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2021-07-11
Azzurri e Berrettini: obiettivo zero rimpianti
Si racconta che il principe di Condè dormì profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi, scrive il Manzoni nell'incipit del secondo capitolo dei Promessi Sposi, e lo fa per sottolineare la calma olimpica di chi, strategicamente, sa di possedere i mezzi necessari per prevalere nella disputa con l'avversario, a differenza del povero curato don Abbondio, destinato a trascorrere una nottata di «angosciose consulte» perché cacciatosi in un ginepraio inestricabile. L'auspicio per le battaglie che attendono oggi la nazionale italiana di calcio nella finale di Euro 2020 e Matteo Berrettini a Wimbledon è quello di imitare il nobile comandante navarrino: scendere in campo con la leggerezza di chi fa della consapevolezza nelle proprie doti un privilegio stilistico, mettendo da parte i tentennamenti nascosti dall'incombenza di un traguardo visibile. La discriminante non sarà tra vincere o perdere. Sarà tra l'aver tentato tutto il possibile per prevalere e l'essersi lasciati scappare l'occasione di rifilare una zampata letale per scarsa audacia. Di solito la soddisfazione sportiva arriva quando la partecipazione ne è il conseguente esercizio di coerenza. In parole povere: lunedì mattina sia la squadra di Roberto Mancini, sia il tennista romano saliranno sull'aereo per Fiumicino e saranno ricevuti dal presidente Sergio Mattarella, i rimpianti non saranno compresi nel prezzo del volo. Le due situazioni hanno diversi punti in comune. Entrambe costituiscono la rinascita di due movimenti da un po' di tempo bistrattati. La Nazionale di pallone arriva dal disastro della mancata partecipazione ai Mondiali 2018, un'onta passata in cavalleria grazie alla ricostruzione spensierata di Mancini. In queste settimane, l'Italia ha giocato un calcio leggero, organizzato, strutturato su attori giovani e affamati, accompagnati da pochi uomini d'esperienza e di mestiere. I gironi preliminari hanno certificato l'efficacia del nuovo corso, gli ottavi di finale sono stati il primo scalino ostico contro un'Austria che aveva eretto barricate per compensare l'evidente inferiorità tecnica, i quarti contro il Belgio hanno rappresentato lo scatto decisivo. Superare i Diavoli Rossi e le loro individualità formidabili ha garantito ai tifosi una certezza: l'Italia è tornata a livello che le compete. Battere la Spagna di Luis Enrique ha fatto il resto. E gli inglesi, temibili e granitici, non sono superiori agli spagnoli. È vero, il match si giocherà a Wembley, una bolgia di 60.000 spettatori quasi tutti schierati per i beniamini di casa, con il primo tifoso britannico, il premier Boris Johnson, gran sodale del plenipotenziario Uefa Aleksander Ceferin dopo averlo aiutato a disinnescare l'insidia politica della Superlega. La squadra di Gareth Southgate poi ha incassato un solo gol, in semifinale e su punizione. Ma, come ci si ricorda dai Mondiali 2006, giocare in uno stadio ostile dominato dai padroni di casa è uno stimolo esaltante. Matteo Berrettini godrà poi di una leggerezza ancora maggiore. In molti se lo immaginano travestito da Rocky Balboa quando, in piena fregola edonista reaganiana, si trovò di fronte il colosso Ivan Drago che lo fulminò con il leggendario: «Ti spiezzo in due». Per palmares e solidità di gioco, il trentaquattrenne serbo Novak Djokovic è un Drago infarcito del supporto di una nazione, la Serbia, dove siede alla destra del santo patrono: è il tennista che ha trascorso il maggior numero di settimane da numero uno al mondo nella storia, ha vinto Wimbledon 5 volte, un mese fa ha portato a casa il Roland Garros superando il terraiolo per eccellenza Rafa Nadal e sconfiggendo, non senza qualche grattacapo, proprio Berrettini nei quarti di finale. In più, sa recuperare palle improbabili rispedendole al mittende con traiettorie metafisiche. E però Matteo è approdato laddove nessun italiano della racchetta è mai giunto prima. Mai nessuno dei nostri ha vinto sull'erba del Queen's, tanto meno ha raggiunto una finale a Wimbledon servendo 100 ace nel torneo, sbarazzandosi con relativa facilità di avversari insidiosissimi. Per lui non si tratterà di avere qualcosa da perdere, ma di aver molto da guadagnare. A patto di sfoderare quella fluidità tipica non di un match decisivo, ma di una partita normale, di piazzare le prime di servizio con la stessa, impressionante percentuale di efficacia della semifinale con Hurkacz, quasi a dimenticarsi di essere un esordiente nel mondo delle finali del Grande Slam. Il resto lo farà la sorte. Non dimenticando qualche episodio goloso: sull'erba inglese, nel 1991, un semi sconosciuto Michael Stich prevalse sul connazionale Boris Becker, facendo saltare il banco di quotisti e allibratori. Ma anche: agli US Open 2000, il granatiere russo Marat Safin fece letteralmente impazzire lo strafavorito Pete Sampras, liquidandolo in tre set grazie al tennis, parole sue, «più lieve e libero da condizionamenti di sempre». A riprova, manco a dirlo, che è su Djokovic a pesare il fardello di non poter fallire. Così come è sulla nazionale inglese che si concentreranno tutte le attenzioni della polveriera di Wembley.
