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2022-08-02
Austria e Germania eliminano i divieti. E noi?
Altro che Paesi da prendere a esempio per rigore nella lotta al Covid sulla pelle dei cittadini. Austria e Germania tolgono quarantene, mettono in discussione l’obbligo vaccinale per il personale sanitario, invece in Italia si continuano a isolare i sintomatici e a sospendere medici e infermieri non inoculati. C’è un vento contrario, dalle nostre parti, che respinge oltre frontiera le istanze di un ritorno definitivo alla normalità. Perfino tedeschi e austriaci, più volte additati come esempio di rigore nel perseguire i non vaccinati, hanno deciso aperture che il ministro della Salute, Roberto Speranza, nemmeno si sogna.
Da ieri, in Austria non vige più l’obbligo di quarantena. Chi è risultato positivo al Covid esce di casa senza restrizioni e indossa la Ffp2 solo se non può rispettare il distanziamento fisico di due metri. Semaforo verde anche sui luoghi di lavoro, a patto che l’infetto tenga sul volto la mascherina con la protezione più alta. La decisione del ministro della Salute, Johannes Rauch (Verdi), riguarda anche la capitale che nei mesi scorsi aveva applicato misure ancora più rigide nei confronti dei non vaccinati.
«Non possiamo vivere per anni questo livello di crisi legata alla pandemia», ha dichiarato Rauch, aggiungendo: «Abbiamo il vaccino, abbiamo i farmaci, le persone si ammalano con sintomi molto più lievi rispetto al passato». In Austria sono in calo, come in Italia, il numero dei positivi al tampone, così pure dei ricoveri in ospedale e in terapia intensiva. Per i contagiati resta ovviamente escluso l’accesso a ospedali, residenze per anziani, nelle strutture per l’infanzia, nelle scuole elementari e negli asili nido. Il ministro del Lavoro, Martin Kocher (Övp) ha annunciato misure per i lavoratori più fragili, che potranno essere esentati con un «certificato di rischio», se non si riuscirà a proteggerli negli uffici. In Italia, l’unica certezza è che fino al 31 dicembre rimane l’obbligo del vaccino anti Covid per medici e infermieri. E sul togliere la quarantena non è ancora stata emanata alcuna direttiva.
Tutt’altra aria si respira in Stati federali tedeschi come la Baviera, dove a inizio luglio il ministro della Sanità Klaus Holetschek (Csu) aveva chiesto la fine anticipata dell’obbligo. O come sta accadendo nella Renania Settentrionale-Vestfalia (Nrw), dove il ministro della Salute Karl Josef Laumann (Cdu), ha già annunciato che vuole togliere l’imposizione per il personale sanitario considerato che «la vaccinazione non esclude l’infezione». Avete mai sentito l’omologo italiano affermare qualche cosa di simile?
Perfino l’esponente di sinistra Ates Gürpinar ha dichiarato al quotidiano Welt che «continuare l’obbligo di vaccinazione per contenere la pandemia è inutile». La Federazione ospedaliera tedesca (Dkg), già si è espressa a favore della fine dell’obbligo di vaccinazione, che dovrebbe concludersi a fine anno come nel nostro Paese. «Secondo i dati attuali, non è sensato continuare così», sostiene il vicedirettore generale, Henriette Neumeyer.
In Germania, il personale sanitario doveva mostrare di essere in regola con la vaccinazione entro lo scorso marzo e nella sola Renania Settentrionale-Vestfalia sono stati denunciati alle autorità 24.197 dipendenti o collaboratori di ospedali, cliniche, Rsa, non in regola. Tuttavia, secondo i dati del ministero della Salute, sono state applicate solo 1.479 sanzioni ed è stato vietato l’ingresso ad appena 66 lavoratori. Questo significa che i tedeschi, assai più lungimiranti, non hanno voluto ritrovarsi senza personale. Molte aziende sanitarie hanno detto chiaramente che non possono fare a meno dei dipendenti non vaccinati, questione emersa solo di recente in Italia e affermata a gran voce ancora da pochissimi dirigenti di Asl o governatori di Regione, in affanno perché senza medici e infermieri. In Assia, altro Land tedesco, a più di quattro mesi dall’introduzione dell’obbligo di vaccinazione contro il Covid per i dipendenti del settore sanitario, le autorità non hanno ancora imposto alcun divieto.
