo la fatidica domanda, devo o non devo fare la seconda dose? Mi consiglia di chiedere al centro vaccinale, mi dice che non può essere lui a decidere. Faccio così l'ennesima chiamata sperando sia quella che mi darà la soluzione definitiva. Un gentile dottore mi dice che sì, ho molti anticorpi ma che le linee guida della casa farmaceutica, nel mio caso Pfizer, dicono che una dose è prevista solo per i guariti nei 6 mesi precedenti al vaccino. Io sono guarita da un annoPoi aggiunge: «Detto tra noi, può avere un senso dal punto di vista clinico non farlo, ma non troverà mai nessun medico vaccinatore che si assuma la responsabilità di dirle “ok non facciamo la seconda dose perché dagli esami che mi ha portato vedo che non ne ha bisogno perché ha molti anticorpi"».
Insomma io devo farmi un secondo vaccino non perché ne ho bisogno ma perché non ci sono delle linee guida che dicano di portare un test sierologico alle persone che hanno già avuto la malattia? Ma la sorpresa arriva alla fine perché mi dice: «Non fare la seconda dose genera una serie diproblematiche per quanto riguarda le prenotazioni. Se lei salta la dose il sistema non la riconosce più e si generano delle problematiche dal punto di vista burocratico e comunque non le rilasciano il green pass». Ora non so più che fare ma per fortuna mi ricordo che per lavoro ho il numero di un virologo di grande fama, così chiamo il professor Massimo Galli, responsabile malattie infettiveall'ospedale Sacco di Milano. Lui conciso mi dice: «Non lo faccia, non né ha bisogno». Dopo un'intera giornata di chiamate ho avuto finalmente una risposta definitiva e solo perché avevo il telefono della persona giusta. Il numero verde dedicato al Covid fornisce tante opzioni: la possibilità di cambiare la data per la prima dose, informazioni per la seconda ma solo per gli insegnanti. Insomma il mio caso non è contemplato anche se, come me, ci sono tante persone guarite che forse del secondo richiamo non ne hanno bisogno. Dimenticavo, quando ho cercato di disdire il mio appuntamento, per lasciare il posto ad un'altra persona, mi è stato detto che non è possibile cancellare. «Se uno non vuole andare semplicemente non si presenta», mi è stato risposto. Il test sierologico privatamente costa circa 30 euro, capisco che forse, far passare questoesame a tutti i guariti dal Covid-19 prima del vaccino, potrebbe essere dispendioso per lo Stato, ma così si stanno vaccinando persone che non ne hanno bisogno. Alla fine non mi sono fatta iniettare la seconda dose, non avrò però il mio agognato green pass e per il richiamo in autunno, che forse dovremmo fare, io finirò in fondo alla lista perché per lo Stato sono una rinunciataria.
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La squadra di Mancini dovrà vedersela con Wembley stracolmo di inglesi, mentre il tennista romano è alla sua prima sfida valida per uno slam contro un rivale che, solo a Wimbledon, ha già cinque trionfi. Non c'è nulla da perdere, vietato avere pauraStessi 11 che hanno battuto gli spagnoli. La Rai sostituisce Alberto Rimedio con Stefano BizzottoDopo il primo Pfizer anticorpi alle stelle: effetto della guarigione dal virus. Capire cosa fare è un'impresaLo speciale contiene tre articoli Si racconta che il principe di Condè dormì profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi, scrive il Manzoni nell'incipit del secondo capitolo dei Promessi Sposi, e lo fa per sottolineare la calma olimpica di chi, strategicamente, sa di possedere i mezzi necessari per prevalere nella disputa con l'avversario, a differenza del povero curato don Abbondio, destinato a trascorrere una nottata di «angosciose consulte» perché cacciatosi in un ginepraio inestricabile. L'auspicio per le battaglie che attendono oggi la nazionale italiana di calcio nella finale di Euro 2020 e Matteo Berrettini a Wimbledon è quello di imitare il nobile comandante navarrino: scendere in campo con la leggerezza di chi fa della consapevolezza nelle proprie doti