Formazione confermata in blocco. Il ct: «Vogliamo divertirci ancora»
L'ora della verità è arrivata: stasera l'Italia alle 21 scende in campo a Wembley contro l'Inghilterra per la finale degli Europei. Si gioca nella tana del lupo, con tutti i pronostici contro: situazione ideale per gli azzurri di Roberto Mancini, che dovrebbe, per la prima volta in questo torneo, schierare la stessa formazione della gara precedente, la semifinale vinta ai rigori contro la Spagna. Salvo imprevisti, quindi, sarà questo il 4-3-3 di partenza: Donnarumma tra i pali; Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini e Emerson in difesa; Barella, Jorginho e Verratti a centrocampo; Chiesa, Immobile e Insigne davanti. Gareth Southgate si affiderà invece al 4-2-3-1: Pickford in porta; Walker, Stones, Maguire e Shaw in difesa ; Rice e Philips in mezzo al campo; Saka, Mount e Sterling alle spalle di Kane. Arbitrerà il fischietto olandese Bjorn Kuipers, classe 1973, coadiuvato dai connazionali Sander van Roekel e Erwin Zeinstra, mentre il quarto uomo sarà lo spagnolo Carlos del Cerro Grande. Al Var ci sarà il tedesco Bastian Dankert.
Dopo la positività al Covid di Alberto Rimedio, la Rai ha assegnato la telecronaca della finale a Stefano Bizzotto, con il commento tecnico di Katia Serra. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sarà a Wembley come annunciato nei giorni scorsi. Gli azzurri hanno effettuato la rifinitura ieri sera, nel centro sportivo del Tottenham, non appena si è conclusa la conferenza stampa di Mancini: «Da giocatore azzurro», ha detto il mister, «non ho avuto la fortuna di vincere quel che avremmo meritato, né con l'Under 21 né al Mondiale 1990: spero di togliermi domani da ct quelle soddisfazioni che in nazionale mi sono mancate. Se i ragazzi vogliono divertirsi ancora, abbiamo gli ultimi 90 minuti per farlo. Ho definito all'inizio questa Italia divertente: lo ripeto oggi, e aggiungo sostanziosa. Non è mai stata facile, e i ragazzi l'hanno affrontata con grande forza. Possiamo giocare bene, fare una grande partita. Spero che la data possa essere importante per una seconda volta per gli italiani», ha aggiunto Mancini, «riferendosi alla conquista del Mondiale dell'Italia di Bearzot, l'11 luglio 1982 a Madrid. «Dobbiamo essere tranquilli. Sarà difficile, per tanti motivi», ha sottolineato Mancini, «ma dobbiamo esser concentrati sul nostro gioco e cercare di attuarlo al meglio. L'avversario? Gli inglesi hanno grande passione per il calcio come l'Italia, hanno sempre avuto grandi squadre come adesso. Sarà una bella gara davanti a uno stadio pieno e questo è meraviglioso per chi ama il calcio. Sarà un bel giorno per giocare una partita, sappiamo delle loro grandi qualità».
