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2022-06-16
Azot come l’acciaieria di Mariupol. Resistenza disperata nel bunker
Ansa
Il Donbass è ormai stretto nella morsa russa, soprattutto nel Lugansk. Mosca è decisa a ottenere l’obiettivo strategico del controllo dell’intera regione e gli effetti della lotta si vedono assai nitidamente a Severodonetsk. La città è oramai sotto controllo russo, ad eccezione dello stabilimento chimico Azot, dove si sono trincerati gli ucraini. Le forze moscovite circondano l’impianto, mentre i combattenti ucraini sono asserragliati nei «bunker sotterranei con diverse centinaia di civili». Lo scrive nel suo ultimo bollettino l’intelligence militare britannica, sottolineando che «questo probabilmente impedirà temporaneamente alla Russia di riassegnare le sue unità per operazioni militari in altre zone». «Dopo più di un mese di pesanti combattimenti, le Forze russe ora controllano la maggior parte di Severodonetsk», si legge nell’aggiornamento della situazione pubblicato dal ministero della Difesa di Londra. «Le tattiche di guerra urbana della Russia, che si basano sull’uso massiccio dell’artiglieria, hanno generato ingenti danni collaterali in tutta la città», continua il rapporto.
Nei bunker si stanno esaurendo i servizi di base. È l’allarme lanciato dal portavoce dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), Saviano Abreu. «La mancanza d’acqua e igiene costituisce una grande preoccupazione. È per noi un’enorme preoccupazione perché le persone non possono sopravvivere a lungo senz’acqua», ha detto Abreu, aggiungendo che anche cibo e servizi sanitari sono a rischio esaurimento. «Fare affidamento su fonti non sicure porta complicazioni per la salute. Dobbiamo assicurarci, il prima possibile, che le persone che sono ancora lì abbiano accesso all’acqua», ha detto il portavoce dell’ufficio Onu.
Intanto non sembra aver avuto seguito l’ultimatum lanciato dalla Russia, che aveva intimato di arrendersi alle forze ucraine asserragliate nell’impianto. I militari di Kiev al suo interno non si sono arresi, ma sono bloccati senza alcuna via d’uscita. Lo ha affermato Rodion Miroshnik, ambasciatore in Russia dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk. «Quei militanti che sono bloccati presso la fabbrica Azot non rappresentano una seria minaccia militare. Sono semplicemente militanti bloccati. Non capisco in cosa sperino», ha detto Miroshnik. Secondo il diplomatico, alcuni giorni fa, le truppe ucraine hanno cercato di sfondare dal territorio dell’impianto al ponte sul fiume Seversky Donets, che era stato però fatto saltare in aria. Miroshnik accusa gli ucraini di aver distrutto l’infrastruttura che collega Severodonetsk a Lysychansk ma giorni fa erano stati gli stessi miliziani separatisti del Lugansk ad affermare di aver danneggiato il ponte per impedire ai difensori di Severodonetsk di ritirarsi nella città contigua. Le autorità ucraine affermano che, comunque, per quanto riguarda i civili, stanno continuando le evacuazioni in ogni momento di «tranquillità», anche dopo che i tre ponti principali fuori dalla città sono stati distrutti. «I modi per connettersi con la città sono piuttosto difficili, ma esistono», ha detto Oleksandr Struik, capo dell’amministrazione militare di Severodonetsk, aggiungendo che le evacuazioni avvengono «ogni minuto quando c’è silenzio o c’è una possibilità di trasporto». Nel quadrante di Sloviansk-Izyum, più a Nord, i russi hanno continuato ad avanzare ad ovest del Seversky Donec. In particolare nell’area di confine tra gli Oblast di Donetsk e Kharkiv, dove le forze di Mosca hanno conquistato diverse cittadine situate sulla sponda ovest del Seversky Donec.