un privilegio stilistico, mettendo da parte i tentennamenti nascosti dall'incombenza di un traguardo visibile. La discriminante non sarà tra vincere o perdere. Sarà tra l'aver tentato tutto il possibile per prevalere e l'essersi lasciati scappare l'occasione di rifilare una zampata letale per scarsa audacia. Di solito la soddisfazione sportiva arriva quando la partecipazione ne è il conseguente esercizio di coerenza. In parole povere: lunedì mattina sia la squadra di Roberto Mancini, sia il tennista romano saliranno sull'aereo per Fiumicino e saranno ricevuti dal presidente Sergio Mattarella, i rimpianti non saranno compresi nel prezzo del volo. Le due situazioni hanno diversi punti in comune. Entrambe costituiscono la rinascita di due movimenti da un po' di tempo bistrattati. La Nazionale di pallone arriva dal disastro della mancata partecipazione ai Mondiali 2018, un'onta passata in cavalleria grazie alla ricostruzione spensierata di Mancini. In queste settimane, l'Italia ha giocato un calcio leggero, organizzato, strutturato su attori giovani e affamati, accompagnati da pochi uomini d'esperienza e di mestiere. I gironi preliminari hanno certificato l'efficacia del nuovo corso, gli ottavi di finale sono stati il primo scalino ostico contro un'Austria che aveva eretto barricate per compensare l'evidente inferiorità tecnica, i quarti contro il Belgio hanno rappresentato lo scatto decisivo. Superare i Diavoli Rossi e le loro individualità formidabili ha garantito ai tifosi una certezza: l'Italia è tornata a livello che le compete. Battere la Spagna di Luis Enrique ha fatto il resto. E gli inglesi, temibili e granitici, non sono superiori agli spagnoli. È vero, il match si giocherà a Wembley, una bolgia di 60.000 spettatori quasi tutti schierati per i beniamini di casa, con il primo tifoso britannico, il premier Boris Johnson, gran sodale del plenipotenziario Uefa Aleksander Ceferin dopo averlo aiutato a disinnescare l'insidia politica della Superlega. La squadra di Gareth Southgate poi ha incassato un solo gol, in semifinale e su punizione. Ma, come ci si ricorda dai Mondiali 2006, giocare in uno stadio ostile dominato dai padroni di casa è uno stimolo esaltante. Matteo Berrettini godrà poi di una leggerezza ancora maggiore. In molti se lo immaginano travestito da Rocky Balboa quando, in piena fregola edonista reaganiana, si trovò di fronte il colosso Ivan Drago che lo fulminò con il leggendario: «Ti spiezzo in due». Per palmares e solidità di gioco, il trentaquattrenne serbo Novak Djokovic è un Drago infarcito del supporto di una nazione, la Serbia, dove siede alla destra del santo patrono: è il tennista che ha trascorso il maggior numero di settimane da numero uno al mondo nella storia, ha vinto Wimbledon 5 volte, un mese fa ha portato a casa il Roland Garros superando il terraiolo per eccellenza Rafa Nadal e sconfiggendo, non senza qualche grattacapo, proprio Berrettini nei quarti di finale. In più, sa recuperare palle improbabili rispedendole al mittende con traiettorie metafisiche. E però Matteo è approdato laddove nessun italiano della racchetta è mai giunto prima. Mai nessuno dei nostri ha vinto sull'erba del Queen's, tanto meno ha raggiunto una finale a Wimbledon servendo 100 ace nel torneo, sbarazzandosi con relativa facilità di avversari insidiosissimi. Per lui non si tratterà di avere qualcosa da perdere, ma di aver molto da guadagnare. A patto di sfoderare quella fluidità tipica non di un match decisivo, ma di una partita normale, di piazzare le prime di servizio con la stessa, impressionante percentuale di efficacia della semifinale con Hurkacz, quasi a dimenticarsi di essere un esordiente nel mondo delle finali del Grande Slam. Il resto lo farà la sorte. Non dimenticando qualche episodio goloso: sull'erba inglese, nel 1991, un semi sconosciuto Michael Stich prevalse sul connazionale Boris Becker, facendo saltare il banco di quotisti e allibratori. Ma anche: agli US Open 2000, il granatiere russo Marat Safin fece letteralmente impazzire lo strafavorito Pete Sampras, liquidandolo in tre set grazie al tennis, parole sue, «più lieve e libero da condizionamenti di sempre». A riprova, manco a dirlo, che è su Djokovic a pesare il fardello di non poter fallire. Così come è sulla nazionale inglese che si concentreranno tutte le attenzioni della polveriera di Wembley.