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2022-06-16
Azot come l’acciaieria di Mariupol. Resistenza disperata nel bunker
Ansa
Il Donbass è ormai stretto nella morsa russa, soprattutto nel Lugansk. Mosca è decisa a ottenere l’obiettivo strategico del controllo dell’intera regione e gli effetti della lotta si vedono assai nitidamente a Severodonetsk. La città è oramai sotto controllo russo, ad eccezione dello stabilimento chimico Azot, dove si sono trincerati gli ucraini. Le forze moscovite circondano l’impianto, mentre i combattenti ucraini sono asserragliati nei «bunker sotterranei con diverse centinaia di civili». Lo scrive nel suo ultimo bollettino l’intelligence militare britannica, sottolineando che «questo probabilmente impedirà temporaneamente alla Russia di riassegnare le sue unità per operazioni militari in altre zone». «Dopo più di un mese di pesanti combattimenti, le Forze russe ora controllano la maggior parte di Severodonetsk», si legge nell’aggiornamento della situazione pubblicato dal ministero della Difesa di Londra. «Le tattiche di guerra urbana della Russia, che si basano sull’uso massiccio dell’artiglieria, hanno generato ingenti danni collaterali in tutta la città», continua il rapporto.
Nei bunker si stanno esaurendo i servizi di base. È l’allarme lanciato dal portavoce dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), Saviano Abreu. «La mancanza d’acqua e igiene costituisce una grande preoccupazione. È per noi un’enorme preoccupazione perché le persone non possono sopravvivere a lungo senz’acqua», ha detto Abreu, aggiungendo che anche cibo e servizi sanitari sono a rischio esaurimento. «Fare affidamento su fonti non sicure porta complicazioni per la salute. Dobbiamo assicurarci, il prima possibile, che le persone che sono ancora lì abbiano accesso all’acqua», ha detto il portavoce dell’ufficio Onu.
Intanto non sembra aver avuto seguito l’ultimatum lanciato dalla Russia, che aveva intimato di arrendersi alle forze ucraine asserragliate nell’impianto. I militari di Kiev al suo interno non si sono arresi, ma sono bloccati senza alcuna via d’uscita. Lo ha affermato Rodion Miroshnik, ambasciatore in Russia dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk. «Quei militanti che sono bloccati presso la fabbrica Azot non rappresentano una seria minaccia militare. Sono semplicemente militanti bloccati. Non capisco in cosa sperino», ha detto Miroshnik. Secondo il diplomatico, alcuni giorni fa, le truppe ucraine hanno cercato di sfondare dal territorio dell’impianto al ponte sul fiume Seversky Donets, che era stato però fatto saltare in aria. Miroshnik accusa gli ucraini di aver distrutto l’infrastruttura che collega Severodonetsk a Lysychansk ma giorni fa erano stati gli stessi miliziani separatisti del Lugansk ad affermare di aver danneggiato il ponte per impedire ai difensori di Severodonetsk di ritirarsi nella città contigua. Le autorità ucraine affermano che, comunque, per quanto riguarda i civili, stanno continuando le evacuazioni in ogni momento di «tranquillità», anche dopo che i tre ponti principali fuori dalla città sono stati distrutti. «I modi per connettersi con la città sono piuttosto difficili, ma esistono», ha detto Oleksandr Struik, capo dell’amministrazione militare di Severodonetsk, aggiungendo che le evacuazioni avvengono «ogni minuto quando c’è silenzio o c’è una possibilità di trasporto». Nel quadrante di Sloviansk-Izyum, più a Nord, i russi hanno continuato ad avanzare ad ovest del Seversky Donec. In particolare nell’area di confine tra gli Oblast di Donetsk e Kharkiv, dove le forze di Mosca hanno conquistato diverse cittadine situate sulla sponda ovest del Seversky Donec.
