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2021-07-11
Azzurri e Berrettini: obiettivo zero rimpianti
Si racconta che il principe di Condè dormì profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi, scrive il Manzoni nell'incipit del secondo capitolo dei Promessi Sposi, e lo fa per sottolineare la calma olimpica di chi, strategicamente, sa di possedere i mezzi necessari per prevalere nella disputa con l'avversario, a differenza del povero curato don Abbondio, destinato a trascorrere una nottata di «angosciose consulte» perché cacciatosi in un ginepraio inestricabile. L'auspicio per le battaglie che attendono oggi la nazionale italiana di calcio nella finale di Euro 2020 e Matteo Berrettini a Wimbledon è quello di imitare il nobile comandante navarrino: scendere in campo con la leggerezza di chi fa della consapevolezza nelle proprie doti un privilegio stilistico, mettendo da parte i tentennamenti nascosti dall'incombenza di un traguardo visibile. La discriminante non sarà tra vincere o perdere. Sarà tra l'aver tentato tutto il possibile per prevalere e l'essersi lasciati scappare l'occasione di rifilare una zampata letale per scarsa audacia. Di solito la soddisfazione sportiva arriva quando la partecipazione ne è il conseguente esercizio di coerenza. In parole povere: lunedì mattina sia la squadra di Roberto Mancini, sia il tennista romano saliranno sull'aereo per Fiumicino e saranno ricevuti dal presidente Sergio Mattarella, i rimpianti non saranno compresi nel prezzo del volo. Le due situazioni hanno diversi punti in comune. Entrambe costituiscono la rinascita di due movimenti da un po' di tempo bistrattati. La Nazionale di pallone arriva dal disastro della mancata partecipazione ai Mondiali 2018, un'onta passata in cavalleria grazie alla ricostruzione spensierata di Mancini. In queste settimane, l'Italia ha giocato un calcio leggero, organizzato, strutturato su attori giovani e affamati, accompagnati da pochi uomini d'esperienza e di mestiere. I gironi preliminari hanno certificato l'efficacia del nuovo corso, gli ottavi di finale sono stati il primo scalino ostico contro un'Austria che aveva eretto barricate per compensare l'evidente inferiorità tecnica, i quarti contro il Belgio hanno rappresentato lo scatto decisivo. Superare i Diavoli Rossi e le loro individualità formidabili ha garantito ai tifosi una certezza: l'Italia è tornata a livello che le compete. Battere la Spagna di Luis Enrique ha fatto il resto. E gli inglesi, temibili e granitici, non sono superiori agli spagnoli. È vero, il match si giocherà a Wembley, una bolgia di 60.000 spettatori quasi tutti schierati per i beniamini di casa, con il primo tifoso britannico, il premier Boris Johnson, gran sodale del plenipotenziario Uefa Aleksander Ceferin dopo averlo aiutato a disinnescare l'insidia politica della Superlega. La squadra di Gareth Southgate poi ha incassato un solo gol, in semifinale e su punizione. Ma, come ci si ricorda dai Mondiali 2006, giocare in uno stadio ostile dominato dai padroni di casa è uno stimolo esaltante. Matteo Berrettini godrà poi di una leggerezza ancora maggiore. In molti se lo immaginano travestito da Rocky Balboa quando, in piena fregola edonista reaganiana, si trovò di fronte il colosso Ivan Drago che lo fulminò con il leggendario: «Ti spiezzo in due». Per palmares e solidità di gioco, il trentaquattrenne serbo Novak Djokovic è un Drago infarcito del supporto di una nazione, la Serbia, dove siede alla destra del santo patrono: è il tennista che ha trascorso il maggior numero di settimane da numero uno al mondo nella storia, ha vinto Wimbledon 5 volte, un mese fa ha portato a casa il Roland Garros superando il terraiolo per eccellenza Rafa Nadal e sconfiggendo, non senza qualche grattacapo, proprio Berrettini nei quarti di finale. In più, sa recuperare palle improbabili rispedendole al mittende con traiettorie metafisiche. E però Matteo è approdato laddove nessun italiano della racchetta