Continua quindi l’avanzata russa con l’intento di stringere su Slovyansk, ormai sempre più vicina. Il Cremlino, insomma, non intende risparmiare energie né vite nella sua avanzata a colpi di artiglieria. Chiarissime, in tal senso, le parole dell'ex presidente russo Dmitry Medvedev, che ha detto di dubitare che l’Ucraina esisterà ancora «tra un paio di anni». Medvedev ha fatto riferimento a una notizia in cui si afferma che l’Ucraina «cerca di ottenere gas dai suoi sponsor d’oltremare pagandolo in due anni». «L’unica domanda è: chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?», ha affermato Medvedev. Ma gli ucraini non rinunciano all’idea di riprendersi almeno la zona Sud del Paese. Secondo Zelensky, a Sud va perseguito l’obiettivo di liberare Kherson. «Continuiamo a fare pressione sugli occupanti nel Sud del Paese. L'obiettivo chiave è la liberazione di Kherson e ci muoveremo in questa direzione passo dopo passo». Intanto proprio nella regione di Kherson ci sono state esplosioni, al mercato di Chornobaivka. A darne notizia è Sergej Khlan, consigliere regionale, precisando, nell’accusare i russi di attacco terroristico, che ci sono morti e feriti. Sempre a Sud, un paio di elicotteri ucraini ha attaccato postazioni russe nella regione di Mykolaiev. «Le truppe russe continuano a combattere con le stesse tattiche insidiose», afferma il comando Sud, «non riescono ad avanzare e si ritirano sistematicamente su posizioni difensive in conseguenza delle controffensive ucraine, perdendo uomini, rifornimenti e materiali». Nell’Ovest, invece, Mosca ha rivendicato la distruzione di un deposito contenente armi fornite a Kiev dai Paesi Nato. «Vicino alla città di Zolochiv, nella regione di Leopoli, missili a lungo raggio Kalibr ad alta precisione hanno distrutto un deposito di armi straniere trasferite in Ucraina dai Paesi della Nato, inclusi obici M777 da 155 mm», ha annunciato il ministero della Difesa in una nota.
Accordo con Israele ed Egitto sul gas
Bruxelles tira dritto nella sua volontà di ridurre l’approvvigionamento energetico dalla Russia. Nella giornata di ieri, la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, si è incontrata al Cairo con il ministro dell’Energia israeliano, Karine Elharrar, e con il titolare del dicastero del petrolio egiziano, Tarek El Molla. I tre hanno siglato un accordo, in base a cui Israele aumenterà la fornitura di gas all’Ue, utilizzando la sponda dell’Egitto, che renderà il gas liquefatto per poi trasportarlo in Europa occidentale.
Sempre ieri, si è tenuto anche un vertice tra il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il capo di Stato egiziano, Abdel Fattah Al Sisi: i due hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dedicata alla cooperazione climatica ed energetica.
Quello siglato ieri è un accordo di notevole importanza: un accordo, a cui è stata dedicata parte della visita che Mario Draghi e la stessa von der Leyen avevano condotto in Israele due giorni fa. Questa intesa, soprattutto nel breve termine, costituisce dunque una buona notizia, perché dà una risposta concreta alla spinosa e urgente questione dell’approvvigionamento energetico. È tuttavia bene che Roma e Bruxelles ragionino anche nel lungo termine, per trovare una soluzione più solida e strutturata, senza poi trascurare il fatto che l’Egitto intrattiene relazioni piuttosto significative con la Russia. È pur vero che si sta registrando qualche turbolenza tra i due Paesi a causa della crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: un fattore, questo, che ha recentemente spinto il G7 a dichiarare il proprio sostegno al Cairo. Resta però il fatto che Egitto e Russia continuano a cooperare in vari settori (a partire da quello dell’energia nucleare).
