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2024-09-10
L’Australia dà il via al censimento Lgbt: cittadini schedati su gender e sesso
Lo Stato voyeur, inginocchiato dietro la porta della camera da letto con l’occhio lubrico a forma di toppa, sta diventando realtà in Occidente. Dopo il controllo dei conti correnti, la profilazione indebita delle identità digitali (con la complicità dei Big Tech), le telecamere del Truman show permanente nelle città e la geolocalizzazione sugli smartphone, ecco arrivare la pretesa di definire l’orientamento sessuale dei cittadini. Tutto ciò con la giustificazione più abusata: «Si tratta di una necessità per tutelare le minoranze».
Per ora il progetto pilota è in Australia, ma è verosimile che l’idea «non binaria» venga facilmente esportata in Europa via Stati Uniti, come spesso accade. Il governo laburista guidato da Anthony Albanese ha infatti deciso di porre per la prima volta nella storia, ai cittadini con più di 16 anni, una serie di domande specifiche sull’identità di genere e sulle preferenze sessuali nel censimento del 2026. La mossa australiana non è del tutto originale: nel censimento del 2021 la Gran Bretagna per prima aveva inserito una domandina facoltativa sull’orientamento sessuale, «a scopo statistico». A dichiararsi gay o lesbiche era stato l’1,5% (748.000 persone su 60 milioni), mentre lo 0,3% (165.000) aveva selezionato «altro», vale a dire le identità pansessuale, asessuale e queer. Una goccia nel Tamigi in rapporto al polverone mediatico e parlamentare che ogni argomento di genere porta con sé.
Allora si trattò di un quesito spot, ora in Australia si parla di un pacchetto più specifico, determinato da una scelta marcatamente politica. Per ottenere il voto della comunità Lgbtq+, durante la campagna elettorale di due anni fa la coalizione di sinistra aveva inserito nel programma anche questo punto, peraltro accantonato prima dell’estate per evitare mal di testa in sede di organizzazione della piattaforma del censimento. La decisione era stata fortemente criticata dal variegato mondo transgender, sceso in piazza per stigmatizzare la dimenticanza; così l’esecutivo ha deciso di tornare sui suoi passi per accontentare la potente lobby genderfluid.
Risultato: retromarcia immediata e inserimento dei quesiti specifici nel bouquet da sottoporre alla cittadinanza. Lo ha confermato il tesoriere Jim Chalmers: «La decisione è stata presa dopo una settimana di dibattito e riguarderà tutti gli australiani di età superiore ai 16 anni. Le domande specifiche saranno formulate dall’Ufficio australiano di statistica che le svilupperà in seguito». Comprendendo la forzatura in un settore dove, in democrazia, la libertà individuale dovrebbe essere sovrana, Chalmers ha spiegato che «le risposte non saranno obbligatorie». Anche perché se così non fosse i quesiti rischierebbero di incorrere nella tagliola della High court, la Corte suprema. Per spiegare il clima va aggiunto che in Australia lo strumento del censimento è delicato e riapre ferite mai rimarginate: nell’età dell’oro del Commonwealth gli aborigeni australiani (tuttora pesantemente discriminati) non erano censiti perché venivano vergognosamente assimilati alla fauna.
Tornando all’oggi, la decisione del governo di Albanese ha scatenato l’opposizione di liberali e conservatori, messi all’angolo dalla consueta volontà progressista di proseguire sulla strada dei non meglio identificati «diritti universali» che ne sotterrano altri in vigore da almeno un secolo. Così il governo può appostarsi sulla soglia della camera da letto e invadere serenamente la privacy, applicando le regole di quel test di controllo sociale planetario nel quale, in Occidente, si era trasformata l’emergenza pandemica.
Durante la Guerra fredda proprio le democrazie sottolineavano la brutalità occhiuta delle dittature rosse dell’Est europeo (in primis l’Unione sovietica e la Ddr), poi ridicolizzate da un’ampia letteratura e da film come Le vite degli altri e Goodbye Lenin». Ora lo stesso Occidente turbo-progressista procede nella corsa a imitare quelle storture, forse nel tentativo di raggiungere il socialismo con altri mezzi.
La decisione ha creato entusiasmo nelle comunità transgender internazionali, che si apprestano a spingere perché la scelta venga esportata in modo strutturale in tutte le nazioni democratiche. A giustificare la richiesta di declinare dettagli sulla sessualità è Anna Brown, dirigente di Equality Australia: «Questo è un intendimento pragmatico e morale che assicurerà per la prima volta la raccolta su scala nazionale di dati vitali su alcune delle popolazioni più vulnerabili in Australia. Sarà finalmente possibile tenere conto di ogni australiano nel 2026, incluse persone trans e diverse per genere, oltre che gay e bisessuali».