è mai giunto prima. Mai nessuno dei nostri ha vinto sull'erba del Queen's, tanto meno ha raggiunto una finale a Wimbledon servendo 100 ace nel torneo, sbarazzandosi con relativa facilità di avversari insidiosissimi. Per lui non si tratterà di avere qualcosa da perdere, ma di aver molto da guadagnare. A patto di sfoderare quella fluidità tipica non di un match decisivo, ma di una partita normale, di piazzare le prime di servizio con la stessa, impressionante percentuale di efficacia della semifinale con Hurkacz, quasi a dimenticarsi di essere un esordiente nel mondo delle finali del Grande Slam. Il resto lo farà la sorte. Non dimenticando qualche episodio goloso: sull'erba inglese, nel 1991, un semi sconosciuto Michael Stich prevalse sul connazionale Boris Becker, facendo saltare il banco di quotisti e allibratori. Ma anche: agli US Open 2000, il granatiere russo Marat Safin fece letteralmente impazzire lo strafavorito Pete Sampras, liquidandolo in tre set grazie al tennis, parole sue, «più lieve e libero da condizionamenti di sempre». A riprova, manco a dirlo, che è su Djokovic a pesare il fardello di non poter fallire. Così come è sulla nazionale inglese che si concentreranno tutte le attenzioni della polveriera di Wembley.
Formazione confermata in blocco. Il ct: «Vogliamo divertirci ancora»
L'ora della verità è arrivata: stasera l'Italia alle 21 scende in campo a Wembley contro l'Inghilterra per la finale degli Europei. Si gioca nella tana del lupo, con tutti i pronostici contro: situazione ideale per gli azzurri di Roberto Mancini, che dovrebbe, per la prima volta in questo torneo, schierare la stessa formazione della gara precedente, la semifinale vinta ai rigori contro la Spagna. Salvo imprevisti, quindi, sarà questo il 4-3-3 di partenza: Donnarumma tra i pali; Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini e Emerson in difesa; Barella, Jorginho e Verratti a centrocampo; Chiesa, Immobile e Insigne davanti. Gareth Southgate si affiderà invece al 4-2-3-1: Pickford in porta; Walker, Stones, Maguire e Shaw in difesa ; Rice e Philips in mezzo al campo; Saka, Mount e Sterling alle spalle di Kane. Arbitrerà il fischietto olandese Bjorn Kuipers, classe 1973, coadiuvato dai connazionali Sander van Roekel e Erwin Zeinstra, mentre il quarto uomo sarà lo spagnolo Carlos del Cerro Grande. Al Var ci sarà il tedesco Bastian Dankert.
Dopo la positività al Covid di Alberto Rimedio, la Rai ha assegnato la telecronaca della finale a Stefano Bizzotto, con il commento tecnico di Katia Serra. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sarà a Wembley come annunciato nei giorni scorsi. Gli azzurri hanno effettuato la rifinitura ieri sera, nel centro sportivo del Tottenham, non appena si è conclusa la conferenza stampa di Mancini: «Da giocatore azzurro», ha detto il mister, «non ho avuto la fortuna di vincere quel che avremmo meritato, né con l'Under 21 né al Mondiale 1990: spero di togliermi domani da ct quelle soddisfazioni che in nazionale mi sono mancate. Se i ragazzi vogliono divertirsi ancora, abbiamo gli ultimi 90 minuti per farlo. Ho definito all'inizio questa Italia divertente: lo ripeto oggi, e aggiungo sostanziosa. Non è mai stata facile, e i ragazzi l'hanno affrontata con grande forza. Possiamo giocare bene, fare una grande partita. Spero che la data possa essere importante per una seconda volta per gli italiani», ha aggiunto Mancini, «riferendosi alla conquista del Mondiale dell'Italia di Bearzot, l'11 luglio 1982 a Madrid. «Dobbiamo essere tranquilli. Sarà difficile, per tanti motivi», ha sottolineato Mancini, «ma dobbiamo esser concentrati sul nostro gioco e cercare di attuarlo al meglio. L'avversario? Gli inglesi hanno grande passione per il calcio come l'Italia, hanno sempre avuto grandi squadre come adesso. Sarà una bella gara davanti a uno stadio pieno e questo è meraviglioso per chi ama il calcio. Sarà un bel giorno per giocare una partita, sappiamo delle loro grandi qualità».
