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2022-08-02
Austria e Germania eliminano i divieti. E noi?
Altro che Paesi da prendere a esempio per rigore nella lotta al Covid sulla pelle dei cittadini. Austria e Germania tolgono quarantene, mettono in discussione l’obbligo vaccinale per il personale sanitario, invece in Italia si continuano a isolare i sintomatici e a sospendere medici e infermieri non inoculati. C’è un vento contrario, dalle nostre parti, che respinge oltre frontiera le istanze di un ritorno definitivo alla normalità. Perfino tedeschi e austriaci, più volte additati come esempio di rigore nel perseguire i non vaccinati, hanno deciso aperture che il ministro della Salute, Roberto Speranza, nemmeno si sogna.
Da ieri, in Austria non vige più l’obbligo di quarantena. Chi è risultato positivo al Covid esce di casa senza restrizioni e indossa la Ffp2 solo se non può rispettare il distanziamento fisico di due metri. Semaforo verde anche sui luoghi di lavoro, a patto che l’infetto tenga sul volto la mascherina con la protezione più alta. La decisione del ministro della Salute, Johannes Rauch (Verdi), riguarda anche la capitale che nei mesi scorsi aveva applicato misure ancora più rigide nei confronti dei non vaccinati.
«Non possiamo vivere per anni questo livello di crisi legata alla pandemia», ha dichiarato Rauch, aggiungendo: «Abbiamo il vaccino, abbiamo i farmaci, le persone si ammalano con sintomi molto più lievi rispetto al passato». In Austria sono in calo, come in Italia, il numero dei positivi al tampone, così pure dei ricoveri in ospedale e in terapia intensiva. Per i contagiati resta ovviamente escluso l’accesso a ospedali, residenze per anziani, nelle strutture per l’infanzia, nelle scuole elementari e negli asili nido. Il ministro del Lavoro, Martin Kocher (Övp) ha annunciato misure per i lavoratori più fragili, che potranno essere esentati con un «certificato di rischio», se non si riuscirà a proteggerli negli uffici. In Italia, l’unica certezza è che fino al 31 dicembre rimane l’obbligo del vaccino anti Covid per medici e infermieri. E sul togliere la quarantena non è ancora stata emanata alcuna direttiva.
Tutt’altra aria si respira in Stati federali tedeschi come la Baviera, dove a inizio luglio il ministro della Sanità Klaus Holetschek (Csu) aveva chiesto la fine anticipata dell’obbligo. O come sta accadendo nella Renania Settentrionale-Vestfalia (Nrw), dove il ministro della Salute Karl Josef Laumann (Cdu), ha già annunciato che vuole togliere l’imposizione per il personale sanitario considerato che «la vaccinazione non esclude l’infezione». Avete mai sentito l’omologo italiano affermare qualche cosa di simile?
Perfino l’esponente di sinistra Ates Gürpinar ha dichiarato al quotidiano Welt che «continuare l’obbligo di vaccinazione per contenere la pandemia è inutile». La Federazione ospedaliera tedesca (Dkg), già si è espressa a favore della fine dell’obbligo di vaccinazione, che dovrebbe concludersi a fine anno come nel nostro Paese. «Secondo i dati attuali, non è sensato continuare così», sostiene il vicedirettore generale, Henriette Neumeyer.
In Germania, il personale sanitario doveva mostrare di essere in regola con la vaccinazione entro lo scorso marzo e nella sola Renania Settentrionale-Vestfalia sono stati denunciati alle autorità 24.197 dipendenti o collaboratori di ospedali, cliniche, Rsa, non in regola. Tuttavia, secondo i dati del ministero della Salute, sono state applicate solo 1.479 sanzioni ed è stato vietato l’ingresso ad appena 66 lavoratori. Questo significa che i tedeschi, assai più lungimiranti, non hanno voluto ritrovarsi senza personale. Molte aziende sanitarie hanno detto chiaramente che non possono fare a meno dei dipendenti non vaccinati, questione emersa solo di recente in Italia e affermata a gran voce ancora da pochissimi dirigenti di Asl o governatori di Regione, in affanno perché senza medici e infermieri. In Assia, altro Land tedesco, a più di quattro mesi dall’introduzione dell’obbligo di vaccinazione contro il Covid per i dipendenti del settore sanitario, le autorità non hanno ancora imposto alcun divieto.