Un esempio plastico di doppia morale. Lo scorso anno il referendum per il riconoscimento degli aborigeni e la creazione per loro di un organo di rappresentanza parlamentare è finito con un No. Forse perché quella lobby non è sufficientemente potente. Poi finisce che uno rivaluta la Stasi.
La legge sull’autodeterminazione scatena le femministe tedesche
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Con la scusa di «tutelare le minoranze» Canberra, nel 2026, si informerà sugli orientamenti della popolazione over 16.In Germania per cambiare lo stato civile da maschio a femmina basterà l’autocertificazione.Lo speciale contiene due articoli Lo Stato voyeur, inginocchiato dietro la porta della camera da letto con l’occhio lubrico a forma di toppa, sta diventando realtà in Occidente. Dopo il controllo dei conti correnti, la profilazione indebita delle identità digitali (con la complicità dei Big Tech), le telecamere del Truman show permanente nelle città e la geolocalizzazione sugli smartphone, ecco arrivare la pretesa di definire l’orientamento sessuale dei cittadini. Tutto ciò con la giustificazione più abusata: «Si tratta di una necessità per tutelare le minoranze».Per ora il progetto pilota è in Australia, ma è verosimile che l’idea «non binaria» venga facilmente esportata in Europa via Stati Uniti, come spesso accade. Il governo laburista guidato da Anthony Albanese ha infatti deciso di porre per la prima volta nella storia, ai cittadini con più di 16 anni, una serie di domande specifiche sull’identità di genere e sulle preferenze sessuali nel censimento del 2026. La mossa australiana non è del tutto originale: nel censimento del 2021 la Gran Bretagna per prima aveva inserito una domandina facoltativa sull’orientamento sessuale, «a scopo statistico». A dichiararsi gay o lesbiche era stato l’1,5% (748.000 persone su 60 milioni), mentre lo 0,3% (165.000) aveva selezionato «altro», vale a dire le identità pansessuale, asessuale e queer. Una goccia nel Tamigi in rapporto al polverone mediatico e parlamentare che ogni argomento di genere porta con sé. Allora si trattò di un quesito spot, ora in Australia si parla di un pacchetto più specifico, determinato da una scelta marcatamente politica. Per ottenere il voto della comunità Lgbtq+, durante la campagna elettorale di due anni fa la coalizione di sinistra aveva inserito nel programma anche questo punto, peraltro accantonato prima dell’estate per evitare mal di testa in sede di organizzazione della piattaforma del censimento. La decisione era stata fortemente criticata dal variegato mondo transgender, sceso in piazza per stigmatizzare la dimenticanza; così l’esecutivo ha deciso di tornare sui suoi passi per accontentare la potente lobby genderfluid. Risultato: retromarcia immediata e inserimento dei quesiti specifici nel bouquet da sottoporre alla cittadinanza. Lo ha confermato il tesoriere Jim Chalmers: «La decisione è stata presa dopo una settimana di dibattito e riguarderà tutti gli australiani di età superiore ai 16 anni. Le domande specifiche saranno formulate dall’Ufficio australiano di statistica che le svilupperà in seguito». Comprendendo la forzatura in un settore dove, in democrazia, la libertà individuale dovrebbe essere sovrana, Chalmers ha spiegato che «le risposte non saranno obbligatorie». Anche perché se così non fosse i quesiti rischierebbero di incorrere nella tagliola della High court, la Corte suprema. Per spiegare il clima va aggiunto che in Australia lo strumento del censimento è delicato e riapre ferite mai rimarginate: nell’età dell’oro del Commonwealth gli aborigeni australiani (tuttora pesantemente discriminati) non erano censiti perché venivano vergognosamente assimilati alla fauna.Tornando all’oggi, la decisione del governo di Albanese ha scatenato l’opposizione di liberali e conservatori, messi all’angolo dalla consueta volontà progressista di proseguire sulla strada dei non meglio identificati «diritti universali» che ne sotterrano altri in vigore da almeno un secolo. Così il governo può appostarsi sulla soglia della camera da letto e invadere serenamente la privacy, applicando le regole di quel test di controllo sociale planetario nel quale, in Occidente, si era trasformata l’emergenza pandemica. Durante la Guerra fredda proprio le democrazie sottolineavano la brutalità occhiuta delle dittature rosse dell’Est europeo (in primis l’Unione sovietica e la Ddr), poi ridicolizzate da un’ampia letteratura e da film come Le vite degli altri e Goodbye Lenin». Ora lo stesso Occidente turbo-progressista procede nella corsa a imitare quelle storture, forse nel tentativo di raggiungere il socialismo con altri mezzi. La decisione ha creato entusiasmo nelle comunità transgender internazionali, che si apprestano a spingere perché la scelta venga esportata in modo strutturale in tutte le nazioni democratiche. A giustificare la richiesta di declinare dettagli sulla sessualità è Anna Brown, dirigente di Equality Australia: «Questo è un intendimento pragmatico e morale che assicurerà per la prima volta la raccolta su scala nazionale di dati vitali su alcune delle popolazioni più vulnerabili in Australia. Sarà finalmente possibile tenere conto di ogni australiano nel 2026, incluse persone trans e diverse per genere, oltre che gay e bisessuali». Un esempio plastico di doppia morale. Lo scorso anno il referendum per il riconoscimento degli aborigeni e la creazione per loro di un organo di rappresentanza parlamentare è finito con un No. Forse perché quella lobby non è sufficientemente potente. Poi finisce che uno rivaluta la Stasi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/australia-censimento-lgbt-cittadini-schedati-2669155419.