L’odissea della seconda dose per gli ex malati
Ieri avevo la seconda dose di vaccino Pfizer da fare, ma non mi sono presentata al centro dove ero prenotata per la somministrazione. No, non ho cambiato l'idea che mi sono fatta in questi mesi sui vaccini. Sono ancora sicura che siano l'unica strada per uscire da questa pandemia e fino a pochi giorni fa non vedevo l'ora di completare il vaccino per sentirmi più sicura, sia per me che per gli altri. Qualche giorno fa però ho avuto l'idea di farmi un test sierologico per misurare, con un semplice prelievo del sangue, la quantità di anticorpi contro il Covid-19 presenti nel mio corpo.
Con una spesa di 35 euro scopro con mia grande soddisfazione di averne tanti, anzi tantissimi: 805,5 S-rbd. Quando ritiro il referto il medico mi dice «beata lei ne ha una tonnellata». Per capirci, molti sanitari che hanno fatto la doppia dose di Pfizer qualche mese fa, ora ne hanno 45/50 S-rbd. Mi spiegano che essendomi ammalata di Covid ad agosto dell'anno scorso e avendo fatto una dose di vaccino il mio organismo ne ha sviluppati molti altri. Bene penso, ma ora la seconda dose la devo fare o no? E qui inizia la mia odissea per trovare la risposta. Chiamo prima il numero verde di Regione Lombardia dedicato al coronavirus. L'operatore mi dice di sentire il Cts, il comitato tecnico scientifico per l'emergenza Covid, che a sua volta mi rimanda al numero verde. Quando richiamo, questa volta mi dicono di sentire il mio medico di famiglia. Chiamo allora il mio dottore di base, gli spiego che ho tantissimi anticorpi e gli pongo la fatidica domanda, devo o non devo fare la seconda dose? Mi consiglia di chiedere al centro vaccinale, mi dice che non può essere lui a decidere. Faccio così l'ennesima chiamata sperando sia quella che mi darà la soluzione definitiva. Un gentile dottore mi dice che sì, ho molti anticorpi ma che le linee guida della casa farmaceutica, nel mio caso Pfizer, dicono che una dose è prevista solo per i guariti nei 6 mesi precedenti al vaccino. Io sono guarita da un annoPoi aggiunge: «Detto tra noi, può avere un senso dal punto di vista clinico non farlo, ma non troverà mai nessun medico vaccinatore che si assuma la responsabilità di dirle “ok non facciamo la seconda dose perché dagli esami che mi ha portato vedo che non ne ha bisogno perché ha molti anticorpi"».
Insomma io devo farmi un secondo vaccino non perché ne ho bisogno ma perché non ci sono delle linee guida che dicano di portare un test sierologico alle persone che hanno già avuto la malattia? Ma la sorpresa arriva alla fine perché mi dice: «Non fare la seconda dose genera una serie diproblematiche per quanto riguarda le prenotazioni. Se lei salta la dose il sistema non la riconosce più e si generano delle problematiche dal punto di vista burocratico e comunque non le rilasciano il green pass». Ora non so più che fare ma per fortuna mi ricordo che per lavoro ho il numero di un virologo di grande fama, così chiamo il professor Massimo Galli, responsabile malattie infettiveall'ospedale Sacco di Milano. Lui conciso mi dice: «Non lo faccia, non né ha bisogno». Dopo un'intera giornata di chiamate ho avuto finalmente una risposta definitiva e solo perché avevo il telefono della persona giusta. Il numero verde dedicato al Covid fornisce tante opzioni: la possibilità di cambiare la data per la prima dose, informazioni per la seconda ma solo per gli insegnanti. Insomma il mio caso non è contemplato anche se, come me, ci sono tante persone guarite che forse del secondo richiamo non ne hanno bisogno. Dimenticavo, quando ho cercato di disdire il mio appuntamento, per lasciare il posto ad un'altra persona, mi è stato detto che non è possibile cancellare. «Se uno non vuole andare semplicemente non si presenta», mi è stato risposto. Il test sierologico privatamente costa circa 30 euro, capisco che forse, far passare questoesame a tutti i guariti dal Covid-19 prima del vaccino, potrebbe essere dispendioso per lo Stato, ma così si stanno vaccinando persone che non ne hanno bisogno. Alla fine non mi sono fatta iniettare la seconda dose, non avrò però il mio agognato green pass e per il richiamo in autunno, che forse dovremmo fare, io finirò in fondo alla lista perché per lo Stato sono una rinunciataria.
