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2022-06-16
Azot come l’acciaieria di Mariupol. Resistenza disperata nel bunker
Ansa
Il Donbass è ormai stretto nella morsa russa, soprattutto nel Lugansk. Mosca è decisa a ottenere l’obiettivo strategico del controllo dell’intera regione e gli effetti della lotta si vedono assai nitidamente a Severodonetsk. La città è oramai sotto controllo russo, ad eccezione dello stabilimento chimico Azot, dove si sono trincerati gli ucraini. Le forze moscovite circondano l’impianto, mentre i combattenti ucraini sono asserragliati nei «bunker sotterranei con diverse centinaia di civili». Lo scrive nel suo ultimo bollettino l’intelligence militare britannica, sottolineando che «questo probabilmente impedirà temporaneamente alla Russia di riassegnare le sue unità per operazioni militari in altre zone». «Dopo più di un mese di pesanti combattimenti, le Forze russe ora controllano la maggior parte di Severodonetsk», si legge nell’aggiornamento della situazione pubblicato dal ministero della Difesa di Londra. «Le tattiche di guerra urbana della Russia, che si basano sull’uso massiccio dell’artiglieria, hanno generato ingenti danni collaterali in tutta la città», continua il rapporto.
Nei bunker si stanno esaurendo i servizi di base. È l’allarme lanciato dal portavoce dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), Saviano Abreu. «La mancanza d’acqua e igiene costituisce una grande preoccupazione. È per noi un’enorme preoccupazione perché le persone non possono sopravvivere a lungo senz’acqua», ha detto Abreu, aggiungendo che anche cibo e servizi sanitari sono a rischio esaurimento. «Fare affidamento su fonti non sicure porta complicazioni per la salute. Dobbiamo assicurarci, il prima possibile, che le persone che sono ancora lì abbiano accesso all’acqua», ha detto il portavoce dell’ufficio Onu.
Intanto non sembra aver avuto seguito l’ultimatum lanciato dalla Russia, che aveva intimato di arrendersi alle forze ucraine asserragliate nell’impianto. I militari di Kiev al suo interno non si sono arresi, ma sono bloccati senza alcuna via d’uscita. Lo ha affermato Rodion Miroshnik, ambasciatore in Russia dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk. «Quei militanti che sono bloccati presso la fabbrica Azot non rappresentano una seria minaccia militare. Sono semplicemente militanti bloccati. Non capisco in cosa sperino», ha detto Miroshnik. Secondo il diplomatico, alcuni giorni fa, le truppe ucraine hanno cercato di sfondare dal territorio dell’impianto al ponte sul fiume Seversky Donets, che era stato però fatto saltare in aria. Miroshnik accusa gli ucraini di aver distrutto l’infrastruttura che collega Severodonetsk a Lysychansk ma giorni fa erano stati gli stessi miliziani separatisti del Lugansk ad affermare di aver danneggiato il ponte per impedire ai difensori di Severodonetsk di ritirarsi nella città contigua. Le autorità ucraine affermano che, comunque, per quanto riguarda i civili, stanno continuando le evacuazioni in ogni momento di «tranquillità», anche dopo che i tre ponti principali fuori dalla città sono stati distrutti. «I modi per connettersi con la città sono piuttosto difficili, ma esistono», ha detto Oleksandr Struik, capo dell’amministrazione militare di Severodonetsk, aggiungendo che le evacuazioni avvengono «ogni minuto quando c’è silenzio o c’è una possibilità di trasporto». Nel quadrante di Sloviansk-Izyum, più a Nord, i russi hanno continuato ad avanzare ad ovest del Seversky Donec. In particolare nell’area di confine tra gli Oblast di Donetsk e Kharkiv, dove le forze di Mosca hanno conquistato diverse cittadine situate sulla sponda ovest del Seversky Donec.