L’odissea della seconda dose per gli ex malati
Ieri avevo la seconda dose di vaccino Pfizer da fare, ma non mi sono presentata al centro dove ero prenotata per la somministrazione. No, non ho cambiato l'idea che mi sono fatta in questi mesi sui vaccini. Sono ancora sicura che siano l'unica strada per uscire da questa pandemia e fino a pochi giorni fa non vedevo l'ora di completare il vaccino per sentirmi più sicura, sia per me che per gli altri. Qualche giorno fa però ho avuto l'idea di farmi un test sierologico per misurare, con un semplice prelievo del sangue, la quantità di anticorpi contro il Covid-19 presenti nel mio corpo.
Con una spesa di 35 euro scopro con mia grande soddisfazione di averne tanti, anzi tantissimi: 805,5 S-rbd. Quando ritiro il referto il medico mi dice «beata lei ne ha una tonnellata». Per capirci, molti sanitari che hanno fatto la doppia dose di Pfizer qualche mese fa, ora ne hanno 45/50 S-rbd. Mi spiegano che essendomi ammalata di Covid ad agosto dell'anno scorso e avendo fatto una dose di vaccino il mio organismo ne ha sviluppati molti altri. Bene penso, ma ora la seconda dose la devo fare o no? E qui inizia la mia odissea per trovare la risposta. Chiamo prima il numero verde di Regione Lombardia dedicato al coronavirus. L'operatore mi dice di sentire il Cts, il comitato tecnico scientifico per l'emergenza Covid, che a sua volta mi rimanda al numero verde. Quando richiamo, questa volta mi dicono di sentire il mio medico di famiglia. Chiamo allora il mio dottore di base, gli spiego che ho tantissimi anticorpi e gli pongo la fatidica domanda, devo o non devo fare la seconda dose? Mi consiglia di chiedere al centro vaccinale, mi dice che non può essere lui a decidere. Faccio così l'ennesima chiamata sperando sia quella che mi darà la soluzione definitiva. Un gentile dottore mi dice che sì, ho molti anticorpi ma che le linee guida della casa farmaceutica, nel mio caso Pfizer, dicono che una dose è prevista solo per i guariti nei 6 mesi precedenti al vaccino. Io sono guarita da un annoPoi aggiunge: «Detto tra noi, può avere un senso dal punto di vista clinico non farlo, ma non troverà mai nessun medico vaccinatore che si assuma la responsabilità di dirle “ok non facciamo la seconda dose perché dagli esami che mi ha portato vedo che non ne ha bisogno perché ha molti anticorpi"».
Insomma io devo farmi un secondo vaccino non perché ne ho bisogno ma perché non ci sono delle linee guida che dicano di portare un test sierologico alle persone che hanno già avuto la malattia? Ma la sorpresa arriva alla fine perché mi dice: «Non fare la seconda dose genera una serie diproblematiche per quanto riguarda le prenotazioni. Se lei salta la dose il sistema non la riconosce più e si generano delle problematiche dal punto di vista burocratico e comunque non le rilasciano il green pass». Ora non so più che fare ma per fortuna mi ricordo che per lavoro ho il numero di un virologo di grande fama, così chiamo il professor Massimo Galli, responsabile malattie infettiveall'ospedale Sacco di Milano. Lui conciso mi dice: «Non lo faccia, non né ha bisogno». Dopo un'intera giornata di chiamate ho avuto finalmente una risposta definitiva e solo perché avevo il telefono della persona giusta. Il numero verde dedicato al Covid fornisce tante opzioni: la possibilità di cambiare la data per la prima dose, informazioni per la seconda ma solo per gli insegnanti. Insomma il mio caso non è contemplato anche se, come me, ci sono tante persone guarite che forse del secondo richiamo non ne hanno bisogno. Dimenticavo, quando ho cercato di disdire il mio appuntamento, per lasciare il posto ad un'altra persona, mi è stato detto che non è possibile cancellare. «Se uno non vuole andare semplicemente non si presenta», mi è stato risposto. Il test sierologico privatamente costa circa 30 euro, capisco che forse, far passare questoesame a tutti i guariti dal Covid-19 prima del vaccino, potrebbe essere dispendioso per lo Stato, ma così si stanno vaccinando persone che non ne hanno bisogno. Alla fine non mi sono fatta iniettare la seconda dose, non avrò però il mio agognato green pass e per il richiamo in autunno, che forse dovremmo fare, io finirò in fondo alla lista perché per lo Stato sono una rinunciataria.