Da questo punto di vista, le alternative sul tavolo sono due. O un gasdotto basato su una partnership tra Israele e Turchia oppure riprendere il progetto di Eastmed: gasdotto che - osteggiato da Ankara - collegherebbe Israele, Cipro e Grecia, per arrivare fino in Puglia. È abbastanza evidente che la seconda opzione si rivelerebbe la migliore. In primis, questo progetto coinvolgerebbe tutti Paesi democratici. In secondo luogo, la Turchia è un attore ambiguo e spregiudicato che, nonostante qualche recente schiarita diplomatica, mantiene ancora rapporti tesi con lo Stato ebraico su svariati dossier. Senza poi contare le mire egemoniche di Recep Tayyip Erdogan nel Mediterraneo: un problema che riguarda tanto Roma quanto Atene.
La vera partita potrebbe quindi giocarsi nei prossimi mesi. Nel corso dell’ultimo anno, la Turchia ha migliorato notevolmente i rapporti con l’Egitto. Non è quindi del tutto escludibile che il sultano possa cercare di far leva sul Cairo per mettere in futuro i bastoni tra le ruote a Eastmed. Dall’altra parte, si scorge l’incognita americana. Contrariamente a Donald Trump, Joe Biden si è mostrato assai più freddo nei confronti di Eastmed: alla base di tale scetticismo stanno considerazioni ambientali e, soprattutto, la volontà di non irritare eccessivamente Ankara. In un simile quadro, a metà luglio, il presidente americano si recherà in Israele, dove probabilmente discuterà anche di tali nodi energetici. È per questo necessario monitorare attentamente quali saranno le mosse mediorientali della Turchia nelle prossime quattro settimane. L’Unione europea, e in particolar modo l’Italia, dovrebbero dal canto loro premere su Washington per la soluzione Eastmed, puntando specialmente il dito contro gli ambigui rapporti che intercorrono tra Mosca e Ankara.
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Nello stabilimento chimico di Severodonetsk stesso scenario visto ad Azovstal: la città è tutta in mani russe, resiste il nucleo asserragliato nella fabbrica. Dmitry Medvedev minaccia: «Tra due anni ci sarà ancora l’Ucraina?».Accordo con Israele ed Egitto sul gas. Tel Aviv aumenterà la fornitura all’Ue, utilizzando la sponda del Cairo. Restano però incognite legate ai rapporti tra Abdel Fattah Al Sisi e Vladimir Putin e al ruolo ambiguo della Turchia.Lo speciale contiene due articoli.Il Donbass è ormai stretto nella morsa russa, soprattutto nel Lugansk. Mosca è decisa a ottenere l’obiettivo strategico del controllo dell’intera regione e gli effetti della lotta si vedono assai nitidamente a Severodonetsk. La città è oramai sotto controllo russo, ad eccezione dello stabilimento chimico Azot, dove si sono trincerati gli ucraini. Le forze moscovite circondano l’impianto, mentre i combattenti ucraini sono asserragliati nei «bunker sotterranei con diverse centinaia di civili». Lo scrive nel suo ultimo bollettino l’intelligence militare britannica, sottolineando che «questo probabilmente impedirà temporaneamente alla Russia di riassegnare le sue unità per operazioni militari in altre zone». «Dopo più di un mese di pesanti combattimenti, le Forze russe ora controllano la maggior parte di Severodonetsk», si legge nell’aggiornamento della situazione pubblicato dal ministero della Difesa di Londra. «Le tattiche di guerra urbana della Russia, che si basano sull’uso massiccio dell’artiglieria, hanno generato ingenti danni collaterali in tutta la città», continua il rapporto. Nei bunker si stanno esaurendo i servizi di base. È l’allarme lanciato dal portavoce dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), Saviano Abreu. «La mancanza d’acqua e igiene costituisce una grande preoccupazione. È per noi un’enorme preoccupazione perché le persone non possono sopravvivere a lungo senz’acqua», ha detto Abreu, aggiungendo che anche cibo e servizi sanitari sono a rischio esaurimento. «Fare affidamento su fonti non sicure porta complicazioni per la salute. Dobbiamo