Continua quindi l’avanzata russa con l’intento di stringere su Slovyansk, ormai sempre più vicina. Il Cremlino, insomma, non intende risparmiare energie né vite nella sua avanzata a colpi di artiglieria. Chiarissime, in tal senso, le parole dell'ex presidente russo Dmitry Medvedev, che ha detto di dubitare che l’Ucraina esisterà ancora «tra un paio di anni». Medvedev ha fatto riferimento a una notizia in cui si afferma che l’Ucraina «cerca di ottenere gas dai suoi sponsor d’oltremare pagandolo in due anni». «L’unica domanda è: chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?», ha affermato Medvedev. Ma gli ucraini non rinunciano all’idea di riprendersi almeno la zona Sud del Paese. Secondo Zelensky, a Sud va perseguito l’obiettivo di liberare Kherson. «Continuiamo a fare pressione sugli occupanti nel Sud del Paese. L'obiettivo chiave è la liberazione di Kherson e ci muoveremo in questa direzione passo dopo passo». Intanto proprio nella regione di Kherson ci sono state esplosioni, al mercato di Chornobaivka. A darne notizia è Sergej Khlan, consigliere regionale, precisando, nell’accusare i russi di attacco terroristico, che ci sono morti e feriti. Sempre a Sud, un paio di elicotteri ucraini ha attaccato postazioni russe nella regione di Mykolaiev. «Le truppe russe continuano a combattere con le stesse tattiche insidiose», afferma il comando Sud, «non riescono ad avanzare e si ritirano sistematicamente su posizioni difensive in conseguenza delle controffensive ucraine, perdendo uomini, rifornimenti e materiali». Nell’Ovest, invece, Mosca ha rivendicato la distruzione di un deposito contenente armi fornite a Kiev dai Paesi Nato. «Vicino alla città di Zolochiv, nella regione di Leopoli, missili a lungo raggio Kalibr ad alta precisione hanno distrutto un deposito di armi straniere trasferite in Ucraina dai Paesi della Nato, inclusi obici M777 da 155 mm», ha annunciato il ministero della Difesa in una nota.
Accordo con Israele ed Egitto sul gas
Bruxelles tira dritto nella sua volontà di ridurre l’approvvigionamento energetico dalla Russia. Nella giornata di ieri, la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, si è incontrata al Cairo con il ministro dell’Energia israeliano, Karine Elharrar, e con il titolare del dicastero del petrolio egiziano, Tarek El Molla. I tre hanno siglato un accordo, in base a cui Israele aumenterà la fornitura di gas all’Ue, utilizzando la sponda dell’Egitto, che renderà il gas liquefatto per poi trasportarlo in Europa occidentale.
Sempre ieri, si è tenuto anche un vertice tra il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il capo di Stato egiziano, Abdel Fattah Al Sisi: i due hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dedicata alla cooperazione climatica ed energetica.
Quello siglato ieri è un accordo di notevole importanza: un accordo, a cui è stata dedicata parte della visita che Mario Draghi e la stessa von der Leyen avevano condotto in Israele due giorni fa. Questa intesa, soprattutto nel breve termine, costituisce dunque una buona notizia, perché dà una risposta concreta alla spinosa e urgente questione dell’approvvigionamento energetico. È tuttavia bene che Roma e Bruxelles ragionino anche nel lungo termine, per trovare una soluzione più solida e strutturata, senza poi trascurare il fatto che l’Egitto intrattiene relazioni piuttosto significative con la Russia. È pur vero che si sta registrando qualche turbolenza tra i due Paesi a causa della crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: un fattore, questo, che ha recentemente spinto il G7 a dichiarare il proprio sostegno al Cairo. Resta però il fatto che Egitto e Russia continuano a cooperare in vari settori (a partire da quello dell’energia nucleare).
Da questo punto di vista, le alternative sul tavolo sono due. O un gasdotto basato su una partnership tra Israele e Turchia oppure riprendere il progetto di Eastmed: gasdotto che - osteggiato da Ankara - collegherebbe Israele, Cipro e Grecia, per arrivare fino in Puglia. È abbastanza evidente che la seconda opzione si rivelerebbe la migliore. In primis, questo progetto coinvolgerebbe tutti Paesi democratici. In secondo luogo, la Turchia è un attore ambiguo e spregiudicato che, nonostante qualche recente schiarita diplomatica, mantiene ancora rapporti tesi con lo Stato ebraico su svariati dossier. Senza poi contare le mire egemoniche di Recep Tayyip Erdogan nel Mediterraneo: un problema che riguarda tanto Roma quanto Atene.