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La squadra di Mancini dovrà vedersela con Wembley stracolmo di inglesi, mentre il tennista romano è alla sua prima sfida valida per uno slam contro un rivale che, solo a Wimbledon, ha già cinque trionfi. Non c'è nulla da perdere, vietato avere pauraStessi 11 che hanno battuto gli spagnoli. La Rai sostituisce Alberto Rimedio con Stefano BizzottoDopo il primo Pfizer anticorpi alle stelle: effetto della guarigione dal virus. Capire cosa fare è un'impresaLo speciale contiene tre articoli Si racconta che il principe di Condè dormì profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi, scrive il Manzoni nell'incipit del secondo capitolo dei Promessi Sposi, e lo fa per sottolineare la calma olimpica di chi, strategicamente, sa di possedere i mezzi necessari per prevalere nella disputa con l'avversario, a differenza del povero curato don Abbondio, destinato a trascorrere una nottata di «angosciose consulte» perché cacciatosi in un ginepraio inestricabile. L'auspicio per le battaglie che attendono oggi la nazionale italiana di calcio nella finale di Euro 2020 e Matteo Berrettini a Wimbledon è quello di imitare il nobile comandante navarrino: scendere in campo con la leggerezza di chi fa della consapevolezza nelle proprie doti un privilegio stilistico, mettendo da parte i tentennamenti nascosti dall'incombenza di un traguardo visibile. La discriminante non sarà tra vincere o perdere. Sarà tra l'aver tentato tutto il possibile per prevalere e l'essersi lasciati scappare l'occasione di rifilare una zampata letale per scarsa audacia. Di solito la soddisfazione sportiva arriva quando la partecipazione ne è il conseguente esercizio di coerenza. In parole povere: lunedì mattina sia la squadra di Roberto Mancini, sia il tennista romano saliranno sull'aereo per Fiumicino e saranno ricevuti dal presidente Sergio Mattarella, i rimpianti non saranno compresi nel prezzo del volo. Le due situazioni hanno diversi punti in comune. Entrambe costituiscono la rinascita di due movimenti da un po' di tempo bistrattati. La Nazionale di pallone arriva dal disastro della mancata partecipazione ai Mondiali 2018, un'onta passata in cavalleria grazie alla ricostruzione spensierata di Mancini. In queste settimane, l'Italia ha giocato un calcio leggero, organizzato, strutturato su attori giovani e affamati, accompagnati da pochi uomini d'esperienza e di mestiere. I gironi preliminari hanno certificato l'efficacia del nuovo corso, gli ottavi di finale sono stati il primo scalino ostico contro un'Austria che aveva eretto barricate per compensare l'evidente inferiorità tecnica, i quarti contro il Belgio hanno rappresentato lo scatto decisivo. Superare i Diavoli Rossi e le loro individualità formidabili ha garantito ai tifosi una certezza: l'Italia è tornata a livello che le compete. Battere la Spagna di Luis Enrique ha fatto il resto. E gli inglesi, temibili e granitici, non sono superiori agli spagnoli. È vero, il match si giocherà a Wembley, una bolgia di 60.000 spettatori quasi tutti schierati per i beniamini di casa, con il primo tifoso britannico, il premier Boris Johnson, gran sodale del plenipotenziario Uefa Aleksander Ceferin dopo averlo aiutato a disinnescare l'insidia politica della Superlega. La squadra di Gareth Southgate poi ha incassato un solo gol, in semifinale e su punizione. Ma, come ci si ricorda dai Mondiali 2006, giocare in uno stadio ostile dominato dai padroni di casa è uno stimolo esaltante. Matteo Berrettini godrà poi di una leggerezza ancora maggiore. In molti se lo immaginano travestito da Rocky Balboa quando, in piena fregola edonista reaganiana, si trovò di fronte il colosso Ivan Drago