Eppure, nella sola Francoforte, risultano 4.758 le persone segnalate al dipartimento sanitario perché non in regola con i requisiti vaccinali. Stessa situazione nel Baden-Württemberg, dove le autorità non hanno ancora imposto un divieto di attività o ingresso nei luoghi di lavoro per il personale non vaccinato. Secondo un’indagine di Bild am Sonntag tra tutti i 16 ministeri della Sanità tedeschi, sono stati identificati più di 190.000 operatori sanitari non vaccinati; tuttavia solo 70 divieti d’ingresso al lavoro sono stati emessi a livello nazionale. Ovvero in Renania settentrionale-Vestfalia (66 lavoratori preclusi dal lavoro), Bassa Sassonia e Brandeburgo (2 lavoratori ciascuno).
In Baviera sono state identificate 56.000 persone senza prova di aver eseguito il ciclo vaccinale, ma non sono stati inflitti né divieti d’ingresso né multe. Medici e infermieri sono professionisti preziosi, che non vanno lasciati a casa solo perché non vaccinati contro il Covid. L’Italia, contrariamente alla Germania, non l’ha compreso subito, se ne sta accorgendo dopo troppi mesi e il conto lo stanno pagando centinaia di migliaia di pazienti.
Casi ancora in calo, l’ondata estiva si sta esaurendo (senza restrizioni)
La curva dei contagi da Covid-19 continua il calo iniziato già due settimane fa. Senza grandi restrizioni e sostituendo l’obbligo con le raccomandazioni, l’ondata estiva, nonostante l’altissima contagiosità della variante Omicron, ha mantenuto decisamente basso l’impatto negli ospedali.
Ieri si sono registrati 18.813 nuovi casi di Covid in Italia, a fronte dei 36.966 di domenica. Del resto anche il numero dei test, come accade nel weekend, è diminuito: 105.839 i tamponi processati rispetto ai 204.903 il giorno precedente. Il valore in grado di confrontare i dati, cioè il tasso di positività, segnala il trend, in calo, dal 18 al 17,8%. I decessi sono stati 121 in 24 ore (83, domenica). Negli ospedali, «dopo essere state recentemente interessate da due oscillazioni, le curve dell’occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive a livello nazionale mostrano, tramite l’analisi delle differenze settimanali, di aver raggiunto il picco e sono all’inizio di una fase decrescente», sintetizza all’Ansa Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo «M.Picone», del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).
«A livello regionale», prosegue, «le curve di occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive sono quasi tutte in fase decrescente o di stasi, ad eccezione delle Marche e della Sardegna». Come si è sempre visto in questa ondata estiva, la maggiore contagiosità del virus si è accompagnata a una riduzione dei casi di polmonite grave.
I ricoveri sono, infatti, aumentati di più nei reparti ordinari, rimanendo decisamente contenuti nelle terapie intensive. Se i posti occupati in «area non critica» da parte dei pazienti Covid in Italia è attualmente intorno al 16% - un punto percentuale in meno in 24 ore - resta invece stabile al 4% l’occupazione delle terapie intensive, secondo i dati diffusi ieri dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e relativi al 31 luglio 2022.
Senza l’obbligo di mascherine quasi ovunque, a eccezione dei mezzi di trasporto e dei luoghi di cura, il ritorno a una socialità più diffusa, rispetto alle ultime due estati, dimostra una convivenza possibile con il virus. Inutile e fuori luogo il confronto con i pochissimi casi registrati nei mesi estivi del 2020 e 2021: c’era un altro virus, con un indice di infezione fino a 15 volte più basso. Va inoltre ricordato che l’80% dei positivi in ospedale sono ricoverati per altre ragioni cliniche e scoprono l’infezione al pronto soccorso.