La vera partita potrebbe quindi giocarsi nei prossimi mesi. Nel corso dell’ultimo anno, la Turchia ha migliorato notevolmente i rapporti con l’Egitto. Non è quindi del tutto escludibile che il sultano possa cercare di far leva sul Cairo per mettere in futuro i bastoni tra le ruote a Eastmed. Dall’altra parte, si scorge l’incognita americana. Contrariamente a Donald Trump, Joe Biden si è mostrato assai più freddo nei confronti di Eastmed: alla base di tale scetticismo stanno considerazioni ambientali e, soprattutto, la volontà di non irritare eccessivamente Ankara. In un simile quadro, a metà luglio, il presidente americano si recherà in Israele, dove probabilmente discuterà anche di tali nodi energetici. È per questo necessario monitorare attentamente quali saranno le mosse mediorientali della Turchia nelle prossime quattro settimane. L’Unione europea, e in particolar modo l’Italia, dovrebbero dal canto loro premere su Washington per la soluzione Eastmed, puntando specialmente il dito contro gli ambigui rapporti che intercorrono tra Mosca e Ankara.
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Nello stabilimento chimico di Severodonetsk stesso scenario visto ad Azovstal: la città è tutta in mani russe, resiste il nucleo asserragliato nella fabbrica. Dmitry Medvedev minaccia: «Tra due anni ci sarà ancora l’Ucraina?».Accordo con Israele ed Egitto sul gas. Tel Aviv aumenterà la fornitura all’Ue, utilizzando la sponda del Cairo. Restano però incognite legate ai rapporti tra Abdel Fattah Al Sisi e Vladimir Putin e al ruolo ambiguo della Turchia.Lo speciale contiene due articoli.Il Donbass è ormai stretto nella morsa russa, soprattutto nel Lugansk. Mosca è decisa a ottenere l’obiettivo strategico del controllo dell’intera regione e gli effetti della lotta si vedono assai nitidamente a Severodonetsk. La città è oramai sotto controllo russo, ad eccezione dello stabilimento chimico Azot, dove si sono trincerati gli ucraini. Le forze moscovite circondano l’impianto, mentre i combattenti ucraini sono asserragliati nei «bunker sotterranei con diverse centinaia di civili». Lo scrive nel suo ultimo bollettino l’intelligence militare britannica, sottolineando che «questo probabilmente impedirà temporaneamente alla Russia di riassegnare le sue unità per operazioni militari in altre zone». «Dopo più di un mese di pesanti combattimenti, le Forze russe ora controllano la maggior parte di Severodonetsk», si legge nell’aggiornamento della situazione pubblicato dal ministero della Difesa di Londra. «Le tattiche di guerra urbana della Russia, che si basano sull’uso massiccio dell’artiglieria, hanno generato ingenti danni collaterali in tutta la città», continua il rapporto. Nei bunker si stanno esaurendo i servizi di base. È l’allarme lanciato dal portavoce dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), Saviano Abreu. «La mancanza d’acqua e igiene costituisce una grande preoccupazione. È per noi un’enorme preoccupazione perché le persone non possono sopravvivere a lungo senz’acqua», ha detto Abreu, aggiungendo che anche cibo e servizi sanitari sono a rischio esaurimento. «Fare affidamento su fonti non sicure porta complicazioni per la salute. Dobbiamo assicurarci, il prima possibile, che le persone che sono ancora lì abbiano accesso all’acqua», ha detto il portavoce dell’ufficio Onu. Intanto non sembra aver avuto seguito l’ultimatum lanciato dalla Russia, che aveva intimato di arrendersi alle forze ucraine asserragliate nell’impianto. I militari di Kiev al suo interno non si sono arresi, ma sono bloccati senza alcuna via d’uscita. Lo ha affermato Rodion Miroshnik, ambasciatore in Russia dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk. «Quei militanti che sono bloccati presso la fabbrica Azot non rappresentano una seria minaccia militare. Sono semplicemente militanti bloccati. Non capisco in cosa sperino», ha detto Miroshnik. Secondo il diplomatico, alcuni giorni fa, le truppe ucraine hanno cercato di sfondare dal territorio dell’impianto al ponte sul fiume Seversky Donets, che era stato però fatto saltare in aria. Miroshnik accusa gli ucraini di aver distrutto l’infrastruttura che collega Severodonetsk a Lysychansk ma giorni fa erano stati gli stessi miliziani separatisti del Lugansk ad affermare di aver danneggiato il ponte per impedire ai difensori di Severodonetsk di ritirarsi nella città contigua. Le autorità ucraine affermano che, comunque, per quanto riguarda i civili, stanno continuando le evacuazioni in ogni momento di «tranquillità», anche dopo che i tre ponti principali fuori dalla città sono stati distrutti. «I modi per connettersi con la città sono piuttosto difficili, ma esistono», ha detto Oleksandr Struik, capo dell’amministrazione militare di Severodonetsk, aggiungendo che le evacuazioni