che lo fulminò con il leggendario: «Ti spiezzo in due». Per palmares e solidità di gioco, il trentaquattrenne serbo Novak Djokovic è un Drago infarcito del supporto di una nazione, la Serbia, dove siede alla destra del santo patrono: è il tennista che ha trascorso il maggior numero di settimane da numero uno al mondo nella storia, ha vinto Wimbledon 5 volte, un mese fa ha portato a casa il Roland Garros superando il terraiolo per eccellenza Rafa Nadal e sconfiggendo, non senza qualche grattacapo, proprio Berrettini nei quarti di finale. In più, sa recuperare palle improbabili rispedendole al mittende con traiettorie metafisiche. E però Matteo è approdato laddove nessun italiano della racchetta è mai giunto prima. Mai nessuno dei nostri ha vinto sull'erba del Queen's, tanto meno ha raggiunto una finale a Wimbledon servendo 100 ace nel torneo, sbarazzandosi con relativa facilità di avversari insidiosissimi. Per lui non si tratterà di avere qualcosa da perdere, ma di aver molto da guadagnare. A patto di sfoderare quella fluidità tipica non di un match decisivo, ma di una partita normale, di piazzare le prime di servizio con la stessa, impressionante percentuale di efficacia della semifinale con Hurkacz, quasi a dimenticarsi di essere un esordiente nel mondo delle finali del Grande Slam. Il resto lo farà la sorte. Non dimenticando qualche episodio goloso: sull'erba inglese, nel 1991, un semi sconosciuto Michael Stich prevalse sul connazionale Boris Becker, facendo saltare il banco di quotisti e allibratori. Ma anche: agli US Open 2000, il granatiere russo Marat Safin fece letteralmente impazzire lo strafavorito Pete Sampras, liquidandolo in tre set grazie al tennis, parole sue, «più lieve e libero da condizionamenti di sempre». A riprova, manco a dirlo, che è su Djokovic a pesare il fardello di non poter fallire. 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Salvo imprevisti, quindi, sarà questo il 4-3-3 di partenza: Donnarumma tra i pali; Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini e Emerson in difesa; Barella, Jorginho e Verratti a centrocampo; Chiesa, Immobile e Insigne davanti. Gareth Southgate si affiderà invece al 4-2-3-1: Pickford in porta; Walker, Stones, Maguire e Shaw in difesa ; Rice e Philips in mezzo al campo; Saka, Mount e Sterling alle spalle di Kane. Arbitrerà il fischietto olandese Bjorn Kuipers, classe 1973, coadiuvato dai connazionali Sander van Roekel e Erwin Zeinstra, mentre il quarto uomo sarà lo spagnolo Carlos del Cerro Grande. Al Var ci sarà il tedesco Bastian Dankert. Dopo la positività al Covid di Alberto Rimedio, la Rai ha assegnato la telecronaca della finale a Stefano Bizzotto, con il commento tecnico di Katia Serra. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sarà a Wembley come annunciato nei giorni scorsi. Gli azzurri hanno effettuato la rifinitura ieri sera, nel centro sportivo del Tottenham, non appena si è conclusa la conferenza stampa di Mancini: «Da giocatore azzurro», ha detto il mister, «non ho avuto la fortuna di vincere quel che avremmo meritato, né con l'Under 21 né al Mondiale 1990: spero di togliermi domani da ct quelle soddisfazioni che in nazionale mi sono mancate. Se i ragazzi vogliono divertirsi ancora, abbiamo gli ultimi 90 minuti per farlo. Ho definito all'inizio questa Italia divertente: lo ripeto oggi, e aggiungo sostanziosa. Non è mai stata facile, e i ragazzi l'hanno affrontata con grande forza. Possiamo giocare bene, fare una grande partita. Spero che la data possa essere importante per una seconda volta per gli italiani», ha aggiunto Mancini, «riferendosi alla conquista del Mondiale dell'Italia di Bearzot, l'11 luglio 1982 a Madrid. «Dobbiamo essere tranquilli. Sarà difficile, per tanti motivi», ha sottolineato Mancini, «ma dobbiamo esser concentrati sul nostro gioco e cercare di attuarlo al meglio. L'avversario? Gli inglesi hanno grande passione per il calcio come l'Italia, hanno sempre avuto grandi squadre come adesso. Sarà una bella gara davanti a uno stadio pieno e questo è meraviglioso per chi ama il calcio. Sarà un bel giorno per giocare una partita, sappiamo delle loro grandi qualità». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/azzurri-e-berrettini-obiettivo-zero-rimpianti-2653743385.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lodissea-della-seconda-dose-per-gli-ex-malati" data-post-id="2653743385" data-published-at="1625989757" data-use-pagination="False"> L’odissea della seconda dose per gli ex malati Ieri avevo la seconda dose di vaccino Pfizer da fare, ma non mi sono presentata al centro dove ero prenotata per la somministrazione. No, non ho cambiato l'idea che mi sono fatta in questi mesi sui vaccini. Sono ancora sicura che siano l'unica strada per uscire da questa pandemia e fino a pochi giorni fa non vedevo l'ora di completare il vaccino per sentirmi più sicura, sia per me che per gli altri. Qualche giorno fa però ho avuto l'idea di farmi un test sierologico per misurare, con un semplice prelievo del sangue, la quantità di anticorpi contro il Covid-19 presenti nel mio corpo. Con una spesa di 35 euro scopro con mia grande soddisfazione di averne tanti, anzi tantissimi: 805,5 S-rbd. Quando ritiro il referto il medico mi dice «beata lei ne ha una tonnellata». Per capirci, molti sanitari che hanno fatto la doppia dose di Pfizer qualche mese fa, ora ne hanno 45/50 S-rbd. Mi spiegano che essendomi ammalata di Covid ad agosto dell'anno scorso e avendo fatto una dose di vaccino il mio organismo ne ha sviluppati molti altri. Bene penso, ma ora la seconda dose la devo fare o no? E qui inizia la mia odissea per trovare la risposta. Chiamo prima il numero verde di Regione Lombardia dedicato al coronavirus. L'operatore mi dice di sentire il Cts, il comitato tecnico scientifico per l'emergenza Covid, che a sua volta mi rimanda al numero verde. Quando richiamo, questa volta mi dicono di sentire il mio medico di famiglia. Chiamo allora il mio dottore di base, gli spiego che ho tantissimi anticorpi e gli pongo la fatidica domanda, devo o non devo fare la seconda dose? Mi consiglia di chiedere al centro vaccinale, mi dice che non può essere lui a decidere. Faccio così l'ennesima chiamata sperando sia quella che mi darà la soluzione definitiva. Un gentile dottore mi dice che sì, ho molti anticorpi ma che le linee guida della casa farmaceutica, nel mio caso Pfizer, dicono che una dose è prevista solo per i guariti nei 6 mesi precedenti al vaccino. Io sono guarita da un annoPoi aggiunge: «Detto tra noi, può avere un senso dal punto di vista clinico non farlo, ma non troverà mai nessun medico vaccinatore che si assuma la responsabilità di dirle “ok non facciamo la seconda dose perché dagli esami che mi ha portato vedo che non ne ha bisogno perché ha molti anticorpi"». Insomma io devo farmi un secondo vaccino non perché ne ho bisogno ma perché non ci sono delle linee guida che dicano di portare un test sierologico alle persone che hanno già avuto la malattia? Ma la sorpresa arriva alla fine perché mi dice: «Non fare la seconda dose genera una serie diproblematiche per quanto riguarda le prenotazioni. Se lei salta la dose il sistema non la riconosce più e si generano delle problematiche dal punto di vista burocratico e comunque non le rilasciano il green pass». Ora non so più che fare ma per fortuna mi ricordo che per lavoro ho il numero di un virologo di grande