Continua quindi l’avanzata russa con l’intento di stringere su Slovyansk, ormai sempre più vicina. Il Cremlino, insomma, non intende risparmiare energie né vite nella sua avanzata a colpi di artiglieria. Chiarissime, in tal senso, le parole dell'ex presidente russo Dmitry Medvedev, che ha detto di dubitare che l’Ucraina esisterà ancora «tra un paio di anni». Medvedev ha fatto riferimento a una notizia in cui si afferma che l’Ucraina «cerca di ottenere gas dai suoi sponsor d’oltremare pagandolo in due anni». «L’unica domanda è: chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?», ha affermato Medvedev. Ma gli ucraini non rinunciano all’idea di riprendersi almeno la zona Sud del Paese. Secondo Zelensky, a Sud va perseguito l’obiettivo di liberare Kherson. «Continuiamo a fare pressione sugli occupanti nel Sud del Paese. L'obiettivo chiave è la liberazione di Kherson e ci muoveremo in questa direzione passo dopo passo». Intanto proprio nella regione di Kherson ci sono state esplosioni, al mercato di Chornobaivka. A darne notizia è Sergej Khlan, consigliere regionale, precisando, nell’accusare i russi di attacco terroristico, che ci sono morti e feriti. Sempre a Sud, un paio di elicotteri ucraini ha attaccato postazioni russe nella regione di Mykolaiev. «Le truppe russe continuano a combattere con le stesse tattiche insidiose», afferma il comando Sud, «non riescono ad avanzare e si ritirano sistematicamente su posizioni difensive in conseguenza delle controffensive ucraine, perdendo uomini, rifornimenti e materiali». Nell’Ovest, invece, Mosca ha rivendicato la distruzione di un deposito contenente armi fornite a Kiev dai Paesi Nato. «Vicino alla città di Zolochiv, nella regione di Leopoli, missili a lungo raggio Kalibr ad alta precisione hanno distrutto un deposito di armi straniere trasferite in Ucraina dai Paesi della Nato, inclusi obici M777 da 155 mm», ha annunciato il ministero della Difesa in una nota.
Accordo con Israele ed Egitto sul gas
Bruxelles tira dritto nella sua volontà di ridurre l’approvvigionamento energetico dalla Russia. Nella giornata di ieri, la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, si è incontrata al Cairo con il ministro dell’Energia israeliano, Karine Elharrar, e con il titolare del dicastero del petrolio egiziano, Tarek El Molla. I tre hanno siglato un accordo, in base a cui Israele aumenterà la fornitura di gas all’Ue, utilizzando la sponda dell’Egitto, che renderà il gas liquefatto per poi trasportarlo in Europa occidentale.
Sempre ieri, si è tenuto anche un vertice tra il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il capo di Stato egiziano, Abdel Fattah Al Sisi: i due hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dedicata alla cooperazione climatica ed energetica.
Quello siglato ieri è un accordo di notevole importanza: un accordo, a cui è stata dedicata parte della visita che Mario Draghi e la stessa von der Leyen avevano condotto in Israele due giorni fa. Questa intesa, soprattutto nel breve termine, costituisce dunque una buona notizia, perché dà una risposta concreta alla spinosa e urgente questione dell’approvvigionamento energetico. È tuttavia bene che Roma e Bruxelles ragionino anche nel lungo termine, per trovare una soluzione più solida e strutturata, senza poi trascurare il fatto che l’Egitto intrattiene relazioni piuttosto significative con la Russia. È pur vero che si sta registrando qualche turbolenza tra i due Paesi a causa della crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: un fattore, questo, che ha recentemente spinto il G7 a dichiarare il proprio sostegno al Cairo. Resta però il fatto che Egitto e Russia continuano a cooperare in vari settori (a partire da quello dell’energia nucleare).