Certo, colpisce il numero ancora elevato di decessi, ma «come sappiamo, affinché questo dato scenda servono ancora 15 giorni», spiega l’epidemiologo Donato Greco, ex componente del Cts e consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sentito dall’Adnkronos. «Ancora una volta», ricorda, «i decessi riguardano persone con un’età media alta, 85 anni, e con più di tre patologie», persone fragili che dunque «vanno protette», come per ogni altra malattia, influenza in primis.
E mentre in Europa continuano a cadere le restrizioni, il nostro ministero della Salute è fisso solo sulla necessità della terza e quarta dose, senza considerare che, come ricordano gli esperti, l’immunità per le forme gravi di malattia da Covid, vero obiettivo sanitario in questa pandemia, è già stata raggiunta.
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A Vienna basta obbligo di quarantena: i positivi possono uscire con la Ffp2. Negli Stati federali tedeschi si valuta l’abolizione dell’obbligo vaccinale per i medici. Il nostro governo ha sempre indicato questi Paesi come esempio: ora non vuole copiarli.I numeri dicono che il virus sta regredendo anche con una socialità rimasta inalterata.Lo speciale contiene due articoli.Altro che Paesi da prendere a esempio per rigore nella lotta al Covid sulla pelle dei cittadini. Austria e Germania tolgono quarantene, mettono in discussione l’obbligo vaccinale per il personale sanitario, invece in Italia si continuano a isolare i sintomatici e a sospendere medici e infermieri non inoculati. C’è un vento contrario, dalle nostre parti, che respinge oltre frontiera le istanze di un ritorno definitivo alla normalità. Perfino tedeschi e austriaci, più volte additati come esempio di rigore nel perseguire i non vaccinati, hanno deciso aperture che il ministro della Salute, Roberto Speranza, nemmeno si sogna. Da ieri, in Austria non vige più l’obbligo di quarantena. Chi è risultato positivo al Covid esce di casa senza restrizioni e indossa la Ffp2 solo se non può rispettare il distanziamento fisico di due metri. Semaforo verde anche sui luoghi di lavoro, a patto che l’infetto tenga sul volto la mascherina con la protezione più alta. La decisione del ministro della Salute, Johannes Rauch (Verdi), riguarda anche la capitale che nei mesi scorsi aveva applicato misure ancora più rigide nei confronti dei non vaccinati. «Non possiamo vivere per anni questo livello di crisi legata alla pandemia», ha dichiarato Rauch, aggiungendo: «Abbiamo il vaccino, abbiamo i farmaci, le persone si ammalano con sintomi molto più lievi rispetto al passato». In Austria sono in calo, come in Italia, il numero dei positivi al tampone, così pure dei ricoveri in ospedale e in terapia intensiva. Per i contagiati resta ovviamente escluso l’accesso a ospedali, residenze per anziani, nelle strutture per l’infanzia, nelle scuole elementari e negli asili nido. Il ministro del Lavoro, Martin Kocher (Övp) ha annunciato misure per i lavoratori più fragili, che potranno essere esentati con un «certificato di rischio», se non si riuscirà a proteggerli negli uffici. In Italia, l’unica certezza è che fino al 31 dicembre rimane l’obbligo del vaccino anti Covid per medici e infermieri. E sul togliere la quarantena non è ancora stata emanata alcuna direttiva. Tutt’altra aria si respira in Stati federali tedeschi come la Baviera, dove a inizio luglio il ministro della Sanità Klaus Holetschek (Csu) aveva chiesto la fine anticipata dell’obbligo. O come sta accadendo nella Renania Settentrionale-Vestfalia (Nrw), dove il ministro della Salute Karl Josef Laumann (Cdu), ha già annunciato che vuole togliere l’imposizione per il personale sanitario considerato che «la vaccinazione non esclude l’infezione». Avete mai sentito l’omologo italiano affermare qualche cosa di simile? Perfino l’esponente di sinistra Ates Gürpinar ha dichiarato al quotidiano Welt che «continuare l’obbligo di vaccinazione per contenere la pandemia è inutile». La Federazione ospedaliera tedesca (Dkg), già si è espressa a favore della fine dell’obbligo di vaccinazione, che dovrebbe concludersi a fine anno come nel nostro Paese. «Secondo i dati attuali, non è sensato continuare così», sostiene il vicedirettore