fama, così chiamo il professor Massimo Galli, responsabile malattie infettiveall'ospedale Sacco di Milano. Lui conciso mi dice: «Non lo faccia, non né ha bisogno». Dopo un'intera giornata di chiamate ho avuto finalmente una risposta definitiva e solo perché avevo il telefono della persona giusta. Il numero verde dedicato al Covid fornisce tante opzioni: la possibilità di cambiare la data per la prima dose, informazioni per la seconda ma solo per gli insegnanti. Insomma il mio caso non è contemplato anche se, come me, ci sono tante persone guarite che forse del secondo richiamo non ne hanno bisogno. Dimenticavo, quando ho cercato di disdire il mio appuntamento, per lasciare il posto ad un'altra persona, mi è stato detto che non è possibile cancellare. «Se uno non vuole andare semplicemente non si presenta», mi è stato risposto. Il test sierologico privatamente costa circa 30 euro, capisco che forse, far passare questoesame a tutti i guariti dal Covid-19 prima del vaccino, potrebbe essere dispendioso per lo Stato, ma così si stanno vaccinando persone che non ne hanno bisogno. Alla fine non mi sono fatta iniettare la seconda dose, non avrò però il mio agognato green pass e per il richiamo in autunno, che forse dovremmo fare, io finirò in fondo alla lista perché per lo Stato sono una rinunciataria.
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A Milano, sul palco dell’evento Your Next Milano 2026 alla Triennale, si è acceso il dibattito sul futuro di San Siro, tra esigenze sportive, ricadute economiche e una forte componente di memoria storica. Protagonisti del dibattito sono stati i presidenti di Inter e Milan, Giuseppe Marotta e Paolo Scaroni, e il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Per Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, lo stadio nuovo non è solo un’opportunità sportiva, ma un investimento fondamentale per la città e per i tifosi. «Lo stadio nuovo è un’esigenza che sentivamo di avere, ringraziamo il Sindaco Sala per la determinazione nell’aver raggiunto questo obiettivo ricco di insidie», ha detto, ricordando con nostalgia i suoi primi passi allo storico impianto: «Ho visto la mia prima partita a San Siro quando avevo 8 anni, dimenticare quelle emozioni è impossibile». Marotta ha sottolineato anche la modernità: «L’innovazione porta a dire che ci sono degli standard che vanno rispettati. Per il tifoso avere una casa è qualcosa di importante. Oggi andare allo stadio non è solo vedere una partita, ma assistere anche a uno spettacolo prima e dopo».
Sul lato economico e urbano, Paolo Scaroni, presidente del Milan, ha spiegato come il nuovo stadio rappresenti una risorsa per tutta Milano e ha evidenziato l’impatto economico del calcio sulla città. «Quando si svolge una partita di Champions League a Milano, gli esercizi commerciali aumentano il loro fatturato del 30%. E anche per le partite del campionato: quando vedete i 75.000 a San Siro, mica sono tutti milanesi ma vengono da tutta Italia a vedere le partite. Il nuovo impianto promette di raddoppiare le entrate dei club senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari» - ha detto Scaroni che ha poi spiegato il progetto dello stadio nuovo - «La zona sarà molto verde: più del 50% della zona sarà verde. Ci saranno ristoranti, luoghi di ritrovo, bar, tante attività sportive». Per i club, ha precisato, «lo stadio rappresenta circa il 20% delle nostre entrate. Con un nuovo stadio, senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari, noi contiamo di raddoppiare le nostre entrate». L'obiettivo è, insomma, trasformare l’area di San Siro in un polo vissuto tutto l’anno, capace di combinare sviluppo urbano, sport e intrattenimento.