Eppure, nella sola Francoforte, risultano 4.758 le persone segnalate al dipartimento sanitario perché non in regola con i requisiti vaccinali. Stessa situazione nel Baden-Württemberg, dove le autorità non hanno ancora imposto un divieto di attività o ingresso nei luoghi di lavoro per il personale non vaccinato. Secondo un’indagine di Bild am Sonntag tra tutti i 16 ministeri della Sanità tedeschi, sono stati identificati più di 190.000 operatori sanitari non vaccinati; tuttavia solo 70 divieti d’ingresso al lavoro sono stati emessi a livello nazionale. Ovvero in Renania settentrionale-Vestfalia (66 lavoratori preclusi dal lavoro), Bassa Sassonia e Brandeburgo (2 lavoratori ciascuno).
In Baviera sono state identificate 56.000 persone senza prova di aver eseguito il ciclo vaccinale, ma non sono stati inflitti né divieti d’ingresso né multe. Medici e infermieri sono professionisti preziosi, che non vanno lasciati a casa solo perché non vaccinati contro il Covid. L’Italia, contrariamente alla Germania, non l’ha compreso subito, se ne sta accorgendo dopo troppi mesi e il conto lo stanno pagando centinaia di migliaia di pazienti.
Casi ancora in calo, l’ondata estiva si sta esaurendo (senza restrizioni)
La curva dei contagi da Covid-19 continua il calo iniziato già due settimane fa. Senza grandi restrizioni e sostituendo l’obbligo con le raccomandazioni, l’ondata estiva, nonostante l’altissima contagiosità della variante Omicron, ha mantenuto decisamente basso l’impatto negli ospedali.
Ieri si sono registrati 18.813 nuovi casi di Covid in Italia, a fronte dei 36.966 di domenica. Del resto anche il numero dei test, come accade nel weekend, è diminuito: 105.839 i tamponi processati rispetto ai 204.903 il giorno precedente. Il valore in grado di confrontare i dati, cioè il tasso di positività, segnala il trend, in calo, dal 18 al 17,8%. I decessi sono stati 121 in 24 ore (83, domenica). Negli ospedali, «dopo essere state recentemente interessate da due oscillazioni, le curve dell’occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive a livello nazionale mostrano, tramite l’analisi delle differenze settimanali, di aver raggiunto il picco e sono all’inizio di una fase decrescente», sintetizza all’Ansa Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo «M.Picone», del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).
«A livello regionale», prosegue, «le curve di occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive sono quasi tutte in fase decrescente o di stasi, ad eccezione delle Marche e della Sardegna». Come si è sempre visto in questa ondata estiva, la maggiore contagiosità del virus si è accompagnata a una riduzione dei casi di polmonite grave.
I ricoveri sono, infatti, aumentati di più nei reparti ordinari, rimanendo decisamente contenuti nelle terapie intensive. Se i posti occupati in «area non critica» da parte dei pazienti Covid in Italia è attualmente intorno al 16% - un punto percentuale in meno in 24 ore - resta invece stabile al 4% l’occupazione delle terapie intensive, secondo i dati diffusi ieri dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e relativi al 31 luglio 2022.
Senza l’obbligo di mascherine quasi ovunque, a eccezione dei mezzi di trasporto e dei luoghi di cura, il ritorno a una socialità più diffusa, rispetto alle ultime due estati, dimostra una convivenza possibile con il virus. Inutile e fuori luogo il confronto con i pochissimi casi registrati nei mesi estivi del 2020 e 2021: c’era un altro virus, con un indice di infezione fino a 15 volte più basso. Va inoltre ricordato che l’80% dei positivi in ospedale sono ricoverati per altre ragioni cliniche e scoprono l’infezione al pronto soccorso.
Certo, colpisce il numero ancora elevato di decessi, ma «come sappiamo, affinché questo dato scenda servono ancora 15 giorni», spiega l’epidemiologo Donato Greco, ex componente del Cts e consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sentito dall’Adnkronos. «Ancora una volta», ricorda, «i decessi riguardano persone con un’età media alta, 85 anni, e con più di tre patologie», persone fragili che dunque «vanno protette», come per ogni altra malattia, influenza in primis.
E mentre in Europa continuano a cadere le restrizioni, il nostro ministero della Salute è fisso solo sulla necessità della terza e quarta dose, senza considerare che, come ricordano gli esperti, l’immunità per le forme gravi di malattia da Covid, vero obiettivo sanitario in questa pandemia, è già stata raggiunta.