generale, Henriette Neumeyer. In Germania, il personale sanitario doveva mostrare di essere in regola con la vaccinazione entro lo scorso marzo e nella sola Renania Settentrionale-Vestfalia sono stati denunciati alle autorità 24.197 dipendenti o collaboratori di ospedali, cliniche, Rsa, non in regola. Tuttavia, secondo i dati del ministero della Salute, sono state applicate solo 1.479 sanzioni ed è stato vietato l’ingresso ad appena 66 lavoratori. Questo significa che i tedeschi, assai più lungimiranti, non hanno voluto ritrovarsi senza personale. Molte aziende sanitarie hanno detto chiaramente che non possono fare a meno dei dipendenti non vaccinati, questione emersa solo di recente in Italia e affermata a gran voce ancora da pochissimi dirigenti di Asl o governatori di Regione, in affanno perché senza medici e infermieri. In Assia, altro Land tedesco, a più di quattro mesi dall’introduzione dell’obbligo di vaccinazione contro il Covid per i dipendenti del settore sanitario, le autorità non hanno ancora imposto alcun divieto. Eppure, nella sola Francoforte, risultano 4.758 le persone segnalate al dipartimento sanitario perché non in regola con i requisiti vaccinali. Stessa situazione nel Baden-Württemberg, dove le autorità non hanno ancora imposto un divieto di attività o ingresso nei luoghi di lavoro per il personale non vaccinato. Secondo un’indagine di Bild am Sonntag tra tutti i 16 ministeri della Sanità tedeschi, sono stati identificati più di 190.000 operatori sanitari non vaccinati; tuttavia solo 70 divieti d’ingresso al lavoro sono stati emessi a livello nazionale. Ovvero in Renania settentrionale-Vestfalia (66 lavoratori preclusi dal lavoro), Bassa Sassonia e Brandeburgo (2 lavoratori ciascuno). In Baviera sono state identificate 56.000 persone senza prova di aver eseguito il ciclo vaccinale, ma non sono stati inflitti né divieti d’ingresso né multe. Medici e infermieri sono professionisti preziosi, che non vanno lasciati a casa solo perché non vaccinati contro il Covid. L’Italia, contrariamente alla Germania, non l’ha compreso subito, se ne sta accorgendo dopo troppi mesi e il conto lo stanno pagando centinaia di migliaia di pazienti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/austria-germania-eliminano-divieti-2657789436.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="casi-ancora-in-calo-londata-estiva-si-sta-esaurendo-senza-restrizioni" data-post-id="2657789436" data-published-at="1659418799" data-use-pagination="False"> Casi ancora in calo, l’ondata estiva si sta esaurendo (senza restrizioni) La curva dei contagi da Covid-19 continua il calo iniziato già due settimane fa. Senza grandi restrizioni e sostituendo l’obbligo con le raccomandazioni, l’ondata estiva, nonostante l’altissima contagiosità della variante Omicron, ha mantenuto decisamente basso l’impatto negli ospedali. Ieri si sono registrati 18.813 nuovi casi di Covid in Italia, a fronte dei 36.966 di domenica. Del resto anche il numero dei test, come accade nel weekend, è diminuito: 105.839 i tamponi processati rispetto ai 204.903 il giorno precedente. Il valore in grado di confrontare i dati, cioè il tasso di positività, segnala il trend, in calo, dal 18 al 17,8%. I decessi sono stati 121 in 24 ore (83, domenica). Negli ospedali, «dopo essere state recentemente interessate da due oscillazioni, le curve dell’occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive a livello nazionale mostrano, tramite l’analisi delle differenze settimanali, di aver raggiunto il picco e sono all’inizio di una fase decrescente», sintetizza all’Ansa Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo «M.Picone», del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). «A livello regionale», prosegue, «le curve di occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive sono quasi tutte in fase decrescente o di stasi, ad eccezione delle Marche e della Sardegna». Come si è sempre visto in questa ondata estiva, la maggiore contagiosità del virus si è accompagnata a una riduzione dei casi di polmonite grave. I ricoveri sono, infatti, aumentati di più nei reparti ordinari, rimanendo decisamente contenuti nelle terapie intensive. Se i posti occupati in «area non critica» da parte dei