avvengono «ogni minuto quando c’è silenzio o c’è una possibilità di trasporto». Nel quadrante di Sloviansk-Izyum, più a Nord, i russi hanno continuato ad avanzare ad ovest del Seversky Donec. In particolare nell’area di confine tra gli Oblast di Donetsk e Kharkiv, dove le forze di Mosca hanno conquistato diverse cittadine situate sulla sponda ovest del Seversky Donec. Continua quindi l’avanzata russa con l’intento di stringere su Slovyansk, ormai sempre più vicina. Il Cremlino, insomma, non intende risparmiare energie né vite nella sua avanzata a colpi di artiglieria. Chiarissime, in tal senso, le parole dell'ex presidente russo Dmitry Medvedev, che ha detto di dubitare che l’Ucraina esisterà ancora «tra un paio di anni». Medvedev ha fatto riferimento a una notizia in cui si afferma che l’Ucraina «cerca di ottenere gas dai suoi sponsor d’oltremare pagandolo in due anni». «L’unica domanda è: chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?», ha affermato Medvedev. Ma gli ucraini non rinunciano all’idea di riprendersi almeno la zona Sud del Paese. Secondo Zelensky, a Sud va perseguito l’obiettivo di liberare Kherson. «Continuiamo a fare pressione sugli occupanti nel Sud del Paese. L'obiettivo chiave è la liberazione di Kherson e ci muoveremo in questa direzione passo dopo passo». Intanto proprio nella regione di Kherson ci sono state esplosioni, al mercato di Chornobaivka. A darne notizia è Sergej Khlan, consigliere regionale, precisando, nell’accusare i russi di attacco terroristico, che ci sono morti e feriti. Sempre a Sud, un paio di elicotteri ucraini ha attaccato postazioni russe nella regione di Mykolaiev. «Le truppe russe continuano a combattere con le stesse tattiche insidiose», afferma il comando Sud, «non riescono ad avanzare e si ritirano sistematicamente su posizioni difensive in conseguenza delle controffensive ucraine, perdendo uomini, rifornimenti e materiali». Nell’Ovest, invece, Mosca ha rivendicato la distruzione di un deposito contenente armi fornite a Kiev dai Paesi Nato. «Vicino alla città di Zolochiv, nella regione di Leopoli, missili a lungo raggio Kalibr ad alta precisione hanno distrutto un deposito di armi straniere trasferite in Ucraina dai Paesi della Nato, inclusi obici M777 da 155 mm», ha annunciato il ministero della Difesa in una nota.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/azot-acciaieria-mariupol-resistenza-disperata-2657515056.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="accordo-con-israele-ed-egitto-sul-gas" data-post-id="2657515056" data-published-at="1655318175" data-use-pagination="False"> Accordo con Israele ed Egitto sul gas Bruxelles tira dritto nella sua volontà di ridurre l’approvvigionamento energetico dalla Russia. Nella giornata di ieri, la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, si è incontrata al Cairo con il ministro dell’Energia israeliano, Karine Elharrar, e con il titolare del dicastero del petrolio egiziano, Tarek El Molla. I tre hanno siglato un accordo, in base a cui Israele aumenterà la fornitura di gas all’Ue, utilizzando la sponda dell’Egitto, che renderà il gas liquefatto per poi trasportarlo in Europa occidentale. Sempre ieri, si è tenuto anche un vertice tra il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il capo di Stato egiziano, Abdel Fattah Al Sisi: i due hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dedicata alla cooperazione climatica ed energetica. Quello siglato ieri è un accordo di notevole importanza: un accordo, a cui è stata dedicata parte della visita che Mario Draghi e la stessa von der Leyen avevano condotto in Israele due giorni fa. Questa intesa, soprattutto nel breve termine, costituisce dunque una buona notizia, perché dà una risposta concreta alla spinosa e urgente questione dell’approvvigionamento energetico. È tuttavia bene che Roma e Bruxelles ragionino anche nel lungo termine, per trovare una soluzione più solida e strutturata, senza poi trascurare il fatto che l’Egitto intrattiene relazioni piuttosto significative con la Russia. È pur vero che si sta registrando qualche turbolenza tra i due Paesi a causa della crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: un fattore, questo, che ha recentemente spinto il G7 a dichiarare il proprio sostegno al Cairo. Resta però il fatto che Egitto e Russia continuano a cooperare in vari settori (a partire da quello dell’energia nucleare). Da questo punto di vista, le alternative sul tavolo sono due. O un gasdotto basato su una partnership tra Israele e Turchia oppure riprendere il progetto di Eastmed: gasdotto che - osteggiato da Ankara - collegherebbe Israele, Cipro e Grecia, per arrivare fino in Puglia. È abbastanza evidente che la seconda opzione si rivelerebbe la migliore. In primis, questo progetto coinvolgerebbe