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/azzurri-e-berrettini-obiettivo-zero-rimpianti-2653743385.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="formazione-confermata-in-blocco-il-ct-vogliamo-divertirci-ancora" data-post-id="2653743385" data-published-at="1625989757" data-use-pagination="False"> Formazione confermata in blocco. Il ct: «Vogliamo divertirci ancora» L'ora della verità è arrivata: stasera l'Italia alle 21 scende in campo a Wembley contro l'Inghilterra per la finale degli Europei. Si gioca nella tana del lupo, con tutti i pronostici contro: situazione ideale per gli azzurri di Roberto Mancini, che dovrebbe, per la prima volta in questo torneo, schierare la stessa formazione della gara precedente, la semifinale vinta ai rigori contro la Spagna. Salvo imprevisti, quindi, sarà questo il 4-3-3 di partenza: Donnarumma tra i pali; Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini e Emerson in difesa; Barella, Jorginho e Verratti a centrocampo; Chiesa, Immobile e Insigne davanti. Gareth Southgate si affiderà invece al 4-2-3-1: Pickford in porta; Walker, Stones, Maguire e Shaw in difesa ; Rice e Philips in mezzo al campo; Saka, Mount e Sterling alle spalle di Kane. Arbitrerà il fischietto olandese Bjorn Kuipers, classe 1973, coadiuvato dai connazionali Sander van Roekel e Erwin Zeinstra, mentre il quarto uomo sarà lo spagnolo Carlos del Cerro Grande. Al Var ci sarà il tedesco Bastian Dankert. Dopo la positività al Covid di Alberto Rimedio, la Rai ha assegnato la telecronaca della finale a Stefano Bizzotto, con il commento tecnico di Katia Serra. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sarà a Wembley come annunciato nei giorni scorsi. Gli azzurri hanno effettuato la rifinitura ieri sera, nel centro sportivo del Tottenham, non appena si è conclusa la conferenza stampa di Mancini: «Da giocatore azzurro», ha detto il mister, «non ho avuto la fortuna di vincere quel che avremmo meritato, né con l'Under 21 né al Mondiale 1990: spero di togliermi domani da ct quelle soddisfazioni che in nazionale mi sono mancate. Se i ragazzi vogliono divertirsi ancora, abbiamo gli ultimi 90 minuti per farlo. Ho definito all'inizio questa Italia divertente: lo ripeto oggi, e aggiungo sostanziosa. Non è mai stata facile, e i ragazzi l'hanno affrontata con grande forza. Possiamo giocare bene, fare una grande partita. Spero che la data possa essere importante per una seconda volta per gli italiani», ha aggiunto Mancini, «riferendosi alla conquista del Mondiale dell'Italia di Bearzot, l'11 luglio 1982 a Madrid. «Dobbiamo essere tranquilli. Sarà difficile, per tanti motivi», ha sottolineato Mancini, «ma dobbiamo esser concentrati sul nostro gioco e cercare di attuarlo al meglio. L'avversario? Gli inglesi hanno grande passione per il calcio come l'Italia, hanno sempre avuto grandi squadre come adesso. Sarà una bella gara davanti a uno stadio pieno e questo è meraviglioso per chi ama il calcio. Sarà un bel giorno per giocare una partita, sappiamo delle loro grandi qualità». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/azzurri-e-berrettini-obiettivo-zero-rimpianti-2653743385.