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-legge-sullautodeterminazione-scatena-le-femministe-tedesche" data-post-id="2669155419" data-published-at="1725952057" data-use-pagination="False"> La legge sull’autodeterminazione scatena le femministe tedesche Associazioni femministe come Lasst frauen sprechen (Lasciate parlare le donne), Contra el borrado de las mujeres, (Contro la cancellazione delle donne) e Women rise si sono opposte alla nuova legge sull’autodeterminazione del genere (Self-Id act) che entrerà in vigore in Germania il prossimo primo novembre. Approvata lo scorso aprile, destinata alle persone transgender, intersessuali e non binarie, sostituisce legalmente la categoria del sesso con quella del genere. È stata definita «anti scientifica, anti donne, antidemocratica e che mette in pericolo i bambini», da chi condanna un simile stravolgimento della realtà. Tra meno di due mesi, in Germania, a partire dai 14 anni basterà un’autocertificazione per cambiare il proprio stato civile in quello del sesso opposto e scegliere un nuovo nome. Se i genitori non sostengono la convinzione del figlio di avere un «corpo sbagliato», possono rivolgersi a un tribunale della famiglia. Dopo tre mesi il cambio diventa effettivo e si può modificare ulteriormente non prima che sia passato un anno. «Il sesso precedente e il nome non possono essere divulgati o indagati». Chiunque continui a riferirsi a un uomo che afferma di avere una «identità di genere femminile» potrà essere multato fino a 10.000 euro. La follia ulteriore è che «coloro che sono registrati come “maschio” al momento della nascita di un bambino saranno riconosciuti come padri del bambino». Tuttavia, un genitore può presentare una dichiarazione all’ufficio del registro indicando che «la sua precedente annotazione del genere dovrebbe essere considerata decisiva». Sabato, le associazioni invieranno una protesta al Feminist question time della Women's declaration international (Wdi), precedentemente nota come Women’s human rights campaign, organizzazione femminista radicale anti trans con sede nel Regno Unito e sezioni negli Stati Uniti, Brasile, Australia e altri Paesi, nota soprattutto per aver creato la Declaration on women's sex-based rights, una lettera aperta per i firmatari che descrive in dettaglio i modi in cui ritengono che le donne transgender dovrebbero essere escluse dall’essere considerate in base ai diritti delle donne. Le associazioni hanno rivolto precise domande al governo tedesco, tra le quali: «Come intenderà proteggere donne e ragazze?», visto che i diritti delle donne basati sul sesso sono garantiti dalla Costituzione tedesca. Così pure: «In che modo le autorità garantiranno che le informazioni sul sesso si basino sul sesso biologico e non sull’identità di genere?». Già un mese fa Women's liberation front, Women's declaration international, RadFem Italia e altri gruppi e associazioni «gender critical» di tutto il mondo avevano scritto una lettera di protesta alle Nazioni Unite, perché la loro organizzazione Un Woman, che dovrebbe essere dedicata all’uguaglianza di genere e all’emancipazione delle donne, ha etichettato tutto il dissenso come pericoloso. Definisce, infatti, «anti diritti», «estrema destra» e «odiatore della comunità Lgbtqi+», chiunque non sostenga acriticamente l’ideologia dell’identità di genere. I movimenti femministi chiedono che «Un Women ripristini la sua missione originaria», perché mettendo «ora le persone Lgbtqi+ in cima alla gerarchia dei diritti umani», dimostra che l’organizzazione Onu «non è più un organismo interessato a proteggere e far progredire i diritti delle donne», ma si è allontanato dalla scienza e dalla realtà e oggi lavora per un’agenda «incentrata sul progetto queer». A dimostrazione della follia imperante, negli ospedali di Madrid sta sparendo il cartello «bagni per le donne», sostituito dalla dicitura «bagni per pazienti femminili», aperti agli uomini in transizione. Secondo il Piano d’azione per l’assistenza primaria e comunitaria spagnolo, nel registro elettronico sanitario bisogna sottoporre all’utente un questionario dove indicare se si è «maschio; femmina; non binario o genere fluido; bimbo o bimba trans; altro; non mi identifico in alcuna di queste categorie; preferisco non manifestare la mia identità in questo momento».
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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