tutti Paesi democratici. In secondo luogo, la Turchia è un attore ambiguo e spregiudicato che, nonostante qualche recente schiarita diplomatica, mantiene ancora rapporti tesi con lo Stato ebraico su svariati dossier. Senza poi contare le mire egemoniche di Recep Tayyip Erdogan nel Mediterraneo: un problema che riguarda tanto Roma quanto Atene. La vera partita potrebbe quindi giocarsi nei prossimi mesi. Nel corso dell’ultimo anno, la Turchia ha migliorato notevolmente i rapporti con l’Egitto. Non è quindi del tutto escludibile che il sultano possa cercare di far leva sul Cairo per mettere in futuro i bastoni tra le ruote a Eastmed. Dall’altra parte, si scorge l’incognita americana. Contrariamente a Donald Trump, Joe Biden si è mostrato assai più freddo nei confronti di Eastmed: alla base di tale scetticismo stanno considerazioni ambientali e, soprattutto, la volontà di non irritare eccessivamente Ankara. In un simile quadro, a metà luglio, il presidente americano si recherà in Israele, dove probabilmente discuterà anche di tali nodi energetici. È per questo necessario monitorare attentamente quali saranno le mosse mediorientali della Turchia nelle prossime quattro settimane. L’Unione europea, e in particolar modo l’Italia, dovrebbero dal canto loro premere su Washington per la soluzione Eastmed, puntando specialmente il dito contro gli ambigui rapporti che intercorrono tra Mosca e Ankara.
@Striscialanotizia
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.
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«The Rip - Soldi sporchi» (Netflix)
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.
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Parto dalla fine della cerimonia funebre, quando si spengono le luci sulla commozione (autentica!) per le giovanissime vite perse o segnate per sempre. A questo punto si scatenano gli istinti animali di quelli che accusano e di quelli che si difendono. Di qui in avanti vale tutto. Altissima la posta in gioco, per una società ultra monetizzata come questa, dominata dal «chi deve pagare i danni»?
Ho intervistato due personaggi della società civile svizzera, due amici, un banchiere d’affari (XY) e uno psicanalista (XZ) facendo loro la stessa domanda: «Avete colto anche voi, in questo caso, appena avvenuto, la rapida tendenza degli adulti a colpevolizzare i comportamenti dei giovanissimi presenti (la serata era dedicata a loro) accusati di aver filmato invece di fuggire? Hanno rispolverato il noto «narcisismo digitale» come se la causa principale risiedesse, non nei comportamenti degli adulti (politici, legislatori, costruttori, gestori, controllori comunali e cantonali) ma in una patologia generazionale legata allo smartphone e alla sua cultura, che pure c’è ed è grave, ma che qua non centra nulla.»
Dice il banchiere d’affari: «Mi sono sentito emotivamente coinvolto, e come non potevo non esserlo quando vedi ragazzini di quindici anni avvolti dalle fiamme e la padrona del locale mettersi in salvo abbracciata alla cassa. La mia prima reazione fu di difesa della nostra cultura giuridica dagli attacchi scomposti giunti dalla stampa ideologizzata dei nostri vicini francesi e italiani, condividendo le precisazioni del nostro presidente Guy Parmelin “Siamo un Paese fondato su rigore e affidabilità che deve saper prevedere questo genere di rischi”. Precisazioni però giunte dieci giorni dopo l’evento! Quando, caro Riccardo, hai avuto la cortesia di presentare a me e ad altri amici svizzeri il grande lavoro fatto su IDEA e sui modelli organizzativi delle organizzazioni umane complesse, ero rimasto molto colpito dalla tua intuizione sull’esistenza dei Tabernacoli secondari. Quelli dove, dicevi, sono custodite le ostie «scadute» o peggio «andate a male». E aggiungevi come questo scenario fosse impossibile da descrivere con lo scritto, ma solo integrandolo, a voce, con esempi di vita vera, vissuta. Tra i tanti esempi che ci avevi fatto a voce, quelli di Fiat, di Alitalia, etc. c’era pure quello della vendita di un’azienda pubblica in cui l’acquirente pagava sì un certo prezzo ma doveva sottostare a protocolli formali rigidissimi in termini di controlli, tranquillizzando così Parlamento e opinione pubblica. La genialità (si scoprì poi criminogena) fu che il Contratto di vendita era addirittura il Tabernacolo, con un testo all’apparenza spietato sugli impegni formali, ma che in sede di controllo burocratico era congegnato in modo che i vincoli sarebbero stati bypassati facilmente con acconce modalità di execution. Per fortuna, la nostra ex consigliera federale Micheline Calmy-Rey (purtroppo ottantenne) declina così i tuoi Tabernacoli: «Basta agli accordi segreti e ai legami insani fra politica e interessi personali»! Sarà così anche nel caso del Le Constellation?