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lodissea-della-seconda-dose-per-gli-ex-malati" data-post-id="2653743385" data-published-at="1625989757" data-use-pagination="False"> L’odissea della seconda dose per gli ex malati Ieri avevo la seconda dose di vaccino Pfizer da fare, ma non mi sono presentata al centro dove ero prenotata per la somministrazione. No, non ho cambiato l'idea che mi sono fatta in questi mesi sui vaccini. Sono ancora sicura che siano l'unica strada per uscire da questa pandemia e fino a pochi giorni fa non vedevo l'ora di completare il vaccino per sentirmi più sicura, sia per me che per gli altri. Qualche giorno fa però ho avuto l'idea di farmi un test sierologico per misurare, con un semplice prelievo del sangue, la quantità di anticorpi contro il Covid-19 presenti nel mio corpo. Con una spesa di 35 euro scopro con mia grande soddisfazione di averne tanti, anzi tantissimi: 805,5 S-rbd. Quando ritiro il referto il medico mi dice «beata lei ne ha una tonnellata». Per capirci, molti sanitari che hanno fatto la doppia dose di Pfizer qualche mese fa, ora ne hanno 45/50 S-rbd. Mi spiegano che essendomi ammalata di Covid ad agosto dell'anno scorso e avendo fatto una dose di vaccino il mio organismo ne ha sviluppati molti altri. Bene penso, ma ora la seconda dose la devo fare o no? E qui inizia la mia odissea per trovare la risposta. Chiamo prima il numero verde di Regione Lombardia dedicato al coronavirus. L'operatore mi dice di sentire il Cts, il comitato tecnico scientifico per l'emergenza Covid, che a sua volta mi rimanda al numero verde. Quando richiamo, questa volta mi dicono di sentire il mio medico di famiglia. Chiamo allora il mio dottore di base, gli spiego che ho tantissimi anticorpi e gli pongo la fatidica domanda, devo o non devo fare la seconda dose? Mi consiglia di chiedere al centro vaccinale, mi dice che non può essere lui a decidere. Faccio così l'ennesima chiamata sperando sia quella che mi darà la soluzione definitiva. Un gentile dottore mi dice che sì, ho molti anticorpi ma che le linee guida della casa farmaceutica, nel mio caso Pfizer, dicono che una dose è prevista solo per i guariti nei 6 mesi precedenti al vaccino. Io sono guarita da un annoPoi aggiunge: «Detto tra noi, può avere un senso dal punto di vista clinico non farlo, ma non troverà mai nessun medico vaccinatore che si assuma la responsabilità di dirle “ok non facciamo la seconda dose perché dagli esami che mi ha portato vedo che non ne ha bisogno perché ha molti anticorpi"». Insomma io devo farmi un secondo vaccino non perché ne ho bisogno ma perché non ci sono delle linee guida che dicano di portare un test sierologico alle persone che hanno già avuto la malattia? Ma la sorpresa arriva alla fine perché mi dice: «Non fare la seconda dose genera una serie diproblematiche per quanto riguarda le prenotazioni. Se lei salta la dose il sistema non la riconosce più e si generano delle problematiche dal punto di vista burocratico e comunque non le rilasciano il green pass». Ora non so più che fare ma per fortuna mi ricordo che per lavoro ho il numero di un virologo di grande fama, così chiamo il professor Massimo Galli, responsabile malattie infettiveall'ospedale Sacco di Milano. Lui conciso mi dice: «Non lo faccia, non né ha bisogno». Dopo un'intera giornata di chiamate ho avuto finalmente una risposta definitiva e solo perché avevo il telefono della persona giusta. Il numero verde dedicato al Covid fornisce tante opzioni: la possibilità di cambiare la data per la prima dose, informazioni per la seconda ma solo per gli insegnanti. Insomma il mio caso non è contemplato anche se, come me, ci sono tante persone guarite che forse del secondo richiamo non ne hanno bisogno. Dimenticavo, quando ho cercato di disdire il mio appuntamento, per lasciare il posto ad un'altra persona, mi è stato detto che non è possibile cancellare. «Se uno non vuole andare semplicemente non si presenta», mi è stato risposto. Il test sierologico privatamente costa circa 30 euro, capisco che forse, far passare questoesame a tutti i guariti dal Covid-19 prima del vaccino, potrebbe essere dispendioso per lo Stato, ma così si stanno vaccinando persone che non ne hanno bisogno. Alla fine non mi sono fatta iniettare la seconda dose, non avrò però il mio agognato green pass e per il richiamo in autunno, che forse dovremmo fare, io finirò in fondo alla lista perché per lo Stato sono una rinunciataria.