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A Vienna basta obbligo di quarantena: i positivi possono uscire con la Ffp2. Negli Stati federali tedeschi si valuta l’abolizione dell’obbligo vaccinale per i medici. Il nostro governo ha sempre indicato questi Paesi come esempio: ora non vuole copiarli.I numeri dicono che il virus sta regredendo anche con una socialità rimasta inalterata.Lo speciale contiene due articoli.Altro che Paesi da prendere a esempio per rigore nella lotta al Covid sulla pelle dei cittadini. Austria e Germania tolgono quarantene, mettono in discussione l’obbligo vaccinale per il personale sanitario, invece in Italia si continuano a isolare i sintomatici e a sospendere medici e infermieri non inoculati. C’è un vento contrario, dalle nostre parti, che respinge oltre frontiera le istanze di un ritorno definitivo alla normalità. Perfino tedeschi e austriaci, più volte additati come esempio di rigore nel perseguire i non vaccinati, hanno deciso aperture che il ministro della Salute, Roberto Speranza, nemmeno si sogna. Da ieri, in Austria non vige più l’obbligo di quarantena. Chi è risultato positivo al Covid esce di casa senza restrizioni e indossa la Ffp2 solo se non può rispettare il distanziamento fisico di due metri. Semaforo verde anche sui luoghi di lavoro, a patto che l’infetto tenga sul volto la mascherina con la protezione più alta. La decisione del ministro della Salute, Johannes Rauch (Verdi), riguarda anche la capitale che nei mesi scorsi aveva applicato misure ancora più rigide nei confronti dei non vaccinati. «Non possiamo vivere per anni questo livello di crisi legata alla pandemia», ha dichiarato Rauch, aggiungendo: «Abbiamo il vaccino, abbiamo i farmaci, le persone si ammalano con sintomi molto più lievi rispetto al passato». In Austria sono in calo, come in Italia, il numero dei positivi al tampone, così pure dei ricoveri in ospedale e in terapia intensiva. Per i contagiati resta ovviamente escluso l’accesso a ospedali, residenze per anziani, nelle strutture per l’infanzia, nelle scuole elementari e negli asili nido. Il ministro del Lavoro, Martin Kocher (Övp) ha annunciato misure per i lavoratori più fragili, che potranno essere esentati con un «certificato di rischio», se non si riuscirà a proteggerli negli uffici. In Italia, l’unica certezza è che fino al 31 dicembre rimane l’obbligo del vaccino anti Covid per medici e infermieri. E sul togliere la quarantena non è ancora stata emanata alcuna direttiva. Tutt’altra aria si respira in Stati federali tedeschi come la Baviera, dove a inizio luglio il ministro della Sanità Klaus Holetschek (Csu) aveva chiesto la fine anticipata dell’obbligo. O come sta accadendo nella Renania Settentrionale-Vestfalia (Nrw), dove il ministro della Salute Karl Josef Laumann (Cdu), ha già annunciato che vuole togliere l’imposizione per il personale sanitario considerato che «la vaccinazione non esclude l’infezione». Avete mai sentito l’omologo italiano affermare qualche cosa di simile? Perfino l’esponente di sinistra Ates Gürpinar ha dichiarato al quotidiano Welt che «continuare l’obbligo di vaccinazione per contenere la pandemia è inutile». La Federazione ospedaliera tedesca (Dkg), già si è espressa a favore della fine dell’obbligo di vaccinazione, che dovrebbe concludersi a fine anno come nel nostro Paese. «Secondo i dati attuali, non è sensato continuare così», sostiene il vicedirettore generale, Henriette Neumeyer. In Germania, il personale sanitario doveva mostrare di essere in regola con la vaccinazione entro lo scorso marzo e nella sola Renania Settentrionale-Vestfalia sono stati denunciati alle autorità 24.197 dipendenti o collaboratori di ospedali, cliniche, Rsa, non in regola. Tuttavia, secondo i dati del ministero della Salute, sono state applicate solo 1.479 sanzioni ed è stato vietato l’ingresso ad appena 66 lavoratori. Questo significa che i tedeschi, assai più lungimiranti, non hanno voluto ritrovarsi senza personale. Molte aziende sanitarie hanno detto chiaramente che non possono fare a meno dei dipendenti non vaccinati, questione emersa solo di recente in Italia e affermata a gran voce ancora da pochissimi dirigenti di Asl o governatori di Regione, in affanno perché senza medici e infermieri. In Assia, altro Land tedesco, a più di quattro mesi dall’introduzione dell’obbligo di vaccinazione contro il Covid per i dipendenti del settore sanitario, le autorità non hanno ancora imposto alcun divieto. Eppure, nella sola Francoforte, risultano 4.758 le persone segnalate al dipartimento sanitario perché non in regola con i requisiti vaccinali. Stessa situazione nel Baden-Württemberg, dove le autorità non hanno ancora imposto