assicurarci, il prima possibile, che le persone che sono ancora lì abbiano accesso all’acqua», ha detto il portavoce dell’ufficio Onu. Intanto non sembra aver avuto seguito l’ultimatum lanciato dalla Russia, che aveva intimato di arrendersi alle forze ucraine asserragliate nell’impianto. I militari di Kiev al suo interno non si sono arresi, ma sono bloccati senza alcuna via d’uscita. Lo ha affermato Rodion Miroshnik, ambasciatore in Russia dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk. «Quei militanti che sono bloccati presso la fabbrica Azot non rappresentano una seria minaccia militare. Sono semplicemente militanti bloccati. Non capisco in cosa sperino», ha detto Miroshnik. Secondo il diplomatico, alcuni giorni fa, le truppe ucraine hanno cercato di sfondare dal territorio dell’impianto al ponte sul fiume Seversky Donets, che era stato però fatto saltare in aria. Miroshnik accusa gli ucraini di aver distrutto l’infrastruttura che collega Severodonetsk a Lysychansk ma giorni fa erano stati gli stessi miliziani separatisti del Lugansk ad affermare di aver danneggiato il ponte per impedire ai difensori di Severodonetsk di ritirarsi nella città contigua. Le autorità ucraine affermano che, comunque, per quanto riguarda i civili, stanno continuando le evacuazioni in ogni momento di «tranquillità», anche dopo che i tre ponti principali fuori dalla città sono stati distrutti. «I modi per connettersi con la città sono piuttosto difficili, ma esistono», ha detto Oleksandr Struik, capo dell’amministrazione militare di Severodonetsk, aggiungendo che le evacuazioni avvengono «ogni minuto quando c’è silenzio o c’è una possibilità di trasporto». Nel quadrante di Sloviansk-Izyum, più a Nord, i russi hanno continuato ad avanzare ad ovest del Seversky Donec. In particolare nell’area di confine tra gli Oblast di Donetsk e Kharkiv, dove le forze di Mosca hanno conquistato diverse cittadine situate sulla sponda ovest del Seversky Donec. Continua quindi l’avanzata russa con l’intento di stringere su Slovyansk, ormai sempre più vicina. Il Cremlino, insomma, non intende risparmiare energie né vite nella sua avanzata a colpi di artiglieria. Chiarissime, in tal senso, le parole dell'ex presidente russo Dmitry Medvedev, che ha detto di dubitare che l’Ucraina esisterà ancora «tra un paio di anni». Medvedev ha fatto riferimento a una notizia in cui si afferma che l’Ucraina «cerca di ottenere gas dai suoi sponsor d’oltremare pagandolo in due anni». «L’unica domanda è: chi ci dice che l’Ucraina esisterà ancora tra due anni?», ha affermato Medvedev. Ma gli ucraini non rinunciano all’idea di riprendersi almeno la zona Sud del Paese. Secondo Zelensky, a Sud va perseguito l’obiettivo di liberare Kherson. «Continuiamo a fare pressione sugli occupanti nel Sud del Paese. L'obiettivo chiave è la liberazione di Kherson e ci muoveremo in questa direzione passo dopo passo». Intanto proprio nella regione di Kherson ci sono state esplosioni, al mercato di Chornobaivka. A darne notizia è Sergej Khlan, consigliere regionale, precisando, nell’accusare i russi di attacco terroristico, che ci sono morti e feriti. Sempre a Sud, un paio di elicotteri ucraini ha attaccato postazioni russe nella regione di Mykolaiev. «Le truppe russe continuano a combattere con le stesse tattiche insidiose», afferma il comando Sud, «non riescono ad avanzare e si ritirano sistematicamente su posizioni difensive in conseguenza delle controffensive ucraine, perdendo uomini, rifornimenti e materiali». Nell’Ovest, invece, Mosca ha rivendicato la distruzione di un deposito contenente armi fornite a Kiev dai Paesi Nato. «Vicino alla città di Zolochiv, nella regione di Leopoli, missili a lungo raggio Kalibr ad alta precisione hanno distrutto un deposito di armi straniere trasferite in Ucraina dai Paesi della Nato, inclusi obici M777 da 155 mm», ha annunciato il ministero della Difesa in una nota.