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La squadra di Mancini dovrà vedersela con Wembley stracolmo di inglesi, mentre il tennista romano è alla sua prima sfida valida per uno slam contro un rivale che, solo a Wimbledon, ha già cinque trionfi. Non c'è nulla da perdere, vietato avere pauraStessi 11 che hanno battuto gli spagnoli. La Rai sostituisce Alberto Rimedio con Stefano BizzottoDopo il primo Pfizer anticorpi alle stelle: effetto della guarigione dal virus. Capire cosa fare è un'impresaLo speciale contiene tre articoli Si racconta che il principe di Condè dormì profondamente la notte avanti la battaglia di Rocroi, scrive il Manzoni nell'incipit del secondo capitolo dei Promessi Sposi, e lo fa per sottolineare la calma olimpica di chi, strategicamente, sa di possedere i mezzi necessari per prevalere nella disputa con l'avversario, a differenza del povero curato don Abbondio, destinato a trascorrere una nottata di «angosciose consulte» perché cacciatosi in un ginepraio inestricabile. L'auspicio per le battaglie che attendono oggi la nazionale italiana di calcio nella finale di Euro 2020 e Matteo Berrettini a Wimbledon è quello di imitare il nobile comandante navarrino: scendere in campo con la leggerezza di chi fa della consapevolezza nelle proprie doti un privilegio stilistico, mettendo da parte i tentennamenti nascosti dall'incombenza di un traguardo visibile. La discriminante non sarà tra vincere o perdere. Sarà tra l'aver tentato tutto il possibile per prevalere e l'essersi lasciati scappare l'occasione di rifilare una zampata letale per scarsa audacia. Di solito la soddisfazione sportiva arriva quando la partecipazione ne è il conseguente esercizio di coerenza. In parole povere: lunedì mattina sia la squadra di Roberto Mancini, sia il tennista romano saliranno sull'aereo per Fiumicino e saranno ricevuti dal presidente Sergio Mattarella, i rimpianti non saranno compresi nel prezzo del volo. Le due situazioni hanno diversi punti in comune. Entrambe costituiscono la rinascita di due movimenti da un po' di tempo bistrattati. La Nazionale di pallone arriva dal disastro della mancata partecipazione ai Mondiali 2018, un'onta passata in cavalleria grazie alla ricostruzione spensierata di Mancini. In queste settimane, l'Italia ha giocato un calcio leggero, organizzato, strutturato su attori giovani e affamati, accompagnati da pochi uomini d'esperienza e di mestiere. I gironi preliminari hanno certificato l'efficacia del nuovo corso, gli ottavi di finale sono stati il primo scalino ostico contro un'Austria che aveva eretto barricate per compensare l'evidente inferiorità tecnica, i quarti contro il Belgio hanno rappresentato lo scatto decisivo. Superare i Diavoli Rossi e le loro individualità formidabili ha garantito ai tifosi una certezza: l'Italia è tornata a livello che le compete. Battere la Spagna di Luis Enrique ha fatto il resto. E gli inglesi, temibili e granitici, non sono superiori agli spagnoli. È vero, il match si giocherà a Wembley, una bolgia di 60.000 spettatori quasi tutti schierati per i beniamini di casa, con il primo tifoso britannico, il premier Boris Johnson, gran sodale del plenipotenziario Uefa Aleksander Ceferin dopo averlo aiutato a disinnescare l'insidia politica della Superlega. La squadra di Gareth Southgate poi ha incassato un solo gol, in semifinale e su punizione. Ma, come ci si ricorda dai Mondiali 2006, giocare in uno stadio ostile dominato dai padroni di casa è uno stimolo esaltante. Matteo Berrettini godrà poi di una leggerezza ancora maggiore. In molti se lo immaginano travestito da Rocky Balboa quando, in piena fregola edonista reaganiana, si trovò di fronte il colosso Ivan Drago che lo fulminò con il leggendario: «Ti spiezzo in due». Per palmares e solidità di gioco, il trentaquattrenne serbo Novak Djokovic è un Drago infarcito del supporto di una nazione, la Serbia, dove siede alla destra del santo patrono: è il tennista che ha trascorso il maggior numero di settimane da numero uno al mondo nella storia, ha vinto Wimbledon 5 volte, un mese fa ha portato a casa il Roland Garros superando il terraiolo per eccellenza Rafa Nadal e sconfiggendo, non