pazienti Covid in Italia è attualmente intorno al 16% - un punto percentuale in meno in 24 ore - resta invece stabile al 4% l’occupazione delle terapie intensive, secondo i dati diffusi ieri dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e relativi al 31 luglio 2022. Senza l’obbligo di mascherine quasi ovunque, a eccezione dei mezzi di trasporto e dei luoghi di cura, il ritorno a una socialità più diffusa, rispetto alle ultime due estati, dimostra una convivenza possibile con il virus. Inutile e fuori luogo il confronto con i pochissimi casi registrati nei mesi estivi del 2020 e 2021: c’era un altro virus, con un indice di infezione fino a 15 volte più basso. Va inoltre ricordato che l’80% dei positivi in ospedale sono ricoverati per altre ragioni cliniche e scoprono l’infezione al pronto soccorso. Certo, colpisce il numero ancora elevato di decessi, ma «come sappiamo, affinché questo dato scenda servono ancora 15 giorni», spiega l’epidemiologo Donato Greco, ex componente del Cts e consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sentito dall’Adnkronos. «Ancora una volta», ricorda, «i decessi riguardano persone con un’età media alta, 85 anni, e con più di tre patologie», persone fragili che dunque «vanno protette», come per ogni altra malattia, influenza in primis. E mentre in Europa continuano a cadere le restrizioni, il nostro ministero della Salute è fisso solo sulla necessità della terza e quarta dose, senza considerare che, come ricordano gli esperti, l’immunità per le forme gravi di malattia da Covid, vero obiettivo sanitario in questa pandemia, è già stata raggiunta.
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.
Non accontentatevi del «mala tempora currunt», perché ora «sed peiora parantur». Non bisogna essere il mago Otelma per accorgersi che non c’è da stare allegri se il petrolio e il gas sono raddoppiati, se la Cina ci invade con prodotti in dumping perché è in iperproduzione e se la guerra dei dazi blocca la nostra merce alle frontiere. Che i tempi sono pessimi lo sanno tutti tranne la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, convinta che giocando con i carri armatini e rafforzando il Green deal ci si salva. Ha detto: «Non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità». Al massimo due aiutini di Stato. E, mentre studia un piano per rinchiuderci in casa, mandarci a piedi e bloccarci i condizionatori causa mancanza di energia, risponde: «Non siamo ai tempi del Covid». Come dire: con il lockdown energetico mica dovete vaccinarvi.
Magari ci fosse un vaccino contro la miseria! Perché l’Europa è un malato grave e servirebbe subito la sospensione delle regole fiscali. Forse avendo dato gli ultimi, necessari, 90 miliardi a Volodymir Zelensky, avendo in testa di portare il bilancio Ue a 2.000 miliardi ammazzando di altre tasse imprese e contribuenti, volendo varare un riarmo da 800 miliardi, i soldi per lanciare un nuovo «recovery» non ci sono, ma di certo non è tempo di fare sottigliezze sugli zero virgola di bilancio. Va scritto a lettere cubitali: l’Europa, e l’eurozona ancora più gravemente, è in stagflazione. Ci sono impietosi i numeri: l’inflazione nei Paesi che hanno adottato l’euro ad aprile è salita al 3% (rispetto al 2,6% annuo fino a marzo e all’1,9% di febbraio), ma il tasso di crescita è inchiodato allo 0,1%, certificato da Eurostat, che stima ancora un +0,8% a fine anno. È la peggiore patologia economica che possa capitare: vuol dire che il volume economico arretra, ma l’inflazione sale. Stiamo importando energia a un costo spropositato ma, siccome per pagare le bollette aziende e famiglie spendono di più, la domanda aggregata frena; se poi si blocca l’export perché la Cina fa dumping e perché, ad esempio, a Dubai il lusso made in Italy non lo consuma più nessuno causa paura, ecco la tempesta perfetta. Con in più una sciagura: al timone della nave c’è una baronessa tutta chiacchiere e distintivo. Fuor di metafora: anche chi, come il vicepremier Antonio Tajani, dice che non si deve derogare dai vincoli di bilancio ma semmai accedere al Mes, oggi è di fronte al baratro economico annunciato. Che si materializza nelle parole di un’altra signora d’Europa. Christine Lagarde presidente della Bce.