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/azot-acciaieria-mariupol-resistenza-disperata-2657515056.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="accordo-con-israele-ed-egitto-sul-gas" data-post-id="2657515056" data-published-at="1655318175" data-use-pagination="False"> Accordo con Israele ed Egitto sul gas Bruxelles tira dritto nella sua volontà di ridurre l’approvvigionamento energetico dalla Russia. Nella giornata di ieri, la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, si è incontrata al Cairo con il ministro dell’Energia israeliano, Karine Elharrar, e con il titolare del dicastero del petrolio egiziano, Tarek El Molla. I tre hanno siglato un accordo, in base a cui Israele aumenterà la fornitura di gas all’Ue, utilizzando la sponda dell’Egitto, che renderà il gas liquefatto per poi trasportarlo in Europa occidentale. Sempre ieri, si è tenuto anche un vertice tra il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il capo di Stato egiziano, Abdel Fattah Al Sisi: i due hanno rilasciato una dichiarazione congiunta dedicata alla cooperazione climatica ed energetica. Quello siglato ieri è un accordo di notevole importanza: un accordo, a cui è stata dedicata parte della visita che Mario Draghi e la stessa von der Leyen avevano condotto in Israele due giorni fa. Questa intesa, soprattutto nel breve termine, costituisce dunque una buona notizia, perché dà una risposta concreta alla spinosa e urgente questione dell’approvvigionamento energetico. È tuttavia bene che Roma e Bruxelles ragionino anche nel lungo termine, per trovare una soluzione più solida e strutturata, senza poi trascurare il fatto che l’Egitto intrattiene relazioni piuttosto significative con la Russia. È pur vero che si sta registrando qualche turbolenza tra i due Paesi a causa della crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: un fattore, questo, che ha recentemente spinto il G7 a dichiarare il proprio sostegno al Cairo. Resta però il fatto che Egitto e Russia continuano a cooperare in vari settori (a partire da quello dell’energia nucleare). Da questo punto di vista, le alternative sul tavolo sono due. O un gasdotto basato su una partnership tra Israele e Turchia oppure riprendere il progetto di Eastmed: gasdotto che - osteggiato da Ankara - collegherebbe Israele, Cipro e Grecia, per arrivare fino in Puglia. È abbastanza evidente che la seconda opzione si rivelerebbe la migliore. In primis, questo progetto coinvolgerebbe tutti Paesi democratici. In secondo luogo, la Turchia è un attore ambiguo e spregiudicato che, nonostante qualche recente schiarita diplomatica, mantiene ancora rapporti tesi con lo Stato ebraico su svariati dossier. Senza poi contare le mire egemoniche di Recep Tayyip Erdogan nel Mediterraneo: un problema che riguarda tanto Roma quanto Atene. La vera partita potrebbe quindi giocarsi nei prossimi mesi. Nel corso dell’ultimo anno, la Turchia ha migliorato notevolmente i rapporti con l’Egitto. Non è quindi del tutto escludibile che il sultano possa cercare di far leva sul Cairo per mettere in futuro i bastoni tra le ruote a Eastmed. Dall’altra parte, si scorge l’incognita americana. Contrariamente a Donald Trump, Joe Biden si è mostrato assai più freddo nei confronti di Eastmed: alla base di tale scetticismo stanno considerazioni ambientali e, soprattutto, la volontà di non irritare eccessivamente Ankara. In un simile quadro, a metà luglio, il presidente americano si recherà in Israele, dove probabilmente discuterà anche di tali nodi energetici. È per questo necessario monitorare attentamente quali saranno le mosse mediorientali della Turchia nelle prossime quattro settimane. L’Unione europea, e in particolar modo l’Italia, dovrebbero dal canto loro premere su Washington per la soluzione Eastmed, puntando specialmente il dito contro gli ambigui rapporti che intercorrono tra Mosca e Ankara.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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