senza qualche grattacapo, proprio Berrettini nei quarti di finale. In più, sa recuperare palle improbabili rispedendole al mittende con traiettorie metafisiche. E però Matteo è approdato laddove nessun italiano della racchetta è mai giunto prima. Mai nessuno dei nostri ha vinto sull'erba del Queen's, tanto meno ha raggiunto una finale a Wimbledon servendo 100 ace nel torneo, sbarazzandosi con relativa facilità di avversari insidiosissimi. Per lui non si tratterà di avere qualcosa da perdere, ma di aver molto da guadagnare. A patto di sfoderare quella fluidità tipica non di un match decisivo, ma di una partita normale, di piazzare le prime di servizio con la stessa, impressionante percentuale di efficacia della semifinale con Hurkacz, quasi a dimenticarsi di essere un esordiente nel mondo delle finali del Grande Slam. Il resto lo farà la sorte. Non dimenticando qualche episodio goloso: sull'erba inglese, nel 1991, un semi sconosciuto Michael Stich prevalse sul connazionale Boris Becker, facendo saltare il banco di quotisti e allibratori. Ma anche: agli US Open 2000, il granatiere russo Marat Safin fece letteralmente impazzire lo strafavorito Pete Sampras, liquidandolo in tre set grazie al tennis, parole sue, «più lieve e libero da condizionamenti di sempre». A riprova, manco a dirlo, che è su Djokovic a pesare il fardello di non poter fallire. 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Salvo imprevisti, quindi, sarà questo il 4-3-3 di partenza: Donnarumma tra i pali; Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini e Emerson in difesa; Barella, Jorginho e Verratti a centrocampo; Chiesa, Immobile e Insigne davanti. Gareth Southgate si affiderà invece al 4-2-3-1: Pickford in porta; Walker, Stones, Maguire e Shaw in difesa ; Rice e Philips in mezzo al campo; Saka, Mount e Sterling alle spalle di Kane. Arbitrerà il fischietto olandese Bjorn Kuipers, classe 1973, coadiuvato dai connazionali Sander van Roekel e Erwin Zeinstra, mentre il quarto uomo sarà lo spagnolo Carlos del Cerro Grande. Al Var ci sarà il tedesco Bastian Dankert. Dopo la positività al Covid di Alberto Rimedio, la Rai ha assegnato la telecronaca della finale a Stefano Bizzotto, con il commento tecnico di Katia Serra. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sarà a Wembley come annunciato nei giorni scorsi. Gli azzurri hanno effettuato la rifinitura ieri sera, nel centro sportivo del Tottenham, non appena si è conclusa la conferenza stampa di Mancini: «Da giocatore azzurro», ha detto il mister, «non ho avuto la fortuna di vincere quel che avremmo meritato, né con l'Under 21 né al Mondiale 1990: spero di togliermi domani da ct quelle soddisfazioni che in nazionale mi sono mancate. Se i ragazzi vogliono divertirsi ancora, abbiamo gli ultimi 90 minuti per farlo. Ho definito all'inizio questa Italia divertente: lo ripeto oggi, e aggiungo sostanziosa. Non è mai stata facile, e i ragazzi l'hanno affrontata con grande forza. Possiamo giocare bene, fare una grande partita. Spero che la data possa essere importante per una seconda volta per gli italiani», ha aggiunto Mancini, «riferendosi alla conquista del Mondiale dell'Italia di Bearzot, l'11 luglio 1982 a Madrid. «Dobbiamo essere tranquilli. Sarà difficile, per tanti motivi», ha sottolineato Mancini, «ma dobbiamo esser concentrati sul nostro gioco e cercare di attuarlo al meglio. L'avversario? Gli inglesi hanno grande passione per il calcio come l'Italia, hanno sempre avuto grandi squadre come adesso. Sarà una bella gara davanti a uno stadio pieno e questo è meraviglioso per chi ama il calcio. Sarà un bel giorno per giocare una partita, sappiamo delle loro grandi qualità». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/azzurri-e-berrettini-obiettivo-zero-rimpianti-2653743385.