un divieto di attività o ingresso nei luoghi di lavoro per il personale non vaccinato. Secondo un’indagine di Bild am Sonntag tra tutti i 16 ministeri della Sanità tedeschi, sono stati identificati più di 190.000 operatori sanitari non vaccinati; tuttavia solo 70 divieti d’ingresso al lavoro sono stati emessi a livello nazionale. Ovvero in Renania settentrionale-Vestfalia (66 lavoratori preclusi dal lavoro), Bassa Sassonia e Brandeburgo (2 lavoratori ciascuno). In Baviera sono state identificate 56.000 persone senza prova di aver eseguito il ciclo vaccinale, ma non sono stati inflitti né divieti d’ingresso né multe. Medici e infermieri sono professionisti preziosi, che non vanno lasciati a casa solo perché non vaccinati contro il Covid. L’Italia, contrariamente alla Germania, non l’ha compreso subito, se ne sta accorgendo dopo troppi mesi e il conto lo stanno pagando centinaia di migliaia di pazienti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/austria-germania-eliminano-divieti-2657789436.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="casi-ancora-in-calo-londata-estiva-si-sta-esaurendo-senza-restrizioni" data-post-id="2657789436" data-published-at="1659418799" data-use-pagination="False"> Casi ancora in calo, l’ondata estiva si sta esaurendo (senza restrizioni) La curva dei contagi da Covid-19 continua il calo iniziato già due settimane fa. Senza grandi restrizioni e sostituendo l’obbligo con le raccomandazioni, l’ondata estiva, nonostante l’altissima contagiosità della variante Omicron, ha mantenuto decisamente basso l’impatto negli ospedali. Ieri si sono registrati 18.813 nuovi casi di Covid in Italia, a fronte dei 36.966 di domenica. Del resto anche il numero dei test, come accade nel weekend, è diminuito: 105.839 i tamponi processati rispetto ai 204.903 il giorno precedente. Il valore in grado di confrontare i dati, cioè il tasso di positività, segnala il trend, in calo, dal 18 al 17,8%. I decessi sono stati 121 in 24 ore (83, domenica). Negli ospedali, «dopo essere state recentemente interessate da due oscillazioni, le curve dell’occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive a livello nazionale mostrano, tramite l’analisi delle differenze settimanali, di aver raggiunto il picco e sono all’inizio di una fase decrescente», sintetizza all’Ansa Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo «M.Picone», del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). «A livello regionale», prosegue, «le curve di occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive sono quasi tutte in fase decrescente o di stasi, ad eccezione delle Marche e della Sardegna». Come si è sempre visto in questa ondata estiva, la maggiore contagiosità del virus si è accompagnata a una riduzione dei casi di polmonite grave. I ricoveri sono, infatti, aumentati di più nei reparti ordinari, rimanendo decisamente contenuti nelle terapie intensive. Se i posti occupati in «area non critica» da parte dei pazienti Covid in Italia è attualmente intorno al 16% - un punto percentuale in meno in 24 ore - resta invece stabile al 4% l’occupazione delle terapie intensive, secondo i dati diffusi ieri dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e relativi al 31 luglio 2022. Senza l’obbligo di mascherine quasi ovunque, a eccezione dei mezzi di trasporto e dei luoghi di cura, il ritorno a una socialità più diffusa, rispetto alle ultime due estati, dimostra una convivenza possibile con il virus. Inutile e fuori luogo il confronto con i pochissimi casi registrati nei mesi estivi del 2020 e 2021: c’era un altro virus, con un indice di infezione fino a 15 volte più basso. Va inoltre ricordato che l’80% dei positivi in ospedale sono ricoverati per altre ragioni cliniche e scoprono l’infezione al pronto soccorso. Certo, colpisce il numero ancora elevato di decessi, ma «come sappiamo, affinché questo dato scenda servono ancora 15 giorni», spiega l’epidemiologo Donato Greco, ex componente del Cts e consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sentito dall’Adnkronos. «Ancora una volta», ricorda, «i decessi riguardano persone con un’età media alta, 85 anni, e con più di tre patologie», persone fragili che dunque «vanno protette», come per ogni altra malattia, influenza in primis. E mentre in Europa continuano a cadere le restrizioni, il nostro ministero della Salute è fisso solo sulla necessità della terza e quarta dose, senza considerare che, come ricordano gli esperti, l’immunità per le forme gravi di malattia da Covid, vero obiettivo sanitario in questa pandemia, è già stata raggiunta.
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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