Da questo punto di vista, le alternative sul tavolo sono due. O un gasdotto basato su una partnership tra Israele e Turchia oppure riprendere il progetto di Eastmed: gasdotto che - osteggiato da Ankara - collegherebbe Israele, Cipro e Grecia, per arrivare fino in Puglia. È abbastanza evidente che la seconda opzione si rivelerebbe la migliore. In primis, questo progetto coinvolgerebbe tutti Paesi democratici. In secondo luogo, la Turchia è un attore ambiguo e spregiudicato che, nonostante qualche recente schiarita diplomatica, mantiene ancora rapporti tesi con lo Stato ebraico su svariati dossier. Senza poi contare le mire egemoniche di Recep Tayyip Erdogan nel Mediterraneo: un problema che riguarda tanto Roma quanto Atene.
La vera partita potrebbe quindi giocarsi nei prossimi mesi. Nel corso dell’ultimo anno, la Turchia ha migliorato notevolmente i rapporti con l’Egitto. Non è quindi del tutto escludibile che il sultano possa cercare di far leva sul Cairo per mettere in futuro i bastoni tra le ruote a Eastmed. Dall’altra parte, si scorge l’incognita americana. Contrariamente a Donald Trump, Joe Biden si è mostrato assai più freddo nei confronti di Eastmed: alla base di tale scetticismo stanno considerazioni ambientali e, soprattutto, la volontà di non irritare eccessivamente Ankara. In un simile quadro, a metà luglio, il presidente americano si recherà in Israele, dove probabilmente discuterà anche di tali nodi energetici. È per questo necessario monitorare attentamente quali saranno le mosse mediorientali della Turchia nelle prossime quattro settimane. L’Unione europea, e in particolar modo l’Italia, dovrebbero dal canto loro premere su Washington per la soluzione Eastmed, puntando specialmente il dito contro gli ambigui rapporti che intercorrono tra Mosca e Ankara.
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Nello stabilimento chimico di Severodonetsk stesso scenario visto ad Azovstal: la città è tutta in mani russe, resiste il nucleo asserragliato nella fabbrica. Dmitry Medvedev minaccia: «Tra due anni ci sarà ancora l’Ucraina?».Accordo con Israele ed Egitto sul gas. Tel Aviv aumenterà la fornitura all’Ue, utilizzando la sponda del Cairo. Restano però incognite legate ai rapporti tra Abdel Fattah Al Sisi e Vladimir Putin e al ruolo ambiguo della Turchia.Lo speciale contiene due articoli.Il Donbass è ormai stretto nella morsa russa, soprattutto nel Lugansk. Mosca è decisa a ottenere l’obiettivo strategico del controllo dell’intera regione e gli effetti della lotta si vedono assai nitidamente a Severodonetsk. La città è oramai sotto controllo russo, ad eccezione dello stabilimento chimico Azot, dove si sono trincerati gli ucraini. Le forze moscovite circondano l’impianto, mentre i combattenti ucraini sono asserragliati nei «bunker sotterranei con diverse centinaia di civili». Lo scrive nel suo ultimo bollettino l’intelligence militare britannica, sottolineando che «questo probabilmente impedirà temporaneamente alla Russia di riassegnare le sue unità per operazioni militari in altre zone». «Dopo più di un mese di pesanti combattimenti, le Forze russe ora controllano la maggior parte di Severodonetsk», si legge nell’aggiornamento della situazione pubblicato dal ministero della Difesa di Londra. «Le tattiche di guerra urbana della Russia, che si basano sull’uso massiccio dell’artiglieria, hanno generato ingenti danni collaterali in tutta la città», continua il rapporto. Nei bunker si stanno esaurendo i servizi di base. È l’allarme lanciato dal portavoce dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), Saviano Abreu. «La mancanza d’acqua e igiene costituisce una grande preoccupazione. È per noi un’enorme preoccupazione perché le persone non possono sopravvivere a lungo senz’acqua», ha detto Abreu, aggiungendo che anche cibo e servizi sanitari sono a rischio esaurimento. «Fare affidamento su fonti non sicure porta complicazioni per la salute. Dobbiamo