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
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Elly Schlein (Ansa)
La sua tesi è: leviamo i soldi dal Ponte sullo Stretto e usiamoli per mettere in sicurezza la cittadina della piana gelese. Però i fondi per il dissesto idrogeologico ci sono, basta spenderli e non aspettare che faccia tutto Roma, alla quale si dà la colpa quando bisognerebbe solo prendersela con gli amministratori locali (che qualcuno avrà votato) e con una certa avidità nell’edilizia.
Piombata a Niscemi addirittura prima del presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha subito vestito i panni della maestrina ambientalista: «Lo stanziamento di cento milioni del consiglio dei ministri è del tutto insufficiente. Noi abbiamo proposto di utilizzare subito le risorse del Ponte a partire da quelle stanziate per il 2026». Proposta lanciata a mezzo Corriere della Sera, con una motivazione ancora peggiore dello svarione tecnico: «Invece di buttare via quei soldi per un’impuntatura ideologica, bisognerebbe immediatamente dirottarli per il sostegno a questi territori. Vorrei anche far notare che c’è stato un voto, a scrutinio segreto, dell’assemblea regionale siciliana in cui la maggioranza di destra ha chiesto la stessa cosa». La costruzione del Ponte è un’opera che alla Sicilia serve come il pane perché l’avvicina al Nord e all’Europa, cosa di cui si è visto che c’è grande bisogno anche solo guardando le folle immagini delle case costruite su una frana. Inoltre, il Ponte ha seguito un suo iter legislativo, c’è un contratto da rispettare con WeBuild e sono stati stanziati i fondi necessari. Poi, certo, è anche diventato la bandiera di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ma si può fare un danno a un’intera Regione per il gusto di fare un dispetto a un avversario politico?
Assolutamente sì, Secondo il Pd, dove la linea della Schlein ha trovato il sostegno anche il sostegno dell’ex ministro Giuseppe Provenzano e del partito locale. Poi, il tasso di faciloneria, misto a una buona dose di sciacallaggio politico, è salito alle stelle quando da Bruxelles s’è fatta viva Ilaria Salis. L’eurodeputata di Avs ha dato al suo popolo il seguente annuncio su “X”: «Il Governo, e in particolare Salvini, non antepongano il proprio ego politico al benessere dei cittadini. Per questo ieri ho firmato un’interrogazione parlamentare promossa dal mio collega siciliano Leoluca Orlando (Avs) per sollecitare lo stanziamento di fondi europei». Solita storia: l’Europa come bancomat pur di spostare le responsabilità degli abusi edilizi a qualche migliaio di chilometri di distanza.
Salvini aveva già risposto due giorni fa , spiegando che i fondi del Ponte «sono per investimenti.. bisogna conoscere le cose. E poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, come facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, Calabria e Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».
Ma nulla, anche ieri dal Pd e da Avs sono arrivate richieste surreali. E sempre Salvini, che ieri è stato in Calabria a visitare i luoghi colpiti dall’uragano, è tornato sul tema: «Il Ponte sarebbe utile anche «in caso di eventi disastrosi, perché i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». Sulla stessa linea il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. L’ex presidente della Regione (in carica dal 2017 al 2022) ne ha fatto anche una questione di orgoglio nazionale: «Uno Stato come l’Italia, seconda potenza industriale d’Europa, può riparare i danni e andare avanti con ponti, scuole, strade, ferrovie». Insomma, non siamo la Grecia alle prese con la Troika.