Lo psicanalista chiosa: «Dal punto di vista psicanalitico ricorrere al «narcisismo digitale» è una semplificazione difensiva. In certi casi, la psiche entra in uno stato di sospensione del senso di realtà, quindi tendiamo a ricercare segnali esterni che ci aiutino a interpretare la situazione. Segnali di norma provenienti dal mondo adulto o dalle istituzioni per cui quando questi sono assenti o inefficaci, noi ci troviamo soli con le nostre difese primitive. In questo senso l’atto di filmare diventa un tentativo di trasformare un problema in un’immagine da noi più controllabile. Chiediamoci come i giovani reagiscono ad adulti che faticano a esercitare il loro ruolo di genitori, di nonni, di docenti, affidandosi alla delega, alla tecnica, e non alla loro propria funzione simbolica. Quando una società finisce per chiedere ai più giovani di essere più maturi degli adulti, di certo il problema non è lo smartphone, ma negli adulti che, più o meno scientemente, si stanno ritirando dalla scena della vita vera dei figli.
Con le due interviste il mio contributo giornalistico dovrebbe finire qua, ma non per me. Questo evento, come un’infinità di altri da oltre trent’anni a questa parte (caduta del Muro) è figlio dei due grandi imbarazzanti compari che hanno segnato la mia vita, professionale prima e di studioso poi: il CEO capitalismo e il modello organizzativo patrizio dei Tabernacoli. Entrambi fortemente interconnessi e molto presenti in questa e in tutte le altre vicende di questo tipo.
Lo dico brutalmente, il falò umano di Crans Montana è stato semplicemente un omicidio ritardato da parte di imprenditori e di istituzioni (poco importa se corrotte o inette o maldestre: in termini di colpevolezza sono la stessa cosa).
Circa la critica fatta ai giovanissimi di voler filmare l’incendio anziché fuggire, siamo noi adulti occidentali, di ogni tendenza politico culturale, che abbiamo disegnato algoritmi concepiti per scegliere quali contenuti proporre e in base alla domanda ripeterli all’infinito. In altre parole, guardando di continuo frame o video del dramma di Crans Montana, lo smartphone continuerà a farcelo vedere, peggio, più lo richiediamo più lo ripeterà, avendolo così trasformato in un bene di largo consumo. Perché noi abbiamo affidato l’informazione ai markettari di ogni tipo e specie, cessando di essere non più persone ma miserabili consumatori.
Povera Gen Z quando si accorgerà che noi adulti per vivere le nostre esistenze al di sopra delle nostre effettive possibilità, non solo sottoscriviamo debito che loro dovranno onorare, ma gli abbiamo pure imbandito una tavola di saperi finti, di cibi finti, di luoghi finti, talmente stressati che prendono fuoco allo scoccare di una solitaria scintilla. La Gen Zeta sarà diventata adulta a Crans Montana solo se avrà capito di che pasta sono fatti gli adulti del mondo in cui sono capitati.
Un mondo dove l’imprenditore scappa con la cassa, il magistrato sceglie la cautela, dando la sensazione che preferirebbe non esserci, i politici locali e nazionali fanno lo gnorri, al massimo si definiscono maldestri, ma si capisce che nessuno vuole pagare pegno (anche in questo caso ci sarà un Tabernacolo protettivo?).
Il caso Crans Montana si è desolatamente chiuso con una cerimonia funebre sobria, struggente, perfetta, e dall’impeccabile scenografia svizzera. Qua erano presenti tutti i presidenti che dovevano esserci, tutti commossi, come da copione.
Zafferano.news
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