assicurarci, il prima possibile, che le persone che sono ancora lì abbiano accesso all’acqua», ha detto il portavoce dell’ufficio Onu. Intanto non sembra aver avuto seguito l’ultimatum lanciato dalla Russia, che aveva intimato di arrendersi alle forze ucraine asserragliate nell’impianto. I militari di Kiev al suo interno non si sono arresi, ma sono bloccati senza alcuna via d’uscita. Lo ha affermato Rodion Miroshnik, ambasciatore in Russia dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk. «Quei militanti che sono bloccati presso la fabbrica Azot non rappresentano una seria minaccia militare. Sono semplicemente militanti bloccati. Non capisco in cosa sperino», ha detto Miroshnik. Secondo il diplomatico, alcuni giorni fa, le truppe ucraine hanno cercato di sfondare dal territorio dell’impianto al ponte sul fiume Seversky Donets, che era stato però fatto saltare in aria. Miroshnik accusa gli ucraini di aver distrutto l’infrastruttura che collega Severodonetsk a Lysychansk ma giorni fa erano stati gli stessi miliziani separatisti del Lugansk ad affermare di aver danneggiato il ponte per impedire ai difensori di Severodonetsk di ritirarsi nella città contigua. Le autorità ucraine affermano che, comunque, per quanto riguarda i civili, stanno continuando le evacuazioni in ogni momento di «tranquillità», anche dopo che i tre ponti principali fuori dalla città sono stati distrutti. «I modi per connettersi con la città sono piuttosto difficili, ma esistono», ha detto Oleksandr Struik, capo dell’amministrazione militare di Severodonetsk, aggiungendo che le evacuazioni avvengono «ogni minuto quando c’è silenzio o c’è una possibilità di trasporto». Nel quadrante di Sloviansk-Izyum, più a Nord, i russi hanno continuato ad avanzare ad ovest del Seversky Donec. In particolare nell’area di confine tra gli Oblast di Donetsk e Kharkiv, dove le forze di Mosca hanno conquistato diverse cittadine situate sulla sponda ovest del Seversky Donec. Continua quindi l’avanzata russa con l’intento di stringere su Slovyansk, ormai sempre più vicina. Il Cremlino, insomma, non intende risparmiare energie né vite nella sua avanzata a colpi di artiglieria. Chiarissime, in tal senso, le parole dell'ex presidente russo Dmitry Medvedev, che ha detto di dubitare che l’Ucraina esisterà ancora «tra un paio di anni». Medvedev ha fatto riferimento a una notizia in cui si afferma che l’Ucraina «cerca di ottenere gas dai suoi sponsor d’oltremare pagandolo in due anni». «L’unica domanda è: chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?», ha affermato Medvedev. Ma gli ucraini non rinunciano all’idea di riprendersi almeno la zona Sud del Paese. Secondo Zelensky, a Sud va perseguito l’obiettivo di liberare Kherson. «Continuiamo a fare pressione sugli occupanti nel Sud del Paese. L'obiettivo chiave è la liberazione di Kherson e ci muoveremo in questa direzione passo dopo passo». Intanto proprio nella regione di Kherson ci sono state esplosioni, al mercato di Chornobaivka. A darne notizia è Sergej Khlan, consigliere regionale, precisando, nell’accusare i russi di attacco terroristico, che ci sono morti e feriti. Sempre a Sud, un paio di elicotteri ucraini ha attaccato postazioni russe nella regione di Mykolaiev. «Le truppe russe continuano a combattere con le stesse tattiche insidiose», afferma il comando Sud, «non riescono ad avanzare e si ritirano sistematicamente su posizioni difensive in conseguenza delle controffensive ucraine, perdendo uomini, rifornimenti e materiali». Nell’Ovest, invece, Mosca ha rivendicato la distruzione di un deposito contenente armi fornite a Kiev dai Paesi Nato. «Vicino alla città di Zolochiv, nella regione di Leopoli, missili a lungo raggio Kalibr ad alta precisione hanno distrutto un deposito di armi straniere trasferite in Ucraina dai Paesi della Nato, inclusi obici M777 da 155 mm», ha annunciato il ministero della Difesa in una nota.