Dal palco è intervenuto poi Ignazio La Russa, presidente del Senato, con un tono più nostalgico: «Oggi si parla di Your Next Milano 2026, ma io sono d'accordo con quel che ha detto il presidente del Milan Scaroni, che dice che Milano aveva e ha assolutamente bisogno di un nuovo stadio. Io l'ho sempre sostenuto, sarà un grande regalo per Milano» - ha affermato La Russa prima di lanciare una stoccata all'amministrazione comunale - «C'è voluta una fatica infinita e avremmo dovuto farlo molto prima. Il sindaco Sala ce l'ha messa tutta, la sua giunta un po' meno, molto meno». Il presidente del Senato ha poi aggiunto: «Lo stadio nuovo si costruirà e il progetto vuole che dopo che sarà costruito si abbatta San Siro. Ma io ho sempre un sogno e lo devo dire: che si possa in futuro decidere di tenere due stadi, chi lo sa, magari utilizzando il vecchio San Siro per altri compiti, magari cedendolo, magari realizzando quei due stadi che in tante parti del mondo restano. Uno sarà uno spazio moderno, che serve al Milan e all'Inter, uno sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto, era così bello che io me lo terrei per tutta la vita». Infine La Russa ha voluto sottolineare l’importanza della città: «Milano, lo dico davanti al sindaco Sala, può essere migliorata sulla sicurezza, soprattutto sulla viabilità, però Milano già così com'è… è l'unica vera città europea d'Italia».
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I fatti contestati risalgono al 2021. Il protagonista, come detto, viene dal Pakistan, ma è residente da oltre 10 anni in Brianza. L’uomo arriva al pronto soccorso per una brutta caduta, la seconda in pochi mesi. I medici gli diagnosticano la cecità dell’occhio sinistro con la perdita della vista. Stesa cosa era già successa in precedenza all’occhio destro. Lo straniero avvia le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità, sottoponendosi alle visite di rito. La diagnosi è chiara: da un occhio è buio pesto, cecità totale. Dall’altro può percepire solo vaghe luci o movimenti a breve distanza. Nel 2022 la pratica per l’invalidità civile è accettata: per lo Stato italiano, il pakistano è cieco assoluto. Gli spetta quindi la relativa pensione.
Nel 2024, tuttavia, la guardia di finanza di Seveso, durante un controllo, lo vede camminare da solo e «guidare con disinvoltura un’auto di sua proprietà». Un impegnativo Suv, per giunta. Tutte abitudini incongruenti con il suo status medico e civile. La Procura di Monza lo accusa di essere un falso invalido e lo fa arrestare: passa un anno fra carcere e domiciliari, con conti correnti e beni sequestrati. La pensione è, ovviamente, revocata. Parte il processo, la Procura chiede la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. Il giudice, però, lo assolve «perché il fatto non sussiste». Il falso cieco è cieco per davvero.
Perché ci sia stato bisogno di andare a processo non è chiaro: un non vedente è un non vedente, non si tratta di una condizione che si presta a molte ambiguità. Ad ogni modo, i medici chiamati a verificare la situazione dell’uomo hanno confermato: cecità assoluta. Quindi non c’è truffa all’Inps.
Resta da capire la vicenda del Suv. I legali del pachistano hanno fatto presente che la questione non è dirimente a fini legali: «I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico e non importa se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse, Un residuo visivo, ammesso dalla legge al di sotto del 3%, può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana».
Insomma, se guidava la macchina, non per questo vuol dire che non fosse davvero cieco. Forse era solo incosciente. O magari aveva una forte «capacità di adattamento». Una magra consolazione per pedoni e altri automobilisti brianzoli, che per anni hanno condiviso le strade con un guidatore che si affidava al sesto senso per percepire stop e attraversamenti sulle strisce.
In pratica, una sorta di Daredevil, il supereroe Marvel privo di vista ma dotato di un super senso dell’orientamento. Ma in versione brianzolo-pakistana.
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