Mentre scorrevano le chiacchiere, il fronte della frana di Niscemi, lungo quattro chilometri, è avanzato anche ieri. Al momento, su 24.000 abitanti, ci sono 1.500 sfollati e 4.000 studenti che non hanno potuto andare a scuola. Lo stesso Musumeci aveva già avvertito che il fronte della frana era destinato ad allargarsi. E il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, non ha avuto paura di accostamenti storici quando ha affermato: «C’è un movimento franoso che è circa di 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentati 263 milioni».
Alla fine, il tentativo di fermare il Ponte di Messina brandendo la frana di Niscemi sembra fallito. Salvini lo ha riassunto con una battuta: «É come se quando ci sono stati problemi in Piemonte si fosse definanziata la Tav. Troveremo altri soldi». Che in Italia ci sia un alto tasso di consumo del territorio è assodato, ma è vero che siamo anche il Paese che ci mette decenni a concludere una grande opera. La cosa nuova è che adesso, per fermare un’opera infrastrutturale, si tenti di strumentalizzare un problema nato proprio da un consumo del territorio (a uso abitativo) evidentemente sconsiderato.
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Maurizio Landini (Imagoeconomica)
«È sotto gli occhi di tutti», ha aggiunto, «quello che è avvenuto in questi anni, e cioè una riduzione del potere d’acquisto dei salari e dall’altra parte un aumento della precarietà e dello sfruttamento nel lavoro che non ha precedenti. C’è bisogno di un intervento anche legislativo che introduca non solo il salario orario minimo, ma c’è bisogno di arrivare anche a una legge sulla rappresentanza che cancelli i contratti pirata, perché oggi una delle cose che sta riducendo il salario è la presenza anche di contratti pirata che si stanno estendendo. Su queste cose», ha continuato, «noi ieri (due giorni fa, ndr) abbiamo avuto un incontro con Confindustria e abbiamo in programma tutta una serie di incontri con tutte le associazioni imprenditoriali. Le persone quando fanno lo stesso lavoro», ha concluso, «devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele anche sulla salute e la sicurezza, sulla formazione, sugli orari, sugli inquadramenti. È il modo per superare la precarietà».
Landini ha poi risposto a chi gli chiedeva delle opposizioni che ieri hanno impedito la conferenza stampa sulla remigrazione, occupando la sala stampa della Camera.
«Si tratta di difendere la nostra Costituzione, di non far perdere la memoria e di ricordare che se siamo un paese democratico con una Costituzione democratica è perché i nostri padri e i nostri nonni hanno sconfitto il nazismo e il fascismo», ha detto. «Noi», ha aggiunto Landini, «stiamo chiedendo da tempo che tutte le forze che si richiamano al fascismo siano sciolte. Anche perché la nostra sede è stata assaltata da una organizzazione che si richiama al fascismo. È assolutamente importante affermare questa cultura».
Il sindacalista ha parlato anche dell’ex Ilva di Taranto. «Noi non abbiamo ad oggi notizia di quello che stanno facendo e di cosa stanno discutendo. Per la situazione delicata e difficile che c’è a Taranto e in tutto il gruppo, è necessario che ci sia un intervento diretto dello Stato nella gestione» dello stabilimento «per dare garanzie di futuro al gruppo e a tutte le attività dell’indotto. «Noi», ha aggiunto, «pensiamo che senza un intervento pubblico rischia di non esserci nessuna prospettiva. Sono 12 anni che l’intervento pubblico viene rinviato e vediamo la situazione in cui siamo. Non abbiamo tempo da perdere e per noi è necessario che ci sia un intervento pubblico per salvaguardare una attività strategica per il nostro Paese».
Landini ha anche commentato il nuovo governato della Puglia, Antonio Decaro. «Mi aspetto che si confronti con le organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, non con altre organizzazioni che non hanno alcuna rappresentanza. Mi aspetto che si facciano degli investimenti seri sulla sanità e mi aspetto che si possa aprire anche una prospettiva di politica industriale», ha concluso. «Ma bisogna avere consapevolezza che una serie di problemi non si risolvono nelle singole regioni».
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Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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