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/azot-acciaieria-mariupol-resistenza-disperata-2657515056.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="accordo-con-israele-ed-egitto-sul-gas" data-post-id="2657515056" data-published-at="1655318175" data-use-pagination="False"> Accordo con Israele ed Egitto sul gas Bruxelles tira dritto nella sua volontà di ridurre l’approvvigionamento energetico dalla Russia. Nella giornata di ieri, la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, si è incontrata al Cairo con il ministro dell’Energia israeliano, Karine Elharrar, e con il titolare del dicastero del petrolio egiziano, Tarek El Molla. I tre hanno siglato un accordo, in base a cui Israele aumenterà la fornitura di gas all’Ue, utilizzando la sponda dell’Egitto, che renderà il gas liquefatto per poi trasportarlo in Europa occidentale. Sempre ieri, si è tenuto anche un vertice tra il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il capo di Stato egiziano, Abdel Fattah Al Sisi: i due hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dedicata alla cooperazione climatica ed energetica. Quello siglato ieri è un accordo di notevole importanza: un accordo, a cui è stata dedicata parte della visita che Mario Draghi e la stessa von der Leyen avevano condotto in Israele due giorni fa. Questa intesa, soprattutto nel breve termine, costituisce dunque una buona notizia, perché dà una risposta concreta alla spinosa e urgente questione dell’approvvigionamento energetico. È tuttavia bene che Roma e Bruxelles ragionino anche nel lungo termine, per trovare una soluzione più solida e strutturata, senza poi trascurare il fatto che l’Egitto intrattiene relazioni piuttosto significative con la Russia. È pur vero che si sta registrando qualche turbolenza tra i due Paesi a causa della crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: un fattore, questo, che ha recentemente spinto il G7 a dichiarare il proprio sostegno al Cairo. Resta però il fatto che Egitto e Russia continuano a cooperare in vari settori (a partire da quello dell’energia nucleare). Da questo punto di vista, le alternative sul tavolo sono due. O un gasdotto basato su una partnership tra Israele e Turchia oppure riprendere il progetto di Eastmed: gasdotto che - osteggiato da Ankara - collegherebbe Israele, Cipro e Grecia, per arrivare fino in Puglia. È abbastanza evidente che la seconda opzione si rivelerebbe la migliore. In primis, questo progetto coinvolgerebbe tutti Paesi democratici. In secondo luogo, la Turchia è un attore ambiguo e spregiudicato che, nonostante qualche recente schiarita diplomatica, mantiene ancora rapporti tesi con lo Stato ebraico su svariati dossier. Senza poi contare le mire egemoniche di Recep Tayyip Erdogan nel Mediterraneo: un problema che riguarda tanto Roma quanto Atene. La vera partita potrebbe quindi giocarsi nei prossimi mesi. Nel corso dell’ultimo anno, la Turchia ha migliorato notevolmente i rapporti con l’Egitto. Non è quindi del tutto escludibile che il sultano possa cercare di far leva sul Cairo per mettere in futuro i bastoni tra le ruote a Eastmed. Dall’altra parte, si scorge l’incognita americana. Contrariamente a Donald Trump, Joe Biden si è mostrato assai più freddo nei confronti di Eastmed: alla base di tale scetticismo stanno considerazioni ambientali e, soprattutto, la volontà di non irritare eccessivamente Ankara. In un simile quadro, a metà luglio, il presidente americano si recherà in Israele, dove probabilmente discuterà anche di tali nodi energetici. È per questo necessario monitorare attentamente quali saranno le mosse mediorientali della Turchia nelle prossime quattro settimane. L’Unione europea, e in particolar modo l’Italia, dovrebbero dal canto loro premere su Washington per la soluzione Eastmed, puntando specialmente il dito contro gli ambigui rapporti che intercorrono tra Mosca e Ankara.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».