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lodissea-della-seconda-dose-per-gli-ex-malati" data-post-id="2653743385" data-published-at="1625989757" data-use-pagination="False"> L’odissea della seconda dose per gli ex malati Ieri avevo la seconda dose di vaccino Pfizer da fare, ma non mi sono presentata al centro dove ero prenotata per la somministrazione. No, non ho cambiato l'idea che mi sono fatta in questi mesi sui vaccini. Sono ancora sicura che siano l'unica strada per uscire da questa pandemia e fino a pochi giorni fa non vedevo l'ora di completare il vaccino per sentirmi più sicura, sia per me che per gli altri. Qualche giorno fa però ho avuto l'idea di farmi un test sierologico per misurare, con un semplice prelievo del sangue, la quantità di anticorpi contro il Covid-19 presenti nel mio corpo. Con una spesa di 35 euro scopro con mia grande soddisfazione di averne tanti, anzi tantissimi: 805,5 S-rbd. Quando ritiro il referto il medico mi dice «beata lei ne ha una tonnellata». Per capirci, molti sanitari che hanno fatto la doppia dose di Pfizer qualche mese fa, ora ne hanno 45/50 S-rbd. Mi spiegano che essendomi ammalata di Covid ad agosto dell'anno scorso e avendo fatto una dose di vaccino il mio organismo ne ha sviluppati molti altri. Bene penso, ma ora la seconda dose la devo fare o no? E qui inizia la mia odissea per trovare la risposta. Chiamo prima il numero verde di Regione Lombardia dedicato al coronavirus. L'operatore mi dice di sentire il Cts, il comitato tecnico scientifico per l'emergenza Covid, che a sua volta mi rimanda al numero verde. Quando richiamo, questa volta mi dicono di sentire il mio medico di famiglia. Chiamo allora il mio dottore di base, gli spiego che ho tantissimi anticorpi e gli pongo la fatidica domanda, devo o non devo fare la seconda dose? Mi consiglia di chiedere al centro vaccinale, mi dice che non può essere lui a decidere. Faccio così l'ennesima chiamata sperando sia quella che mi darà la soluzione definitiva. Un gentile dottore mi dice che sì, ho molti anticorpi ma che le linee guida della casa farmaceutica, nel mio caso Pfizer, dicono che una dose è prevista solo per i guariti nei 6 mesi precedenti al vaccino. Io sono guarita da un annoPoi aggiunge: «Detto tra noi, può avere un senso dal punto di vista clinico non farlo, ma non troverà mai nessun medico vaccinatore che si assuma la responsabilità di dirle “ok non facciamo la seconda dose perché dagli esami che mi ha portato vedo che non ne ha bisogno perché ha molti anticorpi"». Insomma io devo farmi un secondo vaccino non perché ne ho bisogno ma perché non ci sono delle linee guida che dicano di portare un test sierologico alle persone che hanno già avuto la malattia? Ma la sorpresa arriva alla fine perché mi dice: «Non fare la seconda dose genera una serie diproblematiche per quanto riguarda le prenotazioni. Se lei salta la dose il sistema non la riconosce più e si generano delle problematiche dal punto di vista burocratico e comunque non le rilasciano il green pass». Ora non so più che fare ma per fortuna mi ricordo che per lavoro ho il numero di un virologo di grande fama, così chiamo il professor Massimo Galli, responsabile malattie infettiveall'ospedale Sacco di Milano. Lui conciso mi dice: «Non lo faccia, non né ha bisogno». Dopo un'intera giornata di chiamate ho avuto finalmente una risposta definitiva e solo perché avevo il telefono della persona giusta. Il numero verde dedicato al Covid fornisce tante opzioni: la possibilità di cambiare la data per la prima dose, informazioni per la seconda ma solo per gli insegnanti. Insomma il mio caso non è contemplato anche se, come me, ci sono tante persone guarite che forse del secondo richiamo non ne hanno bisogno. Dimenticavo, quando ho cercato di disdire il mio appuntamento, per lasciare il posto ad un'altra persona, mi è stato detto che non è possibile cancellare. «Se uno non vuole andare semplicemente non si presenta», mi è stato risposto. Il test sierologico privatamente costa circa 30 euro, capisco che forse, far passare questoesame a tutti i guariti dal Covid-19 prima del vaccino, potrebbe essere dispendioso per lo Stato, ma così si stanno vaccinando persone che non ne hanno bisogno. Alla fine non mi sono fatta iniettare la seconda dose, non avrò però il mio agognato green pass e per il richiamo in autunno, che forse dovremmo fare, io finirò in fondo alla lista perché per lo Stato sono una rinunciataria.
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
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