L’inflazione ha accelerato ben sopra il target dell’Eurotower, ma ieri hanno deciso di lasciare i tassi invariati al 2% (anche quelli sul rifinanziamento restano al 2,15% e al 2,4%). La ragione? Pare che l’inflazione di fondo stia ancora al 2,2 e, quindi, l’impennata dei prezzi energetici oltre il 5% può essere interpretata per un po’ come una fiammata dovuta all’imbuto di Hormuz. Alle Borse è bastato che non ci sia stata la stretta immediata per pigliare fiato (la migliore è Milano, col +0,9 nonostante un tonfo di Stellantis che perde quasi il 6,4 mentre il petrolio arretra di 3 punti). La Lagarde però è stata chiara: non fateci la bocca. «Abbiamo discusso molto sulla possibilità di alzare, ma all’unanimità abbiamo deciso di stare fermi. La Bce non intende reagire immediatamente a uno shock di offerta», ha commentato. A giugno però potrebbe esserci la stretta: «Le prossime sei settimane», ha detto Lagarde, saranno il momento opportuno per valutare l’economia al fine di prendere una decisione ponderata sulla base di informazioni verificate e riesaminate».
La verità è che tutte le banche centrali - da Londra alla Fed - sono rimaste ferme. In Europa un combinato disposto di stagflazione conclamata e aumento dei tassi sarebbe mortale. Soprattutto per l’Italia, che deve spesare un enorme debito pubblico che l’inflazione erode nominalmente ma i tassi fanno diventare più caro. Chi sta peggio è la Francia (zero crescita, inflazione mensile all’1,2% e su base annua al 2,5%), ma la «locomotiva» Germania è al minimo (0,3% di crescita su base trimestrale, 0,5% di aumento mensile dei prezzi e annuale del 2,9%) e pure la Spagna dei presunti miracoli paga dazio: cresce dello 0,6%, ha però il più alto tasso d’inflazione, al 3,6%. Da noi i numeri non consolano: crescita allo 0,2%, inflazione annua al 2,9% secondo Eurostat, ma balzo ad aprile dell’1,7% con l’energia a +5,1% e carrello della spesa pesante (+2,5 con gli alimentari non lavorati, frutta e verdura per intenderci, che vanno su del 6% e i beni di frequente acquisto che schizzano a +4,3%). L’inflazione di fondo cala pero di uno 0,3, all’1,6%, ma non si vede nelle tasche. In proiezione di spesa ogni famiglia, se le cose continuano così, sborserà 1.000 euro in più a fine anno. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti due giorni fa ha detto: «No all’immagine del Paese al disastro: non è tutto oro, ma neppure stagflazione». Purtroppo dall’Europa sono arrivate pessime notizie: sed peiora parantur!
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Per il Primo Maggio, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto visita a PizzAut, la pizzeria di Monza nota per l’inserimento lavorativo di persone con disturbo dello spettro autistico. All’arrivo, la premier è stata accolta nel piazzale davanti al locale dai ragazzi del team insieme al fondatore Nino Acampora. «Per il Primo Maggio volevo venire a trovare i lavoratori più straordinari di tutti», ha dichiarato Meloni, rivolgendosi ai presenti.
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